I toni che fanno scoppiare la recita

Mercoledì pomeriggio, al termine della conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del primo ministro albanese Edi Rama a Shengiin, in Albania, ci sono stati dei momenti di confusione dopo che il deputato italiano Riccardo Magi ha tentato di avvicinarsi all’automobile con cui Meloni stava lasciando il cantiere dove sono in corso i lavori per la realizzazione del centro per migranti. È stato però subito ostacolato e poi allontanato da alcuni agenti di sicurezza albanesi appena fuori dal recinto del cantiere, nonostante alcuni suoi collaboratori gridassero «è un parlamentare della Repubblica».

Magi, segretario di +Europa e uno dei dirigenti radicali che hanno favorito la nascita della lista Stati Uniti d’Europa per le elezioni europee in programma nel fine settimana, ha cercato poi di bloccare il corteo di auto in uscita dal campo sventolando un foglio con su scritto “Un miliardo: hotspot elettorale”. È stato però subito fermato e strattonato con modi piuttosto rudi da agenti che dicevano di lavorare per conto del ministero dell’Interno albanese.

Meloni a quel punto ha fatto fermare la sua auto, ne è scesa insieme alla sua segretaria personale Patrizia Scurti, e ha accennato un dialogo con Magi, invitando gli agenti a lasciarlo («Leave him», ha ripetuto la presidente del Consiglio, in inglese). Meloni ha prima liquidato in modo ironico le denunce di Magi sul mancato rispetto dei diritti umani alla base dell’accordo tra Italia e Albania («Se accade questo con le telecamere a un parlamentare, potete immaginare ai poveri cristi che saranno chiusi qua dentro», aveva urlato Magi), poi è tornata sui suoi passi ironizzando un po’ su una presunta ansia di visibilità di Magi proprio in vista delle elezioni europee: «Ho fatto un sacco di campagne elettorali in cui non sapevo se avrei superato la soglia di sbarramento e dovevo segnalare la mia esistenza in vita. Le sono totalmente solidale». (Il Post giornale online)

Spero di non sbagliarmi, ma le battute finali stanno facendo traboccare il vaso della campagna elettorale di Giorgia Meloni: le trovate si sprecano, i bluff si rincorrono, dalle liste d’attesa nella sanità a quelle dei migranti alla inutile passerella in Albania. Un presidente del Consiglio così politicamente e smaccatamente schierato, che si mette tanto in vista e in pista penso di non averlo mai visto.

Intravedo due motivi al di là dello stile personale e caratteriale della premier: la paura di perdere o quanto meno di non stravincere e la megalomania congenita che forse le sta giocando qualche brutto scherzo in Italia e ancor più all’estero dove il due più due meloniano non fa quattro.

Sul piano del consenso credo che il suo elettorato più avveduto e moderato si stia spostando verso Forza Italia o addirittura verso l’astensione. Di conseguenza non le resta altro che andare al pieno incasso del fanatismo neofascista emergente dalle manifestazioni elettorali e/o rincorrere l’estremismo leghista rivedendolo e “scorreggendolo”. I toni quindi, ancor più che le parole, come ha acutamente osservato Monica Guerritore, sono la risorsa dell’attrice, quando le parole cominciano a sciogliersi in bocca e i fatti stanno in poco posto. Ogni occasione è buona per alzare i toni in modo anche sgangherato e inammissibile, le parole si sprecano e si urlano, i fatti si inventano. Ho la netta impressione che la Meloni abbaia come fa il cane: per paura.

D’altra parte i partner di governo e gli amici sembrano più dei congiurati contro di lei che dei leali collaboratori e sostenitori: i guinzagli del potere non funzionano più al massimo, i leghisti gliene combinano di tutti i colori, i forzitalioti si allontanano sempre più dalle sue performance imbarazzanti e inconcludenti.

Quanto alla megalomania, si è vista crollare gente molto più in gamba di lei e che la sapeva molto più lunga. D’altra parte non ci si può cambiare mentalità e personalità e chi le consiglierà un po’ di moderazione verrà visto come un traditore: è la triste fine dei presuntuosi.

Giorgia Meloni è questa e non può che (non) fare e dire le cose che appaiono. Un fenomeno da baraccone politico, che rischia di seppellire la politica sotto le nostalgie fasciste e sotto le picconate istituzionali e anticostituzionali. Altro che donna intelligente come molti la giudicano: sono stanco di sentire questa pietosa fandonia. È un personaggio estremamente pericoloso proprio perché pieno di arroganza e vuoto di intelligenza.

Assomiglia per certi versi a Berlusconi: è una vignetta anche poco simpatica di questo suo predecessore, in quanto ne ha solo i difetti e non ne ha nemmeno minimamente le doti personali, le intuizioni sociali e le radici imprenditoriali. Una donna con le palle? Sì, quelle che stanno per menzogne.

Non so se sia utile all’opposizione spingere sull’acceleratore della polemica come ha fatto Riccardo Magi (in modo peraltro ineccepibilmente provocatorio e politicamente invasivo): o pensano che la rana si stia talmente gonfiando da essere in procinto di scoppiare e che quindi possano bastare mirate e velenose punture di spillo o altrimenti rischiano di fare il suo gioco. Ricordiamoci sempre di cosa diceva Montanelli del fenomeno berlusconiano: è una malattia che deve fare il suo corso per creare gli anticorpi. Mi sembra che la similitudine possa attagliarsi al caso. Non bisogna avere fretta, siamo ancora nel pieno dell’infezione, verrà un giorno…sperando che non sia troppo tardi.

 

 

 

 

Macron esclude solo la pace

Emmanuel Macron torna a “porre la questione” di un invio di truppe occidentali in Ucraina se la Russia dovesse sfondare la linea del fronte nella guerra in corso da oltre 2 anni. In un’intervista all’Economist, che solleva lo stesso polverone già provocato nelle settimane scorse, con gli alleati europei contrari a questa ipotesi, il presidente francese ribadisce che “nulla può essere escluso”.

“Se i russi dovessero sfondare le linee del fronte, se ci fosse una richiesta ucraina – cosa che oggi non avviene – dovremmo legittimamente porci la domanda”, dice Macron, secondo cui “escluderlo a priori significa non imparare la lezione degli ultimi due anni”, con i Paesi della Nato che avevano inizialmente escluso l’invio di carri armati e caccia a Kiev prima di cambiare idea.

“Come ho detto, non escludo nulla, perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla”, ribadisce Macron al settimanale britannico, in un riferimento a Putin. “Probabilmente siamo stati troppo esitanti nel fissare dei limiti alla nostra azione nei confronti di qualcuno che non ne ha più e che è l’aggressore”, afferma il presidente, indicando il suo “chiaro obiettivo strategico: la Russia non può vincere in Ucraina”.

“Se la Russia vince in Ucraina, non avremo più sicurezza in Europa – scandisce – Chi può pretendere che la Russia si fermi lì? Quale sicurezza ci sarà per gli altri Paesi vicini, la Moldavia, la Romania, la Polonia, la Lituania e tanti altri? E oltre a questo, che credibilità abbiamo noi europei che avremmo speso miliardi, che avremmo detto che era in gioco la sopravvivenza del continente e che non ci saremmo dati i mezzi per fermare la Russia? Quindi sì, non dobbiamo escludere nulla”. (Adnkronos)

Le reiterate prese di posizione di Macron sono sostanzialmente in linea con quelle (già commentate) di Stoltenberg, segretario generale della Nato. Non so se siano dovute alla solita smania protagonistica francese (la grandeur), alla volontà di primazia a livello strategico europeo e occidentale, al clima (che sembra irreversibile) di guerra strisciante, all’altrettanto consueta tattica di reagire alle debolezze interne mostrando i muscoli all’esterno, alla candidatura a interlocutore principale di Putin (dalle telefonate si passa alle minacce), alla ricerca di visibilità elettorale in vista della prossima consultazione europea. Probabilmente e irresponsabilmente di tutto un po’.

Non c’è che dire aveva ragione mia sorella Lucia quando, con la sua solita schiettezza di giudizio, si lasciava andare e parlava di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto. Un conto è essere superiori su basi oggettive (atteggiamento già difficile da accettare), un conto è ritenersi aprioristicamente migliori (atteggiamento da respingere al mittente). Faccio fatica a sopportare coloro che si ritengono primi della classe e lo sono veramente, figuriamoci con quanti si spacciano primi della classe senza esserlo.

Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere a livello internazionale e, invece di cercare di instaurare collaborazioni e solidarietà, preferisca la fuga in avanti. Non prenderei quindi sul serio le sparate macroniane, anche se è preoccupante il clima che, bene o male, le giustifica o, quanto meno, le sopporta.

A maggior ragione urgono iniziative concrete e pressanti del governo italiano e dell’Europa alla ricerca di un dialogo, che, se non è un fine in sé e per sé, è almeno un mezzo imprescindibile per raggiungere un clima più costruttivo nei rapporti tra gli Stati.

Purtroppo le pubbliche opinioni non si rendono conto della posta in gioco, pensano ad una guerra sfogatoio, un male (quasi) necessario, ed anche le uscite di Macron vengono inquadrate in questa irresponsabile visuale bellicista di maniera.

Non c’è nessun protagonista sulla scena mondiale che abbia il coraggio di usare efficacemente qualche parola di pace. Sol l’occhio di Sergio Mattarella esprime un guardo di pietà, ond’io guardo a lui e dico: Ecco la bellezza della pace! (libera parafrasi di “Improvviso” da Andrea Chénier di Umberto Giordano – libretto di Lugi Illica).

Si dirà: meglio essere sinceramente profeti di guerra che ipocritamente profeti di pace. Questo è lo schema politico-culturale dominante nel mondo. Non ci sto. Per la pace, come per la salute, non si può mai dire che non ci sia più nulla da fare.

Il noto motto di San Paolo, spes contra spem (Rm. 4,18), “la speranza contro ogni speranza”, può essere ritradotto nel nostro tempo con le parole “essere speranza” per “dare speranza”. Quando la speranza umana viene meno, c’è sempre la speranza teologale che non verrà mai meno. Emanuel Macron si tenga la sua realpolitik, io mi tengo la mia speranza da giocare a livello diplomatico, ma, prima e dopo la diplomazia, anche e soprattutto a livello umano e cristiano.

 

La rondine europeista e l’inverno nazionalista

Nel giorno della Festa della Repubblica il capo dello Stato parla di Italia, Costituzione, Europa. Un passaggio del messaggio dell’inquilino del Quirinale non piace alla Lega. «Con l’elezione del Parlamento europeo consacreremo la sovranità della Ue», dice Mattarella. La prima reazione è di Claudio Borghi senatore della Lega molto ascoltato da Salvini. «Se il presidente pensa davvero che la sovranità sia dell’Unione europea invece che dell’Italia, per coerenza dovrebbe dimettersi, perché la sua funzione non avrebbe più senso». Scende in campo il leader, nonché vice-premier, e l’attacco al Colle diventa qualcosa di più serio: «Oggi c’è la festa della Repubblica, oggi è la festa degli italiani, della Repubblica, non della sovranità europea».

Forza Italia con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con una posizione che ben disegna le distanze esistenti in maggioranza sulla politica europea: «Ogni scelta anti europea è deleteria per l’Italia. Fa bene Mattarella a sottolineare la nostra prospettiva europea. Gli esprimo la mia solidarietà per gli attacchi che ha ricevuto». Anche Maurizio Lupi si smarca e pizzica la Lega ricordando che fu tra i partiti a votare per Mattarella.

Certamente non si può avere dubbi su quale sia la “visione” di Sergio Mattarella che a pochi giorni dal voto fissa la sua linea. «… i Padri della Patria erano consapevoli dei rischi e dei limiti della chiusura negli ambiti nazionali e sognavano una Italia aperta…».

 Parole non proprio simili a quelle pronunciate poco dopo da Giorgia Meloni: torniamo «all’idea di Europa, che era una idea di Europa che immaginava che la sua forza, la forza della sua unione, fosse anche la forza e la specificità degli stati nazionali». (dal quotidiano “Avvenire”)

La richiesta di dimissioni del Presidente Mattarella faceva letteralmente “sbudellare dal ridere”. Il problema non è quello. La marcia indietro di Matteo Salvini è oltre modo vergognosa, ridicola e senza dignità. L’imbarazzo di Giorgia Meloni è palpabile: sostanzialmente è d’accordo con la Lega a cui tenta di spillare voti, ma non può avventurarsi in acrobazie antieuropee e allora non le resta che fare il pesce in barile. Le (di)visioni all’interno della maggioranza emergono con una certa chiarezza: in propaganda veritas!

Queste elezioni europee nelle intenzioni di Giorgia Meloni dovrebbero essere una prova della sua forza e della tenuta stagna della sua maggioranza, si stanno rivelando una prova della sua debolezza politica e del traballante vivacchiare tra i partiti di governo. La comica finale sarà nel come si collocheranno nel Parlamento europeo e nel gioco parlamentare conseguente. La Lega con gli estremisti di destra, Forza Italia coi popolari, Fratelli d’Italia coi conservatori, Giorgia Meloni con le mani libere pronta a saltare su qualsiasi maggioranza le dia visibilità e prestigio.

Gli osservatori e commentatori sostengono che ci siano in ballo due visioni di Europa, personalmente non ne vedo alcuna: gli italiani sono costretti a votare a casaccio. Gli elettori orientati verso il centro-destra ne hanno avuto una clamorosa dimostrazione in questi giorni con la querelle contro il Presidente della Repubblica. A regola di briscola non dovrebbe rimanere a loro che un rigurgito di dignità con l’astensione. Invece chissà come canteranno le urne…

Gli elettori orientati verso il centro-sinistra invece pure. Pur nella nominale adesione all’Europa le numerose liste non danno sufficienti garanzie per un’azione all’interno delle istituzioni sovranazionali volta alla pace, alla giustizia sociale, alla ripresa degli ideali fondativi. Il passato dimostra purtroppo che in Europa tutti i gatti sono bigi. C’è qualche barlume di flebile speranza, ma non è sufficiente a dissipare la nebbia che grava su questa consultazione elettorale.

L’unica voce credibile, autorevole e coerente è quella del Capo dello Stato. Non è un caso che venga sgarbatamente disturbata, istituzionalmente indebolita e politicamente snobbata. Nel frastuono propagandistico vigente sapranno gli elettori ascoltare Mattarella? E una volta ascoltatolo, riusciranno a trovare un voto in linea con un’Italia aperta all’Europa? Io ci sto provando e ammetto di essere in grossa difficoltà. Semmai ne riparleremo…

 

Gli opposti show della politica senza politica

“Eccomi qui in una nuova puntata degli Appunti di Giorgia che però ho deciso di ribattezzare TeleMeloni. Perché l’unica TeleMeloni che esista è questa”. Nuova puntata della serie di monologhi social chiamati Gli appunti di Giorgia, che la premier Meloni pubblica sui propri profili fin dal suo insediamento e che usa per esporre (senza contraddittorio) i provvedimenti del governo e attaccare le opposizioni. In questo caso respinge al mittente le accuse di aver messo il bavaglio alla tv pubblica e ironizza su quel TeleMeloni che l’opposizione le rinfaccia ogni giorno. “Sono solo fake news di una sinistra che, essendo impegnata a occupare la televisione, pensa che gli altri siano come lei. Ma poiché noi siamo molto, e orgogliosamente, diversi dalla sinistra, abbiamo già smontato questa bufala dati alla mano”. (Il Fatto Quotidiano.it)

Il governo italiano si sta trasformando in una operazione mediatica che potremmo definire “Meloni show”. Sotto questo abito professionalmente confezionato non c’è niente, il che non deve tranquillizzare, ma inquietare: il nulla prima o poi verrà svelato, ma nel frattempo cosa sarà avvenuto del e nel Paese?

È lo stesso refrain che viene recitato riguardo all’antifascismo: il fascismo non esiste più e quindi è inutile battere questo tasto, anzi è controproducente parlarne perché alla gente interessano altre cose. A parte il fatto che non riesco più a capire cosa interessi alla gente, bisogna essere consapevoli che fascismo prima e più che regime politico è cultura che ben si attaglia alla trasformazione della politica in uno show.

Come si può contrastare questo deleterio andazzo? In campo mediatico esiste il rischio di creare “l’anti Meloni show”, intelligentemente cavalcato da La7. Meno male che c’è La7! Sì, però la politica è un’altra cosa. Bisogna tornare a discutere di politica evitando di cadere nel tranello dello show a favore o contro Giorgia Meloni. Non chiedetemi come e dove si possa riprendere a fare politica, visto che i partiti non esistono o non hanno gli strumenti adeguati e tendono a ripiegare nello show. Significativa al riguardo l’adesione di Elly Schlein al duello televisivo con la premier (pericolo fortunatamente scongiurato dall’Agcom) e l’idea smaniosa di personalizzare il voto anche da parte piddina con Elly scritto sulle schede elettorali facendo pateticamente il verso a Giorgia (fortunatamente rientrata in extremis).

Occorre sforzarsi di trovare argomenti e occasioni di incontro al di fuori del circuito mediatico altrimenti non se ne esce vivi. La melonizzazione della Rai è in atto. Non solo, addirittura si sta approntando anche la contro-rai con gli appunti di Giorgia, capace di portare croce e di cantar messa. Tutto ruota intorno a lei: c’è chi la ammira, c’è chi la esorcizza, c’è chi la compatisce, c’è chi la prende in giro. O si rompe questo teatrino o si rimane impigliati e paralizzati in esso.

Ricordo come Walter Veltroni, ai tempi in cui era leader del PD, si sforzò di combattere la personalizzazione dello scontro politico con Berlusconi, evitando addirittura di nominarlo, ribattezzandolo come suo mero competitor. Poteva sembrare una velleitaria sciocchezza, non lo era affatto: voleva significare lo sforzo di trasferire la politica dai personalismi ai problemi.

La sinistra politica non è in grado di allestire un teatrino alternativo anche perché non è il suo mestiere, attualmente si limita a confluire nell’anti-Meloni sfruttando gli spazi offerti da La7. Non riesce a portare il discorso su proposte di merito e pensare che non avrebbe altro che l’imbarazzo della scelta, dalla sanità al lavoro, dalla pace all’immigrazione, dall’Europa al resto del mondo.

La personalizzazione della politica è l’anticamera della capocrazia, non basta scimmiottarla a sinistra, urge superarla anche a costo di pagare prezzi elettorali immediati. Occorre che la sinistra riesca a parlare alla gente e con la gente non accontentandosi dei salotti televisivi, mentre invece purtroppo non ha significativa capacità di mobilitazione popolare: una sorta di esercito con i capi (?), ma senza soldati. Tutto ciò mentre alla destra può bastare (almeno nel breve termine) l’arte dell’illusionismo pseudo-popolare.

Giulio Andreotti definì “Porta a Porta” di Bruno Vespa come «la terza camera dello Stato»; oggi tutta la Rai può essere considerata la passerella coordinata e continuativa del premier e suo tramite del governo e della maggioranza parlamentare. La7 fa in modo intelligente e accattivante la parte dell’opposizione extra-parlamentare. Tutto rischia di finire lì. Siamo in un certo senso al fascismo (sarò fissato, ma è così).

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati Luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Con una piccola grande differenza. Sempre mio padre mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed interventiste: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.

Oggi in Italia (e forse non solo in Italia) le televisioni teatralizzano il clima pro o contro il regime, mancano questi coraggiosi “popolani”, mancano le osterie, mancano i luoghi d’incontro, manca il tessuto sociale: i cosiddetti social non svolgono la funzione critica al regime, ma lo sostituiscono con una “fake form of individualistic government”.

 

 

 

 

Nella zuppiera meloniana non ci sta Zuppi

«Non so cosa esattamente preoccupi la Conferenza episcopale italiana, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ma mi consenta anche di dire, con tutto il rispetto, che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una repubblica parlamentare, quindi nessuno ha mai detto che si preoccupava per questo. E quindi facciamo che nessuno si preoccupa». Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, ospite della puntata di Dritto e rovescio, in onda nella serata di giovedì 30 maggio su Rete4, a proposito delle preoccupazioni sollevate dal cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi.

Cosa aveva detto Matteo Zuppi da innervosire così tanto la premier sulle due riforme in discussione, vale a dire il premierato e l’autonomia differenziata? Riavvolgiamo di seguito il nastro.

L’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei nel corso della conferenza stampa di chiusura dell’assemblea generale dei vescovi italiani, a proposito del premierato, attualmente all’esame del Parlamento, aveva sottolineato: «Gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione. Qualche vescovo si è soffermato su questo, esprimendo preoccupazione. A titolo personale posso dire che è necessario tenere presente lo spirito della Costituzione, scritta da forze politiche non omogenee che però avevano di mira il bene comune. Dunque l’auspicio è che ciò che emergerà non sia qualcosa di contingente, cioè che non sia di parte.

Sull’autonomia differenziata, invece, il cardinale non si è espresso direttamente, ma ha detto che c’è preoccupazione. Del resto nel comunicato finale si legge: “Alcuni progetti legislativi rischiano di accrescere il gap tra territori oltre che contraddire i principi costituzionali. È in gioco il bene comune che può e deve essere promosso sostenendo la partecipazione e la democrazia, valori al centro della 50esima Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio». E comunque «non è solo un problema del Sud, ma di tutto il Paese».

Come ha ufficialmente reagito la Cei alla piccata presa di posizione della premier in risposta alle parole di Matteo Zuppi?

Non sono in possesso del testo, ma la Cei ha sostanzialmente affermato che Giorgia Meloni avrebbe preso ben due granchi. Innanzitutto ha confuso la Cei, organo rappresentativo dei vescovi italiani, con la Santa Sede ed ha quindi risposto a vanvera. Il secondo errore della premier consiste nel non accettare le preoccupazioni di un organismo, la Cei, che opera a pieno titolo nel tessuto sociale italiano e che ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni.

La risposta dei vescovi è molto felpata, ma ben calibrata e tocca nel vivo dell’atteggiamento presuntuoso, ignorante e insofferente alle critiche di Giorgia Meloni. Restando nel metodo, mi sentirei di aggiungere che il riferimento giorgiano ai patti lateranensi la dice lunga sul modo di rapportarsi di questo governo con la Chiesa, che deve starsene zitta ed accontentarsi dei suoi diritti garantiti dal Concordato e semmai guardarsi allo specchio, vale a dire alla forma giuridica dello Stato vaticano.

Mio zio Ennio sacerdote, impegnato eticamente e civilmente contro il fascismo, doveva fare i conti con le idee politiche di una sua sorella, che simpatizzava seppure moderatamente per il Duce.  Questa gli rinfacciava di essere contrario al regime, che in fin dei conti aveva difeso e trattato bene la Chiesa con il Concordato. Mio zio si limitava a controbattere con una battuta quasi di compatimento: «A sì? Non me ne ero accorto…».

L’approccio giorgiano ai rapporti fra Stato e Chiesa è quindi di stampo squisitamente fascista (siamo alle solite…), della serie “guardiamo ognuno in casa propria ed ai propri interessi”, il resto, come il premierato e la Costituzione, non vi deve interessare. Roba proveniente dal peggior anticlericalismo fascista e comunista.

A proposito di opposti anticlericalismi mi sovviene un piccolo episodio di cui fu protagonista mio padre. Durante il lungo conclave per l’elezione del papa, che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXIII, in caffè dal televisore si poteva assistere al susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc.): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferì rispondere alla sua maniera: “I fan cmé ai temp dal fascio e in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta! “. Oggi, facendo un salto storico di oltre sessant’anni, sono convinto che risponderebbe così: “I fan cmé in Italia: decida tùtt la Meloni e s’nin pärla pu…”.

 

 

Il capo dello Stato è Mattarella

Avvertiamo tutti che da tante parti nel mondo proviene un grido di sofferenza, di richiesta di serenità di vita, di progresso, di giustizia, di pace.

L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, convinta partecipe del rapporto transatlantico, dell’amicizia e dell’alleanza in cui questo si esprime, continuerà a impegnarsi – anche nella qualità di Presidente di turno del Gruppo dei 7 – per la tutela – sempre, ovunque, per tutti – dei diritti fondamentali della persona, per la pace e il dialogo tra i popoli e gli Stati, per la giustizia e la solidarietà internazionale, per la lotta alla fame, alle malattie, al sottosviluppo, per la difesa dell’ambiente.

È con pieno affidamento al valore di queste direttrici, sulla base dei principi della nostra Costituzione, che celebriamo il 2 di giugno, guardando al futuro con fiducia e speranza.

Sono le parole del Presidente Mattarella che giustamente festeggia la Repubblica con un impegno gravoso ma doveroso. Non si potrà certo e fortunatamente dire che il Capo dello Stato indulga alla retorica.

Sono più che soddisfatto del suo modo serio e responsabile di ribadire la vocazione alla pace del nostro Paese. Anche il passaggio elettorale europeo dovrebbe risentire di questo drammatico imperativo: non è purtroppo così. Si parla di tutto e malamente, ma la pace, salvo qualche piccola eccezione, resta una parola politicamente vuota.

Mattarella sembra voler dare una scossa benefica, facendo riferimento al ruolo che l’Italia può svolgere con la presidenza di turno del G7: qui però è il governo a dover fare la sua parte e, a mio modesto parere, non la sta facendo né a livello europeo, dove sembra preoccupato soltanto di aspettare il treno delle alleanze, né a livello internazionale dove sembra preoccupato soltanto di baciare le pantofole calzate maldestramente dagli Usa, né a livello culturale dove sembra preoccupato soltanto di imporre la mentalità del capo che arringa i sudditi.

Chiedo troppo se chiedo a Sergio Mattarella di vigilare continuamente e fattivamente, senza timore di esorbitare dai suoi limiti di potere, sull’operato del governo italiano, quale garante dello spirito pacifico della nostra Costituzione? Gli italiani, al di là delle cotte politiche del momento, sono con lui e ne hanno abbastanza di guerre, di armi, di morti e di rovine sparsi per il mondo.

Alle prese con un governo impegnato a dividere il popolo italiano, a farlo letteralmente a fette, provi, meglio dire continui sempre più, a ricucire la nazione con il filo della pace, in tutti i suoi aspetti, sfaccettature ed implicazioni all’interno e in campo internazionale, costi magari anche qualche incidente diplomatico. La pace, intesa in senso lato come a magnificamente evidenziato il Capo dello Stato, val bene un forte, pressante e pertinente richiamo alla fedeltà costituzionale.

E se non ci sarà identità di posizioni e di vedute tra Quirinale e Palazzo Chigi? Ce ne faremo una ragione e sapremo da che parte stare, dalla parte di chi rappresenta l’unità nazionale e garantisce il rispetto della Costituzione nonostante i subdoli tentativi di spostare l’asse di equilibrio.

 

 

Gli imperialismi senza imperi

Condanna su tutti i fronti per Donald Trump da parte dei 12 membri della giuria. Sono 34 i capi d’accusa su cui la corte si è espressa. Verdetto: condanna piena, ma bisognerà attendere l’11 luglio per conoscere l’entità della pena, che potrebbe andare da una multa sino a 4 anni di reclusione. La vicenda vede coinvolto l’ex presidente nella consegna di una somma di denaro alla pornostar, Stormy Daniels, pagata per fare silenzio sui rapporti personali intercorsi tra i due.

É stato un processo farsa”, tuona l’ex presidente Trump, che proclama la sua innocenza e annuncia, tramite i suoi legali, ricorso alla pronuncia. La sua difesa parla di “processo ingiusto, in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato”. La questione comunque non impedirà a Trump di partecipare alla corsa verso quello che potrebbe essere un clamoroso ritorno alla Casa Bianca. “Il vero verdetto – ribadisce Trump, riferendosi all’Election Day – sarà il 5 novembre”, quando verrà appunto celebrato l’ultimo atto delle presidenziali americane.

E c’è infatti da chiedersi quali saranno le ricadute di questa sentenza su una campagna elettorale sui generis sin dall’inizio. Si fa sentire anche il presidente in carica, Joe Biden: “C’è un solo modo per tenere Donald Trump fuori dallo Studio Ovale: andare alle urne. Nessuno – sottolinea Biden – è al di sopra della legge”. (Vatican news)

Non sono mai stato filoamericano, né culturalmente né politicamente, oggi lo sono ancor meno. La vicenda politico-giudiziaria di Donald Trump dimostra l’enorme crisi in cui è sprofondata la democrazia americana, rischiando di trascinare nel gorgo tutta la democrazia occidentale.

Come è possibile che un simile soggetto continui imperterrito la sua campagna elettorale aizzando il popolo contro la già debole magistratura americana. Come è possibile che nel mondo Donald Trump mantenga tanti fans che si nascondono dietro l’equidistanza tra lui e Biden (vedi Matteo Salvini in Italia e non solo lui)?

Come è possibile che l’opinione pubblica prevalente confini queste vicende sconvolgenti tra le beghe americane di cui ci si può fregare altamente? Non si capisce che la questione riguarda tutto il mondo occidentale. L’unica paradossale consolazione consiste nel fatto che l’impero americano è in forte declino e quindi l’influenza statunitense si è relativamente affievolita.

Come è possibile che il popolo americano mantenga una certa fiducia in questo squallido personaggio: il consenso verso Trump sembra addirittura aumentare, mentre sembra in crisi la candidatura di Biden (ebrei, giovani, e afroamericani per diversi motivi pare che si stiano allontanando dal voto). Questo strano andamento elettorale (speriamo sia soltanto pre-elettorale) dimostra come alla destra sempre più illiberale basti mostrare i muscoli, mentre la sinistra debba conquistare il consenso con la buona politica.

Nel caso di Trump al machismo psico-sociale si aggiunge quello politico-internazionale. Lui solo saprà mettere a posto Putin e Netanyahu, non importa come, interessa soltanto la mera difesa degli interessi della bottega statunitense: l’Europa si arrangi, con la Cina si farà la guerra economica, per la Russia si faranno i conti tra mafia americana e mafia russa, l’Onu vada a quel paese, della Corte penale internazionale chissenefrega, il diritto internazionale non esiste, la Nato metta a posto la contribuzione finanziaria dei suoi Stati-membro altrimenti ognuno si farà i cazzi suoi, gli ebrei avranno carta bianca, etc. etc. Ci avviamo sempre più verso il  mondo in cui il vaso di coccio europeo dovrà vedersela coi vasi di ferro imperiali di Usa, Cina e Russia. L’unica speranza è che questi imperialismi siano a scarso di impero.

Alla prospettiva di questa autentica catastrofe mondiale Joe Biden risponde balbettando giaculatorie belliciste, fervorini pseudo-pacifisti e cavolate pseudo-diplomatiche. Mia madre di fronte a questo casino internazionale direbbe: «J american i fan i rus, i rus i fan j american, i cinez i fan coj e chiätor, podral andär bén al mónd?».

 

 

 

La giustizia tra Mida-Giorgia e Befana-Nordio

Un provvedimento epocale e coraggioso, contro le forze della conservazione”; una norma che “rende omaggio” a Giovanni Falcone e Giuliano Vassalli. Il governo e in primis la presidente Giorgia Meloni rivendicano il “mandato popolare” avuto nelle urne per la riforma della Giustizia, dopo aver approvato in Consiglio dei ministri il disegno di legge sulla separazione delle carriere dei magistrati: saranno distinte tra quelle dei giudici e dei pubblici ministeri.
Ora comincia l’iter per la nuova legge costituzionale che attua – come spiega il Guardasigilli Nordio – “il principio fondamentale del processo accusatorio”, ovvero differenziare il percorso di chi è chiamato a giudicare da quello di chi, come il pm, ha l’incarico di muovere le accuse. Sotto i riflettori c’è anche lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due diversi Csm, i cui membri saranno nominati per sorteggio.

“Questo organo di autogoverno della magistratura negli ultimi anni non ha dato buona prova di sé”, spiega il ministro stigmatizzando “la degenerazione correntizia” tra le toghe e citando gli “scandali come quelli di Palamara”. Il provvedimento, limato fino a pochi minuti prima del via libera in Cdm all’indomani dell’incontro dei rappresentanti del governo al Quirinale, è comunque frutto di una complicata mediazione che trova la sua sintesi politica nella regola dell’estrazione a sorte dei trenta membri, togati e laici, di ognuno dei due Consigli. “Con il sorteggio interrompiamo una serie di anomalie”, dice Nordio. Escono fuori le correnti dalle nomine del Csm ma resta ai margini pure la politica: anche la componente laica del Csm, ovvero i membri elettivi che attualmente vengono scelti per un terzo dal Parlamento in seduta comune, sarà interamente nominata sottoponendosi al principio di casualità.

Resta poi l’istituzione del nuovo organo disciplinare dei magistrati, l’Alta corte, composta da 15 membri (12 estratti a sorte, 3 nominati dal presidente della Repubblica) mentre salta dal provvedimento il riferimento sull’avvocatura in Costituzione, nonostante gli annunci del governo nei giorni scorsi. Fuori dal ddl anche l’ipotesi, sempre sostenuta da Nordio, di introdurre la discrezionalità dell’azione penale.

“Non abbiamo operato modifiche in quel senso perché abbiamo accolto le osservazioni dell’Associazione nazionale dei magistrati”, sottolinea il Guardasigilli riferendosi al sindacato delle toghe, fortemente contrario alla riforma, che invece valuta “una mobilitazione importante” senza escludere lo sciopero dopo una riunione urgente convocata in queste ore.

Per la premier Meloni si tratta invece di aver “rispettato un altro impegno preso con gli italiani. In molti hanno detto e scritto in questi mesi che non avremmo mai avuto il coraggio di presentare questa riforma attesa da trent’anni”, sostiene la presidente del Consiglio in un video, puntando il dito contro “le forze della conservazione si muoveranno contro di noi. Ma – dice non abbiamo paura”. Grida vittoria Forza Italia, nel nome di Silvio Berlusconi. “La riforma arriva a coronare trent’anni di impegno in prima linea” commenta il viceministro alla giustizia Francesco Paolo Sisto.  (da Ansa.it)

Mi scuso in premessa per la conclamata ignoranza che mi dovrebbe indurre a tacere. Mi limito ad un commento spassionatamente obiettivo, superficialmente imparziale e politicamente articolato.

Non sono d’accordo con l’esagerata e propagandistica enfatizzazione da parte del governo, che spaccia per epocale e rivoluzionaria una riforma di solo buon senso (meglio di niente), che puzza di redde rationem lontano un miglio, così come non mi trovo solidale con la magistratura che, più per il clima politico effettivamente ostile che per la portata dei provvedimenti in fieri, si limita a gridare “al lupo” per un attentato alla propria autonomia.

Separare le carriere tra magistratura inquirente e giudicante è garanzia di indipendenza fra i due livelli procedimentali: in parole povere, se ben comprendo, in teoria chi sarà chiamato a giudicare subirà meno condizionamenti da parte di chi inquisisce. Non è poco, ma non è tutto.

L’istituzione di un organo disciplinare separato dal CSM e lo sdoppiamento del CSM stesso sono le altre novità. L’elezione a sorteggio dei componenti dei Consigli Superiori della Magistratura toglie politicizzazione anche se la politica non è un pericolo da esorcizzare ma semmai solo uno stile da ripulire. Sorteggiare i componenti di organi istituzionali in democrazia non è il massimo anche se può servire ad evitare appunto il rischio della politicizzazione in chiave corporativa.

Riguardo al fatto che questa riforma, ancora agli inizi del suo iter, possa rappresentare una vittoria nel nome di Silvio Berlusconi stenderei un velo di pietoso silenzio su chi non voleva riformare la giustizia ma piegarla ai propri interessi. In filigrana emerge una sorta di intento punitivo verso le toghe sbrigativamente definite rosse: se il buon giorno delle riforme costituzionali si vede dal mattino, andiamo proprio bene. La magistratura ha senza alcun dubbio i suoi difetti, ma ho l’impressione che il governo voglia togliere le pur consistenti pagliuzze dei giudici mantenendo ferme le proprie travi. L’approccio riformista del governo Meloni è altamente divisivo e contrario allo spirito della Costituzione, che è fortemente unificante. Le regole del gioco non si possono cambiare unilateralmente, fregandosene altamente dei giocatori non in linea con gli intenti del governo.

Insospettiscono anche i tempi del varo governativo in concomitanza con la dirittura d’arrivo della campagna elettorale anche se è pur vero che in Italia siamo sempre in campagna elettorale e quindi per evitare strumentalizzazioni propagandistiche non si dovrebbe fare nulla. Sembra quasi la risposta missilistica alle indagini verso Toti e c., considerate un vero e proprio attacco politico.

È interessante riandare allo scorso autunno e all’intervista rilasciata dal ministro Guido Crosetto al Corriere della sera. “L’unico grande pericolo” per la continuità dell’esecutivo, aveva detto il ministro, “è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria”. “A me – aveva spiegato – raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a ‘fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni’. Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle Europee…”.

Crosetto aveva messo le mani avanti? Forse sapeva che c’era del marcio tra le sue file e temeva che potesse emergere in vista delle elezioni europee, ragion per cui ha tentato di squalificare in anticipo la Magistratura? I giudici tuttavia non si sono fatti intimidire e hanno proceduto contro il presunto malaffare annidato alla regione Liguria, peraltro nell’ambito di numerosi procedimenti aperti in diverse zone e verso esponenti politici di diversi partiti. Visto che le minacce anticipate non hanno funzionato, ecco spuntare il missile riformatore? Fantapolitica?

In questo clima da spedizione punitiva sarà mai possibile avviare processi riformatori seri? Ecco perché, al di là dei contenuti piuttosto limitati della riforma avviata dal ministro Nordio, non mi sembra di intravedere il toccasana di tutti i mali della giustizia né il modo decisivo per renderla più efficiente ed efficace: il discorso è molto più grande e complesso rispetto ad una riformetta trasformata da Mida-Giorgia in oro per i cittadini italiani, i quali nella loro calza non troveranno automaticamente i dolci premio della Befana-Nordio, mentre sarebbe buona cosa evitare accuratamente che i giudici nella loro trovassero il carbone della punizione e della prevaricazione.

Un Papa fuori dai denti perbenisti

Arrivano infine le scuse di Papa Francesco per le frasi pronunciate la scorsa settimana nell’incontro con i vescovi all’assemblea generale della Cei. «Nella Chiesa c’è troppa aria di “frociaggine“», i vescovi farebbero bene a «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», aveva detto davanti ai prelati. E una volta che quelle dichiarazioni sono diventate pubbliche, l’entourage del Santo Padre si è dovuto attivare per gestire la crisi, provando a sgonfiare le polemiche parlando di uno scivolone linguistico, di chi non conosce perfettamente l’italiano, un “inciampo” causato dalla pesantezza della giornata e dovuto alla stanchezza. E però quelle parole hanno ferito una comunità, di fedeli e non solo, così la sala stampa vaticana ha voluto precisare la posizione del Pontefice diffondendo un suo messaggio. «Papa Francesco è al corrente degli articoli usciti di recente circa una conversazione, a porte chiuse, con i vescovi della Cei», si legge nella nota, «come ha avuto modo di affermare in più occasioni, “nella Chiesa c’è spazio per tutti, per tutti! Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, c’è spazio per tutti. Così come siamo, tutti”». Quindi le scuse: «Il Papa non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi, e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine, riferito da altri». (da Open giornale online)

Non c’è che dire, siamo belli come il sole, tutti si schifano di fronte al linguaggio criptico e reticente dell’alto clero vaticano, poi, quando il papa “parla come mangia”, c’è la corsa allo stupore se non addirittura allo scandalo.

Indubbiamente papa Francesco sta vivendo il periodo della vecchiaia in cui è naturale abbandonare certe prudenze e sottigliezze verbali per andare drasticamente e apertamente al sodo, anche e soprattutto in casa propria come può essere considerata l’assemblea dei vescovi italiani. Purtroppo c’è chi all’interno del Vaticano non si lascia scappare l’occasione di squalificare un papa scomodo e sincero come Bergoglio (chi ha divulgato la notizia ben sapendo che sarebbe stata strumentalizzata a livello mediatico?). Così come c’è chi corre a giustificarlo impropriamente e burocraticamente: ha detto quel che ha detto. Punto.

Vado al nocciolo della questione allargandola al rapporto tra Chiesa e sesso, improntato da sempre a reticenze e colpevolizzazioni. Questo discorso riguarda tutti i cattolici, figuriamoci i sacerdoti e i candidati al sacerdozio. Vorrei farmi guidare nel mio commento dal caro amico don Luciano Scaccaglia e dall’eredità cristiana che mi ha lasciato in materia di sessualità nella Chiesa.

Era da poco ritornato in parrocchia dopo la lunga degenza ospedaliera per un complesso intervento chirurgico. Andai da lui una domenica mattina prima della messa che non aveva ancora ripreso a celebrare, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo dell’outing del monsignore della curia vaticana che ammetteva la sua omosessualità e la relazione con il suo partner, lanciando un bel sasso nella piccionaia omofoba (di facciata) degli ambienti clericale. Provai a introdurre en passant l’argomento con una battuta: «Hai visto Luciano che razza di casino ha fatto scoppiare quel monsignore della curia romana?». Sostanzialmente la risposta secca e immediata fu: «Ha fatto benissimo! È inutile continuare a nascondere la realtà dell’omosessualità presente anche fra i sacerdoti. Bisogna prenderne atto, smettere di criminalizzarla, toglierla dalla clandestinità e volgerla in positivo». Non volli battere ulteriormente il tasto, mi limitai solo a commentare: «Se mi volevi dimostrare di avere ripreso totalmente la tua lucidità e la tua verve, ci sei riuscito pienamente».

La materia sessuale la affrontava senza falsità, senza diplomazia, senza falsi pudori. Innanzitutto partiva col considerare il sesso come un grande dono di Dio da vivere come tale, senza paura e senza complessi. Quante volte don Luciano mi ha parlato, quasi con ribrezzo, dell’errata educazione e formazione ricevuta in seminario laddove si demonizzava la donna e si creavano i presupposti per una visione complessata della sessualità propria e altrui. Quante volte mi ha citato le agghiaccianti teorie di certi padri della Chiesa che straparlavano in materia. Quante volte abbiamo concluso rimarcando le grandi responsabilità che la Chiesa si è assunta in passato nella colpevolizzazione dei credenti assoggettandoli a vere e proprie vessazioni psicologiche in fatto di comportamenti sessuali.

Nelle sue ultime omelie, mettendo in contrasto la misericordia di Gesù con il moralismo della Chiesa, diceva: «Una cosa è certa: con Gesù è la fine della contrapposizione netta tra buoni e cattivi, è la fine “delle evidenze morali e dei concetti chiari e ferrei”, è la fine dei pregiudizi, a causa dei quali noi sappiamo sempre cosa occorre fare, però nella vita degli altri. Una cosa è certa: la severità della Chiesa, le sue rigide leggi pastorali, liturgiche, sacramentali verso i “diversi”, le coppie di fatto, o persone in difficoltà, o matrimoni in crisi, non aiutano né testimoniano la misericordia di Gesù; non fanno maturare, ma umiliano». E ancora, chiarendo come le distinzioni sessuali non vengono da Dio, sosteneva: «Dio ama tutti, tutte le persone e non guarda alla tendenza sessuale. Noi invece facciamo distinzione e alziamo steccati, laddove non è presente la misericordia di Dio, ma il nostro giudizio severo… Una parte della Chiesa, forte della difesa del matrimonio e della famiglia fatta giustamente da Francesco, veste i panni dei crociati e non ha stima, anzi, rifiuta le unioni civili. Il Family day e altre iniziative vanno in questo senso: difendono la famiglia, il matrimonio, ma condannano altre forme ed espressioni dell’amore. Strani questi cristiani, questi vescovi, discriminanti e penalizzanti, che pensano di parlare a nome di Dio e di Gesù».

Anche se già fortemente provato, don Scaccaglia, si esprimeva con accenti molto incisivi e, come al solito, fuori dal coro: «Dio non si interessa delle tendenze sessuali, stima tutte le coppie, sia etero che omosessuali, perché Lui è Padre e Madre di tutte/i. Non c’è solo la famiglia tradizionale, ma anche altre unioni dove regnano l’amore e altre forme di fecondità. Di questo amore hanno bisogno tutti i bambini: di uomini e di donne con la vocazione genitoriali presente nelle persone etero e in quelle omo. Di amore hanno bisogno: perché Dio è amore universale, per estensione e per qualità. Ama tutti, sempre, e di tutti rispetta l’identità. Non fa l’esame del sangue, ma inietta in tutti un amore viscerale, di Padre e di Madre, ci salva con il sangue del Figlio sulla croce».

Ricordo le parole della sua ultima omelia pronunciata. Era quasi un testamento spirituale che riporto di seguito: «Quindi tu, Chiesa, non avere paura! Non avere paura dei diversi, anche dei diversi sessualmente parlando: sono una ricchezza e non un pericolo. Non avere paura delle coppie di fatto: il sacramento che le unisce è l’amore. Non avere paura delle coppie omosessuali perché sono segno di amore e non temere se i bambini saranno affidati a queste coppie che hanno la vocazione e l’impegno a livello genitoriale e possono andare ben oltre la procreazione biologica. Non avere paura delle leggi civili laicamente e democraticamente adottate dal Parlamento. Non avere paura del sesso, perché è un grande dono di Dio. Non avere paura degli stranieri, perché Gesù li andava a cercare ed aveva grande fiducia in loro. Non avere paura degli Islamici, perché Gesù non discriminava nessuno in base alla religione.  Signore! Aiutaci a non avere paura! Ad andare per le nostre strade con il coraggio dell’amore e non in piazza con la paura del nuovo!».

Devo ammettere però che con don Luciano, mentre ho affrontato spassionatamente il problema del celibato sacerdotale e del sacerdozio femminile, non ho mai approfondito quello delicatissimo del sacerdozio assegnato a persone omosessuali. Certamente non bisogna nascondere questo problema sotto il tappeto del perbenismo; va visto senza assurde reticenze in capo ai sacerdoti già consacrati, ma ancor di più va affrontato nei confronti dei candidati al sacerdozio e nei seminari.

Non mi nascondo dietro il bigottismo conservatore, ma nemmeno dietro il dito aperturista e mi chiedo: una persona omosessuale dà sufficienti garanzie di equilibrio sentimentale per svolgere il suo compito educativo e formativo nei confronti dei fanciulli, dei ragazzi, dei giovani, di tutti coloro che devono vivere positivamente la loro sessualità? Non ho e non credo ci sia una risposta valida per tutti i casi. Capisco le preoccupazioni papali per eventuali derive omosessuali a livello seminariale, ma non mi sento di escludere aprioristicamente la prospettiva sacerdotale per i soggetti a tendenza sinceramente e apertamente omosessuale. L’importante è uscire dall’atteggiamento ipocrita e da quello censorio: due modi per non affrontare il tema.

Se il Papa voleva porre il problema, c’è riuscito anche se in modo un po’ indelicato. Se voleva invitare chi di dovere ad occuparsene seriamente al di fuori di pregiudizi e schematismi, penso abbia fatto benissimo. Se voleva tranciare sbrigativamente un limite rigido e invalicabile al fine di evitare equivoci e scivoloni anche pedofili (è scientificamente, umanamente e cristianamente azzardata la teoria omosessualità=rischio di pedofilia), credo sia caduto nel solito vizio precettistico della Chiesa: non è con regole fisse e indiscutibili, che si affronta il problema della sessualità, ma partendo dall’amore che è il presupposto di tutte le tendenze ed esperienze sessuali.

 

 

Matteotti, Mattarella e poco più

Ho seguito con grande commozione la cerimonia celebrativa del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti alla presenza delle massime cariche dello Stato. Mi sono emozionato fino alle lacrime riascoltando il suo ultimo intervento in Parlamento, quel coraggioso intervento che segnò la sua condanna a morte e che dovrebbe far riflettere: egli infatti seppe vedere con lucidità e lungimiranza il disastro antidemocratico che stava succedendo con l’avvento del fascismo.

Queste doverose rievocazioni non dovrebbero essere vissute solo come un formale tuffo antifascista nel passato, ma anche e soprattutto come una provocatoria nuotata antifascista nel presente. Ed eccoci allo spirito di contraddizione che emergeva: in prima fila un presidente del Senato che detiene con gelosa e demenziale cura un busto di Mussolini (è detto tutto!), un capo del governo che non si dice antifascista e che non ha il coraggio di recidere le proprie radici culturali che affondano nel neofascismo, una premier che presiede un governo che ripercorre  in modo inquietante strade rivedute e scorrette di stampo fascista (anche se l’intellighenzia con la puzza sotto il naso tende a negarlo), un governo sostanzialmente assente pochi giorni prima alla celebrazione dell’anniversario dell’attentato fascista di piazza della Loggia a Brescia, un governo che fra i suoi esponenti vanta la presenza di Isabella Rauti, figlia di tanto neofascista.

Mi sembra doveroso riportare di seguito il curriculum giudiziario di Pino Rauti.

Il 4 marzo 1972 il giudice Giancarlo Stiz, di Treviso, emette mandato di cattura contro Rauti per gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969. Successivamente l’incriminazione si estenderà agli attentati del 12 dicembre (tra cui la strage di piazza Fontana), per cui fu anche incarcerato alcuni giorni, venendo scarcerato il 24 aprile 1972, prima di essere eletto deputato. Nel 1974, con la rivoluzione dei garofani in Portogallo, viene scoperta l’organizzazione eversiva internazionale fascista Aginter Press, con la quale ha stretti rapporti anche Rauti attraverso l’agenzia Oltremare per la quale lavora. Nessuna di queste inchieste ha mai accertato qualche reato a suo carico.

Successivamente Pino Rauti fu inquisito per la strage di piazza della Loggia a Brescia e in merito il 15 maggio 2008 è stato rinviato a giudizio.  Assolto “per non aver commesso il fatto” il 16 novembre 2010: nelle richieste del pm Roberto Di Martino, per quanto concerne la posizione di Pino Rauti, il pm chiede l’assoluzione, affermando che la sua è una “responsabilità morale, ma la sua posizione non è equiparabile a quella degli altri imputati dal punto di vista processuale. La sua posizione è quella del predicatore di idee praticate da altri ma non ci sono situazioni di responsabilità oggettiva. La conclusione è che Rauti va assolto perché non ha commesso il fatto”. (da Wikipedia)

Quando le telecamere andavano su Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e altri personaggi assai poco raccomandabili a livello di antifascismo (non so se Isabella Rauti fosse presente), provavo un senso di disagio per loro (ci vuole un bel becco di ferro…) e scattava in me un senso di repulsione. Non è possibile assistere a uno scempio istituzionale di questo genere: al posto di Mattarella mi sarei alzato e me ne sarei andato o, meglio, avrei fatto sloggiare gli “usurpatori”.

Ormai però queste cose non le sente e non le dice (quasi) nessuno, nemmeno l’opposizione: Elly Schlein forse non può capire gli affronti al passato, ma non reagisce nemmeno a quelli al presente. Un tempo i parlamentari della sinistra non avrebbero partecipato a questa manfrina o almeno si sarebbero fatti accompagnare da una presa di posizione ufficiale. Invece applausi scroscianti in gran parte ipocriti o di mera circostanza.

Cosa avrebbe detto oggi Giacomo Matteotti? Cosa direbbe? Questo ci dobbiamo chiedere, questo gli dobbiamo. E il popolo italiano cosa ne pensa? Lascia fare tutto al Presidente della Repubblica sentendosi da lui rappresentato? Non basta! Possibile che non ci sia un sussulto di dignità per chi tace e un rossore di vergogna per chi acconsente?

Purtroppo alla cerimonia tenutasi alla Camera dei Deputati troppi rappresentanti delle istituzioni erano fuori posto; la politica era sostanzialmente assente mentre la storia gridava; la gente era distratta dalle stronzate di turno o dalle riforme del cavolo mentre da parte di Matteotti e delle  vittime di piazza della Loggia si chiedeva discretamente (pensate un po’…) memoria attiva e condivisa; solo Sergio Mattarella garantiva la fedeltà all’antifascismo del passato remoto, del passato prossimo, del presente e del futuro. Non è un caso che dia fastidio a livello personale, politico e istituzionale. Le stanno studiando tutte per farlo fuori.