Robe dell’altro mondo

Julian Paul Assange è un giornalista, programmatore e attivista australiano, cofondatore e caporedattore dell’organizzazione divulgativa Wikileaks. Cos’ha fatto di male per essere da anni nei guai giudiziari e per rischiare l’estradizione negli Usa e conseguenti condanne ad oltre cento anni di carcere se non addirittura la pena di morte per “spionaggio” e “furto di informazioni riservate”?

Non ho colpevolmente seguito questa vicenda, ma mi sono fatto un’idea. Questa persona, in modo più o meno corretto, ha comunque avuto il coraggio di scoperchiare la pentola statunitense facendone fuoruscire il marcio, vale a dire le malefatte americane riguardanti le guerre in Afghanistan, in Iraq, il lager di Guantanamo e gli scandali e le uccisioni stragiudiziali con i droni in luoghi come il Pakistan.

Sono fermamente convinto di vivere in una sorta di democrazia virtuale all’ombra della quale esiste un mondo “altro” fatto di porcherie a tutti i livelli di cui gli Usa sono non unici ma notevoli protagonisti: non si tratta di cose di poco conto, ma di crimini di guerra ed altri misfatti sparsi nel globo terrestre.

È naturale che chi osa far emergere queste verità ultra-scomode rischi la vita. Noi galleggiamo su un mare di falsità spacciate per necessarie illusioni di verità. Capiamo di essere ingannati, ma, tutto sommato, ci viene bene così. Meglio becchi che bastonati.

Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica del nostro mondo.

Non ho idea di come finirà la vicenda Assange: è prigioniero a Londra e capirete se l’Inghilterra oserà fare uno sgarbo agli Usa negando l’estradizione. Ho l’impressione che nessuno abbia il coraggio di schierarsi: tutti attendono la legatura dell’asino dove vuole il padrone. Può darsi che trovino una soluzione che salvi le capre della più spudorata realpolitik e i cavoli della finta democrazia.

Certo questo sasso in piccionaia è arrivato da tempo e nulla è cambiato: un po’ di baccano e poi tutto come se niente fosse. Qualcuno fa un temerario parallelismo fra il caso Assange e il caso Navalny. Due modi formalmente diversi ma sostanzialmente analoghi di mettere gli scheletri negli armadi o meglio di scheletrire chi dà fastidio per poi ficcarlo negli armadi della addomesticata narrazione storica.

In fin dei conti che differenza c’è fra le assordanti cazzate di Matteo Salvini sulla inquietante fine di Navalny e l’assordante generale silenzio sul caso Assange? Salvini, per un piatto di lenticchie elettorali, nega l’evidenza; il resto del mondo, pur di stare seduto alla tavola imbandita, nega l’ingiustizia globale.

 

 

 

Verso una pax mafiosa

La morte di Alexei Anatolievich Navalny, attivista, politico e blogger russo, uno dei più noti oppositori del presidente della Russia, Vladimir Putin, duramente condannato ed incarcerato per motivi politici, non sarà mai chiarita nelle sue vere cause, ma è comunque chiara nella sua provenienza dal regime e nel suo significato politico. La Russia è caduta dalla padella comunista nella brace putiniana, in un regime che ha perfettamente assemblato tutti i difetti dei vari regimi anti-democratici possibili e immaginabili. L’invasione dell’Ucraina non è che una delle conseguenze.

Restano aperti alcuni inquietanti interrogativi sul passato, sul presente e sul futuro.

Il primo riguarda l’atteggiamento possibilista tenuto in passato dall’Occidente nei confronti di questa storico macellaio, che si chiama Vladimir Putin (non mi riferisco alle simpatie di Salvini che fanno parte del folklore geopolitico, ma a cose di ben altro livello ed altra portata). Era ingenuità democratica? Era piuttosto realpolitik? O era opportunismo affaristico internazionale? Di tutto un po’. Abbiamo dialogato e confabulato troppo con questo personaggio inqualificabile (senza peraltro concludere niente di sostanzioso) e non escluderei che lui abbia in mano importanti armi di ricatto verso chi oggi si sta schierando apertamente e fin troppo convintamente contro la sua Russia.

Adesso intendiamo metterci a posto la coscienza armando a dismisura l’Ucraina per farne carne atta a dimostrare la peraltro lapalissiana macelleria putiniana. È tardi! Ed è anche sbagliato sul piano tattico (meglio sarebbe costringerlo al confronto diplomatico e non mi si dica che sia impossibile) e sul piano strategico (non basta andare contro Putin, ma bisognerebbe stringerlo nella morsa Usa-UE-Cina).

Il secondo interrogativo riguarda l’opposizione interna al regime russo. Ho l’impressione che non ci sia granché né a livello culturale né a livello politico. Il delitto Matteotti, a cui assomiglia quello ai danni di Navalny, non fece scalpore perché il regime fascista era fortissimo e seppe metabolizzarlo con una certa facilità. Temo possa essere la stessa cosa per il regime putiniano: si è permesso un gesto criminale clamoroso e, se ciò mai dimostra una certa qual paura verso la nascita di un’opposizione strisciante, risulta emblematico anche e soprattutto di una prova di forza attualmente vincente (fino a quando non so).  Non capisco poi quanta credibilità effettivamente avesse Navalny e quanta presa potesse avere sulla popolazione russa: probabilmente darà più fastidio da morto che da vivo. C’è da augurarselo in modo un po’ troppo cinico.

La terza considerazione riguarda le caratteristiche fondamentali di questo regime. Credo che al di là degli schemi della democratura (elezioni e istituzioni burla), del populismo (un male antico e moderno), del sovranismo (la grande Russia) e chi più ne ha più ne metta, si tratti di una vera e propria mafia sistemica e totalitaria da cui è oltre modo difficile liberarsi culturalmente prima e più che politicamente.  Purtroppo, dal momento che ogni Stato alleato o competitor, anche quelli democratici occidentali, ha al proprio interno una sua mafia, risulta quasi impossibile attaccare quella russa i cui tentacoli molto probabilmente si spingono fino a quelle di casa nostra. Vedo cioè una drammatica piovra internazionale in cui Putin naviga a meraviglia.

Attenzione perché l’eventuale vittoria di Trump negli Usa potrebbe portare ad una sorta di armistizio mafioso con Putin ed anche la Cina potrebbe respirare a pieni polmoni mafiosi, attualmente disturbata dai casini bellici internazionali: una sorta di equilibrio globale mafioso, che potrebbe rappresentare la versione riveduta e scorretta della guerra fredda. E forse la mafia putiniana potrebbe uscirne indebolita e condizionata se non addirittura devitalizzata. Ecco ha che punto di sciagurate prospettive siamo arrivati.

 

 

 

Il cimitero pieno e il cantiere ubriaco

C’è un dato fra gli altri, nel gravissimo incidente sul lavoro di Firenze, dove sono morti in quattro, che merita una riflessione puntuale: la nazionalità delle vittime e dei feriti. Oltre a un italiano, tutti stranieri, nordafricani e rumeni.

Di solito si vede molta enfasi, nella comunicazione mediatica e governativa, sulla nazionalità degli autori di reati, quando sono immigrati, mentre subentra una strana afasia quando immigrate sono le vittime, in questo caso del lavoro.

La tragedia di Firenze purtroppo non è isolata. Nel 2023 su 1.041 morti sul lavoro 204 erano immigrati stranieri, il 19,6% del totale. L’incidenza è stata di 65,3 morti ogni milione di occupati, contro 31,1 per gli italiani. Più del doppio dunque, e mancano informazioni su quante vittime di cittadinanza italiana fossero di origine straniera.

Il fatto è che i lavoratori immigrati si concentrano proprio nei settori nei quali il rischio d’incidenti è più elevato: le costruzioni (150 vittime nel 2023), trasporti e magazzinaggio (109), attività manifatturiere (101). In Italia sono praticamente assenti dal lavoro pubblico e raramente accedono a lavori da colletti bianchi, meno esposti a rischi infortunistici.

In sostanza, a loro toccano le occupazioni contraddistinte dalle 5 P: pesanti, precarie, pericolose, poco pagate, penalizzate socialmente (ossia considerate di serie B o C da gran parte dell’opinione pubblica). (dal quotidiano “Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

Anche in agricoltura non si scherza, basta leggere sempre sul quotidiano “Avvenire” una inchiesta sul lavoro degli immigrati a Castel Volturno: 11 ore nei campi, frustate e un trattamento inumano in base ai racconti-choc degli schiavi dei raccolti. Dieci i braccianti sfruttati; dalla loro denuncia le indagini per caporalato.

Sfruttati da quattro imprenditori agricoli campani ora indagati. I motivi sono sintetizzati in poche e drammatiche parole contenute nell’ordinanza. «Li costringevano a condizioni lavorative nei campi, per più di dieci ore, senza pausa e nonostante il caldo asfissiante, in totale assenza di misure di sicurezza, con esposizione a fonti di pericolo senza dispositivi di tutela, commettendo violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro tali da esporre i lavoratori a pericolo per la loro sicurezza e incolumità personale».

Non si può esorcizzare il fenomeno migratorio criminalizzando i migranti, facendo passare il messaggio che vengono in Italia a delinquere, a rubare il pane agli italiani, ad approfittare della propria posizione a livello assistenziale, ipotizzando una guerra fra poveri in cui vincerebbero gli stranieri, ed al contempo piangere lacrime di coccodrillo sulla loro morte nei cantieri di lavoro e sui trattamenti disumani cui vengono sottoposti.

È pura schizofrenia sociale! Altro che buonismo verso i migranti! Scarichiamo anche e soprattutto su di loro le nostre contraddizioni: è ora di finirla. Forse noi abbiamo più bisogno di loro di quanto loro abbiano bisogno di noi. E allora smettiamola di fare i furbi. Se il lavoro deve essere un diritto per tutti, se lavorare in condizioni di sicurezza è un diritto di tutti, il discorso vale a maggior ragione per chi parte da situazioni oltre modo svantaggiate per non dire disperate come quelle di molti immigrati.

 

La gamble tax

Col pil in calo si prevede un ulteriore buco da 10 miliardi nei conti pubblici. Bruxelles non chiederà una manovra correttiva, ma la frenata del Pil svuota le casse del Tesoro. Meloni spera in un ammorbidimento di Lagarde e si prepara ad accelerare sulle privatizzazioni (dal quotidiano “La Stampa”), dopo aver puntato sul (udite, udite…) gioco d’azzardo.

Ci risiamo. Il governo torna a utilizzare l’azzardo per coprire nuove spese. In particolare per le emergenze. Facendo spendere di più gli italiani, che già nell’azzardo hanno buttato via nel 2022 ben 140 miliardi, una cifra destinata ad aumentare nel 2023. Non una novità, visto che quasi tutti i governi lo hanno fatto, ma quello di destra-centro si ripete appena 6 mesi dopo un primo provvedimento. Nel decreto milleproroghe approvato dal Consiglio dei ministri di giovedì è contenuta la proroga della quarta estrazione settimanale di Lotto, Superenalotto, 10eLotto, Simbolotto e SuperStar prevista dal decreto legge 01 giugno 2023, n. 61 per finanziare la ricostruzione dell’Emilia Romagna alluvionata.

Doveva durare fino al 31 dicembre 2023, ma come prevedibilissimo perché già accaduto nel passato, è arrivata la proroga per tutto il 2024, con una motivazione molto più ampia. Infatti, come si legge all’articolo 3 comma 8 del decreto milleproroghe, «le maggiori entrate derivanti sono destinate al Fondo per le emergenze nazionali», gestito dalla Protezione civile. Dunque non solo per l’alluvione emiliano romagnola, ma per altre future emergenze. Una giusta causa, ma facendola pagare ai cittadini, incentivando l’azzardo che danneggia sia i cittadini stessi, salute e portafoglio, che lo Stato costretto poi a curare i giocatori patologici. (dal quotidiano “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

Quando un soggetto è disperato per la sua penosa situazione economica dovuta ad errori (spese sbagliate) e omissioni (scarso impegno), si è soliti ricorrere alla vendita dei pezzi più pregiati del patrimonio (l’argenteria), dopo di che non rimane che ironizzare e consigliare: prova a giocare al lotto, chissà…

Oggi si parla sempre più diffusamente di privatizzare aziende statali in ossequio al dogma liberista secondo cui una minore presenza nello Stato nell’economia incentiverebbe la competitività. In realtà le economie miste dei Paesi occidentali prevedono molte aziende a partecipazione statale, per dirigere le quali è necessario un Piano economico nazionale che ne orienti l’operato verso il bene della collettività. Proprio quello che attualmente non accade in Italia. (MicroMega – Davide Passamonti)

Per i governi italiani, dopo aver venduto un po’ di aziende, non rimane che giocare al lotto di sponda: è un modo come un altro per non affrontare la piaga dell’evasione fiscale. La manovra economica 2024 sul fronte delle uscite prevede infatti di buttare dalla finestra le poche risorse disponibili finalizzandole a marchette propagandistiche e dal punto di vista delle entrate fa ricorso all’alienazione dell’argenteria di Stato e al “pizzo di Stato” sul gioco d’azzardo.

Si dirà, peggio per coloro che tentano scriteriatamente la fortuna. Dico io, peggio per chi lavora onestamente e paga regolarmente le tasse, che si vede preso in giro. A meno che, il governo non abbia fatto un paradossale ragionamento: chi evade le imposte avrà risorse in abbondanza per tentare la ulteriore fortuna, quindi freghiamolo e togliamogli la terra da sotto i piedi. Senonché chi gioca d’azzardo è generalmente un poveraccio che non sa dove sbattere la testa e allora il ragionamento crolla miseramente: al danno dei regali agli evasori si aggiunge la beffa dell’assistenza ai giocatori patologici.

Ritengo la riforma fiscale la madre di tutte le riforme, perché, se non si redistribuisce equamente il reddito (e la fiscalità ne è il principale, democratico e costituzionale strumento), non si potrà mai combinare niente di buono. Se non si parte col piede giusto, non si andrà da nessuna parte. È un argomento ostico, ma imprescindibile, che viene considerato impopolare, ma che invece dovrebbe essere il più popolare di tutti.

Probabilmente la lotta all’evasione fiscale viene data per persa e allora tanto vale cercare di darle un minimo di legittimazione (condoni), un po’ di onesta incentivazione (regimi forfettari e flat tax più o meno evidente) e fingere l’intransigenza (con impietose scorribande sui malcapitati di turno).

La mala-fiscalità è servita alla faccia della Carta Costituzionale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’attuale governo di destra, socialmente parlando, sta, come dice Pier Luigi Bersani, tagliando il Paese a fette, “corporativizzando” il fisco (un fisco per ogni categoria sociale, morbido con quelle elettoralmente vicine, duro con quelle lontane) e, di conseguenza, puntando all’erogazione di servizi diversificati per fascia di contribuenti e ad una sanità in particolare altrettanto stratificata (privata di serie A per i ricchi, pubblica di serie B per i poveri), complice l’autonomia differenziata regionale.  Se questo non è fascismo…

Qualcuno fa dell’ironia sul “come sia bello pagare le tasse”.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison il tasi, as podriss där d’al polastor aj gat…».

 

 

 

Il patto delle spumarine

Nel 2021 c’era chi ipotizzava l’uscita dalla crisi grazie alla formazione di un governo composto da PD, LeU e M5S – che già sostenevano Conte – con l’aggiunta di Forza Italia, i cui voti sarebbero stati necessari per sostituire Italia Viva, il partito di Renzi che aveva innescato la crisi uscendo dal governo e dalla maggioranza. Di questa operazione non si fece nulla.

Di maggioranza Ursula si era parlato ancor prima nell’estate del 2019, per evitare di andare a elezioni dopo la crisi del primo governo Conte, nato da un accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Romano Prodi, in un articolo scritto per il Messaggero, aveva fatto un positivo ed esplicito riferimento all’ipotesi di un accordo tra PD, M5S e Forza Italia: «Forse bisognerebbe battezzare questa necessaria coalizione filoeuropea “Orsola”, cioè la versione italiana del nome della nuova presidente della Commissione europea». Alla fine però Forza Italia era rimasta unita al centrodestra, all’opposizione.

Anche oggi – vedi articolo di Marco Iasevoli sul quotidiano “Avvenire” di sabato 17 febbraio 2024 – si fa un’ipotesi, a metà strada tra la dietrologia e la fantapolitica, in base alla quale gli «scambi di cortesie» e i contatti tra le due leader, Meloni e Schlein, potrebbero preparare il terreno a un sostegno trasversale alla nuova Commissione Ue. Ne riporto di seguito i passaggi essenziali.

Insomma, se non c’è un vero e proprio “patto”, parola usurata e sempre precaria in politica, le due leader hanno la piena consapevolezza di un percorso a breve termine che le accomuna.

L’evidenza si è avuta pubblicamente con la “conciliazione amichevole” sulle mozioni inerenti il Medio Oriente. Il galateo istituzionale conta poco. I più attenti osservatori hanno notato un vero e proprio accreditamento e riconoscimento reciproco sull’agenda internazionale.

Se fosse questo l’unico terreno di incontro, sarebbe troppo poco per prospettare scenari più ampi. Ma i segnali, gli indizi, sono due. E il secondo è, dal punto di vista della politica interna, quasi più potente del primo. Riguarda il terzo mandato. Fratelli d’Italia, il partito della premier, si è intestata una battaglia che interessa molto, moltissimo la segretaria del Pd. Che in questa settimana, su un nodo spinoso, ha persino evitato di “sporcarsi le mani”. È stata infatti Fdi a respingere l’assedio della Lega per consentire un terzo mandato ai governatori, in funzione-Zaia nel Veneto. Il partito della premier adduce un motivo politico difficile da contestare: c’è un nuovo equilibrio nella maggioranza, la corsa alle Regioni dovrà rispecchiare il diverso peso di Fdi rispetto a Carroccio e Forza Italia. Ma l’interesse di Elly Schlein per la materia non è di minore peso. La segretaria deve schivare la mina di De Luca in Campania, evitarne la candidatura-ter perché da lì passa gran parte del messaggio di rinnovamento del Pd. Costi quel che costi. Ma il discorso del terzo mandato riguarda anche il presidente e rivale interno Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna. Insomma, mutue convenienze.

Il fatto che l’intensificazione dei rapporti avvenga a ridosso della campagna elettorale per le Europee apre a riflessioni. Il confronto televisivo è imminente, i due team si incontrano sempre più spesso. La prospettiva che entrambe siano candidate e omni-capilista dei rispettivi partiti è realistica. E le due euro-delegazioni potrebbero trovarsi dalla stessa parte, nel Parlamento Ue, quando si dovrà dare il via libera alla nuova Commissione, probabilmente al Von der Leyen bis. E condividere un governo europeo significa anche doversi parlare, giocoforza, sui grandi nodi istituzionali ed economici dell’Unione, a partire dalla “velocità” della transizione ecologica. Aver reso pubblico, evidente il dialogo Meloni-Schlein è un messaggio anche agli alleati reali e potenziali (Lega e M5s) che cercano di scavare consenso giocando ai limiti del campo, e anche oltre.

A prima vista mi sembra soltanto un piccante esercizio giornalistico: in buona sostanza Meloni e Schlein starebbero cercando il modo di risolvere i loro problemi di cucina casalinga andando a mangiare al ristorante europeo se non addirittura a quello internazionale.

Senonché la Ue dovrebbe essere una cosa seria e non un rifugio anti-missili leghisti, delucani e grillini. Giusto guardare all’Europa e al mondo intero, ma non per sfuggire ai problemi riguardanti gli equilibri interni o addirittura di coalizione o di partito.

La politica è fatta di strategie e tattiche. Di strategie ormai non se ne parla più, e da tempo, tutto si riduce a tattiche, che però lasciano il tempo che trovano e si riducono ulteriormente a mosse opportunistiche. Spero che Meloni e Schlein non si stiano reciprocamente montando la testa: tra donne ci si intende meglio? Dipende…nel caso mi sembra il patto fra due giovani nuore affinché intendano le suocere rompiscatole.

Nel discredito generale della politica ci mancava anche questa. Le due primedonne che calcano il palcoscenico e cantano in uno strano duetto per coprire le stonature indotte dalle loro scuole di canto. Ben venga la richiesta comune di cessate il fuoco nella guerra tra Hamas e Israele, ben venga il confronto corretto e leale (vado adagio ad usare la parola dialogo che mi sembra sproporzionata alla qualità delle interlocutrici), ben venga un’iniezione di femminilità nelle istituzioni (a patto che non sia pura civetteria politica), ben venga dare una calmata ai bollenti spiriti di Salvini e De Luca (anche se fra i due c’è un abisso culturale e politico).

Temo tuttavia che si tratti di uno scambio più di convenienze che di cortesie. Se andiamo avanti così, con la candidatura pigliatutto di Meloni e Schlein alle prossime elezioni europee e ancor prima con il loro duopolio mediatico-dibattimentale, se riduciamo la politica a bottega per le “spumarine” (in dialetto persone vane e leggere che pretendono di valere molto) di turno, rischia di affievolirsi la mia pur timida voglia di tornare a votare, a meno che il 25 aprile le due soubrette si presentino, mano nella mano, e facciano un profondo e silenzioso inchino a chi è morto per la politica, quella vera da cui loro (fatte pure le debite distinzioni e proporzioni) sono lontane mille miglia.

 

 

 

I coccodrilli del lavoro

“Nel 2023 ci sono stati mille morti sul lavoro e spesso questi incidenti sono prodotti dal sistema del subappalto e della logica degli appalti al massimo ribasso. Voglio ricordare però che è stato questo Governo a modificare il codice degli appalti e a reintrodurre il subappalto a cascata. È necessario che ci sia una reazione immediata e penso anche che sia necessario arrivare alla prossima settimana a un’iniziativa generale, che proporrò anche agli altri sindacati, perché non è più accettabile continuare a morire sul lavoro”. (Maurizio Landini segretario CGIL)

La contro riforma del Codice degli appalti che a marzo scorso ha reintrodotto il sub appalto a cascata ha una firma precisa: il vicepremier e ministro Matteo Salvini. Ieri la Lega ha definito le accuse della Cgil «disgustose» sostenendo che «le nuove norme sono state volute dall’Europa, tanto che l’Italia era a rischio infrazione, e nulla c’entrano con la tragedia». I fatti dimostrano il contrario: la commissione Ue chiedeva solamente che non ci fossero percentuali di subappalto predeterminate. È stato Salvini a decidere di liberalizzare completamente il subappalto, permettendo quello a cascata. (dal quotidiano “Il manifesto”)

Nonostante gli autorevoli e accorati appelli del Presidente della Repubblica il grave problema dei morti sul lavoro continua da imperversare. Tutti si commuovono, protestano, inorridiscono e nessuno fa qualcosa di concreto.

Non credo si tratti di una mancanza legislativa: la normativa esiste ed è fin troppo fiscale. Semmai sono carenti i controlli anche perché molto spesso si concentrano sugli aspetti burocratici e procedurali della materia non andando al sodo dell’effettiva funzionalità ed efficacia delle misure adottate.

Forse non è nemmeno un dramma ascrivibile all’insensibilità della politica: effettivamente in questo caso si può dire che destra e sinistra pari sono. Si succedono governi e ministri e i morti tendono ad aumentare. Certo il governo Meloni non brilla al riguardo, infatti si sente immediatamente colpito dalle critiche del sindacato e reagisce in modo scomposto ripiegando sulla solita polemica di stampo salviniano (ma lo facciano tacere una buona volta!).

Il problema è nel sistema economico: i committenti sono costretti, dalla tenaglia degli appalti al ribasso, ad affidare i lavori ad imprese a loro volta costrette a contenere il costo del lavoro per rimanere dentro i prezzi praticati e i lavoratori, anello debole della catena, sono costretti ad accettare ambienti e modalità di lavoro estremamente rischiosi.

Il discorso del ribasso è stato introdotto dopo tangentopoli: prima gli appalti erano al rialzo con tanto di creste fatte a favore dei partiti politici e a danno delle casse dello Stato. Come spesso succede si è passati da un’estremità all’altra con le gravissime conseguenze che stiamo registrando. Bisogna quindi rivedere il sistema introducendo disposizioni di salvaguardia sulla regolarità delle assunzioni e degli inquadramenti nonché sull’incolumità dei lavoratori.

Da una parte abbiamo le imprese costrette a lavorare sottocosto, dall’altro abbiamo gli operai costretti a lavorare senza protezione adeguata. Il discorso vale per i lavori pubblici, ma anche per il settore privato dove comunque trionfa la rigorosa legge del profitto. Una cosa è certa: non si può continuare con una simile carneficina.

Sergio Mattarella, lo scorso settembre ha detto con estrema chiarezza: “Le morti sul lavoro feriscono il nostro animo, feriscono le persone nel valore massimo dell’esistenza, il diritto alla vita. Feriscono le loro famiglie. Feriscono la società nella sua interezza. Lavorare non è morire. Il nostro Paese colloca il diritto al lavoro e il diritto alla salute tra i principi fondanti della Repubblica. Non è tollerabile perdere una lavoratrice o un lavoratore a causa della disapplicazione delle norme che ne dovrebbero garantire la sicurezza sul lavoro. I morti di queste settimane ci dicono che quello che stiamo facendo non è abbastanza. La cultura della sicurezza deve permeare le Istituzioni, le parti sociali, i luoghi di lavoro”.

La sinistra politica dovrebbe farne una questione e una battaglia identitaria e unitaria. La destra, attualmente al governo del Paese, dovrebbe almeno non allargare la falla degli appalti. I cattolici non cerchino di mettersi al centro della politica, ma mettano la difesa del lavoro al centro del loro impegno sociale e politico. Tutti smettano di spargere amare lacrime di coccodrillo e si diano da fare nei limiti del loro possibile.

 

 

 

L’ombelico cattolico e i “pistapòcci” del centro

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

Da tempo immemorabile in politica si fa un gran parlare di centro. In questo periodo di vigilia elettorale europea il discorso si è intensificato, stando ai giornali, soprattutto nell’area cattolica, insoddisfatta della linea politica del PD, considerato un partito radicale di massa, e lontana dalle logiche della destra e dei partiti dell’attuale centro destra.

Prendo spunto dal quotidiano “Avvenire”, che tenta di mettere la carne cattolica moderata al fuoco centrale dello schieramento politico. Si tratta in primis di un’intervista di Angelo Picariello a Ortensio Zecchino, ex ministro dell’Università che fondò con Andreotti e D’Antoni Democrazia Europea, ultimo tentativo (non andato a segno) di centro autonomo popolare. Zecchino auspica la rinascita di un centro che faccia riferimento al grande patrimonio di principi e valori provenienti dalla cultura cattolica, ammettendo però che non esista un leader in grado di avviare un simile processo e che di conseguenza questo spazio politicamente vuoto possa far gola alla destra di Giorgia Meloni in eventuale manovra di avvicinamento al Ppe anche e soprattutto in vista delle elezioni europee.

Sono d’accordo sul fatto che la premier Meloni, seguendo una strana, contradditoria ed incerta (forse solo furbesca) tattica di avvicinamento al Ppe, stia comunque cercando di inserirsi in un vuoto che si è creato al centro dello schieramento politico italiano: Forza Italia è al lumicino, Noi con l’Italia di Maurizio Lupi rappresenta il mini-leader e niente più, Matteo Renzi e Carlo Calenda non trovano di meglio che pestarsi i piedi a vicenda.

In effetti Giorgia Meloni sembrava puntare ad un rapporto organico a livello europeo col Partito Popolare al fine di sganciarlo dalla ormai storica alleanza coi socialisti. Disegno evidentemente molto difficile e forse fallito prima ancora di partire vista l’indisponibilità del Ppe e l’estremismo sempre più marcato delle destre amiche del giaguaro-Giorgia.

Resta il fatto che mentre in Europa ella punta ad un rapporto squalificante con le destre dei vari Paesi, in Italia sta tentando di rubare spazio nell’elettorato moderato: una sorta di “fatti più in là” cantato ai tanti soggetti che si contendono l’area di centro. Dopo di che si potrà presentare in sede europea con un buon pacchetto di voti che potrebbero oscillare fra l’opposizione pura, dura, euroscettica e la partecipazione ricattatoria ai nuovi o vecchi equilibri post-elettorali.

Ma al centro punterebbero anche i cattolici in cerca d’autore. E chi sarebbero? Sentiamo cosa dice l’ex coordinatore di Italia viva Ettore Rosato, passato a miglior vita calendiana: «Abbiamo come nostri riferimenti l’associazionismo cattolico, la Dottrina sociale e alcuni movimenti civici – spiega Rosato – convinti come siamo che al centro c’è lo spazio per far nascere un progetto comune che dia voce a tutte queste realtà. Per questo avremo esponenti in lista alle Europee, che condividono questa impostazione, in tutti i collegi». 

Per quanto conosca l’associazionismo cattolico, per averlo frequentato in passato e recentemente solo osservato in lontananza, sinceramente non vedo questa ansiosa volontà di scendere in campo politico: capisco le perplessità più sociali che ideologiche verso il Partito democratico, voglio credere che le sirene meloniane non abbiano molto effetto, ma non vedo al momento niente di alternativo appetibile per questa presunta galassia cattolica.

L’unica prospettiva non viene certo da Renzi e Calenda e nemmeno dal lancio di “Base popolare”, un nuovo cantiere che si apre al centro, il luogo di tradizionale collocazione della visione politica cattolico-popolare, interclassista, che nasce storicamente per tenere unito il tessuto sociale di un Paese e non per lucrare sulle contrapposizioni. Il contenitore già c’è, aspetta solo di essere riempito da protagonisti mossi non dal loro “ego”, ma da una spinta verso il bene comune» (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello).

Senonché i partiti e i movimenti politici non si improvvisano hanno bisogno di fondarsi su radici storiche. Ecco perché l’unica prospettiva seria ed agibile per accogliere le istanze cattoliche progressiste (non di centro perché il centro è qualcosa di politicamente impalpabile, non moderate perché la moderazione non è un programma ma uno stile di comportamento, non ideologiche a meno che con questo termine si voglia fare riferimenti ai valori cristiani, non integraliste perché la migliore tradizione dei cattolici impegnati in politica, da De Gasperi a Moro, è sempre stata e non può che essere aperta al dialogo, al confronto e alla collaborazione) la vedo in una ardita e problematica revisione a caldo del PD, che dovrebbe rivitalizzare il partito alla luce e sulla base dei principi del popolarismo cattolico, ma che, al limite potrebbe portare ad una scissione, che certamente farebbe chiarezza, ma che, come tutte le scissioni rischierebbe di fare gioco a chi resta e non a chi esce.

Scrive l’ex senatore, nonché carissimo amico, Giorgio Pagliari in una lettera aperta a Elly Schlein, pubblicata dalla Gazzetta di Parma: «Il nodo della caratterizzazione politica va comunque sciolto per il bene del Pd, del sistema politico e del Paese: ciò che conta è non restare in mezzo al guado. La scelta, quale che sarà, porterà chiarezza tranne nel caso in cui si decida di non decidere. In tale eventualità, il futuro del Pd e del centro-sinistra si rivelerà effimero. Negli altri casi, quand’anche la scelta fosse – errando, secondo me – quella di superare di fatto il Pd con un ritorno al passato (= cioè trasformandolo in una riedizione di uno dei partiti fondatori), il sistema politico ne trarrebbe – comunque – vantaggio in termini di tenuta democratica e di una eventuale scomposizione che libererebbe energie politiche».

Nel frattempo su questo dibattito quasi surreale arriva la doccia fredda di Nando Pagnoncelli, l’ad di Ipsos, esperto sondaggista nonché membro del Comitato nazionale del cammino sinodale, il quale sostiene che «l’astensionismo crescente di questi ultimi anni investe pienamente anche i cattolici», e si dice scettico sul fatto che ci sia spazio per un nuovo “Ppe italiano” che volesse misurarsi alle prossime elezioni, dandone una spiegazione non confortante: «Anche i cattolici, con la crisi dei partiti, hanno preso a comportarsi come gli altri – sostiene -: non si cerca più chi lavori per il bene comune, ma ci si accontenta della proposta di un leader che prometta di migliorare la nostra condizione». Una concezione della politica che definisce «un po’ egoistica. Ed è a questo livello che bisogna lavorare, per cambiare le cose, sin dalle parrocchie» (dal quotidiano “Avvenire” – intervista a cura di Angelo Picariello).

In conclusione il discorso/percorso, pur interessante e sostanzioso, sarebbe tutto da inventare. Nel frattempo la politica italiana, e non solo italiana, sta letteralmente implodendo su se stessa.

Termino ritornando ai centrocampisti che rischiano di infoltire il centrocampo senza dare sbocchi ad azioni di attacco. In base ad una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, potrei esprimermi così: “Al céntorcampista  l’é vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

 

 

Israele masochisticamente allo sbando

Nei giorni scorsi stilando il lungo elenco di quanti dissentono dal comportamento di Israele nei confronti dei Palestinesi e che di conseguenza vengono trattati come nemici da Netanyahu ho dimenticato il Vaticano.

Israele si scaglia anche contro il Vaticano definendo “deplorevoli” le dichiarazioni del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Il porporato e ministro degli Esteri vaticano si era limitato a esprimere una “condanna netta e senza riserve di quanto avvenuto il 7 ottobre”, cioè l’attacco di Hamas, e “di ogni tipo di antisemitismo, lo ribadisco”, avanzando anche la “richiesta” che “il diritto alla difesa di Israele debba essere proporzionato”. Quindi aveva rimarcato: “Certamente con 30mila morti non lo è”.

Quanto è bastato per scatenare la furia dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede che ha stigmatizzato le frasi del cardinale giudicandole “deplorevoli” poiché “giudicare la legittimità di una guerra senza tenere conto di tutte le circostanze e dati rilevanti porta inevitabilmente a conclusioni errate”. Ad avviso dei diplomatici israeliani in Vaticano “la responsabilità della morte e della distruzione a Gaza” è di “Hamas e solo di Hamas”.

Gaza, aggiunge l’ambasciatore, “è stata trasformata da Hamas nella più grande base terroristica mai vista” e, continua, “non c’è quasi nessuna infrastruttura civile che non sia stata utilizzata da Hamas per i suoi piani criminali, inclusi ospedali, scuole, luoghi di culto e molti altri”. Un progetto, sostiene ancora l’ambasciatore presso la Santa Sede, che “è stato attivamente sostenuto dalla popolazione civile locale”. In sostanza, un’accusa diretta alla popolazione: “I civili di Gaza hanno anche partecipato attivamente all’invasione non provocata del 7 ottobre nel territorio israeliano, uccidendo, violentando e prendendo civili in ostaggio. Tutti questi atti sono definiti crimini di guerra”.

Le operazioni dell’esercito israeliano si svolgono – a sentire l’ambasciatore – invece “nel pieno rispetto del diritto internazionale”. (da “Il fatto quotidiano)

In sostanza Israele sostiene che esista un filo diretto e inscindibile tra Hamas e i Palestinesi e che quindi per difendersi da Hamas si debba per forza di cose sbattere contro gli abitanti della striscia di Gaza.

L’identificazione tra Hamas e il popolo della Striscia non ha sostegno alcuno nella realtà. È vero che alle legislative del 25 ottobre 2006 il gruppo armato ha ottenuto 74 seggi contro i 45 di Fatah. Ma è altrettanto vero che i miliziani hanno ottenuto il controllo dell’enclave non con il voto, bensì con un cruento colpo di Stato consumato nel 2007. Da allora non ci sono state altre elezioni per verificare il consenso degli abitanti di Gaza nei loro confronti. Anzi, fonti umanitarie sul posto parlano di una crescente disaffezione nei confronti del movimento estremista. Prima del 7 ottobre ci sarebbero state anche alcune proteste, nonostante il pugno di ferro. Lo stesso governo di Benjamin Netanyahu ha spesso sostenuto che il popolo di Gaza è ostaggio di Hamas. E gli ostaggi non scelgono di collaborare. Se lo fanno – e questo è da dimostrare – non possono essere definiti responsabili né in base al diritto penale né a quello internazionale. (dal quotidiano “Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Effettivamente la difesa d’ufficio israeliana puzza di posticcio lontano un miglio: nessuno è disposto ad accettarla e nemmeno a prenderla in seria considerazione, tanto è forzata e pretestuosa.

Finalmente si sono alzate anche autorevoli, credibilissime e coraggiose “Voci ebraiche per la pace” in una lettera appello pubblicata del Fatto quotidiano. Ne riporto di seguito un breve ma significativo passaggio.

“Ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli”.

Netanyahu è sempre più cinico e solo e Israele è irrazionalmente, eticamente, politicamente e masochisticamente allo sbando. È dolorosissimo dover ammettere che Hamas ha ottenuto quel che voleva. Probabilmente la situazione è ben fotografata dai firmatari del documento di cui sopra: “Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il Paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso”.

La sacerdotessa in bottega

Poltrone per gli amici: così Meloni ha piazzato parenti e fedelissimi. “Basta amichettismo”, aveva detto in tv la premier attaccando la sinistra. Ma tra le nomine fatte dal governo spuntano sessanta nomi con la tessera a destra. Nel salotto accogliente di Quarta Repubblica sull’altrettanto canale amico di Rete 4, Giorgia Meloni a favore di telecamere ha così detto (urlato per la precisione): «Ho dato inizio alla stagione del merito che pone fine a quella dell’amichettismo. È finito il mondo nel quale per le nomine pubbliche la tessera del Partito democratico fa punteggio. Ora conta il merito e le carte le do io». (dal quotidiano “la Repubblica” – Antonio Fraschilla)

Da bambino ho chiesto ripetutamente a mio padre di darmi alcuni ragguagli su cosa fosse stato il fascismo. Tra i tanti me ne diede uno molto semplice e colorito. Se c’era da scegliere una persona per ricoprire un importante incarico pubblico, prendevano anche il più analfabeta e tonto dei bottegai (con tutto il rispetto per la categoria), purché avesse in tasca la tessera del fascio e ubbidisse agli ordini del federale di turno. «N’ éra basta ch’al gaviss la tésra in sacòsa, po’ al podäva ésor ànca un stupidd, ansi s’ l’éra un stuppid, ancòrra méj…». A quel punto chiesi: «E tu papa, ce l’avevi quella tessera lì?». «Ah no po’!» mi rispose seccamente.

Nel medioevo i papi, o qualsiasi persona del clero, praticavano il nepotismo (da “nepos” nipote) e dicevano che i loro figli, proibiti se si era un uomo di chiesa, in realtà erano dei nipoti. Ad esempio, se un dirigente o politico assume o promuove un parente piuttosto che un estraneo alla famiglia più qualificato, quel dirigente (o politico) sarà accusato di nepotismo. Alcuni biologi hanno suggerito che la tendenza al nepotismo sarebbe istintiva, ereditaria, una forma, a loro dire, di selezione parentale. (da Vikipedia – L’enciclopedia libera)

Si tratta quindi di un male antico di cui non c’è da scandalizzarsi più di tanto, anche se questo costume è particolarmente presente nei regimi totalitari dove non c’è controllo e il potere è concentrato in poche mani.

Cosa infastidisce quindi dei comportamenti dell’attuale governo? Non tanto l’amichettismo in sé e per sé, ma il volerlo far passare per il buco della serratura della meritocrazia. Giorgia Meloni ha purtroppo (in primis per chi l’ha votata, ma anche per tutti gli altri tra i quali mi onoro di essere) tutti i peggiori difetti della politica italiana senza averne alcun pregio. É perfettamente inutile che voglia fare il fenomeno: ai difetti tradizionale della politica aggiunge lo stile della presunzione e dell’arroganza. Oltre tutto vuole negare l’evidenza.

Gli italiani lo vedono benissimo, ma al momento non hanno il coraggio di ammettere di essersi clamorosamente sbagliati e, se mai lo facessero, finirebbero per ingrossare le fila degli astensionisti, nascondendosi dietro un “così son e fan tutti”. “Putost che votär la Meloni è mej stär a ca o votär scheda bianca”. Sono perfettamente d’accordo! Però bisognerebbe stare un pochino più attenti prima (stando magari a casa, quello che faccio io da un po’ di tempo a questa parte), anziché buttare la sacerdotessa nella merda dopo.

 

Le convergenze dei razzismi paralleli

In questi giorni di convulse e disperate trattative per uscire, almeno temporaneamente, dal tunnel del conflitto tra Hamas e Israele, davanti alla inaccettabile intransigenza del premier Netanyahu, alla sua dichiarata volontà di andare fino in fondo in una operazione di pulizia che ormai assomiglia sempre più ad un crimine di guerra, mi sono chiesto come sia possibile che un governante metta in scacco il mondo intero tenendolo fuori dalla porta del suo ufficio, facendogli fare anticamera, rifiutando ogni e qualsiasi proposta di mediazione.

Come è possibile che Netanyahu prenda letteralmente per i fondelli Joe Biden e il suo segretario di Stato Blinken, rifiutando ogni ragionevole accordo che cerchi di salvare capre e cavoli? Come è possibile che Netanyahu irrida all’Onu e arrivi persino a vietare l’ingresso alla sua relatrice speciale per le violazioni dei diritti umani commessi nei Territori palestinesi occupati? Come è possibile che Netanyahu non prenda minimamente in considerazione i pur deboli inviti europei alla ragionevolezza? Come è possibile che Netanyahu dribbli in scioltezza, come birilli faziosi e strumentali, le indagini prospettate dalla Corte penale internazionale su eventuali crimini di guerra da parte israeliana?

Come è possibile che Netanyahu possa fregarsene altamente della pur dura opposizione politica e popolare interna ad Israele? Come è possibile che Netanyahu non ascolti le angoscianti lamentele dei famigliari degli ostaggi detenuti da Hamas? Come è possibile che Netanyahu non comprenda di buttare indirettamente fango sulla Shoah, avvalorando la terribile tesi dei torturati che diventano torturatori, finendo col dare fiato al risorgente e comunque ingiustificabile antisemitismo?

Lo fa per una disperata difesa della sua debole e compromessa posizione, trascinando così lo Stato di Israele in una deriva bellica mondiale ed infinita senza vie d’uscita, innescando una tensione con l’intero mondo arabo e portando tutti ad una disastrosa crisi globale? Lo fa in base alla consapevolezza di avere in mano formidabili armi di ricatto verso gli Usa e l’Occidente intero? Lo fa sicuro della propria forza economica e militare? Lo fa perché si sente al coperto garantito dai capi religiosi ebrei che lo appoggiano in una politica che di rispetto religioso non ha proprio nulla? Lo fa perché conta sull’omertoso silenzio di troppi soggetti che non se la sentono di condannare Israele in quanto storica vittima che finalmente ha il coraggio di alzare la testa? Lo fa perché ritiene che le atrocità del terrorismo di Hamas possano giustificare terribili ritorsioni e vendette la cui misura sia lasciata alle decisioni dell’aggredito?

Le sto pensando e valutando tutte. Non riesco a trovare spiegazioni plausibili e motivazioni accettabili. Conversando al riguardo con un carissimo amico, è uscita una risposta così profonda e così globale da mettere i brividi: la decadenza etica a livello personale, nazionale, internazionale, è tale da giustificare tutto e tutti in un crescendo rossiniano verso la catastrofe mondiale. In questo folle contesto aggressori ed aggrediti si rubano la parte; i terrorismi diventano movimenti da mettere in corrispondenza biunivoca; le diplomazie diventano inaccettabili interferenze; gli amici dei miei amici diventano miei nemici; le religioni fanno da supporto alla violenza (mal)intesa come difesa dei propri diritti; la guerra è bella perché è varia; l’antisemitismo e l’antisionismo sono variabili indipendenti e diventano alibi da strumentalizzare e non dottrine da rifiutare ed eliminare.

C’è un po’ di verità in questa catastrofica analisi, che non ci esime dal fare ogni sforzo per ripartire dalla difesa dei deboli e degli inermi, mettendo in secondo piano gli ormai impossibili equilibri internazionali basati sul peso delle forze contrapposte. Gli equilibri sono da ricercare paradossalmente tra le debolezze e le fragilità.

Cosa voglio dire? Che non ci sto a considerare la morte dei bambini palestinesi come contrappasso rispetto alle violenze di Hamas, così come non posso accettare che l’attacco terroristico ad Israele sia il contrappasso rispetto ai soprusi patiti storicamente dai palestinesi.  O usciamo da questi perfidi schemi o siamo tutti spacciati e irretiti nella logica di un olocausto coordinato e continuativo.