C’era una volta un giudice a Catania…

L’espressione “Ci sarà pure un giudice a Berlino” oppure “esiste dunque un giudice a Berlino” è stata mutuata da un’opera di Bertold Brecht nella quale si narra la storia di un mugnaio che lotta tenacemente contro l’imperatore per vedere riparato un abuso. La storia è la seguente. A Potsdam, vicino Berlino, l’imperatore Federico II di Prussia voleva espropriare il mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si trattava chiaramente di un abuso in quanto il motivo consisteva nel fatto che il mulino danneggiava il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci. Pur di averla vinta, l’imperatore non esitò a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolgeva. Con grande tenacia, il mugnaio riuscì a trovare un giudice onesto che lo aiutò a vincere la causa. Ecco perché si usa l’espressione per dire che, alla fine, la giustizia trionfa comunque.

Ebbene, esiste un giudice a Catania, che ha osato fare giustizia a un immigrato rinchiuso impropriamente in un centro di intrattenimento in attesa di verificare i suoi requisiti in materia di asilo, ritenendo l’atto amministrativo lesivo delle libertà personali e in contrasto con la legislazione europea.

Ad occhio e croce e da profano mi sembra che la decisione sia ben motivata e inattaccabile: non si possono alzare surrettiziamente muri difensivi contro gli immigrati, sorvolando sui loro diritti e sui nostri doveri.

Apriti cielo! Avendo dubbie argomentazioni con cui contrastare il provvedimento in sede giudiziaria, il governo ha ritenuto di scatenare una polemica personale contro il giudice Apostolico, accusandolo di parzialità alla luce della sua partecipazione, alcuni anni or sono, ad una manifestazione in difesa dei diritti dei migranti durante la quale ci furono scontri con le forze dell’ordine.

Quante volte negli anni sessanta e settanta mi è capitato di partecipare a manifestazioni politiche con tanto di scontri tra polizia e manifestanti piuttosto inferociti: i marginali comportamenti violenti non toglievano validità ai motivi delle proteste. Se il giudice Apostolico condivideva o era interessato a comprendere le ragioni di quella manifestazione e quindi era presente in piazza, non vedo sinceramente alcun problema di incompatibilità con la sua funzione di magistrato. I giudici non devono estraniarsi dalla realtà, ma inserirsi in essa per poi, a suo tempo, assumere decisioni giudizialmente riguardanti la realtà. Non credo al giudice come soggetto avulso dal contesto sociale: ha il diritto-dovere di avere le proprie idee e di evidenziarle in modo corretto e discreto. In sede giudiziaria invece devono prevalere il rispetto delle leggi e la loro applicazione. Mi sembra infatti che le argomentazioni giuridiche portate a supporto del provvedimento che tanto clamore ha suscitato siano ineccepibili o, quanto meno, inattaccabili dal punto di vista dell’abuso del potere giudiziario ai danni di quello esecutivo.

Non mi sporco la penna per commentare la polemica intervenuta sulla vicenda: giriamola come vogliamo, ma c’è in atto un tentativo di censura verso chi osa mettere il dito nelle piaghe del governo. Intendo solo improvvisarmi quale dilettante Esopo nel clima politico italiano, pieno di assurde favole.

Un lupo vide un agnello che beveva ad un torrente, sotto di lui, e gli venne voglia di mangiarselo. Così, gli disse che bevendo, sporcava la sua acqua e che non riusciva nemmeno a bere. «Ma tu sei a monte ed io a valle, è impossibile che bevendo al torrente io sporchi l’acqua che scorre sopra di me!» rispose l’agnello. Venuta meno quella scusa, il lupo ne inventò un’altra: «Tu sei l’agnello che l’anno scorso ha insultato mio padre, povera anima». E l’agnello, di nuovo, gli rispose che l’anno prima non era ancora nato, dunque non poteva aver insultato nessuno. «Sei bravo a inventare delle scuse per tutto» gli disse il lupo, poi saltò addosso al povero agnellino e lo mangiò.

Il ministro Salvini vide il magistrato Apostolico, che aveva emesso una sentenza in materia di immigrazione, che oltre tutto stava facendo opinione al tribunale siciliano, e gli venne voglia di sputtanarlo. Così, gli disse che sentenziando disturbava l’azione del governo e neutralizzava l’effetto delle regole adottate in materia dall’esecutivo. «Ma tu hai il potere esecutivo e io quello giudiziario, tu fai il tuo mestiere e io faccio il mio, è impossibile che emettendo delle sentenze io possa intromettermi negli atti del governo!» rispose il magistrato. Venuta meno quella scusa, Salvini ne inventò un’altra: «Tu sei un giudice che fa politica e nel 2018 ha partecipato ad una pubblica manifestazione per la difesa dei diritti degli immigrati: risulta da un video in mio possesso». E il magistrato, di nuovo, gli rispose che si trattava di una pubblica manifestazione che non c’entrava niente con la sua attività giudiziaria e che semmai non spettava a lui setacciare la vita dei giudici, ma semmai al Consiglio Superiore della Magistratura. «Sei bravo a inventare delle scuse» gli disse Salvini, poi chiese a gran voce e insistentemente al magistrato di dimettersi.

 

Alla destra del padre

È ancora in gran parte cattolica l’Italia. O almeno così la Penisola si percepisce. Ma va sempre meno in chiesa, anche se continua a pregare. Neppure due italiani su dieci partecipano alla Messa tutte le domeniche. Sono più donne che uomini. E sono soprattutto ultra cinquantenni, mentre si assottiglia la presenza dei giovani. Un “piccolo” gregge che però alla politica non è indifferente: va a votare più di chi non si ritrova intorno alla mensa eucaristica. E, quando è davanti all’urna, sceglie il centrodestra piuttosto che il centrosinistra. I più assidui praticanti sono gli elettori di Forza Italia, Azione-Italia Viva e Fratelli d’Italia, i meno vicini all’altare quelli della Lega e dei Cinque stelle. (dal quotidiano “Avvenire”)

Dall’indagine del “Regno” emerge un’Italia religiosa a due velocità: due terzi è cattolica, ma appena il 18% va a Messa. Forza Italia, Terzo polo e Fratelli d’Italia i partiti con più praticanti. A mio giudizio si tratta di due pur comprensibili, ma clamorose contraddizioni, anche se le contraddizioni sono una caratteristica dei nostri tempi a tutti i livelli.

Sulla scarsa partecipazione alla messa ho già riflettuto e scritto in precedenti commenti e, al momento non avrei nulla da aggiungere. Mi preme invece soffermarmi sul dato del voto: i cattolici votano più degli altri e fin qui niente di strano, anzi; votano in grande prevalenza a destra e qui molto di strano; infine scartano i partiti più polemici e barricadieri, preferendo un approccio moderato alla politica, e qui si può anche capire.

Premetto che farò riflessioni molto istintive e superficiali, che potranno irritare, anzi avranno proprio lo scopo di disturbare i benpensanti per costringerli banalmente ad uscire dai loro schemi politicamente (s)corretti   e presuntuosamente (in)accettabili. Lettori avvisati, mezzo salvati… Parto quindi in quarta senza reticenze e riguardi.

Che i cattolici sentano il dovere civico di partecipare alle consultazioni elettorali è un dato confortante ascrivibile al loro senso di responsabilità. Rendono a Cesare addirittura più di quanto Cesare non dia a loro. Forse mettono in pratica il kennediano consiglio: “Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese».

Arriviamo al dunque: i cattolici votano a destra. Un mio grande professore direbbe: “Rovinato tutto!”. In effetti faccio molta fatica a comprendere i motivi di questa scelta. Qualcuno mi dice che sono molto interessati alla difesa della famiglia e che intravedono nella destra un baluardo in tal senso. Non ci credo e penso che chi vota a destra, seppure in buona fede, abbia a cuore non tanto la famiglia ma il portafoglio.

Un tempo si votava a destra per combattere il comunismo, un tempo si votava al centro per affidarsi ad un partito, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, sempre la sinistra ha fatto e fa paura ai cattolici. Non ho mai capito bene il perché. Vangelo alla mano, votare a destra mi sembra un gesto sacrilego, simile a bestemmiare in chiesa. Un voto, tutto sommato, di conservazione se non addirittura di reazione.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda”. Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche. Così come non sopportava il clericalismo ad oltranza, a rovescio non digeriva i giudizi sommari contro i cattolici investiti di incarichi pubblici; così come non sopportava i bigotti del tempio, non gradiva i bigotti della cellula di partito. Si riteneva una cattolica adulta, capace pur con tutti i suoi limiti e difetti, di discernere in campo politico, senza fare ricorso agli ordini provenienti dal clero, soprattutto quello di alto bordo.

In fin dei conti troppi cattolici hanno paura della politica e allora si rifugiano nella destra con l’illusione di imitare Cristo che si è seduto alla destra del Padre. Una destra forte ma non sbracata, ancor più pericolosa in quanto subdolamente connessa allo storico principio “Dio, Patria e famiglia”. Quanto alla Lega non vorrei che la preclusione fosse ipocritamente motivata solo dagli eccessi verbali di Matteo Salvini, così come quella verso i grillini potrebbe essere giustificata dagli eccessi di Beppe Grillo. Discorsi troppo parziali per essere esaurienti.

Intendiamoci bene, non è che a sinistra ci sia molto da stare a tavola: tuttavia ho sempre ritenuto che sia meglio sbagliare a sinistra che stare dalla parte del manico a destra. Semmai la più bella astensione non fu mai scritta. Da un po’ di tempo mi sto arrovellando in tal senso, però piuttosto che votare a destra mi taglierei entrambe le mani.

Trovassero i cattolici un punto del Vangelo che giustifichi un voto a destra. Ho pensato tante volte a questo discorso, ho letto ripetutamente il Vangelo a questo specifico scopo e non ho trovato nulla. I casi sono tre: o non capisco niente di Vangelo o non capisco niente di politica o sono rimasto un comunista di sagrestia. Di tutto un po’. Ai tempi dell’opzione democristiana per il governo di centro-sinistra si buttava la croce addosso ai laicisti marxisti ed ero fra questi. Ci voleva il carisma di Aldo Moro per far togliere alla DC la barriera anti-comunista: lui l’ha pagata cara e io sempre considerato un eretico, un cristiano impazzito.

Dom Helder Camara, vescovo brasiliano, diceva: «Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista»

 

 

 

 

Rash bellici per allergia alla pace

È un periodo in cui gli equilibri internazionali vengono sempre più messi a soqquadro: invasione chiama invasione, guerra chiama guerra. Lo scoppio improvviso (?) della guerra arabo-israeliana avvenuto in conseguenza dell’invasione israeliana da parte di Hamas, il braccio violento della causa palestinese, mette drasticamente e drammaticamente in evidenza e in discussione i presupposti della convivenza pseudo-pacifica e pre-bellica.

Si vis pace para bellum: chi più di Israele si è preparato alla guerra armandosi fino ai denti, allestendo un sofisticato sistema di intelligence, coltivando alleanze importantissime? Eppure si è fatto sorprendere come uno scolaretto dall’attacco di una organizzazione infinitamente più piccola e più debole.

Lasciamo covare il fuoco sotto la cenere: prima o poi non c’è verso, esplode. I palestinesi sono i parenti poveri, maltrattati e discriminati, in balia di spinte terroristiche e di legami col fanatismo religioso, di strumentalizzazioni da parte di finti amici esterni. Nessuno è in grado di contenere e governare la loro rabbia che trova sfogo nella fionda di uno sciocco Davide contro un cattivo e supponente Golia.

L’Onu ha continuato a chiedere il ritiro di Israele dai territori occupati, ma Israele anziché ritirarsi ne ha occupati altri. Gli Usa, salvo qualche eccezionale parentesi, non hanno utilizzato il loro storico rapporto di amicizia per riportare Israele alla ragione: al contrario si sono fatti incapsulare in una rigida logica di potere. Discorso simile, ancor più subdolo e strumentale, vale per il mondo arabo con tutti gli annessi e connessi nei confronti del magma palestinese.

Si ha la netta impressione, forse si tratta di triste e conclamata realtà, che questi sfoghi bellici vengano considerati come valvola di sicurezza per evitare il peggio (peggio dii così…). Ad una incerta, faticosa ed articolata prospettiva di pace, si preferisce una sicura, comoda e delinquenziale realtà di guerra a pezzi (come dice papa Francesco).

Israele reagirà duramente, tutti applaudiranno. Un motivo per reagire con le armi si trova sempre. Non penso che la colpa di questa recrudescenza bellica contro Israele sia colpa della Russia che ha indubbiamente inaugurato una fase storica all’insegna dell’invasione di altri territori. Certo il clima generale non è dei migliori, ma le cause del conflitto arabo-israeliano vanno ricercate nella storia e non solo nell’attualità. Come sempre chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Anche il presidente Mattarella rischia di farsi inghiottire dalla realpolitik bellicista. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri paesi ai confini con la Russia e questo – come avvenne nel secolo scorso tra il 38 e il 39 – condurrebbe a un conflitto generale e devastante”: per questo serve mantenere altissima la coesione europea perché solo così si può evitare il rischio di “un conflitto mondiale”.

Sergio Mattarella richiama all’ordine sul dossier ucraina notando in Europa, ma anche in Italia, l’allargarsi di piccole crepe, segnali di naturale stanchezza nel sostegno dei cittadini e della politica all’azione del governo di Kiev. (Ansa.it)

Il discorso si può applicare anche al medio oriente che rischia di essere scombussolato senza ritorno. E allora cosa facciamo? Facciamo guerre per evitare il rischio di guerre? Io preferirei fare tentativi di pace costi quel che costi. Tanto i morti che ci sono già stati non risuscitano con le vendette che ne fanno altri. Roba da pacifisti? Roba di buonsenso! Se queste sono le crepe notate da Mattarella, chiedo a lui di usare soprattutto, se non solamente, l’arduo cemento della diplomazia per evitare i crolli.

 

 

Debolezza comune, mezza forza

Come fa un soggetto politico inconsistente qual è Giorgia Meloni a (man)tenere la ribalta e il consenso? Cosa le dà la possibilità di rimanere a galla in mezzo ai marosi delle tragedie italiane, europee e mondiali? Come è possibile che una donna fatta d’aria riesca a non volare e sparire dalla circolazione e a rimanere ancorata alla realtà che sembra schiacciarla?

Negli anni settanta e ottanta veniva pubblicizzato un integratore alimentare, l’ovomaltina, che dava forza per le imprese difficili al limite dell’impossibile. In cosa consiste l’ovomaltina meloniana?

Ho fatto lunghi studi (si fa per dire) e sono arrivato alla conclusione che Giorgia Meloni si regge solo ed esclusivamente sulla furbizia, che la spinge a contare non tanto sulla propria forza, peraltro inesistente, ma sulle debolezze altrui. Questo succede a tutti i livelli: passiamoli brevemente in rassegna.

Partiamo dal basso, vale a dire dalla maggioranza politico-parlamentare che la sostiene: a tutti è noto che non esiste grande armonia all’interno di questa accozzaglia; Tajani e Renzi remano spesso in direzioni opposte e non nascondono significativi dissensi verso la premier, che però li snobba, non li ha neanche in nota, perché ne conosce e sfrutta la debolezza culturale e politica. Cane che abbaia non morde: vale per Salvini; per Tajani “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lu a niént da sén’na…”.

Proviamo a immaginare se Giorgia Meloni dovesse avere a che fare con un Silvio Berlusconi pimpante e un Umberto Bossi urticante. Ne uscirebbe malconcia e dovrebbe abbassare la cresta. Non è tanto questione di voti, ma di peso e personalità politica. Invece stradomina la situazione circondata dai suoi pretoriani e da una truppa di yesman. Anche nel governo riesce a tenere sotto controllo la situazione, tanta è la debolezza della compagine ministeriale oscillante tra insignificanza, pavidità e incapacità.

Passiamo al rapporto con l’opposizione: una vera e propria passeggiata in compagnia di una Elly Schlein ridotta a ruolo di comparsa, di un Giuseppe Conte che si accontenta di sparare alla viva Grillo, di un Carlo Calenda collaborazionista fino a mezzogiorno, di un Matteo Renzi che una ne fa e cento ne pensa. Se fosse per questa opposizione Giorgia Meloni resterebbe al governo del Paese fino alla vecchiaia e forse oltre.

Spostiamoci in Europa: gli interlocutori sono di basso livello e vengono giocati uno contro l’altro, tutti contro tutti, dopo di che chi la dura la vince. Andiamo dall’ingenuità di Ursula Von der Leyen ai capricci di Emmanuel Macron alle “sornionate” di Olaf Scholz alle posizioni schizofreniche dei “Visegradini” alle goliardate di Vox e c. Anche qui proviamo a ipotizzare un rapporto con Angela Merkel, con Helmut Schmidt e financo con François Hollande: le darebbero del filo da torcere…

Ma il livello più altolocato è quello statunitense: cavalcando la guerra russo-Ucraina Giorgia Meloni ha sedotto Joe Biden. Non sarebbe andata così con Barack Hussein Obama e nemmeno, udite-udite, con Donald Trump. Questa giovincella sfodera un becco di ferro notevole e riesce a navigare in modo spregiudicato quanto inconcludente in mezzo mondo. Ne sa qualcosa Sergio Mattarella costretto un giorno sì e l’altro pure a correggere il tiro governativo. A proposito di seduzione: John Kennedy, sessualmente parlando, puntava a Marilyn Monroe; Bill Clinton, sempre dal punto di vista delle scorribande sessuali, si accontentava di Monica Lewinsky; Joe Biden, nelle sue assurde acrobazie politiche (solo quelle, non mi permetterei mai di pensar male), va in brodo con Giorgia Meloni (il nonno che gira in mutande alla Casa Bianca con la nipotina straniera che riesce a vezzeggiarlo (almeno così ce la stanno più o meno raccontando).

Sulla piazza italiana la premier si difende o meglio nessuno la offende ad eccezione degli studenti, che rappresentano la sua spina nel fianco e che lei tratta regolarmente a manganellate. Il sindacato dei lavoratori abbaia, ma non morde. Le altre forze intermedie vengono approcciate e silenziate a colpi di corporativismo.

Ecco spiegato il successo di Giorgia Meloni, che addirittura sta tentando di accreditarsi come portatrice di una nuova cultura dominante. Quale non è dato di capire…  I media legano l’asino dove vuole il padrone, i social legano il padrone dove vuole l’asino.

Fino a quando durerà? Fino a quando la Meloni non imploderà sotto una valanga di debiti, fino a quando non arriverà qualche personaggio che la metterà in discussione e magari basterà un soffio per far crollare il castello di carte. E gli italiani continueranno a guardare in attesa che qualcuno dia loro una svegliatina. Dopo tutto la premier è furba e gli italiani amano le furbizie, finché non arriverà uno o una più furbo/a di lei e cambierà la musica. Mi tocca fare il tifo per i furbastri.

 

La Chiesa ha qualcosa da imparare dalla democrazia

Il Sinodo non è un parlamento né una dogana. Lo ha ripetuto più volte questa mattina il Papa, nella Messa che nel giorno di San Francesco, 4 ottobre, ha aperto il Sinodo dei vescovi, cui partecipano con diritto di voto anche altri componenti del Popolo di Dio. E nel pomeriggio lo ha ribadito anche nel discorso rivolto ai padri sinodali riuniti nell’Aula Paolo VI.

Francesco ha insistito sul fatto che non si deve guardare a questa assise come a un luogo di scontro su questo o quel problema (“aprire certe porte”, ha aggiunto a braccio), ma come un camminare insieme per mettersi in ascolto di Dio). “Siamo all’apertura dell’Assemblea Sinodale – ha ricordato -. E non ci serve uno sguardo immanente, fatto di strategie umane, calcoli politici o battaglie ideologiche. Non siamo qui per portare avanti una riunione parlamentare o un piano di riforme. No. Siamo qui per camminare insieme con lo sguardo di Gesù, che benedice il Padre e accoglie quanti sono affaticati e oppressi. Partiamo dunque dallo sguardo di Gesù, che è uno sguardo benedicente e accogliente”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono d’accordo fino ad un certo punto, come spesso mi accade rispetto ai pronunciamenti della gerarchia cattolica. Che nella Chiesa non ci debba essere una trasposizione meccanica dei modelli di organizzazione della società civile è un fatto indiscutibile: guai se la Chiesa scopiazzasse la politica, d’altra parte l’invito evangelico è ad essere nel mondo, ma non del mondo. Di schemi in ambito ecclesiale ne esistono anche troppi (la struttura gerarchica, come dice lo stesso papa Francesco, puzza di clericalismo e di potere), non vale senz’altro la pena di aggiungerne altri.

Mi permetto però di porre provocatoriamente una questione: quando si vuole difendere o almeno scusare gli atteggiamenti e i comportamenti sbagliati si dice che in fin dei conti la Chiesa è fatta da uomini, che, come tali, possono combinare disastri; il discorso vale in negativo, ma dovrebbe valere anche in positivo, cioè nel senso di ammettere certi modi di essere molto umani, che potrebbero essere utili alla Chiesa. Mi riferisco, tanto per sintetizzare, ai criteri e alle procedure di carattere democratico, che a mio giudizio non vanno scartate a priori in ambito ecclesiale.

Non si può negare che nella Chiesa, soprattutto a livello di gerarchia, esistano diverse correnti di pensiero, diverse opinioni in materia teologica e pastorale, diverse sensibilità sociali: non sarebbe meglio, anziché nasconderle e relegarle a trame ordite nell’ombra, dare ad esse piena e legittima rappresentanza al fine di conoscerle nel merito, pesarle nel consenso e toglierle da un comodo anonimato. Probabilmente il tutto non può essere risolto nella contrapposizione tra progressisti e conservatori, anche se nella vita della Chiesa emerge spesso questo contrasto tra, da una parte, gli inossidabili legami con la tradizione, che spesso diventano immobilismo, e, dall’altra parte, le forti aperture ai segni dei tempi ed al dialogo col mondo contemporaneo, che può diventare, non lo nego, fuga in avanti. La trasparenza sarebbe una gran bella cosa, togliendo la curialesca sordina al dibattito per discutere e confrontarsi apertamente per il bene di tutta la Chiesa. Non una finta discussione all’insegna del vogliamoci bene, ma un vero e coraggioso confronto da cui far scaturire scelte decisive, adottate tenendo conto delle maggioranze e delle minoranze non pregiudiziali, ma formatesi sulle singole questioni. Che paura c’è? Non abbiamo lo Spirito Santo che fa da garante?

E veniamo alle nomine. Tutto viene calato dall’alto in un assordante silenzio. Non si capisce chi nomina i vescovi e in base a quali criteri. Non certamente tenendo conto degli umori e delle preferenze del popolo di Dio. I vescovi vengono considerati ed accettati, obtorto collo, come commissari dal laicato e come capi-ufficio dal clero. Un mio carissimo amico, cattolico fervente e praticante, subordinava la sua adesione alla vita della comunità diocesana alla possibilità di poter votare all’atto della nomina di un vescovo. Non aveva tutti i torti, anche alla luce della storia antica della Chiesa.

E le carriere ecclesiastiche? Quando il nostro parroco fu trasferito in quel di Langhirano con i soliti metodi inaccettabili, quasi i sacerdoti fossero dei pacchi postali da mandare a destra e manca, mia sorella Lucia non seppe resistere alla tentazione di reagire in modo nettamente polemico rispetto al solito inaccettabile andazzo. Agli attacchi verso la Curia si sentì rispondere dall’allora potente vicario generale della diocesi: «Nella Chiesa non ci devono essere problemi di carriera…». Al che mia sorella, che non aveva peli sulla lingua ribatté: «Sì certo, ma il caso vuole che lei abbia fatto carriera, mentre il nostro parroco lo avete spedito in fretta e furia in periferia a farsi il mazzo…». Tutto avviene nelle segrete stanze vaticane e diocesane, molto spesso alla faccia della preparazione, della competenza e dei meriti. In questo la Chiesa non si fa scrupolo di assomigliare alla politica.

In buona sostanza manca la partecipazione un po’ di tutte le componenti, laicato in primis, al dibattito e alle scelte, con effetti deleteri sull’impegno e sul senso di responsabilità dei membri della comunità. Non si vogliono adottare gli schemi democratici e si finisce con l’adottare quelli aristocratici (signori cardinali), oligarchici (curia romana) se non addirittura autoritari (papa e vescovi che decidono per tutti).

Come sopra riportato, papa Francesco ha insistito sul fatto che non si deve guardare al sinodo come a un luogo di scontro su questo o quel problema, ma come un camminare insieme per mettersi in ascolto di Dio. Ascoltiamo pure Dio, leggiamo soprattutto il Vangelo, ma poi dovremo anche affrontare i problemi, fare delle scelte pastorali, guardare avanti verso una Chiesa aperta a tutti. Questo il papa lo ripete all’infinito.

Aperta a tutti! Come mio zio!? Lavorava e viveva in quel di Genova, quando tornava a Parma e incontrava gli amici di un tempo, ricreava immediatamente il rapporto cameratesco condito dai ricordi. Al termine di questi fitti dialoghi sparava quasi sempre una simpatica battuta. Al momento dei saluti rivolto all’amico di turno, dopo avergli dato una pacca sulla spalla e/o avergli stretto calorosamente la mano, diceva: «Veh, arcòrdot bén, quand at me vól gnir a catär…sta a ca tòvva».

Resto in ambito famigliare e ritorno a braccetto con mia sorella Lucia. Nella sua implacabile schiettezza, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”. Aggiungo una considerazione, che forse sarebbe piaciuta a mia sorella: la Chiesa non esorcizzi la politica e soprattutto la democrazia, prenda il buono dalla politica democratica e lasci perdere la cattiva politica che ha già dentro di sé.

 

 

Vertigini da porte girevoli

Stando alle cronache politiche, da prendere sempre con le pinze, ci sarebbe un certo via-vai nelle file altolocate del partito democratico (e non solo). Chi era uscito, ritenendo il renzismo un tradimento moderato del riformismo, rientra nei ranghi giudicando adeguata la svolta massimalista di  Elly Schlein; chi stava nel PD, pensando ad un partito modernamente riformista, prende la porta non sopportando gli spintoni radical chic impressi al sonnolento moderatismo lettiano; chi viene dalla tradizione comunista cerca di rifugiarsi nel nuovismo schleiniano, rimanendo tuttavia prigioniero della propria visione burocratica; chi si rifà al popolarismo cattolico cerca spazi di presenza e di proposta, ma si sente all’orfanatrofio.

Lasciamo stare il fatto che in tutti questi movimenti ci puzzi di opportunistico riposizionamento (non c’è da scandalizzarsi più di tanto), resta comunque la spasmodica ricerca di un’identità di sinistra che si ostina a rimanere legata più al passato ideologico che non al futuro programmatico. Il confronto non è sui temi e sulle soluzioni ai problemi, ma sui principi astratti (non sui valori, che sono ben altra cosa), su un ipotetico post-renzismo e su un altrettanto ipotetico filo-moderatismo.

Ho l’impressione che tali disquisizioni siano o almeno rischino di essere uno schematico diversivo rispetto alla politica delle proposte compiute e verificabili nel tempo. È pur vero che una certa qual liquidità è presente in tutte le formazioni politiche: chi è di destra vuol sembrare un moderato di centro-destra, chi è di sinistra vuol apparire come un migliorista-riformista, chi è di centro vuol essere di tutto un po’ taglieggiando l’elettorato stanco di destra e di sinistra. Un gran casino di etichette nelle quali perdersi è il minimo che possa accadere.

Il pluralismo culturale all’interno dei partiti un tempo era considerato una ricchezza da tenere ben stretta, oggi è rifiutato come una debolezza paralizzante. Tutti alla ricerca di un’identità precisa basata più su scorciatoie mediatiche che su elaborazioni socio-politiche.  Il partito democratico non riesce a recuperare la sintesi fra cultura cattolico-democratica e cultura socialista, preferendo lanciarsi in avventure di stampo più salottiero che popolare. Fratelli d’Italia, l’altro vero partito, non può fare sintesi fra un passato ingombrante e condizionante e un presente problematicamente sconvolgente. In mezzo c’è un autentico “casinetto”: i due leghismi contrapposti, vale a dire salviniani e contiani, che con Lega e M5S hanno ormai ben poco da spartire; i berlusconiani in cerca di un nuovo impossibile autore, i renziani che seguono a stento le peregrinazioni pseudo-politiche del loro leader (?), i calendiani che non vanno al di là di un timido buonsenso, i cespugli vari che spesso hanno qualcosa di buono da offrire, ma vengono regolarmente soffocati dai tatticismi e penalizzati dai misuratori del consenso.

FdI e Lega vorrebbero cannibalizzare i resti di Forza Italia, il Pd non scioglie il nodo dell’alleanza con i fu grillini. La prospettiva delle elezioni europee, con il sistema proporzionale, rappresenta l’istigazione a delinquere nello schieramento partitico. E allora chi va e chi viene non sposta nulla se non il proprio deretano in cerca di qualche strapuntino e contribuisce soltanto ad avvalorare l’idea di una politica a porte girevoli.

Posso essere brutale? Rimane soltanto l’asfittica contrapposizione fra la cucina cattiva della destra e il salotto buono della sinistra. Gli italiani stanno facendo un po’ di confusione e tendono al momento a preferire un pur triste piatto di minestra rispetto ad un ermetico e variegato menù, la maggioranza silenziosa preferisce digiunare. Dove collocarsi in prospettiva? Ai contemporanei l’ardua sentenza…

Le crisi disturbano la religione, ma aiutano la fede

Il campanile non chiama più come accadeva fino a pochi anni fa. Invece di un popolo intorno alla mensa eucaristica, c’è un “gregge disperso” che frequenta sempre meno le Messe nelle parrocchie italiane. E qualcuno parla di «chiese vuote». Sintesi semplicistica, a dire il vero, per raccontare il calo della partecipazione alle celebrazioni. Come ha mostrato di recente la testata online dei dehoniani. Chi prende parte a un rito religioso almeno una volta alla settimana è circa il 19% della popolazione. Una cifra che si è ridotta di un terzo in diciotto anni. È evidente la diminuzione della pratica della fede. 

«Chiesa chiusa per mancanza di prete». E anche della comunità. Nessuno vorrebbe che questo ipotetico cartello compaia davanti alle piccole parrocchie. Quelle in cui non c’è più il parroco residente e dove magari si assottiglia anche il computo degli abitanti. Comunità esigue, ma non minori. 

Per dare il mio critico personale saluto all’Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi che si è aperta, ho ripreso testualmente l’incipit di due articoli apparsi recentemente sul quotidiano “Avvenire” a firma di Giacomo Gambassi, che mettono il dito nelle due presunte piaghe della crisi religiosa degli italiani. Ho detto presunte non tanto perché intenda mettere in dubbio dati oggettivi e indiscutibili, ma perché non sono così sicuro che ad essi corrisponda un’effettiva assenza di fede o una conclamata indifferenza al Vangelo.

Il non partecipare all’eucaristia non è sicuramente una scelta di fede, ma non è detto necessariamente che chi non partecipa alle messe che si celebrano nelle nostre chiese non abbia fede in Dio e in Gesù Cristo. Così come la diminuzione, al limite dell’assenza, di vocazioni religiose non è certo un dato confortante, ma potrebbe essere un segno della necessità di rivedere l’impostazione clericale della Chiesa.

Per quanto concerne il discorso liturgico torno all’affascinante originalità del caro ed indimenticabile amico don Scaccaglia. Innanzitutto riusciva a creare un palpabile clima di familiarità fatto di piccoli atteggiamenti capaci però di integrare tutti nella comunità: il saluto ad personam dell’accoglienza e del congedo, il buongiorno iniziale (ne ha tutto intero il diritto d’autore, il papa lo ha adottato anni e anni dopo), l’applauso alla Parola di Dio, il Padre Nostro recitato mano nella mano e motivato dalle ansie ecclesiali, mondiali e locali, i ragazzi stretti intorno all’altare a leggere con lui una parte del canone e ad innalzare assieme a lui il pane ed il vino dopo la consacrazione, l’omelia intensa e calata nella vita, il chiamare per nome le persone per farle partecipare e coinvolgerle, il chiedere continuamente adesione e condivisione, invitare l’assemblea a ripetere, anche più volte e ad alta voce, le frasi evangeliche più significative, la presenza attiva come ministranti degli immigrati ospiti della casa di accoglienza,  la forte connotazione femminile dell’assemblea (mancava solo la ciliegina sulla torta, l’atto finale del sacerdozio per le donne, che non dimenticava mai di auspicare). Tutto serviva a sgelare, a “sgessare” la ritualità, riconducendola a spontaneità:  si trattava del coraggio di fondere il sacro con la vita (non con il profano come qualcuno malignamente pensava…).

Tutti assistiamo in televisione ai riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro a Roma, e nelle sedi e occasioni ufficiali e ne cogliamo la pesante spettacolarizzazione, abbiamo la sensazione di assistere ad assurde messe in scena degne del miglior Franco Zeffirelli.  Poi entriamo in certe chiese periferiche e torniamo a terra, per constatare la routinaria pochezza di liturgie sbrigativamente ed anonimamente finalizzate solo al tagliando di adempimento del precetto festivo. Da una estremità all’altra: dalla vuota enfasi rituale alla banalizzazione precettistica.

I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Le omelie, preparate con grande cura, riuscivano a saldare cielo e terra. In esse si scatenava tutta la sua preparazione biblica, tutta la sua verve teologica, tutto il suo carattere di prete impegnato contro l’ingiustizia, tutta la sua spinta a combattere per una Chiesa aperta ai poveri, agli ultimi, ai diversi, tutto il suo coraggio di critica ad una gerarchia ecclesiastica avulsa dalla realtà, prigioniera di schemi dottrinali, attaccata ai privilegi. Purtroppo la concezione liturgica di don Scaccaglia fu tenuta sempre, più o meno, nel mirino episcopale, clericale e bigotto. Se le messe assomigliassero a quelle celebrate da lui probabilmente avremmo un po’ più di partecipazione.

Ma vengo all’altro corno della problematica: la crisi vocazionale. Siamo sicuri che la funzione sacerdotale, che peraltro appartiene a tutto il popolo di Dio, non debba essere ripensata, rivista e allargata alle donne e ai soggetti sposati? Siamo sicuri che tutto ciò che oggi fa capo ai preti debba rimanere un loro monopolio carismatico e non possa, almeno in parte, essere delegato ai laici in un contesto comunitario responsabilizzato, attivo e coinvolgente? Siamo sicuri che l’assetto parrocchiale tradizionale sia ancora valido dal punto di vista ecclesiale e non debba essere sostituito da aggregazioni non vincolate al territorio, ma aperte e impegnate nella carità a trecentosessanta gradi? Siamo sicuri che la comunità cristiana debba rimanere inchiodata a schemi burocraticamente predeterminati e applicati? Noi continuiamo a pregare che il padrone della messe mandi operai, ma non sarà il caso di organizzare meglio il lavoro di tutti gli operai già presenti in azienda?

Punture di spillo. Ma siamo sicuri che anche un po’ di provocazione e di polemica non faccia bene per dare una scrollata evangelica alla Chiesa istituzione, ma anche alla Chiesa comunità? Non dimentichiamo che la provocazione è l’arte evangelica per eccellenza.

Recentemente, riferendomi ad una persona esuberante e simpatica, mi è venuto spontaneo complimentarmi con lei per la sua coinvolgente vis provocatoria. Le ho posto però una domanda a bruciapelo: “Lei sa chi è il più grande provocatore di tutti i tempi?”. Eravamo in un negozio e si è fatto silenzio: forse qualcuno avrà pensato che fossi in vena di scherzare anche se ho colto nelle poche persone presenti un certo interessamento. Ho ripetuto la domanda per attirare ancor più l’attenzione. A quel punto ho dovuto sciogliere l’enigma affermando risolutamente e convintamente: “Il più grande provocatore della storia è Gesù Cristo”. Poi me ne sono uscito senza aggiungere ulteriori ed inutili parole. Non so se quelle persone avranno riflettuto, io sì e lo faccio anche in questa sede.

D’altra parte Gesù non ha forse detto: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Più provocazione di così, anche se dobbiamo prendere atto che finì in croce. Forse per rendere più appetibile la Chiesa bisogna guardarsi meno l’ombelico liturgico e sacerdotale e spostare lo sguardo sulla croce, lasciando perdere la statistica e la sociologia.

 

 

 

 

 

 

Un giudice preso a melonate

Giorgia Meloni ha reagito in modo scomposto alla decisione con cui il tribunale di Catania ha sconfessato il recente decreto approvato in Consiglio dei ministri, che prevede la possibilità per i migranti, provenienti dai Paesi considerati “sicuri”, di versare quasi 5mila euro di cauzione per evitare di essere trattenuti in centri dedicati. Il giudice, ritenendo il provvedimento illegittimo e in contrasto con la normativa europea, ha accolto il ricorso di una persona migrante, di origini tunisine, sbarcata il 20 settembre a Lampedusa e portata nel nuovo centro di Pozzallo, e ha disposto la sua ‘liberazione’. A seguire, sulla stessa scia, sono stati dichiarati illegittimi i trattenimenti di altre tre persone con la stessa condizione giuridica.

La vicenda ha un profilo istituzionale: trascinare il Paese in una diatriba contro la Magistratura è roba berlusconiana riciclata. La premier stia al suo posto, punto e stop. Contro l’atto giudiziario in questione si può ricorrere nei tempi e modi previsti dalla legge ed è perfettamente inutile e dannoso scatenare polemiche sul filo del rasoio anticostituzionale.

Sul piano politico anche il più sprovveduto degli osservatori capisce come il governo stia brancolando nel buio, dando un colpo al cerchio europeo e uno alla botte italiana: l’aiuto alle ong della Germania rientrerebbe in un complotto anti-italiano, la sentenza del giudice di Catania sarebbe un surrettizio aiuto all’immigrazione illegale.

Il fenomeno migratorio non va esorcizzato, ma gestito con buonsenso. Mi sembra opportuno ricordare, a proposito di buonsenso, quanto don Raffaele Dagnino, uno storico sacerdote di Parma, basandosi sulla sua schietta e profonda religiosità, disse per incoraggiare un’amica a cui era nato un figlio con una piccola imperfezioni fisica. «L’important l’è cal g’abia dal bon sens, ‘na roba ca ne’s compra miga dal bodgär».

Ho l’impressione che Giorgia Meloni non intenda provare a gestire l’immigrazione, ma dare l’impressione di poterla eleminare dall’agenda. E chi osa farglielo osservare direttamente o indirettamente diventa un guastafeste o addirittura un nemico che trama nell’ombra. Il giochino di criminalizzare gli oppositori è vecchio, inaccettabile e tipico dei regimi antidemocratici.

Le ong non vanno esorcizzate perché portano i migranti in Italia, ma vanno ringraziate perché salvano persone umane. La Germania non è nemica dell’Italia, con essa bisogna ragionare, discutere e trovare punti di collaborazione. Il giudice di Catania fa il suo mestiere e va rispettato. I decreti del governo si possono e si devono discutere senza che chi lo fa venga considerato un disfattista. La cauzione per i migranti è un’autentica follia, si abbia il buongusto di ammetterlo.

Al di là di tutto tira però una bruttissima aria di subdolo attacco alle istituzioni: il ventilato presidenzialismo, la programmata deriva autonomistica regionale, il risorgente scontro con la Magistratura, la latente conflittualità e/o l’oscura trama a livello europeo, ci stanno mettendo nella precarietà e nella peggior situazione possibile per affrontare i problemi enormi che abbiamo.

C’è la sensazione che non si tratti tanto di discutibile indirizzo politico dell’attuale governo, ma di conclamata inadeguatezza culturale e professionale della premier e della sua compagine ministeriale.

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica. Quella squalifica che sta colpendo chiunque alzi il ditino contro le farneticazioni governative in materia migratoria e non solo.

 

Napoli milionaria

La società e la squadra del Napoli stanno diventando la perfetta sintesi delle contraddizioni del mondo del calcio. Finita la festa, gabbato lo santo: la pentola dello scudetto è stata scoperchiata. Ogni parvenza di etica è sparita al primo stormir di fronde pallonare e/o pecuniarie.

Da tempo si sa che le società calcistiche truccano i bilanci con le plusvalenze patrimoniali derivanti da sopravvalutazione dei calciatori: il Napoli è sul banco degli imputati della giustizia ordinaria e forse per la seconda volta di quella sportiva (la prima se l’era cavata in qualche modo). Credo sia solo la prosecuzione di una sputtanata generale, che probabilmente verrà messa a tacere per carità di Figc.

Non si è capito poi perché Luciano Spalletti, protagonista di uno storico scudetto napoletano, se ne sia andato: probabilmente per incompatibilità di carattere con una dirigenza invadente e imbarazzante e forse anche per le difficoltà nei rapporti con alcuni giocatori troppo pagati per essere professionalmente seri. Ne sta facendo le spese il suo successore, Rudi Garcia, venuto precipitosamente ai ferri corti con il divo Osimhen, insofferente alle critiche e in cerca di ulteriori milioni da incassare alla faccia della tifoseria.

Ad aggiungere un po’ di sale ci hanno pensato i social, sempre pronti a cavalcare le polemiche per lucrarne risonanza mediatica. Il divismo imperante è assoluto protagonista alla ricerca di soldi, sporchi o puliti, per mantenere in piedi un sistema che è alla frutta. Le polemiche servono a fare audience e affari.

Nel mondo del calcio non si salva nessuno: i presidenti sempre più protagonisti di una deriva finanziaria inarrestabile; i calciatori sempre più alla ricerca di compensi vergognosi che gridano vendetta al cospetto dello sport; gli allenatori incapaci di mettere in riga i bollenti spiriti dei giocatori; i tifosi servi sciocchi di un sistema malato; i media che mangiano pane a tradimento e cavalcano senza ritegno le contingenze di un mondo allo sfacelo.

Probabilmente Napoli ha osato troppo e, come si suol dire, c’è rimasta dentro. Ha inteso emulare le grandi piazze e, in men che non si dica, ha fatto cilecca tra sentimentalismi maradoniani e giocattoloni populisticamente emancipanti. Il pallone si sta sgonfiando e rimane un amaro e veloce ritorno alla normalità affaristica. Ma forse i gol di Osimhen riusciranno a mettere tutti d’accordo fino al prossimo rigore sbagliato, fino al prossimo singulto di finta autonomia di Garcia, fino alla virtuale sentenza di condanna di De Laurentiis. Forza Napoli!

 

Il ping pong dell’incoscienza

“Spero di avere il coraggio di dire tutto quello che voglio dire”. Così si è espresso papa Francesco con i circa 70 giornalisti che lo hanno accompagnato nel suo 44° viaggio apostolico internazionale a Marsiglia. Stando alle cronache mi sembra che il pontefice non sia stato reticente, ma abbia vuotato, seppure con carità cristiana, il sacco delle sue denunce e dei suoi perentori inviti in materia di immigrazione.

Ho avuto l’impressione che Macron abbia reagito con qualche imbarazzata e superficiale disponibilità, ma senza approfondire il discorso sulle responsabilità passate, presenti e future del suo Paese. Infatti si è rifugiato in una sbrigativa cazzata, dicendo che “l’Europa e la Francia non possono accogliere tutta la miseria del mondo”.

È un discorso che fanno tutti i governanti e (quasi) tutte le persone di scarsa volontà. Il fenomeno migratorio affonda le sue radici nel passato e mette a nudo tutte le colpe storiche del nostro mondo verso il terzo mondo. Qualcuno sostiene che le migrazioni ci sono sempre state per riequilibrare le differenze di vita. Ciò non toglie che sarebbe stato e sarebbe necessario eliminare queste clamorose disuguagliane e inequità. Ogni errore ed omissione dei ricchi trova immediato riscontro nella disperata reazione dei poveri. Se è tardi per rimediare a secolari scelte di sfruttamento, sia almeno l’ora di affrontare la realtà con un minimo di impegno a gestire dignitosamente il fenomeno migratorio.

Durante il viaggio di ritorno da Marsiglia Raphaelle Schapira (France Televisions) ha posto una domanda provocatoriamente realistica a papa Francesco.

“Lei ha iniziato il suo pontificato a Lampedusa, denunciando l’indifferenza. Dieci anni dopo chiede all’Europa di essere solidale. Sono dieci anni che ripete lo stesso messaggio. Vuol dire che lei ha fallito?”

Il papa ha risposto come di seguito.

“Io dirò di no. Dirò che la crescita è andata lentamente. Oggi c’è coscienza del problema migratorio. C’è coscienza. E anche c’è coscienza di come sia arrivata a un punto … come una patata bollente che non si sa come prenderla. Angela Merkel ha detto una volta che si risolve andando in Africa e risolvendo in Africa, alzando il livello dei popoli africani. Ma ci sono stati casi che sono brutti. Casi molto brutti, dove i migranti, come in un ping- pong, sono stati mandati indietro. E si sa che tante volte finiscono nei lager, finiscono peggio di prima. Ho seguito la vita di un ragazzo, Mahmoud, che cercava di uscirne… e alla fine si è impiccato. Non ce l’ha fatta perché non tollerava questa tortura. Io ho detto a voi di leggere quel libro Fratellino, Hermanito. La gente che viene è prima venduta. Poi gli tolgono i soldi. Per pagare, poi gli fanno chiamare al telefono la famiglia perché inviino più soldi. Ma poverini. È una vita terribile. Ho sentito uno che è stato testimone, quando di notte, al momento dell’imbarco, uno ha visto una nave così semplice, senza sicurezza e non voleva imbarcarsi. E… pum pum. Finita la storia. È il regno del terrore. Soffrono non solo perché hanno bisogno di uscire, ma perché è il regno del terrore lì. Sono schiavi. E noi non possiamo senza vedere le cose, mandarli indietro come fossero una pallina da ping pong. No. Per questo torno a dire il principio: i migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati. Se tu non puoi integrarlo nel tuo Paese, accompagnalo e integralo nel suo Paese, ma non lasciarlo nelle mani di questi crudeli trafficanti di persone. Il dramma dei migranti è questo: che noi li mandiamo indietro e cadono nelle mani di questi disgraziati che fanno tanto male. Li vendono, li sfruttano. Quella gente cerca di uscire. Ci sono alcuni gruppi di persone che si dedicano a salvare gente nel mare. Io ho invitato al Sinodo, a partecipare, uno di loro, uno che è il capo di Mediterranea Saving Humans. Loro ti raccontano delle storie terribili. Il mio primo viaggio, come lei ha detto sono andato a Lampedusa. Le cose sono migliorate. Davvero. C’è più coscienza oggi. Allora non si sapeva. Anche non ci dicevano la verità. Ricordo che c’era una receptionist a Santa Marta, etiope, figlia di etiopi. Conosceva la lingua. E seguiva alla tv il mio viaggio. E c’era uno che mi spiegava, un poveretto etiope che mi spiegava le torture e queste cose. E il traduttore – lei mi ha detto – ha detto bugie, ha detto quello che lui non ha detto, ha addolcito la situazione. È difficile avere fiducia. Tanti drammi. Quel giorno che sono stato lì, mi hanno detto, un medico: guarda quella donna. Andava fra i cadaveri vedendo la faccia perché cercava sua figlia, non la aveva trovata. Questi drammi…a noi fa bene prenderli (toccarli con mano). Ci farà più umani e pertanto anche più divini. È una chiamata. Vorrei che fosse come un grido: “Stiamo attenti. Facciamo qualcosa”. La coscienza è cambiata. Davvero. Oggi c’è più coscienza. Non perché ho parlato. Ma perché la gente si è accorta del problema. Ne parlano tanti. È stato il mio primo viaggio, e lì udii una cosa interiore. Io nemmeno sapevo dove era Lampedusa. Ma ho sentito le storie. Ho letto qualcosa e nella preghiera ho sentito: tu devi andare lì. Come se il Signore mi mandava lì, nel mio primo viaggio”.

C’è più coscienza, come dice il papa, o c’è solo più conoscenza? Non diamo la colpa soltanto ai governanti, perché purtroppo sono fedeli interpreti della nostra indifferenza. Non diamo la colpa alla Francia e al suo colonialismo di andata e ritorno; non pensiamo che la Germania voglia scaricare sul suolo italico il surplus di immigrati. Sentiamoci tutti interpellati in prima persona: ognuno ha il suo pezzo di miseria da accogliere a monte o a valle.