Il morto nella stiva

Mi scuso in anticipo della macabra brutalità con cui forse mi esprimerò. Il problema della sanità in Italia non è certo la collocazione dei morti, ma la cura dei vivi. Tuttavia anche il percorso delle salme non è e non è mai stato dei più dignitosi e rispettosi per il defunto e per lo stato d’animo dei parenti. Ho fatto purtroppo alcune esperienze al riguardo, non al limite della denuncia, come è successo all’ospedale Cardarelli di Napoli, ma piuttosto eloquenti .

Innanzitutto molto spesso si muore senza un minimo di privacy, dietro ridicoli paraventi, in mezzo alla normale vita dei reparti, senza il conforto dei propri cari tenuti lontani da rigide e assurde discipline. Ricordo la sera in cui si capiva benissimo che a mio padre restavano poche ore di vita: io e mia sorella esprimemmo il desiderio di rimanere accanto al letto per accompagnare umanamente il decesso anche se mio padre era ormai privo di conoscenza.

Ebbi un imbarazzante discussione col medico di turno che consentì la presenza di una sola persona: rimasi io, mia sorella poté raggiungermi solo quando mio padre fu proprio in punto di morte. Espressi amara comprensione al solerte operatore sanitario che faceva rispettare le regole, ma gliele ributtai addosso dicendo che si trattava di norme a sbrigativa misura organizzativa e non certo a misura umana: sfogo doveroso ma inutile.

Dopo la morte si ha l’impressione che la salma venga collocata in stanzette d’occasione con discutibile rispetto dei vivi e dei morti. Nel caso di mia madre rimanemmo per ore in attesa che arrivassero i portantini per il trasferimento in necroscopia. Solo la consueta e sacrosanta irruenza di mia sorella riuscì a sbloccare la situazione: se ne erano dimenticati e quindi, se mia sorella non fosse intervenuta chiedendo aiuto ad un’amica infermiera, saremmo forse ancora là ad aspettare un macabro Godot.

Posso capire che sia opportuno preoccuparsi più dei vivi, per i quali si dovrebbe puntare alla guarigione, che non dei morti, ai quali si dovrebbe garantire solo una dignitosa uscita di scena. Mi ha sempre commosso come i vigili urbani si mettano sull’attenti al passaggio di un carro funebre. Meriterebbe uguale rispetto il tragitto precedente, dal letto alla bara.

E veniamo al Cardarelli ed allo strascico polemico successivo alle dichiarazioni di una persona che ha osato dire quanto probabilmente molti hanno osservato in silenzio per evitare inutili discussioni in momenti inadatti a scontri verbali: una salma messa quanto meno nel punto sbagliato, in bella vista di chi si recava al gabinetto, in una stanzetta che quando non serve a medicare i vivi serve ad ospitare i morti (tanto…che differenza fa?).

Il direttore della struttura sanitaria ha interpretato alla perfezione e con appropriati accenti burocratici il ruolo dello scandalizzato, ha espresso una fredda e imbarazzata difesa d’ufficio, complice una cronista pronta a legare l’asino dove vuole il padrone: questo direttore senza cuore in realtà capiva perfettamente la gravità della situazione strutturalmente indifendibile e si nascondeva dietro prassi e procedure penosamente insufficienti.

È molto grave morire in attesa dell’ambulanza che non arriva o dell’intervento tardivo dei sanitari o per svarioni diagnostici o chirurgici o terapeutici; è insopportabile vivere il ricovero in reparti igienicamente insufficienti o addirittura vergognosamente animaleschi; è altrettanto inaccettabile morire in mezzo al “traffico ospedaliero” ed essere trattati da oggetti ingombranti dopo la morte. La sanità continua ad essere un carrozzone in cui si fatica a trovare la giusta accoglienza, dalla nascita (ancor prima…) fino alla morte.

Termino con un pensierino paradossale: forse, quando uno è costretto ad impattare l’ambiente ospedaliero, è più preoccupato degli aspetti logistici dell’autentico labirinto in cui entra che non delle sofferenze della sua malattia. Se fosse possibile essere curati e morire a casa propria, lo farei, a costo di rimetterci magari qualche anno di vita. Butterfly, prima di suicidarsi per l’insopportabile tradimento sentimentale patito, afferma solennemente: «Con onor muore chi non può serbar vita con onore…». Il dramma di Butterfly è teatrale: nella vita ospedaliera è ancor peggio.

 

 

 

La politica della mosca cieca

La fluidità degli schieramenti politici trova un assurdo riscontro nell’anomalia siciliana. In vista delle imminenti elezioni regionali si è scatenata una corsa alle combinazioni più strane da presentare agli elettori: una vera e propria esercitazione in preparazione del compito in classe delle elezioni politiche. Si sovrappongono però problemi di governo (la manovra economica per il 2018), problemi legislativi a livello parlamentare (Ius soli), tattiche elettorali (dove e con chi sta Alfano), (dis)accordi a sinistra (con chi sta Pisapia) ed altro ancora.

In questa bagarre i temi siciliani vengono bellamente ignorati e quelli nazionali restano sullo sfondo ben coperti dalle tattiche improvvisate nella penombra, sarebbe meglio dire nel buio, della legge elettorale. Restano cioè fuori campo i motivi del contendere e le regole di tale contesa. Si vedono e si sentono i contendenti che menano colpi a destra e manca in una gara che assomiglia alla mosca cieca o alle pignatte della politica.

In realtà al di sotto di questa confusa diatriba esiste una triste realtà che accomuna destra e sinistra, vale a dire il prevalere di finte questioni identitarie, per non dire ideologiche (che diventano soprattutto personalistiche), sui veri nodi programmatici. In una situazione del genere è inevitabile che prevalgano le spinte populiste e qualunquiste interpretate dai cinque stelle e dalla Lega. Se a un commensale affamato presenti un menù dietetico, non gli rimarrà altro che buttarsi a capofitto sul cestino del pane, buono o balordo che sia.

Come voteranno i siciliani? Non ne ho la più pallida idea. Certo non staranno molto a sottilizzare sulle mosse di Tizio o Caio e andranno al sodo. E in cosa consiste il sodo? Lo sanno tutti e tutti fanno finta di niente. Mi preoccupa questo assordante silenzio programmatico della politica che potrebbe essere disgraziatamente colmato da chi è maestro a prendere il toro per le corna e questo “chi” non è certo Beppe Grillo, il quale pregusta una sonora e inconcludente vittoria.

Il dibattito mediatico si riduce a discussioni minimaliste e furvianti: sul fatto se nella prossima manovra economica debbano prevalere gli interessi dei giovani o dei pensionati, se lo Ius soli sia compatibile o meno con le paure della criminalità e del terrorismo, se per la legge elettorale si debba scegliere il Consultellum del Senato o quello della Camera.

A proposito di Senato e Camera mi viene alla mente un episodio di rara valenza qualunquista, accaduto a margine dei lavori in un seggio elettorale. Si ripeteva insistentemente che i giovani votavano solo per la Camera. Dillo una volta, dillo due, ad un certo punto uno scrutatore affermò maliziosamente: «Sì i giovani votano per la Camera, la

camera da letto…». Forse non è più vero anche perché non hanno la possibilità di allestirla. Quel che voglio dire è questo: o la politica si riappropria del suo ruolo o c’è da temere seriamente una deriva qualunquista che può portare a sbattere…

 

 

Burlesconi bis

Indro Montanelli sosteneva che il berlusconismo fosse una brutta malattia da smaltire, un virus da sconfiggere dopo aver fatto, col tempo, gli anticorpi necessari, un male passeggero da non sottovalutare al fine di evitare pericolosissime ricadute. Abbiamo sofferto i danni notevoli della malattia, gli anticorpi non si sono ancora formati e le ricadute non le abbiamo sapute evitare.

Lo spettro di un ritorno del berlusconismo riveduto e scorretto si sta profilando, anche se sembrano più attenti a questo rischio i mercati finanziari e la stampa internazionale che non gli italiani, deviati dal referendum continuo su Matteo Renzi da una parte e Beppe Grillo dall’altra. In mezzo sta forse riprendendo piede l’ex cavaliere capace di riscaldare i cuori che battono a destra, di raccogliere la sua armata brancaleone   non più con lo spauracchio del comunismo ma con la pura dell’immigrato.

Berlusconi la sta prendendo sù larga, parte dall’Europa e dalla sua moneta, con una notevole faccia tosta, dopo essersi faticosamente rialzato dopo il colpo fatale infertogli da quella famosa risatina franco-tedesca che lo mise ko. Oggi, più bello e più superbo che pria, pontifica sulla moneta parallela da affiancare in Italia all’euro. Non si capisce di cosa si tratti, sembra una ipotesi giocosa e fantasiosa pensata solo per buttare fumo negli occhi o una solenne bluffata per recuperare audience in un contesto internazionale piuttosto scettico sulla sua settima vita.

Invece i mercati finanziari hanno reagito con una certa preoccupazione (lo spread si è alzato) e la stampa internazionale ha cominciato ad evocare un triste passato. Il ragionamento sembra questo: siamo poi così sicuri che l’Italia non cerchi del freddo per il letto e che nel bailamme politico non finisca ancora   con lo scommettere su un cavallo bolso, zoppo, dopato, ma sempre capace di miracolosi recuperi?

Più che di moneta parallela sembra trattarsi di politica riscaldata. Sull’insuccesso di queste tattiche berlusconiane non metterei comunque la mano sul fuoco. Gli sbruffoni dell’odierno leghismo e del riciclato fascismo sanno benissimo di non poter prescindere da Berlusconi e dai suoi soldi: se non hanno saputo resistergli Umberto Bossi e Gianfranco Fini, figuriamoci Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Uno straccio di alleanza o di lista unica riusciranno a farla e l’uomo di Arcore, pur non potendo ricoprire cariche pubbliche, si siederà al tavolo e ricomincerà a giocare come se niente fudesse, facendo magari la parte dell’uomo equilibrato e affidabile capace di zittire Grillo e di condizionare Renzi.

Della moneta parallela non si farà nulla, sarà la solita barzelletta dei prossimi anni. I casi comunque sono tre: o i giornali degli altri Paesi non sanno di cosa parlare, o vogliono buttarla in ridere ancor prima del tempo, o la sanno più lunga di noi.

L’indomani della prima salita al governo del cavaliere, l’Economist uscì con una copertina intitolata “Burlesconi”. Non vorrei che tra qualche mese uscisse con una copertina simile intitolata “Burlesconi bis”. Meditate gente, meditate…In Italia ci sarà ancora qualcuno in Vaticano disposto a contestualizzargli le bestemmie? Putin e Trump lo tireranno subito in torta. L’Europa riderà ancora? Angela Merkel non sarà più una culona intrombabile, ma una vecchietta tacitabile. E Macron? Magari lo chiamerà all’Eliseo   per spiegargli che è meglio avere attorno una moglie attempata e seria che uno stuolo di ragazzotte giovani e poco serie. Lui reagirà e definirà Macron il solito stronzone francese in vena di moralismo.

Viva Trump, viva Putin, viva Silvio Berlusconi!

Il branco mondiale contro il protagonismo femminile

Mi convinco sempre più che i continui episodi di violenza sulle donne non siano da considerare, combattere e prevenire quali puri atti di machismo, ma debbano essere visti come gesti rientranti in una precisa, anche se talora inconsapevole, strategia: mortificando, maltrattando, umiliando, uccidendo le donne si pregiudica il progresso della società, da tutti i punti di vista, quindi umanamente, economicamente, socialmente, religiosamente, politicamente.

Tutte le religioni, in primis l’Islam, vivono di rendita sul ruolo subordinato della donna. Le prime pagine della Bibbia sono eloquenti: la demonizzazione della donna è tutto un programma e prelude a millenni e secoli di oppressioni, torture, maltrattamenti. Il concetto del ruolo della donna è sempre stato ed è la cartina di tornasole, la prova del nove per misurare l’oscurantismo e il conservatorismo di ideologie, filosofie, dottrine, regimi, movimenti.

Se una donna viene violentata è perché la si vuole ridurre a mero strumento di piacere, a oggetto usa e getta, ad essere inferiore. Il messaggio è chiaro: stai al tuo posto, subisci, taci, sopporta, non alzare la testa, non accampare diritti, il mondo non ti appartiene, è dei maschi.

Fintanto che permarrà, più o meno apertamente, questa mentalità, non faremo passi avanti, resteremo bloccati. La tattica è anche subdola perché da l’impressione al mondo femminile di emanciparsi sul piano meramente erotico, mentre così facendo si incallisce ancor più la mentalità “della bambola gonfiabile”. Il facile guadagno legato all’erotismo (dalla prostituzione all’uso commerciale del proprio corpo) illude e confonde le idee. Le carriere fulminanti a forza di battaglie di letto orientano in modo fuorviante le giuste ansie e aspirazioni femminili.

La parità e la dignità della persona, la libertà religiosa, la solidarietà, il bene comune, la giustizia, la pace dipendono dall’apporto della donna. Ogni volta quindi che viene violata una donna, non solo si commette un reato contro la persona, ma si compromette l’evoluzione positiva della società. Anche il fenomeno dell’immigrazione è inquinato a questo livello: c’è in atto una vera e propria tratta delle ragazze di colore costrette a prostituirsi, minacciate, torturate, seviziate. Ho letto parecchie volte cronache e storie agghiaccianti al riguardo: roba da brividi. Siamo capaci di usare gli idranti contro i profughi, ma non abbiamo il buongusto di intervenire a gamba tesa sugli sfruttatori peraltro ben noti alle forze dell’ordine.

Il branco non è solo un fenomeno di giovani esaltati, è lo strumento di persecuzione al fine di evitare lo squarcio al femminile delle nubi che oscurano il mondo. Non penso di esagerare. Tutto dipenderà dalla forza d’animo delle donne, dalla loro capacità di lotta. Non illudiamoci di vincere questa battaglia con qualche legge pur necessaria, con una repressione che rimane sempre piuttosto debole: si tratta di un cambio di mentalità, in cui peraltro le religioni sono di ostacolo e non di aiuto.

Ho letto le anticipazioni di un libro-guida al vangelo di Giovanni che offre spunti interpretativi interessanti sul protagonismo femminile: Gesù era un vero femminista, i suoi discepoli no. Anche la Chiesa cattolica deve fare ancora molta strada.

Il gioco sporco delle spie

Quando sento parlare e leggo di servizi segreti (dovremmo prima di tutto avere il coraggio e il realismo di chiamarli per quel che sono, vale a dire “spie”), sono tentato di circoscrivere l’argomento aiutandomi con quanto sostenevano due personaggi del secolo scorso: Guglielmo Zucconi, un giornalista sagace e brillante prestato per un certo periodo alla politica; Aldo Moro, uno statista prestato alla Democrazia Cristiana.

Il primo osservava argutamente come in Italia si pretenderebbero i servizi segreti pubblici: vorremmo cioè che l’intelligence operasse alla luce del sole, senza sotterfugi, con tutti i crismi della legalità. Il modo di essere dei servizi segreti è l’esatto contrario, la deviazione non è l’eccezione ma la regola, il tradimento è all’ordine del giorno in entrata e in uscita, le matasse vengono ingarbugliate ad arte e si finisce inevitabilmente per rimanere prigionieri nel labirinto dello spionaggio e del contro-spionaggio.

D’altra parte non è forse vero che persino i film in questa pur affascinante materia finiscono con l’essere incomprensibili: più sono incasinati è più sono belli e probabilmente rispondenti alla realtà. C’è una differenza sostanziale fra la realtà romanzata e quella vera: da una parte abbondano vicende di sesso, dall’altra questioni di terrorismo e guerre di potere.

Aldo Moro, mi risulta da fonti attendibili anche se non ufficiali, affrontava questo argomento con distacco e scetticismo e osservava con estremo disincanto: «Da che mondo è mondo le spie sono sempre state le peggiori persone esistenti…». La filastrocca infantile la dice lunga al riguardo: “Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto”.

E noi vorremmo difendere la nostra democrazia utilizzando soggetti che storicamente non hanno fatto altro che tramarle contro; vorremmo controllare l’operato di personaggi che dell’imprevedibilità e del trasformismo fanno il loro stile di comportamento; desidereremmo eliminare lo sporco usando pulitori che sguazzano nel “rudo”.

Ci riempiamo la bocca di anti-terrorismo basato sull’operato delle spie e della loro collaborazione. Diciamo la verità: questa gente è più pericolosa dei terroristi, è totalmente inaffidabile, si confonde col nemico e diventa essa stessa uno sgusciante e occulto avversario. Sull’auspicio che le intelligence possano addirittura lavorare assieme con un obiettivo comune, scambiarsi informazioni, tessere una tela avvolgente e protettiva, dobbiamo ammettere di essere dei visionari, gente che non sa quel che dice. Se pensiamo di contrastare il terrorismo con le armi dello spionaggio, stiamo freschi…lo spionaggio ha coperto e alimentato il terrorismo nero, rosso, giallo e verde, trasformando addirittura, a volte, il terrorismo in stragi di stato.

A sconfiggere le brigate rosse non sono state le infiltrazioni degli agenti segreti, ma la legge sul pentitismo agganciata alla tenuta delle istituzioni democratiche, dei partiti e dei sindacati. Per analogia a vincere il terrorismo cosiddetto islamico non saranno le spie europee o americane o israeliane o addirittura di certi paesi arabi, vinceremo se la nostra democrazia saprà tenere botta, cambiando l’approccio a molti problemi internazionali e nutrendosi con l’accoglienza e l’integrazione dei musulmani. Delle spie non c’è da fidarsi, perché uno se le ritrova sempre e comunque contro: giocano in proprio, non sono figli di nessuno e ci portano all’inferno.

La Forza nuova del vecchio fascismo

Non mi considero un clericale, anzi, pur essendo un cattolico, come si suol dire, praticante, e pur annoverando nella mia famiglia uno zio prete (porto indegnamente il suo nome e lo considero a ragion veduta il mio santo protettore) ed una zia suora (una dolce e coerente esemplificazione della vocazione religiosa femminile), ho una concezione laica della vita, una impostazione anti-dogmatica, evangelica e cristocentrica della fede, una visione anticlericale della Chiesa, uno spirito fortemente critico che non riesco (sotto sotto non voglio) reprimere.

Non sono mai stato e non sarò mai un leccapreti, anche se mi onoro di avere molte e stupende amicizie in questo parterre e soprattutto riconosco di avere incassato fondamentali spunti educativi da un fior fiore di sacerdoti.

Di fronte alla stupida e presuntuosa censura rivolta ad un sacerdote, don Biancalani, parroco di un paese toscano della diocesi di Pistoia, reo di dedicarsi all’integrazione dei migranti e quindi di avere dato a persone di colore, ospiti della sua parrocchia nell’ambito di un progetto che li occupa a livello lavorativo (almeno così ho capito dai soliti superficiali reportage), la soddisfazione di potere farsi un ristoratore bagno in piscina, resto sinceramente e letteralmente basito. Queste critiche arrivano a minacciare una sorta di inquisizione strisciante nei confronti di questo prete e della “sua dottrina”: andranno ad ascoltare le sue omelie e vigileranno sulle sue presunte eresie.

E chi sono questi assurdi defensor fidei? Per fortuna non si tratta di esponenti del Sant’Uffizio, sì quelli che fanno il mestiere di rompere i coglioni a chi vuole buttare la fede oltre l’ostacolo dell’egoismo, della ricchezza e del potere. Non si tratta nemmeno dei soliti nostalgici bigottoni, che si scandalizzano di tutto meno che dei propri intoccabili interessi condensati nel loro gonfio portafogli.

Non si tratta neanche del vescovo di Pistoia territorialmente competente, che ha espresso, in modo un tantino equivoco, la sua vicinanza e consonanza a questo prete di frontiera: manderà il suo vicario generale (chissà perché non trova il tempo di andarci lui personalmente) a concelebrare la messa festiva con questo prete nella parrocchia di Vicofaro. Penso che, in buona fede, intendesse così solidarizzare al massimo livello con il suo confratello, ma qualcuno ha intravisto in questa iniziativa la subdola volontà di controllare e supervisionare le messe e il comportamento di questo scomodo presbitero. A scanso di equivoci mi permetto di consigliare al vescovo di schierarsi apertamente e di condividere concretamente la testimonianza in mezzo ai profughi: a quel punto nessuno potrà ricamare illazioni.

Insomma da dove vengono queste critiche? Da Forza Nuova, vale a dire da un agguerrito, riciclato e strutturato covo di fascisti, in vena di coniugare Dio con Benito Mussolini, sfrontatamente capaci di nascondere il loro vomitevole razzismo dietro una fantomatica difesa della fede   cattolica. Roba da matti! Eppure c’è qualcuno (?) che va dietro questi imbecilli e li ritiene un avamposto della battaglia contro l’immigrazione clandestina e per la difesa dei nostri valori umani.

Intendiamoci bene: se Matteo Salvini, il leghista tutto d’un pezzo, il più bel populista del bigoncio tutto razza, patria e Chiesa, può permettersi di insolentire il Papa per le sue posizioni sullo Ius soli, ai militanti di Forza Nuova è lecito censurare un semplice prete di periferia, che se ne frega (giustamente) delle lungaggini e delle titubanze parlamentari   e mette in pratica tout court il dettato evangelico: “ero forestiero e mi avete accolto”.

Qual è comunque il filo che lega questi atteggiamenti insofferenti verso i preti che stanno dalla parte degli ultimi? Molto semplice, si tratta di autentico fascismo. Di fronte a queste dilaganti nostalgie mi sento di rispolverare un motto molto in voga nei cortei sessantottini: “fascisti carogne, tornate nelle fogne”. Quando ci vuole, ci vuole…

I cannoni e gli idranti

Alla fine degli anni sessanta-inizio anni settanta ricoprivo la modesta carica di segretario di una sezione Dc, nota per il suo orientamento di sinistra (una sezione Vietcong, si diceva allora). Durante una riunione venne fuori il discorso del disarmo della polizia, peraltro nei conflitti di lavoro: si alzò un iscritto e gridò a gran voce che lui alla polizia avrebbe dato i cannoni ed ebbe un seguito tale da riportare in breve tempo la sezione nelle rassicuranti mani della destra democristiana. Anche allora si speculava sulla paura della gente, non c’era il problema dei profughi, c’era il sessantotto con tutte le sue proteste studentesche ed operaie. Anche allora si fomentava l’ansia sociale per tradurla politicamente in reazione e conservazione.

La polizia respira questo esagerato desiderio di ordine e traduce, anche oggi checché ne dica il suo coccodrillesco capo Franco Gabrielli, questo sentimento in comportamenti esageratamente e spropositatamente forti: gli idranti contro i disgraziati che non sanno dove trovare un rifugio e occupano fabbricati e suolo pubblico. I benpensanti sostengono che la polizia deve far rispettare la legalità e infatti il prefetto, anzi la prefetta, di Roma ha dato l’ordine di sgombrare un palazzo in parte occupato da profughi e disperdere l’accampamento di (s)fortuna nei giardinetti di piazza Indipendenza. Un poliziotto con i gradi avrebbe addirittura incoraggiato gli agenti a reagire con violenza ad eventuali provocazioni (“questi devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa, spaccategli un braccio”). Sono curioso di vedere quali provvedimenti disciplinari verranno adottati nei confronti di questo funzionario così solerte. Per fortuna a questo incitamento di stampo fascista (bisogna pur chiamare le cose col loro nome…) ha fatto da contraltare il gesto di un poliziotto, che ha consolato con una carezza una rifugiata messa in grave difficoltà dalle sgombero effettuato. Le autorità emanano ordini sbrigativi e sgradevoli, i superiori non si fanno scrupoli, per fortuna chi esegue riesce a trovare un po’ di umanità anche nel bel mezzo degli scontri: uno smacco per chi comanda, un piccolo, grande gesto di solidarietà da chi (non) ubbidisce.

Di quanto sostiene il capo della polizia condivido una cosa: i problemi andrebbero affrontati e risolti a monte. Può infatti essere comodo scaricare le colpe sulla polizia che usa le maniere forti per arginare le esasperate proteste di gente che non sa dove sbattere la testa. Prima di dare quello scriteriato ordine di sgombero il prefetto doveva tentarle tutte coinvolgendo, governo, amministrazione comunale e regionale, volontariato, diocesi, Vaticano, Papa, etc. etc, non con burocratiche missive, ma con generosi interventi umani. Non può lavarsi le mani sostenendo, in una intervista a dir poco meramente burocratica, che non tocca al prefetto trovare assistenza e ricovero: fino a prova contraria il prefetto rappresenta lo Stato e quindi ha il “dovere” di cercare e proporre soluzioni, non solo di ordine pubblico, ma di carattere sostanziale. Il ministro abbia il coraggio di verificare se questa prefetta abbia fatto tutto quanto era in suo potere per evitare questa bruttissima pagina dei rapporti fra Stato e rifugiati o richiedenti asilo eritrei ed etiopi. Il ministro tenga sulla corda i funzionari pigri e imboscati, smuova quella burocrazia che pensa di risolvere i problemi con una circolare o, peggio ancora, con interventi di forza (lo Stato quando vuole essere forte, è allora che si dimostra debole).

È possibile che non si riesca a sbloccare una situazione del genere, che non si riesca a trovare un ricovero, anche se provvisorio, per questa gente disperata? Il governante deve rispettare le leggi, ma prima delle leggi vengono le persone, prima degli ordini viene il cuore, prima degli idranti viene il dialogo, prima della forza viene la ragione, prima della paura viene la solidarietà umana.

Non vorrei che l’adozione di queste maniere forti risentisse del clima antiterroristico, che in realtà non c’entra niente, ma psicologicamente sta condizionando un po’ tutti. Il ministro Minniti sta cercando di affrontare l’emergenza immigrazione con grande impegno, bisogna dargliene atto. Ha individuato alcune linee di comportamento interessanti, concrete, anche se in parte discutibili e ancora tutte da realizzare e verificare. Non mi cada però su queste bucce di banana. Ci risparmi gli attacchi ai poveracci: non si può attaccare con violenza i profughi, gente che ha sofferto e soffre, non si può essere intolleranti verso le loro trasgressioni. Non faccia la fine di Giuliano Amato, suo illustre predecessore, che voleva “dichiarare guerra” agli accattoni e che si sentì rinfacciare giustamente la corruzione promossa dal suo partito e da lui sopportata pazientemente per anni quando era nel “taschino” di Bettino Craxi. Quella pazienza, che aveva riservato alle malefatte di tangentopoli, non voleva accordarla ai fastidiosi poveracci che stendono la mano.

Minniti, Amato e Craxi a parte, sforziamoci di buttare il cuore oltre l’ostacolo, lasciamo stare gli idranti e i manganelli, rientriamo tutti nella ragionevole volontà di considerarci e rispettarci reciprocamente come esseri umani.

Il costume di pietà della contessa Rai

Nel primo anniversario del terremoto nel Centro-Italia, che purtroppo ha coinciso con il terremoto di Ischia, si è scatenata un’autentica sarabanda commemorativa promossa soprattutto dalla Rai. Non so quale sia stato l’effetto sui terremotati e non ho idea quale possa essere stato quello sull’opinione pubblica. Personalmente ho vissuto queste occasioni in modo molto distaccato, quasi, paradossalmente, con fastidio: questo per diversi motivi.

Innanzitutto il pesante bagno mediatico ha prodotto solo una vuota e formale risposta all’insistente grido delle vittime sopravvissute al cataclisma: “Non lasciateci soli, non dimenticatevi di noi”. Durante queste trasmissioni mi sembrava di essere in quei crocchi di persone che durante i funerali fanno quattro chiacchiere in ricordo del morto: tutto solo ed esclusivamente per poter dire io c’ero.

In secondo luogo parlare, parlare, parlare, non vuol dire essere attenti e ancor meno condividere, ma solo, come sosteneva il caro amico Gian Piero Rubiconi nei suoi “sparpagliati pensierini”, dare libero sfogo ai ciarlatani del ricordo, agli sciacalli   che si avventano sulla morte degli altri per lucrare da essa qualche riflesso che illumini la propria scialba esistenza.

In terzo luogo la Rai sta passando da un’estremità all’altra: un tempo l’ingessatura dei programmi era tale da non lasciare spazio nemmeno ai terremoti, ora i terremoti diventano il leit motiv dei palinsesti. Il perbenismo dilaga persino nella pubblicità inondata da messaggi a favore delle organizzazioni che combattono la fame e la miseria nel mondo (basta un sms, dicono queste promozioni). Tutto ciò assume il sapore di una riverniciatina di coscienza che lascia il tempo che trova. Nell’opera lirica “Andrea Chenier” di Umberto Giordano, la contessa di Coigny, di fronte alla ribellione di un suo servo contro l’indifferenza della nobiltà sorda verso le miserie dei poveracci, dice con scandalizzato sussiego: «Ed io, che tutti i giorni facevo l’elemosina e a non fare arrossire di sé la povertà perfin m’ho fatto un abito, costume di pietà».

In quarto luogo queste occasioni sono passerelle per i soliti commentatori che portano i soliti argomenti: un gioco allo scaricabarile tra esperti, politici e scienziati. Se ne esce con la testa confusa e con niente in mano.

Quando sui campi di calcio si dedicava un minuto di raccoglimento al ricordo di qualche personaggio (succede anche oggi con ancora maggior enfasi), al termine di questa brevissima interruzione ripartiva immediatamente l’urlo dei tifosi per l’incitamento delle squadre. Mio padre allora, che non si lasciava mai sfuggire l’occasione per bollare la retorica, era solito borbottare: «I fan a la zvèlta a scordäros di mòrt…». Esistono però due modi per dimenticare: rimuovere dalla memoria o far finta di ricordare. Per i terremotati si sta adottando la seconda strada, che è ancor peggio della prima. Basta chiacchiere quindi e ognuno faccia tutto quel che può per aiutare chi è in gravissime difficoltà.

 

Il boom dell’illegalità

All’inizio degli anni sessanta, ancora bambino, mi trasferii con la mia famiglia da un vecchio e decadente immobile, sito nel cuore dell’oltretorrente, a un appartamento nuovo di zecca classificabile nell’edilizia economica e popolare, ma comunque, per l’epoca all’inizio degli anni sessanta, dotato di tutti i comfort.

Dopo qualche tempo ci accorgemmo che una stanza era in estate più calda delle altre: niente di strano, pensammo, sicuramente era la più esposta al sole e quindi nella stagione estiva accumulava il conseguente calore. Ci consolammo pensando che in inverno sarebbe stata la stanza più calda. Manco per sogno, nella stagione invernale era la stanza più fredda e quindi bisognosa di riscaldamento. Mistero che tentammo di spiegare con le correnti d’aria, ma mia madre acutamente ci fece osservare che dalla finestra di quel locale non entrava aria, era quasi protetta: anche quell’ipotesi fu scartata e per diversi anni ci tenemmo con rassegnazione quella stanza misteriosa e poco accogliente.

Negli anni ottanta, divenuto adulto, proposi ai miei famigliari di verificare la possibilità di inoltrare al comune domanda di condono per sanare con una piccola penalità eventuali irregolarità edilizie contenute nell’appartamento, che, peraltro, avevamo acquistato dall’impresa costruttrice. Diedi l’incarico ad un collega geometra che istruì la pratica: sapete qual era la maggiore irregolarità o anomalia? Un muro perimetrale era molto più sottile di quanto progettato ed era proprio il muro esterno della stanza misteriosa, che lasciava passare caldo e freddo molto più di quanto sarebbe dovuto succedere. Risolto l’enigma anche se quella camera continua ad essere ancor oggi la meno confortevole.

Il racconto di questo piccolo aneddoto ha lo scopo   di evidenziare come negli anni del boom edilizio si costruisse con una certa disinvoltura al limite dell’irresponsabilità, aiutati dalla scarsa attenzione degli enti controllori, preoccupati di incrementare il volano economico che l’edilizia rappresentava per l’intera economia: l’importante era costruire, dare una casa dignitosa a che non l’aveva, far lavorare la gente, far circolare il denaro, creare benessere economico.

E la gente dove trovava le risorse per acquistare i nuovi alloggi? Anche dai guadagni che realizzava col duro lavoro di una miriade di piccole aziende artigiane a carattere famigliare, nelle cantine e nei garage delle grandi città, senza pagare tasse e contributi. Lo Stato sapeva, ma chiudeva gli occhi, l’importante era produrre, creare ricchezza, mettere in circolo danaro, consumare e investire. L’economia così tirava ed il benessere infatti non l’hanno creato l’Iri, l’Eni, la Fiat, ma i lavoranti in nero nelle cantine di Milano, Torino, Genova, etc.

E l’agricoltura? Venne sostenuta con agevolazione e soldi pubblici: gli affittuari vennero aiutati a comprare i poderi su cui lavoravano e anche l’imprenditoria agricola ebbe una spinta notevole per chi voleva rimanere nelle campagne, mentre per chi preferiva l’aria di città era possibile lavorare nell’industria. Un benessere gonfiato,   che viaggiava sui binari dell’illegalità, sull’urbanizzazione selvaggia e sull’evasione fiscale, che otteneva aiuti di stato diretti e indiretti.

Nel meridione la mafia seppe naturalmente sfruttare queste opportunità e il divario nord-sud si accrebbe con l’inevitabile migrazione interna, foriera di problemi notevoli a livello sociale.

Quando ci chiediamo il perché del pressappochismo urbanistico causa di disastri, quando ci scandalizziamo per il vergognoso fenomeno dell’evasione fiscale che condiziona il ruolo dello Stato, quando ci stupiamo dell’illegalità diffusa che caratterizza la nostra società, pensiamo allo scriteriato benessere di cui abbiamo usufruito in passato, costruito sulle fragili basi di cui sopra. I terremoti che sgretolano il nostro patrimonio edilizio, il debito pubblico che frena la ripresa della nostra economia, la corruzione che succhia risorse distogliendole da fini ben più positivi ci dovrebbero costringere all’autocritica, riandando indietro nel tempo e smettendola di scaricare le colpe solo su chi governa ed ha governato.

Non sarà facile cambiare registro. Il boom economico non si ripeterà. L’illegalità ci distruggerà. Smettiamola di piangere sul latte versato e di cadere dalle nuvole. Partiamo dall’onestà intellettuale di ammettere gli errori commessi nello sfruttare le situazioni contingenti rinviando al futuro le difficoltà. Il conto sta arrivando e non lo possiamo ritornare al mittente, anche perché trattasi di un ragioniere spietato che butta tutto all’aria.

L’urlo dei musulmani e le bombe dell’imam

Dovranno urlare con molta forza i musulmani di Spagna e di tutto il mondo per coprire il rumore delle bombe artigianali scoppiate nel covo terroristico organizzato a Barcellona da un imam, morto assieme ad altri correligionari nell’esplosione di un appartamento imbottito di bombole di gas da far scoppiare in ben altri luoghi e situazioni, uomo investito quindi di un compito religioso, pressappoco un prete musulmano per dirla con il nostro linguaggio.

Pur ammettendo che parlare di terrorismo islamico tout court sia una forzatura, pur capendo, per quanto mi è possibile nell’ignoranza religiosa che mi ritrovo, che la dottrina islamica non sia di per sé un invito alla violenza contro i non credenti, pur concedendo ai musulmani tutte le attenuanti di un passato storico vergognosamente a loro ostile, pur spazzando via tutti i luoghi comuni costruiti sui collegamenti tra migrazione e terrorismo, pur considerando i contesti socio-economici che possono in qualche misura favorire il cosiddetto radicamento, premessa al fanatismo terroristico, pur tenendo conto che in tutte le religioni esistono dei margini di equivoco tali da innescare devianze fanatiche (nel Vangelo non direi proprio, semmai nella Bibbia che, infatti, senza lo sbocco evangelico perde la sua affidabilità), c’è qualcosa di equivoco e di estremamente imbarazzante nel comportamento religioso dei musulmani a cominciare proprio dai loro imam, personaggi, in parecchi casi, assai discutibili nella loro predicazione e nella loro testimonianza.

Ha ragione Fra Francesco Patton, Custode francescano di Terra Santa quando afferma autorevolmente: «Bisogna capire se davvero la religione è la motivazione reale della guerra. Lo scontro del Medio oriente, ad esempio, è tutto interno all’Islam, tra sunniti e sciiti. Dall’esterno possiamo incidere poco. È invece dall’interno del mondo musulmano che può e deve venire la spinta al cambiamento. Penso che questo sia un compito delle autorità religiose e delle istituzioni culturali. È accaduto così anche nel mondo cristiano. La spinta al rinnovamento del Concilio Vaticano II è venuta dall’interno della Chiesa. Solo dall’interno può maturare una concezione dell’Islam che ripudi la guerra».

Non basta quindi gridare in piazza che “questo non è Islam” con riferimento agli attentati terroristici, non bastano le lacrime sincere delle donne velate, non bastano le loro giuste paure per la vendetta che cova nell’animo occidentale, non basta contare le innumerevoli vittime musulmane provocate dai fanatici stessi (a noi occidentali, che facciamo i perbenisti, purtroppo fanno lo stesso effetto delle vittime all’interno delle faide mafiose), non basta ammettere che in tutte le famiglie ci sono le pecore nere (sarebbe meglio dire che in tutte le comunità ci sono le famiglie nere), non basta!

Occorre qualcosa in più, da parte dei musulmani, più o meno integrati nel nostro sistema, e da parte nostra, più o meno disponibili a vivere in una società multirazziale, multiculturale e multireligiosa. Dice ancora Fra Patton: «Se ci combattiamo a colpi di rivincite storiche non se ne esce più». I musulmani taglino quindi ogni e qualsiasi legame con lo storico astio post-coloniale, rispettino la civiltà delle popolazioni in cui si sono inseriti, abbiano il coraggio di modernizzare la loro religione e di toglierla dagli equivoci. Noi occidentali non smettiamo di dialogare, di aprirci, di convivere in pace con questi nostri concittadini (ius soli concedendo). Abbandoniamo i tatticismi della realpolitik, le sporche convenienze economiche, le paure globalizzate, le illusioni dei muri e delle barriere. Il dialogo non ha alternative: o così o così!