Una partita fra caste

Uno dei punti più discussi in materia di riforma della giustizia è senza dubbio quello riguardante la separazione delle carriere: non ho mai capito perché la maggioranza dei magistrati sia pregiudizialmente contraria, probabilmente non tanto per una rigorosa difesa della propria indipendenza, ma per una castale maggiore flessibilità di esperienze e di carriere. Il centro-destra da parte sua annette molta, forse troppa, importanza a questa innovazione, illudendosi sul “divide et impera” che indebolirebbe il potere giudiziario sottraendolo alle intenzioni di condizionare la politica col rischio però di portare di fatto i magistrati inquirenti nell’orbita del potere esecutivo (come del resto succede in parecchie democrazie).

Non essendo esperto in materia faccio riferimento ad un illustre parere dell’ex senatore Giorgio Pagliari, insigne giurista. Egli afferma: «La separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante, così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero».

Resto però molto perplesso allorquando l’attuale governo, che ha tra i suoi ministri un autorevole ex magistrato, Carlo Nordio, il quale sta elaborando una riforma dell’ordinamento giudiziario, si scandalizza davanti al Gip che dispone l’imputazione coatta per il sottosegretario Delmastro (il reato se non erro sarebbe quello di rivelazione di segreti d’ufficio) in contrasto col Pubblico ministero che aveva deciso l’archiviazione dell’indagine. Mi sono chiesto se questo non sia proprio un caso di indipendenza tra magistratura inquirente e giudicante. E allora? La coerenza, come spesso accade, diventa un optional, resta soltanto la voglia di difendere la casta della politica.

Leggiamo cosa scrive al riguardo Giuseppe Panissidi su MicroMega: «L’invocata panacea di tutti i mali, la separazione delle carriere, neanch’essa sembra soddisfare i suoi veementi assertori. Tanto vero che, anche quando la giurisdizione la realizza di fatto, nei termini e nelle forme della normale dialettica processuale, l’Olimpo del garantismo a buon mercato e a senso unico insorge, a prescindere. Ogniqualvolta, comunque, si vada in giudizio. Se, vedi caso, l’ufficio del pubblico ministero propone l’archiviazione delle accuse nei riguardi di tal Delmastro, mentre il tribunale, nella figura del giudice preliminare, terzo e indipendente, assume la decisione opposta, vale a dire ingiunge alla procura di formulare l’imputazione, secondo una specifica previsione del vigente codice del rito accusatorio, anche tale prova di “separazione” sostanziale tra procura e tribunale viene fatta oggetto di vigorosa, controintuitiva, contestazione. Stranezze. Non è, dunque, la separazione la materia del contendere! Il problema vero, il male per nulla oscuro, si manifesta, al contrario, nell’anelito alla costruzione di una prospettiva ‘politica’ di concordanza ‘sistemica’ tra giudici e pm palesemente finalizzata a porre fine ai procedimenti sgraditi. Altrimenti, entra in azione, di diritto, per usare una parola nobile, il vincitore elettorale, il legislatore penale di turno. E via col vento, mano alla… separazione! In buona sostanza, intercala Johnny Stecchino, e in memoria di Manzoni, il processo non s’ha da fare, né domani, né mai, quando riguarda i padroni del vapore. Il giusto processo nei loro confronti è il processo che non si celebra, non si deve celebrare, considerato il numero di assoluzioni che viene sbandierato a ogni piè sospinto».

Mi sembra quindi che il dibattito in corso sia falsato da due opposte strumentali intenzioni: la Magistratura si chiude a riccio ed ha paura persino della propria ombra o forse, sarebbe meglio dire, dell’ombra del governo per difendersi preventivamente e pregiudizialmente dagli attacchi alla propria autonomia, mentre il Governo vuole comunque appioppare un colpo a tale autonomia considerandola un alibi per operare impunemente invasioni di campo.

Se questi sono i presupposti ed il clima, il conflitto è garantito e la riforma scivolerà inevitabilmente verso un pericoloso scontro fra i poteri dello Stato.  Non invidio il Presidente della Repubblica che, prima con la cosiddetta moral suasion e poi con l’esercizio delle sue prerogative, dovrà mettersi di mezzo in difesa della Costituzione e delle aspirazioni dei cittadini verso una giustizia giusta ed efficiente. Non rimane comunque che sperare in lui, nel suo equilibrio, nella sua obiettività e nella sua rigorosa e operosa fedeltà alla Carta Costituzionale.

 

 

La melonizzazione dell’ambiente

Le mie peregrinazioni elettorali sono storicamente iniziate col voto europeo: un cattolico in libera uscita prima ancora che tramontasse la Democrazia Cristiana. In questo partito militai fino al momento in cui credetti nella possibilità di una presenza progressista in “un partito di centro che guarda a sinistra” (la definizione è di Alcide De Gasperi).

Tramontata questa suggestiva ipotesi mi sentii oltremodo libero nel voto e presi spunto dagli equilibri politici europei, laddove, nonostante tutto, si partiva più dai problemi concreti che dagli schieramenti. Se la memoria non mi tradisce, negli anni ottanta del secolo scorso votai Rifondazione comunista per due motivi: la grande stima per un missionario saveriano prestato alla politica, Eugenio Melandri, candidato nelle liste di quel partito e la speranza di dare uno scrollone alla burocrazia conservatrice europea (mia sorella usava come suo solito una espressione colorita e provocatoria: “In Europa sono tutti fascisti…”), usando la clava dei rapporti con il terzo mondo.

Ricordo di avere stupito il mio carissimo amico comunista Valter Torelli: l’indomani delle elezioni europee lo incontrai e gli confessai di averla fatta grossa, avevo votato ben più a sinistra di lui e il mio voto era servito a mandare a Strasburgo un missionario cattolico in odore di eresia, ma sicuramente impegnato su certe tematiche rivoluzionarie.

Negli anni novanta e successivi, più di una volta, ho votato i “verdi” per il Parlamento europeo, individuando in questo più movimento che partito una sensibilità moderna e capace di coniugare, come a distanza di tempo ha scritto papa Francesco in una enciclica, la difesa dell’ambiente con quella dei diritti sociali. In Italia purtroppo i verdi non hanno trovato riscontri attivi e passivi, mentre a livello europeo hanno sempre rappresentato un giusto anelito verso una politica aperta all’ambientalismo, all’ecologismo e a tutti i fenomeni di progresso nel mondo.

Questa breve (?) confessione laica per ammettere che ho trovato un inopinato riscontro a queste mie fughe in avanti nel recente voto del Parlamento europeo sulla “Nature restoration law”. Da una parte mi sono rallegrato del fatto che sia stato approvata questa legge, dall’altra mi sono preoccupato del fatto che la difesa della natura non sia elemento politico unificante ma estremamente divisivo, come scrive Nicolas Lozito su “La Stampa” in un acuto e interessantissimo articolo che riporto di seguito.

“Mai nella storia dell’Unione europea l’ambiente è stato così decisivo per rivelare strategie politiche e nuove alleanze. Una cartina al tornasole in vista del voto del 2024. Oggi, infatti, il Parlamento di Strasburgo ha dato un primo ok alla Nature restoration law proposta dalla Commissione eurpea: 336 voti a favore, 300 contrari, 13 astenuti. Le previsioni fino a ieri erano all’opposto e in molti si aspettavano il fallimento di una proposta nata benissimo ma arrivata fino a oggi tra polemiche e critiche. Invece il pronostico è stato ribaltato grazie alle defezioni all’interno del Partito popolare europeo: 21 europarlamentari hanno votato a favore della legge e in aperto contrasto con le indicazioni del loro segretario, Manfred Weber, grande sconfitto della giornata.

Al di là delle dinamiche politiche nel breve termine, il voto è interessante per due motivi. Primo, perché rimette sul tavolo una fondamentale legge per la protezione dei nostri territori, che oggi versano in stato di salute pessimo a causa dell’impatto dell’uomo. Nonostante le critiche arrivate dagli agricoltori e dai pescatori, la comunità scientifica ha spiegato a gran voce la necessità di rendere più resiliente la natura del nostro continente per rispondere alle sfide dell’inquinamento e del cambiamento climatico.

Secondo, perché mostra in maniera plastica il tentativo del Partito popolare europeo di riallineare le sue alleanze verso destra, guardando sempre più con attenzione al gruppo dei conservatori guidato da Giorgia Meloni. Uno slittamento lento in vista delle Europee 2024, che probabilmente vedranno un ribaltamento di forze all’interno del Parlamento. Il disegno delle nuove alleanze è dichiarato ancora solo in parte, visto che i Popolari compongono tutt’ora la maggioranza “Ursula” insieme alle forze di Sinistra.

Il Green Deal e le iniziative a favore dell’ambiente sono una delle principali eredità di questa Commissione e in generale di questa legislatura europea. Ma proprio in questo ultimo anno il banco potrebbe saltare: i conservatori potrebbero scaricare le stesse iniziative a cui avevano lavorato per evitare che gli ottimi risultati favoriscono alle prossime elezioni le forze progressiste e socialdemocratiche, che durante la campagna elettorale proveranno a rivendicare con forza i progressi ottenuti.

La spallata tentata oggi è fallita, ma ci saranno altri momenti decisivi, a partire proprio dalle prossime discussioni sulla Restoration Law. Le sorti del Pianeta, a Strasburgo, potrebbero essere messe in secondo piano per favorire gli interessi di breve periodo delle agende politiche. Ma la Natura non può essere usata come territorio di battaglia, né come una fune da contendersi. Ancora oggi, nel 2023, gli europarlamenti sembrano dimenticarsi della crisi ecologica che caratterizza il nostro tempo”.

Come dicono in sintesi il titolo e il sommario di questo articolo, “l’ambiente diventa un terreno di scontro per tracciare le nuove alleanze europee”. Se in un certo senso può essere un notevole passo avanti nell’attenzione della politica verso i problemi reali del pianeta, per latro verso la politica mostra la sua faccia meschina: fino alle elezioni 2024 vedremo sempre più tentativi di avvicinamento del partito polare con le forze conservatrici. A farne le spese saranno la difesa della Natura e l’agenda green. Ironia della sorte (?): protagonista dichiarata di questa deriva conservatrice la nostra premier Giorgia Meloni che forse riuscirà a sciacquare nel fiume della conservazione europea il suo linguaggio (fosse solo linguaggio…) storicamente scorretto sull’altare della trascuratezza verso nientepopodimeno che il pianeta terra. Della serie se la terra non sarà meloniana sarò almeno melonizzata.

 

Da che podio viene la direzione d’orchestra

La sera del 14 maggio 1931 Arturo Toscanini si trova al Teatro comunale di Bologna per dirigere un concerto in memoria di Giuseppe Martucci, pianista, direttore d’orchestra e compositore, direttore emerito dell’orchestra bolognese alla fine dell’Ottocento. Nonostante le pressioni ricevute rifiuta di eseguire Giovinezza e la Marcia Reale in onore di Leandro Arpinati, ducetto locale, grande amico di Mussolini e di vari altri gerarchi tra cui Costanzo Ciano – padre di Galeazzo – e per questo viene violentemente aggredito. Lo salverà dal linciaggio il suo autista, affrontando gli aggressori e riportandolo in albergo, dove il maestro sarà però raggiunto da un seguito di facinorosi che gli intimerà di lasciare subito la città.  

Toscanini era di idee socialiste e agli albori del fascismo aveva anche accettato la proposta di Mussolini di candidarsi alle elezioni politiche del 1919 nella lista dei Fasci di combattimento, ma di fronte alla torsione a destra del duce ed all’uso spregiudicato della violenza come arma politica, cambierà immediatamente idea, divenendo uno dei suoi più ferrei oppositori fin dai tempi della Marcia su Roma.

Nonostante le ritorsioni, le pressioni e le minacce (subirà anche provvedimenti come lo spionaggio delle telefonate e della sua corrispondenza e il ritiro temporaneo del passaporto allargato alla sua famiglia), il direttore non si piegherà mai al regime, rinunciando a dirigere orchestre in Italia fino a che il fascismo fosse rimasto al potere. Il maestro romperà ogni tipo di relazione anche con la Germania nazista sin dal 1933, abbandonando il festival wagneriano di Bayreuth, e nel 1938, dopo l’Anschluss dell’Austria da parte della Germania, anche il festival di Salisburgo, nonostante gli inviti a restare. Sempre nel 1938, a causa delle ‘leggi razziali’, abbandonerà l’Europa per trasferirsi negli Stati Uniti. (da Collettiva – CGIL)

Questo tuffo nella storia mi consente di approcciare l’attualità con le idee più chiare. L’attualità si chiama Beatrice Venezi, direttrice o direttore, come dir si voglia, d’orchestra attorno alla quale si è scatenata una polemica, a mio modo di vedere, abbastanza significativa.

Era stata invitata a dirigere l’orchestra Filarmonica locale per i tradizionali balletti di Natale e il Concerto di Capodanno, ma la notizia dell’arrivo a Nizza di Beatrice Venezi è stata subito contestata da molte associazioni. “Il Comune di Nizza non deve, sotto la copertura di un evento artistico e sfruttando l’Opéra de Nice, dare un assegno in bianco al neofascismo italiano”, è l’accusa sottoscritta da una decina di associazioni francesi. La direttrice d’orchestra italiana non è gradita per il suo ruolo di consigliera per la musica del governo di Giorgia Meloni. “Ricordiamo – si legge nella petizione – le posizioni politiche e intellettuali assunte da Beatrice Venezi che si è impegnata con Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiano, come consigliere musicale. Molto presente sui media italiani, ha partecipato alla convention del partito di estrema destra Fratelli d’Italia nel maggio 2022 e ci tiene a dare la massima visibilità possibile all’ideologia che difende, sfruttando per questo la sua notorietà di direttrice d’orchestra. In un contesto di banalizzazione dell’estrema destra e del fascismo, l’invito rivolto alla signora Venezi a Nizza costituisce un gesto politico che contestiamo e denunciamo con forza”. Da qui la richiesta al sindaco di Nizza e al direttore generale dell’Opera Nice Côte d’Azur di annullare l’invito all’italiana. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Si dirà che l’arte e la politica non si devono mescolare e che quindi un artista è libero di professare le idee politiche in cui crede senza venirne censurato o discriminato. Proprio quello che subì Arturo Toscanini o meglio proprio quello che fece il fascismo pretendendo da Toscanini un appoggio al regime o quanto meno una non palese opposizione ad esso.

Da un artista però è giusto aspettarsi l’adesione non tanto alle idee politiche, ma ai valori fondamentali della cultura democratica e, se un artista dimostra di non aderirvi con precise scelte, può essere tranquillamente messo alla porta e invitato a cercare qualcuno disposto a transigere.

Mi sembra che l’atteggiamento delle associazioni francesi nei confronti di Beatrice Venezi vada in questo senso e mi sento di condividerlo in tutta tranquillità. Non mi scandalizzo affatto, anzi. Nessuna censura, ma una opportuna presa di distanza. Un tempo si usava violenza contro chi osava parlar male del fascismo (un autentico sopruso); oggi ci si limita a considerare persona sgradita chi fa lo gnorri nei confronti del fascismo (un sacrosanto diritto, oserei dire un dovere).  Non mi si dica che le due cose si equivalgono, c’è una bella differenza, ci sono in mezzo la storia e la cultura.

Mio padre mi ha insegnato che l’antifascismo dovrebbe essere parte integrante e fondamentale della vita di una persona, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. A maggior ragione se questa persona è un artista con tutte le conseguenti responsabilità verso la società civile.

Naturalmente c’è chi non la pensa così. «Beatrice Venezi è una grande artista e una straordinaria professionista. Sono orgoglioso di averla al mio fianco come consigliere per la musica», scrive su twitter il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano intervenendo sulla protesta in Francia di 12 associazioni a Nizza contrarie all’arrivo per il concerto di Capodanno della direttrice d’orchestra italiana definita “neofascista”. «Chi a Nizza vorrebbe impedirle di esercitare la sua arte dimostra tutta la sua ignoranza e va contro quei principi di libertà e democrazia che sostiene di voler difendere. Forza Beatrice!», conclude il ministro. (dal quotidiano “Gazzetta di Parma”)

A Nizza evidentemente sull’antifascismo non si scherza come in Italia, non vogliono saperne di revisionismo, autocritica, pacificazione, colpi di spugna, voltate di pagina e vuoti di memoria. Non si lasciano impressionare dalle scorribande culturali del nostro ministro Sangiuliano e non gradiscono mettere sul podio chi adotta uno spartito storicamente equivoco.

Riccardo Muti ha promosso e diretto un concerto in Giordania anche per i profughi. Ravenna festival porta “Le vie dell’amicizia” al teatro romano di Jerash. Tra il pubblico pure quindici giovani del campo dell’Unhcr di Zaatari, a pochi chilometri dalla Siria. «Un paese e un popolo straordinari che siamo venuti ad onorare perché offrono rifugio e accoglienza a chi scappa dalla guerra» dice Riccardo Muti davanti al muro di pubblico in piedi sui gradoni del teatro romano di Jerash. Nord della Giordania, nazione dove il 30% della popolazione è costituito da rifugiati. Siriani, prevalentemente. Qui il maestro ha voluto portare l’edizione 2023 de “Le vie dell’amicizia” di Ravenna festival, invitato dal governo di questo paese. (dal quotidiano “Avvenire”)

Questi sono i valori che la musica deve sposare ed a cui un artista deve puntare. Provi a fare così anche Beatrice Venezi e vedrà che nessuno oserà chiuderle le porte in faccia. Lasci perdere le nostalgie, non le difenda testardamente e guardi avanti con l’animo libero dalle ombre del passato.

 

 

 

Un po’ di silenzio d’oro non guasterebbe

Alla manifestazione letteraria “Il libro possibile” a Polignano a mare Eugenia Roccella presenta il suo libro, “Una famiglia radicale”. Il giornalista di Sky Fabio Vitale le chiede un commento sulla vicenda La Russa e Roccella azzarda una difesa. «Non giudico un padre e non entro nei casi individuali e nelle reazioni di una persona che ha un rapporto affettivo…», prova a tagliare corto. Il pubblico non ci sta. La reazione è immediata e indignata. Roccella insiste: «La Russa ha proposto un corteo di soli uomini contro la violenza sulle donne». Ora i buu riempiono la sala. La gente si alza e lascia la sala. Poi Roccella spiega: «I motivi per cui sono stata contestata non sono legati alle battaglie di oggi, perché questo governo non ha toccato nessuna legge che riguardi per esempio il mondo Lgbtq+ o tantomeno l’aborto», ha voluto precisare Roccella. «Ci contestano solo perché non si accetta l’idea che in democrazia possa vincere la destra. Una stessa destra che deve essere dipinta come sgradevole, bigotta, cattiva… Ma le donne di sinistra si chiedano però come mai sia una donna di destra ad essere la prima donna a guidare il Paese». (dal quotidiano “Avvenire”)

Mi ero ripromesso di non commentare né oralmente né per iscritto la triste vicenda del figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa. Uso il termine triste perché, a prescindere dagli sviluppi giudiziari che potrà avere, questa contingenza crea una serie di cortocircuiti di vario e imbarazzante genere.

Il clima sociale è avvelenato da sessismo e sistematico attacco alla donna considerata e trattata alla stregua di bambola da usa e getta. In un simile e drammatico quadro diventa (quasi) impossibile tenere i nervi saldi prima di giudicare e colpevolizzare. Se da una parte (mi riferisco ai media e alla pubblica opinione) bisognerebbe sforzarsi di farlo, dall’altra (mi riferisco in primis ai genitori dei protagonisti di questi fatti incresciosi) sarebbe più che opportuno, anche se difficile, osservare il silenzio per vivere nell’area privata il proprio dramma psicologico ben comprensibile e rispettabile.

Venendo al caso in questione, Ignazio La Russa avrebbe dovuto tacere, innanzitutto come padre, troppo coinvolto per essere obiettivo, poi come politico, troppo imbarazzato dalla difficoltà di separare il pubblico dal privato, poi, a maggior ragione, come presidente del Senato, troppo esposto istituzionalmente per prendere posizione, anche la più leggera, al riguardo. In poche parole ad aprire bocca, in simili circostanze, si sbaglia sempre.

Dal momento che purtroppo non ha saputo tacere, ha istigato inevitabilmente la polemica sul piano culturale e politico, spiazzando il governo, il suo partito e un po’ tutti, anche coloro, come il sottoscritto, intenzionati a stendere un velo di pietoso silenzio almeno prima di verificare i fatti accaduti (ammesso e non concesso che in questi casi si possa fare assoluta verità).

Il succitato intervento di Eugenia Roccella lo dimostra chiaramente: non voleva entrare nel delicato dibattito, ma ha finito col farlo e farlo molto male, mischiando capre e cavoli, preoccupandosi più di salvare la propria faccia ministeriale che di affrontare una problematica delicatissima, oserei dire incandescente, spostando il tutto sulla mera propaganda politica peraltro di bassa qualità. Se voleva, in un certo senso, difendere La Russa è riuscita a metterlo ulteriormente alla berlina; se intendeva smarcarsi dalla vicenda vi si è affogata dentro; se pensava di autodifendersi come ministro contestato a più non posso, lo ha fatto maldestramente, con argomenti risibili, poca classe e molto risentimento.

Io non so cos’abbia combinato La Russa junior, so invece cos’ha combinato La Russa senior: un pasticcio dal punto di vista umano, politico e finanche istituzionale. Però non bisogna gufare, cadere nella trappola della strumentalizzazione politica, approfittare della debolezza umana per affondare colpi politici. Certo, se prima di parlare Ignazio La Russa ci avesse pensato un attimo evitando di fare penose retromarce, se si fosse consigliato col Presidente del Consiglio e, perché no, col Presidente della Repubblica, avrebbe fatto cosa buona e giusta, equa e salutare.

Nella nostra società si parla troppo e a sproposito, si fa del fumo, si pensa che chi tace dimostri debolezza o addirittura colpevolezza, che la miglior difesa sia l’attacco, che sparare assurde certezze dimostri adeguatezza, competenza e capacità, che la prima gallina che canta non abbia fatto l’uovo, invece…

 

 

I poveri nel Calderone pseudo-liberista

Botta e risposta sul salario minimo tra la ministra del Lavoro Marina Calderone e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Non sono convinta che al salario minimo si possa arrivare per legge». Così la ministra, conversando coi cronisti a margine del Festival del Lavoro di Bologna. «Noi siamo attenti a tutte le dinamiche del mondo del lavoro e siamo convinti che si debba investire sulla contrattazione collettiva di qualità. Secondo Calderone, «in ambito comunitario la direttiva stessa dice che al salario minimo si possa arrivare attraverso diversi percorsi». «Si può sostenere la contrattazione di qualità anche con percorsi di rinnovo contrattuale attraverso detassazione» e con «agevolazioni fiscali e contributive. Voglio lavorare molto sulla contrattazione nazionale di secondo livello per cercare di dare un aiuto concreto al rinnovo dei contratti», conclude.

«La ministra del Lavoro dice che non serve una legge sul salario minimo. A lei e al governo vorrei ricordare che ci sono tre milioni di lavoratrici e lavoratori poveri in Italia e che questo governo non può non capire che sotto una certa soglia non si può parlare di lavoro, ma è sfruttamento. La proposta delle opposizioni rafforza la contrattazione collettiva perché fa valere per tutti i lavoratori di un settore la retribuzione complessiva prevista dal contratto comparativamente più rappresentativo. E fissa anche una soglia di nove euro l’ora, sotto la quale non si può scendere nemmeno nella contrattazione. Questo per garantire una giusta retribuzione anche dove la contrattazione non c’è o dove è fatta da contratti pirata», afferma in una nota la segretaria del Pd. (dal quotidiano “Avvenire”)

Il liberismo puro, quello a cui hanno da tempo rinunciato anche i liberali più intelligenti e lungimiranti, diventa l’arma difensiva verso un provvedimento sacrosanto, che non ha nulla di dirigistico e tanto meno di comunista. Si tratta del minimo dovuto a chi lavora, una sorta di reddito di sopravvivenza. La destra ne ha paura: il reddito di cittadinanza non va bene perché premia i fannulloni, il salario minimo non va bene perché garantisce i lavoratori a prescindere. Che razza di mentalità!? Siamo sempre all’autodifesa identitaria di una destra che non sa guardare oltre il proprio naso ideologico. E poi si dice che le ideologie sarebbero finite?

Non credo che fissare un tetto salariale minimo di nove euro all’ora possa essere considerato una misura demagogica. Se l’economia privata non è in grado di rispettare una tale disposizione legislativa vuol dire che si basa non sul presupposto della produttività del lavoro ma su quello dello sfruttamento del lavoro.

Diversamente, cosa ci sta a fare il governo di fronte ad una economia del genere. Non nascondiamoci dietro la contrattazione collettiva: un conto è una legge, un conto è un contratto collettivo che non ha comunque forza di legge se non solo in certi casi. Spero che il sindacato non se ne abbia a male se interviene una legge a difendere i diritti dei lavoratori più deboli ed esposti.

Ho militato a suo tempo nella Democrazia Cristiana aderendo alla corrente della sinistra di matrice sindacal-aclista, guidata all’ora da Carlo Donat Cattin, ricordato a buon diritto come il “ministro dei lavoratori” e non “del lavoro”, come lui stesso amava definirsi, per la sua lunga battaglia per i diritti dei lavoratori, a partire dal suo ingresso nelle Acli e nella Cgil/Corrente sindacale cristiana nel 1945.

Forse si scaravolterà nella tomba nel sentire un suo successore disquisire liberisticamente sulla pelle dei poveri diavoli. Non affondo ulteriormente il coltello nella piaga già sufficientemente profonda. Spero solo che prima o poi salti fuori un medico non pietoso, che la faccia guarire e non diventare puzzolente: un medico molto più coraggioso ed obiettivo di Marina Calderone.

 

Istituzioni ingorde o buongustaie

Credo che nessuno possa negare la necessità di una seria riforma della giustizia in quanto le sue incongruenze, contraddizioni ed inefficienze sono sotto gli occhi di tutti. Il problema quindi non dovrebbe essere “riforma-sì—riforma-no”, ma semmai quale o quali riforme. È l’approccio alla discussione che è sbagliato: da una parte si vuole difendere la politica e i politici di turno dai presunti attacchi della magistratura, dall’altra la magistratura si difende dai presunti attacchi della politica. Il dibattito si svolge fra poteri autonomi dello Stato schierati in campo a mo’ di lumache. Per dirla in riferimento all’attualità, chi tocca Santanché e Delmastro va punito e ridimensionato, chi attacca le procedure a cui vengono sottoposti Santanché e Delmastro è un traditore della Costituzione.

È innegabile che la sinistra in passato abbia lasciato la battaglia contro il berlusconismo e le sue invadenze alla Magistratura e alla parte più tosta della stampa: un errore grave che ha indebolito la politica e sovraccaricato la Magistratura, creando i presupposti per qualche pericoloso intruglio istituzionale. Temo che la situazione sia ancora bloccata in quel senso, con la destra al governo che continua imperterrita a fare il verso a Berlusconi, la sinistra che continua a sfarinarsi nell’antimelonismo di maniera (senza peraltro il coraggio di andarci fino in fondo), la magistratura che si difende ancor prima di essere attaccata.

A quando i veri problemi della giustizia? Il ministro Nordio li conosce e, tutto sommato, li mette sul tappeto. Poi però cominciano gli opportunismi governativi e tutto si blocca o viene falsato da interessi faziosi. O si ha il coraggio di sgombrare il campo dai personalismi e dai giochetti delle parti oppure la giustizia rimarrà quella che è con i suoi pregi e i suoi difetti.

In questo momento Santanché e Delmastro dovrebbero avere il buongusto di farsi da parte e di difendersi a livello personale senza nascondersi dietro il governo di cui fanno parte. Chi nel governo è portatore di conflitti di interesse abbia un rigurgito di onestà intellettuale e li risolva. Se non riesce a convincerli Giorgia Meloni, lo tenti il ministro Nordio che rischia di rimanere col cerino acceso fra le dita della sua ventilata riforma.

I magistrati facciano un atto di umiltà e, per una volta, porgano l’altra guancia, stando zitti proprio in nome di quell’autonomia che intendono difendere. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: vale anche per loro. Si consiglino un po’ di più con il Presidente della Repubblica che, fino a prova contraria, è a capo del Consiglio Superiore della Magistratura e potrebbe svolgere questa funzione senza delegarla come avviene per prassi consolidata.

Poi si apra, nelle sedi istituzionalmente previste e con i toni più opportuni e costruttivi, il dibattito, partendo non dai forti che traballano, ma dai deboli che soffrono: mi riferisco ai carcerati in attesa di giudizio e in attesa di scontare la pena in modo umano e rieducativo, alle vittime di errori giudiziari, a quanti non riescono a far valere i propri diritti, a tutti i cittadini che vorrebbero una giustizia giusta e una politica che si occupi di loro e non di sé stessa.

Sono stanco di questo tira e molla fra governo e magistratura, del tifo per le due squadre in campo, della contrapposizione manichea fra giustizialisti e garantisti. In questi giorni è stato aperto il testamento di Silvio Berlusconi che prevede due lasciti dal punto di vista economico, uno a Marcello Dell’Utri e l’altro a Marta Fascina. Non mi riguardano. Temo invece che ci siano parecchi lasciti segreti alla politica, fra i quali si intravede nettamente la “guerra alla magistratura” considerata un inciampo a fare i propri interessi. Mi sembra che il conflitto sia ripreso senza esclusione di colpi, ma, come in tutte le guerre, di aggressione o di difesa che siano, chi ci rimette sono i più deboli.

 

 

 

L’ultimo (ma non ultimo) del CAF

Parlare di politica è un esercizio sempre più disarmante e sconfortante, ho il timore che non se ne esca vivi. I problemi incombono, ma chi governa è preso da ben altre questioni e la gente li nasconde masochisticamente sotto la sabbia delle vacanze o sotto l’illusione del benessere consumistico. Prima o poi verranno a galla e saranno guai seri per tutti.

Non si sa a chi guardare con un minimo di fiducia. La destra si sta dimostrando ancor peggiore di quanto si potesse immaginare. La sinistra è come il sale per mio zio Mario, che davanti a un tegame di insalata chiedeva a mia madre: «Ghet mis al säl?». Mia madre sorpresa dalla domanda gli chiedeva il perché. E lui ribatteva: «Parchè n’al vèd miga…». Esigeva che l’insalata fosse ingrigita dal sale per superare la barriera del suo palato inspessito dal fumo. Io non vedo la sinistra forse perché ho gli occhi perduti in un passato che non tornerà mai più.

A proposito di passato, in questi giorni è morto un importante uomo politico, Arnaldo Forlani. Non accetto per lui le sbrigative e superficiali commemorazioni mediatiche, anche se, ai tempi in cui militavo nella Democrazia Cristiana non l’ho mai digerito pur riconoscendogli doti non comuni a livello intellettuale e politico. Due disastri sono a lui ascrivibili.

Nel 1971 l’elezione di Giovanni Leone a presidente della Repubblica, non tanto per il candidato più che rispettabile, ma per la manovra di destra che lo portò al Quirinale coi voti missini e contro il centro-sinistra che faticosamente stava prendendo piede, tutto in contrapposizione ad Aldo Moro, che avrebbe avuto i voti anche del partito comunista (sempre il solito discorso…). Fu un autentico choc per la sinistra democristiana, che si piegò per disciplina di partito e per obbedienza a Moro che non volle assolutamente spaccare il partito (era questo un suo pregio, ma forse anche un suo limite).

Nel 1989 Forlani tornò alla segreteria della DC e fu protagonista del patto scellerato tra Craxi, Andreotti e Forlani stesso (il cosiddetto CAF), che portò l’Italia allo sfacelo della corruzione politica, alla fine della cosiddetta prima repubblica e al berlusconismo che non è ancora finito. Uscii dal partito, non ne volli più sapere e non mi sbagliai di molto.

Forlani pagò caramente questa scelta e fu coinvolto in tangentopoli al di là dei suoi demeriti e delle sue responsabilità. Mi dispiacque molto vederlo in tribunale con la bava alla bocca in grave difficoltà davanti alle pressanti, aggressive e faziose domande di Antonio Di Pietro. Fu addirittura condannato e scontò la pena silenziosamente ai servizi sociali. Mia sorella, maestra di rispetto e riguardo verso gli avversari – non era certo una forlaniana – non accettava gli amici di Forlani che lo avevano direttamente o indirettamente scaricato. Tra questi c’era il suo ex portaborse Casini (ve’ chi si rivede…), maestro di autoriciclaggio personale e di opportunismo politico. Oggi fa il panegirico di Forlani, si fa eleggere nel PD a Bologna, continua a pensare al Quirinale, tutto dopo essersi buttato a capofitto nel berlusconismo ottenendone vantaggi non trascurabili.

A questo fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Morale della favola: mi sento molto critico nei confronti di Forlani, che rispetto e che meriterebbe ricordi ben più approfonditi e soprattutto dovrebbe essere rimpianto di fronte alla deriva destrorsa dell’Italia attuale. Tutto sommato e nonostante tutto, valeva più Forlani in un’unghia del piede di tutti i politici attuali di destra e di centro comunque riciclati o camuffati.

 

La grande mediatrice

Non ho capito in cosa effettivamente consista la solidarietà obbligatoria varata dal recente Consiglio d’Europa, mi è sembrato comunque un faticoso e tardivo passo avanti verso una gestione programmata e concordata del fenomeno migratorio. Varsavia e Budapest, per, come si suole dire, non sapere né leggere né scrivere, si sono espressi contro la solidarietà obbligatoria e si sono chiamati fuori dall’intesa raggiunta dagli altri 25 partner europei.

La premier italiana Giorgia Meloni, imbarazzata dalla posizione degli amici e alleati dell’Est, ha provato a trovare una mediazione tramite un incontro trilaterale con Morawiecki e Orban presso la sede della delegazione italiana al Consiglio Europeo. Il tentativo, però, non ha centrato l’obiettivo. La premier però non si è detta delusa, perché “non mi delude mai chi difende gli interessi nazionali”. Ci sta tentando ancora con un viaggio in Polonia: certe questioni a volerle rimescolare puzzano ancor più.

Forse si sta arrampicando sugli specchi con le mani sporche di grasso, forse sta tenendo i piedi in troppe paia di scarpe, forse, anzi certamente, non è all’altezza di mediare a questi livelli (fa fatica a trovare la quadra con Salvini e Tajani, figuriamoci con questi marpioni dell’Est, che, dopo avere munto la vacca europea a più non posso, ora fanno i difficili…).

Dopo avere continuamente denunciato l’indifferenza europea verso il problema dell’accoglienza ai migranti, dopo avere nascosto le inadempienze e incongruenze italiane dietro il paravento della Ue, proprio nel momento in cui sembra sbloccarsi la situazione, i suoi amici, ironia della sorte, le mettono i bastoni fra le ruote. Roba da statista di serie Z!

Ma non è finità lì, perché lei continua a cantar vittoria (chi si contenta gode e fa godere gli italiani) e fin qui il tutto potrebbe rientrare nei giochini della bassa politica dove si sostiene tutto e il suo esatto contrario. Il bello è che con una frase sibillina, che non esito a definire schifosa, arriva a giustificare ideologicamente l’atteggiamento dell’Ungheria e della Polonia, ammantandolo di nazionalismo, di una sorta di patriottismo che viene prima di tutto e tutto spiega.

Una subdola e indiretta dichiarazione di antieuropeismo, una sorta di lapsus freudiano, un goffo e penoso tentativo di cucinare il senso di adesione agli ideali europei in salsa sovranista. E questa sarebbe la svolta politica dei conservatori europei in vista delle prossime elezioni? I casi sono due: o Giorgia Meloni non sa cosa sta facendo o ci sta portando alla deriva dello svaccamento strisciante delle istituzioni europee. Prima o poi anche per lei arriverà una risata che la sotterrerà (non l’ha scappata Berlusconi che la sapeva molto più lunga…).

Fallita la mediazione, al termine del Consiglio Ue la premier italiana ha virato le sue riflessioni in un’altra direzione: all’Italia interessa la dimensione esterna, gli accordi con Tunisia e Nord Africa, mentre, dice Meloni, il patto dell’8 giugno non è così prioritario nella strategia di Roma, benché migliori le attuali regole. Allora la polemica sull’omertoso comportamento europeo? Roba vecchia, adesso Roma cerca di schivare la polemica sul fatto che due dei principali alleati di Meloni non abbiano accettato la sua mediazione per preservare l’unità europea e punta tutto sui rapporti a livello africano.

Mateusz Morawiecki e Viktor Orban, contrari al principio della solidarietà obbligatoria concordato nel Consiglio Affari Interni a Lussemburgo (solidarietà che non prevede solo ricollocamenti, ma anche, in alternativa, compensazioni finanziarie o assistenza tecnica al Paese sotto pressione migratoria), sono riusciti dunque a bloccare i punti sulle migrazioni del Consiglio Ue. Fortunatamente il fatto che le conclusioni sui migranti siano cadute non è però così dirimente, e il lavoro in Consiglio Ue, a livello di ministri degli Interni, va avanti comunque secondo le intese già assunte, perché la posizione negoziale del Consiglio è già stata decisa a maggioranza qualificata, mettendo Polonia e Ungheria in minoranza.

Morale della favola: l’Europa è diventata brava per merito (sic!) di Giorgia Meloni, nonostante i capricci dei suoi amici, grazie alla sua visione internazionale del fenomeno migratorio, grazie alla sua capacità di coniugare il sovranismo con l’europeismo, grazie alla sua azione portata avanti “alle grida” in Italia e “agli opportunismi” nel mondo. Edizione riveduta e scorretta della più scialba realpolitik. Complimenti!

Si sta però aprendo un nuovo fronte molto delicato nei rapporti con la magistratura italiana: una imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e una indagine in atto contro la ministra Daniela Santanchè. Si può dire che Giorgia Meloni tenti di parlare bene in Europa (con gli strafalcioni di cui sopra), ma razzoli male in Italia: la sua maggioranza è divisa su molte questioni rilevanti, alcuni suoi ministri ne combinano di tutti i colori, ultimamente si sta profilando una gara dura contro i giudici rei di “impicciarsi” dei comportamenti di due esponenti governativi appartenenti al suo partito. Ai cortocircuiti politici se ne stanno aggiungendo uno morale (nel suo partito) e uno istituzionale (rapporti con la magistratura impertinente), roba da far impallidire post mortem Silvio Berlusconi.

Un mio caro ed intelligente amico mi ha mandato un messaggino: “Volano gli stracci…Povero Mattarella!”. Sì, perché il Presidente della Repubblica sta già facendo, in modo peraltro ineccepibile, un superlavoro da capo del governo e ministro degli esteri a livello internazionale; magari presto gli toccherà una notevole grana quale presidente del Consiglio Superiore della Magistratura: quadrare il cerchio tra governo e giudici; forse cercherà persino, per evitare crisi al buio, di calmare i bollenti spiriti di Matteo Salvini e dei quattro gatti inferociti post-berlusconiani. Dovrà finanche insegnare all’opposizione a svolgere il proprio ruolo. Vuoi vedere che, stanco e preoccupato, avrà chiesto a Mario Draghi di alzarsi dalla panchina, togliersi la tuta e scaldarsi?

 

 

Il negozio santanchiano chiuso per inventario

“Santadeché” scriveva Dagospia, ironizzando non poco sul comportamento etico-politico di Daniele Santanchè. Il suo groviglio di interessi imprenditoriali le avrebbe dovuto consigliare di non assumere una carica pubblica rilevante come quella di ministro. Ormai però, da Berlusconi in avanti, il conflitto di interessi è talmente inflazionato da essere considerato una pagliuzza nell’occhio dell’avversario politico.

E allora ripieghiamo (si fa per dire) sulla Costituzione e sul suo articolo 54 che recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. La Costituzione non poteva dire di più, non era possibile fissare dei parametri o dei coefficienti applicativi. Resta comunque questo imprescindibile e secco richiamo costituzionale all’onore.

Il vocabolario così lo definisce: “In senso ampio, la dignità personale in quanto si riflette nella considerazione altrui (con significato che coincide con quello di reputazione) e, in senso più positivo, il valore morale, il merito di una persona, non considerato in sé ma in quanto conferisce alla persona stessa il diritto alla stima e al rispetto altrui (con significato equivalente a quello di onorabilità)”.

A questo concetto si sono riferiti in Parlamento quanti ritengono che la condotta di Daniela Santanché non corrisponda al criterio costituzionale suddetto o sollevi seri dubbi al riguardo, tali da richiedere o almeno da consigliare un passo indietro, magari proprio in difesa dell’onore.

L’interessata ha invece costruito proprio sul concetto di onore la sua linea difensiva, affermando di voler rimanere al suo posto per dimostrare di non avere nulla di cui pentirsi o di cui chiedere umilmente scusa.  Nel merito della sua linea difensiva ci sarebbe molto da discutere, ma non serve, è questione di sensibilità e di dignità e finiremmo nel pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Tutto rinviato eventualmente alla Magistratura, che non potrà però entrare nel merito a meno che non venissero accertati reati tali da comportare la decadenza dalla carica di senatrice o tali da innescare l’intervento del tribunale dei ministri.

Al posto di Daniela Santanchè mi sarei già dimesso non una, ma dieci volte. Chi mi conosce bene sa però che sono afflitto da “dimissionite acuta” e quindi non faccio testo. Non mi piace infierire su chi è in evidenti difficoltà, anche se l’aggressiva e strafottente presunzione sfoderata dalla ministra farebbe venire voglia di insistere e di picchiare duro.

In Parlamento, dopo il ping-pong sull’onore, è andata in scena la querelle fra giustizialismo e garantismo in un contesto di fregoliano trasformismo: chi era giustizialista è diventato garantista e chi era garantista è diventato giustizialista. Anche questi concetti scontano tutta la loro relatività. Colpisce tuttavia la contraddizione dei pronunciamenti della Santanché, tra quelli quando era all’opposizione e quelli di oggi. La coerenza, come l’onore e la dignità, è merce assai rara. Non è certamente negli scaffali del negozio santanchiano.

Nell’informativa della ministra Santanché ho riscontrato una contraddizione di fondo: è partita dall’assenza oggettiva, anche se contingente, di indagini in corso e quindi dalla forzatura parlamentare, salvo poi sciorinare una memoria difensiva, scritta in “avvocatese” e quindi tale da eludere il nodo politico della necessità o, quanto meno, dell’opportunità delle dimissioni.

Gira e rigira si torna alla Costituzione: chi l’ha scritta la sapeva veramente molto lunga.  “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Qualcuno sostiene che sia pericoloso andare dietro gli impeachment imbastiti dalle inchieste giornalistiche. Lo ha affermato anche la Santanché esorcizzando una politica imbelle che rischia di divorare i propri figli più o meno legittimi. È proprio per recuperare il ruolo della politica che bisogna sgombrare il campo dai dubbi e dalle incertezze e le dimissioni ne possono essere uno strumento necessario.

Meglio dimettersi per poco o niente che rimanere incollati alle seggiole a dispetto dei santi. Questione di stile, di senso del dovere, di riconoscere che il politico è solo con la propria coscienza e deve saper fare un passo indietro quando è il momento.  E poi, lasciatemelo scrivere, se si è a posto in coscienza, non è bello aprire la porta in faccia a quanti la spingono per abbatterla? Dopo l’onore viene la coscienza. Ho l’impressione e il timore che di questo passo non se ne esca vivi.

La storia senza cancellino

Come scrive Barbara Balbinot sul quotidiano online TAG24, Sergio Mattarella è in Cile per una visita istituzionale: fil rouge di questa tre giorni nel Paese latino sarà l’impegno italiano contro la dittatura di Pinochet. Una full immersion nella storia dei rapporti tra le due Nazioni e dei diritti umani. Il viaggio è infatti in parte dedicato a ricostruire e ricordare l’impegno italiano contro la dittatura di Pinochet.

Una tappa importante nel fitto programma della visita del nostro Capo dello Stato è stato il Museo della Memoria e dei Diritti Umani. Si tratta di un istituto museale inaugurato nel 2010 con l’obiettivo di ricordare le violazioni dei diritti umani perpetrate sotto il regime fascista di Augusto Pinochet, al potere in Cile tra il 1973 e il 1990.

Come non sentirsi orgogliosamente partecipi di questo viaggio e di questo omaggio alla resistenza contro il regime di Pinochet. Ma chi aveva appoggiato l’instaurazione di questo regime? Gli Usa in primis, i nostri alleati storici.

Daniele Mastrogiacomo sul quotidiano “La Repubblica” scrisse nel 2020: “Così l’amministrazione Nixon favorì il golpe in Cile: i documenti desecretati 50 anni dopo il governo Allende. L’Nsa ha diffuso trascrizioni di colloqui e appunti che raccontano la strategia messa in atto dagli Stati Uniti per destabilizzare il leader socialista: “Se c’è un modo per spodestarlo, bisogna farlo”.

Adesso è chiaro il ruolo degli Stati Uniti nel golpe di Pinochet in Cile. Non si tratta più di ipotesi, di tesi probabili sorrette da una convinzione dominante durante e dopo i 17 anni della più feroce dittatura militare del secolo scorso. È scritto nero su bianco. Lo confermano migliaia di documenti, trascrizioni, appunti, brogliacci, indicazioni e suggerimenti. Cinquant’anni dopo l’elezione a presidente di Salvador Allende (5 novembre 1970) la Nsa, la madre di tutte le agenzie di intelligence statunitensi, li ha desecretati e messi a disposizione del pubblico. Raccontano come, chi e in quali tempi attivò una fine strategia che non esponesse gli Usa a una condanna internazionale per un’interferenza considerata grave, visto che Allende era stato eletto in una libera e democratica elezione, ma agisse assediando in tanti modi il primo governo marxista in America Latina. Golpe in testa. Quegli scritti sono anche la testimonianza diretta di un intervento, una scelta politica e strategica decisiva per il successo di Augusto Pinochet. 

Con il solito pretesto di combattere il comunismo (il governo di Allende non aveva niente di comunismo alla sovietica, era appoggiato anche da un partito social-cattolico nato da una scissione dell’ala sinistra del Partito Democratico Cristiano del Cile, dal Partito Radicale e altri partiti minori) gli Usa favorirono un colpo di Stato fascista e l’instaurazione di un regime dittatoriale che ne fece di tutti i colori. Il nostro storico alleato si macchiò di questa come di altre porcherie inquadrabili nella cosiddetta realpolitik (la storia getta non poche ombre anche sull’intromissione americana nel rapimento e nell’omicidio di Aldo Moro quale protagonista di quel compromesso storico che trovava proprio nel Cile di Allende una importante profezia).

Anche il regime greco dei “colonnelli” ebbe l’appoggio degli Stati Uniti e dell’onnipotente CIA e rapporti col neofascismo italiano, a partire dal Movimento Sociale Italiano. Quale fu l’influenza del regime greco sulla fragile democrazia italiana degli anni ’70? Cosa successe durante i numerosi soggiorni dei fascisti italiani in Grecia? Quale fu il coinvolgimento della Giunta nella strage di Piazza Fontana e in generale nella stagione degli Anni di Piombo?

Sono fantasmi di un’acqua passata che non macina più? Sono sconvolgenti errori storici che faranno sentire i loro effetti per sempre. La lavagna storica infatti non può essere ripulita col cancellino. I conti col passato restano aperti. E anche l’Italia ha le sue enormi responsabilità. Sergio Mattarella ha portato in Cile il volto buono della nostra politica estera di allora e di oggi, ma purtroppo esiste anche il volto cattivo (di ieri e di oggi, basta volerlo vedere). Indietro non si torna, ma non è detto, non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col voltare sbrigativamente pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.