Il gioco dell’oca dell’immigrato

Non era difficile immaginare che una certa politica di contenimento dell’immigrazione avrebbe avuto il triste contraccolpo dell’ammassamento dei profughi nei lager libici. Questi disperati, che vengono fermati dalla guardia costiera libica, ritornano all’inferno, anzi sono partiti dall’inferno dei loro luoghi di origine, hanno attraversato l’inferno dei trafficanti e approdano all’inferno dei campi di concentramento: una sorta di macabro gioco dell’oca dell’immigrato.

In questo momento l’Europa sta facendo la politica dello struzzo, mette la testa sotto la sabbia e riconsegna indirettamente i profughi ai loro carcerieri sperando così di risolvere il problema, facendo calare sì gli arrivi, evitando le morti in mare, ma sottoponendo questi disgraziati a torture, violenze, maltrattamenti e umiliazioni.

Non faccio fatica a credere al rapporto e alle accuse di “Medici senza frontiere”. Un paese come la Libia, dilaniato da lotte tribali, diviso in due tronconi, senza uno straccio di classe dirigente, non è in grado di gestire l’emergenza immigrazione. Anche gli eventuali aiuti economici rischiano di essere ininfluenti e di non creare alcun sollievo ai migranti accatastati nei centri di detenzione in attesa di un impossibile ritorno nei loro Paesi.

Penso, spero di sbagliare, che anche in Turchia la situazione non sia molto diversa. Tramite Turchia e Libia stiamo riuscendo a bloccare i traffici, ma non stiamo affatto risolvendo o avviando a soluzione il problema.   Agli annosi ritardi accumulati nella politica verso i Paesi sottosviluppati, aggiungiamo la pretesa di recuperare gli errori e le situazioni drammatiche, allontanando dalle nostre coste la pressione, ributtando indietro i fuggitivi e spostando il tutto in campo neutro.

Come minimo bisognerebbe avere il coraggio di controllare veramente quanto succede in questi luoghi di decantazione del problema e non limitarsi a prendere atto con soddisfazione dei risultati ottenuti in mare. Il problema è enorme e nessuno ha la ricetta in tasca. Però l’Europa deve trovare una politica comune che ripartisca equamente i sacrifici, deve stanziare le risorse materiali e umane necessarie, deve “intromettersi” in questi Stati per favorirne un minimo di responsabilizzazione democratica, deve guardare meno alle urne elettorali e più alla gente che soffre e muore, deve riuscire a rasserenare il clima tranquillizzando i “poveri nostrani” e togliendoli dall’inganno della contrapposizione ai ”poveri stranieri”, deve cessare di rincorrere i fantasmi populistici per battere i populismi, deve parlare chiaro ai cittadini senza nascondere i problemi e la verità.

Se sapessimo riflettere di fronte all’orrore dei morti in mare, dei profughi sfruttati dai trafficanti, delle torture inferte ai migranti intercettati e riportati indietro, se alla sera, prima di addormentarci, avessimo il coraggio di pensare a come (non) dormiranno gli ospiti (?) dei campi di concentramento in Libia e forse anche nei centri di accoglienza in Italia, i Salvini di turno dovrebbero cambiare mestiere, gli imprenditori della paura dovrebbero rischiare sulla propria pelle e non speculare su quella degli altri, i politici tutti dovrebbero aprire la mente e il cuore e fare fino in fondo il proprio dovere.

Non parto però dai politici, ma dai singoli cittadini che devono smetterla di mentire spudoratamente a loro stessi criminalizzando un fenomeno che, se di criminale ha qualcosa, dipende in tutto e per tutto anche dal nostro passato e dal nostro presente. È comodo scandalizzarsi se delinque un immigrato e sorvolare sulla delinquenza nostrana a tutti i livelli; è scorretto pensare che chi ha fame voglia rubarci il pane; è inaccettabile far finta di credere che i migranti siano terroristi camuffati da poveracci. Sconfiggiamo questi vergognosi luoghi comuni. Poi potremo discutere seriamente e pretendere che la politica faccia la sua parte, che è anche la nostra parte.

La marcia dell’antistoria

L’Italia è il più bel paese del mondo, non la cambierei con nessun altro, ma diamoci una regolata: dove vogliamo andare? Stiamo ben attenti perché qualcuno ci convoca per rifare la marcia su Roma il 28 ottobre prossimo. A Parma, qualche anziano cade ancora, in buona fede, nell’errore di chiamare piazza 28 ottobre l’attuale piazza Giacomo Matteotti. Fare casino su tutto e su tutti porta anche a queste assurdità: non quella di sbagliare il nome di una piazza, ma quella di sbagliare il verso della storia. Non ci manca più che rimettere in discussione l’articolo uno della Costituzione in nome della libertà di essere fascisti o nazi-fascisti. Un movimento lo si trova sempre, anzi c’è già e si chiama Forza nuova. Qualche imbecille disposto ad andare in strada a sbraitare slogan mussoliniani ed a fare saluti romani c’è, eccome. Parecchi soggetti violenti, dipendenti visceralmente dai propri impulsi incontrollati, non aspettano che l’occasione per sfogarsi.

Se fossero episodi marginali, particolari e isolati, ci sarebbe da ridere o piangere a seconda dei gusti. Se invece li contestualizziamo c’è di che preoccuparsi. La deriva razzista parte in quarta dagli Usa di Donald Trump, dove si sta spegnendo il sogno di 800 mila figli di clandestini regolarizzati provvisoriamente, che rischiano di essere mandati paradossalmente nei Paesi di origine dei loro genitori, a loro (quasi) totalmente sconosciuti; dove si vogliono alzare veri e propri muri verso il Messico; dove si vuole bloccare l’ingresso di persone provenienti da Paesi in odore di terrorismo. Negli Stati Uniti un tempo non entravano i comunisti, oggi il comunista più potente e vomitevole del mondo, Vladimir Putin, gioca a scacchi con Trump e non entrano, addirittura escono i poveri diavoli. Come cambia il mondo!

I Paesi dell’Est europeo, facenti parte un tempo del blocco comunista, dove la gente scappava verso ovest per sottrarsi al gioco totalitario, oggi, dopo essere stati accolti fin troppo rapidamente nella Ue e goderne gli aiuti, si permettono il lusso di chiudere le porte ai disgraziati africani e non c’è verso di farli ragionare, perché non retrocedono nemmeno di fronte alle sentenze della Corte Ue, che impone a tutti gli Stati membri il rispetto dei patti in materia di ripartizione dei migranti.

In Francia si insiste nell’assurda e inapplicabile distinzione tra profughi e migranti economici, come se chi scappa dalla guerra fosse da considerare un uomo di serie A, mentre chi fugge dalla miseria e dalla fame fosse una persona di serie B.

In Germania dopo avere svenduto con i soldi europei una buona fetta di immigrati alla Turchia, si balla nel manico e si rivedono le precedenti aperture fin troppo spinte. La Gran Bretagna è scappata dalla Ue soprattutto a causa del problema migranti ed è tutto dire.

L’Italia, che fino ad ora si era distinta per l’atteggiamento aperto e disponibile, in mezzo ad un’azione seriamente impegnata, sta tuttavia spostando i discorsi sotto il tappeto libico e balbetta persino sullo Ius soli, un provvedimento di civiltà molto simile a quanto fece, seppure non in via definitiva, Barak Obama con una direttiva a favore dei baby migranti (oggi in via di revoca da parte dell’amministrazione Trump).

Questo è, più o meno, il contesto sostanzialmente razzista in cui ci troviamo. Ebbene qualcuno si alza un bel mattino e convoca una marcia su Roma in nome del fascismo, che aveva nel razzismo uno dei suoi connotati principali. Il conto purtroppo si chiude in “nero”. È possibile ricadere all’indietro fino al punto di rimpiangere la dittatura fascista? Sembrerebbe proprio di sì. Non credo si tratti di intervenire legislativamente e/o per fare rispettare le leggi esistenti: anche questo serve. Mi sembra una questione culturale, che richiede discorsi molto più impegnativi. Forse si tratta di rivedere il concetto di democrazia, non più inteso solo nella difesa delle libertà individuali e collettive, ma aperto sugli scenari mondiali del progresso dei popoli e delle genti tutte.

Interroghiamoci seriamente, non giochiamo con le paure, non andiamo al ballo mascherato della storia passata. Vogliamo ragionare o ci stiamo bevendo il cervello?

 

Se il diluvio è universale, globalizziamo la solidarietà

Tra un diluvio e un terremoto, tra un uragano e uno tsunami, tra un ciclone e un’alluvione, tra piogge distruttive e siccità: ogni giorno ha la sua immensa pena atmosferica. Resto, come tutti, impressionato e paralizzato di fronte a questa successione di eventi che ci colpiscono. Poi mi faccio qualche domanda e azzardo qualche risposta.

In alcuni casi la furia degli eventi è complicata e aggravata dall’opera dell’uomo che ha fatto e fa un uso scriteriato della natura. Al di là del comportamento umano c’è l’ineluttabile forza della natura che ci dona tutto, ma in un attimo ce lo può togliere.

Tutto ciò, se lo vogliamo capire, ci fa sentire piccoli, ridimensiona le nostre assurde certezze e sicurezze, precarizza la nostra esistenza, rimette le cose in un certo (dis)ordine, può addirittura creare un senso di colpa nelle vittime dei cataclismi.

Gesù, interrogato al riguardo, si limitò ad escludere categoricamente un interpretazione disciplinare delle catastrofi e invitò tutti alla conversione pena il vero disastro, quello dell’uomo.

Se vogliamo quindi metterla sul piano religioso, i disastri ambientali non sono castighi divini; se vogliamo rimanere rigorosamente coi piedi in terra, non possono essere spiegati solo come autoflagellazioni dell’uomo egoista e distruttivo. Non ci troviamo in presenza di un diluvio universale a rate, né di una paradossale e squilibrata guerra continua tra l’uomo e la natura.

Qualcosa però questi eventi devono dirci, non è possibile accettarli supinamente o rimuoverli comodamente. Le reazioni spontanee vanno dalla rassegnazione alla maledizione, dal fregarsene bellamente fino al prossimo cataclisma che ci tocchi direttamente al lasciare che ognuno si gratti il proprio disastro.

Innanzitutto è ora che interrompiamo ogni e qualsiasi comportamento, che possa, direttamente o indirettamente, a breve o a lungo termine, compromettere i meccanismi della natura, la quale, se non viene rispettata, trova il modo di farsi rispettare.

In secondo luogo la scienza anziché essere orientata al mero sfruttamento speculativo della natura dovrebbe occuparsi anche e soprattutto della salvaguardia dell’ambiente naturale: siamo capacissimi di costruire armamenti sempre più sofisticati, ma difettiamo nella ricerca finalizzata al bene comune.

In terzo luogo dobbiamo globalizzare la solidarietà, condividere le difficoltà, prevedere una sorta di protezione civile internazionale che soccorra quanti restano vittime degli eventi calamitosi.

L’economia aziendale prevede che quando le cose vanno bene si accantonino utili nei fondi di riserva a copertura di perdite future e da reinvestire per migliorare e sviluppare l’attività. Se globalizziamo questo elementare concetto faremo qualcosa di serio a livello planetario, della serie “aiutati che il ciel ti aiuta”.

Nella mia notevole frequentazione, a livello professionale, con gli agricoltori sono sempre rimasto colpito dal loro atteggiamento di fronte agli andamenti stagionali sfavorevoli se non addirittura disastrosi. Niente imprecazioni, niente “piove governo ladro”, niente rassegnazione, solo rimboccarsi le maniche e guardare il tutto con occhio lungo e largo.

A tale proposito ricordo quanto diceva un caro amico, appartenente appunto alla categoria degli imprenditori agricoli, di fronte alla siccità e ad altri fenomeni naturali anomali: «Un tempo, quando succedevano simili eventi, voleva dire patire la fame, oggi ce la possiamo cavare guadagnando un po’ meno o compensando le perdite attuali con gli utili pregressi». Una magistrale e completa sintesi di quanto suddetto.

Ci vorrebbe un vaccino contro la demagogia

Ho un ricordo abbastanza preciso della mia vaccinazione antivaiolosa: non ricordo l’età (eravamo comunque all’inizio degli anni cinquanta), rammento lo stile arcigno dell’anziana dottoressa incaricata, la mia normale paura aumentata dagli strilli degli altri bambini vaccinati prima di me, le perplessità di alcune mamme molto simili a quelle odierne nei confronti dei vaccini, che nel frattempo sono fortunatamente cresciuti di numero e di efficacia.

Devo dire la verità: anche se non sono un credente assoluto nella scienza medica (la mia fede totale la ripongo, a fatica, solo in Dio), ritengo che il discorso dei vaccini non possa essere messo in discussione e che, quindi, il movimento no vax non abbia ragioni sostanziali e motivazioni plausibili. Puzza molto di strumentale la contrapposizione fra lo Stato che determina l’obbligo per i vaccini e alcune regioni (Veneto e Lombardia), che menano il can per l’aia e si schierano più o meno contro la coercizione e a favore del metodo del dialogo e del convincimento.

Mi sembra che la legge fissi un obbligo, oserei dire scontato, e preveda le eccezioni in casi particolari e motivati di incompatibilità, allergie e contro-indicazioni precise (al riguardo ne so qualcosa essendo un soggetto portatore di numerose allergie verso farmaci ed antibiotici). Non sono un costituzionalista, ma ritengo che queste possibili contrapposizioni legislative tra Stato e Regioni vadano eliminate: non è possibile che in Emilia le vaccinazioni siano obbligatorie mentre in Veneto no. Non si tratta di autonomia regionale, si tratta di demenziale governo della salute pubblica.

Tutti vogliono fare i primi della classe. Mi sembra che si debba portare almeno rispetto ai percorsi scientifici e agli scienziati che ci hanno messo a disposizione questi strumenti, senza voler invertire il progresso scientifico. Ma “il bello” viene quando ci scandalizziamo per la morte di una bambina a causa della malaria, buttiamo la croce addosso a chi non l’ha saputa difendere, analizzare e curare e poi, quando abbiamo gli strumenti per immunizzarci rispetto a certe malattie facciamo gli schizzinosi, gridiamo al golpe scientifico, agli sporchi interessi dell’industri farmaceutica, alla violazione della libertà.

Abbiamo il gusto della polemica fine a se stessa, vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca, politicizziamo tutto, persino i vaccini, e poi ci lamentiamo della politica invadente; vagheggiamo un governo di tecnici e poi ai tecnici non crediamo nemmeno se trattasi di autorevolissimi esponenti della comunità scientifica; ci lamentiamo dei ministri inconcludenti e fannulloni e poi se osano intervenire su questioni di primaria importanza ci appelliamo all’autonomia regionale e alla libertà personale; non ci rassegniamo (giustamente) a morire di malattia e poi non vogliamo prevenire le malattie stesse, temendo i rischi di vaccini e farmaci di cui peraltro facciamo un uso personale spropositato e ingiustificato; vogliamo sempre trovare un colpevole (il sistema sanitario ha indubbiamente parecchie colpe), poi, quando si vogliono mettere in atto barriere contro i rischi di infezioni pericolose o letali, arricciamo il naso e tiriamo in ballo l’impurità dei vaccini (chi deve controllare lo faccia, ma è tutto un altro discorso: sarebbe come rifiutarsi di mangiare la carne perché in certi casi è stata trovata inquinata.

C’è però anche uno strano link fra i due discorsi, quello dei vaccini e quello della malaria: qualcuno infatti è arrivato al punto da lasciare intendere che la morte della bambina per malaria possa essere in qualche modo conseguenza deleteria della vaccinazione a cui era stata sottoposta. Non capisco quale possa essere il collegamento, forse lo scombussolamento del sistema immunitario potrebbe avere esposto la piccola a questa contaminazione? Siamo ad un passo dal fanatismo, dall’isteria. Sotto sotto ci puzza di politica, infatti qualcun altro non esita a colpevolizzare i migranti rei di esportare malattie in cambio della nostra accoglienza. Cosa importa se la malaria si contrae dagli insetti? Le zanzare killer sarebbero al seguito dei profughi. Siamo a metà strada fra la follia e la demagogia. Di questo passo moriremo tutti di fame, di malattie e di paure. E ce lo saremo ampiamente meritato.

Tra l’Onu e niént da sén’na…

Non so se capita solo a me, ma, quando nei telegiornali sento parlare di Onu e di riunione del suo Consiglio di sicurezza, mi viene spontaneo cambiare canale. Se non si vuole   risolvere un problema si costituisce una commissione ad hoc, se non si vuole risolvere un problema internazionale si fa una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Questo organismo, a cui dovrebbero essere delegate le questioni più spinose relative ai rapporti fra le nazioni del mondo, si riduce infatti a una palestra di inconcludente diplomazia, in cui si esercitano le grandi potenze con abbondanti schermaglie, che lasciano le cose come stanno o addirittura rischiano di peggiorarle.

Se aspettiamo che i grandi seduti attorno al tavolo, ovale, rotondo o quadrato che sia, risolvano i problemi mondiali, stiamo proprio freschi. A parte l’anacronistico e paralizzante diritto di veto, quelle riunioni assomigliano in tutto a una infinita partita a scacchi dove non si sa chi sia il Re e la Regina, ma forse si capisce molto bene chi sono le semplici pedine. Tra queste ultime metto certamente la Corea del Nord col suo ineffabile e paffuto Kim Jong-un: se Russia, Cina e Stati Uniti avessero fra di loro un minimo di spirito collaborativo, questo assurdo leader potrebbe andare tranquillamente a giocare a flipper anziché divertirsi con i missili e le bombe nucleari. Ma fa comodo, ora alla Cina per dimostrare che è diventata a tutti gli effetti una superpotenza competitiva e decisiva, alla Russia per significare che senza Putin non si combina nulla, agli Usa per fornire l’alibi alla mostra dei muscoli gonfiati di Donald Trump.

Le sanzioni sono da sempre una misura inutile e dannosa per la convivenza pacifica: fanno scontare ai sudditi le colpe dei loro capi, rinsaldano al potere i dittatori sparsi per il mondo, danneggiano tutto e tutti, creano solo confusione e ingiustizie, vengono platealmente violate soprattutto a livello di rifornimento di armi.

Mi sto chiedendo se Kim Jong-un stia sfuggendo di mano ai suoi alterni burattinai. La differenza infatti tra gli equilibri del terrore passati e quelli presenti sta tutta nell’autorevolezza e nella ragionevolezza dei contendenti. Fino ad ora avevo la sensazione che sapessero almeno quando era ora di smetterla di giocare alla guerra e di fare sul serio. Sul senso di responsabilità di Putin, Trump e Xi Jinping non scommetto neanche un euro; i Brics li ritengo dei bric-à-brac e poi di bricchi preferisco quelli del latte.

Si parla di attacchi preventivi, roba da far accapponare la pelle. Il più è cominciare poi… anche l’Iran è un’altra Corea dietro l’angolo del trumpismo, gli Hezbollah del Libano rompono i coglioni a Israele…

L’Europa conta come il due di coppe e sta a guardare tutta compresa nei casini delle proprie porte girevoli, nelle chiacchiere sul problema migranti e sulle perpetue tornate elettorali dei suoi Stati-membro. Il Giappone trema, la Corea del Sud nicchia etc. etc.

L’unica speranza è che la crescente pluralità di protagonisti significativi possa in qualche modo abbassare la posta in palio e spiazzare la Corea del Nord. Come quando in una famiglia si litiga talmente tanto e tutti contro tutti da finire col prenderci l’abitudine, riuscendo a convivere e frenando indirettamente le intemperanze dei più scalmanati. Certo che ridurre la politica internazionale a rissa da cortile è molto rischioso oltre che vergognoso. Altro che realpolitik…

Tornando all’Onu, questo organismo pletorico e inconcludente, mi viene da concludere con un’amara battuta parmigiana: “tra l’Onu e niént da sén’na…”.

 

 

La disintossicazione dalla politica politicante

La lingua batte dove il dente duole…Continua la riflessione sulla politica ciarlatana e sul rischio della fuga qualunquista. Non so se sia colpa del caldo (soffro anche se ammetto che non ci sia niente di straordinario se d’estate si suda), ma faccio una fatica enorme a seguire la politica sui giornali e sulle televisioni: un senso di sazietà che rischia di portarmi progressivamente e pericolosamente al rifiuto. Sto diventando un qualunquista? Dal momento che il torto e la ragione non stanno sempre e solo da una parte, sicuramente io avrò le mie colpe, ma anche i politici e i politicanti hanno le loro.

Comincio onestamente dalla mia sponda per ammettere che col passare degli anni sono portato a un po’ di pigrizia mescolata a presunzione: la stanchezza di affrontare gli enormi problemi della nostra società, obiettivamente oltre la mia portata,   la presunzione di affrontare argomenti e discorsi già sentiti e risentiti. Queste sensazioni dovrebbero essere convertite in saggezza, ma non è facile e allora rischiano di afflosciare la volontà e la combattività per lasciare posto alla superba rassegnazione.

Lascio da parte la psicologia e vengo all’altra sponda: il dibattito politico. Chi scrive, molto spesso lo fa per mera routine giornalistica o editorialistica. Chi parla, lo fa per spettacolarizzare il proprio operato e le proprie idee. Il tutto crea un clima insopportabile e inagibile. Parlando con amici e conoscenti raccolgo adesioni convinte in tal senso. Qualcuno da parecchio tempo mi ha autorevolmente consigliato di ridurre allo stretto necessario la lettura dei giornali per privilegiare quella a livello di saggistica storica di alto bordo e di narrativa. Finora però la tentazione di rimanere al passo con la cronaca mi ha frenato e incollato ai giornali.

Nella mia vita, purtroppo, ho assunto le decisioni importanti sull’onda (meglio dire sotto l’onda) traboccante degli eventi: forse sta succedendo così anche per la politica. Sono tanti e tali le cazzate che girano da indurmi ad un significativo passo indietro. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. È opportuno piegarsi a leggere le strategie del centro destra italiano, tra personaggi squallidi o improvvisati che pontificano sul nulla, oppure è meglio approfondire il ruolo storico della destra fra liberalismo, conservatorismo e estremismo? Lo stesso discorso, fatte le debite differenze, può valere per il centro-sinistra. È inutile perdersi dietro le stramberie di Beppe Grillo: meglio studiare i rapporti storici fra democrazia, partecipazione, popolarismo e populismo. Poi magari, solo per rilassarsi e sorridere, si può anche leggere di Berlusconi, Salvini, Grillo; per incazzarsi meglio Bersani e D’Alema; per stordirsi pensare a Renzi.

Proposito post-ferragostano: una terapia sperimentale a scalare. Non mancherò di tenere informati i miei scarsi ma carissimi lettori sugli effetti. Ogni cura ne ha di collaterali: speriamo che, nel mio caso, non si scateni una vera e propria reazione allergica alla politica. Per uno come me sarebbe un autentico disastro culturale ed un fallimento qualunquista. Ho avuto educatori esemplari al riguardo: mi sapranno salvare?!

 

Il razzismo non dipende dalla paura, ma fa paura

Stavo verificando la presenza del segnale ballerino sul canale di Tv Parma, quando mi sono imbattuto nello sproloquio versiliano di Matteo Salvini. L’impulso è stato di cambiare immediatamente canale, ma ho disgraziatamente resistito spinto dall’intenzione di farmi quattro risate al bar della Lega in compagnia del suo capo. Eravamo effettivamente al bar, i discorsi erano perfettamente ambientabili in tale contesto. Della gloriosa (?) Lega bossiana non c’era più niente. Dall’indipendentismo si è passati al nazionalismo, dall’autonomismo al razzismo, dall’antifascismo al fascismo: un pistolotto sconcertante zeppo di assurdi riferimenti all’attualità. Sembrava di essere in un altro mondo, altro rispetto alla mia mentalità e sensibilità, perfettamente in linea con l’andazzo socio-culturale.

Un piccolo emblematico episodio, una farneticazione politica che dimostra un fatto: è inutile girarci intorno, siamo in presenza di un pericoloso rigurgito fascista , razzista con venature naziste. La tendenza a scaricare sui neri immigrati, più o meno clandestini, i nostri problemi di delinquenza e di violenza sulle donne, sfogare sui ragazzi di colore il bullismo giovanile nostrano, ascrivere la mancanza di lavoro all’invadente presenza dei migranti, gridare all’invasore che mette a repentaglio l’incolumità delle nostre donne, fomentare la paura dell’uomo nero come si fa con i bambini, riportare i conflitti sociali alla guerra tra italiani e stranieri, motivare tutte le nostre insicurezze con la presenza fastidiosa, pericolosa, deleteria dei clandestini pronti a delinquere: sono tutti atteggiamenti che stanno prendendo sempre più corpo e che ci riportano a idee e climi sostanzialmente fascisti.

Da una parte non bisogna drammatizzare, ma dall’altra è necessario non sottovalutare la situazione. I singoli episodi, presi separatamente, possono essere snobbati e sepolti sotto le nostre risate. Se invece li prendiamo nel loro complesso e li analizziamo alla luce di quanto stanno predicando certe forze politiche, non c’è niente da ridere, semmai c’è tutto da piangere. Non si può neanche minimamente giustificare questa deriva razzista con i timori e le paure di una società che si vedrebbe messa in discussione dalle ondate dei barbari invasori. Non scherziamo col fuoco, perché da cosa nasce cosa, dalla giustificazione di assurde paure si arriva alla colpevolizzazione sic et simpliciter dei migranti, dalla colpevolizzazione è un attimo passare all’aggressione, dall’aggressione si arriva alla guerra, dalla guerra si arriva al disastro.

Non mi convincono le discussioni astratte sui confini tra legalità e solidarietà, sul diritto di una comunità a difendere le condizioni della propria riproduzione sociale, della propria continuità civile ed amministrativa che troverebbe una eccezione solo nelle emergenze umanitarie dei rifugiati politici, dei profughi forzati da circostanze eccezionali (vedi Giancarlo Borsetti che pone la questione in termini civilmente ed appassionatamente dialogici su la Repubblica del 02 settembre 2017).

Si afferma che la miglior difesa è l’attacco: nel caso in questione potrebbe significare che per difendersi dall’invadenza migratoria bisogna criminalizzare gli immigrati. Parafrasando questa regola mi sento invece di affermare paradossalmente che la miglior difesa sta nel non chiudersi in difesa di noi stessi, ma nell’aprirsi agli altri: con tutte le cautele dettate dal buon senso e dalle buone intenzioni tradotte in scelte politiche lungimiranti e solidaristiche, s’intende (a tale proposito il vescovo di Parma Benito Cocchi diceva che per fare il bene non basta volerlo, bisogna essere anche capaci di farlo), ma senza chiudere le porte col primo pretesto che si presenta.

Se non esiste un diritto assoluto all’immigrazione, non esiste nemmeno un diritto assoluto a respingere quanti chiedono accoglienza. Nella civiltà greca era previsto un diritto assoluto all’ospitalità, che era considerata sacra. Non vorrei che al fine di recuperare consenso in un clima di tensione sociale finissimo col giustificare le pulsioni razziali che vengono ben prima dell’immigrazione. La storia insegna che i regimi nazifascisti si sono incardinati speculando sulle paure dei diversi ed in un certo senso, a parti invertite, è stato così anche per i regimi comunisti. I regimi sono proprio la degenerazione dei sistemi politici, impazziti a causa dell’insicurezza creata dallo scombinamento sociale. Un manifesto oggi, un cartello domani, un video dopodomani, un’aggressione fra qualche giorno, una spedizione punitiva la prossima settimana, rischiamo di scivolare in un clima razzista “bello e buono”. Dietro tutto ciò c’è una mentalità egoistica che sta ritrovando spazio. Una spruzzata di prezzemolo salviniano (e non solo…) insaporisce il tutto e rende il piatto non indigesto, ma vomitevole.

 

 

Numero chiuso, cervello aperto

Il mio curriculum scolastico, che risale purtroppo alla notte dei tempi, si è svolto tutto all’insegna della selezione. Avevo appena dieci anni ed alla fine della scuola elementare fui preso e sbattuto in pasto a una schiera di professori a me sconosciuti, che mi fece il cosiddetto esame di ammissione alla scuola media inferiore (allora non ancora unificata) pena il ripiego verso la scuola professionale. Lo ricordo come l’esame più difficile e impegnativo della mia vita: due prove scritte (un dettato e un tema); una massacrante prova orale (italiano, storia, geografia, matematica); una severa ed esagerata radiografia per un bambino abituato al clima familiare della scuola elementare. Lo superai anche se non a pieni voti. Frequentai la scuola media con programmi massacranti (latino a tutta canna) ed alla fine, dopo un altro duro esame di licenza dovetti scegliere la scuola superiore. Lì scattò la selezione economica: le condizioni della mia famiglia mi imposero la scelta di un percorso breve e fu “ragioneria”. Ottenuto brillantemente il diploma di ragioniere dopo aver sostenuto un esame molto pesante (quattro prove scritte, due prove orali con interrogazioni per ogni singola materia e su programmi in certi casi addirittura pluriennali), decisi di accedere all’università, ma la selezione spuntava ancora una volta. Dato il mio titolo di studio di scuola media superiore, non potevo scegliere che tre facoltà: economia e commercio, sociologia (a Trento), lingue orientali (a Verona). Decisi di frequentare economia a Parma. Per mia fortuna   scartai sociologia in quel di Trento, che divenne fucina di “brigatisti rossi”: conoscendomi avrei potuto benissimo cascarci dentro, visto il mio spirito critico e la mia mentalità, che, ebbero altri sbocchi non violenti. Per lingue orientali era troppo presto. Pensavo di abbinare lavoro e studio: ci provai, ma non ci riuscii e allora chiesi un grosso sacrificio alla mia famiglia che mi sostenne in un percorso universitario in tempi stretti ed ultrapieni. Arrivò la laurea e il successivo soddisfacente e tempestivo inserimento nel mondo del lavoro (altri e bei tempi in questo senso).

Conclusione: io sì che me ne intendo di scuola selettiva e di numero chiuso! Il bello è che a breve distanza rispetto al mio difficile cammino la scuola media si unificò, l’esame di stato si trasformò in una quasi passeggiata e le facoltà universitarie vennero drasticamente liberalizzate. Troppo tardi per me, tanto meglio per quanti vennero dopo di me.

Come quasi sempre succede, si passò però da un’estremità all’altra. Poi arrivò, nel 2000, la riforma universitaria del “3+2”, vale a dire con laurea breve e laurea cosiddetta magistrale: detto brutalmente   laureati di serie B che dovevano entrare alla svelta nel mondo del lavoro e laureati di serie A che ci dovevano entrare dopo un supplemento di preparazione. Arriviamo ai numeri chiusi e programmati per arginare alla meglio   l’alluvione di iscrizioni alla viva il rettore. Non entro nel merito e faccio solo due riflessioni.

Chi parla oggi di scuola di classe o di università d’élite mente spudoratamente: chi ha voglia di studiare lo può fare, chi abbandona l’università lo fa non costretto dalle ristrettezze economiche ma dalla propria scarsa propensione allo studio. Semmai ci sarebbe da discutere sui sacrifici a fondo perduto “imposti” da giovani sfaticati alle loro famiglie: quanti studenti che non studiano e quanti genitori che pagano e tacciono facendo finta di non vedere (i miei genitori non mi avrebbero consentito perdite di tempo, lungaggini, ripensamenti, etc.).

Che l’università sia dequalificata, disorganizzata, burocratizzata, non sono in grado di verificarlo: ho sempre avuto e mantengo un deferente rispetto verso il mondo accademico anche se lo so percorso da lotte intestine e da questioni di carriera e di potere (in fin dei conti l’Università non è e non può essere la perfetta anticamera di una società imperfetta…). Tutte le riforme scolastiche sono sbagliate? Non sarà forse sbagliato l’approccio poco impegnato degli studenti, quello poco disponibile dei docenti e quello fazioso delle famiglie?

Se la selezione ha da essere la si faccia però con un “challenge in progress” (la pallavolo mi sta contagiando…), vale a dire con verifiche approfondite che tengano conto di tutto il curriculum dello studente e non sottoponendolo alla (quasi) lotteria dei test.

Stringi stringi il problema tuttavia, a mio giudizio, sta nel rapporto col mondo del lavoro: bisogna trovare la possibilità di rendere compatibili le libere opzioni teoriche degli studenti con le effettive possibilità di sbocchi professionali. Che un giovane possa scegliere l’indirizzo di studi a lui congeniale è più che opportuno e molto positivo per tutti. Forse però stiamo esagerando e indirettamente ipotizzando una società di filosofi, psicologi, sociologi, medici. Lo studente e la sua famiglia devono scendere dalle nuvole: la società è complessa e l’inserimento lavorativo non è in discesa. Bisogna fare sintesi. Ho richiamato la mia esperienza perché, se da una parte suscita parecchi rimpianti e mi ha lasciato sul campo qualche frustrazione, in pratica dimostra come sia possibile coniugare, seppure a fatica e con qualche rinuncia, i propri sacrosanti desideri con le possibilità economiche familiari e soprattutto con quelle lavorative. Sì, perché la Repubblica italiana è fondata sul lavoro e lo studio ne è la prefazione e non la postfazione.

La palla che vola al di sopra delle beghe sportive

Ho seguito in televisione le gare dei campionati europei di pallavolo maschile, un po’ per celia sugli effetti del caldo soffocante di questa interminabile estate, un po’ per non morire nell’opprimente clima affaristico del calcio-mercato. Ho cominciato mosso dall’onda dei ricordi, perché la pallavolo è lo sport che si impara e si pratica nelle palestre scolastiche, poi pian piano mi sono appassionato e divertito, indipendentemente dal risultato non molto soddisfacente, ottenuto dalla nostra squadra nazionale.

Chi legge si chiederà cosa ci sia di strano e di rilevante in questa esperienza da telespettatore sportivo, tale da indurmi ad inserirla nella mia cronologica trattazione. Non certo un appagante diversivo ai gravi problemi che ci opprimono: lo sport non dovrebbe infatti mai essere un’evasione dalla realtà, ma un modo per riempirla di contenuti agonistici. Non certo una manifestazione di puro tifo anche perché la pallavolo non si presta a questi sfoghi, monopolio indiscutibile del foot-ball giocato a tutti i livelli: le partite tra squadre di ragazzini scatenano spesso assurde risse fra genitori, le partite delle serie inferiori inducono nella tentazione di violenti scontri campanilistici, le partite di serie A arrivano persino a combattimenti fra ultras di opposte fazioni a sfondo politico nonché a sfoghi culminanti in cori razzisti, le partite internazionali rispolverano i fantasmi nazionalisti e guerrafondai. Tutto alla faccia dello sport che dovrebbe affratellare le persone e le genti, educandole al dialogo ed alla sana competizione.

L’anomalia che ho colto e che intendo esprimere consiste nel clima sereno e leale che si notava in queste palestre (senza indulgere all’enfasi retorica del volley che ha sicuramente i suoi pregi e i suoi difetti): niente proteste verso gli arbitri, l’attesa disciplinata del responso della moviola ripetutamente richiesta dagli allenatori delle squadre in campo, la festosa cornice di pubblico prevalentemente giovanile e femminile, il rispetto reciproco degli atleti vincenti e perdenti emergente da un fin troppo insistito rituale nello scambio di complimenti e di incoraggiamenti, il combattere fino in fondo senza ostruzionismi e senza drammi, il rapporto serio, rispettoso e cordiale tra allenatori e giocatori, una rara combinazione tra serietà professionistica ed appassionato divertimento. Persino le petulanti telecronache ed i commenti stereotipati o imbrillantati dei tecnici, chiamati a rimpinguare il già troppo consistente gruppo dei giornalisti di Raisport, finivano con lo stemperarsi nel contesto spontaneo e divertente della manifestazione.

Non potevo fare a meno di operare parallelismi col mondo del calcio: la colpevolizzazione sistematica degli arbitraggi, l’accoglienza polemica e sospettosa del Var, i cori sguaiati quando non triviali delle tifoserie, la violenza degli ultras che dettano legge, l’artificiosa gioia da parte di giocatori superpagati che coprono la loro mercenaria verve affaristica con gli sfoghi del dopo-goal, la drammatizzazione di quanto avviene sul campo per distrarre gli osservatori dagli intrighi e dalla corruzione che esiste fuori dal campo, l’invadenza degli allenatori padreterni, l’infinito calcio-mercato che rischia di falsare i risultati della stagione in corso.

Finalmente una boccata d’aria fresca nello sport sempre più inquinato e dopato, un modo accettabile e sereno di vivere un avvenimento: una festa, dove si faceva fatica persino a distinguere le tifoserie tanto erano accomunate nel clima gioioso della partita a cui assistevano col sorriso anche nei momenti di più intensa tensione agonistica.

Ci voleva per riappacificarmi con la vita. Sì, perché lo sport è vita! Viva la pallavolo. Non è nemmeno lontanamente paragonabile alla bellezza del calcio, ma sicuramente ha qualcosa da insegnare a quel mondo, che del pallone fa un pretesto per il raggiungimento di scopi impronunciabili, in campo, negli stadi, nelle società e nei media.

Poveri di beni, ma signori per dignità

La peggior disgrazia che può accadere ad una persona non è quella di essere povero di risorse materiali, ma di essere senza dignità, vale a dire privo di risorse umane e di rispetto verso se stesso e gli altri. Quando mi recavo in quel di Verona per assistere agli spettacoli areniani, per accedere alla platea ero costretto a passare in mezzo a due ali di folla: erano frotte di curiosi alla spasmodica ricerca di qualche vip da ammirare, per soddisfare la voglia di “sgolosare” sulle sfarzose primedonne del pubblico, per accontentarsi cioè di “sfrugugliare” nel retrobottega dell’affascinante mondo dello spettacolo. Erano i poveri senza dignità, che invidiano i ricchi e non riescono ad essere “signori”.

Quando poi la povertà si fa dura e mette a repentaglio l’esistenza nei suoi bisogni essenziali, il gioco può diventare delicato al limite della violenza individuale e collettiva. Per farla breve è quanto sta succedendo nel tessuto sociale italiano tra “poveri con cittadinanza” e “poveri senza patria”, tra abitanti del nostro Paese alla ricerca di una casa, un lavoro, un sostentamento e profughi alla deriva in mare e sulla terra straniera, tra rifugiati   e migranti economici, tra giovani in cerca di futuro e anziani in difesa del passato, tra migranti riusciti ad integrarsi e loro simili ancora in balia dell’indifferenza o dell’ostilità.

Le chiamano guerre fra poveri e sono le peggiori guerre che possano scoppiare, perché dividono, squalificano, compromettono ulteriormente la vita di questi soggetti, portandoli dalla disperazione del presente alla impossibilità di un futuro, togliendo ad essi ogni e qualsiasi speranza di riscatto.

È una trappola mortale in cui cadono i poveri, tesa loro dai ricchi per squalificarne in partenza ansie, battaglie, rivendicazioni, proteste. Si scatena il gioco della legalità: è illegale che un disperato senza casa occupi un immobile abbandonato? Al di là di qualche interessante sentenza della magistratura che ha dovuto affrontare e talora negare simili situazioni di presunto reato, mi chiedo: è legale che ci siano persone che non hanno uno straccio di casa in cui rifugiarsi per piangere almeno, con dignità, la propria miseria?

In questa rete perbenista finiscono col restare impigliati i senza diritti, che cercano di liberarsi “rubandone” qualcuno ai propri simili o “accontentandosi” della paura verso i propri simili e finiscono col perdere anche il bene più prezioso, la dignità. Se devo essere sincero, resto molto più angosciato di fronte a questi scontri tra disperati che non davanti ai naufragi di quanti fuggono dalla loro disperazione. Sì, perché in mare aperto, tra le onde che coprono i barconi straboccanti e traballanti c’è pur sempre un barlume di speranza in una mano tesa a salvarti, mentre nella guerra per un tozzo di pane c’è tutta la sconfitta dell’isolamento totale perché l’avversario è il tuo amico di sventura.

I media fomentano il malcontento, come afferma acutamente Emma Bonino gli imprenditori della paura fanno affari, i politici dissertano sull’uovo della legalità o sulla gallina della solidarietà, l’Unione europea continua a sottilizzare sulla differenza tra un individuo che rischia di morire per fame e uno che rischia la pelle in mezzo alle bombe, Virginia Raggi si esercita nelle graduatorie sulla fragilità dei senza casa (che le gridano giustamente “vergogna”), il ministro Minniti sputa il sangue per combinare qualcosa prendendosi critiche a destra e manca, i potenti della terra europea si scambiano complimenti come quegli assurdi progettisti di una porcilaia costruita senza porta: “Méstor mi, méstor vu e la zana in dò vala sù…”.

I migranti, so di chiedere loro un sacrificio quasi impossibile, si sforzino di evitare il ricorso alla violenza, fra di loro, con gli italiani, con le forze dell’ordine, con tutti: l’arma della dignitosa e pacifica richiesta di aiuto è l’unica che hanno e non si possono permettere di sprecarla, buttando come si suol dire, “il prete nella merda”.

Gli italiani la smettano di giocare sporco sulla pelle dei migranti: non rubano nulla a nessuno, chiedono un aiuto e non glielo possiamo negare nascondendoci dietro i nostri problemi. Sarebbe come se, davanti a un estraneo che sta morendo e chiede disperatamente soccorso, ci voltassimo a guardare un nostro familiare a letto con una grave malattia. Dobbiamo trovare il modo di assistere ed aiutare entrambi, ne va della sorte di tutti.