L’educazione tra eccessi colposi e assenze dolose

Roma, schiaffo alla figlia 12enne per le foto osé inviate a un ragazzo: mamma condannata a 1,7 anni. Leggendo questo titolo di un articolo apparso sul Corriere della sera a firma Giulio De Santis sono letteralmente sobbalzato sulla sedia: una madre, che finalmente si assume le proprie responsabilità educative in modo esplicito, viene pesantemente punita dal tribunale. Il sottotitolo chiarisce, o meglio complica il fatto: La madre è stata ritenuta responsabile di maltrattamenti in famiglia. La segnalazione inviata ai giudici di piazzale Clodio dai servizi sociali.

Allore c’era anche dell’altro? Proseguo la lettura. Dà un ceffone alla figlia di 12 anni, dopo aver scoperto che aveva mandato scatti sexy su Instagram a uno sconosciuto. Schiaffo che provocò alla ragazzina un graffio sul mento, con una leggera perdita di sangue. Lei B. C., 40 anni, è stata condannata ieri a un anno e sette mesi di reclusione con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. La sentenza è stata pronunciata dai magistrati del collegio della prima sezione penale del Tribunale presieduti da Alfonso Sabella. I giudici hanno subordinato la sospensione della pena a un percorso di recupero da parte della donna, che dovrebbe forse iniziare nei prossimi mesi. Il pubblico ministero Eugenio Albamonte, al termine della requisitoria, aveva chiesto una condanna più esemplare nei confronti della madre violenta: aveva sollecitato i giudici a condannarla a ben tre anni di carcere.

Incuriosito vado avanti nella lettura. A determinare la diversa impostazione sulla ricostruzione del rapporto tra la donna e la dodicenne e la scelta del tribunale rispetto alle richieste della Procura, con conseguenze sulla determinazione della pena, è il periodo in cui si sarebbero verificati i maltrattamenti. Che, secondo gli inquirenti, sarebbero cominciati nel 2012, quando, durante un controllo dei servizi sociali, la casa, dove in quell’anno vivevano l’imputata e Giorgia, altri due fratelli più piccoli e la nonna (di recente scomparsa), viene trovata in condizioni di caos. Disordine di cui, secondo l’imputata, sarebbe stata responsabile la ragazzina perché non l’avrebbe aiutata nella gestione delle faccende domestiche.

A monte c’era quindi una situazione famigliare difficile, che però non è stata considerata né penalmente né umanamente e socialmente. I giudici invece hanno ritenuto che i maltrattamenti siano iniziati dal giorno in cui la madre aveva dato lo schiaffo alla figlia, un fatto che è avvenuto nel 2016. «Ma davvero è possibile giudicare maltrattamento uno schiaffo dato alla figlia perché invia foto osé a uno sconosciuto?» si è domandato, durante l’arringa, il difensore dell’imputata, chiedendo l’assoluzione dell’assistita. Oltre all’episodio del ceffone, alla madre è contestato il peso psicologico addossato a Giorgia sulla necessità di occuparsi dei fratellini e della nonna, visto che l’imputata trascorreva la maggior parte delle giornate lontana da casa, al lavoro. Sia la Procura che il tribunale hanno ritenuto che i maltrattamenti siano terminati nel 2019 con l’apertura dell’inchiesta. Indagini che sono state avviate in seguito a una segnalazione inviata a piazzale Clodio dagli esperti dei servizi sociali. Va precisato che l’imputata, non avendo mai potuto fare affidamento sul padre dei figli, ha cresciuto i tre ragazzi da sola, costretta ad adattarsi a ogni tipo di attività lavorativa.

In conclusione quale è stato il fatto che ha portato alla condanna? Era il febbraio del 2016, quando la madre – secondo l’accusa – ha preso il cellulare della figlia e controllato il profilo Instagram scoprendo che ha inviato numerose foto in pose sexy a un ragazzo. Un giovane mai individuato la cui età era di 19 anni. La donna venne sopraffatta dalla rabbia. Prima rimproverò la figlia dicendo che certe cose non le doveva fare, poi le mollò uno schiaffo, colpendola sulla bocca così forte da provocarle un graffio e qualche goccia di sangue. E la ragazzina si mise a piangere. L’episodio, insieme ai richiami della madre fatti di parole umilianti per il mancato aiuto nelle faccende domestiche, Giorgia lo racconterà nel 2019 agli assistenti dei servizi sociali. Da qui, l’inchiesta e il rinvio a giudizio. Chi sia invece la persona che ha ricevuto le immagini è rimasto un mistero.

Se mi è consentito di criticare una sentenza, quanto meno nel suo dispositivo, penso che forse si stia esagerando: da una parte il governo vuole mandare in galera i genitori che non mandano a scuola i figli facendo loro mancare un importante supporto educativo, dall’altra i giudici condannano i genitori che eccedono nell’educazione adottando le maniere antiche.

Resto nell’ambito della mia famiglia. Come ho già avuto modo di scrivere, mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente?

Quindi mia sorella avrebbe approvato il comportamento della madre in oggetto e forse non si sarebbe lasciata commuovere più di tanto dal sangue sgorgante dalla bocca di quella ragazzina un po’ troppo trasgressiva colpita dal ceffone materno.

Poi arriva mio padre che affermava come non avrebbe osato alzare le mani sui figli nemmeno se avessero incendiato la casa: della serie per educare non servono maniere forti, ma parole e soprattutto esempi convincenti.

E allora come la mettiamo? Il mestiere di genitore, che purtroppo non ho potuto esercitare, è forse il più difficile che esista. Infatti non è un mestiere. Forse è un’arte, dove ci possono stare il ceffone e la carezza, il rimprovero e l’elogio, l’intransigenza e la comprensione.

Per tornare al caso concreto non trovo niente di esagerato nel fatto che quella madre esigesse l’impegno della figlia nelle faccende domestiche. Quando la vita è dura, fin da giovani bisogna imparare a farsene carico. Non c’è servizio sociale che tenga.

Faccio al riguardo un altro salto temporale a livello famigliare. Nel suo difficile e problematico contesto, mia madre divenne, a tutti gli effetti e per tutta la vita, la “rezdóren’na dal bocäl”, in quanto, ancora bambina, era chiamata a svolgere compiti, che, nella loro umiltà e necessità, configuravano un’autentica e prematura donna di casa: la diligenza con cui ripuliva i pitali, con la sabbia in riva ad un ruscello vicino a casa, la diceva lunga sulla capacità di affrontare con dignità e serietà le funzioni che la vita le richiedeva e le avrebbe richiesto. La nonna aveva individuato in lei la sua aiutante in campo, a lei affidava la casa quando era costretta ad allontanarsi per “curare gli affari” (sola ed analfabeta), a lei affidava la cura dei figli più piccoli: cominciò così il suo iter familiare, il suo tirocinio casalingo in una infanzia difficile, tuttavia ricordata con tanta nostalgia, senza recriminazioni di sorta.

Le assistenti sociali dovrebbero abbandonare le loro agende della teoria per rimboccarsi le maniche della pratica. Per i genitori preferisco un eccesso colposo in legittima educazione rispetto ad un permissivismo che rasenta il menefreghismo. Ai giudici chiedo il cuore dell’obiettività nel prendere in considerazione i casi umani, associato alla mente nel rispetto della legge. Ai governanti il compito di quadrare il cerchio…

Chiudo con un episodio della vita di mia sorella, che può rappresentare la problematica sintesi del discorso educativo, che riguarda tutti, nessuno escluso. Da un condominio vicino al nostro arrivavano da parecchio tempo gli insistenti strilli di una bambina: mia sorella da sempre non riusciva a sopportare il pianto dei bambini, non per il fastidio ma per la pena che le provocava. In quel caso poi le urla di quella bambina, che ogni tanto faceva capolino sul balcone prospiciente la strada, preoccupavano ed insospettivano per la loro clamorosa continuità e davano l’impressione di non essere frutto dei soliti capricci infantili. Lucia fece una forzatura. Non era più investita di cariche o funzioni pubbliche ma, spacciandosi da operatrice sociale del Comune, suonò il campanello dell’abitazione della famiglia in questione. Chiese conto al padre, sceso in strada per conferire con lei, di questi continui pianti disperati della bambina. Senza dare giustificazioni plausibili, l’uomo reagì e attaccò, minacciando di chiamare i carabinieri. A quel punto Lucia, ancor più indispettita e insospettita dalla reazione assurda e spropositata dell’uomo, rispose per le rime: «Se la mette su questo piano, i carabinieri li chiamo io e poi vediamo cosa succede…». E si allontanò. I carabinieri non li chiamò nessuno, anche perché le lamentazioni della piccola diminuirono, quasi sparirono. A pensar male… Lucia si preoccupò comunque di coprire quel piccolo abuso di potere telefonando all’assessore competente, sua amica, cui raccontò l’accaduto invitandola, se del caso, a fare intervenire i servizi sociali. Non ce ne fu bisogno.

Le divergenze parallele

La violenza contro le donne in Italia, in questi ultimi mesi, ha continuato a manifestarsi con numerosi casi di assassinio e di stupro. Questa intollerabile barbarie sociale richiede un’azione più consapevole di severa prevenzione, concreta e costante. A questa si deve affiancare, nell’intera società, un impegno educativo e culturale contro mentalità distorte e una miserabile concezione dei rapporti tra donna e uomo». Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio inviato al Corriere della Sera, in occasione della decima edizione del «Tempo delle Donne». Per il capo dello Stato «abbiamo oggi bisogno più che mai della forza e della cultura delle donne, che con le loro lotte, il loro impegno, la loro originalità hanno indotto e talvolta costretto le società moderne a ripensare stili, modelli e organizzazioni, contribuendo all’affermazione del valore universale della libertà». «Le donne -ricorda- hanno cambiato la politica, la cultura e la società. E continueranno a farlo, in questa stagione in cui sfide decisive impegnano l’Italia, l’Europa e il mondo intero sulla frontiera della pace, dello sviluppo, dei cambiamenti climatici, dell’occupazione e della riduzione delle disparità». (dal quotidiano “La Stampa”)

 

Daspo urbano applicabile anche ai quattordicenni, più facile l’arresto e la custodia cautelare in carcere, prigione per i genitori che non mandano i figli a scuola. Il governo Meloni ieri si è incontrato e il Consiglio dei ministri ha approvato soprattutto due provvedimenti. Il primo è il decreto Sud che ha dato il via alla Zes unica per tutto il Mezzogiorno. Il secondo, più discusso a livello mediatico e presentato con molta più enfasi anche in conferenza stampa, è un decreto che interviene sui reati minorili, la dispersione scolastica e altri temi legati ai giovani e giovanissimi. Giorgia Meloni, intervenuta a sorpresa davanti ai giornalisti dopo il Cdm, ha commentato le nuove norme dicendo che “lo Stato ci mette la faccia” e che la criminalità minorile “si sta diffondendo a macchia d’olio”. È stato chiamato decreto Baby gang o decreto Caivano, perché le misure sono arrivate in buona parte come risposta ai fatti di cronaca avvenuti vicino a Napoli (per i quali è stato nominato commissario il dirigente medico della Polizia di Stato Fabio Ciciliano). (da fanpage.it)

 

Queste due diverse logiche di intervento sembrano provenire da due Paesi diversi, uno democratico e uno dittatoriale. Mattarella parla di prevenzione ed educazione, il governo di punizione e repressione. Non mi sembra il caso di entrare nel merito delle misure governative, perché sono riconducibili ad una impostazione che, peraltro, tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati: sbagliata strategicamente e tatticamente, rispondente solo all’esigenze di fare un po’ di fumo in assenza di arrosto.

Per evitare di farmi condizionare da pregiudizi politici nei confronti del governo Meloni e di rifugiarmi nel comodo benaltrismo, mi sono rimesso al commento di un personaggio autorevolmente, concretamente e coerentemente impegnato sul fronte sociale, di cui riporto di seguito un commento a caldo.

Dl Caivano, Don Ciotti: “La repressione non serve, bisogna prevenire e costruire opportunità. Sbaglia chi pensa a interventi repressivi per i minori violenti. Arrestarli non è la soluzione. Serve prevenzione, che significa agire prima, per impedire che certe cose accadano”. Anche Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha criticato il dl Caivano approvato dal Cdm. Sentito da La Stampa, il religioso attivista contro la criminalità organizzata non crede che maggiore repressione possa risolvere il problema della violenza e della criminalità giovanile. Sbaglia chi pensa a «interventi repressivi per i minori violenti. Arrestarli non è la soluzione. Serve prevenzione, che significa agire prima, per impedire che certe cose accadano». «Le periferie sono territori infestati da paure, rabbie, risentimenti. Si risponde al malessere dei giovani non con l’ascolto, ma con gli psicofarmaci. Una politica che voglia essere davvero strumento di progresso e giustizia sociale deve mettere al centro la questione delle periferie». «Bisogna costruire opportunità, fornire strumenti e servizi. Questa è l’unica via d’uscita. In Germania e Francia i numeri dei minori in carcere sono tre volte superiori, ma non c’è stato un effetto deterrente. I dati sull’abuso di alcol tra i 15 e i 19 anni sono terribili e le droghe stanno di nuovo dilagando, complice la scelta strategica delle mafie di ridurre drasticamente i prezzi». (Da Globalist syndication)

Non so se don Maurizio Patriciello, che ha ritenuto opportuno provocare il governo in materia di disastro sociale, sarà contento delle prime risposte giunte dal Consiglio dei Ministri. Io non vedo niente di più rispetto a quanto diceva mio padre fra il serio e il faceto, il quale ingenuamente fingeva di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”. Il governo ha varato diversi cartelli con le relative sanzioni per chi non ne rispetterà le disposizioni. Ha sfoderato una sorta di bacchetta magica, mordendo la realtà ma fuggendo da essa. Ho sentito in questi giorni la difesa d’ufficio del direttore Italo Bocchino, direttore de “Il secolo d’Italia”: distingueva fra interventi a valle sul territorio e interventi a monte sul sociale, come se il sociale non abitasse il territorio e il territorio non ospitasse il sociale.

Per curare le malattie non basta individuarne e isolarne i portatori più o meno sani, bisogna prevenirle e semmai curarle con le terapie giuste e non con il dalli all’untore. Faccio solo l’esempio dei genitori. Sono perfettamente d’accordo che abbiano enormi responsabilità in materia di disagio e devianza giovanile: di qui a mettere in galera i genitori che non mandano i figli a scuola…

Quando si dipinge una parete si comincia dall’alto e non dal basso. Quando si vuole evitare l’alluvione si dovrebbe intervenire a monte, perché quando l’acqua arriva a valle resta ben poco da fare. Nessuno deve pretendere miracoli, ma non ci si può accontentare dei giochi di prestigio e di illusionismo.

 

 

 

Quando il marito non va in vacanza

Stupro Palermo, Meloni: “Giambruno frainteso. Credo in liberà di stampa, non gli dico mica cosa dire”. Botta e risposta tra Giorgia Meloni e i giornalisti sul caso Giambruno durante la conferenza stampa post Consiglio dei Ministri. ”Nessuna giustificazione nei confronti degli stupratori, Giambruno ha detto in modo frettoloso una cosa diversa da quella interpretata dai più”, dice la premier commentando le frasi pronunciate dal compagno Andrea Giambruno sullo stupro collettivo di una ragazza a Palermo. ”La ringrazio per la domanda, ma mi chiedo che idea avete del concetto di libertà di stampa?”, si interroga la leader di Fdi, che poi aggiunge: ”Perciò io non vorrei essere chiamata in causa e vorrei che quel giornalista non venga messo in discussione perché legato a me”. (dal sito internet de “La Stampa”)

Mi ero ripromesso di non commentare “l’incidente poco diplomatico” tra Giorgia Meloni e il marito giornalista (?) impegnato a sparare commenti politici alla viva il parroco da una rete mediaset, che ai più non sono sembrati perfettamente in linea con le opinioni, almeno quelle pubbliche, della moglie premier. Però la solita arroganza infantile con cui la presidente fa i capricci, esibendo un “becco di ferro” fuori dal comune, mi ha scosso ed irritato e mi impone di esprimere un giudizio.

Giorgia Meloni sa benissimo che nessuno contesta la libertà di stampa. Se c’è qualcuno che la sta mettendo in discussione è proprio lei con un’invadenza spropositata e impensabile sulla Rai, ridotta a bollettino governativo e cassa di risonanza delle idee (?) della destra al potere.

La questione è un’altra ed è di opportunità e buongusto. Non è una cosa seria che il marito della premier svolga una professione di supporto opinionistico nei confronti della funzione pubblica della moglie. Siamo in un disgustoso nepotismo di fatto, che dovrebbe mettere in grave imbarazzo gli interessati prima che incuriosire i media e i social.

Non voglio esagerare, ma la Costituzione all’articolo 54 recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Mi chiedo se questo ingorgo famigliare della premier deponga a sua disciplina ed onore. Sul piano squisitamente giuridico non c’è niente di strano, sul piano politico c’è tutto di inopportuno.

Non mi interessano le idee più o meno balzane di Andrea Giambruno, non mi interessa se coincidano con quelle della premier, mi stupisce e disturba questa manfrina familistica somministrata agli italiani. Tra moglie e marito non metterci il dito: non posso fare a meno di immaginare l’accesa discussione che sarà intervenuta fra i coniugi, ma se la vedranno loro.

Il problema è difendere la dignità delle istituzioni, nella specie la dignità e serietà della Presidenza del Consiglio, ridotta a bega famigliare. E non mi si dica che la contestazione riguardi il fatto che la premier sia donna: sarebbe ugualmente da criticare se il premier fosse uomo e la moglie gli reggesse più o meno intelligentemente la coda.

La premier prima ha interpretato “autenticamente” le parole del marito, poi ha chiesto di essere lasciata in pace. Avrebbe dovuto chiudere sul nascere l’impasse con un “no comment” invece…

Non è certamente il più grave dei problemi, è questione di stile, forse di buonsenso e, se lo stile e il buonsenso non ci sono, purtroppo nessuno te li può insegnare. Non è facile fare il marito o la moglie di un presidente del consiglio così come non è facile tenere separata la vita privata da quella pubblica, perché in una donna o in un uomo pubblico conta anche la vita privata.

 

L’abbecedario europeista di Draghi

Nell’Eurozona servono “nuove regole e più sovranità condivisa”, ha sottolineando l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi in un intervento pubblicato sull’edizione online dell’Economist. “Le strategie che nel passato hanno assicurato la prosperità e la sicurezza dell’Europa, affidandosi all’America per la sicurezza, alla Cina per l’export e alla Russia per l’energia, sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili”, ha afferma l’ex presidente della Bce, per il quale sul fronte delle politiche di bilancio “tornare passivamente alle vecchie regole sospese durante la pandemia sarebbe il risultato peggiore possibile”.

Secondo Draghi “l’Europa deve ora affrontare una serie di sfide sovranazionali che richiederanno ingenti investimenti in tempi brevi, tra cui la difesa, la transizione verde e la digitalizzazione”, osserva spiegando che allo stato attuale “l’Europa non dispone di una strategia federale per finanziarli, né le politiche nazionali possono assumerne il ruolo, poiché le norme europee in materia di bilancio e aiuti di Stato limitano la capacità dei Paesi di agire in modo indipendente”. Quindi c’è il “serio rischio” che l’Europa non raggiunga i suoi “obiettivi climatici, non riesca a garantire la sicurezza richiesta dai suoi cittadini e perda la sua base industriale a vantaggio di regioni che si impongono meno vincoli. Per questo motivo, tornare passivamente alle vecchie regole fiscali, sospese durante la pandemia, sarebbe il peggior risultato possibile”. (ItaliaOggi)

Da diverso tempo, da non draghiano, mi sto chiedendo cosa abbia in testa Draghi per il proprio futuro politico. Da queste sue dichiarazioni non emerge se e a quale carriera futura stia eventualmente pensando, ma emerge con estrema chiarezza quale sia il suo pensiero riguardo all’Europa. Abbiamo un vero europeista in casa e lo abbiamo liquidato in malo modo, è lui l’unico statista sulla piazza e noi preferiamo volare basso. Sergio Mattarella non si era sbagliato, si sono sbagliati i partiti e gli elettori che li hanno seguiti.

Prima di pensare a fantomatici equilibri in vista delle prossime elezioni europee, sarà opportuno chiarirci le idee sul futuro dell’Europa facendoci aiutare dalla competenza, dall’esperienza, dalla lungimiranza e dalla lucidità di Mario Draghi. Ascoltiamolo, non per prendere per oro colato quel che dice, ma per considerare seriamente quanto afferma. In poche parole ha delineato il quadro europeo e mondiale che ci aspetta.

Francamente non vedo a livello europeo e mondiale un personaggio alla sua altezza. Vediamo di non sprecare questa risorsa considerandolo una sorta di deus ex machina oppure un grande tecnocrate prestabile alla politica. Anche il suo stile assai sobrio è in controtendenza: c’è bisogno di personaggi che misurino le parole e siano in grado di concretizzarle.

Tutti si stanno dichiarando d’accordo con lui, anche se non lo sono. Fanno una certa pena. Non dobbiamo puntare ad esprimere dirigenti che si limitino a rappresentare le istanze italiane in sede europea, ma persone che sappiano guidare l’Europa, trascinando di conseguenza anche l’Italia. Durante la sua esperienza alla presidenza della Bce, ha dimostrato che si può e si deve essere europei e che ciò aiuta il nostro Paese molto più di conflittualità e controversie tra i Paesi partner.

Non so quale sarà il destino di Draghi, certamente ci sta dando una lezione di merito e di stile. Ascoltiamola e impariamola. È l’unico personaggio in grado di raccogliere il testimone dai padri fondatori dell’Europa. La tanto sbandierata agenda Draghi l’abbiamo accantonata, vediamo di riprenderla in mano e di provare a rispettarla con senso critico, ma con altrettanta convinzione e adesione alle sollecitazioni culturali e politiche che contiene.

La politica ha avuto e ha paura di Draghi: in effetti il suo livello sembra fatto apposta per smascherare i limiti dei partiti. Quando sono riusciti a mandarlo a casa, hanno tirato un sospiro di sollievo. Ho l’impressione che anche oggi lo temano. Intendiamoci bene, non è un mago, non ha la bacchetta magica, ha pure lui limiti e difetti. Però con Draghi si può ragionare e guardare all’Europa seriamente. É il caso almeno di provarci.

Nel pallone al centro

«Ci candideremo alle europee con il brand de Il Centro e non saremo soli: abbiamo nove mesi per mostrare il nostro percorso. Il mio è un appello a tutti i dirigenti di Iv a mettersi in gioco. E il primo a mettersi in gioco sarò io candidandomi al Parlamento europeo». Lo ha annunciato il leader di Italia Viva Matteo Renzi durante una conferenza stampa a Milano. Renzi si candiderà nel collegio del capoluogo lombardo. «Questo lo dico e lo faccio non perché uno sia alla ricerca di chissà quale ulteriore riga nel proprio curriculum – ha aggiunto il senatore – ma perché voglio affermare in nove mesi quello che nessuno sta affermando in Italia, ossia che c’è bisogno di dare una sveglia all’Europa sennò si va tutti a casa. L’Ue rischia di saltare». Rispondendo alle domande dei cronisti, Renzi ha detto di «scommettere su una maggioranza tra il Ppe e i socialisti senza Alternative für Deutschland, Vox o gli estremisti di sinistra». L’obiettivo, dunque, «è avere la stessa maggioranza che c’è stata adesso portando il nostro contributo con la nostra famiglia». (dal quotidiano “La Stampa”)

Che Renzi, col suo fantomatico centro italiano, possa essere il salvatore della Patria europea è un’ipotesi che rasenta il ridicolo. Prima di tutto basta con questo centrismo del cavolo che è solo uno spazio rifugio per i politici in cerca di visibilità. In Italia non c’è voglia di centro, ma desiderio di politica seria in qualsiasi parte dello schieramento ci si collochi e Renzi non risponde affatto a questa pressante domanda, avendo bruciato malamente tutte le chance di un tempo ed essendo solo alla spasmodica ricerca di un ruolo purchessia. Forse ha nostalgia di quel 40,8 % di voti ottenuti dal suo PD alle elezioni europee del 2014: campa cavallo…

Sotto-sotto e da tempo c’è in Renzi l’inconfessabile voglia di incarnare un Berlusconi riveduto e corretto che possa collocarsi in mezzo allo squallore vigente per riscattare la politica dal nulla in cui è sprofondata. L’affarismo internazionale, le punture mediatiche, l’atteggiamento da notabile sono tentativi di scopiazzare irripetibili cliché.

A Renzi bisogna riconoscere un certo fiuto politico e quindi la capacità di sfruttare le occasioni emergenti: si chiama tatticismo, che però nulla a da spartire con la politica che guarda non tanto alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni. Il discorso europeo è molto più profondo e complesso rispetto agli schieramenti ipotizzati da Giorgia Meloni e Matteo Renzi. Quanto all’Italia l’unica cosa buona che ci lascia Renzi è la presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella, da lui proposta più per disfattismo verso gli accordi dalemoniani che per lungimiranza politica. Accontentiamoci.

E pensare che mi ero illuso che Renzi potesse essere un personaggio positivo nell’evoluzione della politica italiana. Mi sono sbagliato. Avrei dovuto fare riferimento al criterio sbrigativo suggerito dal grande giornalista Indro Montanelli per giudicare le persone: “guardategli la faccia…”. Mia sorella era grande ammiratrice di Indro Montanelli, non per le sue idee politiche, ma per il suo approccio ai fatti e soprattutto alle persone. Quindi, quando apparve in prima battuta sulla scena fiorentina Matteo Renzi con tutto il suo profluvio di ambiziose e bellicose mire, andò a prestito dal suddetto criterio montanelliano. E infatti d’acchito sentenziò riguardo a Renzi: «Che facia da stuppid!». Non ebbe purtroppo tempo di vederne la scalata ai massimi livelli del partito e del governo e la caduta in basso successiva, quindi non sono in grado di sapere cosa ne avrebbe pensato in seguito e cosa ne penserebbe oggi. Posso solo immaginarlo.

 

 

 

 

Orsa maggiore, uomo minore

Mio padre, che non era un animalista anche se rispettava fino in fondo la vita degli animali, rilevava acutamente come di fronte alla caduta di un cavallo gli astanti esclamino “povra béstia”, mentre di fronte alla caduta di una persona si sbellichino dalle risa. Così come fingeva di stupirsi delle cure maniacali prestate agli animali domestici a dir poco sproporzionate rispetto all’intransigenza verso il comportamento dei bambini. Forse dà molto più fastidio la cacca proveniente dalla prima infanzia di quella derivante dalle deiezioni animali peraltro spesso scaricate sulla soglia del vicino o sulle strade del quartiere. Indubbie contraddizioni!

Oggi forse si stupirebbe del clamore provocato dall’uccisione dell’orsa Amarena, mettendolo a confronto con l’indifferenza con cui assistiamo alle carneficine di esseri umani in terra, in mare e in ogni luogo. Il discorso si fa molto profondo e inquietante, ma bisogna pure ammettere che siamo portati a fare del pietismo a corrente troppo alternata.

Contiene un fondo di verità il detto secondo il quale chi non ama gli animali non è capace di amare gli uomini: tendiamo infatti ad esercitare la nostra sovranità assoluta sulle bestie, le usiamo a nostro piacimento senza riguardo e rispetto, poi, quando recano qualche disturbo alla nostra quiete li eliminiamo, senza considerare le sevizie e le torture cui a volte li sottoponiamo. Basti pensare al fenomeno dell’abbandono dei cani in occasione delle ferie estive.

Se, come sostiene papa Francesco il rispetto per tutto il creato va di pari passo con la giustizia e lo sviluppo sociale, anche gli animali dovrebbero rientrare in questo circuito virtuoso di progresso civile. Quindi è più che giusto condannare e punire tutti gli atti di violenza nei confronti degli animali. Resta però il rammarico per tanta commiserazione verso le bestie che non trova proporzionata corrispondenza nell’attenzione alla vita delle persone.

Forse è più comodo commuoversi di fronte alla morte ingiustificata di un’orsa piuttosto che davanti alle stragi di esseri umani che finiamo col considerare cosa ineluttabile. Non voglio esagerare ma forse si tratta di una forma di ipocrisia nascosta dietro la pur giusta ansia animalista. D’altra parte purtroppo la nostra vita personale e sociale è piena zeppa di contraddizioni. Cerchiamo la pace fabbricando, commercializzando e usando armi, combattiamo la povertà privilegiando la ricchezza, curiamo le malattie infestando l’ambiente, fondiamo la società sul lavoro salvo permettere che di lavoro si muoia regolarmente, ci riempiamo la bocca con la difesa della dignità della donna salvo esibirne il corpo a livello consumistico e via discorrendo.

Non rimane che cercare di essere un po’ più coerenti e magari qualcosa al riguardo ce lo può insegnare il regno animale dove vige la legge del più forte, ma con un senso ben preciso, mentre per il settore umano di tale regno vige la stessa legge, ma senza senso.

La sessualità allo sbaraglio

Il fenomeno della violenza sessuale sulle donne sta diventando un elemento molto inquietante della vita sociale, assumendo contorni sempre più gravi e sconvolgenti, trascinando gli adolescenti in un autentico precipizio etico e prima ancora culturale.

Le analisi psicologiche e sociologiche si sprecano in un crescendo fatto di superficialità e parzialità con cui vengono elaborate e sciorinate. Due tesi vanno per la maggiore: quella che individua nella pornografia dilagante una causa fondamentale della violenza sessuale; quella che fa risalire ai comportamenti femminili trasgressivi un presupposto dello scatenamento delle aggressioni maschili.

Per quanto concerne la pornografia mi piace riproporre un piccolo episodio alquanto emblematico, che ho già citato in parecchie occasioni. Ricordo che, molti anni fa, monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante una conferenza all’aula dei filosofi dell’Università di Parma, raccontò come avesse scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. In fin dei conti, voleva dire, la pornografia pura si sa cos’è e la si prende per quello che è, mentre è molto più pericoloso il messaggio nascosto, che colpisce quando non te l’aspetti. In definitiva meglio la pornografia conclamata di quella subdola, meglio gli sporcaccioni e le sporcaccione in prima persona, nudi come mamma li fece, piuttosto degli sporcaccioni e delle sporcaccione in giacca e cravatta o in tailleur rosso sgargiante.

Certo la pornografia non è un adeguato presidio educativo, ma nemmeno l’elemento determinante che spinge verso una sessualità malata e violenta. Siamo alle solite: il sistema attacca se stesso come un soggetto che si guarda allo specchio e si scandalizza delle proprie vergogne. Cosa ha prodotto il nostro sistema in capo alla donna? Un cliché spaventosamente alienante e consumista. Se la donna è considerata una bambola, è consequenziale usarla come un corpo senza vita e senz’anima, per poi buttarla in un angolo o addirittura farla a pezzi. Una sorta di bambola gonfiabile o sgonfiabile a piacimento. Se non si parte da questa triste realtà culturale, le analisi e le battaglie a difesa della donna rischiano di essere velleitarie e di facciata.

Per quanto concerne la trasgressione femminile risulta comodo ed ingiusto colpevolizzare la donna nei suoi comportamenti sfacciatamente provocatori: è una storia vecchia che tende a trasformare le vittime in colpevoli. Un po’ più di prudenza ed autocontrollo non guasterebbe anche se non è ammissibile ascrivere alla donna la colpa di trasgressioni che lo stesso sistema subdolamente impone loro nei costumi, nelle mode, nell’impostazione dei rapporti con l’altro sesso. In una società dove bisogna essere belle e attraenti a tutti i costi non è possibile pretendere approcci castigati: tutto suona come incitamento all’esibizionismo sessuale per poi accorgersi che tale esibizionismo può scatenare un clima di autentica rissa psico-sociale in cui la donna è destinata a soccombere.

È perfettamente inutile ed irritante che il mondo televisivo si metta a posto la coscienza dedicando spazio alle storie di donne violentate, abusate, molestate, uccise, quando dai video pubblici e privati esce un’immagine femminile alienante e perfettamente funzionale ad un certo andazzo di sistema. Vale lo stesso discorso per il mondo del cinema e dello spettacolo: cosa propongono in materia? Sesso associato a violenza.  Uomini e donne assetati di piacere, disposti a tutto pur di placare questa sete.

Non parliamo poi di castrazione chimica, discorso che tende a “incivilizzare” ulteriormente la situazione, imbarbarendo la battaglia per tentare di pacificare la guerra dei sensi: nessun dubbio che la donna sia la vittima principale del fenomeno, ma anche gli adolescenti maschi lasciati soli a gestire il loro “vulcano sessuale” sono indotti al protagonismo in un sistema tutto da rivedere, oserei dire da capovolgere.

Non voglio cadere nel sociologismo più o meno datato, ma il discorso di fondo sta nella cultura maschilista, sessista, antifemminista. I maltrattamenti, le sevizie, le mutilazioni, le uccisioni e gli stupri sono l’ultimo atto di una tragedia lunga in cui molti hanno una parte. Pensiamoci seriamente. Le bambole gonfiabili sono un grottesco diversivo in risposta alla patologia sessuale.  Le bambole violentabili sono una colpevole responsabilità di un sistema malato, che non si cura coi pannicelli caldi delle analisi sbrigative, delle giornate celebrative, delle manifestazioni di protesta, etc. etc.

Ce n’è per tutti! Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del pentolone che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Davanti ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

 

 

 

Fine del giochino piacionista

Alle relativamente scioccanti rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica hanno fatto seguito reazioni molto superficiali al limite del banale. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dal basso della sua pochezza ha relegato queste dichiarazioni nella sfera di un privato cittadino, rimandando alla magistratura eventuali approfondimenti. Giorgia Meloni, più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, ha rimandato la palla ad Amato invitandolo a dire tutta la verità. L’attuale governo in buona sostanza tende a fare orecchie da mercante.

Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime, in un’intervista al quotidiano “Avvenire” chiede che «Su Ustica adesso si muova il governo». Mi permetto di essere perfettamente d’accordo: Giuliano Amato non si è inventato niente, ha soltanto lanciato un sasso nella piccionaia governativa.

Dietro la provocatoria presa di posizione dell’ex presidente del Consiglio intravedo un ragionamento di questo tipo: il governo italiano la smetta di giocare a nascondino con la politica estera, affronti i nodi reali, abbia il coraggio di chiarire i rapporti con i partner europei ed atlantici; la premier interrompa il suo “piacionismo” filoamericano e chiarisca il suo “spiacionismo” antieuropeo. In poche parole sarebbe ora che il governo italiano facesse politica estera e non chiacchiere in giro per il mondo.

Ustica potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso dell’inconcludenza e dell’inconsistenza del governo in materia internazionale. Le schermaglie coi francesi hanno finora avuto lo scopo di aggirare i nodi europei, staremo a vedere se il nodo di Ustica servirà a chiarire veramente e coraggiosamente i rapporti con la Francia in chiave europea.

Sulla vicenda di Ustica anche i governi precedenti sono rimasti vittime della realpolitik, tra spionaggi vari e manovre inconfessabili, con una semplice differenza: in passato si intuiva che i governi tacevano per non toccare certi fili scoperti nelle alleanze, oggi si vede chiaramente che il governo tace perché non sa cosa dire e dove sbattere la testa. Della serie la realpolitik fa schifo, ma bisogna saperla fare; diversamente o si ha il coraggio di aprire cassetti ed armadi o non rimane che ripiegare sul turismo politico.

Sarò malizioso, ma nell’iniziativa di Giuliano Amato trovo sotto-sotto questa denuncia: sembrerebbe un impeachment verso Macron e il passato della Francia, in realtà è un impeachment lanciato contro Meloni e c. La politica estera non è fatta di finte rose e finti fiori, ma di atti politici seri e concreti, che possono essere giusti o sbagliati, ma di cui occorre assumersi le responsabilità.

Forse Giuliano Amato ha impietosamente fatto capire quel che Sergio Mattarella cerca generosamente di coprire: l’inadeguatezza, al limite dell’assenza, dell’Italia nell’attuale scacchiere internazionale. Basti guardare ad Antonio Tajani, ministro degli Esteri. Mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, usando una gustosa espressione dialettale: “Niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…”.

I complimenti Pelosi

«È molto brava, nella sua visita a Washington ha fatto a tutti un’ottima impressione». In particolare, «per la sua cautela verso la Cina, la sua collaborazione con l’Unione europea, le sue posizioni sull’Ucraina». A parlare è la speaker emerita della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, icona dei Dem Usa, simbolo della resistenza liberal al Partito repubblicano versione Trump, idolo della Sinistra italiana. Oggetto dei complimenti, la premier Giorgia Meloni, che la medesima sinistra italiana e certa stampa continuano a dipingere all’estero come un pericolo per la democrazia. Una conferma dell’intelligenza politica di Pelosi e, per chi ancora non se n’è fatta una ragione, del solido legame costruito dalla premier con l’Amministrazione democratica di Joe Biden e, più in generale, del rapporto di fiducia che è stato ricostruito con gli Stati Uniti, dopo le sbandate filo cinesi e filo russe dei Governi Conte. Pelosi, che aveva incontrato personalmente Meloni a Washington, in occasione della visita della premier al Congresso Usa, ha pronunciato i suoi complimenti alla presidente del Consiglio a Venezia, in occasione della Mostra del cinema, ospite d’onore di un premio internazionale. (dal quotidiano “Il giornale”)

Quel che pensano gli americani della politica italiana non mi interessa anche se mi ha sempre spaventato. “Lei la pagherà cara” disse Kissinger o qualcuno del suo entourage ad Aldo Moro in riferimento alle sue aperture al Partito comunista. Sbagliava Moro, no! Sbagliavano gli americani. Ragion per cui se fossi in Giorgia Meloni non mi farei grosse illusioni. Di politica gli americani non capiscono un accidente, basti pensare al loro inossidabile trumpismo. Probabilmente però fra ignoranti e incompetenti ci si intende a meraviglia.

La forzatura polemica del parallelismo tra i democratici Usa e la sinistra italiana suscita più ilarità che fastidio. Ognuno deve fare i conti con la propria storia, nessuno ha la verità in tasca, men che meno Nancy Pelosi, pur con tutto il rispetto possibile e immaginabile. Tutto sommato la considerazione statunitense per Giorgia Meloni mi conferma nel mio giudizio negativo sulla premier italiana. Avere i complimenti americani non è un titolo di merito, ma un segnale d’allarme.

A proposito di sbandate Giorgia Meloni non è seconda a nessuno: sta regolarmente rimangiandosi tutto quanto detto in passato in politica interna ed internazionale. L’unica cosa che stenta a rimangiarsi è la fedeltà al neofascismo. Ognuno interpreta la coerenza a suo modo.

Attenzione però, perché le situazioni cambiano in fretta: anche Silvio Berlusconi sembrava protagonista incontrastato dei rapporti internazionali, salvo crollare proprio su questo terreno scivoloso.

Il Dc9 dell’Itavia precipitato vicino a Ustica il 27 giugno 1980 è stato abbattuto da un missile francese. Lo sostiene, in un’intervista a Repubblica, l’ex premier Giuliano Amato. “Era scattato un piano per colpire l’aereo sul quale volava Gheddafi – racconta – ma il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi. Adesso l’Eliseo può lavare l’onta che pesa su Parigi”. “Dopo quarant’anni le vittime innocenti di Ustica non hanno avuto giustizia. Perché continuare a nascondere la verità? È arrivato il momento di gettare luce su un terribile segreto di Stato. Potrebbe farlo Macron. E potrebbe farlo la Nato. Chi sa ora parli: avrebbe grandi meriti verso le famiglie delle vittime e verso la Storia”, afferma Amato nell’intervista, sottolineando che “la versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani. Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. Il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”. (Ansa.it)

Avrà il coraggio Giorgia Meloni di sollevare questo caso non solo con i francesi, ma anche con gli americani? Se lo facesse godrebbe ancora della simpatia statunitense dietro cui sta nascondendo tutte le sue magagne passate e presenti?

Cosa direbbe Giorgia Meloni se un redivivo Trump alla Casa Bianca ripristinasse un buon rapporto con la Russia di Putin? Dovrebbe imbastire una delle sue storiche giravolte. E allora? Smorziamo sul nascere i reciproci facili entusiasmi e pensiamo all’Italia, che ha sempre tenuto un buon rapporto con gli Usa, ma a schiena diritta e senza farsi tirare la volata. Aldo Moro docet! Lui ha pagato cara la sua lungimiranza di statista, mentre Giorgia Meloni non potrà che raccogliere tempesta dopo aver seminato il vento dell’opportunismo, del populismo e del sovranismo.

 

 

Il medico e i mediconi

Sergio Mattarella, nella spontanea esibizione dei suoi gesti e delle sue parole molto significative ed emblematiche, sembra disegnare e proporre un’altra Italia rispetto a quella emergente dall’azione dell’attuale governo, ma anche dal quadro politico complessivo.

Raccogliendo per certi versi l’eredità di Sandro Pertini e di tutti i suoi predecessori, riesce a rappresentare ed interpretare, immediatamente e senza alcun intento strumentale o retorico, l’umore dei cittadini di fronte agli accadimenti più inquietanti e problematici. Mentre le reazioni governative puzzano di demagogia, le sue sono sempre dettate da sincerità e semplicità e risultano coerenti e credibili. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.

Quante volte sembra quasi che gli interventi del Presidente Mattarella tendano a correggere o almeno a rendere compatibili con la storia italiana e riportare nei giusti limiti istituzionali le posizioni interne ed internazionali del governo e dei suoi ministri. Talora sembra quasi dare la dritta, in certe occasioni traspare un intento censorio, sempre e comunque nel rigoroso rispetto delle proprie prerogative costituzionali ed istituzionali. Per dirla con parole un po’ enfatiche, con Mattarella la politica torna a respirare con i polmoni giusti e a far respirare anche i cittadini che, con lui, tirano un sospiro di sollievo.

Non so quanto di tutto ciò appaia e quanto rimanga sotto traccia, fatto sta che l’impronta di Mattarella c’è, si vede, si sente e si apprezza. Mi sono chiesto più volte a cosa sia dovuta la sintonia del Paese con la sua azione, dal momento che a livello elettorale i cittadini italiani tendono a prendere strade molto diverse da quelle riconducibili al Presidente della Repubblica. Basti pensare alla bocciatura nelle urne dell’esperimento Draghi apparentemente accolto a braccia aperte dagli italiani salvo cestinarlo col voto politico a distanza di pochissimo tempo.

Evidentemente gli italiani non riescono, per colpa soprattutto della debolezza del sistema partitico, a tradurre l’ammirevole ed ammirato stile mattarelliano in scelte politiche. Sembra quasi che dal salotto buono gestito dal Capo dello Stato in cui si sentono a loro agio, ad un certo punto si allontanino alla ricerca prodiga dei bar in cui esprimere i loro istinti repressi e sfogare le loro intemperanze. Non vorrei che ci fosse una sorta di riserva mentale: proviamo a fare di testa nostra, semmai interverrà Mattarella a mettere a posto le cose. Atteggiamento infantile e pericoloso! Penso che anche all’estero vedano queste nostre incongruenze e se ne rammarichino.

La comica finale veniva proiettata alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, per alleggerire la tensione emotiva e riportare la situazione alla pace dei sensi. Non voglio esagerare, ma il governo di centro-destra sembra essere la comica finale messa in scena dopo le vicende drammatiche, a volte tragiche, del nostro Paese.

Ci sono due modi per affrontare le contingenze dolorose della nostra società: la ricetta Mattarella, fatta di equilibrio, buonsenso, rispetto e dialogo; la terapia d’urto Meloni, fatta di elettroshock, salassi e cure d’assalto. Gli italiani stanno preferendo, pur tra mille contraddizioni, i mediconi di turno, che alla lunga fanno le piaghe puzzolenti, ai medici prudenti che coniugano guarigioni e sacrifici. Il primario ospedaliero è Sergio Mattarella, ma noi preferiamo i protocolli terapeutici dei praticanti (meglio dire praticoni) magari addirittura senza laurea in medicina.

Su MicroMega Daniele Barni titola così un suo apprezzabile, acuto e provocatorio pezzo: “Persi per strada: le parabole discendenti dei politici di sinistra”, e presenta una sfilza di grandi contraddizioni dei politici della sinistra italiana, che continuano ad abbandonare gli ideali di sinistra per vantaggio personale. Al termine dell’articolo scrive: “Desidero concludere, invece, con due esempi alti: Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Alla scadenza del loro mandato al Quirinale, dopo aver giurato e spergiurato di non voler essere rieletti, dopo aver fatto circolare foto con i bagagli già inscatolati, dopo aver considerato che sarebbe stato dannoso per le istituzioni repubblicane un ulteriore mandato, immancabilmente si sono fatti rieleggere. Eppure, su quasi sessanta milioni di italiane e di italiani ce ne saranno stati uno o una degni della carica. Quale esempio hanno offerto? Quale valore adesso ha la loro parola? Perché l’avranno fatto? Mistero”.

Mi sembra un attacco ingeneroso, infondato e inopportuno: meno male che Mattarella, con obiettività e correttezza, è rimasto al suo posto a portar croce e a cantar messa, ad elaborare il controcanto ad una politica incompetente, inconcludente, presuntuosa e pericolosa, a proporre un’altra Italia rispetto a quella di un governo nostalgico, impiccione e incapace, a fare opposizione al posto di una sinistra che non riesce a svolgere il suo ruolo nelle istituzioni e nelle piazze.