Cavare la politica dal nulla

Cosa rimane del nulla della conferenza stampa di Giorgia Meloni? Il nulla dell’indovinello su chi siano i poteri forti che tentano di condizionarla e il nulla di un confronto al femminile fra il suo nulla e quello di Elly Schlein. Tanto rumore per nulla!

Non c’è alcun bisogno di condizionare e tanto meno ricattare la premier. Si condiziona e si ricatta da sola, si guarda allo specchio, si riascolta e si accorge di essere la più bella del peggior reame politico. Chi volete mai che tenti di dissuaderla da una simile convinzione? Meglio lasciarla bollire nel suo brodo in cui si può cuocere tutto e il contrario di tutto.

Non c’è alcun bisogno di mettere a confronto due donne in carriera che scimmiottano gli uomini autoincoronandosi leader (di cosa non è dato sapere…). Non c’è alcun bisogno di ascoltare le ipotesi di entrambe senza possibilità di arrivare alle loro inesistenti tesi. Non ho idea di chi uscirà vincente da questo penoso duello, so che ne uscirà perdente la politica.

Ai tempi dello scontro fra Berlusconi e Prodi, Roberto Benigni disse in Rai (allora si poteva ancora starci) di voler essere imparziale e aggiunse: “Berlusconi non mi piace!”. Potrei fare così anch’io e gridare: “Meloni? Non la prendo nemmeno in considerazione!”. Quanto alla sua competitor posso solo dire di essere orgoglioso di non averla votata alle primarie del PD, anche se nutrivo una speranzella che si è sciolta come neve al sole.

Conviene a Elly Schlein azzardare questo dibattito? Non saprei… Occorre stare molto attenti alla competenza e credibilità dell’interlocutore, perché può succedere come a scuola: quando si viene interrogati assieme ad un compagno impreparato che spara risposte alla viva il parroco, si finisce con l’essere coinvolti in una deriva da cui si esce squalificati a vita. È impossibile giocare bene in una partita di calcio contro una squadra balorda, che non sa fare altro che buttare la palla in tribuna, sgambettare l’avversario, entrare a gamba tesa e protestare contro l’arbitro. Si finisce con l’essere tutti sommersi dai fischi del pubblico.

Mia sorella Lucia amava la musica. Questa passione, ereditata da papà, incombeva sulla sua vita: soprattutto l’opera lirica, il melodramma verdiano in particolare, ha condito ed alimentato il suo animo. Una passione abbinata a competenza acquisita sul campo. Mi raccontava come una volta ebbe l’ardire di attaccare discorso musicale con un frate effettivamente molto preparato dal punto di vista musicale, persona amabile ma piuttosto originale. Prima di interloquire volle fare una rapida verifica e chiese ad un suo collega garanzie sulla affidabilità di mia sorella in materia di opera lirica. Solo dopo avere avute le rassicurazioni del caso, proseguì il dialogo. In materia musicale infatti non si scherza. Tutti possono improvvisarsi allenatori di calcio, ma non direttori d’orchestra. Oggi purtroppo tutti si improvvisano protagonisti, addirittura leader, della politica.

Chi è stato a lanciare la sfida? Elly Schlein, probabilmente presa da delirio di onnipotenza o nella speranza che l’interlocutrice rifiutasse in risposta al rifiuto di partecipare alla festa di Atreiu. Invece ha accettato, e adesso? Buona fortuna!

Mi riprometto di evitare di assistere al duello. Un tempo era vietato battersi a duello ed era vietato anche fare da testimoni ai duellanti. Generalmente ci si sfidava per motivi d’onore. Per quanto mi riguarda quella sera mi eclisserò proprio per motivi d’onore e a costo di passare per uno snob, vale a dire una persona che nell’atteggiamento o nel comportamento ostenta aristocrazia, spesso eccentrica, e non di rado ridicola distinzione e raffinatezza, nel tentativo di identificarsi con una categoria sociale superiore. Pensatela come volete: meglio snob che semplice tifoso.

Oltre tutto non guardo mai le partite di cui si conosce già il risultato, non c’è gusto… Nel caso di Meloni vs Schlein il risultato è scontato: il nulla batte la politica due a zero.

 

Il casino totale o il casino mirato

Due bombe fra la folla che accorreva alla commemorazione del generale Qassem Soleiman, nel quarto anniversario del raid mirato ordinato dagli Usa. Con Gaza sotto le bombe israeliane, doveva essere per Teheran l’occasione per celebrare – assieme al generale delle Forze Quds falciato da un drone all’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2020 ­– la resistenza dell’Iran e di tutto il fronte sciita contro l’Occidente. Per questo le 103 vittime e gli oltre 210 feriti fra la folla che accorreva al cimitero dei martiri a Kerman, la terra d’origine del capo Pasdaran, più che un nuovo, terrificante attentato sembrano la miccia per un “casus belli” capace di coinvolgere tutto il Medio Oriente.

Scarne note di cronaca riescono a bucare lo sconcerto e la rabbia degli apparati di regime. Non a fugare i dubbi su dinamica e mandanti di un secondo 3 gennaio di morte per gli iraniani. Due esplosioni, a breve distanza, la prima a 700 metri dal mausoleo di Soleimani; la seconda a un chilometro ma al di fuori del percorso dei pellegrini. La conferma alle prime ricostruzioni dei media locali viene dal capo della Mezzaluna Rossa della provincia di Kerman, Reza Fallah, che riferisce pure di difficoltà nel soccorrere i molti feriti a causa delle strade bloccate dalla grande folla: «Non è chiaro se l’esplosione sia stata dovuta a bombole di gas o ad un attacco terroristico». Detonazioni che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state azionate a distanza. Si indaga, su un attacco imprevisto: una pugnalata alle spalle che accende violente accuse e sospetti. Il vice governatore di Kerman è il primo a dichiarare alla tv di Stato che si tratta di «attacco terroristico». Gli autori dell’esplosione nel cimitero di Kerman «sono mercenari di potenze arroganti e saranno certamente puniti» afferma il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Ejei. Con questo termine il regime definisce gli Stati Uniti e i suoi alleati mentre il deputato Hossein Jalali punta il dito contro Israele, «sicuramente uno dei responsabili» delle due esplosioni. Accusa ribadita dal vicepresidente iraniano Mohammad Mokhber secondo cui «le mani del regime sionista hanno versato il sangue di cittadini innocenti». Intanto si deve indagare ancora per cercare prove certe sui mandanti, fa sapere il governo iraniano, ma la pugnalata alla schiena lascia per ora senza fiato il regime di Teheran come tutto il fronte sciita.

Non ci sono rivendicazioni. In molti a Teheran ipotizzano, però, che ci sia un legame tra l’attacco di ieri a Kerman, l’attentato di martedì a Beirut nel quale è morto il numero due di Hamas, Saleh al-Arouri, e l’uccisione a Natale, in un raid contro un sobborgo di Damasco, di Sayyed Razi Mousavi, comandante dei pasdaran iraniani in Siria. Un attacco quello al Kerman che provocherà di certo una risposta da parte del regime di Teheran che si cerca di ponderare per non cadere nei tranelli di un domino mediorientale dagli esiti incontrollabili.
Mentre il leader dell’Hezbollah libanese Nasrallah, dopo le condoglianze rimanda a venerdì un suo giudizio per l’attacco a Kerman, il presidente iraniano Ebrahim Raisi promette che «gli autori di questo atto vigliacco saranno presto identificati e puniti» perché sono azioni che «non potranno mai turbare la solida determinazione della nazione iraniana». Le due esplosioni a Kerman «sono crimini commessi dai nemici dell’Iran e dai mercenari del terrorismo e dell’oscurità», conclude Raisi. Soli i ribelli Houti lanciano precise accuse: «Gli Usa e Israele falliranno nei loro tentativi di creare insicurezza e instabilità in Iran». Un messaggio di cordoglio alle autorità iraniane è giunto ieri dal presidente russo Vladimir Putin che ha condannato gli attentati «scioccanti nella loro crudeltà e cinismo». Pure Erdogan fa sapere di essere profondamente rattristato per «l’atroce attacco terroristico». Ferma la condanna pure dal segretario Onu Guterres. (dal quotidiano “Avvenire” – Luca Geronico)

La lucida analisi di cui sopra (l’ho riportata integralmente perché merita di essere letta e meditata) mi porta ad una amara e desolante riflessione. I casi sono due: o la confusione internazionale regna talmente sovrana da essere ormai al di fuori di ogni controllo dei governi direttamente o indirettamente coinvolti negli scenari di guerra oppure siamo in presenza di un disegno folle preordinato a sconvolgere tutto il mondo per poi chissà quale nuovo equilibrio costruire sulle macerie. Sicuramente, come va ripetendo fino alla noia papa Francesco, siamo in presenza di una guerra mondiale a pezzi, non vorrei che si trattasse anche di una sorta di bomba atomica a pezzi.

Mentre la follia politico-religiosa di certo mondo arabo (compreso il ritrovato eventuale protagonismo dell’Isis) non mi sorprende più di tanto, non riesco sinceramente a capire e soprattutto ad accettare il casino che sta provocando Israele con l’omertosa inerzia statunitense. Dove vogliono parare non è dato comprendere. Si sta profilando una guerra totale e permanente che prima o poi ci coinvolgerà tutti. Aggiungiamoci lo spettro di una vittoria elettorale trumpiana alle prossime elezioni americane e la frittata è fatta. Se un vincitore almeno virtuale si può intravedere, quello è Vladimir Putin che è riuscito a sconvolgere tutto il mondo e a galleggiare sulle acque di uno tsunami permanente.

Gli Usa devono fermare il mondo perché voglio scendere e non credo di essere l’unico ad avere questo pressante desiderio. Osservando la realtà da tutti i punti di vista e da tutti gli angoli visuali si ha la sensazione di una incontenibile incombente distruzione che non lascia scampo a qualsivoglia intento di ricostruzione. Parlando con amici e conoscenti, la domanda di rito è diventata: avremo toccato il fondo del barile? Riusciremo a risalire? Ogni giorno che passa il fondo si allontana e la risalita appare impossibile. Vale per l’Italia e il resto del mondo. Vale per la politica e il resto delle umane relazioni.

L’unica risposta alla demoniaca follia degli attuali governanti sparsi per il mondo è la Santa Follia di Giorgio La Pira, che pregava con le suore di clausura per poi dialogare con i potenti di turno: chissà quali cataclismi bellici ci avrà risparmiato in passato! Continui dall’aldilà a provocarci e ad indicarci una via d’uscita!

 

Il controcanto Amato ma detestato

L’intervista rilasciata, alcuni giorni or sono, da Giuliano Amato a Simonetta Fiori de la Repubblica mi era sfuggita. Sono andato a leggerla incuriosito dalla sgarbata invettiva meloniana contro Amato, al punto da indurre lo stesso a lasciare immediatamente la commissione governativa sulle intelligenze artificiali in cui era stato inserito.

La premier non solo ha scorrettamente ed erroneamente sintetizzato in poche parole il contenuto di questa intervista, ma ha approfittato dell’occasione per liberarsi di un personaggio scomodo, dimostrando, ancora una volta, la sua sbrigativa e pericolosa prepotenza, frutto di ignoranza e di timore del confronto delle idee.

Penso valga la pena riprendere di seguito testualmente questa intervista che ha tanto irritato la premier e che oso definire un piccolo capolavoro di analisi politica. Penso possa essere considerata una sorta di ficcante controcanto intellettuale rispetto al noioso canto analfabeta della premier.

Leggendola e rileggendola capisco la “rabbia” di Giorgia Meloni per essersi tirata in casa un cliente così scomodo ed autorevole. Ha colto la palla al balzo e lo ha attaccato con una delle tante boutade propinate durante la chilometrica conferenza stampa di inizio anno. Amato ha capito l’antifona e se ne è andato in buon ordine. Con questa destra infatti non si può prendere nemmeno un caffè.

 

«Guardo all’anno nuovo con una buona dose di apprensione. Per la nostra destra populista che non riesce a non esserlo, per l’assenza di un’opposizione capace di contenerla, per la somma di fragilità democratiche antiche e recenti che pesa sul nostro paese. Le democrazie possono finire senza tanto clamore, come è già successo anche di recente in Europa. E questa fine ha sempre un inizio».

Prima il manifesto politico della destra italiana emerso dall’appuntamento di Atreju, poi il voto contrario al Mes e all’Europa. Giuliano Amato riflette con preoccupazione sul movimento nazionalpopulista di Giorgia Meloni, il cui trasloco verso una destra moderata gli appare sempre più difficile, in un’Italia storicamente poco abituata alla democrazia.

«Quella di Fratelli d’Italia e della Lega continuiamo a chiamarla destra, ma di sicuro non ha la cultura politica di Reagan né della Thatcher né di Major, con cui mi è capitato di lavorare. È un’altra cosa, che ha che fare con l’ideologia dell’ostilità e del rancore. Ed è ancora più complicato sradicarla».

Perché sono destre diverse?

«Quella di Reagan e Thatcher stava con i ricchi, non perché si disinteressasse dei poveri ma perché riteneva che gli ultimi avrebbero tratto benefici dalla mano libera lasciata ai grandi imprenditori. È la dottrina del trickle down: la ricchezza dall’alto sgocciola sul resto della società, per questo bisogna lasciare che il mercato si prenda cura di se stesso, senza troppi vincoli. Poi abbiamo visto che non è finita bene».

Questa destra radicale parla invece in nome del popolo.

«È scaturita proprio dalla crisi economica e sociale creata da quell’altra destra liberista. L’ideologia del trickle down ha aumentato le diseguaglianze e non ha certo fermato la povertà, ridotta sul piano globale ma accresciuta nei paesi più sviluppati. Ed è proprio qui, in Europa e negli Stati Uniti, che ha messo le sue radici la nuova destra populista, la quale non si nutre più della spinta dei ceti più ricchi ma di un’energia opposta che ricava agitando la bandiera dei perdenti».

È la destra anti-establishment.

«Sì, quella che dice agli ultimi “io sto con te, io ti rappresento”, erigendosi a partito degli scontenti. Sulla scena mondiale Trump ne è forse l’espressione maggiore, ma in Italia Giorgia Meloni è stata capace di mettere a punto un metodo politico non meno efficace perché capace di raccogliere scontentezze di varia natura: i perdenti di una battaglia lontana, i nostalgici di un fascismo che non c’è più, e i perdenti di oggi, quell’enorme prateria del rancore alimentato dal disagio economico e sociale, oltre che dall’insofferenza per i nuovi diritti».

Dalla kermesse di Atreju è emerso con chiarezza il manifesto ideologico della destra italiana.

«Nel suo discorso conclusivo, la presidente del Consiglio ha elencato la lista dei nemici, ossia i trasgressori di un ordine esistenziale e valoriale su cui si fonda la vita dei suoi elettori nei ceti medio bassi. Chi compare nella lista nera? Quelli con il reddito di cittadinanza, perché io posso pure guadagnare poco perché non sono un professionista, ma non è giusto che tu che non fai nulla percepisca più di me. Così come mi risulta intollerabile che un migrante occupi abusivamente una casa popolare o un carcerato venga messo in libertà solo perché obeso e in cella non può essere curato: questi sono delinquenti, devono marcire in galera! E gli omosessuali? Tutta questa confusione tra due mamme, due papà, i figli arcobaleno fatti nascere nei modi più strani: e i valori tradizionali che reggono le nostre vite? Ecco, agli occhi degli elettori della destra populista questi da me elencati sono tutti esempi insopportabili di trasgressione».

Accade non solo in Italia. I nuovi diritti stentano a essere riconosciuti là dove manca la libertà dal bisogno. Se sono in difficoltà, non mi preoccupo dei carcerati o dei migranti.

«Questo è vero. È difficile che le maggioranze mostrino sensibilità per quelli che sono stati definiti “diritti postmateriali” quando “i diritti materiali” non sono stati ancora soddisfatti. Ma sa questo cosa significa?».

Viene guardato con ostilità anche chi difende i diritti delle minoranze.

«Proprio così. È percepita come un nemico anche la Corte Costituzionale, ossia il più alto organo di garanzia della Carta il cui compito è garantire anche i diritti di carcerati, migranti, omosessuali. Agli occhi degli elettori della destra populista le Corti finiscono per apparire espressione e garanzia di quelle minoranze che turbano il loro ordine e i loro valori. Quindi sono nemici, perché la maggioranza che sta con me è il popolo e gli altri che non la pensano come me sono avversari da combattere. L’abbiamo visto in Ungheria e in Polonia: le prime ad essere messe nella lista nera sono state le Corti europee, poi le Corti nazionali. Perché se queste appaiono come nemiche della collettività, una politica che protegge il popolo e i suoi valori è autorizzata a sottometterle alla volontà del governo».

Qualche anno fa lei era a New York con un importante costituzionalista polacco quando sul suo cellulare comparve una notizia drammatica.

«Sì, era Wojciech Sadurski. Il governo del suo paese aveva impedito la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale di una sentenza della Corte Costituzionale, con l’effetto di paralizzarla. Queste cose un bel giorno cominciano. E poi proseguono».

Può succedere anche da noi?

«Non c’è nulla che lo impedisca. Da noi ora è ritenuto inconcepibile, ma potrebbe accadere. Se accadesse, dovrebbe uscirne un procedimento per attentato alla Costituzione, il reato più grave che esista, ma un governo che arriva a fermare una sentenza della Corte Costituzionale si sente abbastanza forte: sa che può farlo senza suscitare le rivolte di piazza. Questo segnerebbe un cambiamento profondo, la fine della democrazia. Ma quella fine ha sempre un inizio».

La nostra Corte Costituzionale è stata già oggetto di attacchi. Nel libro che lei ha scritto con Donatella Stasio “Storie di diritti e di democrazia”, colpisce l’accusa ripetutamente rivolta ai magistrati costituzionali quando hanno scelto di uscire dal Palazzo della Consulta per andare nelle scuole e nelle carceri: l’accusa era quella di cercare il consenso, quindi sostanzialmente di fare politica.

«Questa accusa ci è stata rivolta soprattutto dai giudici e dai costituzionalisti più conservatori, un mondo sulla cui persistente capacità di dominio la destra populista conta».

Anche i giornali della destra sovranista, all’epoca del governo Lega-Cinquestelle, vi hanno accusato di voler assestare una bastonata alle politiche di Salvini.

«Sì, l’attacco alla Corte è già cominciato, perbacco! È successo ogni volta che le nostre sentenze garantivano coloro che prima abbiamo definito “i trasgressori”, le minoranze percepite come nemiche».

E quando poche settimane fa è stato nominato Augusto Barbera alla guida della Consulta, uno dei più attivi esponenti del centro-destra, Maurizio Gasparri, ha definito alcune sentenze della Corte «più simili a un volantino di propaganda che a un trattato di diritto». È stato il suo benvenuto al neo presidente.

«Non è facile a chi muove queste critiche trovare una sola sentenza della Corte che sia propaganda. Però c’è chi cerca di crearne il clima. Quindi ha fatto bene la Corte – e farà bene a continuare a farlo – a far conoscere il suo lavoro ai cittadini, missione connaturata alla funzione originaria: le Corti costituzionali rappresentano una difesa della Carta contro le maggioranze, tutte le volte che le maggioranze escono dal seminato costituzionale».

Perché questa destra populista fa fatica a riconoscersi nella Carta?

«Direi meglio: fa fatica a riconoscersi in alcune interpretazioni evolutive, quelle che garantiscono i nuovi diritti».

Ma anche verso la Carta c’è grande insofferenza. La riforma sul premierato elettivo ha l’effetto di stravolgere il sistema parlamentare democratico previsto dalla Costituzione.

«Sì, questo è vero. E infatti è difficile trovare un costituzionalista che l’approvi. A tutte le obiezioni che abbiamo già formulato, potrei aggiungere che si tratta di una vera frode per gli elettori. La presidente Meloni continua a sostenere che il premierato elettivo metterà fine ai ricatti dei partiti perché finalmente saranno gli elettori a decidere la formazione del governo. Invece è vero il contrario! Questa riforma consente ai partiti il massimo potere di ricatto perché il premier eletto dagli elettori ricava solo l’incarico e prima di avere la fiducia del Parlamento deve aver nominato i ministri. Ergo, nella notte dei lunghi coltelli, saranno i partiti a mercanteggiare ministeri e posti di comando: o mi dai gli Interni o ti scordi la fiducia. Suppongo che questo marchingegno privo di coerenza sia stato imposto da Salvini, ovvero dal secondo partito, perché contraddice quanto detto dalla presidente».

Una maggioranza così costituita è capace di governare il futuro?

«Finora la destra populista s’è dimostrata capace di dare risposte più simboliche che reali e concretamente orientate al futuro. Messa davanti alle decisioni, fa fatica a far quadrare le esigenze del buon governo con le istanze nazionalpopuliste, in qualche caso premoderne, proprie di un partito d’opposizione. E il bravo Giorgetti è la figura tragica di questa contraddizione: la storia del voto contrario al Mes l’ha vissuta in questa chiave».

Si allontana la possibilità che questa destra approdi a una sponda conservatrice moderata?

«Mi pare un trasloco difficile, anche perché si articola in un duplice spostamento: da una parte il taglio con le radici fasciste, incompatibili con la cultura di una destra conservatrice europea; dall’altra l’abbandono dell’ossessione del nemico e dei toni bellicosi, tipici di chi rappresenta solo risentimento, come ha ben scritto Galli della Loggia. Nella cultura della destra conservatrice vi sono i valori della tradizione, ma anche alcuni principi democratici ineludibili: i benefici penitenziari per consentire alla pena di avere i suoi effetti rieducativi, il divieto di discriminazione in ragione dell’orientamento sessuale, politiche di integrazione per gli immigrati soprattutto in una fase di inverno demografico. In più, perché Fratelli d’Italia e Lega cambino natura, occorre anche una competizione con l’opposizione che al momento non vedo».

Tocca all’opposizione cambiare questa destra?

«All’opposizione spetta cambiare innanzitutto se stessa, mettendo in seria difficoltà l’avversario politico. Perché altrimenti, se davanti a sé non percepisce ostacoli, la destra populista continua a essere come è: non corre certo il rischio di perdere!».

Il Pd di Schlein non è all’altezza della sfida?

«Intendiamoci, non è facile combattere un avversario politico al quale, per dire di sì agli scontenti, basta stare in Tv o sui social. Per creare una società migliore devi convincere anche a rinunce e per farlo devi andare tra la gente, discutere, farti valere. Lo fa il Pd?».

Il partito democratico potrebbe guardare a un centro politico che è stato svuotato dalla destra populista?

«Sì, il Pd potrebbe conquistarlo prospettando credibili disegni di una nuova società. È anche una questione di linguaggio. Allo stile gladiatorio della destra populista fa eco un analogo “linguaggio contro” dell’opposizione. Conquistare il centro significa inoltre fare i conti con quei valori tradizionali che sono lasciati solo alla destra: è vero che sono i valori che Putin accusa le società occidentali di aver ripudiato, ma – siamo onesti! – le lucciole scomparse di Pasolini erano in parte quei valori, cancellati secondo lui dall’individualismo sfrenato promosso dai consumi. Vogliamo tornare a cercare un punto di incontro?».

Dai suoi interventi più recenti emerge una crescente preoccupazione per la fragilità della nostra democrazia, di cui la destra populista è forse il sintomo più grave.

«Alle fragilità antiche proprie di una democrazia immatura – la non abitudine alla democrazia – se ne sono aggiunte di nuove che sono tipiche della democrazia matura, frutto di un malessere sociale che non trova risposte. Oggi ci ritroviamo prigionieri di una somma di fragilità da cui è difficile uscire. La storia di Italia ci aiuta a capire come ci siamo ridotti in questo modo. Non mi riferisco solo ai vent’anni di fascismo ma anche a un lungo dopoguerra in cui il partito maggiore della sinistra è stato congelato all’opposizione. E, per tenere alte le barriere anti Pci, nelle menti più perverse fu concepito l’impensabile, perfino le stragi di Stato. Mi ricordo quel che mi disse una volta il cardinal Ruini: “Sa, per combattere il comunismo, di acqua sporca ne abbiamo fatta passare tanta”. E vuole che questa acqua sporca non abbia infragilito le fondamenta della nostra democrazia?».

È evidente. Ma continui.

«Quando poi il sistema politico italiano è imploso con Tangentopoli, in molti hanno dato la colpa alla procura di Milano, accusata di aver forzato la mano. Può darsi. Ma già allora io sostenevo che l’albero abbattuto da Mani Pulite aveva le radici fradice. E quindi è bastato toccarlo per farlo cadere. Al di sotto c’era solo terriccio da cui sono emerse figure di serie B, poi promosse in A, ma non è la politica di una liberaldemocrazia quella che ne esce fuori».

Anche il fatto di non avere mai avuto una “destra normale” – così la chiamava Vittorio Foa – è un segno della nostra democrazia fragile?

«Ma certo. Noi non siamo riusciti a sviluppare una destra conservatrice come Dio comanda: non ci è riuscito Silvio Berlusconi, la cui carica seduttiva molto ispirata dai suoi affari si è esaurita insieme alla sua persona: morto lui, Forza Italia ha perso il suo impulso vitale. E non ci è riuscito Gianfranco Fini, il cui progetto di una destra repubblicana e costituzionale ho seguito con grande interesse. Ma anche andando indietro nella storia d’Italia, dopo Cavour abbiamo avuto sì grandi figure di centro capaci di capire la sinistra – penso a Francesco Saverio Nitti e Luigi Einaudi – ma essi costruirono dei ponti che pochissimi hanno poi voluto attraversare. E sono rimasti come luminosi esempi di cultura politica più che come artefici di una nuova Italia».

Lei dice: non sono stati capaci loro, figuriamoci se ora ci riesce il personale politico di oggi.

«Sarebbe sperabile, tuttavia non nascondo il mio pessimismo. Anche perché a novembre potremmo avere di nuovo Trump alla Casa Bianca. Ma per non esagerare con il buonumore direi oggi di fermarci qua, e di non parlare del brutto mondo che abbiamo intorno».

 

Udite, udite cosa ha capito o, per meglio dire, cosa ha fatto finta di capire Giorgia Meloni di questa intervista: «Non ho nulla da dire nello specifico al professor Amato, sono rimasta francamente basita dalle dichiarazioni che riguardano la Corte Costituzionale. Si pone il problema perché entro il 2024 il Parlamento, che oggi ha una maggioranza di centrodestra, deve nominare 4 giudici della Corte Costituzionale, quindi ci sarebbe “il rischio di una deriva autoritaria”. Questa idea per cui quando vince la sinistra deve poter esercitare tutte le prerogative e quando vince la destra no, temo necessiti di alcune modifiche costituzionali, credo sia una deriva autoritaria pensare che chi vince le elezioni non abbia le stesse prerogative della sinistra». A questo punto mi sento di concludere con riferimento alla premier: c’è o ci fa?

 

 

Grazie, prego, grazie, scusi, resterò

La locuzione quarto potere si riferisce, in sociologia, alla funzione dei mezzi di comunicazione di massa come strumenti della vita democratica, che notoriamente si basa su tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. In Italia il potere legislativo è sempre più indebolito dall’invadenza di quello esecutivo e dalla propria insulsa incapacità a legiferare seriamente. Sul potere giudiziario ci sarebbe da fare un lungo discorso: sinteticamente si può dire che navighi fra gli attacchi della politica e gli attacchi alla politica, fra il rigoroso rispetto delle leggi e la loro interpretazione talora forzata, fra la strenua difesa della propria autonomia e la tentazione di invadere quella altrui. Il potere esecutivo tende di fatto a prevalere nei contenuti, nei modi e nei tempi: la ventilata riforma costituzionale è volta a consacrare questa prevalenza con l’alibi della stabilità di governo e della legittimazione popolare. Il Presidente della Repubblica è il punto di equilibrio fra i vari poteri nel rispetto del dettato costituzionale: è direttamente o indirettamente sotto attacco da parte del governo e delle forze dell’attuale maggioranza. Resiste in modo egregio e inappuntabile. Ma fino a quando?

Nel nostro Paese il quarto potere è poco autonomo e poco incisivo, tende a reggere il moccolo al governo o a sposare acriticamente l’operato della magistratura. La conferenza stampa di inizio anno del premier o della premier come dir si voglia ha messo a confronto il quarto potere con il potere esecutivo. Non doveva essere uno spietato fuoco di fila quello a cui sarebbe stata sottoposta Giorgia Meloni? Invece si è rivelata l’occasione per una passerella consentita da una sfilza di giornalisti, preoccupati molto più della difesa dei loro diritti che non della critica alla diligenza governativa. C’era un clima politicamente correttissimo, tale da configurare una sorta di manfrina: il conformismo imperante ha trovato un’ulteriore conferma.

I giornalisti hanno fatto il loro compitino, hanno recitato la loro particina, hanno legato l’asino dove vuole il padrone. Il padrone ha sfoderato nervi d’acciaio e un becco di ferro nell’eludere sistematicamente le questioni più delicate, nel buttare in “pandana” i problemi più spinosi, nello scavalcare i punti più imbarazzanti. Una manfrina in corrispondenza biunivoca.

Qualcuno dirà che la premier si è destreggiata bene: le domande e le risposte erano note da giorni e infatti mi sono divertito ad ascoltarle. Non ne hanno sbagliato una. Tutto come da copione. Buon giorno, buon anno, mi scusi, grazie… Sintomo di civiltà democratica? No, dimostrazione di vacuità anti-democratica per non dire aria di regime.

Da una parte nessun accento minimamente autocritico, nessun dubbio, nessuna ammissione di colpa o di errore; dall’altra parte solo subdole sviolinate o domande di maniera affogate nella preoccupazione di non disturbare troppo il manovratore (non si sa mai…).

Durante la conferenza alcune reti televisive mandavano i sottotitoli: una penosa sequela di luoghi comuni, di buone intenzioni e di aleatori propositi. Lo specchio fedele del nulla culturale e politico della nostra politica e di chi la dovrebbe raccontare. Roba da vergognarsi di essere italiano.

Se non ricordo male all’ingegner Carlo De Benedetti, allorquando cominciava a profilarsi l’eventualità di un successo elettorale della destra di Giorgia Meloni, fu chiesta una previsione al riguardo. Partì riconoscendo alla Meloni una certa autorevolezza a livello di leadership di partito, ma poi si salvò in corner, prevedendo per il suo premierato una sorta di barriera preclusiva a livello europeo. La prima profezia è stata rispettata seppure in senso minimalista: quanti contraddizioni etico-politiche in Fratelli d’Italia, quanti guai nei rapporti con i ministri, quanta differenza di visione nei partiti della maggioranza di destra-destra. La seconda profezia (sic!) è stata cannata! In Europa c’è posto anche per la signora Cocomeri. È detto tutto.

“Ogni popolo ha il governo che si merita” è molto più di un semplice proverbio. Sembra quasi una sentenza, un modo di dire che è entrato nella dialettica quotidiana. La frase di Joseph De Maistre ha una grande attualità, anche se risale intorno ai primi anni dell’800. In realtà si potrebbe andare anche più indietro e risalire addirittura ad Aristotele, quindi ben 2500 anni fa. Dall’Europa fino all’America, si trovano scritti anche di Winston Churchill su un concetto simile. In effetti nel corso della storia abbiamo visto come le società si sono sempre di più emancipate, scegliendo autonomamente quale fosse la corrente politica più idonea per farsi rappresentare. Per questo motivo il proverbio è rimbalzato sulla bocca di tutti, diventando virale. Purtroppo la spinta partecipativa popolare si è via- via affievolita fino a scantonare nella superficialità qualunquistica o nella egoistica rassegnazione.

Durante la performance televisiva di Giorgia Meloni mi sono chiesto: possibile che il popolo italiano meriti un simile premier, un simile governo e, diciamolo pure, un simile giornalismo (non di inchiesta, non di informazione oggettiva, ma di leccata)? Gli italiani hanno impiegato vent’anni per metabolizzare in modo cruento il disastro del fascismo, trent’anni per approcciare criticamente il berlusconismo (che non è ancora finito…). Quanto impiegheranno a sbarazzarsi del melonismo? Temo di non uscirne vivo!

A scuola di opposizione

Il consigliere della Corte dei Conti Marcello Degni non è affatto pentito delle sue parole sul centrodestra da «far sbavare di rabbia» sulla «manovra blindata». Tanto è vero che non ha cancellato il post su X indirizzato a Elly Schlein per criticare il mancato ostruzionismo sulla Legge di Bilancio. Ma nei confronti del consigliere revisore per Lombardia e regioni autonome la Corte dei Conti ha annunciato l’adunata urgente del Consiglio di presidenza «per le valutazioni di competenza». Adesso, fa sapere in un’intervista a La Stampa, sta preparando una relazione per giustificare le sue azioni. Ma intanto, dice, «più ci penso e più sento di aver fatto la scelta giusta».

Perché, spiega Degni a Flavia Amabile, ha solo espresso un rammarico visto che l’opposizione «avrebbe potuto sfruttare di più gli strumenti del diritto parlamentare per marcare meglio la maggioranza sulla manovra». Voleva soltanto difendere «il ruolo del Parlamento». Mentre l’esercizio provvisorio che ha invocato «non avrebbe creato problemi all’Italia ma al governo, all’interno di una normale dialettica con la maggioranza. Che cosa dovremmo dire allora sulla bocciatura del Mes e sui danni che provoca all’Italia?». Dice poi di essersi espresso «come Marcello Degni, non come giudice della Corte dei Conti». Sottintendendo che nel momento in cui ha scritto il post su X non stava esercitando le sue funzioni. Per i magistrati è d’obbligo essere imparziali soltanto quando si trovano nell’esercizio delle funzioni, è il ragionamento di Degni.

E infatti lo spiega subito dopo: «Io credo che un magistrato abbia il diritto di esprimere le sue posizioni purché non si trovi di fronte a una questione che incide su una sua azione diretta e purché lo faccia in modo rispettoso come ho fatto io argomentando su una questione di cui mi occupo». Infine, Degni spiega anche che la sua non era una critica dalla maggioranza: «Dall’opposizione mi sarei aspettato la presentazione di mille emendamenti che avrebbero costretto il governo a decidere il voto di fiducia. In quel caso ci sarebbe stato un dibattito e si potevano sfruttare tutti gli spazi per rallentare l’approvazione della manovra. La maggioranza sarebbe stata costretta a rinunciare al cenone per approvare in tempo la legge di bilancio – e in alcuni casi a dire la verità sarebbe stato anche preferibile – ma si poteva sollevare la questione di un metodo che da anni non dà al Parlamento la possibilità di esprimersi». (da open online)

Sinceramente non so se dichiarazioni politiche in libertà siano o meno consentite ad un consigliere della Corte dei Conti, ma nel merito mi permetto di essere perfettamente d’accordo con lui. C’erano solo due punti d’attacco parlamentare contro la manovra di bilancio impostata dal governo. Nel contenuto occorreva concentrarsi sulla sanità, chiedendo che tutte le poche o tante risorse disponibili fossero indirizzate a questo settore, che piange e fa piangere indistintamente tutti gli italiani, i quali, prima o dopo, di destra o di sinistra, vanno a sbattere contro le drammatiche carenze e disfunzioni di un vergognoso sistema sanitario pubblico. Sarebbe stata una battaglia facilmente compresa e certamente condivisa da tutti i cittadini al di là delle loro convinzioni politiche e partitiche.

Nel metodo, dopo avere individuato e spiegato l’obiettivo contenutistico di cui sopra, si sarebbe potuto tranquillamente fare ricorso all’ostruzionismo parlamentare, creando non pochi problemi alla maggioranza: una sanità un po’ più adeguata val bene un ostruzionismo ben motivato e fatto. Un’opposizione seria e decisa fa così e non si limita al solito ritornello della richiesta di dimissioni dei vari personaggi, che cascano continuamente su indegne bucce di banana a livello etico e politico. Ultimo di questi è il parlamentare di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo con la sua performance vergognosa al veglione di capodanno. Sicuramente questi signori si dovrebbero dimettere, ma forse tatticamente è meglio lasciarli fare, anche se il discredito sulle istituzioni è sempre più grande.

Concludendo, mi sembra che Marcello Degni abbia dato una bella lezioncina al PD, che dovrebbe smettere di fare l’opposizione di comodo per attaccare veramente il governo e la sua maggioranza sui nervi scoperti (e Dio solo sa quanti ne abbiano).

Forse Giorgia Meloni e il suo partito stanno scherzando col fuoco: l’episodio del parlamentare che mostra maldestramente un’arma che finisce col ferire un malcapitato alla festa ne è l’emblematica e ridicola dimostrazione. L’opposizione è perfettamente inutile che soffi sul fuoco, meglio occuparsi della pelle dei cittadini a rischio sanità.

 

Il freezer liturgico

Ricordo con piacere di avere conosciuto un intelligente ed impegnato sacerdote gesuita che teneva un atteggiamento intransigente di fronte ai disturbatori delle messe (quelli che chiacchierano e lasciano vociare e scorrazzare i loro bambini), ai lettori improvvisati (quelli che leggono la Parola di Dio come se scorressero un giornale), a tutti coloro che ostentavano comportamenti censurabili (pose sconvenienti, ritardi, fughe anticipate, etc. etc.). Un giorno provai a capire meglio questa severità e mi venne risposto che un sacerdote deve difendere la serietà ed autenticità della messa dagli attacchi dei pressapochisti di turno. Me ne sono ricordato leggendo la notizia di cui sotto.

I fedeli che domenica mattina stavano assistendo, nel Duomo di Torino, alla Santa Messa celebrata dall’arcivescovo, monsignor Roberto Repole, sono stati testimoni di un’azione a opera di un gruppo di attiviste di Extinction Rebellion, il movimento ambientalista globale noto per iniziative di sostegno alla causa climatica attraverso manifestazioni di disobbedienza civile eclatanti, come i blocchi del traffico o l’imbrattamento di monumenti. Questa volta, però, ad essere interrotta è stata una funzione religiosa. Le attiviste si sono confuse tra i fedeli tra i banchi del Duomo di Torino, poi, prima che monsignor Repole iniziasse l’omelia, si sono alzate in piedi e, a una a una, hanno letto alcuni passi dell’enciclica “Laudato sì” e dell’esortazione apostolica “Laudate Deum”.

L’arcivescovo le ha lasciate parlare. Ma ha stigmatizzato l’accaduto. «Ho grande stima per chi si mobilita per la difesa del Creato e accoglie gli appelli di Papa Francesco, apprezzo l’impegno in questo senso delle attiviste di Extinction Rebellion, ma mi è dispiaciuto che abbiano ritenuto di prendere la parola in Duomo senza prima volermene parlare e chiedere se potevano intervenire – ha detto monsignor Repole -. Avrei risposto che a Messa si prega spesso per la pace e per la salvaguardia del Creato, ma la celebrazione eucaristica non è un momento idoneo a ospitare interventi pubblici: ho inizialmente lasciato che le attiviste parlassero; poi ho chiesto che terminassero perché la Messa è un momento di preghiera e in quanto tale dev’essere rispettata, anche e soprattutto da coloro che dichiarano di voler operare nel rispetto di tutti». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ho trovato alcuna analogia tra la sacrosanta intransigenza del padre gesuita di cui sopra e la piccata insofferenza del vescovo di Torino. La messa non è una parodia a cui assistere distrattamente, ma non è nemmeno un rito asettico e sganciato dalla realtà. Introdurre nel contesto liturgico forti richiami ai problemi sociali, forti provocazioni alla comunità orante non mi pare sconveniente e dissacrante. Anzi! Non si disturba la preghiera se la si colloca in un contesto aperto ai problemi sociali. Quanta genericità nelle intenzioni della preghiera dei fedeli, snocciolate in un bla-bla routinario! Ben vengano intenzioni che scuotano le coscienze e invitino alla riflessione.

L’occasione è propizia per parlare un po’ di liturgia. Lo faccio in un periodo di snocciolamento liturgico nel periodo natalizio, in contrasto con i solti spettacolari ambaradan vaticani, alla luce degli insegnamenti del caro ed indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia, che non aveva paura di aprire la liturgia alla vita, ma temeva al contrario di farne una occasione routinaria, un rito formale e pappagallesco, lontano dai drammi e dalle tragedie della vita concreta.

Innanzitutto riusciva a creare un palpabile clima di familiarità fatto di piccoli atteggiamenti capaci però di integrare tutti nella comunità: il saluto ad personam dell’accoglienza e del congedo, il buongiorno iniziale (ne ha tutto intero il diritto d’autore, il papa lo ha adottato anni e anni dopo), l’applauso alla Parola di Dio, il Padre Nostro recitato mano nella mano e motivato dalle ansie ecclesiali, mondiali e locali, i ragazzi stretti intorno all’altare a leggere con lui una parte del canone e ad innalzare assieme a lui il pane ed il vino dopo la consacrazione, l’omelia intensa e calata nella vita, il chiamare per nome le persone per farle partecipare e coinvolgerle, il chiedere continuamente adesione e condivisione, invitare l’assemblea a ripetere, anche più volte e ad alta voce, le frasi evangeliche più significative, la presenza attiva come ministranti degli immigrati ospiti della casa di accoglienza,  la forte connotazione femminile dell’assemblea (mancava solo la ciliegina sulla torta, l’atto finale del sacerdozio per le donne, che non dimenticava mai di auspicare). Tutto serviva a sgelare, a “sgessare” la ritualità, riconducendola alla spontaneità: si trattava del coraggio di fondere il sacro con la vita.

Quando durante le celebrazioni entrava in chiesa qualcuno, veniva immediatamente invitato a partecipare o, in caso negativo, ad uscire: poteva sembrare un gesto di scortesia, di esagerato rispetto alla liturgia, di presuntuoso giudizio sul devozionismo altrui. No, c’era il coraggio appunto di fondere il sacro con la vita (non con il profano come qualcuno malignamente pensava…). La partecipazione non è mai troppa!

I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermarne la laicità ed auspicare l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica. Provocazioni continue?! Sì, fatte in stile evangelico, in nome del più grande provocatore della storia, Gesù Cristo.

Purtroppo la concezione liturgica di don Scaccaglia fu tenuta sempre, più o meno, nel mirino episcopale, clericale e bigotto. Qualche volta il vescovo, in qualità di commissario ispettore più che di padre incoraggiatore, venne a verificare di soppiatto, tenendosi in disparte quasi per la paura di contaminarsi, cosa succedeva in quella chiesa zeppa di eretici, chissà cosa gli riferivano i benpensanti sulle “intemperanze” di questo prete.  Non piacevano certe “genialità”, ci si scandalizzava. Più volte fortunatamente registrai anche la reazione opposta, vale a dire di persone che venivano a curiosare e non trovavano nulla da ridire, anzi, si stupivano dello stupore… Lo sciocchezzaio imbastito contro don Scaccaglia si serviva, in modo oserei dire sacrilego, anche della messa. «Quelle non sono messe, sono comizi politici…» diceva qualcuno. Paradossalmente parlando, meglio una messa-comizio di una messa-dormitorio.

Siamo ancora lì a disquisire sulla liturgia. E poi ci chiediamo perché sempre meno persone partecipano all’Eucaristia. Teniamo rigorosamente le messe in freezer e poi vorremmo che i credenti fossero reattivi e pronti all’impegno. La messa non è solo preghiera, ma è sorgente, centro e culmine della vita cristiana a livello personale e comunitario. Oltre tutto mi piacerebbe sapere cosa penserà papa Francesco dell’atteggiamento episcopale, che ritiene le parole contenute nella Laudato si’ e nella Laudate Deum inopportunamente inserite nel contesto eucaristico.  Interventi pubblici, comizi papali? Ma fatemi il piacere… Forse varrebbe la pena di cambiare la frase di congedo: “La messa non è finita, andate e mettete tutto in discussione alla luce del Vangelo”.

 

 

L’algoritmo della guerra e l’arbitrio della pace

1° gennaio 2024, giornata mondiale della pace. Ho pensato di cedere la parola a due autorevoli personaggi e di riportare di seguito e a stralcio alcune loro profonde considerazioni, a cui aggiungerò il ritorno alla sconvolgente realtà contro la mistificazione operata dalle narrazioni correnti. Chiedo scusa per la lunghezza, ma penso valga la pena di leggere con calma e attenzione.

 

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica: il cuore nelle istituzioni

 

La violenza. Anzitutto, la violenza delle guerre. Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate. Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla. L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti. La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza. E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana.

Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre. Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto. Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta. E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo. Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni. Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia. La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni. Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano. È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace. Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità. Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti. Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro.

Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole. Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone. Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi.

 

Papa Francesco: il cuore non è un algoritmo

 

In questi giorni, guardando il mondo che ci circonda, non si può sfuggire alle gravi questioni etiche legate al settore degli armamenti. La possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra. La ricerca sulle tecnologie emergenti nel settore dei cosiddetti “sistemi d’arma autonomi letali”, incluso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale, è un grave motivo di preoccupazione etica. I sistemi d’arma autonomi non potranno mai essere soggetti moralmente responsabili: l’esclusiva capacità umana di giudizio morale e di decisione etica è più di un complesso insieme di algoritmi, e tale capacità non può essere ridotta alla programmazione di una macchina che, per quanto “intelligente”, rimane pur sempre una macchina. Per questo motivo, è imperativo garantire una supervisione umana adeguata, significativa e coerente dei sistemi d’arma. Non possiamo nemmeno ignorare la possibilità che armi sofisticate finiscano nelle mani sbagliate, facilitando, ad esempio, attacchi terroristici o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime. Il mondo, insomma, non ha proprio bisogno che le nuove tecnologie contribuiscano all’iniquo sviluppo del mercato e del commercio delle armi, promuovendo la follia della guerra.

Così facendo, non solo l’intelligenza, ma il cuore stesso dell’uomo, correrà il rischio di diventare sempre più “artificiale”. Le più avanzate applicazioni tecniche non vanno impiegate per agevolare la risoluzione violenta dei conflitti, ma per pavimentare le vie della pace. In un’ottica più positiva, se l’intelligenza artificiale fosse utilizzata per promuovere lo sviluppo umano integrale, potrebbe introdurre importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione e nella cultura, un miglioramento del livello di vita di intere nazioni e popoli, la crescita della fraternità umana e dell’amicizia sociale. In definitiva, il modo in cui la utilizziamo per includere gli ultimi, cioè i fratelli e le sorelle più deboli e bisognosi, è la misura rivelatrice della nostra umanità. Uno sguardo umano e il desiderio di un futuro migliore per il nostro mondo portano alla necessità di un dialogo interdisciplinare finalizzato a uno sviluppo etico degli algoritmi – l’algor-etica –, in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie. Le questioni etiche dovrebbero essere tenute in considerazione fin dall’inizio della ricerca, così come nelle fasi di sperimentazione, progettazione, produzione, distribuzione e commercializzazione. Questo è l’approccio dell’etica della progettazione, in cui le istituzioni educative e i responsabili del processo decisionale hanno un ruolo essenziale da svolgere.

 

Una sorta di raggelante controcanto proveniente da Costituente Terra – Raniero La Valle: la denuncia del freddo cuore della disinformazione

 

Abbiamo vissuto questo doloroso Natale con due catastrofi e una rivelazione. La prima è la catastrofe umanitaria. Secondo le ultime notizie giunte da Gaza, sono stati uccisi finora 21.110 palestinesi  tra cui 8.800 bambini, 6.300 donne, 3111 medici e personale sanitario, 40 addetti alla protezione civile e più di 100 giornalisti; 7.000 persone risultano disperse, 55.243 sono state ferite, 92 scuole e università,  115 moschee e tre chiese sono state distrutte insieme a decine di migliaia di case, 23 ospedali e 53 centri medici non sono più operativi, 102 ambulanze sono state attaccate, l’intera popolazione è  errante. Nemmeno è venuta meno la catastrofe in Ucraina e nel mar Nero.

La seconda catastrofe è quella del potere e dell’informazione in Israele, in Ucraina e in tutto l’Occidente. In Israele ieri il quotidiano Haaretz e il Canale televisivo 12, hanno informato che lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano per l’interno, aveva saputo in anticipo che Hamas stava allestendo un attacco “significativo” a Gaza, mentre il famoso e accreditato giornalista americano Seymour Hersh ha scritto di aver appreso da un funzionario israeliano che Netanyahu aveva “visto e letto” le anticipazioni sull’attacco palestinese. Il New York Times da parte sua aveva parlato a fine novembre di questa informazione di cui disponeva Israele. L’ex responsabile italiano del controspionaggio e del contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, Marco Mancini (quello dell’incontro con Renzi) aveva a sua volta spiegato a TV 7 che era impossibile che Israele non avesse scorto Hamas preparare un attacco dato che vi stava per impiegare visibilissimi alianti a motore; come poi si è visto sono stati impiegati anche robusti bulldozer per aprire i varchi nella recinzione del confine. A ciò si può accostare  quanto sostenuto da Hamas, che gli attaccanti intendevano prendere ostaggi per riaprire la partita con Israele, e aspettandosi di incontrare una forte resistenza, avevano messo in campo molti uomini, scontando di perderne un gran numero (“martiri”); invece non hanno trovato difese, mentre attraverso i varchi così aperti hanno fatto irruzione molti altri palestinesi che, inferociti per i lunghi tormenti subiti ad opera del nemico, si sono abbandonati alla strage (1417  israeliani uccisi, mai tanti ebrei tutti in una volta dopo la Shoah).

Che Netanyahu avesse adottato la politica di non contrastare Hamas per indebolire l’autorità palestinese a Ramallah e porre fine all’idea di uno Stato palestinese, era cosa risaputa da tempo. Resta da chiarire il motivo per cui Netanyahu, ormai identificato da più lustri con lo Stato di Israele, pur sapendolo non abbia impedito l’azione terroristica a Gaza; e la ragione non può essere se non la “ragion di Stato” di provocare, grazie a quell’azione (non prevista però in quella dimensione dandosi per scontata la debolezza di Hamas) il casus belli che gli permettesse di sferrare l’offensiva finale per chiudere la “questione palestinese”.  Accusato perciò anche in Israele del disastro, Netanyahu ha risposto portando fino alle estreme conseguenze l’eccidio a Gaza (da lui stesso, accusato da Erdogan, paragonato al genocidio turco dei Curdi), e respingendo, perfino con Biden, ogni esortazione a interromperlo. A questo punto si è aggiunta la catastrofe della politica degli Stati Uniti, che dopo l’appello a Israele di non ripetere “l’errore” americano fatto dopo l’11 settembre, hanno votato contro la tregua all’ONU, mentre Biden, dopo una lunga infruttuosa telefonata con Netanyahu, ha penosamente dichiarato trattarsi di una “conversazione privata” e di non avere chiesto al premier israeliano il “cessate il fuoco”.

A questa catastrofe politica si aggiunge quella dell’Ucraina, a cui si è fatto credere di poter sconfiggere la Russia riconquistando la Crimea ed entrando nella NATO, e si trova ora con un popolo mandato al sacrificio, senza i dollari americani e le armi che deve perciò implorare dall’Europa, impeditane dal veto di Orban. 

 L’Occidente, dal canto suo, grazie anche al suo sistema mediatico, che ha un po’ mistificato e un po’ taciuto tutto questo, ha perduto così ogni fondamento nel vantare la superiorità dei propri valori e la sua pretesa di dominio sulle autocrazie e sul “resto del mondo”.

Queste le catastrofi. La rivelazione che ne è venuta è questa: che la guerra non è solo “una follia senza scuse”, come ha detto papa Francesco nel suo messaggio di Natale. È anche e soprattutto un suicidio per chi la intraprende, prima ancora che sconfigga il nemico o lo voti al genocidio; ciò è avvenuto con la Germania nazista, avviene con i sogni di gloria degli Stati Uniti e della loro NATO, avviene con Israele, avviene con l’Ucraina. Contro i fautori di guerra e chi fabbrica e li rifornisce di armi, dovrebbe essere questo l’argomento decisivo. Purtroppo però esso può funzionare con i popoli, non funziona con gli Stati e i loro apparati di governo. Finché noi glielo permettiamo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’assordante silenzio del Capo dello Stato

Come era facilmente prevedibile Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno di altissimo profilo morale e sociale non ha fatto riferimento al mondo della “politica” e conseguentemente non ha fatto alcun cenno all’eventuale riforma costituzionale in chiave presidenzialista (premier o capo dello Stato eletto direttamente dal popolo).

Troppo corretto e leale per lasciarsi trascinare in una bagarre istituzionale che lo vedrebbe comunque coinvolto: lo si potrebbe considerare infatti condizionato dall’interesse personale a mantenere intatta la propria carica a livello di poteri e di elezione. Ben altra eleganza e riservatezza rispetto a Giorgia Meloni che punta chiaramente a rafforzare i propri poteri ed a sfruttare l’onda dei consensi per una conferma col botto.

Sono convinto che il primo obiettivo dell’attuale maggioranza politica sia quello di sbarazzarsi di Sergio Mattarella, il vero e unico contraltare istituzionale e politico rispetto al governo, a cui l’opposizione fa solo il solletico, il sindacato fa solo stucchevole contrapposizione piazzaiola (senza piazza), l’Europa manda profumi, gli Usa riservano balocchi.

E allora cosa vuole questo ingombrante Mattarella? Facciamolo fuori alla svelta e in modo subdolo, perché gode di un certo seguito popolare. Teniamolo sulla corda rendendo precaria la sua situazione, logoriamolo a dovere sfruttando la sua innata ritrosia. Mantenerlo in carica fino alla scadenza del suo secondo settennato potrebbe essere estremamente pericoloso per la stima di cui gode a tutti i livelli, in Italia e all’estero, e per la capacità di ergersi a custode della Carta costituzionale.

I cittadini l’avranno capito? Quando si dà loro una scheda per votare, perdono la testa: le elezioni del post governo Draghi sono lì a dimostrarlo. Facciamo loro credere che contano, che decidono, che sono i protagonisti: per dirla con De Rita, i “casalinghi guardoni” abboccheranno e dimenticheranno facilmente meriti e competenze del capo dello Stato.

IL silenzio di Mattarella è troppo dorato per essere capito ed apprezzato, troppo assordante per essere ascoltato, troppo serio per essere compreso. D’altra parte in questa società dove prevale chi grida di più, forse l’unico modo per distinguersi è tacere.

Mio padre non era ambizioso, si accontentava dei risultati raggiunti con onestà e laboriosità, non recriminava, non invidiava nessuno, sapeva godere delle piccole (grandi) soddisfazioni della vita. Di fronte a certe carriere fulminanti, senza scandalizzarsi e senza particolare acredine, commentava così: «In-t-la vitta pr’andär avanti, purtróp, bizoggna lavorär äd gòmmod…Mi an sariss miga bón äd färol». Quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti».

A lui piacerebbe molto Sergio Mattarella, anche se tremerebbe alla quasi scontata eventualità che lo volessero far fuori. Tremo anch’io, anche se ammiro il suo silenzioso coraggio per resistere alle varie derive e rispettare ed aiutare le persone che vengono prima dello Stato (detto dal Capo dello Stato fa un certo, oserei dire commovente, scalpore).

 

 

Da casalinghi guardoni a disturbati fascistoni

Gli italiani sono un popolo di casalinghi, schiavi della televisione e delle opinioni veicolate attraverso social e mass media. Lo sostiene Giuseppe De Rita, fra i fondatori del Censis, in una intervista a La Stampa, partendo dai dati dell’ultimo rapporto Censis-Auditel, il quale mostra come stia aumentando “la casalinghità della società italiana”: gli italiani “stanno bene in una dimensione di casalingo medio. È così che si formano il giudizio sul mondo esterno, attraverso quello che hanno visto con il televisore con uno schermo di oltre 50 pollici, dotato della migliore tecnologia possibile”. Sottolinea quindi che “la dimensione della soggettività è in aumento dagli anni Settanta. Gli italiani sono sempre di più dei casalinghi guardoni, soggetti ai flussi di opinione esterni. Per questo il modo in cui viene loro descritto il Covid, l’Ucraina o l’inflazione li colpisce particolarmente”, “viviamo sull’onda dell’opinione del giorno. In base a quello che ascoltiamo possiamo essere pessimisti o sostenere personaggi politici. È l’opinione che traina, non la realtà”, “è il problema di questo Paese. Tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni sono avvenuti sulla base dell’onda dell’opinione. Da Berlusconi a Grillo, Salvini e ora Meloni non ci troviamo di fronte a rivoluzioni politiche ma alla capacità di singoli di gestire le onde. Silvio Berlusconi aveva i mezzi e li usava, Giorgia Meloni è stata molto abile a creare un tam-tam a partire dal libro ‘Io sono Giorgia’ fino a conquistare il potere”, “gli italiani dicono mi piace Meloni e non Salvini ma non sono in grado di valutare, per esempio, quanto Meloni possa incidere sul loro conto corrente o sul loro lavoro. Hanno un’opinione politica generica e seguono le onde al contrario di quanto accadeva in passato. Nessun politico della Dc si è basato sull’opinione quando si è trattato di creare l’Ue o di prendere altre decisioni di peso. Oggi invece se il politico si rende conto che una scelta può provocare un calo nei sondaggi si spaventa. É l’opinione che governa il Paese. A questo processo contribuiscono i mass media creando loro stessi un’onda di opinione su un argomento per settimane e poi passando all’onda successiva quando cala l’interesse. Anche noi che creiamo cultura collettiva dovremmo farci un esame di coscienza: andando avanti così resta il nulla”. E chiosa con un “magari” se tutto si riducesse in macerie morali: “Sarebbe la base per poter costruire di nuovo. Invece qui è stato distrutto qualcosa che si è auto-consumato lasciando un vuoto intorno”. (dall’agenzia giornalistica “9colonne”)

Pur rimanendo convinto che la sociologia sia l’elaborazione sistematica dell’ovvio, ammetto che anche l’ovvio così ben elaborato e presentato assume una sua valenza critica molto importante. Gli italiani effettivamente stanno diventando carne da macello mediatico: non si può spiegare diversamente la cotta che si sono presi per la Meloni. Il problema non sta però tanto nel potere mediatico, ma nel fatto che chi lo subisce non se ne renda nemmeno minimamente conto. Probabilmente di fronte a certe clamorose scivolate politiche dei preferiti non si vuole ammettere di avere commesso un errore di valutazione e si risponde con la penosa ricerca del nulla motivazionale, ripiegando semmai sul qualunquistico “così fan tutti o tutte”.

Paradossalmente il sondaggismo dimostra che stiamo morendo di sondaggismo: su di esso si operano le scelte politiche, su di esso si basa il consenso, su di esso si costruisce una sorta di politica virtuale che sfugge ad ogni e qualsiasi meccanismo di valutazione critica. Questo è il nuovo volto del fascismo!

Il problema e se e come si possa uscire da questo tunnel delle opinioni farlocche. Credo si debba innanzitutto fare un virtuoso bagno di passatismo: dobbiamo riuscire a comprendere come l’antifascismo fu proprio lo scatto di orgoglio critico contro la manipolazione della realtà. Siccome purtroppo la storia si ripete, oggi si impone la stessa rivolta: non violenta, ma impietosa nello spargimento di cenere sul capo di chi vota o non vota con la pancia e quel che segue.

Gli attuali governanti hanno paura non tanto del fascismo di cui tuttavia sono subdoli eredi, ma dell’antifascismo e quindi lo stanno devitalizzando e riducendo a battaglia anacronistica: il tutto viene giubilato e collocato negli scantinati della storia. I giovani non hanno cuore e sentimenti per scendere in cantina e restano a piano terra illudendosi di salire prima o poi ai piani alti; gli anziani preferiscono andare nell’attico da dove si osserva il sogno dell’ingiustizia fatta sistema e della guerra fatta pace.

Non è un caso che l’attuale governo abbia l’intenzione di infiltrarsi nella Costituzione depotenziandola dal di dentro, creando nei cittadini l’opinione che occorra ammodernare la Carta, mentre in realtà la si vuole strappare.  Le idealità che la Costituzione contiene sono l’unico antidoto alla dittatura mediatica strisciante e imperante. Di lì occorre ripartire! Non dai programmi che in fin dei conti sono tutti uguali o comunque possono essere considerati tali. I valori invece non possono essere mescolati e confusi, sono elementi discriminanti. Bisogna schierarsi!

Qualcuno ritiene snobisticamente che non valga la pena di radicalizzare lo scontro politico. Sono di idea diametralmente opposta: non ho paura di parlare di fascismo in casa dei neo-fascisti, di pacifismo in casa dei guerrafondai, di povertà in casa dei ricchi, di solidarietà in casa degli egoisti, di europeismo in casa dei sovranisti, di popolarismo in casa dei populisti, di socialismo in casa dei capitalisti, di democrazia in casa degli autocratici, di vere libertà in casa dei finti libertari. Creare macerie morali prima che politiche per costruire qualcosa di nuovo.

 

 

La procreazione imbastita

Maternità come «prima aspirazione femminile» e «missione». Un concetto da insegnare alle giovani generazioni, perché le ragazze vedano il diventare madri «un nuovo cool». Parole, pronunciate dalla senatrice Lavinia Mennuni (Fdi) durante una diretta tv, che hanno scatenato la bagarre politica con le opposizioni che parlano di frasi «offensive e pericolose» e di concetto di donna arretrata. A difendere la senatrice invece per lo più il suo partito per cui quelle parole sono una verità se si vuole evitare l’estinzione. (dal quotidiano “Avvenire”)

La maternità è un valore troppo grande per essere oggetto di assurde polemiche politiche. I valori più sono grandi e più non si insegnano, ma si devono testimoniare. È inutile negarlo, dietro le parole della senatrice Mennuni si intravede il fumo di una certa ideologia che poneva la maternità al servizio del regime: ora la si considera un presupposto per il mantenimento della specie. Se non è zuppa è pan bagnato!

Bisogna però essere altrettanto spietatamente obiettivi nell’intravedere in un certo concetto di emancipazione femminile una pura assuefazione ai falsi valori, peraltro maschilisti, che caratterizzano la nostra società. Sono solito così sintetizzare criticamente la battaglia in favore delle donne: si punta più alla parità di difetti che alla parità di diritti. La donna deve stare attenta a non cadere nella trappola consumistica spacciata come percorso di realizzazione delle proprie aspirazioni, così come non deve accettare il ritorno a schemi patriarcali spacciati come difesa della dignità femminile.

Anche la questione femminile rischia di entrare nel tritacarne manicheo della nostra società liquida, che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e “matusalmente” (da matusa) aveva a suo modo delineato: “J òmmi i vólon fär il dònni e il dònni i vólon fär j òmmi. Podrala andär bén”. Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci fossero in quelle parole è cosa difficile da calcolare; le butto lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’. So che quanto detto da mia madre può essere equivocato in senso reazionario, ma fa lo stesso. Io voglio arrivare a ben altre conclusioni, vale a dire ad una emancipazione femminile al di là degli stereotipi consumistici e lontana mille miglia dalla maternità ricucita e dalla procreazione imbastita.