Il silenzioso rispetto per la persona umana

Quanto avvenuto a Trieste “è una sconfitta per la medicina e per l’intera società trattare un paziente somministrando la morte, piuttosto che farsene carico con le cure palliative”, ha detto Massimo Gandolfini, medico e presidente dell’Associazione Family Day. “Il Ssn è nato per curare e non per uccidere – sottolinea il neurochirurgo e psichiatra -. La richiesta di morire è sempre un messaggio di disperazione che deve essere colto per dare una risposta, scientifica e umana, di presa in carico. Rispondere con il suicidio assistito è disumano e vergognoso. Faremo ogni sforzo per sostenere le cure palliative e cancellare la deriva della morte su commissione”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Vorrei che Massimo Gandolfini si scandalizzasse per i subdoli omicidi che il Ssn compie con le disumane e vergognose code nei pronto soccorso, per gli inammissibili e vergognosi ritardi nelle prestazioni sanitarie, per le clamorose insufficienze e disorganizzazioni, per le ricorrenti e inspiegabili omissioni, per tutte le angoscianti inefficienze di un sistema sanitario che sta cadendo a pezzi.

Smettiamola di nasconderci dietro stucchevoli questioni etiche, andiamo al sodo. Non mi spaventa il suicidio assistito: è un modo dignitoso (non l’unico, lo può essere in certi conclamati e disperati casi) per rispondere al dramma della sofferenza giunta ai limiti della sopportabilità.  Mi fanno paura la diagnosi e la degenza non assistite riservate a chi vorrebbe vivere. Non ho niente da obiettare verso persone giunte alla disperazione (il suicidio è sempre e comunque un atto disperato), che chiedono un aiuto per porre fine alle loro tragiche esistenze.  Ho molto da ridire invece su come è strutturato, organizzato ed erogato il servizio sanitario pubblico.

Il discorso delle cure palliative rischia di essere un comodo alibi. Se una persona chiede di porre fine ai propri giorni dopo lunghe ed estenuanti sofferenze fisiche e psicologiche, non le si può proporre una cura palliativa: sarebbe come offrire una caramella a chi sta morendo di fame. Cerchiamo di essere seri. Non penso che il ricorso al suicidio assistito sia una scelta di comodo, né per l’interessato, né per chi gli sta intorno, né per il Ssn. È solo una risposta (non l’unica, ma comunque plausibile) al problema della vita disperata giunta ai confini con la morte rassegnata.

Il vescovo di Trieste conclude incoraggiando tutti a una carezza nei confronti di chi sta male, di chi soffre una particolare situazione di vulnerabilità. «E in particolare di quel malato che è tentato dalla disperazione. Incoraggio tutti a un tempo intenso di condivisione con chi vive la malattia per rigenerarci insieme ad una speranza di vita vera e piena, dove non ci sono più morte, malattia e violenza». (dal quotidiano “Avvenire”)

Si tratta di un bel passo avanti rispetto al cinico dogmatismo accumulato dalla Chiesa nei secoli. Preferisco tuttavia andare oltre la paternalistica e religiosa mozione degli affetti e rifarmi a quanto scrive il monaco, teologo e biblista Enzo Bianchi nel suo più recente libro “Cosa c’è di là” nel capitolo “Desiderare la morte?”: «Io resto convinto che il suicidio è un atto su cui solo Dio può dare un giudizio. La casistica della morale si permette di stigmatizzarlo come “diserzione triplice, individuale, sociale e religiosa” per farne addirittura “un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, ma resto convinto invece che su questo atto noi possiamo anzi dobbiamo fare silenzio, inchinarci di fronte a questo enigma e a chi ha scelto di terminare così la propria vita, e sentirci in grande comunione, anche con chi – in stato di sofferenza – non arriva al suicidio, ma ha pensato al suicidio, o per lo meno ha compiuto azioni a esso riconducibili».

Termino citando per l’ennesima volta quanto afferma don Andrea Gallo sui malati terminali: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa».

Probabilmente alcuni, fra i pochi che hanno la bontà di leggermi, si stupirà che un cattolico credente e praticante come il sottoscritto sia così possibilista in merito al rispetto della vita. Rispondo con tanta umiltà, in base alla mia scarsa fede e all’ancor più scarsa coerenza di pensiero e di vita, che, all’astratto e irrinunciabile principio dell’intoccabilità della vita, preferisco il concreto e coniugabile principio del rispetto della persona umana.

 

 

La santa gogna ecclesiale

Il cardinale Becciu è stato condannato a 5 anni e sei mesi nell’ambito del processo che lo vedeva imputato in relazione alla compravendita del Palazzo di Sloane Avenue a Londra, per i soldi inviati alla diocesi di Ozieri come offerta per progetti caritativi e per la vicenda legata al tentativo di liberazione di una suora colombiana rapita in Mali e gestita attraverso la sedicente agente di intelligence Cecilia Marogna, a sua volta accusata di aver utilizzato i fondi messi a sua disposizione per spese personali, anziché per quello scopo. Condannata anche Marogna a 3 anni e 9 mesi. Al porporato anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e ottomila euro di multa. Per tutti i condannati (9 su 10, il solo don Mauro Carlino è stato completamente assolto) anche ingenti somme da risarcire alle parti civili (200 milioni in solido). L’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, ha preannunciato appello. Mentre il promotore di Giustizia, Alessandro Diddi si è detto “finalmente sereno, la sentenza ci dà ragione, non abbiamo mandato a giudizio innocenti”. Di segno opposto la reazione dei legali del cardinale: “‘è profonda amarezza, dopo 86 udienze, nel prendere atto che l’innocenza del cardinale Becciu non è stata proclamata dalla sentenza, nonostante tutte le accuse si siano rivelate completamente infondate. Le prove emerse nel processo, la genesi delle accuse al Cardinale, frutto di una dimostrata macchinazione ai suoi danni, e la Sua innocenza, ci consentono di guardare all’appello con immutata fiducia”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Le sentenze dovrebbero fare giustizia e mettere a posto le cose, molto spesso invece, a prescindere dalla loro giustezza, toccano soltanto la punta dell’iceberg. È più che mai vero per il caso in questione, che, al di là delle responsabilità penali personali, riconosciute peraltro solo in un primo grado di giudizio, tocca un sistema di inquinamento affaristico nelle alte sfere vaticane. Come cattolico, pur non essendo senza peccato e non volendo quindi scagliare la prima pietra, mi sento toccato nel vivo: che la Chiesa consenta al proprio interno simili degenerazioni è un fatto comunque gravissimo.

Una sola volta, stando ai vangeli, Gesù si incavolò sul serio, quando “entrò nel tempio e ne cacciò fuori tutti quelli che vendevano e compravano; e rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi. E disse loro: “È scritto: ‘La mia casa sarà chiamata casa di preghiera’, ma voi ne fate ‘una spelonca di ladroni”.

Non mi è dato di sapere se papa Francesco si sia incavolato, presumo di sì. Però bisogna cambiare un sistema e voltare pagina. Al momento non vedo questa precisa e fattiva volontà. Le giustificazioni possono essere tante, ma nessuna sgombra il campo dalle ombre che sovrastano il Vaticano e le sue finanze più o meno allegre.

Non solo i mercanti sono entrati nel tempio, ma ho la netta sensazione che il tempio sia entrato nel mercato, anzi che si sia fatto mercato. Con quale autorevolezza la Chiesa predica povertà e chiede aiuto per i poveri se poi razzola malissimo in combutta coi ricchi, facendo incetta di danaro da immettere in operazioni speculative? Con quale credibilità la Chiesa fustiga il malcostume nella società e nella politica? Domande retoriche! Fanno sorridere tutti i rigorismi e i dogmatismi se incespicano sul più banale e grave dei peccati, quello dell’affarismo alla faccia del Vangelo.

«La Chiesa sempre – sempre! – subirà la tentazione della mondanità e la tentazione di un potere che non è il potere che Gesù Cristo vuole per lei. Quando la Chiesa entra in questo processo di degrado la fine è molto brutta. Molto brutta! I capi dei sacerdoti e gli scribi erano collegati con gli affaristi del tempio, ricevevano soldi da loro, c’era la “santa tangente”, erano attaccati ai soldi e veneravano questa “santa”. Ci farà bene chiedere la grazia di non entrare mai in questo processo di degrado verso la mondanità che ci porta all’attaccamento ai soldi e al potere» (Papa Francesco, omelia in Santa Marta).

Nella Chiesa ci sono arrampicatori e ce ne sono tanti…ma sarebbe meglio che andassero verso nord e facessero l’alpinismo! È più sano! Ma non venire in Chiesa per arrampicarti! E poi la tentazione dei soldi. Questa tentazione c’è stata fin dall’inizio. E abbiamo conosciuto tanti buoni cattolici, buoni cristiani, amici, benefattori della Chiesa, anche con onorificenze varie, tanti. Che poi si è scoperto che hanno fatto negozi un po’ oscuri. Erano veri affaristi e hanno fatto tanti soldi. Si presentavano come benefattori della Chiesa, ma prendevano tanti soldi e non sempre erano soldi puliti. Chiediamo al Signore la grazia di inviarci lo Spirito Santo per andare dietro di Lui con rettitudine d’intenzione: solo per Lui, senza vanità, senza voglia di potere e senza voglia di soldi» (papa Francesco omelia messa a Santa Marta del 05 maggio 2014).

Non pretendo che il Papa per fare pulizia usi una sferza di cordicelle e rovesci le scrivanie degli uffici vaticani, ma non bastano neanche le pur necessarie e ficcanti reprimende teoriche. Non basta soffrire, denunciare gli errori ed ammettere i peccati, nemmeno rimuovere certi personaggi, ci vuole qualcosa di più, che potrebbe partire non necessariamente solo dall’alto. Forse sarebbe opportuno che la gerarchia rispondesse del suo operato economico-finanziario non tanto al tribunale vaticano, ma al popolo di Dio: una benefica, evangelica e paradossale (?) gogna ecclesiale. La Chiesa è stata capace nei secoli di inquisire e condannare al rogo per molto meno, rimanendo attaccata comunque al potere. Si stacchi drasticamente dal potere e poi chiami a rispondere chi di dovere: lo stile sinodale applicato anche alle questioni finanziarie per impostare correttamente, controllare, censurare procedure e comportamenti per poi arrivare anche a colpire i responsabili delle deviazioni affaristiche.

A questo punto cedo la parola alla colorita ma puntuale verve polemica e provocatoria di mia sorella: aveva una sua paradossale e intrigante versione della morte di papa Luciani. Diceva: “Gli hanno fatto conoscere Paul Marcinkus e gli è dato un colpo…”.

ll cardinale Matteo Zuppi intervenendo all’affollato raduno del gruppo “Immìschiati”, che si è tenuto nel salone dell’Angelicum a Roma, ha detto: «La politica è la più alta forma di carità? Premetto che i papi sono tutti grandi, ci sono stati tutti mandati dal Signore. Questa frase di Paolo VI è vera – aggiunge -, ma deve fare i conti con le tante insidie che si porta dietro l’esercizio del potere, l’opportunismo, l’interesse personale, la vanagloria, quel dire “lei non sa chi sono io” mentre poi l’unico che non lo sa è proprio chi lo dice, tutti gli altri lo sanno benissimo». Perché il rischio, per chi fa politica, è proprio questo, dimenticarsi di chi si è. Il potere logora chi ce l’ha, inverte la massima andreottiana l’arcivescovo di Bologna. Bisogna aiutarsi – è il suggerimento per chi fa politica – ad avere sempre vicino qualcuno che ce lo ricordi, che ricordi le ragioni, perché è vero che la politica è una cosa alta, ma è anche alla portata di tutti. Anzi – ragiona Zuppi -, i politici più grandi sono stati quelli che sono rimasti loro stessi, senza arricchirsi, attenti a lasciare qualcosa di buono per chi veniva dopo».

Sacrosante parole, che devo però chiosare, ricorrendo ancora a mia sorella Lucia, che, nella sua implacabile schiettezza, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”.

L’incultura della mediazione tra europeismo e sovranismo

Stavolta Viktor Orbán non ha concesso il bis. Non è uscito dalla sala del Consiglio Europeo e non ha dato via libera alla revisione di medio termine del bilancio della Ue, bloccando tutto: se ne riparlerà nel 2024. E così, dopo aver in qualche modo concesso una gioia all’Ucraina del presidente Zelensky (sull’avvio dei negoziati di adesione all’Unione), ha dato un dispiacere altrettanto forte stoppando anche i 50 miliardi di euro di aiuti destinati a Kiev. Dopo una decisione storica, i leader europei sono tornati così ad incagliarsi nei meandri della (mancata) unanimità. E nella notte la prima lunga giornata della riunione europea si è chiusa con un nulla di fatto sull’altro piatto forte. (dal quotidiano “Avvenire”)

E allora la tanto sbandierata mediazione meloniana tra europeisti e sovranisti è durata l’espace d’un matin. Voler mettere d’accordo capra e cavoli è una gara dura anche per Giorgia Meloni. Alla lunga credo che questa contraddizione non farà bene né a lei né all’Italia. Ha allargato la foto storica ad Orban e l’ha esibita come un trofeo: bella roba!

L’adesione dell’Ucraina alla Ue rientra nella tattica bellica a favore di questa nazione aggredita dalla Russia: queste adesioni concluse sull’onda della necessità di ottenere aiuti non sono il massimo per il futuro strategico dell’Europa unita. Orban ne è la dimostrazione: quando ce n’è da prendere tutto va bene, quando bisogna darne cominciano le prese di distanza. Speriamo che non succeda così anche con l’Ucraina, che non scatti alla lunga la sindrome rancorosa del beneficiato.

Non vorrei che l’allargamento Ue fosse solo un modo per contrapporsi efficacemente all’invadenza russa e per battere colpi più consistenti sui tavoli internazionali. L’Unione europea dovrebbe essere una cosa seria, al momento attuale non la è, il brodo è piuttosto insipido, figuriamoci come sarà dopo averlo allungato. Bisognerebbe smetterla coi tatticismi e riscoprire lo spirito dei padri fondatori che continuano a scaravoltarsi nelle loro tombe.

Ho la netta impressione che nell’Europa veramente unita non ci creda nessuno: i Paesi forti la vogliono a loro uso e consumo; i Paesi ultimi arrivati hanno già incassato, fanno gli schizzinosi e praticano l’usa e getta; l’Italia, Paese fondatore ma debole, sta facendo, con gli attuali governanti, il pesce in barile, fingendo di non capire che senza Europa il nostro Paese sarebbe spacciato.

Mario Draghi non è certo un sognatore, non ha un concetto idealistico dell’Europa, ma almeno la realtà europea la conosce bene per averla praticata a tutti i livelli. Non so se abbia portato a casa risultati molto eclatanti e importanti, ma certamente ci aveva conquistato un ruolo politico di primo piano (e non è poco).

L’attuale governo italiano sta ripiegando sul piccolo cabotaggio, accontentandosi di galleggiare sul mare di promesse impossibili e di identità inguardabili. Dal “molti nemici molto onore” dell’ascendente storico siamo passati al “tutti amici nessun amico” dei discendenti anti-storici.

Però questa Meloni la sa lunga, la racconta bene, li mette tutti nel sacco: questa è la narrazione. I politici invecchiano, i consensi aumentano, e chissenefrega dei risultati.  E poi guai a fare opposizione dura, guai a parlare di fascismo, guai a dire un po’ di verità che fa male. Come dice acutamente lo scrittore Antonio Scurati la destra italiana non può puntare all’egemonia culturale, non può coltivare il potere della cultura che non ha, può soltanto esercitare il potere sulla cultura. Glielo stiamo lasciando fare, consentendole di sottrarre tutto e tutti alla cultura. Anche l’Europa. Per l’Italia è il massimo della contraddizione.

C’è una simpatica barzelletta: una persona entra in un negozio molto ben equipaggiato e chiede una grossa quantità äd spirit äd contradisión. Il gestore tranquillizza il cliente e lo affida immediatamente alle cure della moglie specializzata in materia, chiamata immediatamente al bancone. Nella nostra attuale politica, come in quel negozio, non manca questo artificioso prodotto e c’è una specialista al bancone.

 

 

Papa Francesco: meglio isolato che male accompagnato

«Francesco è isolato, a parte quelli più vicini a lui, non è seguito dai cardinali, dai vescovi, dai preti e lo stesso popolo di Dio sembra sordo alla sua proposta sinodale, lasciano scorrere tutto quasi nell’indifferenza. E quindi ci si trova in questa sorta di iato, tra un Pontefice profetico e il suo popolo, e questo mi inquieta molto perché poi nella comunicazione attraverso i social media è molto più vivace l’ala tradizionalista». 

Quindi lei difende la rotta tracciata da papa Bergoglio, sebbene abbia avuto con lui motivi di contrasto anche piuttosto aperto e aspro?

«Io ho mosso critiche a tutti, non sono mai stato incline all’idolatria di alcun papa, ma adesso colgo una situazione molto difficile. Non credo che si vada verso uno scisma, ma temo che la Chiesa stia scivolando verso un pericoloso smarrimento». 

Ma non c’è già un conclave costruito per dare continuità futura alla strada indicata da questo papa?

«Ma no, non è affatto vero che Francesco abbia creato un conclave a propria immagine, ha nominato anche cardinali scialbi e tradizionalisti, quindi il rischio per il futuro è proprio che per mantenere gli equilibri tra le diverse anime, il conclave finisca per scegliere un papa scialbo. Del resto, abbiamo visto come, nello stesso tempo, sia stato scelto di beatificare Giovanni XXIII e contemporaneamente Pio IX: un colpo al cerchio e uno alla botte». (dall’intervista rilasciata da Enzo Bianchi, monaco e teologo, al “Corriere della sera”)

Sembra quasi che si siano messi d’accordo, perché a distanza di pochi giorni è uscita un’intervista del Papa che sembra, direttamente o indirettamente rispondere alle giustificate e condivisibili ansie di Enzo Bianchi. Un botta e risposta un po’ troppo mediatico, ma comunque utile a intuire i fermenti ecclesiali.

«Mi sento bene», ma «la vecchiaia non si trucca». Ecco che allora «ho già scelto il luogo della mia tomba nella Basilica di Santa Maria Maggiore». Un annuncio inaspettato quello che papa Francesco rilascia in un’intervista all’emittente televisiva messicana «N+» e che la giornalista Valentina Alazraki ha in parte anticipato con alcune dichiarazioni.

E parlando della morte, il Papa racconta alla giornalista messicana che ha già parlato con il cerimoniere pontificio per «semplificare il rito dei funerali del Papa, anche se al momento non è dato sapere in che modo sarebbe stato semplificato il rito stesso.

Tornando sul tema della sua età – Bergoglio domenica 17 dicembre compie 87 anni – il Papa ammette che i suoi programmi vanno ripensati. «Vedremo come andranno le cose» dice pensando in particolare ai viaggi previsti per il prossimo anno. «Quello in Belgio è assicurato – ha detto il Papa – mentre gli altri due sono “pendenti”». Si tratta delle visite pastorali in Polinesia e nella nativa Argentina. «Vedremo come vanno le cose» ribadisce il Papa, che comunque assicura di non aver mai pensato alle dimissioni nonostante i problemi di saluti che lo hanno assillato lungo tutto quest’anno. (dal quotidiano “Avvenire”)

Che papa Francesco sia isolato e in chiaro contrasto con una parte sempre più consistente della Chiesa è innegabile. Fino a qualche tempo fa pensavo si trattasse di gravi difficoltà di rapporti con la curia vaticana (soprattutto per questioni di bottega) e con una parte della gerarchia (per questioni nominalmente teologiche, ma sostanzialmente di difesa del clericalismo con tutto quel che segue). Enzo Bianchi, dall’alto della sua schietta e autorevole posizione (è stato emarginato e quindi si sente più libero di parlare), coglie invece una frattura ben più larga e profonda fra Papa e popolo di Dio. Evidentemente è un papa che piace molto a laici, non credenti e diversamente credenti e meno a clero e credenti ortodossi. Verrebbe da dire “nemo propheta in patria”.

Da qualche tempo sono convinto che papa Francesco, buono e dialogante ma tutt’altro che ingenuo e sprovveduto, stia preparando un’uscita pilotata e orientata ad una morbida ma netta prosecuzione della sua linea pastorale: come se intendesse aprire la porta contro cui in tanti spingono per farli rovinosamente cadere e presentare senza clamore coloro che sono già pronti a raccogliere il testimone.

Questa mia convinzione non viene smontata da Enzo Bianchi, ma nemmeno dal Papa stesso. Il primo esprime preoccupazioni molto gravi da non sottovalutare, il secondo, l’interessato principale, ostenta serenità e sicurezza.

É arcinoto che quando si vuole portare avanti una linea piuttosto difficile e delicata si cerca in ogni modo di nascondersi: negare l’intento dimissionario con il fuori onda della sepoltura innovativa, significa che il Papa non ha alcuna intenzione di morire, ma che sta comunque preparando alacremente e seriamente la sua successione e che, solo quando sarà tutto pronto, si dimetterà.

Quanto ai contrasti che vedrebbero la strana alleanza tra il dogmatismo statunitense e quello africano (una sorta di “ignobile” connubio fra ricchi e poveri), Francesco si sente forte e non teme questi pasticci ecclesiali, riparandosi sempre più dietro e dentro il Vangelo, lasciando perdere gli equilibrismi clericali e puntando verso l’esterno, verso coloro che vogliono leggere e seguire il Vangelo senza infingimenti e aggiustamenti.

Vale forse quello che successe a don Andrea Gallo, chiamato in Vaticano a rispondere del suo operato, che dava molto fastidio alle eminenze benpensanti. Si difese così: “Io metto in pratica il Vangelo!”. Al che il porporato inquisitore ribatté: “Se la metti su questo piano…”. “E su quale piano la dovrei mettere…” tagliò corto don Gallo. Forse papa Francesco, in estrema sintesi, la pensa come don Gallo, se ne frega altamente dei benpensanti e va per la sua strada. Non dimentichiamo che dalla sua parte, per chi ci crede, ha nientepopodimeno che lo Spirito Santo. Chi la dura la vince!

Tempo fa circolava la battuta sull’enciclica che sarebbe la bicicletta del Papa. Bisognerebbe fare un’aggiunta: la bicicletta serve al Papa non per girovagare negli accurati giardini vaticani, ma per andare nelle disastrate periferie e semmai nascondersi nell’evangelica Cittadella.

Il possibile bis di un Cincinnato anomalo

Il personaggio. Perché Draghi «imbarazza» destra e sinistra. L’attacco – con retromarcia – di Meloni e la freddezza di Schlein su eventuali incarichi europei sono due lati della stessa medaglia (…) I motivi di questo «imbarazzo» che Draghi crea a destra e sinistra sono probabilmente imputabili alle dinamiche politiche contemporanee, sdraiate su slogan e proclami che già in premessa si sa essere irrealizzabili. E alla consapevolezza che però l’azione di governo – nazionale, europea e sovranazionale – richiede una dose di realismo e pragmatismo che l’ex capo della Bce, da tecnico, ha potuto quasi ostentare, non dovendo temere contraccolpi elettorali. Col senno del poi, è forse proprio questo «imbarazzo» dei partiti rispetto al profilo di Draghi ad averne ostacolato l’ascesa al Colle più alto. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

Il discorso, al di là delle “piccinerie meloniane” (che ho già avuto modo di stigmatizzare ironicamente), merita considerazione e approfondimento. Teoricamente ha un suo fondamento positivo nel ribadire il primato della politica rispetto alla tecnica (automaticamente ed inevitabilmente promossa a tecnocrazia), concretamente evidenzia l’imbarazzo dei politici a riconoscere i propri limiti ed i propri difetti, coperti dal populismo propagandistico ed elettoralistico.

Mario Draghi fu insediato a palazzo Chigi da Sergio Mattarella per affrontare le varie e clamorose emergenze fra le quali spiccava, quale causa-effetto, quella della inadeguatezza della politica (sarebbe meglio dire dei politici). Visto che la ricetta tendeva a funzionare, i politici non trovarono di meglio che mandare a casa Draghi, guardandosi bene dal fare i necessari mea cupa e offrendosi sguaiatamente in pasto al recalcitrante e disgustato elettorato.

Siamo fermi lì. Quando la politica risente odore di Draghi si irrigidisce perché lo teme e anziché coinvolgerlo in un processo di rinnovamento politico-programmatico preferisce esorcizzarne la scomoda presenza. Nemmeno l’ascesa al Colle, che poteva essere un modo elegante per giubilarlo, fu praticata, anche perché effettivamente quello non poteva e doveva essere il ruolo di Mario Draghi.

Adesso spuntano, in un orizzonte piuttosto nebbioso, le prospettive di un ritorno draghiano in Europa, cosa che scombussolerebbe le tattiche elettorali e soprattutto i riti politici di una Ue stantia e avvitata su se stessa per far spazio a populismi e sovranismi più o meno dichiarati.

Gli schieramenti politici piuttosto labili e confusi verrebbero messi a dura prova: un Draghi in primo piano richiederebbe una sorta di grande coalizione europeista assai problematica, una sorta di rifondazione europea che toglierebbe finalmente la terra sotto i piedi dei nazionalisti più o meno camuffati.

Si capiscono molto bene le perplessità delle destre italiane ed europee, un po’ meno quelle delle sinistre. Mentre le prime temono di perdere irrimediabilmente terreno costrette a fare i conti col pragmatismo di alto bordo, le secondo temono di non riuscire a mantenere uno straccio di identità da esibire ai loro potenziali elettorati.

Proporre il laboratorio Draghi anche in Europa, dopo il suo affossamento italiano, risulta oltre modo problematico, anche perché a livello europeo non vedo uno o più garanti del livello mattarelliano. Noto una certa forte ritrosia draghiana, che non mi pare caratteriale o tattica, ma intelligente e prudente.

Draghi conosce bene i suoi polli italiani ed europei e non vuole essere impallinato dal fuoco incrociato di europeisti ed antieuropeisti, diventando il paravento per un’Europa che tira a campare. Anche perché forse lui non ha la tempra del vero e proprio statista, è più un gestore illuminato che un rifondatore carismatico. Non si può pretendere l’impossibile. E allora lui dirà: tenetevi i vostri governanti di serie c e lasciatemi in pace…

 

 

Dove c’è Meloni c’è fumo

Non voleva essere un attacco a Mario Draghi bensì al Pd, assicura subito dopo. Ma quando il partito di Elly Schlein prova a sbandierare l’immagine dell’ex premier sul treno per Kiev con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron per metterla in difficoltà, Giorgia Meloni chiarisce che la sua politica estera non può risolversi nella triangolazione Roma-Berlino-Parigi, come nella foto del “grande gesto da statista del mio predecessore”. “Per alcuni la politica estera è stata farsi foto con Francia e Germania quando non si portava a casa niente. L’Europa non è a tre ma a 27, bisogna parlare con tutti: io parlo con Germania, Francia e pure con l’Ungheria, questo è fare bene il mio mestiere”, rivendica alla vigilia della sua sfida politica più delicata, quella che si gioca in settimana sul Patto di stabilità. (dall’agenzia Ansa.it)

Quanta pena mi fa questa premier! Il suo smodato ego non ha proprio limiti. Osa persino ironizzare sul suo predecessore Mario Draghi. Lo attacca peraltro proprio sul punto in cui era più forte e inattaccabile: il carisma e l’autorevolezza universalmente riconosciuti nei rapporti europei ed internazionali. Si tratta probabilmente anche di complesso di inferiorità tipico delle persone piccole, non solo e non tanto dal punto di vista fisico (basta guardare come si muove e si atteggia…).

Un giorno una rana vide in un prato un bue e, toccata dall’invidia per una così grande mole, gonfiò la sua pelle rugosa. Domandò poi ai suoi figli se non fosse più grossa del bue. Quelli risposero in coro: “Noooo”. Di nuovo, con uno sforzo maggiore, tese la pelle e chiese di nuovo chi dei due fosse più grosso. I figlioletti risposero: “Il bueeee”. Infine, mentre provò a gonfiarsi ancora di più, inspirò moltissima aria finché… BOOOOOM! Perché chi troppo vuole…

Gli atteggiamenti e i comportamenti di Giorgia Meloni sono talmente assurdi e fastidiosi nell’ostentare sicurezze e certezze, da non meritare critiche nel merito, ma piuttosto puerili ma significative reprimende metodologiche e psicologiche.

Ricordo un politico di razza, a cui mi sentivo molto vicino per mentalità e cultura prima che per motivi politici: Mino Martinazzoli, allora segretario del Partito Polare nato sulle ceneri della Democrazia Cristiana. Ad una domanda secca su un problema complesso rispose con ammirevole equilibrio e grande onestà intellettuale, dicendo (riporto a senso): «Sento molti miei colleghi che ostentano certezze a tutto spiano, io rischio di esprimere solo forti dubbi, perché di certezze ne ho ben poche…». Sono sicuro che, dall’alto della sua intelligenza di pensiero, associata all’umiltà di proposta, direbbe così anche e a maggior ragione oggi.

Pur sprofondando nel berlusconismo, penso che molti ricorderanno l’espressione di scetticismo del cavaliere con la sua alzata di sopracciglio, riservata all’autocandidatura meloniana propinata al Quirinale davanti ai giornalisti.  Lui lo ha fatto, anche se, in fin dei conti, Giorgia Meloni poteva essere considerata una sua inopinata appendice politica e comportamentale. Oggi avrebbe molte cose da alzare…

Tornando a bomba, di fronte alle sfrontate e penose sottovalutazioni draghiane da parte di Giorgia Meloni, mio padre, che amava bollare le vicende ridicole e non si lasciava sfuggire la possibilità di sottolinearle in modo sarcastico, lancerebbe il suo acido e personale commento di sintesi, spiritoso ma profondo, buffo ma ironico e direbbe rivolto all’incauta premier attuale: “A sarìss cme där dal povrètt a Barìlla s’al magna ‘na sigolla”.

Quando una persona esagera con le parole, allargando a dismisura le proprie possibilità di intervento, le si dice in dialetto parmigiano “Cala Tèlo” per riportarla al proprio livello. Non so chi fosse Tèlo, è facile immaginarlo. Cala Giorgia!

Qualche tempo fa mi hanno parlato di un soggetto che passava il suo tempo a stupire la gente, girovagando per i bar, sfoggiando auto e moto di lusso, raccontando le sue imprese di vario genere (naturalmente sesso compreso). In effetti di personaggi del genere ce ne sono in giro parecchi (anche in politica). Quindi, niente di originale. La cosa che però mi è piaciuta è il come veniva vissuto dai suoi concittadini. Lo avevano letteralmente sepolto, appioppandogli un soprannome azzeccatissimo: “füm” (con la u lombarda). La premier “füm”. Vi è piaciuta?

 

 

 

 

 

Le pale solidali e il fango democratico

Terzo settore. Meno giovani fanno volontariato. Oltre la solidarietà spontanea che viene fuori con le emergenze, come in Emilia-Romagna, la realtà comunica un disimpegno simile a quanto avviene nel caso della partecipazione politica. Un conto è valorizzare e rendere merito all’impegno volontario di tanti giovani di fronte a un’emergenza, un altro è dedurre che queste forme di attivazione, occasionali e individuali, siano la nuova e crescente modalità di impegno che “bilancia” le perdite nel volontariato organizzato, ovvero quello tipico del mondo delle associazioni. Purtroppo non è così.  (Vanessa Pallucchi sul quotidiano “Avvenire”)

Siamo abituati a leggere la realtà, limitandoci all’evidenza momentanea senza approfondirla adeguatamente. Stiamo in superficie, quasi avessimo timore di andare al di sotto di essa. La immediata santificazione della gioventù in occasione del pur ammirevole schieramento di forze anti-fango, così come quella dei medici anti-covid, non deve distogliere l’attenzione dai problemi etici che riguardano i cittadini italiani e il loro traballante spirito civico: le eccezioni, seppure molto corpose, importanti ed interessanti, confermano la regola di un egoistico e crescente ripiegamento nel privato.

C’è poco da fare, la società è malata e non basta impegnarsi nelle emergenze, ma occorrerebbe spingere perché l’impegno diventi scelta quotidiana di lavoro e/o di volontariato. Credo che al decadimento dei valori si accompagni il qualunquismo politico, a cui solo le catastrofi riescono a mettere la sordina. E allora ecco che la politica, nei suoi momenti di vita istituzionale e di partecipazione democratica, non regge all’assalto o meglio non si prepara a fronteggiare l’assalto.

Non ha senso rifugiarsi nelle pale per poi disertare le urne. Certo meglio le pale degli sballi in discoteca, ma non basta. Anche perché il rischio della retorica della solidarietà non fa bene alla solidarietà stessa.

Facciamo attenzione, allora, a letture semplicistiche, seppure “consolatorie”: il calo di partecipazione è ovunque, non solo nelle “tradizionali” organizzazioni di Terzo settore, e si somma al crollo già ampiamente registrato negli ultimi anni della partecipazione politica ed elettorale. Tutto ciò apre uno scenario decisamente preoccupante, che deve interessare tanto il mondo dell’associazionismo quanto le istituzioni e l’intero Paese: davanti abbiamo tutti il rischio concreto di una società civile sempre più stagnante. E se a causarla sono state anche le ferite emerse nei meccanismi di rappresentanza che hanno minato inesorabilmente il senso di appartenenza a un sistema di valori e prodotto disaffezione e sfiducia verso le istituzioni, la risposta non può essere un’ulteriore spinta alla cosiddetta disintermediazione nell’impegno sociale e politico.

È molto probabile che i giovani volontari “occasionali” accorsi in Emilia-Romagna, oltre a volersi rendere utili in un momento critico, abbiano cercato esperienze di senso di cui avvertono la mancanza quotidianamente, una giusta canalizzazione di quell’energia e desiderio di “sentirsi parte” di qualcosa, che con difficoltà trova altri sbocchi. (ancora l’articolo del quotidiano “Avvenire”)

Da una parte quindi bisogna capire che le emergenze stanno diventando normalità e non si possono affrontare con straordinarie mobilitazioni; dall’altra parte i cittadini, i giovani in particolare, non devono mettersi a posto la coscienza solo col generoso spontaneismo solidaristico, ma partecipando a tutta la filiera socio-politica del Paese, aiutati in questo dalle istituzioni pubbliche e private. Passata l’alluvione gabbato il gap tra bisogni e loro soddisfacimento. Nossignori, passata l’alluvione rimane, anzi cresce la necessità di cambiare registro nei nostri assetti di impegno e partecipazione democratica. Mi preme dirlo ai giovani, anche perché solo da essi può provenire una forte opposizione allo strisciante regime a cui stiamo disgraziatamente abituandoci.

Forse però ai giovani, come sostiene acutamente lo scrittore Antonio Scarati, manca il sentimento della storia, la volontà di leggere il passato per trarne le indispensabili indicazioni. Così facendo si finisce con l’appiattirsi acriticamente sul presente senza speranza e senza voglia di impegnarsi verso il futuro. Il discorso vale per la politica, ma anche per tutto lo spettro culturale, vale a dire per la capacità di porsi di fronte alla realtà non solo per rifiutarne gli aspetti più deprecabili, ma per coglierne le opportunità e le prospettive.

Nel suo recente intervento al meeting dell’amicizia fra i popoli di Rimini, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rivolto ai giovani con queste parole: «L’amicizia comincia da noi. Dal nostro modo di essere. Dalla nostra voglia di dare più umanità al mondo intorno a noi. La speranza è in voi giovani. Prendetevi quel che è vostro. Comprese le responsabilità e i doveri. Voi avvertite, in maniera genuina, tutti questi problemi. Avete la sensibilità di sentirvi pienamente europei. Più degli adulti. Avete conoscenze adeguate per affrontare, senza timore, le trasformazioni digitali e tecnologiche che sono già in atto. Avete la coscienza che l’ambiente è parte della nostra vita sociale. Che non ci sarà giustizia sociale senza giustizia ambientale; e viceversa. Non vi chiudete, non fatevi chiudere in tanti mondi separati. Usate i social, sempre con intelligenza; impedite che vi catturino, producendo una somma di solitudini, come diceva il mio Vescovo di tanti anni addietro. Non rinunciate, mai, alle relazioni personali; all’incontro personale; all’affetto dell’amico; all’amore; alla gratuità dell’impegno. Il mondo è migliore, se lo guardiamo con gli occhi giusti».

 

Gioco, partita e…viva la Resistenza

Durante gli incontri di Coppa Davis tenutisi a Malaga, in occasione dei cambi di campo dei tennisti veniva mandata assordante musica per riempire le pause: è una prassi ormai consolidata in tutti gli impianti sportivi. Non so se nelle intenzioni voglia essere un modo per stemperare le tensioni, prevenire disordini e sdrammatizzare il clima. Le musiche sono di quelle che i nervi li urtano più che distenderli, ma lasciamo perdere, ormai l’importante è comunque fare casino e la gente si diverte così.

Non mi è però sfuggito un fatto particolare che nessuno ha sottolineato. Negli incontri di cui sopra con la partecipazione dei tennisti italiani, per diverse volte, è stato trasmesso un pezzo musicale sulle note di “Bella ciao”, la canzone che viene associata alla Resistenza e ai partigiani: le parole del testo evocano la libertà, la lotta contro le dittature e l’opposizione agli estremismi, e per questa ragione è considerata la canzone simbolo della Resistenza italiana.

Non voglio fare della dietrologia a tutti i costi, né tanto più mischiare l’apoteosi tennistica italiana in coppa Davis con la denigrazione politica dell’attuale governo italiano, ma la cosa mi ha incuriosito e stimolato in alcuni pensieri. In Spagna conoscono bene le simpatie del nostro premier verso l’estremismo pseudo-fascista di Vox. Avranno voluto dare una stoccata al governo italiano via coppa Davis? Se non è così chiedo umilmente scusa agli amici spagnoli, se per caso fosse come da me maliziosamente ipotizzato, non mi scandalizzerei, anzi mi compiacerei e trarrei un utile e provocatorio insegnamento che potrebbe essere persino utile a togliere le fette di prosciutto dagli occhi degli italiani dalla memoria corta e dall’illusione facile. Certo che farsi cantare nei denti “Bella ciao” suona come polemica presa in giro: gli spagnoli mi sono sempre stati simpatici, da oggi in poi vorrà dire che lo saranno ancor più.

Mi è tornato alla mente il clamoroso incidente avvenuto il 6 maggio 1959, allorché in occasione dell’incontro di calcio Italia-Inghilterra che si svolgeva allo stadio di Wembley fu suonata la «Marcia reale» invece che l’inno di Mameli, suscitando polemiche e interrogazioni parlamentari. Allora probabilmente dall’alto della loro splendida (?) monarchia democratica gli inglesi vollero ricordarci la nostra squallida monarchia filo-fascista e ce ne venne una gamba sul piano diplomatico.

Oggi, molto più cordialmente, come è nel loro carattere, gli spagnoli forse (il condizionale è d’obbligo) vogliono ricordarci, se qualcuno mai in Italia se ne fosse dimenticato, che la Resistenza è qualcosa di irrinunciabile e con essa non si può scherzare andando magari a braccetto con partiti politici spagnoli di estrema destra in cui ci puzza di fascismo lontano un miglio. Aggiungo solo un grazie di cuore per avercelo ricordato. Ce n’era bisogno. Viva l’Italia del tennis e viva l’Italia della Resistenza!

Il piscio registico inquina il canto lirico

Venne il giorno in cui cominciai a frequentare con una certa regolarità il teatro Regio. Fu il giorno del mio compleanno, un primo gennaio, del 1958 credo di ricordare: si rappresentava Turandot in una matinée (spettacolo pomeridiano). Mio padre rientrò per il pranzo di capodanno e prima di cominciare a mangiare si rivolse a me, quasi con noncuranza e molta naturalezza, chiedendomi di sorpresa: “Putén, incó vénot a teator?”  Rimasi di sale e si può facilmente immaginare la gioia che provai e l’entusiasmo con cui aderii alla proposta: si trattava del più bel regalo di compleanno che potessi desiderare, forse sentivo che per me stava per iniziare un’epoca, era il battesimo della passione musicale ed anche l’inizio delle “prediche” di mio padre dal pulpito teatrale. Ricordo quello spettacolo, il primo nell’età della ragione, molto distintamente, perché lo memorizzai al punto da ripeterne, goffamente, alcune scene nei giorni successivi. Avevo rotto il ghiaccio, ero diventato anch’io un abitante del Regio, avevo sviluppato finalmente “la malattia” che non mi avrebbe più lascito per tutta la vita e che avevo ereditato da mio padre.

Cosa sarebbe successo se nel 1958 al teatro Regio di Parma avessero rappresentato una Turandot come quella che ho visto in televisione per l’inaugurazione del teatro San Carlo di Napoli? Probabilmente ne sarei rimasto scioccato e complessato così come la principessa della fiaba musicata da Puccini è condizionata ed ossessionata dall’idea del sesso associato alla violenza. Non so se ne sarei uscito vivo, riscattato magari soltanto da qualche Liù e da qualche Calaf tornati nel seminato pucciniano.

Qualcuno sostiene che i provocatori ammodernamenti delle messe in scena operistiche servano per attirare i giovani. Forse servono ad allontanarli irrimediabilmente. Nel caso della Turandot di Napoli il regista, peraltro contestato dal pubblico, è riuscito a creare un vomitevole polpettone pseudo-culturale, cercando una impossibile combinazione tra fiaba e realtà, tra Pechino e Napoli, tra incidenti stradali e supplizi riparatori, tra amore sublimato e sesso riabilitato.

Un direttore d’orchestra dovrebbe innanzitutto essere un sacerdote difensore dell’opera e non un opportunistico osservatore dell’opera violentata dal regista. Invece si crea una snobistica corsa alla novità fine a se stessa, che conduce il teatro alla deriva artistica. Un sovrintendente dovrebbe varare e divulgare operazioni culturali e non sperperare denaro pubblico alla ricerca di un ridicolo modernismo.

Le baggianate scenografiche e registiche non hanno limiti. Anche la provocazione può avere un senso se non è commerciale e consumistico snaturamento del messaggio di fondo. La novità dovrebbe costringere lo spettatore ad approfondire il significato dell’opera, non proporgliene la ridicolizzazione e lo stravolgimento.

Tanto tempo fa, in clima di piena contestazione giovanile, alla vigilia della visita pastorale del vescovo nella mia parrocchia, un gruppetto di “scapestrati” e fantasiosi adolescenti si pose il problema di trovare un eloquente gesto per attirare l’attenzione della comunità e rompere il clima di ovattata accoglienza. Dopo una lunga discussione intervenne il parroco, assai preoccupato per i clamorosi effetti di un gesto avventato e scomposto. Fulminò tutti con una battutaccia: “Quand rivä al vèscov,  fi ‘na béla pisäda davanti a la céza…”.

Ho cominciato con mio padre in vena di regali operistici e chiudo con mio padre in vena di insegnamenti culturali. Non concepiva e non accettava le scenografie e le regie d’avanguardia, le messe in scena antitradizionali ecc. ecc… Era drasticamente contrario a queste innovazioni, era un autentico “matusa” in questo campo, anche se ammetto non avesse tutti i torti. Cito un episodio significativo in tal senso.

Nell’ultimo atto dell’opera Falstaff, la vicenda si svolge in una foresta e Sir John dice espressamente “ecco la quercia” per identificare il luogo dell’appuntamento. “Mo indò éla?” gridò mio padre dal loggione, dal momento che la scena non aveva neanche l’odore della quercia. Maleducato? Sì! Aveva ragione? Almeno un po’, sì! Il discorso sarebbe molto lungo e complesso, valga comunque l’episodio ad evidenziare un messaggio che papà mi lanciava: stai sempre attento ai mistificatori della realtà, a chi te la vuole raccontare e chi più ne ha più ne metta.

L’Unesco ha promosso la pratica del canto lirico italiano a elemento del patrimonio immateriale dell’umanità, salvo errori e manomissioni di chi non canta, ma stona anche senza cantare.

Il Teatro di San Carlo ha inaugurato la sua stagione con un trionfo di voci e una regia che ha suscitato dissenso, presentando la celebre opera “Turandot” in una nuova produzione firmata dal regista russo Vasily Barkhatov, esordiente in Italia. Non oso nemmeno ipotizzare cosa direbbe mio padre di questa messa in scena. Forse si rifugerebbe in un laconico e disarmante commento: “Za i teator j én mez vôd, se j a vólon vudär dal tutt, chi fagon pur!”.

 

 

 

 

L’opportunismo statunitense e il ventriloquismo italiano

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto un ”cessate il fuoco immediato” per la guerra tra Israele e Hamas, aggiungendo che ”gli occhi del mondo e gli occhi della storia guardano”. “E’ tempo di agire”, ha detto intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu riunito per votare una risoluzione sul cessate il fuoco. ”La brutalità dimostrata da Hamas non deve essere utilizzata come una giustificazione per la punizione collettiva del popolo palestinese. Il lancio indiscriminato di razzi da parte di Hamas contro Israele e l’uso di civili come scudi umani non assolvono Israele dalle sue stesse violazioni”, ha aggiunto Guterres, sottolineando il fatto che Israele deve ”rispondere nei limiti di quanto prevede il diritto internazionale”.

“La gente di Gaza sta guardando nell’abisso. La comunità internazionale deve fare tutto il possibile per porre fine a questa dura realtà”, ha proseguito Guterres. Rivolgendosi al Consiglio di sicurezza dell’Onu ha poi chiesto di ”non risparmiare alcuno sforzo per ottenere un cessate il fuoco umanitario immediato per la protezione dei civili e per la consegna urgente di aiuti salvavita”.

”A Gaza stanno finendo le scorte di cibo” e ”ai palestinesi viene chiesto di muoversi come palline da flipper, rimbalzando verso aree sempre più ristrette del sud senza alcune base per la sopravvivenza”, ha affermato, sottolineando che ”a Gaza nessun posto è sicuro”. Inoltre, ha aggiunto, per la popolazione di Gaza ”servirebbero 40 camion al giorno con scorte alimentari al giorno, molti di più rispetto a quanti oggi” ne entrino nell’enclave palestinese.

C’è un ”serio rischio che si aggravino le minacce al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale” come conseguenza della guerra tra Israele e Hamas. ”Abbiamo già assistito a ripercussioni in Cisgiordania, in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Esiste chiaramente, a mio avviso, il serio rischio che si aggravino le minacce esistenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. (adnkronos)

La risoluzione che accoglieva l’appello di Guterres è stata bloccata dal veto statunitense col pretestuoso appunto della mancanza di condanna esplicita per l’opera terroristica di Hamas. La condanna del terrorismo non ha bisogno di questi formali appigli. Ha perfettamente ragione Guterres: il comportamento di Hamas non giustifica le violazioni di Israele. Se andiamo avanti di questo passo faremo ai terroristi il piacere di scatenare una guerra mondiale.

L’atteggiamento di Biden è ondivago e opportunistico: potrà essere rieletto presidente con i determinanti voti degli ebrei, ma risponderà davanti alla storia di scelte sciagurate e insensate. Possibile che in Occidente non si comprenda la gravità della situazione e ci si intestardisca in una difesa aprioristica del governo israeliano, che oltre tutto non sembra interpretare affatto il vero sentimento del popolo, limitandosi a rispondere all’odio con l’odio.

Fino a quando continueremo a considerare filo-Hamas chi osa chiedere sforzi diplomatici ed umanitari per uscire dal tunnel? La mia coscienza mi impone di azzardare qualche passo di pace e quindi sto con Guterres e mi riconosco nelle sue equilibrate posizioni. Accusiamo sempre l’Onu di inconcludenza e, quando dall’Onu arriva una proposta seria, la respingiamo per motivi di realpolitik (che oggi significa appoggio pregiudiziale e incondizionato a Israele).

Da una parte si rischia di arrivare gradualmente ad un vero e proprio conflitto mondiale; dall’altra si fomenta indirettamente l’antisemitismo, purtroppo sempre presente nel mondo, fornendo un assist ai montanti sovranismi e populismi.

Oggi, per chi ha senso un antisemitismo “insensato”? Anzi tutto per i sistemi nazionalisti e populisti, che da un lato appoggiano Israele ma dall’altro alimentano la polarizzazione sociale, il razzismo e la divisione tra “noi e loro”. L’idea dell’altro come invasore, il mito della sostituzione etnica per cui il pericolo per le nostre società europee arriva da fuori, sono elementi che creano discriminazione e minano l’edificio dell’uguaglianza. Anche se apparentemente oggi questa mentalità di esclusione non tocca gli ebrei, in realtà produce quelle radici di divisione che sono un pericolo per tutte le minoranze. (dal quotidiano “Avvenire” – Milena Santerini)

Paradossalmente il filo-ebraismo di facciata nasconde un deleterio manicheismo nei rapporti internazionali.  Il governo italiano sta portando avanti questo disgraziato atteggiamento di supino allineamento agli Usa e ad Israele (più filo-americani degli americani, più filo-israeliani degli israeliani), senza alcun sforzo di dialogo e di intermediazione pacifica. Penso che mai nella storia italiana si sia registrato una simile genuflessione filo-occidentale: il tutto per ottenere appoggi e consensi internazionali ad un governo che non li merita.

Perché non esprimere nemmeno una parola di apprezzamento e di sostegno a Guterres e all’Onu? Perché limitarsi a sfruttare opportunisticamente la scia degli Usa? Perché rinunciare a svolgere un ruolo propositivo e originale a livello europeo? La posizione italiana è sempre stata molto importante e non va sciupata in un pedissequo ventriloquismo del più forte alleato.

Persino la posizione di M5S e PD non riesce a dare un minimo di voce e di rappresentanza politica alle istanze di chi vorrebbe distinguersi rispetto alla finta melassa filo-israeliana, per la paura di essere tacciati come amici del giaguaro terrorista e di essere isolati dal coro occidentale. Se la sinistra non si distingue su questi qualificanti punti politici, rischia di snaturarsi sopportando le evidenti stonature belliciste.