Guerra e guerra

L’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, nel quale sono state uccise più di 1.100 persone in territorio israeliano, “è stata una rappresaglia per l’uccisione nel gennaio del 2020 del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo della Brigata Qods degli stessi Pasdaran”. Lo ha detto Ramadan Sharif, portavoce dei guardiani della rivoluzione iraniana (Pasdaran), secondo quanto riportano media che citano l’agenzia di notizie iraniana Mehr. Soleimani, a lungo l’architetto della strategia militare iraniana nella regione, era stato ucciso quattro anni fa nell’aeroporto di Baghdad in Iraq da un drone militare statunitense.

Sharif ha detto ancora che Teheran “risponderà” dopo che lunedì è stato ucciso in Siria un comandante dei guardiani della rivoluzione. “Queste vendette continueranno in luoghi e momenti diversi”, ha proseguito.

Hamas è però intervenuta per smentire l’affermazione dei pasdaran iraniani. “Neghiamo – si legge in comunicato citato dai media – quando riferito riguardo l’operazione e i suoi motivi. Abbiamo sottolineato più volte i motivi, il principale dei quali la principale è stata la minaccia alla moschea di al-Aqsa (Spianata delle Moschee, ndr). Ogni risposta della resistenza palestinese è una reazione all’occupazione e all’aggressione al popolo palestinese e ai luoghi santi”.

Ieri In un intervento alla Commissione parlamentare per la sicurezza e la difesa, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant aveva detto che Israele è attaccato su sette fronti, e che su sei di essi ha già reagito. “Siamo stati attaccati – ha rilevato – da Gaza, Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Yemen ed Iran”. “Abbiamo reagito ed operato contro sei di quei fronti”, ha aggiunto, senza tuttavia menzionare quali di essi fosse il settimo, per alcuni alludendo proprio a Teheran. “Voglio dirlo in maniera esplicita: chiunque opera contro di noi rappresenta un obiettivo potenziale. Non c’è immunità per alcuno”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Quando si dice “come (non) cambia il mondo… Un tempo si facevano i salti mortali dell’ipocrisia per addossare al nemico la colpa dell’inizio delle guerre, oggi ci si accapiglia per aggiudicarsi il “merito” di averle scatenate.

Evidentemente la guerra ce l’abbiamo nel sangue! Proprio oggi la Chiesa cattolica celebra liturgicamente i Santi Innocenti, la schiera degli innocenti inaugurata dalla brutalità di Erode. La storia è piena di personaggi in stile erodiano e di vittime della violenza in stile realpolitik. Davanti al sangue innocente ci meravigliamo. Di cosa? Siamo tutti più o meno colpevoli, non facciamo finta di essere buoni. Abbiamo almeno il coraggio di ammettere il disastro che stiamo combinando.

Non voglio però insistere in questa sede su riflessioni di carattere etico-religioso, ma intendo farmi una domanda a livello di politica internazionale: possibile che tutti assistano, più o meno imbarazzati, a questo gioco al massacro non solo e non tanto giustificato da contese territoriali, ma addirittura rivendicato come modo per equilibrare un disordine accettato come connaturale ai rapporti fra i popoli?

L’Iran vuole fare la parte del leone, Hamas ostenta la parte della tigre, Israele punta ad essere comunque il re della foresta bellica. Non voglio guardare alle cosiddette grandi potenze a cui forse giova questo clima di coesistenza bellicista. Resto in Italia. Possibile che nessuno azzardi un serio ragionamento di pace al di là delle schematiche e superficiali partigianerie? Possibile che non si possa essere che filo-israeliani e filo-ucraini a prescindere? Possibile che la politica internazionale venga ridotta a becero tifo da stadio?

Il poeta Andrea Chénier, nell’omonima opera di Umberto Giordano, ambientata ai tempi della rivoluzione francese, di fronte al lusso sfrenato e provocante di una festa in casa di una nobile famiglia, dopo aver subito le risate di scherno delle vacue ed eleganti giovani nobildonne, improvvisa un canto all’amore difendendo i suoi ideali contro i costumi corrotti dell’epoca. Rivolgendosi alla contessina Maddalena dice: «In cotanta miseria…sol l’occhio vostro esprime umanamente qui un guardo di pietà, ond’io guardato ho a voi si come a un angelo. E dissi: ecco la bellezza della vita».

Oggi un eventuale Andrea Chénier in versione pacifista si dovrebbe rivolgere a papa Francesco: troppo poco? No, umanamente è tutto! Politicamente parlando, nel nostro piccolo Paese non resta che guardare a Sergio Mattarella e al suo prossimo discorso di fine anno (mentre tutti aspettano la conferenza stampa di Giorgia Meloni). Saprà il nostro capo dello Stato esprimere un guardo di pietà e dimostrare che la politica, nonostante tutto, può ancora fare qualcosa di buono in favore della pace? Sarà una voce che grida nel deserto? Può darsi: ricordiamoci però che serve gridare come fece il doge Simone Boccanegra nell’opera verdiana: “E vo gridando pace! E vo gridando: amor! “, riecheggiando lo storico accorato appello del poeta Francesco Petrarca.

Se la politica andasse a prestito dall’arte potrebbe trovare qualche interessante spunto. Non si dice forse che la politica è un’arte? Sì, l’arte della pace e non il mestiere della guerra!

 

 

Giorgiani o Giorgetti

«Il ministro dell’Economia e delle finanze avrebbe interesse che il Mes fosse approvato per motivazioni di tipo economico-finanziario. Ma per come si è sviluppato il dibattito negli ultimi giorni mi è sembrato evidente che non fosse aria per un’approvazione, per motivazioni non soltanto economiche». Lo ha detto il ministro dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti rispondendo ai giornalisti fuori da Palazzo Madama dopo l’approvazione in Senato della legge di bilancio.

Dichiarazione sibillina che mi lascia molto perplesso e mi induce ad ulteriori riflessioni sull’argomento che avevo “momentaneamente” ed ironicamente accantonato.

Non intendo assolutamente sparare sul pianista, anche perché ritengo Giorgetti una persona seria che ragiona con la sua testa (non è poco in questo periodo di sfrenato opportunismo), un politico equilibrato (non è poco in una fase in cui si assiste alla corsa a chi la spara più grossa), un ministro abbastanza competente (non è poco in un momento storico che si caratterizza per ignoranza, dilettantismo e inadeguatezza di chi governa), un componente del governo che sa stare al suo posto (non è poco in mezzo a gente che dimostra di non avere alcun rispetto per le  istituzioni a livello europeo e nazionale), un leghista sui generis (non è poco in quanto riesce a resistere con una certa eleganza e nonchalance alle tentazioni barricadere salviniane).

Lo vedo imbarazzato quando presenzia alle sedute parlamentari dai banche del governo: non è a casa sua e ostenta sorrisetti a metà strada fra il senso di superiorità (ci vuol poco vista la compagnia in cui è inserito) e un rassicurante messaggio agli italiani (del tipo “non fatevi impressionare dalle parole di chi non sa e non conta un cazzo”). In conclusione mi è simpatico e nutro nei suoi confronti una certa umana tenerezza più che una certa stima politica. Non so fino a quando potrà resistere…

Ritorno però alle sue criptiche dichiarazioni. Da qualsiasi parte si prendano, dovrebbero portare alle sue dimissioni o almeno costituire un preludio in tal senso. Cosa vuol dire infatti che il ministro dell’Economia e delle finanze avrebbe interesse che il Mes fosse approvato per motivazioni di tipo economico-finanziario? Presumo che non si tratti di interesse personale, ma di interesse nazionale. E allora?

Cosa vuol dire che per come si è sviluppato il dibattito negli ultimi giorni mi è sembrato evidente che non fosse aria per un’approvazione, per motivazioni non soltanto economiche? Penso che la politica stia andando oltre la realtà dei fatti per stravolgerla ad uso e consumo propagandistico. E allora?

Cosa vuol dire con la seguente affermazione: «Fino a quando la maggioranza sosterrà la mia impostazione su progetti seri, credibili e sostenibili non vedo perché lasciare. Come ho già detto, l’opposizione ha tutto il diritto di dare suggerimenti, anche graditi, poi però decido io»? È un avvertimento? A chi? Al governo? Alla Lega? A chi pensa di legargli le mani?

Se devo essere sincero, i progetti seri, credibili e sostenibili non li vedo affatto e quindi su di essi il buon Giorgetti non può fare affidamento alcuno. La questione è e rimane tutta politica. A Giorgetti sta stretta la Lega e sta stretto questo governo. Lo posso capire, ma cerchi di non tergiversare. Più aspetta e più gli sarà difficile continuare questa esperienza o uscirne dignitosamente. A meno che non aspetti il ritorno di Mario Draghi…

 

La diplomazia vaticana e la demagogia evangelica

Anche nel giorno di Natale, il Pontefice ha tenuto a ribadire che «per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi. Perché – ha spiegato -, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?». La gente invece, ha detto il Papa, «non vuole armi, ma pane». La gente «che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva – ha chiesto Francesco -, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre». L’auspicio del Pontefice è invece che si avvicini il giorno profetizzato da Isaia, in cui gli uomini «non impareranno più l’arte della guerra», ma «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci». (dal quotidiano “Avvenire”)

Se l’appello natalizio papale in favore della pace poteva suonare come stucchevolmente retorico o, per meglio dire, come evangelicamente scontato, il forte richiamo al “disarmo” totale ed incondizionato lo ha reso incisivo e oltre modo “inappellabile”. Sì, un appello inappellabile!

Non è la prima volta che papa Francesco batte su questo tasto, che rende credibile la sua adesione al Vangelo. Il suo è un ragionamento semplice e di immediata comprensione: se si continua a fabbricare armi, prima o poi qualcuno le dovrà pure usare, altrimenti ci sarebbe una paradossale contraddizione sistemica.

Mi ha particolarmente colpito l’invito a rendere edotta la gente degli interessi e dei guadagni che muovono i fili delle guerre. Non è un caso che purtroppo la storia abbia visto la Chiesa benedire addirittura le armi. La recente squallida presa di posizione del patriarca ortodosso Kirill in favore della guerra giusta russa contro la Crimea, interpretata come guerra contro le devianze capitalistiche rispetto ai principi cristiani, va proprio in questa demoniaca direzione. Sarebbe come se alla nascita di Gesù Erode avesse scatenato una guerra contro i Romani, illuminato dalla stella dei Magi.

Posso esagerare e pretendere troppo da papa Francesco? Avrebbe a mio avviso dovuto rifiutare di affacciarsi al balcone di San Pietro davanti ai militari che gli rendevano l’onore delle armi e forse, ancor di più, dovrebbe sciogliere la guardia svizzera o trasformarla, per non creare disoccupazione, in un drappello di operatori della carità.

Pensiamo alle compromissioni vaticane col regime fascista, pensiamo alle titubanze pacelliane verso il regime nazista e l’olocausto degli ebrei, pensiamo a tutte le volte che la Chiesa si è schierata col potere facendo finta di non vedere le armi che lo insanguinano. Non so cosa dica papa Francesco quando incontra i potenti della terra. Spero che abbia il coraggio di scoprire i loro “altaroni” assieme agli altarini della Chiesa.

Non vale la giustificazione di evitare guai maggiori soprattutto ai cattolici oggetto di eventuali rappresaglie da parte dei governanti messi alla gogna e non conta persino il timore di compromettere l’esito degli sforzi diplomatici. Il fatto che immediatamente dopo la celebrazione del Natale si faccia memoria del martire Stefano la dovrebbe dire molto lunga: Stefano non ha taciuto per evitare che la Chiesa fosse minacciata e maltrattata nei suoi componenti…e non si è messo a trattare coi suoi aguzzini (vedi caso si trattava di capi religiosi in combutta col potere).

Ben vengano quindi le coraggiose denunce di papa Francesco contro i costruttori e i fabbricanti di armi, contro i poteri che usano le armi, contro i media che tacciono sulle sporche motivazioni delle realtà belliche. Visto che Francesco ha il coraggio di fare sessanta, perché non fare sessantuno lavandosi ancor più in bocca e soprattutto togliendo di mezzo ogni e qualsiasi aggancio residuale con la logica delle armi? Mi permetto di insistere: dopo un appello così forte per la pace non ci stava la pur piccola e penosa menata militaresca in piazza San Pietro. Così come forse, dopo aver parlato di povertà della nascita del Redentore, non ci sta la pompa magna liturgica natalizia.

 

 

Il MES (per il momento) è finito, andate in pace

Un voto rapido, dopo mesi di attesa e rinvii, in cui sembrava che la maggioranza di governo volesse trovare un modo per ratificare il trattato di modifica del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. La maggioranza, con 184 voti blocca la ratifica per almeno sei mesi, con il voto nettamente contrario di Fratelli d’Italia e Lega e l’astensione di Forza Italia e Noi Moderati. A favore solo Pd e Italia Viva e Azione, visto che Alleanza verdi e sinistra si è astenuta, mentre il Movimento Cinque stelle vota contro. In mattinata tutto è accaduto abbastanza rapidamente.

Nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni aveva spiegato che la ratifica del Mes non veniva più esclusa a priori, ma tenuta in standby come arma di pressione per ottenere migliori accordi su altri tavoli europei, ovvero per «trattare tutte le nuove regole» in modo armonico, in particolare parallelamente al Patto di Stabilità. Ora, dopo l’approvazione ieri sera all’Ecofin del nuovo quadro di regole per la governance economica europea, l’esecutivo Meloni mette un punto. E non rinvia più.

Il più soddisfatto della ritrovata compattezza tra Fratelli d’Italia e Lega sul Mes e la sua bocciatura è probabilmente Matteo Salvini che infatti dichiara a stretto giro: «Sul Mes la Lega non ha mai cambiato idea in vent’anni, è uno strumento inutile se non dannoso che porterebbe un lavoratore italiano a dover mettere dei soldi per salvare una banca tedesca. Non penso sia utile e siccome il Parlamento è sovrano, il Parlamento vota in base all’interesse nazionale italiano: i tedeschi fanno gli interessi tedeschi, noi quelli degli italiani. La posizione della Lega è sempre stata e continua a essere chiara». (da open.online)

A prescindere dal merito tecnico di questo strumento mi sembra che l’Italia ne esca politicamente molto male. Innanzitutto sembrava che fino ad ora la questione fosse stata tenuta in sospeso per farne una sorta di contropartita con i partner europei a livello di trattativa sul patto di stabilità e forse anche sui migranti. Fatto sta che, il giorno dopo il raggiungimento degli accordi sui vincoli di bilancio e sul trattamento degli immigrati, la maggioranza di governo su input del governo stesso, mette da parte il Mes e non ratifica il relativo trattato.

I casi sono due: o si tratta della solita inaffidabilità del nostro Paese, che promette e non mantiene; oppure gli accordi ottenuti in sede Ue non sono affatto soddisfacenti e quindi liberi tutti di fare le proprie scelte sul Mes. Alla base di queste misere vicissitudini c’è una concezione a dir poco minimalista dell’Ue, che viene subordinata non solo agli interessi meramente nazionali, ma ai calcoli politici di partito e di governo. Con questa impostazione l’Europa farà poca strada e continuerà a non conterà nulla sullo scacchiere internazionale. Quale credibilità esterna può avere infatti un insieme di Stati, che non riesce al proprio interno a trovare un minimo di coesistenza solidale?

Anche l’opposizione italiana dovrebbe darsi una regolata: il pur sacrosanto anti-melonismo non è il collante sufficiente a creare un’alternativa di governo ad una destra pericolosa e sostanzialmente anti-costituzionale. Bisogna trovare una strategia comune sui grandi temi a partire proprio da quelli internazionali. Che il PD e il M5S abbiano votato in contrasto fra di loro sul Mes non è un segnale positivo. Non basta far finta di andare d’accordo, bisogna cercare di trovare seri accordi politici e programmatici. Diversamente, a destra si continuerà a catturare voti fatti di opportunismo e di menefreghismo, mentre l’elettorato potenzialmente di sinistra preferirà astenersi dal voto. E l’Italia andrà a ramengo.

 

 

 

 

La pietà a corrente alternata

Il giorno di Natale si presta ad una provocazione in stile mariano: Dio ha riservato un’attenzione speciale a Maria e con essa a tutte le donne. Niente a che vedere con la nostra attenzione altalenante fra l’indifferenza di base e l’isteria di qualche momento.

In questo periodo è scoppiata la pietà. Forse si tratta di bugie pietose che fanno le piaghe sociali puzzolenti: un bailamme di lacrime coccodrillesche, di grilloparlantesche proposte risolutive, di buonismi improvvisati, di scienziati logorroici e di politici dalla coda di paglia. Aspettarsi qualcosa di positivo da una simile confusione è piuttosto ingenuo e problematico. Mi riferisco al clima conseguente all’ennesimo femminicidio messo sotto la lente di ingrandimento più dal cinismo mediatico che dall’indignazione popolare. Ne volete una prova?

Dopo il processo, se colpevole e condannata, la madre deve finire in carcere; ma l’esecuzione è rinviata obbligatoriamente se la donna è incinta o mamma di un bimbo di età inferiore a un anno (art. 146 cod. penale).

Ora la novità annunciata sarebbe che il rinvio dell’esecuzione non sarebbe più obbligatorio, ma facoltativo; vale a dire che una donna incinta o con in braccio il bimbo di pochi mesi se lo potrebbe trovar chiuso in galera con sé (in custodia attenuata ma sempre galera), se così dicesse il giudice di sorveglianza.

Leggo quello che hanno scritto gli psicologi, i pediatri, gli scienziati della prima infanzia, su ciò che si deposita nel profondo dell’essere nei giorni d’aurora della vita, nel bene e nel male, e rabbrividisco. Sì, ci sono alcune carceri “a custodia attenuata”; ci sono a volte delle sezioni interne ai bracci femminili che fungono da “nido”. Ma le cronache ci avvertono che non è scongiurata la disperazione, se una madre nel nido a Rebibbia – era il 2018, ricordate? – gettò i suoi due figli dalle scale a morire piuttosto che vivere reclusi tra i reclusi. E chissà se sappiamo qualcosa dei disturbi che accompagnano le disperazioni estreme; perché per chi ha un figlio non c’è maggior dolore che il dolore del figlio. I torturatori lo sanno bene.

Che una sorta di tortura legale dovesse cessare, anziché essere così rilanciata, l’avevano promessa tutti i ministri della Giustizia. Ricordo quando Clemente Mastella (2007) venne al convegno “Perché nessun bambino varchi più la soglia del carcere”; quando Angelino Alfano (2009) dichiarò che «un bambino non può stare in cella»; quando Paola Severino (2013) disse che «in un Paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita che non ne faccia dei reclusi senza esserlo»; quando Annamaria Cancellieri (2014) garantì: «Stiamo lavorando perché vogliamo far sì che non ci siano mai più bambini in carcere»; quando Andrea Orlando promise che «entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità».

Oggi apprendiamo che questa vergogna contro il senso di umanità sarà inasprita per la nostra sicurezza. Sicuri, ma sì, sicuri della vergogna. (dal quotidiano “Avvenire” – Giuseppe Anzani)

La suddetta cinica novità legislativa è passata sotto silenzio nel frastuono politico e culturale di questi strani tempi. Quanto doppiopesismo nelle nostre discussioni pseudo-sociali! Un caso eclatante di violenza dovrebbe indignare e accendere i riflettori su tutto il clima di violenza che pervade la nostra società: purtroppo tutto si tiene e niente è lasciato al caso. Invece su certi tragici episodi scateniamo l’inferno, dimenticando che l’inferno è a portata di mano, è in agguato nella porta accanto e anche più che mai nei posti “maledetti” come le carceri.

Se non abbiamo il coraggio di aprire lo sguardo, rimaniamo vittime di una sorta di strabismo pietistico. Giulia Cecchettin è vittima di una società che semina vittime sulle proprie strade e di cui siamo tutti osservatori troppo spesso distratti, indifferenti e disimpegnati.

Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda.

Dobbiamo ripartire daccapo mettendo il rispetto per la persona prima di tutto e interrogandoci su quanto singolarmente possiamo fare, a livello di denuncia, ma anche e soprattutto a livello di impegno concreto. Qualcuno penserà che i casi drammatici non sono tutti uguali. É vero, ma è altrettanto vero che tutti hanno diritto di essere attenzionati e considerati.

Di mia madre non sono riuscito a capire come facesse ad interessarsi ai problemi di tutti e ad intervenire in soccorso di tutti quanti erano alla sua potenziale portata. Ho trovato una risposta poetica: aveva un cuore grande, fatto a cellette come un alveare, un posticino preciso e deciso per ognuno, senza interferenze, senza assurde graduatorie, con il massimo dell’attenzione possibile per tutti.

Si tratta di una lezione valida: se non allarghiamo il cuore e non lo strutturiamo a cellette, non ci saltiamo fuori. Possiamo anche piangere, disperarci, protestare, gridare, inveire, ma la situazione non cambierà. Il discorso vale sul piano personale, ma anche dal punto di vista sociale.

 

 

 

Natale in breve

Il fatto del giorno è il Natale. Cosa significa per le tre categorie di persone schematicamente  delineate da padre Raniero Cantalamessa, vale a dire per credenti, non credenti, agnostici? La risposta per le prime due categorie dovrebbe essere chiara. Per gli agnostici invece “può prendere due forme: primo, sono uno che non sa se Dio esiste, ma è in ricerca della verità e di Dio; secondo, sono uno che non sa se Dio esiste e a cui non interessa saperlo. Quest’ultima è la posizione più pericolosa di tutte. Ricordo la scena del film ‘La terra’ di Aleksandr Dovženko sull’inizio della rivoluzione bolscevica in Ucraina. La folla marcia contro la chiesa del villaggio gridando: «Dio non c’è!», ma una vecchietta, in disparte, ripete tra sé perplessa: «Va bene, Dio non c’è. Ma se poi c’è?».

Mio padre, era sulla linea di quella vecchietta e, quando qualcuno definiva assurda ed illusoria la risposta della religione cattolica ai misteri della vita, della morte e dell’aldilà, era solito rispondere: «Alóra catni vùnna ti, ch’ a tsi un zvaltón !!!».

Dal momento che gli auguri, mai come quest’anno, mi sembrano inadeguati, da credente quale sono, vorrei sottrarmi alla “fuffa natalizia” e, in occasione del Natale, esprimere laicamente – quasi vestendo i panni dell’agnostico in cerca della verità – solo qualche auspicio: invitare i giovani a leggere la storia con la mente e col cuore in modo da trarne indicazioni per il presente e per il futuro; metterci dalla parte delle donne per alleviare e prevenire effettivamente ed organicamente tutte le loro sofferenze; suggerire ai politici di destra di fare la destra e a quelli di sinistra di fare la sinistra per poter capire dove stiamo andando e dove si potrebbe andare; chiedere ai capi delle nazioni di smetterla con le fandonie della guerra e di provare a proporci qualche verità di pace; pretendere dalla politica italiana di stare in subordine rispetto alle Istituzioni e a quanto afferma la Carta Costituzionale; ricordare agli operatori mediatici il loro dovere di presentare la realtà cessando di mistificarla.

Alla fine mi accorgo che, alla faccia della laicità e in umile risposta agli agnostici, c’è già tutto nel Vangelo e allora…

Santo Natale!

 

Il sesso degli angeli e quello degli angoli

Quindi, se l’obiettivo è quello di “integrare tutti”, di aiutare ciascuno «a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale», è evidente che – come si legge nel nuovo documento – vanno accolti tutti coloro che adorano «il Signore con tanti gesti di profonda fiducia nella sua misericordia e che con questo atteggiamento viene costantemente a chiedere alla madre Chiesa una benedizione». (dal quotidiano “Avvenire”)

È una citazione-commento della recente “Fiducia supplicans”, dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, approvata dal Papa, in base alla quale è possibile benedire coppie formate da persone dello stesso sesso, ma al di fuori di qualsiasi ritualizzazione sacramentale.

Cedo la parola al cardinale Carlo Maria Martini e a quanto da lui detto nell’intervista-testamento spirituale.

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Tre strumenti contro la stanchezza della Chiesa:

  • Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento.
  • Il secondo è la Parola di Dio: è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti. Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo.
  • Il terzo strumento sono i Sacramenti. Non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita… Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate… hanno bisogno di una protezione speciale.

Una donna abbandonata dal marito trova un compagno che si occupa di lei e dei tre figli. Il secondo amore riesce. Questa famiglia non deve essere discriminata. L’amore è grazia, l’amore è dono. La domanda se i divorziati possono fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?».

In particolare riguardo alle coppie omosessuali il cardinale Carlo Maria Martini disse quanto segue.

«Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

Con il succitato pronunciamento vaticano è stato fatto un piccolo passo avanti. Molto piccolo, meglio di niente. La Chiesa resta comunque indietro, non tanto rispetto alla modernità dei costumi, ma riguardo all’applicazione della Parola di Dio, del Vangelo soprattutto.

Un tempo si disquisiva sul sesso degli angeli. Le origini sono incerte, ma si pensa che risalga al periodo bizantino, quando i teologi bizantini erano soliti dibattere tra di loro sul sesso degli angeli, anche quando i Turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli, nel 1453, ponendo fine all’impero Romano d’Oriente. Oggi si disquisisce sul sesso degli umani e non ci si accorge che la religione sta per espugnare la fede, la legge si sostituisce alla grazia, le regole vengono prima del Vangelo.

Resta infatti molto indigesto l’atteggiamento sussiegoso con cui vengono trattate certe persone, quasi fossero soggetti da commiserare, bisognosi solo di perdono. Questa non è carità cristiana! Permane il senso dogmatico con cui vengono affrontate le situazioni esistenziali, che non possono essere né catalogate, né schematizzate, né burocratizzate. Come sosteneva don Andrea Gallo, “ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa”, che va coniugata con la coscienza individuale e con il dettato evangelico. Resta purtroppo molto cammino da fare, anche a livello sacramentale!

 

 

 

 

Il governo fregoliano

Mentre in sede Ue sono stati raggiunti due stracci di accordo a livello migratorio e finanziario con tanto di pedante trionfalismo meloniano, sull’altra sponda dell’Atlantico si profilano i fantasmi di un ritorno trumpiano con tanto di tacita, ma silenziosamente imbarazzata, simpatia meloniana. È buffo leggere la politica estera con la chiave interpretativa dell’attuale governo italiano.

Da una parte la soddisfazione per l’incedere dell’europeismo caracollante, dall’altra la malcelata alleanza con le forze politiche e gli Stati sovranisti; da una parte l’ostentato ed opportunistico bidenismo dall’altra la subdola attenzione ai populisti sparsi in tutto il mondo tra i quali si aggira il fantasma di Trump.

Una leadership che andasse all’appeasement con Putin, riducesse il dispiegamento militare oltre oceano, aumentasse la competizione economica con la Ue, soffiasse sul fuoco dei sovranismi sostenendo le forze euroscettiche costituirebbe ben più che un problema per Bruxelles e per molti dei 27 Stati membri. L’America come competitor, se non come addirittura avversario in alcuni ambiti specifici, sarebbe una sfida di portata non facilmente quantificabile e di gestione estremamente complessa. C’è un po’ di tempo per prepararsi, ma certamente troppo poco, considerata la cesura delle elezioni europee del prossimo giugno. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

C’è veramente di che essere preoccupati per il futuro presidenziale americano: se è vero che la presidenza di Biden ha clamorosamente deluso le aspettative di un nuovo corso nella politica internazionale, lo spettro trumpiano complica maledettamente il già fin troppo complicato scenario mondiale.

Ai tempi della Brexit, la propensione scozzese, seppure almeno in parte strumentale rispetto alle loro mire indipendentiste, verso l’Unione europea, è sfociata in rabbia ed ha trovato, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come ha riferito Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi, hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro pig, porco. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere…

Si profila una situazione analoga in vista delle prossime elezioni presidenziali americane che non mancheranno di influenzare quelle per la nomina del Parlamento europeo. Saprà l’Europa avere un sussulto di dignità, di autonomia e di compattezza o si lascerà andare in balia delle onde americane, che potrebbero assumere il carattere di un vero e proprio tsunami trumpiano? Saprà il governo italiano tenere un atteggiamento serio e coerente verso l’Europa e verso la Nato o andrà alla piatta sequela degli Usa a prescindere da chi li governa?

Ha impiegato poco tempo Giorgia Meloni a diventare una bideniana sfegatata, ne impiegherà, se tanto mi dà tanto, ancor meno a ridiventare una trumpiana. Ha impiegato poco tempo a convertirsi ad una Ue inconcludente e sfilacciata, ne impiegherà, se tanto mi dà tanto, ancor meno a tornare euroscettica. L’incoerenza è il suo mestiere!

Quando una persona qualsiasi lascia intendere mire conflittuali molto forti per poi abbandonarle alla prima occasione difficile, viene immediatamente bollata con un’espressione colorita e significativa: “masa sètt e strupia quatòrdoz”. Non ho dubbi che stia succedendo così con l’attuale governo presieduto da Giorgia Meloni: “masa i povrètt e strupia i nemigh”. La costante è l’avversione ai poveri, quanto ai nemici dipende dalle arie che tirano.

 

I morti nella stiva sovranista

Morire di fatica e di caldo, morire di lavoro, morire di sfruttamento. Così il 21 luglio scorso è morto Naceur Messaoudi, 57 anni, bracciante agricolo tunisino. Per questa morte sono ora finiti agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, due imprenditori di Palma Campania, padre e figlio, che avevano preso in affitto dei terreni a Montalto di Castro dove coltivavano angurie, facendo lavorare in nero sei braccianti tunisini, tre anche senza permesso di soggiorno. Naceur, sposato e con due figlie, era in Italia dagli anni ‘90, ed era invece regolare, però aveva dovuto accettare il lavoro sfruttato, fino a dodici ore al giorno a caricare angurie pesanti fino a 30 chili. Centinaia di angurie, lavoro a cottimo, vietato. Ma così riusciva a mandare a casa 400 euro ogni mese. Però costretto a lavorare con temperature fino a 40 gradi e una fortissima umidità, e senza pausa per il pranzo. Una condizione che è stata fatale per il tunisino che soffriva di pressione alta. Ma sicuramente i datori di lavoro non avevano fatto i controlli sanitari obbligatori. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non fa notizia! Un tempo si diceva che un cane che morde un uomo non faceva notizia mentre la faceva un uomo che morde un cane. Ebbene, fa molto scalpore un immigrato che delinque (andasse a delinquere a casa sua!), passa (quasi) sotto silenzio la delinquenza ai danni di un immigrato.

Vorrei sentire cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi, probabilmente dirà che se la è cercata e che, se restava a casa sua a far morire di fame i suoi figli, non gli sarebbe successo niente.

E la premier Meloni convocherà in fretta e furia un Atreju bis per sparare invettive contro gli sfruttatori del lavoro degli immigrati fino al punto di lasciarli o farli morire di fatica?

E il vice-premier, nonché ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini probabilmente scaricherà la colpa sulla Ue che non è capace di affrontare il problema dell’immigrazione e di ripartire equamente i cadaveri fra i membri della comunità europea; aggiungerà poi che, essendo un soggetto sprovvisto di permesso di soggiorno avrebbe dovuto essere rimpatriato e così avrebbe avuto salva la vita (sarebbe morto di fame in Tunisia e non di fatica in Italia).

E chi è contrario al salario minimo difenderà la propria tesi, nonostante gli eclatanti episodi di sfruttamento della mano d’opera, sostenendo che il problema non sta nel salario equo ma nel lavoro regolare che manca (un modo come un altro di spedire la palla in tribuna…).

E pensare che questo episodio, a mio avviso, è solo la punta dell’iceberg: c’è una buona fetta di economia che vive sulle spalle degli immigrati. Dovremmo vergognarci e invece osiamo fare la voce grossa con questi poveri disgraziati.

La morte di Naceur Messaoudi, 57 anni, bracciante agricolo tunisino, dovrebbe sconvolgere i nostri cenoni natalizi, dovrebbe interrogare le nostre coscienze e provocare tutti i sovranisti di merda, che vanno per la maggiore in Italia, in Europa e nel mondo. Mi fermo qui anche perché so di essere un impenitente buonista. Meglio buonista che sovranista!

 

 

La politica bovina e la beneficenza asinina

Gli influencer non sono quelli che fanno soldi a palate mettendo vestiti o borse o promuovendo carissimi panettoni facendo credere che si farà beneficenza, ma il cui prezzo servirà solo a pagare cachet milionari”. Così la premier e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, riferendosi alla multa inflitta a Chiara Ferragni senza citarla, dal palco di Atreju. (Ansa.it)

Chiara Ferragni, con la voce rotta e quasi in lacrime, si scusa con tutti i suoi followers per il caso Balocco, su cui l’Antitrust ha condannato, con una multa di un milione di euro, le due società collegate all’influencer per pratica commerciale scorretta. «Sono sempre stata convinta che chi è più fortunato ha la responsabilità morale di fare del bene. Questi sono i valori che hanno sempre spinto me e la mia famiglia. Questo è quello che insegniamo ai nostri figli. Gli insegniamo anche che si può sbagliare, e che quando capita bisogna ammettere, e se possibile, rimediare all’errore fatto e farne tesoro. Ed e quello che voglio fare ora. Chiedere scusa e dare concretezza a questo mio gesto: devolverò 1 milione di euro al Regina Margherita per sostenere le cure dei bambini», ha dichiarato. Poi ha ricevuto il tapiro d’oro di Striscia la notizia, e all’inviato Valerio Staffelli non ha nascosto la sua amarezza: «Mi merito il Tapiro, perché seppur in buona fede ho commesso un errore. È giusto che mi assuma le mie responsabilità». (Open.online)

Meloni opportunistica fustigatrice di costumi e Ferragni pentita dispensatrice di valori: due ingannevoli espressioni di una società alla deriva, se vogliamo due facce della stessa medaglia, addirittura due assist al fuorviante buonismo di chi scaglia la prima pietra e di chi si pente in malo modo.

Non credo a nessuna delle due: Meloni, anche in questo caso, è perfetta immagine di un populismo da osteria e di una politica da schifo; Ferragni è immagine di chi vuol pulire il mondo restando immerso nella sporcizia.

Intendiamoci bene: tutta la beneficenza promossa dai media mi lascia, come minimo, perplesso. Roba che serve al sistema per mettersi a posto la coscienza. Se la beneficenza diventa poi oggetto di pubblicità il contrasto diventa stridente e porta quasi inevitabilmente alle contraddizioni di cui Chiara Ferragni è diventata protagonista-vittima.

E la politica? Se fa la parte del bue che dà del cornuto all’asino, come nel caso di Giorgia Meloni, diventa la triste vignetta di se stessa. Una pena! La premier ha infilato l’ennesimo strafalcione. E chi se n’è accorto? Vive il periodo fortunato (?) in cui fanno il latte anche le galline. Prima o poi finirà!? Tutti i pretesti sono validi per proseguire la marcia dell’occupazione del potere. C’è sempre qualcuno o qualcuna con cui prendersela. Questa volta è toccata a Chiara Ferragni, la prossima chissà…