Chi di corporativismo ferisce, di corporativismo perisce

Il corporativismo è una dottrina che propugna l’organizzazione della collettività sulla base di sodalizi rappresentativi degli interessi e delle attività professionali (corporazioni). Esso propone, grazie alla solidarietà organica degli interessi concreti e alle formule di collaborazione che ne possono derivare, la rimozione o la neutralizzazione degli elementi conflittuali: la concorrenza sul piano economico, la lotta di classe sul piano sociale, la differenziazione ideologica sul piano politico. (da “Dizionario di politica” di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino)

Nell’attuale sistema basato sull’economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società, come “rifiuto”, “non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono diventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l’élite plutocratica valori privati.

La destra Berlusconiana, per la verità non solo essa, adottò questa nuova strutturazione sociale ed all’ordinamento corporativo sostituì “l’ordinamento privatistico”, mettendo al centro della scena politica, al posto della questione sociale, la questione fiscale vale a dire il conflitto tra Stato e contribuenti, non dando una risposta lineare e razionale alle tensioni con un progetto di emancipazione, ma coltivando gli interessi e le pulsioni che la dividono e la gerarchizzano. Non so se tutto ciò possa chiamarsi “nuovo corporativismo”.

L’attuale governo, in cui la destra berlusconiana conta come il due di coppe, ha indubbiamente ripreso in un certo senso il vecchio corporativismo, per meglio dire quello classico: Fratelli d’Italia e Lega si misurano su questo concetto. La società, come dice Pier Luigi Bersani, viene fatta a fette, e così si cerca di dare risposte alle diverse corporazioni: esempio clamoroso il settore delle libere professioni vezzeggiato a suon di condoni e flat tax.

La leva fiscale è lo strumento principale con cui operare in tal senso: l’interesse generale va a farsi benedire e le diverse categorie si illudono di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Senonché, prima o poi, l’inganno può venire a galla. È quanto sta succedendo per gli agricoltori, toccati nel vivo dal mercato e penalizzati rispetto alle tradizionali e consistenti agevolazioni fiscali e finanziarie.

Sul mercato il governo italiano può fare ben poco, l’unico attore politico che può influenzarlo è l’Unione europea. E allora tutti addosso alla UE e alle sue scelte peraltro condivise, a volte con una certa fatica, dai governanti italiani.

Gli agricoltori si trovano senza punti di riferimento: avevano sperato nel governo di centro-destra, ma da lì arrivano addirittura tasse; avevano pensato che Fratelli d’Italia e Lega rispolverassero in qualche modo i principi corporativi assegnando alla corporazione agricola più spazio e più potere.

Le cosiddette forze intermedie nicchiano, sono legate a schemi da “prima repubblica”, tentano di “concertare” col governo e quindi perdono potere di rappresentanza e forza d’urto: sono un elemento estraneo, oserei dire fine a se stesso, una nostalgia democratica in un clima di rissa corporativa.

I due partiti di maggioranza giocano “al più corporativo”, al più euroscettico, al più filo-agricolo, in una scoperta e squallida deriva demagogica e propagandistica, ma comunque non sono più in sintonia con un modo su cui pensavano di poter contare. Al riguardo è significativa la richiesta dei comitati agricoli, più o meno spontanei, delle dimissioni del ministro Lollobrigida, mentre Salvini gioca al rialzo per recuperare visibilità e consenso (sarà dura!).

Il governo Meloni è in evidente difficoltà: il suo stato sociale ed il suo corporativismo, la cui matrice storica è ben nota, vanno a farsi benedire. Gli agricoltori stanno scoprendo gli altarini sulle proprie ataviche manchevolezze, ma anche sulle contradditorie politiche del governo. La fetta agricola del tessuto sociale rischia di andare di traverso a chi la voleva piazzare stabilmente nel menù socio-economico.

Come finirà? Le organizzazioni imprenditoriali del mondo agricolo prenderanno un brodo di funzione, i comitati spontanei piano piano si spegneranno, i partiti di governo continueranno a raccogliere voti in quanto, come afferma Nando Pagnoncelli, “non si cerca più chi lavori per il bene comune, ma ci si accontenta della proposta di un leader che prometta di migliorare la nostra condizione: una concezione della politica un po’ egoistica. (da un’intervista rilasciata al quotidiano “Avvenire”)

Un ministro da osteria

Dopo le notizie di stupro – purtroppo sono tante, tremende e inquietanti – il ministro Matteo Salvini non va tanto per il sottile, si reca nell’osteria più vicina (suo abituale pulpito) e spara la sua proposta: castrazione chimica per gli stupratori.

Premesso che lo stupro è il gesto più efferato che un uomo compia su una donna, non è ammissibile tuttavia pensare di combatterlo attuando una sorta di “occhio per occhio, dente per dente”: è il miglior modo per lasciare le cose come stanno, chiamandosi fuori dal problema e ricorrendo ad un peraltro impraticabile giustizialismo (appunto) da osteria, che proviene non solo da Salvini ma, come sostiene Monica Lanfranco su MicroMega, da una destra priva di intelligenza emotiva.

Osteria numero 1, paraponzi ponzi po!!! Nel governo c’è qualcuno, che vuol castrar gli stupratori, paraponzi ponzi po!!! E le donne saran salve, paraponzi ponzi po!!!

Naturalmente Salvini riesce a catturare l’attenzione ed un certo consenso: basta alzare la voce per farsi ascoltare e basta dirla grossa per catturare immediati e istintivi applausi.

Tutto però rimane lì, perché la proposta è inagibile da tutti i punti di vista e contraria alle norme di ogni tipo e livello. Salvini se ne torna al governo come se niente fosse, ha recitato la sua parte, ha consolidato la sua immagine di perfetto arruffapopolo.

Mio padre credeva così fermamente alle regole ed alla necessità di rispettarle al punto da illudersi di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”: lui però almeno intendeva mettere un avviso prima di procedere. “Chi stupra sarà castrato”: così reciterebbero i cartelli che Salvini dovrebbe chiedere a Piantedosi di issare ai crocicchi delle strade, magari con la traduzione in lingue comprensibili agli immigrati. Chissà come si sentirebbero sollevate le donne.

Mia madre era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Se fossero ancora in vita e si confrontassero con Salvini ci sarebbe da divertirsi. Mia madre insisterebbe sulla infermità mentale degli stupratori. Mio padre, tra il serio e il faceto, consiglierebbe i cartelli di cui sopra. Poi entrambi si direbbero l’un l’altro: “Mo chi el li lù? Un ministor? I pu cojón i van al guäron… Podrala andär bén l’Italia? As pol savér chi è ca l’à votè?”.

Visto l’andamento dei sondaggi e i risultati delle ultime tornate elettorali relativamente alla Lega, si può dire: “Osterie piene e urne vuote”. Mi si dirà che anche a sinistra i dati del consenso non sono confortanti, della serie “salotti pieni e urne vuote”. Purtroppo è così! Non accetto però di mettere tutti in un unico calderone, bisogna ragionare, valutare e criticare e non bere le cretinate a gola aperta.

Matteo Salvini non è più un caso politico, ma si sta trasformando in un caso patologico. Si pensi al caso di Ilaria Salis, la maestra milanese detenuta in Ungheria e sottoposta a trattamento inaccettabile, per la quale il vice-presidente del Consiglio, anziché cercare di fare il possibile per aiutarla, ha dichiarato: «Da genitore capisco l’ansia e anche alcune dichiarazioni originali del padre di Ilaria Salis, Roberto. È giusto che il governo sia impegnato con tutte le forze per tutelare la ragazza e ne auspico la completa e rapida assoluzione. Ribadisco, però, che Ilaria Salis è stata bloccata con un manganello e in compagnia di un estremista: in caso di condanna per violenze, a mio modo di vedere, l’opportunità che entri in classe per educare e crescere bambini è nulla. Ora stiamo per dare la notizia che già nel 2017 questa signora aveva assaltato un gazebo della Lega a Monza. Vedete? Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa, e adesso scopro anche in Italia, a picchiare e sputare alla gente?». Siamo sempre all’osteria per parlare di un caso delicato, che richiederebbe sensibilità ed equilibrio, un po’ di discernimento, mentre invece vengono sparate cavolate (è il caso di dire “espressioni sine grano salis”). Quanto all’assalto al gazebo infatti la Salis è stata assolta per non aver commesso il fatto, in un processo che si è chiuso in primo grado; in secondo luogo non sta a Salvini giudicare l’attitudine della Salis a svolgere la funzione di maestra mentre è in balia della giustizia ungherese ed anche qualora fosse condannata per i reati che le vengono contestati in quel Paese.

Ecco perché mi sento libero di andare anch’io all’osteria e di proporre per lui la laringectomia totale. Mi guarderanno con aria di compatimento, ma, discutendo un po’, forse qualcuno capirà.

L’arteriosclerosi galoppante degli americani

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è incorso in un’altra gaffe nel corso dell’ultima domanda a cui ha risposto dopo aver parlato alla Casa Bianca. Parlando della situazione a Gaza, Biden ha confuso il presidente del Messico con quello egiziano Al-Sisi. “Come sapete – ha detto – inizialmente il presidente del Messico Sisi non voleva aprire l’accesso per permettere l’ingresso di materiale umanitario. Gli ho parlato, l’ho convinto ad aprire l’accesso”. In realtà il riferimento era al presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi.

Biden, visibilmente arrabbiato, ha affermato di non avere problemi di memoria, dopo che il rapporto di un procuratore speciale lo ha ritratto come un uomo anziano “con una cattiva memoria”. “Sono un uomo anziano e so quello che faccio. Non ho problemi di memoria”, ha affermato l’ottantenne leader, denunciando aspramente il fatto che il rapporto affermi che ha dimenticato la data della morte di suo figlio Beau. “Come osano?”, ha commentato.

Sulla situazione a Gaza, Biden ha sottolineato che la risposta militare di Israele nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas è stata “sopra le righe”. “Sono del parere, come sapete, che la condotta della risposta a Gaza, nella Striscia di Gaza, sia stata sopra le righe”, ha detto.

Joe Biden “non è adatto” a fare il presidente, ha dichiarato lo speaker della Camera dei Rappresentanti dopo il rapporto del ministero della Giustizia che ha scagionato il presidente da qualsiasi illecito nella gestione di documenti riservati e lo ha descritto come “un vecchio ben intenzionato” ma “con una brutta memoria”. “Un uomo del tutto incapace di assumersi la responsabilità di aver gestito in modo improprio informazioni riservate non è certamente adatto allo Studio Ovale”, ha tuonato Mike Johnson, stretto alleato del probabile rivale di Biden nelle elezioni di novembre, Donald Trump. 

Il rapporto del procuratore speciale ha rimosso una bella tegola per Biden ma ha sganciato una vera e propria bomba, ovvero ha detto che, nella sua indagine, ha trovato Biden con capacità mentali così ridotte da non ricordare le date della sua vicepresidenza sotto Barack Obama e la morte di suo figlio Beau per cancro nel 2015. (AGI – Massimo Basile e Luca Mariani)

Non voglio essere troppo malizioso, ma sarà proprio un caso che la squalifica di Biden per arteriosclerosi arrivi in concomitanza con la sua sacrosanta sfuriata contro Israele? Una cosa è certa: negli Usa la battaglia politica in vista delle elezioni presidenziali è senza esclusione di colpi. Se questa è democrazia… Oltre tutto la magistratura americana non è per niente autonoma e interferisce in modo clamoroso nella politica. Ci pensi bene chi, in Italia, vuole ridimensionare l’autonomia dei giudici (da intoccabile a zerbino del potere politico la distanza è troppa…) e chi intende trasformare la nostra in una repubblica presidenziale o in qualcosa che le assomiglia molto, con tutti i difetti e nessun pregio di questa forma di governo.

C’è però qualche chicca da aggiungere in merito alla candidatura di Donald Trump. Propongo di seguito una breve notizia.

É presto per la sentenza definitiva. Ma i giudici della Corte Suprema chiamati a decidere sull’eleggibilità alla Casa Bianca dell’ex presidente Donald Trump, escluso dalle liste elettorali del Colorado per il ruolo nell’assalto a Capitol Hill del 2021, paiono orientati ad accoglierne il ricorso. Decisione che legittimerebbe la candidatura del tycoon alle elezioni del 5 novembre: un verdetto chiave, che potrebbe arrivare prima del “super martedì” del 5 marzo che è decisivo per le sorti dei due sfidanti. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

Come mai tanto accanimento contro Biden e tanta comprensione verso Trump? Il primo avrà certamente commesso errori politici, ma il secondo ha violato clamorosamente le regole democratiche e si è macchiato di numerosi reati di vario tipo, tali da rendere sostanzialmente paradossale una sua reiterata presidenza. Come mai il rigorismo etico anglosassone, che in passato ha raggiunto persino il livello del bigottismo, è improvvisamente sparito per aprire la strada ad un candidato impresentabile per chiunque abbia un minimo di sensibilità politica?  Molti si esercitano nell’analizzare le cause della simpatia americana verso Trump. Forse l’arteriosclerosi non ce l’ha Biden, ma una gran parte del popolo americano.

Il tutto rientra nell’ulteriore conferma della incontenibile aria autoritaria e populista che sta spirando nel mondo, Italia compresa, naturalmente in favore di Trump e contro Biden.

Trump non agisce da solo. Assistiamo a segnali di allarme derivanti dall’arretramento democratico liberale e dalla rinascita autoritaria di Paesi come India, Ungheria, Venezuela, Turchia, Argentina, mentre leader forti in Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Arabia Saudita sono diventati più repressivi in patria e più inseriti in reti di alleanze internazionali. L’unica democrazia araba (Tunisia) ha subito un colpo di Stato esecutivo, la più promettente democrazia africana (Ghana) si è silenziosamente deteriorata sotto il peso di una crescente corruzione e disaffezione, e potremmo continuare. (MicroMega – Nicolò Bellanca)

E gli americani faranno come sempre gli americani.  E gli italiani invece pure.

 

L’infernale illusione della vittoria totale

Quando anche da fonti Usa veniva dato per imminente l’ok di Netanyahu all’accordo con Hamas, in serata il premier israeliano ha gelato ogni speranza, rifiutando come «delirante» la proposta di tregua nella guerra contro Hamas. «Siamo sulla strada della vittoria totale. La vittoria è a portata di mano», ha dichiarato il primo ministro motivando la decisione, giunta dopo che in mattinata vi era stato uno scontro al calor bianco non appena si è appreso che il capo del governo stava per fornire un via libera di massima, senza aver prima consultato il gabinetto di guerra.

«Solo una vittoria totale ci permetterà di ripristinare la sicurezza in Israele, sia a nord che a sud», ha detto Netanyahu aggiungendo che «Hamas non sopravviverà a Gaza». I fondamentalisti avevano proposto un cessate il fuoco per quattro mesi e mezzo, durante i quali tutti gli ostaggi sarebbero stati rilasciati, Israele avrebbe ritirato le sue forze dalla Striscia in vista di un successivo accordo sulla fine della guerra. (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo – inviato a Gerusalemme)

Non capisco e, se capisco, condanno fermamente l’atteggiamento di Netanyahu. Non c’è ragione che tenga, anche l’autorevole segretario di Stato americano Blinken si è preso un secco “no” sui denti. I casi sono due: o è impazzito o vuole difendere a tutti i costi il suo premierato. Le due ipotesi peraltro non sono in contraddizione: il mantenimento del potere può diventare infatti una follia. Credo che questa decisione bellicista sia contraria in primis agli interessi dello Stato di Israele e si espanda a tutti gli equilibri internazionali. Chi può, in Israele e in tutto il mondo, si faccia sentire, a tutti i livelli, anche perché in fin dei conti Netanyahu non penso possa permettersi di andare contro tutti.

Il grande Giorgio La Pira così scriveva nel 1958 a Ben Gurion, illustre predecessore di Netanyahu: «La pace in Palestina è ciò che Dio vuole per tutti: per ebrei, per musulmani, per cristiani: per tutti i popoli della terra: è il sintomo e quasi il preannunzio di quella pace piena che potrebbe fiorire su tutto lo spazio della terra: la pace – al limite! – di cui parla Isaia: una pace che è insieme grazia, luce, prosperità, amore! Un sogno? No: un limite, certo; un ideale, certo: ma un ideale che può benissimo avere realizzazioni “approssimate” sulla faccia della terra: benedixisti Domine terram tuam, avvertisti captivitatem Jacob, come dice il salmista. Ora la premessa di questa pace è la pace in Palestina! Una pace possibile? Certo: la buona volontà apre ogni porta: e già qualche porta è, anzi, aperta».

Non è una realizzazione approssimata la proposta di cessate il fuoco sul tappeto? Non è una porta socchiusa quella dei fondamentalisti che l’hanno formulata? Non è un segno del collegamento con la pace su tutta la terra il pur debole segnale degli Usa che stanno mediando fra le parti in guerra?

Se è vero che dietro l’intransigenza di Netanyahu si nasconde il radicalismo dei capi religiosi ebrei si cerchi di mettere questi signori davanti alla volontà di Dio che non può volere le carneficine in atto. L’Europa unita chieda con forza ad Israele di accettare una tregua: non è un segno di debolezza, semmai di forza morale e politica, mentre Netanyahu dimostra di essere estremamente debole su entrambi questi piani.

Giorgio La Pira provocava i potenti facendosi accompagnare dalla preghiera dei monasteri di tutto il mondo. Mi permetto di aggiungere i rosari e le invocazioni di tutte le persone, anche le più umili che pregano per la pace. Sappia Netanyahu, così come Hamas, che queste sono forze irresistibili e chi cerca di opporvisi è destinato a fare una gran brutta fine. Si può dire “no” a Blinken, ma a Dio non è possibile, o meglio è possibile salvo sprofondare nell’inferno in terra e nell’aldilà.  E alle soglie dell’inferno ci siamo già…

Il Consiglio di Sicurezza, il principale strumento per la pace nel mondo, è in un vicolo cieco a causa delle spaccature geopolitiche». Criticando le divisioni senza precedenti del Cds, Guterres ha sottolineato che «durante la Guerra Fredda, meccanismi ben consolidati hanno contribuito a gestire le relazioni tra le superpotenze, ma nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi sono assenti. Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos». E «vediamo i risultati: un pericoloso e imprevedibile tutti contro tutti, nella totale impunità», ha denunciato ancora, dicendosi preoccupato per una nuova proliferazione nucleare e lo sviluppo di «nuovi mezzi per uccidersi a vicenda e per annientare l’umanità». (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo – inviato a Gerusalemme).

 

 

L’antipolitica Dargen…to

Dargen D’Amico ha lanciato il sasso e poi ha ritratto la mano. Niente da fare: non ci sono più i cantanti engagé di una volta. Dopo aver pronunciato un convintissimo appello pacifista sul palco dell’Ariston (in favore di Gaza, ovviamente), il cantante in gara al festival di Sanremo 2024 si è affrettato a negare di aver effettuato un intervento politico. “Ho fatto tante cazzate nella mia vita, ho commesso molti peccati, anche gravi, ma non ho mai pensato di avvicinarmi alla politica”, ha affermato l’artista durante la seconda serata della kermesse. (ilGiornale.it)

Non so nel modo più assoluto chi sia Dargen D’Amico e mi interessa ancor meno cosa succede al Festival di Sanremo (fini a quando non partono messaggi culturali clamorosamente nocivi contro cui bisogna comunque reagire) , ma che questo signore dal palcoscenico faccia del populismo da strapazzo a manca e a destra mi disturba: il fatto che da un giorno all’altro capovolga il suo discorso significa che non ha cultura, né in senso generale né in senso politico.

È questa la guerra meloniana contro il pensiero unico della sinistra? Sono questi i personaggi che la Rai, fino a prova contraria un servizio pubblico, mette in vetrina? É l’ignoranza la miglior cultura politica? L’anno scorso ci fu la polemica contro Fedez per il suo bacio omosessuale, aspetto a vedere se scoppia la polemica sulla cazzata antipolitica di D’Amico. Penso che sia molto più pornografica la dichiarazione di astio anticulturale contro la politica che la indecente trasgressione contro il senso del pudore.

Monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, parecchi anni or sono, durante un convegno affermò di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo. Vorrei applicare questa sua affermazione alla deriva Rai: preferisco certi spettacoli a luci rosse alle subliminali, continue e gossipare menate di programmi vuoti come calze, ma formalmente inattaccabili.

Cosa voglio dire? Che da un programma che si presenta per quello che è posso difendermi a ragion veduta, mentre verso i programmi perbenisti, ma sostanzialmente negativi, che giorno dopo giorno immettono falsa cultura non c’è difesa. La (non) cultura uscente dal festival di San Remo è a tale scopo emblematica.

Troppi soldi, troppa audience, troppa pubblicità, troppa futilità, troppe sciocchezze, troppe chiacchiere. La televisione sarebbe una cosa seria. Quella pubblica lo dovrebbe essere due volte.  Invece… È perfettamente inutile scandalizzarsi delle punte dell’iceberg. Nella televisione tutto fa spettacolo meno lo spettacolo.

Quando in un contenitore si vuol far entrare di tutto non può che traboccare. Il fatto grave è che alla sciocca e opportunistica autodifesa di D’Amico il pubblico abbia riservato una qualunquistica standing ovation. Quanti erano irritati per l’appello pacifista si sono calmati e si compiacciono per la retromarcia sull’onda dell’antipolitica. Se si poteva salutare favorevolmente un rigurgito politico in mezzo al piattume spettacolistico, un simile voltafaccia in cerca di consenso fa a dir poco schifo: rovinato tutto!

Ricordiamoci, come afferma il politologo Carlo Galli, che l’antipolitica è la peggior forma di politica e che quindi Sanremo, tra le tante cazzate che sta propinando agli italiani, sta facendo un perfetto assist all’antipolitica e sta dando una spinta alla peggior politica. Va bene così? A Giorgia Meloni e c. probabilmente sì. È Sanremo, stupido!

La padrona di casa e gli sporcapercasa

Sgarbi è incompatibile con l’incarico di governo, in quanto viola la legge Frattini sul conflitto d’interessi. E lette le 60 pagine di contestazioni, più esponenti della maggioranza avevano tirato un sospiro di sollievo: «Almeno questa bega ce la siamo levata di torno», è il pensiero raccolto a taccuini chiusi. Non è chiaro se le mosse che Sgarbi aveva portato avanti finora fossero improvvisate o facessero parte di una strategia ponderata. Di fatto, ora, pur ribadendo l’addio il critico d’arte è partito al contrattacco. Prima ha evocato il dietrofront, poi ha spedito a Palazzo Chigi, con carta intestata del ministero della Cultura, una lettera combattiva in cui sfida la premier Meloni: «Se il governo, per mano di un suo ministro (ripeto: di un suo ministro), ha promosso una indagine sul conflitto di interessi all’interno del governo (peraltro in base alla lettera anonima di un pluripregiudicato), è giusto che io chieda all’Antitrust che si estenda l’indagine a tutte le istituzioni, con gli stessi criteri». Parole che suonano come più di un altolà: occhio, che se si indaga su qualcun altro nel governo, chissà cosa troviamo. (dal Corriere della sera – Claudio Bozza)

Da un certo punto di vista non si può dare torto a Vittorio Sgarbi, che, col balletto delle sue dimissioni/ricorso/autosospensione sembra sollevare un polverone sul governo e sui suoi eventuali ulteriori casi di conflitto di interessi: non è il tipo da passare come vittima sacrificale per la salvezza governativa. C’era da aspettarselo. Adesso potrebbe venire il bello, perché credo che Sgarbi non sia un caso isolato e stia piazzando una buccia di banana a portata di piede di Giorgia Meloni. A volte basta poco per andare in difficoltà: generalmente vale il proverbio “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.

La premier ci poteva e doveva pensare prima: la presunzione probabilmente le ha giocato un brutto scherzo nel senso di ritenersi libera di piazzare nel governo chi le pareva a prescindere dalle regole e dalle competenze. Tutti i giorni c’è una grana. Fino a quando? La sindrome del capo la sta condizionando. Si trova a dover fronteggiare le imbarazzanti posizioni dell’ex compagno di vita, i boomerang “dell’amichettismo”, le marachelle di Lollobrigida, le porcherie istituzionali di Andrea Delmastro, i peccati imprenditoriali di Daniela Santanché, le smanie da pistolero di Emanuele Pozzolo, le insulse uscite di Gennaro Sangiuliano, le sparate giornaliere di Matteo Salvini, per non parlare delle amicizie imbarazzanti dei fuoricasa alla Viktor Orbàn, etc. etc.

Sono tali e tanti questi inconvenienti governativi da impormi di solidarizzare, almeno psicologicamente, con Giorgia Meloni e, per dirla con Giuseppe Giusti e il suo Sant’Ambrogio, qui, se non fuggo, abbraccio la Meloni, colla su’ brava bacchetta magica, dura e piantata lì come una donna in carriera.

 

Agricoltori, meno protesta e più autocritica

Ho lavorato per molti anni a servizio delle cooperative agricole e quindi credo di essere in grado di esprimere un parere a ragion veduta sulla dilagante protesta degli agricoltori in diversi Paesi europei Italia compresa.

Il grave disagio imprenditoriale consiste sostanzialmente nel fatto che gli agricoltori subiscono per i loro prodotti prezzi di mercato poco remunerativi, a volte addirittura insufficienti a coprire le spese di produzione: da una parte prezzi di acquisto crescenti per l’approvvigionamento dei fattori produttivi, dall’altra parte bassi prezzi di vendita dei loro prodotti. Se si scompongono i prezzi al consumo dei generi alimentari si scopre che la minima parte va a remunerare la produzione agricola mentre la parte di gran lunga prevalente va al commercio e alla distribuzione. Il consumatore paga caro e l’agricoltore incassa poco.

La protesta quindi è obiettivamente più che giustificata, ma trova ostacoli insormontabili in un’economia sostanzialmente liberista o per meglio dire oligopolista, “finanziarizzata” e speculativa. Paradossalmente il mercato non lo fa chi produce, ma chi si pone in posizione intermedia, vale a dire industria di trasformazione, mediatori, grosso commercio, grande distribuzione etc. etc.

L’agricoltura non è riuscita, se non in casi particolari, ad avere potere sul mercato, non è stata in grado cioè di associarsi in strutture di primo, secondo e terzo grado in modo da fronteggiare l’aggressione degli altri operatori economici. Questa è la situazione!

Gli agricoltori devono quindi fare mea culpa per non aver avuto e non avere il coraggio di spingere la loro attività oltre la mera produzione di base: manca spinta imprenditoriale, mancano strumenti finanziari, manca professionalità, manca l’appoggio delle loro organizzazioni professionali, manca la mentalità per affrontare un sistema economico che brutalmente cannibalizza produttori e consumatori a vantaggio di chi sta nel mezzo.

È normale che, allorquando la situazione si inasprisca per vari motivi, esploda la protesta che si indirizza verso i pubblici poteri e verso le politiche comunitarie che, pur stanziando fondi ragguardevoli e puntando alla razionalizzazione delle produzioni, non riescono a spostare il reddito verso chi produce. Il dirigismo europeo non riesce a sbloccare il perverso meccanismo della formazione dei prezzi di mercato.

Quanto al discorso fiscale gli agricoltori devono riconoscere di essere stati fortemente agevolati a livello di imposizione diretta e indiretta e di essersi abituati “male”: questa è stata nel tempo la vittoria di Pirro perché, essendo tassati sulla base di redditi catastali indipendenti dall’andamento economico delle loro imprese, hanno finito per non fare i conti e procedere al buio a prescindere quindi dall’entità dei costi e dei ricavi. Certo non è il momento per inasprire la tassazione del settore agricolo, ma non credo che sia questo il male peggiore.

Gli agricoltori si meritano tutta la solidarietà dovuta a chi lavora e non riesce a quadrare i conti della propria impresa. Purtroppo le proteste hanno l’intenzione di responsabilizzare i consumatori, che peraltro si comportano quasi sempre in modo dissennato, andando dietro a pubblicità ingannevoli, adottando spannometrici calcoli di convenienza, finendo nella rete dove la qualità non conta e vale soltanto chi sa vendere bene la propria merce.

I governi vorrebbero intervenire, ma si limitano a fare della retorica, a varare qualche programma di sviluppo, a sposare la causa con dichiarazioni di principio, a stanziare fondi che spesso assumono il ruolo di pannicelli caldo, perché non possono andare contro il muro di un sistema impenetrabile. Gli agricoltori sono destinati a rinchiudersi nelle loro nicchie produttive più o meno biologiche, a spostare il loro bacino di attività verso la difesa ambientale, a creare, faticosamente e in enorme ritardo, strutture produttive di livello più elevato in cerca di potere sul mercato.

L’unico strumento per rafforzare il settore e riequilibrare i rapporti di potere sul mercato è la cooperazione, che mantiene intatta la sua funzione socio-economica: al di là di essa non vedo niente di decisivo per l’agricoltura. La cooperazione di consumo ha però sostanzialmente fallito la sua mission, accodandosi ai normali meccanismi distributivi e speculativi: non c’è differenza sostanziale tra Conad, Coop, Sigma e le catene distributive private quali Esselunga e c. La cooperazione a livello produttivo non è sufficientemente presente nelle fasi di trasformazione e commercializzazione. I governi tentano disperatamente di regolare l’offerta anche se il mercato è fatto dalla domanda.

Protestare fa bene come richiamo e critica verso tutti i soggetti interessati. Purtroppo nel caso degli agricoltori la protesta si avvita su se stessa, ottiene magari qualche promessa da marinaio e rischia sostanzialmente di ritorcersi contro i veri interessi di chi la inscena per tornare al mittente come amara e pesante autocritica.  Non mancava altro che il festival di Sanremo per dare un cioccolatino mediatico a chi ha la bocca impastata e lo stomaco inverso.

Pietoso silenzio su tutti i re

La morte di Vittorio Emanuele di Savoia, avvenuta a Ginevra, richiama alla mente un evento storico cruciale nella storia d’Italia: il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Aveva 9 anni quando suo padre, Umberto II, ultimo re d’Italia, il 13 giugno 1946 lasciò Roma per Cascais, presso Lisbona, dove sarebbe rimasto in esilio fino alla morte nel 1983. In quel passaggio drammatico, il figlio Vittorio Emanuele non ebbe un ruolo, anche se quell’evento ha segnato profondamente tutta la sua vita. Erede al trono che non è mai diventato re non è perciò entrato nella storia, anche se di lui si è occupata molto la cronaca, compresa quella giudiziaria. Ma è impossibile parlarne senza ricordare quel grande passaggio storico, anche per il nome impegnativo che portava: Vittorio Emanuele II infatti è stato il re dell’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele III colui che ha aperto le porte al fascismo. Quel passaggio non fu scontato. Fu infatti affidato a un referendum, quello del 2 giugno 1946, da cui scaturì una vittoria della repubblica netta ma non massiccia. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mentre sulla cronaca ritengo doveroso stendere un velo di pietoso silenzio, sulla storia vado impietosamente, traendo qualche ricordo dalla valigia della mia vita famigliare.

In tempi di referendum ad ogni piè sospinto, mi viene spontaneo andare a lezione politica da mio padre che dava a queste consultazioni un valore molto relativo e discutibile, partendo dal fatto che erano uno strumento usato dal regime fascista per verificare il già certo consenso popolare. «In sèrt sit igh dävon la scheda dal Sì e basta; quälcdón par fär al bùllo al ne vräva gnanca còlla dal No» così mi diceva. Io curiosamente gli chiedevo: «E tu papà, cosa votavi?». «A votäva No!». Anche se dicevano che il presidente del seggio guardando in controluce si sarebbe accorto del No e avrebbe preso nota al riguardo. «Ma lasèmma perdor, mi votäva No e se Mussolini al m’aviss dmandè al parché agh l’ariss spieghè». Confesso che dopo questi dialoghi con mio padre cresceva in me lo spirito democratico.

Si arrivava anche a parlare del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, gli lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…». E magari aggiungeva un aneddoto ad hoc. Nella sua compagnia esisteva un amico dotato di una testa grossa. Per deriderlo bonariamente gli chiedevano: «Se ti a t’ fiss al re, pr’i frànboll con la tò tésta agh’ vriss un fój da giornäl…».

 

 

La vita è incarnata e non teorizzata

Ieri, 04 febbraio 2024, si è celebrata la 46ª Giornata Nazionale per la Vita, sul tema «La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36)».

Sono scattate le solite dogmatiche, schematiche e pregiudiziali condanne di aborto ed eutanasia a cui, da cattolico credente e praticante, non mi associo, perché ritengo che su questi due problemi valga quanto affermava don Andrea Gallo, vale a dire che “ogni caso abbia una sua trama e una valutazione diversa» e che il Vangelo vada applicato col principio della tanto sbandierata e poco praticata misericordia divina.

Figuriamoci quindi se posso accettare la dissertazione precettistica sul discorso della cremazione, che in questo periodo è stata oggetto di attenzione vaticana. Tuttavia riporto di seguito i pronunciamenti al riguardo, poi aggiungerò alcune mie riflessioni tra il serio e il faceto per sdrammatizzare il problema e per andare al sodo del rispetto della vita, che va oltre le ceneri dei bigottismi e dei rigorismi della gerarchia cattolica.

Nessuna dispersione delle ceneri, ma conservazione, preferibilmente, presso un luogo sacro. È una delle risposte che il Dicastero della dottrina della fede ha dato in una nota dopo la presentazione nell’ottobre scorso di una lettera di chiarimento da parte dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi.

Due quesiti che nascono dalla constatazione dell’aumento del ricorso alla cremazione dei defunti soprattutto nelle grandi città. Un aumento dettato spesso anche da motivazioni economiche (i costi complessivi potrebbero essere più bassi rispetto all’inumazione del defunto), ma anche dal crescente desiderio dei parenti di disperdere le ceneri del proprio caro in luoghi per lui significativi, a volte su espressa richiesta del defunto stesso.

La nota ribadisce con chiarezza quanto previsto al numero 5 dell’Istruzione “Ad resurgendum cum Christo”, che le ceneri vanno conservate in apposite urne e in un luogo sacro (il cimitero, per intenderci), o in un’area “appositamente dedicata allo scopo, a condizione che sia stata adibita a ciò dall’autorità ecclesiastica”. In realtà la legge civile italiana consente la conservazione delle ceneri anche presso la propria abitazione o in un luogo debitamente segnalato. La Chiesa spiega, invece, che la “conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione dei parenti”.

(…)

La nota firmata dal prefetto del Dicastero della dottrina della fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, precisa che “è possibile predisporre un luogo sacro, definito e permanente per l’accumulo commisto e la conservazione delle ceneri dei battezzati defunti, indicando per ciascuno i dati anagrafici per non disperderne la memoria nominale”.

(…)

Il secondo quesito posto dall’arcivescovo di Bologna riguardava la possibilità per la famiglia di trattenere in un luogo significativo una parte delle ceneri del proprio defunto. Su questo punto la nota (approvata da papa Francesco lo scorso 9 dicembre), ribadendo la conservazione delle ceneri in un luogo sacro, sottolinea che “l’autorità ecclesiastica, nel rispetto delle vigenti norme civili, può prendere in considerazione e valutare la richiesta da parte di una famiglia di conservare debitamente una minima parte delle ceneri di un loro congiunto in un luogo significativo per la storia del defunto”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Evidentemente in Vaticano c’è qualcuno che ha del tempo da perdere. Con tutti i drammatici problemi che assillano l’umanità è possibile che ci si preoccupi di offrire “un punto di vista teologico” alla questione della conservazione delle ceneri conseguenti alla cremazione dei cadaveri? Forse sarebbe meglio impegnarsi per evitare di fare tanti e tanti cadaveri…

Mio cugino raccontava una macabra gag riguardante il disturbo che veniva arrecato all’abitazione dei famigliari di un defunto le cui ceneri venivano conservate in casa, in un’apposita teca: parenti e amici si recavano a questo domicilio per rendere omaggio alle ceneri e la famiglia non sapeva più come difendersi da questo continuo via-vai pseudo-cimiteriale.

Mio padre, nella sua attività di artigiano-imbianchino, aveva un garzone soprannominato “stanco” – un nomignolo che era tutto un programma – per i piedi piatti, l’incedere lento e caracollante, il parlare incerto ed assonnato. Questo ne combinava di tutti i colori, ma era anche oggetto, conseguentemente, di scherzi a volte pesanti che mio padre si sforzava di contenere e di respingere. Durante i lavori di rifacimento di alcune cappelle cimiteriali il povero “Stanco” fu preso di mira bonariamente da due becchini che, anche per sdrammatizzare il loro ingrato mestiere, gli proposero l’acquisto di una “cassa da morto” usata, ancora in buone condizioni dopo l’esumazione del relativo cadavere. “A t’ fèmma un prési bón, s’a t’ gh’è ‘na cantén’na sutta a te gh’la mètt, a t’ fè un afaron”. E più Stanco si scherniva più i becchini insistevano: pose fine alla macabra querelle mio padre offrendo a tutti il solito bicchiere di vino pacificatore.

Ma non è finita qui. Mio padre raccontava di un’altra scena a cui aveva assistito a livello cimiteriale: due becchini impegnati nel loro servizio di esumazione dei cadaveri, che stavano per buttare nel forno crematorio i resti di persone non meglio precisate e senza riferimenti parentali. Uno chiese all’altro: “Ät  tgnu indrè j òs äd cla vcénna?”. “No, am son scordè…mo l’é li stéss…” e prese alcune ossa di un altro soggetto e le mise sbrigativamente nella cassetta destinata ai resti della vecchietta.

Ho richiamato questi episodi per sdrammatizzare un problema se non falso quanto meno secondario. Se proprio vogliamo prendere sul serio la questione, dirò che non mi farò cremare per motivi culturali di rispetto verso il corpo che deve essere lasciato al suo destino naturale.

Se poi riteniamo di affrontare sul piano etico-religioso il tema del trattamento da riservare al corpo post mortem, penso sia interessante leggere quanto scrive Enzo Bianchi, monaco e teologo in libera uscita: “I miei resti mortali sotto terra parteciperanno alla comunione cosmica della vita e degli elementi della natura. Non ho mai coltivato un odio per la materia, per il corpo, tale da indurmi a pensare alla cremazione, questa distruzione che mi sembra la scelta di chi non vuole più sapere dove la persona finisce dopo la morte. Una semplice tomba è una cosa seria: memoria, sito, meta di passi, luogo preciso in cui si sa che giace chi era vivo e ora è morto ma è lì con i suoi resti, collocato in un sito determinato”.

Mi viene spontanea una forzatura evangelica. “A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre».  Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». L’invito vale per tutti, ma nel caso anche e soprattutto per il Dicastero della dottrina della fede.

Concludo ripiegando sulla mera banalità battutistica.  «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

 

 

 

 

 

La commedia sgarbiana non finisce mai

Non è mia abitudine prendermela con chi è in difficoltà di vario genere, preferisco rispettarlo silenziosamente senza infierire o speculare. A meno che la persona in questione non voglia fare dei suoi problemi una spettacolarizzazione per tentare disperatamente di uscirne a testa alta.

Il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi si è dimesso. La sua situazione era da tempo insostenibile: conflitti di interesse, inchiesta per un quadro rubato, attività extra sotto la lente del garante dopo le segnalazioni arrivate dal ministero, esternazioni varie.

Il suo caso è la dimostrazione vivente che per ricoprire incarichi pubblici non basta avere competenze professionali, ma occorre inserire queste qualità in un contesto di corretto e costruttivo servizio alla comunità: disciplina ed onore fissate dalla Costituzione. Nel caso di Sgarbi la preparazione artistico-culturale diventa addirittura una sorta di complesso di superiorità che autorizza a trasformare il governo della cosa pubblica in una teatrale rappresentazione. Sarà l’ultimo atto quello inscenato con le dimissioni provocatoriamente sbandierate e condite da sgangherati attacchi a destra e manca?

Vittorio Sgarbi ha ricoperto diversi incarichi pubblici ed è stato sempre fedele a questo penoso cliché della trasgressione a tutti i costi, buttata in faccia ai cittadini, utilizzando il clamore mediatico suscitato dalle sue reiterate ed estemporanee uscite.

Non mi dispiace affatto l’andare controcorrente, ma, quando diventa un pregiudiziale atteggiamento fine a se stesso, non ha senso e porta inevitabilmente a situazioni stucchevoli e dannose per tutti. Anche perché costringe ad un rialzo progressivo dei toni, che da provocatori si fanno incivili e di pessimo gusto. Se una persona vuole fare il battitore libero deve rimanere nell’anonimato o comunque a distanza dalla politica e dalla pubblica amministrazione.

Il caso Sgarbi viene quindi prima delle incompatibilità legali e delle eventuali scorrettezze conseguenti: riguarda un modo di essere privato che si scontra inevitabilmente con l’interesse pubblico. L’errore lo ha fatto chi, conoscendolo bene, ha avuto l’idea di inserirlo in squadra. Non poteva, prima o dopo, che finire così: una delle tante scelte sbagliate di Giorgia Meloni a livello di compagine governativa, non certo la più grave e pericolosa, ma forse la più estemporanea ed imbarazzante.

Fatta la frittata, mentre Giorgia Meloni ha cercato di abbozzare, il ministro Sangiuliano l’ha presa un po’ di petto ed è finito nel tritacarne sgarbiano (conquistandosi la definizione di “uomo senza dignità”), finendo, nella commedia, per fare la parte della maschera che prende le botte in testa.

La commedia non è finita, perché Sgarbi la proseguirà: probabilmente si è dimesso proprio per potere recitare più liberamente da maleducato che diventa simpatico in quanto fa peraltro finta di essere originale. Ben diverse e più gravi sono le serpi in seno al governo Meloni (Santa de chè in primis…). Una alla volta dovranno pur essere affrontate, ma ho la netta impressione che non avranno comunque alcun significativo contraccolpo politico ed elettorale, se non quello di aumentare l’astensionismo.