Una stalla da ripulire e non da chiudere

Blocco (?) all’ingresso nei siti porno per i minori, pena dell’ergastolo per i femminicidi, consenso libero e attuale per vincere una sorta di presunzione di stupro, aggiungiamoci pure anche il divieto dei telefoni cellulari a scuola: mi rendo conto di mettere parecchie erbe in un unico fascio, ma lo faccio non per contrarietà a questi provvedimenti, peraltro quasi sacrosanti, ma per esprimere parecchio scetticismo sulla loro efficacia.

Parto dai siti porno e ritorno a Monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, il quale durante un convegno confessò di avere scandalizzato un gruppo di monache, affermando paradossalmente di preferire la pornografia pura a certe pubblicità e spettacoli televisivi ammantati di perbenismo.

Mi capita in questi giorni, in mezzo all’autentica valanga pubblicitaria da cui si viene investiti durante qualsiasi trasmissione televisiva su tutte le reti (comprese quelle di ispirazione cattolica), di osservare uno spot che presenta un insegnante e un padre che indagano bonariamente sui comportamenti degli adolescenti in gita scolastica o in giro per la città e che si accontentano delle risposte ironicamente evasive dei ragazzi che negano bellamente le loro trasgressioni. Il tutto riportato a gag salvo concludere sarcasticamente che a volte in queste scorribande giovanili ci scappa poi il morto su cui vengono sparsi fiumi di amare lacrime. Qual è infatti la morale di questa pubblicità: trasgredite pure, prendete pure in giro i vostri educatori, divertitevi, mangiate i biscotti “Ringo” e vedrete che tutto andrà bene…

Vengo alle norme repressive e punitive. Mio padre credeva fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle al punto da illudersi ingenuamente di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”. «An scapa pu nisón» aggiungeva tra il serio e il faceto.

Mia madre così come era rigorosa ed implacabile con se stessa era portata a giustificare chi si macchiava di delitti, commentando laconicamente: “Jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”. Avevano entrambi non poche ragioni per i loro convincimenti.

Vengo ai telefoni cellulari. Tutti i politici, quando vengono fotografati o ripresi dalle telecamere hanno uno smartphone in mano o vicino all’orecchio. Mi sono chiesto più volte cosa avranno sempre da comunicare, con chi parleranno, magari è tutta una messa in scena per dimostrare di essere molto impegnati. Come quell’impiegato di un importante e complesso ente, il quale si vantava di trascorrere intere giornate lavorativa girovagando da un ufficio all’altro con un foglio di carta in mano.

E poi il ministro dell’Istruzione vuole impedire l’uso dei cellulari agli scolari…ma fatemi il piacere…

Quanto agli stupri non abbiamo forse esempi molto altolocati di sfruttamento sessuale delle donne? Fate come dico e non come faccio? È comodo! Per quei signori c’è sempre il consenso libero e attuale?!

Termino con due episodi di educazione incivile.

Tanto tempo fa ero alla fermata di un autobus ed attendevo con la solita impazienza l’arrivo del mezzo pubblico; accanto a me stavano un giovane padre assieme a suo figlio bambino, ma non troppo. Sfogliavano un giornale sportivo e leggevano i titoloni: il più eclatante diceva della pesante squalifica comminata a Maradona per uso di sostanze stupefacenti. Si, il grande Maradona (Mardona lo chiamava mio padre…. ed era tutto un programma) beccato con le dita nella marmellata. Il bambino ovviamente reagì sottolineando la gravità della sanzione ed espresse, seppure un po’ nascostamente, il suo rincrescimento per l’accaduto. Qui viene il pezzo forte, la reazione del padre che vomitò (non so usare un verbo migliore): “Capirai quanto interesserà a Maradona con tutti i soldi che ha!!!” Il bambino non replicò e l’argomento purtroppo si chiuse così.

Non so ancora darmi ragione del mio silenzio, ma forse fu dovuto al fatto che una bestialità simile non me la sarei mai aspettata da un padre: ci fosse stato “mio padre” non avrebbe taciuto. In poche parole quel signore aveva lanciato un messaggio negativo, diseducativo all’ennesima potenza. Era come dire al proprio figlio: “Ragazzo mio, nella vita conta solo il denaro, delle regole te ne puoi fare un baffo, della correttezza fregatene altamente”.

Arrivò finalmente l’autobus, il tutto finì lì, ma ringraziai mio padre perché non ragionava così.

Passo al secondo episodio commentato.

Gli insegnanti sono uomini come gli altri, soggetti a sbagliare, con i loro difetti che, a volte, possono anche portarli a commettere gravi ingiustizie. Un tempo avevano sempre e comunque ragione, il loro giudizio non si discuteva e i genitori ne prendevano atto. Oggi si è capovolto il discorso: gli insegnanti hanno sempre torto e i genitori si schierano pregiudizialmente dalla parte degli alunni, creando un cortocircuito pericolosissimo a livello educativo. I giovani infatti, già portati a non accettare i rimproveri dei loro insegnanti, si sentono spalleggiati e quindi ancor più refrattari rispetto alla disciplina scolastica.

Ricordo di aver involontariamente ascoltato, su un bus che portava a scuola alcune ragazzine, il concitato dialogo fra due di esse: parlavano di una loro insegnante, a loro dire piuttosto bisbetica, e una delle due riportava quanto detto al riguardo dalla propria madre: «Sai perché la tua insegnante ti sta addosso con i suoi continui rimproveri? Perché lei è brutta e tu sei molto carina! Tutto è frutto dell’invidia…». Risatine compiaciute.

Può darsi benissimo che l’insegnante fosse bruttina. La ragazza sinceramente non la ricordo. Il personaggio veramente “brutto” era però la scandalosa genitrice: mi chiedo cosa avesse nel proprio cervello per arrivare a simili insinuazioni. Siamo alla pura follia. Anche ammettendo che il comportamento della professoressa fosse veramente improntato all’invidia e alla rivalsa, mai e poi mai una madre dovrebbe sputtanare in tal modo un’insegnante di fronte alla propria figlia. Semmai chieda un incontro, apra un dialogo, anche serrato, ma dire scemenze del genere…

Ebbene, di fronte all’enorme problema della violenza sulle donne e al corrispondente maschilismo degli uomini, la politica non sa che reprimere legalmente e balbettare “diseducativamente”. Tanto rigore punitivo e poco intento didattico. Mi riferisco ai bigottismi sessuofobici della pseudo-religione e alla vuota e  faziosa rivendicazione del ruolo genitoriale in merito all’educazione sessuale nelle scuole.

I provvedimenti in discussione, spacciati per panacea dei mali, sembrano quindi più una difesa d’ufficio dei governanti che una seria spinta all’impegno dell’intera società, danno più l’idea di una chiusura della stalla a buoi scappati che di un impegno a ripulire la stalla in presenza dei buoi.

 

 

 

Il vaso di coccio europeo

L’attuale apertura statunitense a rivedere il piano potrebbe essere infatti essa stessa parte di un meccanismo ben calcolato. Perché, se – come è del tutto prevedibile – Putin rifiuterà la versione emendata del piano, Trump potrà presentare il fallimento come colpa dell’Europa e dell’Ucraina: “Io avevo un piano che Putin avrebbe accettato, siete voi ad averlo sabotato”. È un tranello politico perfetto, costruito per ribaltare la responsabilità e per legittimare retroattivamente la proposta iniziale filorussa.

Ed è un tranello tanto più plausibile se lo si legge alla luce di un sospetto fondato: che tra Putin e Trump sia in corso uno scambio politico silenzioso, legato non solo all’Ucraina ma a diversi altri fronti, fra cui il Medio Oriente. È improbabile che sia solo un caso che il piano Putin-Trump sia trapelato pochi giorni dopo che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu su Gaza è passata grazie all’astensione di Cina e Russia, che avrebbero potuto affossarla con un veto e non l’hanno fatto. È legittimo sospettare che Mosca abbia concordato una sorta di scambio con la Casa Bianca: “Io non ti creo problemi in Medio Oriente, e tu mi lasci vincere – anzi stravincere – in Ucraina”. Se questo è il patto non scritto, è illusorio immaginare che Trump eserciterà pressioni reali su Putin affinché scenda a compromessi.

Ma lasciare che Putin vinca non avrà conseguenze solo sull’Ucraina. Se Putin vince, perde il diritto internazionale. Se Putin vince, si afferma un ordine mondiale in cui la forza militare diventa la moneta legittima per riscrivere i confini e annientare la sovranità degli Stati. Se Putin vince, perdiamo tutti e ci avviamo a vivere una stagione in cui pace, democrazia e libertà non saranno diritti garantiti ma concessioni elargite dal più forte. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

Nello scacchiere internazionale probabilmente Trump sta usando l’Europa e l’Ucraina come copertura tattica  alla vera spartizione strategica del mondo tra Usa e Russia. Se è così e ci sono molti elementi che lo lasciano intendere, viene da chiedersi cosa aspetti l’Europa a puntare ad un asse preferenziale con la Cina, che sembrerebbe la grande esclusa. Certo esiste il rischio che anche la Cina si faccia forza con l’Europa per poi mollarla e andare a trattare con Usa e Russia.

In buona sostanza l’Europa sta facendo la parte del manzoniano “vaso di coccio tra vasi di ferro”. E l’Ucraina? Il vaso di super-coccio! E pensare che come europei avremmo un patrimonio culturale, sociale, economico da fare paura, una storia alle spalle da fare invidia, una cultura da sbalordire i nostri interlocutori. Ma siamo presuntuosamente incapaci e cordialmente divisi. Anziché valorizzare queste potenzialità andiamo a cercare il freddo per il letto col riarmo.

L’Europa insomma è come Parma. Dopo che Pietro Vignali e la sua giunta furono costretti a fare fagotto portandosi dietro un ingombrante bagaglio di disastri, opera soprattutto di chi li aveva preceduti e sponsorizzati, ci fu un periodo di commissariamento governato dal dr. Mario Ciclosi, col quale ebbi occasione di incontrarmi per sottoporgli i gravi problemi di una iniziativa sociale in cui ero inserito. Al di là dell’oggetto specifico di quell’incontro il dr. Ciclosi, peraltro da me conosciuto in precedenza per motivi professionali, che vantava una notevole conoscenza della nostra realtà cittadina essendo stato vice-prefetto vicario di Parma, mi snocciolò una sintetica analisi della città: considerate le sue dimensioni territoriali e di popolazione, è unica in tutto il mondo per economia,  storia, cultura e arte, ma non riesce a valorizzare questo suo patrimonio ed a sfruttare queste sue straordinarie potenzialità. Andiamo invece a cercare il freddo per il letto con l’esercito dei vigili urbani…

L’uccisione premeditata della politica

Oggi, a grandi linee, la legge elettorale – nota come Rosatellum dal suo relatore Ettore Rosato – prevede che il 37% dei seggi in Parlamento siano assegnati con sistema maggioritario, mentre il restante 61% con il proporzionale. La soglia di sbarramento per essere eletti è fissata al 3% per le singole liste, ma sale al 10% per le coalizioni. L’idea su cui si sta confrontando il centrodestra è di eliminare i collegi uninominali eletti con il maggioritario e mantenere un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente che supera una certa soglia. Un altro tema in discussione inoltre, è l’indicazione del nome del candidato premier nella scheda, in una sorta di “anticipo” del premierato, la riforma fortemente voluta da Fratelli d’Italia e ancora in cantiere. (fanpage.it)

È tipico dei bambini, quando si accorgono di rischiare di perdere al gioco, cambiare in fretta e furia le regole per mettersi al coperto. Mi sembra che ciò stia succedendo al centro-destra che, dopo la sconfitta alle elezioni regionali di Campania e Puglia, ha il timore di rischiare grosso alle prossime elezioni politiche del 2027. E allora, tra premierato e riforma della legge elettorale, si starebbero preparando le contromisure atte a imbambolare ulteriormente l’elettorato sempre più ristretto e disattento ed a scongiurare gli effetti di un’alleanza di centro-sinistra allargata e finalmente coesa.

Siamo solo agli inizi, ma, come ha recentemente affermato il Presidente della Repubblica, potrebbero iniziare le manovre per rispondere in negativo all’astensionismo, spoliticizzando il confronto elettorale con l’introduzione del premierato e riportandolo ad una certa qual bagarre proporzionalista in cui il centro-sinistra potrebbe disperdersi nel solito “tutti contro tutti”.

Giorgia Meloni, se capisco le sue intenzioni, concederebbe in questo modo agli alleati l’illusione di contare qualcosa e toglierebbe agli avversari l’arma dell’unione che fa la forza. Riformare la politica partendo dalla legge elettorale è cosa provocatoriamente insulsa.

Dopo avere affossato incredibilmente l’esperimento Mattarella-Draghi nel 2022, ci si sta attrezzando per ostacolare un confronto politicamente serio nel 2027. La politica fa paura a chi non crede nella democrazia, mentre il populismo fa bene a chi lo vende e a chi lo beve senza battere ciglio. Stiamo vivendo un periodo in cui le elezioni non sono l’atto finale della politica, ma la sua devitalizzazione preventiva. Roba da matti!

E se una buona volta gli elettori si stancassero di essere presi per i fondelli e, anziché fare gli schizzinosi, andassero a votare in massa al di là degli stucchevoli meccanismi elettorali? Il referendum sulla riforma costituzionale potrebbe essere la prova generale. Ricordiamoci che i cittadini a volte sanno essere capaci di sani e imprevedibili rigurgiti di orgoglio democratico. La democrazia in fin dei conti sarebbe anche e soprattutto questo: quando uno si accorge che gli vogliono portare via qualcosa che magari stava sottovalutando, potrebbe rientrare in se stesso e reagire difendendo con le unghie e con i denti l’oggetto del tentato scippo.

 

Super-astensione per i super-governatori

L’affluenza alle urne in occasione delle elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia ha fatto registrare un ulteriore significativo aumento dell’astensione (in media circa un 14% in meno nei votanti rispetto alle precedenti elezioni): si sta verificando un’autentica valanga di non voti. Questo fenomeno non ha ormai niente di fisiologico, ma tutto di patologico (1,32 elettori su 3 sono andati al voto).

Di fronte a questi dati disastrosi sull’affluenza fanno sinceramente sorridere i dibattiti nei salotti televisivi, condotti da insopportabili pavoni come Enrico Mentana, sulle prospettive politiche italiane e sugli equilibri fra i partiti ormai riservati alle scelte di una ristrettissima e insignificante minoranza di cittadini elettori.

Le forze politiche ne parlano di sfuggita e si ha l’impressione che, tutto sommato ad esse non dispiaccia più di tanto questo generalizzato disinteresse dei cittadini alla politica. I partiti di maggioranza pensano di consolidare il qualunquismo su cui basano il loro consenso, i partiti di opposizione sperano di lucrare percentualmente consensi per il fatto che tradizionalmente l’elettorato di sinistra fino ad ora si era dimostrato più propenso al voto. Tutte meschine scuse per non affrontare un problema enorme per la vita democratica.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un allarme al riguardo affermando che la disaffezione degli italiani al voto preoccupa e non ci si può accontentare di una democrazia a bassa intensità. Ha aggiunto che è inutile risolvere il problema con pannicelli caldi, che potrebbero addirittura peggiorare la salute del malato, facendo riferimento a ventilate alchimie legislative con la riserva mentale della rassegnazione alle urne sempre più vuote.

Un tempo si diceva “piazze piene e urne vuote”, oggi sono purtroppo vuote le une e le altre e probabilmente questo fatto dimostra che i cittadini stanno progressivamente rinunciando a partecipare alla vita politica.

Si parla di una modifica della legge elettorale nazionale, mentre al Senato c’è un disegno di legge della maggioranza che prevede l’abolizione dei ballottaggi nei comuni sopra i 15.000 abitanti se uno dei candidati ha raggiunto il 40% dei voti, con l’abolizione in gran parte dei casi del doppio turno. Mattarella ha ripetuto che «la riduzione dell’affluenza alle urne è una sfida per chi crede nel valore della partecipazione democratica dei cittadini».

“Molti nemici molto onore” si diceva durante il fascismo, non vorrei che il postfascismo portasse a pensare “pochi elettori molto consenso”. Credo si tratti in realtà di una peraltro motivata e generale perdita di credibilità da parte della classe politica, di una sempre più percepita inerzia delle istituzioni democratiche e di una immotivata sfiducia nei meccanismi della democrazia rappresentativa.

La riforma costituzionale varata, che dovrà passare al vaglio referendario, rischia di contribuire in modo clamoroso alla deresponsabilizzazione dei cittadini, concentrando i poteri nelle mani di un premier plenipotenziario, che, pur avendo un consenso limitato, risponda ai pochi suoi elettori e governi il Paese nelle more di un Parlamento imbelle, senza contrappesi significativi e senza controlli istituzionali.

Stiamo attenti a non cadere in trappola: il tutti uguali, tutti incompetenti, tutti fannulloni, magari persino tutti ladri, finisce col premiare il governo di uno/a solo/a al comando.

La tentazione dell’astensionismo ammetto che possa costituire (anche per il sottoscritto) una sorta di alibi, che possa nascondere una silenziosa forma di protesta peraltro molto simile a quella di quel marito che, convinto di fare un dispetto alla moglie, decide di evirarsi. Forse è tempo di darsi una svegliata e di tornare a votare a costo di optare minimalisticamente e “montanellianamente” per il meno peggio.

Pensando ai cosiddetti super-governatori regionali (già la definizione mi mette in ansia democratica), che usciranno dalle urne in Veneto, Campania e Puglia, mi auguro che in fin dei conti non tirino la conclusione che, nonostante tutto, l’importante è vincere anche senza la partecipazione dei cittadini. Chi non vota ha sempre torto! E se, per caso, avesse qualche ragione?

 

 

Bigottismo, nazionalismo e familismo

Alcuni miei conoscenti, in assoluta buona fede, ascrivono a Giorgia Meloni il merito di rispettare certi valori derivanti dalla nostra tradizione. Ma quali valori?

“Dio, Patria e famiglia non è uno slogan politico ma il più bel manifesto d’amore che attraversa i secoli. Affonda le sue radici nel ‘pro Aris et Focis’ di Cicerone: ‘l’altare e il focolare’ che da sempre fondano la civiltà occidentale”. Così la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni parlando al Corriere della Sera. Per Meloni, “conservatori significa innanzitutto sentirsi eredi. Avere cioè la consapevolezza storica di ereditare una tradizione, una cultura, un’identità e un’appartenenza. Un conservatore – precisa Meloni – non è contrario ai cambiamenti in sé. È contrario alla visione della sinistra secondo la quale progredire vuol dire cancellare tutto ciò da cui proveniamo”. (Huffpost del 2022)

Lasciamo stare la storia che ci riporta purtroppo a Benito Mussolini e al fascismo: toh, chi si rivede?!Entriamo brevemente nel merito.

Non stiracchiamo Dio in politica se non per ribadire quanto sosteneva don Andrea Gallo: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!». Il resto mi sembra bigottismo.

Quanto alla Patria Giorgia Meloni ce la sta portando fuori dall’Europa, mettendola al seguito dell’americano delinquente patentato suo amico di internazionali merende. Quindi nazionalismo!

Infine più che di Famiglia parlerei di “familismo meloniano”: è un termine usato da alcuni critici per descrivere la percezione di nepotismo all’interno del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, in riferimento alla presunta tendenza a favorire i legami familiari e stretti nelle nomine e nei ruoli di potere. Le allodole ci vedono una politica che celebra i valori familiari tradizionali e i legami di parentela, mentre lo specchietto presenta l’assenza di una distinzione tra politica e famiglia.

Consiglio gli ingenui ammiratori di Giorgia Meloni di uscire dagli equivoci della retorica e di guardare con disincanto alla realtà politica. Resteranno sconvolti…

 

 

 

I ministri reazionari

Le dichiarazioni dei ministri Carlo Nordio e Eugenia Roccella, rilasciate durante la Conferenza internazionale contro il femminicidio a Roma, hanno scatenato un’ondata di reazioni critiche da parte delle opposizioni. Il dibattito si concentra sulla tesi del Guardasigilli secondo cui la prevaricazione maschile secolare ha a che fare con “codice genetico del maschio che resiste all’uguaglianza”, e sulla posizione della ministra Roccella, convinta che “non c’è una correlazione fra l’educazione sessuale nella scuola e una diminuzione delle violenze contro le donne”. (da “Il Fatto Quotidiano)

In politica, il termine “reazionario” si riferisce a chi si oppone attivamente a ogni spinta o tendenza innovatrice o progressista. È spesso usato in senso polemico per indicare un forte conservatorismo, un’avversione per il progresso.

Non so se gli attuali ministri della Giustizia, della Famiglia e dell’Istruzione, siano reazionari o conservatori: se non è zuppa, è pan bagnato. Hanno una mentalità decisamente chiusa al nuovo, cercano pretesti storici e pragmatici per bloccare sul nascere ogni barlume di novità.

Cosa significa che il maschio è geneticamente portato alla prevaricazione? Lasciamo perdere la genetica e puntiamo alla cultura, vale a dire al come porsi in modo positivo e costruttivo di fronte alla realtà per farla evolvere in senso positivo.

Cosa vuol dire che l’educazione sessuale nelle scuole non è il toccasana per combattere la violenza sulle donne? Non aspettiamoci miracoli, ma comunque impegniamoci a fare tutto il possibile senza imprigionarci in schemi conflittuali tra scuola e famiglia.

Da un ministro o da una ministra mi aspetto qualcosa di più che non una mera constatazione della realtà, ammesso e non concesso che siano capaci di analizzarla seriamente senza crearsi alibi per il puro mantenimento dello status quo.

L’etimologia di “educare” deriva dal latino educere, composto da “ex-” (fuori) e “ducere” (condurre, guidare), con il significato di “trarre fuori” o “condurre fuori”. Questo concetto sottolinea che educare consiste nell’aiutare una persona a far emergere le proprie potenzialità interiori, piuttosto che semplicemente riempirla di nozioni.

Perché quindi tanto scetticismo per non dire tanta paura per l’educazione sessuale? Perché tanta preoccupazione per lo scavalcamento della famiglia ad opera della scuola: sono due istituzioni che, se vogliono svolgere bene il compito loro affidato, devono collaborare senza pretendere primati e/o veti incrociati.

Perché tanta rassegnazione di fronte al maschilismo?  Non mi interessa più di tanto se esso derivi dalla natura (ho seri dubbi al riguardo), ma so che è un fenomeno negativo da combattere a tutti i costi e ben vengano le iniziative in tal senso. Ci vorrà tempo? Certamente, ma non gettiamo la spugna imbevuta di pregiudizi.

E poi, cari signori ministri e care signore ministre, prima di parlare provate a riflettere, non sparate cazzate alla viva il parroco. Non si pretende l’unanimità dei pareri, ma almeno la loro obiettività accompagnata dalla disponibilità a dialogare e progredire.

 

I fondi europei sul tavolo di pace

I tira e molla del governo sugli aiuti in armi all’Ucraina non fanno certo onore all’Italia e quindi bene fa l’opposizione a chiedere polemicamente di uscire dagli equivoci propagandistici e dalle scaramucce elettorali per capire quale sia la linea di politica estera portata avanti dal governo Meloni.

Non serve a molto far esplodere i contrasti fra Salvini e Crosetto, fra Meloni e Tajani (i ladri di Pisa): sono dilettanti allo sbaraglio, che rincorrono voti italiani facendosi scudo con la pelle degli ucraini. Tutto ciò è arcinoto e fermarsi a questa scopertura degli altari già spogli è obiettivo di ben scarso rilievo e livello.

Credo quindi che per la sinistra questo affondo polemico faccia soltanto gioco tattico, perché non ritengo nel modo più assoluto che sia una posizione idealmente e politicamente valida quella di armare all’infinito l’Ucraina (la paccaterapia).

Bisogna che la sinistra faccia una sorta di mossa del cavallo per spostare il discorso dal sostegno alla guerra a quello alla pace. Innanzitutto sarebbe oltre modo necessario perseguire, quale conditio sine qua non, una posizione unitaria a livello europeo: aiutare Zelensky in ordine sparso non serva all’Ucraina e non serve all’Europa. La gara a chi è più zelenskyano non è seria a prescindere dalla (scarsa) credibilità e coerenza del governo ucraino.

In secondo luogo occorre dare un respiro pacificatore agli aiuti. Come? Non si tratta di alzare bandiera bianca o di porgere l’altra guancia, ma di individuare e perseguire linee di intervento atte a sbloccare una situazione alla quale non servono né gli aiuti ante litteram dell’Europa né le furbizie trumpiane. Se è vero come è vero che dietro i conflitti bellici ci stanno sempre ragioni economiche, l’Europa abbia il coraggio di porsi al centro della scena con proposte economiche valide per entrambi i contendenti. Nessuno deve farsi scrupolo di dialogare con Putin: gli europei lo hanno fatto in modo scriteriato ed opportunistico in passato, quindi… Dall’altra parte bisogna far capire all’Ucraina che non si può continuare questa deriva bellica a tutti i costi: le rinunce territoriali, che appaiono come lo sbocco inevitabile del conflitto, possono trovare qualche garanzia politica di autonomia dalla parte russa e qualche contropartita economica dalla parte europea (non necessariamente l’ingresso nella Ue).

I fondi destinati alle armi vengano messi sul tavolo di una trattativa seria di pace. Discorso che si sarebbe dovuto fare fin dagli inizi se non addirittura prima che avvenisse l’invasione russa, ma per il quale non è mai troppo tardi.

Non credo che gli ucraini trovino molto sollievo dagli aiuti militari, così come i russi non piangano più di tanto per le sanzioni: gli uni e gli altri restano comunque carne da cannoni in una guerra che tende a incallirsi e a diventare sempre più difficile e cruenta per tutti.

Se la discussione in Parlamento avvenisse in questi termini sarebbe utile e costruttiva, diversamente serve solo a fare un po’ di tattica alle spalle dell’Ucraina. Il popolo italiano attende in stragrande maggioranza che il nostro Paese giochi un ruolo positivo e non di mero sostegno bellico.

Mi pare invece che si giochi a fare gli amici di Zelensky, lasciando a Trump il compito di trattare con Putin una via d’uscita, sperando che Putin si indebolisca e venga a miti consigli. Una tattica senza strategia che porta a galleggiare diplomaticamente e a massacrare concretamente. Ne risponderemo tutti davanti a Dio (per chi ci crede) e davanti alla storia (per chi sopravviverà).

I fioristi di destra vendono anche Garofani rubati

Garofani dipinge un quadro chiaro. Se il contesto politico restasse quello attuale, Giorgia Meloni sarebbe destinata al Quirinale. Lo dice quasi sorridendo, sì, ma come chi sta dicendo una cosa che lo preoccupa parecchio. E soprattutto aggiunge un dettaglio non irrilevante: «In quell’area non c’è nessuno adeguato». Tradotto: Meloni è l’unica. E questa unicità, secondo il consigliere del Colle, sarebbe un problema. Poi c’è il calendario, già definito. Si voterà nella tarda primavera del 2027, probabilmente maggio. Manca un anno e mezzo. Un’era geologica per la politica. Ma al Colle — è questo il punto — non sembrano così convinti che il tempo basti a cambiare gli equilibri, se non interviene qualche provvidenziale scossone. Non a caso Garofani si lascia scappare un commento che racconta un mondo: «Speriamo che cambi qualcosa prima delle prossime elezioni, io credo nella provvidenza. Basterebbe una grande lista civica nazionale». Non proprio una dichiarazione di neutralità istituzionale. E ancora. Per la costruzione di un nuovo centrosinistra, un “nuovo Ulivo”, Garofani vede in Ernesto Ruffini — ex grande capo dell’agenzia delle Entrate, da qualche mese in campo — una pedina utile. Ma non sufficiente. «Serve un intervento ancora più incisivo di Romano Prodi» dice. L’ex Professore, che evidentemente per il Quirinale non è solo una reliquia, ma ancora un potenziale regista politico in grado di rimettere insieme i cocci di un’opposizione incapace di alzare lo sguardo oltre i propri litigi.

Il consigliere arriva anche a toccare il terreno delle previsioni impossibili. Esagera perfino per gli standard dei retroscena: «Se non fosse morto, oggi il premier sarebbe David Sassoli o lo sarebbe dalla prossima legislatura». Una frase che peraltro è un’ammissione di debolezza degli attuale leader del centro sinistra: senza un leader moderato, europeo, rassicurante per l’establishment, l’Italia ha preso un’altra direzione. Indovinate quale. Il tutto, ripetiamolo, non in un’intervista né in una sede ufficiale. Ma in quella zona grigia dove i consiglieri parlano “a titolo personale” e intanto, però, mandano messaggi in bottiglia destinati a chi li deve capire.

Il punto politico, infatti, è questo: Garofani non è un opinionista qualsiasi, ma un consigliere di Mattarella, peraltro su dossier delicatissimi. E quando uno così arriva a prefigurare Meloni al Quirinale come un incubo istituzionale e a invocare «provvidenze» politiche contro il governo in carica, qualche domanda bisognerebbe porsela. Il Colle, insomma, non appare affatto indifferente al risiko politico che porterà al nuovo Capo dello Stato. E sta osservando, valutando, probabilmente orientando». (dal testo dell’anonima mail/articolo giunta alle redazioni di alcuni giornali)

L’analisi emergente da queste confidenze rubate al funzionario quirinalizio Francesco Saverio Garofani, a prescindere dalla sua inopportunità, dall’equivoco scatenato ai danni del Presidente Mattarella e dalla strumentalizzazione fattane dalla stampa di orientamento filogovernativo, è (quasi) lapalissiana.

Che Giorgia Meloni punti al Quirinale, passando attraverso una vittoria elettorale nel 2027 e rilevando Sergio Mattarella alla scadenza del suo mandato bis che scade nel febbraio 2029 salvo rinuncia da parte del Presidente stesso, è cosa nota a tutti coloro che abbiano un minimo di dimestichezza con le matasse politiche.

Che la candidata non possa essere che lei in rappresentanza del centro-destra è altrettanto evidente dal momento che non esistono candidature forti provenienti da quell’area, a meno che non si voglia fare sessantuno con Ignazio La Russa facendogli fare le pulizie di casa.

Che la riforma costituzionale, approvata dal Parlamento e in bilico referendario, punti a legalizzare la prospettiva di cui sopra è sotto gli occhi di tutti: per Giorgia Meloni è pronto un Palazzo Chigi populisticamente rinforzato in attesa di un Quirinale istituzionalmente depotenziato e occupato dalla madre della Patria.

Le prospettive di conferma del centro-destra nella primavera del 2027 sono abbastanza sicure. Due sono le eventualità che potrebbero mettere in discussione questa che sembra essere una vittoria più che annunciata: un rigurgito di vitalità del centro-sinistra e/o un qualche disastro provocato dall’attuale governo o subito comunque dal Paese.

Sulla ripresa politica del centro-sinistra gravano l’assenza di leadership credibile e una grave debolezza programmatica: mi sembrano piuttosto fantasiose le ipotesi di una discesa in campo di Ernesto Ruffini patrocinata da Romano Prodi. Non è più tempo di esperimenti…

In conclusione Garofani non fa che mettere in fila gli elementi sul tavolo: non ci vedo nulla di strano e di sconvolgente, salvo forse il fatto che gridare al lupo non serve a conquistare consensi e voti. Tuttavia sono fra quanti pensano che la legittimazione strisciante di un centro-destra fascisteggiante vada denunciata con etica indignazione e politica preoccupazione.

Garofani però, seppure in buona fede, esprime le sue preoccupazioni incautamente e in pubblico: sta tutto qui il punto dolente. Non vedo niente di golpista nel fatto che un consigliere del Presidente della Repubblica dia a Mattarella consigli (non è forse il suo mestiere?) basati su un certo tipo di analisi politica. Starà al Presidente farne l’uso che riterrà a sua discrezione e valutazione. Se questi consigli riservati vengono sgangheratamente resi pubblici è responsabilità di colui che lo rende possibile, il quale, a mio giudizio, dovrebbe trarne semmai le conseguenze.

Non sono oltre tutto affezionato all’immagine del Presidente della Repubblica quale mero arbitro istituzionale: non è questo il ruolo che gli affida la Costituzione. Non è un notaio che registra gli andamenti sociali, economici e politici; è un personaggio al di sopra delle parti che però osserva cosa combinano le parti; un garante degli interessi del popolo italiano a cui è chiesto di concretizzare queste garanzie non lasciandole nel limbo delle buone parole.

Su questo piano Mattarella è ineccepibile e inattaccabile, non c’è Belpietro che tenga, non c’è sgrammaticatura protocollare che possa (dis)turbarlo. I Garofani non inquinano i giardini del Quirinale. I veleni, sparsi a piene mani da un centro-destra che basa le sue fortune sulla continua invenzione di attacchi, sulla fantomatica presenza di nemici, hanno raggiunto il Quirinale senza peraltro che nessuno se ne assuma la responsabilità: hanno gettato un sasso e poi si sono preoccupati di nascondere la mano. È rimasto Belpietro a fare la figura del coglione: non fa fatica a ricoprire questo ruolo.

Se Mattarella riuscisse, dall’alto della sua moral suasion, del suo prestigio internazionale, del suo consenso popolare, della sua fulgida storia personale, a dare una benefica scossa alla politica a tutti i livelli, sarebbe un fatto più che auspicabile. In fin dei conti è quel che sta facendo dal 2015 in poi. Non si può che ringraziarlo accogliendo i suoi inviti.

 

 

 

 

Il bunga bunga di Trump

Un autorevole esponente parmense del cattolicesimo democratico, diverso tempo fa mi sconvolse facendomi presente come la storia della Chiesa sia piena di personaggi e movimenti caritatevolmente ineccepibili ed evangelicamente fulgidi, ma politicamente conservatori o addirittura reazionari. Non sono in grado di valutare se la suddetta analisi storica sia attendibile, ma una cosa è probabile: Donald Trump rischia di essere vittima (?) della contraddizione ideologica dei cattolici statunitensi che lo hanno sostenuto quale paladino dei principi dogmatici (vedi aborto etc.) alla faccia di quelli sociali (vedi immigrati etc.).

Lo strisciante scandalo dei festini a base di sesso con minorenni organizzati da Epstein, il noto finanziere accusato di aver sfruttato sessualmente decine di ragazze minorenni, che si suicidò in prigione nel 2019, sta mettendo in gravissime difficoltà il presidente americano ed incrinando i rapporti con la sua base elettorale, vale a dire il mondo cattolico e il movimento Maga.

Per i cattolici scoppia la contraddizione tra bigottismo dogmatico e lassismo sessuale, per i Maga quella tra populismo di facciata e tradimento delle promesse elettorali. Fatto sta che Trump sta rischiando di essere tagliato dalla forbice degli scontenti cattolici e Maga, da coloro cioè che ne hanno comportato in modo determinante il successo elettorale.

Prima o poi doveva capitare, i nodi vengono al pettine. Più o meno fu anche la parabola discendente di Silvio Berlusconi: finché garantì privilegi e fondi alla Chiesa cattolica e finché ingannò i poveri con l’illusione di diventare ricchi come lui, finché cioè tenne l’ignobile connubio tra bigottismo religioso e populismo socio-economico il cavaliere rimase in sella, poi lo scandalo dei “bunga-bunga” fece scoppiare le contraddizioni. È sempre così: basta relativamente poco per far traboccare il vaso.

È presto per dire che per Trump si tratti dell’inizio della fine: paradossalmente tanti clamorosi successi (?) internazionali si scontrano con tante porcherie a livello nazionale. Siamo alla glocalizzazione dei vomitevoli vizi sessuali che batte la globalizzazione delle fasulle virtù politiche.

La politica in tutto questo non c’entra nulla, a così poco si è ridotta, mentre il mondo viaggia a ruota libera verso il baratro. Nello scenario internazionale, europeo ed italiano, per il momento, non si vede niente di buono all’orizzonte…come nuova progettualità. Solo a destra c’è un disegno pericolosissimo che coinvolge America, Russia, Germania, Francia, Italia, Ungheria. Stiamo aspettando una progettazione dalla sinistra in crisi di identità: democratici americani, pd in Italia, casino francese, spagnoli ininfluenti come gli inglesi…Anziché riscoprire i valori e i principi storici, si vuol fare la velleitaria e goffa imitazione della destra, copiandone il tratto distintivo più marcato, vale a dire la sicurezza dei cittadini, che significa tutto e niente se non una corsa a chiudere le stalle ben sapendo che i buoi siamo noi. Per questo in attesa di Godot ci teniamo ben stretti i nostri migliori riferimenti politici ed ecclesiali.

Il caro ed indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, durante la celebrazione del Battesimo collocava sull’altare due libri essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile. Questo, secondo i detrattori del c…o, anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa… Che ottusità mentale e culturale! Erano stupende e geniali provocazioni esistenziali, che contenevano autentici trattati di teologia coniugata con la laicità dello Stato. Discorsi sempre attuali di fronte al sottosuolo integralistico del cattolicesimo (negli Usa più che mai), da cui emergono contingenti tentazioni allo scontro (di potere) che si camuffano e si sfogano soprattutto sui cosiddetti valori non negoziabili. Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermarne la laicità ed auspicarne l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica: egli, tra l’altro alla duplice appartenenza del cittadino credente alla Chiesa e allo Stato rispondeva con la duplice fedeltà al Vangelo e alla Costituzione, conciliando Chiesa e Stato nell’impegno concreto degli uomini e non sui principi astratti e sui compromessi giuridici o, peggio ancora, di potere.

Non resta che ripartire di lì, lasciando al proprio destino le sconfortanti kermesse trumpiane e auspicando il risveglio dei sensi di una sinistra, che, anziché al precario “viagra” dei momenti elettorali punti al recupero sistematico e fisiologico delle proprie potenziali capacità.

 

 

 

Un maestoso Presidente e i suoi meschini denigratori

La (mala)lingua del governo di centro-destra (il quotidiano “La Verità”) batte dove il dente istituzionale duole (rapporti col Presidente della Repubblica).

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, chiede alla Presidenza della Repubblica di smentire la notizia pubblicata da La Verità in un articolo titolato “Il piano del Quirinale per fermare la Meloni”, secondo la quale consiglieri del Capo dello Stato, afferma, “auspicherebbero iniziative contro il presidente Giorgia Meloni e il centrodestra, esprimendo altresì giudizi di inadeguatezza nei confronti dell’attuale maggioranza di governo”.

«C’è chi è arrivato a immaginare un candidato moderato di centrosinistra per tentare di ripetere il successo del 1996 con Prodi – scrive Belpietro –. L’operazione, a prescindere da chi la debba guidare, passerebbe però dalla rottura della coalizione di centrodestra per portare una parte centrista in braccio ai compagni».

«A quanto pare – prosegue Belpietro – si ragiona di “una grande lista civica nazionale», una riedizione dell’Ulivo. Ma questo potrebbe non essere sufficiente e allora il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, invoca la provvidenza: «Un anno e mezzo non basta per trovare qualcuno che batta il centrodestra, ci vorrebbe un “provvidenziale scossone”, sussurra l’uomo del Colle», conclude Belpietro.

Al Quirinale si registra «stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica, costruito sconfinando nel ridicolo». È quanto si legge in una nota diffusa dall’Ufficio stampa del Quirinale. (da “La Stampa”)

Non so cosa ci sia di vero in queste notizie. Non mi interessano per niente le indiscrezioni da osteria raccolte da un giornale fazioso e rese possibili, magari in buona fede, da un incauto burocrate in vena di protagonismo.

Mi interessa il nocciolo della questione. È fuori discussione che al centro-destra facciano ombra e paura Sergio Mattarella per l’enorme superiorità etica e politica che dimostra in continuazione, per il consenso di cui gode a livello di pubblica opinione, per il prestigio internazionale che gli viene riconosciuto. Mattarella in un mondo di nani si erge quale autentico gigante; in una situazione di vuoto etico pneumatico globale si presenta come coscienza morale: c’è di che essere fieri di un italiano che onora veramente il nostro Paese.

Anziché tenere un atteggiamento collaborativo evidentemente il governo e le forze politiche che lo sostengono fanno di tutto per screditarne la figura e l’azione. Ciò sta avvenendo a livello istituzionale con la riforma pattumiera che ha nel mirino anche e soprattutto il ruolo del Presidente della Repubblica così come previsto dalla Costituzione e interpretato da Mattarella, ma anche a livello politico con subdoli e denigratori attacchi e atteggiamenti a dir poco equivoci.

Il vero contraltare a Giorgia Meloni non è Elly Schlein, la vera opposizione a questo governo non viene dal centro-sinistra, la vera alternativa etico-politica al centro-destra nei modi e nei contenuti non è costituita dai partiti di minoranza a livello parlamentare, ma è, suo malgrado, tutto nelle mani di Sergio Mattarella quale rappresentante dell’altra politica, che viene da lontano e sa guardare lontano.  La sua storia personale è cristallina, tutte le sue iniziative sono perfettamente ineccepibili dal punto di vista istituzionale, corrette sul piano politico, opportune dal punto di vista sociale e importanti a livello internazionale: non è certo colpa sua se mettono oggettivamente in secondo piano (meno male!) un governo che farnetica e arranca e che dovrebbe solo ringraziare il Quirinale per le sponde che gli offre nell’interesse del Paese.

Invece la levatura morale e politica di Meloni e c. è talmente bassa, rabbiosa, rancorosa e penosa da mettere i brividi. Dovranno però stare molto attenti ad aprire un contenzioso con Mattarella, se ne potrebbero pentire amaramente. Non lo trascinino in un conflitto da cui lui uscirebbe alla grande e loro con le ossa rotte. Gli italiani capiscono e continueranno a capire la lingua di Sergio Mattarella? Penso di sì! Il giorno in cui dovesse accorgersi di non rappresentare più l’unità nazionale sarebbe il primo ad andarsene. In fin dei conti hanno insistito tutti perché rimanesse al suo posto, sarebbe veramente curioso che si facessero condizionare e fuorviare da Giorgia Meloni e dai suoi pretoriani prezzolati. Anche se purtroppo alla ignoranza e stupidità non c’è limite…