Galeotta la patatina e chi l’ha pubblicizzata

Il comitato di controllo dell’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria ha bloccato la diffusione, in tutte le versioni e su tutti i canali, dei contestati spot di Amica chips in cui le ostie consacrate venivano sostituite dalle patatine. La decisione è stata assunta d’urgenza per le «numerose richieste di chiarimenti e proteste» arrivate allo Iap, ha spiegato il segretario generale Vincenzo Guggino, tra cui in particolare il ricorso presentato dall’Aiart, l’associazione degli ascoltatori di radio e televisione, di ispirazione cattolica. Più precisamente il comitato dell’Istituto di autodisciplina «ha ingiunto alle parti di desistere dalla diffusione» della pubblicità «su tutti canali e con ogni mezzo». La decisione è appellabile nei prossimi 7 giorni. Nel caso di appello, a decidere sarebbe poi il Giurì dell’Istituto di autodisciplina quale giudice terzo.

Lo Iap ricorda in un comunicato che «la campagna pubblicitaria, ambientata in un convento e con sottofondo musicale l’Ave Maria di Schubert, mostra un gruppo di suore novizie dirigersi verso l’altare della chiesa per prendere la comunione. Non appena la prima novizia della fila riceve dal sacerdote l’ostia (nella versione web una patatina) si sente un sonoro scrocchio riecheggiare nella chiesa. Stupita e imbarazzata di poter essere la causa di quell’imprevista emissione, la novizia si volta verso la sagrestia dove una altra suora sta sgranocchiando le croccanti patatine pubblicizzate, prendendole dal sacchetto. Il video si conclude con le immagini del prodotto e il claim “Amica chips il divino quotidiano”». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ho visto questo spot pubblicitario e non posso quindi valutarne l’impatto emotivo sullo spettatore e capire se veramente urti il senso religioso e manchi di rispetto alla fede religiosa. Tutto infatti dovrebbe avere un limite, ma sappiamo bene purtroppo che in tutto e per tutto il limite è dettato dall’interesse economico.

La pubblicità, oltre che essere l’anima del commercio, è lo specchio deformato della cultura corrente e quindi non mi scandalizzo affatto di queste stupide boutade, che riempiono il vuoto pneumatico della nostra mentalità corrente.

Mio padre, che non era certo un bigotto ma semmai un diversamente credente, quando vedeva simili immagini diceva di non ridere, né piangere, ma di provare una profonda pena. Mi sembra la reazione azzeccata. Personalmente non avrei inoltrato alcun ricorso allo Iap: nella nostra società bisogna paradossalmente utilizzare le sciocchezze per far capire a quale punto di imbecillità siamo arrivati a prescindere da eventuali offese al senso comune religioso. Si tratta di attentato al buon senso e al buon gusto.

E poi ricordiamoci che la pubblicità deve stupire, non importa come, per ottenere il suo risultato; il messaggio in questione è riuscito nell’intento, favorito anche dalle reazioni spropositate dei benpensanti. Bisogna infatti stare bene attenti a non fare involontariamente il gioco di chi vuole subdolamente speculare su tutto pur di ottenere un effetto economico.

Quando si discute di influenza negativa dei media e di quanto in essi è contenuto, mi sovviene sempre ciò che monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno tenuto nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma (non ricordo l’argomento di questo convegno), raccontò di aver detto alle suore della sua diocesi, creando volutamente un certo scandalo, vale a dire di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo.

Applicando il condivisibile e provocatorio metro di giudizio riboldiano, non saprei dove collocare lo spot delle patatine: nel perbenismo commerciale televisivo o nella (quasi) profanazione mercantile? Credo si tratti della versione perbenista del vuoto valoriale della società consumistica. E allora preferisco la satira a contenuto chiaramente blasfemo, da quella mi difendo meglio.

A proposito di pubblicità, devo togliermi un sassolino dalla scarpa, che da tempo tormenta il mio piede di navigatore nel sito internet di “Avvenire”.  Pur apprezzando in modo critico i contenuti del sito (a cui spesso e volentieri attingo come spunto per i miei commenti giornalieri) e il fatto di poterli leggere senza pagare (come avviene per tutti gli altri siti collegati ai giornali quotidiani), noto che da qualche tempo la presenza pubblicitaria è tale da compromettere la navigazione al limite dell’induzione alla rinuncia.

Il coatto bagno pubblicitario nella piscina di “Avvenire” fa il paio con quello nel palinsesto delle tv a contenuto religioso (ne seguo due: TV 2000 e padre Pio TV): ci manca poco che gli spot vadano in onda fra un mistero e l’altro del Rosario e prima o dopo le parti fondamentali della Messa.

Due riflessioni piuttosto acide: 1) chi è senza peccato pubblicitario scagli la prima pietra; 2) viviamo in una società consumistica e…bisogna pur campare.

Parafrasando il grande Enzo Biagi, la pubblicità è negativa, ma solo un pochettino, cioè quando non serve per un fine più elevato. E chi stabilisce lo scopo che rende veniale il peccato di fornicazione pubblicitaria?

 

Esame di coscienza per chi ha la coscienza

“Estirpiamo cacicchi e capibastone!”. Il 12 marzo 2023 Elly Schlein guidava la sua prima assemblea da leader del Pd, colpendo tutti per quel richiamo contro i ras, i porta-voti, i partiti nel partito che spesso controllano voti, nomine e consiglieri nella loro fetta di influenza. Un anno più tardi, la promessa è lontana dall’essere mantenuta. […] (da “Il Fatto Quotidiano”)

Mentre a Bari non si scioglie lo stallo tra i due candidati sostenuti da Pd e M5S, nonostante lo sforzo dei pontieri, da Torino arriva un’altra tegola sul fronte giallorosso. Non solo i 5S hanno ufficializzato ieri la loro candidata alle regionali di giugno, Sarah Disabato, uno delle più agguerrite contro il Pd, ma Chiara Appendino mette il dito nella piaga di un’inchiesta che riguarda Salvatore Gallo, padre di un consigliere regionale Pd. Anche qui, come per l’ex assessora pugliese Anita Maurodinoia, l’accusa è voto di scambio. «Che ci fossero dei problemi politici ad oggi irrisolti nel Pd torinese penso fosse una cosa nota a tutti». Altra bordata: «Dall’inchiesta della procura di Torino emerge un quadro desolante della politica, spero che non si voglia nascondere la testa sotto la sabbia».

Dalle Alpi al Tavoliere l’assedio di Giuseppe Conte a Schlein sulla questione morale si fa sempre più incalzante: con l’obiettivo, neppure troppo nascosto, di accorciare le distanze in vista delle europee. Dal Pd il deputato romano Andrea Casu accusa Conte di agitare una «questione morale double face che serve solo ad aiutare la destra». E cita la condanna a 8 anni per lo stadio della Roma dell’ex presidente del consiglio comunale di Roma Marcello De Vito, all’epoca grillino e poi fuoriuscito: «Come minimo ci aspettiamo che Conte ritiri la tessera di Virginia Raggi. Altrimenti significa che per lui la legalità non solo è negoziabile ma è una questione da agitare a là carte solo contro il Pd». (da “Il manifesto”)

Non so se sia scoppiata una tempesta nel bicchiere del partito democratico o se stia emergendo un maltempo diffuso e profondo nella cantina dell’intera politica italiana. Spira indubbiamente un’aria di polemica strumentale a colpi bassi tra PD e M5S: il primo sta offrendo al secondo su un piatto d’argento la possibilità di sfoggiare il suo principale cavallo di battaglia (l’anticorruzione) in vista delle elezioni europee ed amministrative in modo da raccogliere il consenso proveniente dagli scontenti piddini e capovolgere i rapporti di forza all’interno del centro-sinistra. Tuttavia il PD è nell’occhio del ciclone e si vede spuntata l’arma che stava brandendo verso la destra inguaiata dagli indagati di lusso fino ad ora spudoratamente protetti. È in agguato il “così fan tutti”, che soddisfa l’elettorato di destra e scandalizza quello di sinistra.

Certamente si tratta di un ulteriore assist all’astensionismo e alla sfiducia verso l’intera classe politica. Non so se siano più gravi l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’inesperienza e l’incapacità che i partiti stanno abbondantemente esibendo oppure il mancato rispetto di valori e prerequisiti che dovrebbero stare alla base del fare politica.

Bisogna essere però attenti a non fare di ogni erba un fascio, anche se diventa difficile operare distinzioni: in un clima problematicamente devastante troviamo le bassezze di una cucina politica paradossalmente dedita a ricette affaristiche e partitistiche. Il peggio del peggio!

Per il partito democratico potrebbe essere l’occasione buona per liberarsi di certe abbondanti scorie del passato e del presente. Onestamente non so se Elly Schlein sia in grado di fare questa pulizia e se troverà gli aiuti necessari al riguardo. Paradossalmente potrebbe essere la sua carta vincente anche perché sul piano squisitamente personale sembra avere credibilità e moralità almeno sufficienti alla bisogna.

Il discorso però è molto complesso e non credo possano bastare le provocazioni pentastellate e le stilettate della destra a indurre il PD ad una profonda revisione di vita e ad un coraggioso ricambio di classe dirigente. Penso che la sinistra debba fare una grossa riflessione sul proprio passato per giungere a proposte credibili per il presente e a visioni convincenti per il futuro. Non saprei dire molto di più, se non auguri di vero cuore!

 

 

Caratteracciolo senza speranza

Posso essere stanco della mancanza dei politici? Per balordi che siano non possono infatti essere sostituiti dai giornalisti e/o dai magistrati. Si fanno perennemente i conti senza l’oste con la conseguenza che vince l’oste col vino peggiore. Si viaggia fra l’insensata incensazione coordinata e continuativa della Rai nei confronti del centro-destra e la pur accattivante ma insufficiente critica de La 7. I politici restano sullo sfondo per essere osannati o sbeffeggiati. È un gioco al massacro che non mi piace. Da una parte l’entusiasmo sul nulla, dall’altra la teorizzazione del nulla, con il Parlamento sostituito dagli studi televisivi.

Volete un autorevolissimo esempio? Lo prendo dalla incessante e poco mirata presenza mediatica dell’esperto di geo-politica, nonché direttore dell’autorevole rivista “Limes”, Lucio Caracciolo, al quale va peraltro tutta la mia stima ed ammirazione.

Questo illustre signore viaggia a tutto campo dalla politica interna alla politica estera. Parte da una considerazione tendente allo zero nei confronti dei cittadini italiani, considerati sociologicamente e culturalmente di centro-destra, vocati a scegliere a vanvera, creduloni in campagna elettorale, sensibili ai condoni, ottusi sui propri bisogni sanitari, rassegnati ad un clima di guerra permanente.

Mia sorella Lucia sarebbe forse d’accordo in quanto spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”: la cosa è vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La impietosa analisi, che faceva delle magagne del popolo italiano, la portava a concludere che siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Caracciolo non dice proprio così, ma quasi. Dopo di che viene il bello. Che fare? Rassegnarsi? Rinunciare alla politica sommersa dai debiti e dalle guerre? Piegarsi alla ragion del nulla? Mettere sullo stesso piano una destra ridicola e una sinistra assurda? Se non si fa intervenire l’opinione dei politici, per debole che sia, si va dritti-dritti nel qualunquismo e nell’astensionismo. Pericolosissimo!

Passiamo all’Europa secondo Caracciolo: un’accozzaglia di Stati incapaci di avviare ogni e qualsiasi processo politico: impossibile la difesa comune (chi comanderebbe l’esercito? chi sgancerebbe i quattrini?), impensabile una presenza internazionale di peso (si scarica tutto sulla Nato), assurda una politica finanziaria (dominata dai debiti e dalle convenienze nazionaliste e sovraniste).

Torno ancora a mia sorella che, in un certo senso batteva pari rispetto a Caracciolo: lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Anche in campo europeo però non ci si può rassegnare, la strada è obbligata e occorrerebbe costringere i politici anche in vista delle prossime elezioni a venire giù dal pero nazionale per proporre uno straccio di Europa del futuro. Non è compito di Caracciolo, ma anziché predicare scientifica rassegnazione, varrebbe la pena almeno auspicare qualcosa di europeo in senso proprio.

Termino con gli assetti bellicisti mondiali. Secondo Caracciolo Israele andrà fino in fondo nella sua strategia, non ci sarà modo di fermarlo. Gli Usa sono prigionieri di loro stessi, delle loro contraddizioni (armi e aiuti), della loro crisi imperiale (non determinano più gli equilibri mondiali), rischiano la pelle democratica (il prossimo responso elettorale sarà comunque messo in discussione se non contestato violentemente).

Vado alle opinioni di mia sorella. Di ritorno da un viaggio a livello turistico-religioso in Terra Santa, disse: “Gli ebrei sono tremendi e trattano i palestinesi come pezze da piedi. Questi ultimi purtroppo non capiscono niente e si fanno abbindolare dagli Stati arabi. Tutto ciò sta succedendo a monte e a valle dell’attuale guerra di Israele contro Hamas, che sta spazzando via dalla faccia della terra i palestinesi.

Anche nel contesto mondiale non ci si può fermare a questo punto, aspettando magari che scoppi una bomba atomica. La politica dovrebbe avere un ruolo, anche a livello italiano ed europeo. Caracciolo parla bene e la politica razzola male, ma finirla così è un non senso etico prima e più che politico. Anche mia sorella era spietata, ma dopo si faceva su le maniche nell’impegno politico che faticosamente portava avanti: osservava e denunciava il negativo, ma proponeva ed operava il positivo.

Me la sono presa (forse) ingiustamente con suocera perché nuora intenda. Attenzione comunque ai tuttologi specialisti in scetticismo che ci trascinano o ci inducono in tentazioni qualunquiste, che non offrono vie d’uscita e non danno speranza. Alla fine chi lucra su un simile monco dibattito è la destra: se non si può fare niente, tanto vale conservare o addirittura tornare indietro. Non è un caso che, in uno degli ultimi appuntamenti di Otto e mezzo su La 7, alle impietose analisi senza speranza alcuna di Lucio Caracciolo facesse buon viso Mario Sechi, direttore di Libero, giornalista che di libero ha solo il titolo della testata per cui lavora: come volevasi dimostrare. Non illudiamoci di mettere in vacanza la politica, perché rischiamo una palude totale in cui guazzano i pesci più sporchi del mondo e nel mondo, i capaci di tutto dell’attuale governo e i buoni a nulla dell’attuale opposizione.

 

 

 

 

 

La contea di sinistra e il marchesato del Grillo

Stretta nella morsa di Giuseppe Conte, Elly Schlein vola a Bari decisa a reagire in prima persona all’attacco del leader di M5S. Il programma prevedeva il comizio a sostegno di Vito Leccese, che avrebbe dovuto contendersi con le primarie la candidatura a sindaco con Michele Laforgia (sostenuto dai pentastellati) e la segretaria del Pd non si lascia cambiare l’agenda. Un segnale chiaro all’ex premier: «Siamo qui a confermarti la nostra fiducia e il nostro supporto», dice a Leccese dal palco, al fianco del governatore Emiliano, di Angelo Bonelli e Antonio Decaro.

La leader del Pd nasconde la rabbia ma non la delusione. Non rinnega di aver lavorato «sempre per l’unità» che «altri hanno rotto» e anche stavolta avrebbe optato per una soluzione terza, che Conte ha respinto. La decisione dell’ex premier di sfilarsi dalle primarie insinuando sospetti sui dem comunque non le va giù. E lei è disposta a tollerare attacchi alla sua persona, «ma non alla nostra comunità». E ancora più chiara: «Forse chi ha iniziato a far politica direttamente da Palazzo Chigi non ha dimestichezza con il lavoro e lo sforzo collettivo della comunità, ma si deve avere rispetto, e far saltare le primarie a tre giorni dal voto è una sberla a chi si stava preparando per queste primarie, alle persone perbene che volevano andare a votare. Non è accettabile» anche perché «aiuta la destra», dice Schlein, che ringrazia Emiliano e Decaro per il loro lavoro in Puglia. (dal quotidiano “Avvenire” – Roberta D’Angelo)

È decisamente insopportabile questo continuo tira e molla tra PD e M5S. Non voglio fare l’equidistante a tutti i costi, ma vorrei evidenziare come questo stucchevole duello parta da presupposti sbagliati.

Comincio dal partito democratico, perché è un partito: ha una storia, ha, o dovrebbe avere, una sua identità, una sua base sociale di riferimento, dei presupposti culturali abbastanza precisi. Ragion per cui dovrebbe finalmente scegliere fra due atteggiamenti evangelici (apparentemente in contrasto far di loro), quello del “chi non è contro di me è con me” e quello del “chi non è con me è contro di me”.

A volte sembra prevalere l’uno, a volte l’altro. Non si può fare! O il PD ritiene che il M5S, nonostante tutto, sia un interlocutore valido e allora porta pazienza ad oltranza, perché una coalizione non è una “cotta” pregiudiziale e infinita, ma un rapporto di collaborazione tutto da costruire giorno per giorno, partendo da una base comune di valori, oppure considera i pentastellati un alleato tattico da prendere o lasciare a seconda dei casi e delle situazioni. Emerge invece un miscuglio di atteggiamenti con una continua drammatizzazione delle emergenze, una sorta di amore-odio, che non è bello proprio perché è “litigarello”, che disorienta gli elettori potenzialmente di sinistra e li spinge all’astensione.

Ma come succede in tutte le umane convivenze, i torti e le ragioni si intersecano e sono spesso ascrivibili a entrambe le parti. Vengo quindi al M5S, che non è un partito, che ha un leader piuttosto improvvisato, che pesca negli “anti” che stanno in poco posto e durano l’espace d’un matin. I pentastellati hanno la innata vocazione a rubare voti a destra e manca, ma finiscono purtroppo per rubarli solo a sinistra (soprattutto al PD) e per perderli in casa (?) propria. Sprecano intuizioni e posizioni interessanti (in materia di disarmo, di lotta alla povertà, di anti-corruzione etc.) sull’altare di un’ impossibile e improponibile egemonia pseudo-culturale che assomiglia molto a faziosità elettorale.

Ci sono i valori comuni da cui iniziare il discorso? A sinistra occorrono, pena il naufragio. A volte sembra di sì, a volte sembra di no. Se non si parte da questa ricerca non si va da nessuna parte. Ha perfettamente ragione Elly Schlein ad imputare ai cinque stelle una leadership proveniente da un’esperienza ondivaga di governo, peraltro molto discutibile nei presupposti e nei risultati. Dovrebbe però avere il coraggio di ammettere che anche la sua leadership non è molto radicata, preparata e storicizzata.

Da una parte il PD veda di rispondere alle provocazioni politico-programmatiche provenienti dal M5S e dall’altra parte il M5S veda di rispettare la comunità piddina dal punto di vista culturale, storico e territoriale. Su tutto incombe un certo non so che di precario e posticcio.

Siamo nel pieno di una competizione elettorale proporzionale, che sembra fatta apposta per spingere le forze politiche all’isolamento, oscillante fra la strumentalità propagandistica e la spinta alla finta identità. Il discorso europeo dovrebbe fare da collante invece finisce col fare da specchietto per le allodole.

Ci si divide bellamente sul territorio, laddove il PD si sente più forte (e lo è veramente) e il M5S soffre un evidente complesso di inferiorità sfogato a casaccio e spesso pretestuosamente.

Il partito democratico purtroppo si intende di fusione a freddo. Il M5S è specialista nella pesca di granchi politici.  Non vorrei che l’accordo finisse in una raffazzonata e litigiosa combinazione tiepida vomitata dagli elettori.

 

 

 

 

 

 

A destra un fischio di trombona, a sinistra un sibilo di trombetta

Come da copione, è stato il Pd a fare il primo passo chiedendo a Elly Schlein di candidarsi alle europee. Mentre Giorgia Meloni e Fdi si tengono stretto il vantaggio di potersi esprimere solo quando la prima forza di opposizione, e tutti gli altri, avranno fatto la loro scelta. Ma ormai la chiave che accende il motore del corpo a corpo tra le due leader è stata girata, ed è sempre più difficile che la presidente del Consiglio, a sua volta pressata dal proprio partito, si sfili.

Il fatto del giorno, innanzitutto. Tra malumori e obiezioni eccellenti, come quella espressa da Romano Prodi in tempi non sospetti, l’ipotesi di una candidatura di Schlein alle Europee, «con diverse sfumature», è stata ufficialmente avanzata durante la riunione della segreteria dem di ieri. Le proverbiali “fonti vicine” al Pd, direttamente riferibili alla segretaria, raccontano che «tutti» i componenti dell’organismo di partito «le hanno chiesto di candidarsi». Qualcuno spingendo per la formula tradizionale, ovvero da capolista in tutte le circoscrizioni. Altri chiedendole di essere sì presente ovunque, ma guidando la lista solo nella circoscrizione Nord-orientale, e mettendosi a servizio di altri nomi forti, anche esterni al partito, negli altri territori. Più cauti gli esponenti della minoranza dem, preoccupata sia dall’eccesso di “civismo” sia dall’eventualità che la segretaria «penalizzi altre candidature femminili». Tuttavia, la leader ha «preso atto» dell’invito, precisando che «prima di esprimersi» sarà necessario avere chiaro «l’impianto generale» delle liste. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli e Matteo Marcelli)

Da tempo lo scontro elettorale in vista della consultazione europea è impropriamente e scriteriatamente incentrato sull’eventuale contrapposizione fra le candidature pigliatutto di Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Sono quasi sicuro che andrà a finire così: purtroppo l’aria politica che tira è questa, vale a dire la più spinta delle personalizzazioni alla faccia dei contenuti, dei programmi e persino del rispetto dei ruoli istituzionali.

Giorgia Meloni non vede l’ora di “soubrettare” in Italia per sgambettare in Europa e viceversa: fiuta l’aria a suo favore e tende a sfruttarla al massimo, vuole incassare il dividendo maturato prima che sia tardi. Nel centro-destra non ha rivali, si colloca tra “niént pighè in t’na cärta” (Antonio Tajani) e “da lu a niént da sén’na…” (Matteo Salvini). Putost che niént (i suoi alleati di governo) è mej putost (la sua bella faccia tosta).

Per dirla con Norberto Bobbio, mentre la destra può limitarsi a fare discorsi di mera convenienza rispondente alla combinazione di interessi che la sostengono, la sinistra non può prescindere dai valori di riferimento fra cui spicca la partecipazione.

Cosa voglio dire? Al potenziale elettorato di destra non importa che Giorgia Meloni svolga il ruolo di parlamentare europeo con tutto quel che ne consegue a livello di equilibri politici, gli basta che riesca a “manellare” per difendere gli interessi dell’Italia in sede europea. Tra filo-europeismo ed euro-scetticismo a destra vince la mera difesa degli interessi nazionali a prescindere dal processo di integrazione europea. Non è un caso che, a livello di propaganda elettorale, di Europa parli solo (e male) Matteo Salvini, mentre Tajani si nasconde nel Ppe e la Meloni balla un po’ con tutti, cimentandosi in tutti i balli. Del Parlamento europeo non frega niente a nessuno: meno lavorerà, meno conterà e meglio sarà. Non è un caso che Giorgia Meloni guardi agli equilibri nella Commissione europea, disposta a flirtare con tutti, e si disinteressi di quelli parlamentari, aspettando di vedere cosa succederà per infilarsi nella combinazione giusta al momento giusto.

La sinistra non può permettersi questo lusso, ha un patrimonio ideale europeista da difendere e sviluppare, deve portare validi rappresentanti in Parlamento, deve proporre una visione e garantire un’azione conseguente. Ecco perché la candidatura onnipresente e sfuggente di Elly Schlein lascia il tempo che trova e rischia addirittura di essere controproducente di fronte ad un elettorato che chiede impegno nel palazzo e non chiacchiere di facciata.

Quanto al duello tra le due donne, dico la verità, non credo che interessi più di tanto al popolo della sinistra, sensibile alla soluzione dei problemi, per dirla in gergo operistico, alla musica e al canto e non allo scontro fra primedonne (ammesso e non concesso che le siano e che non le facciano soltanto).

Consiglierei quindi molta attenzione a non cadere nella trappola dei leaderismi a confronto. Oltre tutto, mentre Giorgia Meloni è purtroppo leader indiscussa del centro-destra, Elly Schlein non può considerarsi tale da nessun punto di vista. Il fatto che stia acquisendo attenzione e consensi non significa che incarni in modo convincente le aspettative di un elettorato molto critico e scettico. Credo che mantenga un suo spessore etico e politico l’obiezione ad una candidatura fine a se stessa e sganciata dall’effettiva partecipazione in prima persona alla vita istituzionale europea. A sinistra ho sempre sentito e visto molte perplessità sulle giravolte nelle candidature: mi sembra che prevalga a tutti i livelli la concretezza di chi esige impegno nel ruolo ricoperto senza sgattaiolare su altri ruoli da ricoprire.

Sono quasi certo di non votare il partito democratico alle prossime elezioni europee (mai dire mai…), tuttavia mi interessa come questo partito approcci l’Unione europea per i prossimi anni. O Elly Schlein è in grado di farsi promotrice di proposte, impersonificandole fino in fondo, sui punti cardine della politica europea, vale a dire ecologia, migrazione, pace, lotta alle povertà, difesa dei diritti delle persone, integrazione federale, etc. etc., spostando il suo raggio d’azione dall’Italia all’Europa, rinunciando al ruolo di segretaria e di parlamentare nazionale, altrimenti meglio che voli basso  e cerchi di scegliere programmi e candidature valide per l’Europa, lasciando perdere l’inutile sfida a Giorgia Meloni.

Ricordo che Valter Veltroni era arrivato a non nominare invano il suo competitor (Silvio Berlusconi): faccia altrettanto, lasci perdere, giochi in proprio, vinca o perda con la storia e nella storia della sinistra. Meglio perdere a sinistra che vincere scopiazzando la destra.

 

 

 

 

 

La gatta israeliana e il lardo globale

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato lunedì la sua prima risoluzione per chiedere un immediato cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. La risoluzione è stata approvata dopo mesi in cui i veti incrociati nel Consiglio, soprattutto di Stati Uniti, Russia e Cina, avevano bloccato qualsiasi decisione al riguardo.

La risoluzione ha ottenuto 14 voti a favore, tra cui quelli dei governi di Cina e Russia. La cosa più rilevante è stata però l’astensione degli Stati Uniti, il cui appoggio a Israele si era già indebolito nelle ultime settimane (tutti e tre i paesi, insieme a Regno Unito e Francia, sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto: significa che possono bloccare qualsiasi risoluzione).

A più di cinque mesi dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, gli Stati Uniti hanno infatti cominciato a criticare con sempre maggior forza il modo in cui Israele sta conducendo la guerra, e soprattutto l’operato del primo ministro Benjamin Netanyahu, considerato uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un cessate il fuoco nella Striscia. È una cosa rilevante perché fino a poco tempo fa il governo statunitense aveva sostenuto in maniera quasi incondizionata il governo israeliano.

Il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo internazionale che può prendere decisioni che teoricamente sono vincolanti per tutti i paesi membri, Israele compreso. L’ufficio di Netanyahu ha criticato l’approvazione della risoluzione e in particolare l’astensione degli Stati Uniti, sostenendo che in questo modo verranno compromessi gli sforzi di Israele per liberare gli ostaggi trattenuti da Hamas. L’ufficio del primo ministro israeliano ha anche fatto sapere di aver cancellato la visita di una delegazione israeliana prevista per i prossimi giorni a Washington DC, negli Stati Uniti.

La risoluzione prevede un cessate il fuoco per il periodo del Ramadan, la ricorrenza più importante per le comunità musulmane nel mondo, che è cominciato tra domenica 10 e lunedì 11 marzo e si concluderà tra il 9 e il 10 aprile. Prevede anche la liberazione immediata di tutti gli ostaggi tenuti da Hamas nella Striscia di Gaza e invita Israele a fare di più per facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nel territorio, dove ormai da settimane la crisi umanitaria in corso a causa della guerra è gravissima.

La risoluzione in teoria è vincolante: significa che, almeno sulla carta, Israele è obbligato a rispettarla. È comunque difficile che il governo di Netanyahu, che finora ha resistito a qualsiasi pressione per ridurre l’intensità della guerra a Gaza, possa effettivamente rispettarla.

Il testo era stato presentato dai dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza (che ovviamente non hanno potere di veto), dopo che ne era stata respinta una proposta dagli Stati Uniti che chiedeva un «cessate il fuoco immediato e duraturo». In precedenza il governo americano aveva posto il veto per tre volte sulla richiesta di un cessate il fuoco umanitario, immediato e definitivo nella Striscia di Gaza. Secondo alcuni diplomatici sentiti dal New York Times, gli Stati Uniti avevano proposto un emendamento al testo definitivo per sostituire «cessate il fuoco permanente» con «cessate il fuoco duraturo»: una formulazione più vaga e meno impegnativa per Israele, che però non è passata.

Le tre volte precedenti gli Stati Uniti si erano opposti a simili risoluzioni sostenendo che le richieste non rispettassero il diritto di Israele di difendersi. Lunedì la rappresentante degli Stati Uniti all’ONU, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che quella approvata è in linea con gli sforzi diplomatici portati avanti dagli Stati Uniti, che però a suo dire si sono astenuti perché non in accordo con altre parti del testo: tra queste ci sarebbe il fatto che nella decisione non vengono condannati esplicitamente gli attacchi compiuti da Hamas lo scorso 7 ottobre. (da “Il Post”)

La risoluzione Onu non ha sortito alcun effetto, anzi. Israele ha continuato imperterrito la sua escalation bellica con azioni a vanvera, disgustose, meramente vendicative, al limite e forse oltre il limite del vero e proprio genocidio, volte proditoriamente e scriteriatamente all’allargamento del conflitto. Un dato emerge con estrema chiarezza: Israele è isolato nel suo testardo approccio alla pur difficile situazione venutasi a creare.

Che Benjamin Netanyahu sia vittima del proprio delirio di onnipotenza è sotto gli occhi di tutti. Altrettanto innegabile è che il premier israeliano abbia il pieno appoggio dell’establishment religioso. L’opposizione politica interna sembrava forte ed agguerrita a livello popolare, ma si sta affievolendo, così come anche quella etica degli israeliani sparsi nel mondo. Che il potere israeliano sia forte e possa esercitare ricatti nei confronti del mondo occidentale è cosa risaputa. Resta tuttavia alquanto difficile capire dove Netanyahu voglia parare chiudendosi in questo splendido (?) isolamento, che si sta sempre più verificando non solo a livello politico ma anche a livello etico e culturale.

Molto probabilmente vuole prendere disperatamente due piccioni con una fava: salvare e rafforzare la propria incerta leadership, collegandola alla storica e forse irripetibile chance di chiudere una volta per tutte la questione in senso drastico e punitivo nei confronti dei palestinesi, usando verso l’Occidente l’arma del ricatto economico-finanziario e sfruttando le distrazioni occidentali dovute alla guerra russo-ucraina. Se per Putin il conflitto israelo-palestinese serve a rimettersi in qualche modo in gioco (cosa che sta succedendo anche in conseguenza del rigurgito terroristico dell’Isis), per Netanyahu può essere l’occasione per sgattaiolare fuori dai giochi internazionali, regolando i conti non solo con Hamas ma con i palestinesi stessi.

C’è una variabile che potrebbe impazzire da un momento all’altro, buttando all’aria i subdoli piani israeliani: il mondo arabo. Se si dovesse mai legare una sorta di cordone tra Occidente, Stati arabi, Russia e Cina (magari favorito dal rientro di Trump alla Casa Bianca), Israele sarebbe veramente spacciato e costretto a ben più miti consigli. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Ed è un’ipotesi che indebolirebbe anche la posizione dell’Ucraina ben più isolata di quanto non lo sia oggi. Sarebbe il peggior modo per ristabilire il (dis) ordine a livello mondiale. Israele e l’Ucraina lo mettano comunque in conto e non tirino troppo la corda.

 

 

Stato minimo, ingiustizie massime

Dai pourparler con amici e conoscenti emerge un triste, accorato, sconfortante e (quasi) rassegnato ritornello sulla sanità: ormai è normale fare ricorso alle prestazioni a pagamento attingendo alle proprie risorse. Le persone meno sensibili si fermano qui, quelle più responsabili aggiungono la preoccupazione per quanti non si possono permettere il ricorso al privato e rimangono invischiati negli incredibili ritardi e nelle disfunzioni del sistema sanitario pubblico.

«È necessario un piano straordinario di finanziamento del Servizio sanitario nazionale» perché «la spesa sanitaria in Italia non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute». È un appello accorato quello sottoscritto da alcune note personalità della scienza per mettere in salvo il futuro di «una delle più grandi conquiste della Repubblica», quel «Servizio sanitario nazionale (Ssn), che ha contribuito significativamente a migliorare prospettiva e qualità di vita e a ridurre le disuguaglianze socioeconomiche».

A firmare il testo (un’ampia riflessione in 10 punti sotto il titolo «Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico») 14 scienziati: Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, il Nobel Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone e Paolo Vineis. Un consesso autorevole che unisce differenti competenze attorno alla consapevolezza che occorre scuotere la politica e l’opinione pubblica su un valore come il Ssn che forse stiamo dando per scontato nei suoi principi di universalità e gratuità ma che è forte rischio. (dal quotidiano “Avvenire”)

Occorrerebbe una mobilitazione finanziaria, programmatica ed organizzativa per risalire una china che ci sta facendo regredire in modo paradossale. Per onestà intellettuale bisogna ammettere che il problema non è ascrivibile soltanto all’attuale governo: è questione annosa di almeno un ventennio. Tuttavia il governo in carica dimostra scarsissima sensibilità e addirittura tendenza a scaricare la problematica sul sistema regionale.

É inutile dare qualche biscottino alle classi meno abbienti togliendoglielo immediatamente di bocca con una sanità, a cui prima o poi tutti devono ricorrere, a dir poco insufficiente e inefficiente e costringendo questi soggetti a pagare fior di prestazioni mediche per curarsi la salute. È una beffa bella e buona!

È scandaloso premiare gli evasori fiscali per poi piangere sulle esauste casse erariali, che non consentono di potenziare, rafforzare ed efficientare il sistema sanitario pubblico. È vergognoso sbandierare il pericolo di una procedura europea nei confronti dell’Italia per «disavanzo eccessivo». Cosa facciamo? Instilliamo sensi di colpa nei malati bisognosi di assistenza e cura? C’è stata e c’è trippa per cani e porci e poi, quando arrivano i malati, non c’è più niente da poter spendere. È da incompetenti e, oserei dire da “delinquenti”, continuare a sprecare fondi in mille inutili rivoli elettoralistici, quando abbiamo una sanità che piange miseria e ha fame di fondi, da impiegare in risorse umane, in investimenti strutturali, etc. etc.

Ascoltiamo il grido incrociato degli scienziati, degli operatori e dei malati effettivi e potenziali. Stiamo trasformando lo Stato sociale, vale a dire quello volto a fornire sostegno a chi si trova in situazione di bisogno e assicurazione e copertura contro determinati rischi e necessità, in Stato minimo che predilige il rispetto e la salvaguardia dell’iniziativa privata in opposizione a ogni tentativo di dirigismo statale e per il quale il compito fondamentale non è quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale.

Se proprio si volesse perseguire questo schema statuale individualistico bisognerebbe essere coerenti, dando a tutti licenza di evadere il fisco, eliminando per tutti l’obbligo delle ritenute alla fonte, concedendo a tutti il diritto a condonare le imposte arretrate e non pagate, quale paradossale contraccambio all’arrangiarsi dalla parte dei servizi quali appunto sanità, scuola, trasporti, etc. etc. Un’americanata!

Non sono in grado di valutare l’eventuale impatto benefico sulla sanità dei fondi ottenuti col piano nazionale di ripresa e resilienza: chissà come e chissà quando ne sentiremo gli effetti. Così come è roba da far tremare le vene ai polsi l’eventualità dello scoppio di qualche pandemia: saremmo con ogni probabilità all’anno zero con la necessità di ripartire da capo. Non resta che sperare che ciò non accada.

C’è poi la mina vagante delle autonomie differenziate: un’arlecchinata sanitaria in cui i cittadini meno abbienti rischierebbero di essere ulteriormente becchi e bastonati.

Non so come la gente potrà reagire nel tempo a questa deriva. Forse finirà la sbornia del novellato “Dio, patria e famiglia”, forse si sveglierà dall’illusione di un bagno di ordine e sicurezza, forse capirà di essere stata turlupinata, forse troverà la forza per scendere in piazza e protestare, ma sarà troppo tardi? Non è mai troppo tardi, anche se occorrerà ricominciare dalla Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Ecco perché vogliono riformare la Costituzione in senso formale (col premierato e con l’autonomia differenziata) e materiale (lo stanno già facendo con bislacche attuazioni).

Un Governo da Osteria della Giarrettiera

L’articolo 54 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Alle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni contro la ministra Daniela Santanchè e il ministro, nonché vice-presidente del Consiglio, Matteo Salvini, gli interessati e i loro sodali governativi e parlamentari hanno risposto canticchiando la famosa aria di Falstaff nell’opera di Giuseppe Verdi, rivolta ai suoi scagnozzi, che avevano osato rifiutare i suoi ordini, accampando motivi di onore, assimilando quindi  i parlamentari dell’opposizione ai buffi e goffi servi Pistola e Bardolfo e la Camera dei deputati all’Osteria della Giarrettiera.

 

L’onore!

Ladri! Voi state ligi all’onor vostro, voi!

Cloache d’ignominia, quando, non sempre, noi

possiam star ligi al nostro. Io stesso, sì, io, io,

devo talor da un lato porre il timor di dio

e, per necessità, sviar l’onore e usare

stratagemmi ed equivoci, destreggiar, bordeggiare.

E voi, coi vostri cenci e coll’occhiata torta

da gatto-pardo e i fetidi sghignazzi, avete a scorta

il vostro onor! Che onore? che onor? che onor! che ciancia!

Che baia! Può l’onore riempirvi la pancia?

No. Può l’onor rimettervi uno stinco? Non può.

Né un piede? No. Né un dito? No. Né un capello? No.

L’onor non è chirurgo. Ch’è dunque? Una parola.

Che c’è in questa parola? C’è dell’aria che vola.

Bel costrutto! L’onore lo può sentire chi è morto?

No. Vive sol coi vivi?… Neppure: perché a torto

lo gonfian le lusinghe, lo corrompe l’orgoglio,

l’ammorban le calunnie; e per me non ne voglio!

Ma, per tornare a voi, furfanti, ho atteso troppo.

E vi discaccio.

Miglior commento alle spudoratezze di questi squallidi personaggi non saprei trovare. Fanno i furbi, abbozzano, evitano la seduta parlamentare, si mettono la Costituzione sotto i piedi, si occupano degli affari loro, tanto hanno i voti e il Parlamento non conta nulla, si sentono al di sopra di ogni sospetto, hanno un cosiddetto becco di ferro, in situazioni analoghe o addirittura molto meno gravi chiedevano a gran voce le dimissioni di loro colleghi/avversari, non hanno il minimo senso istituzionale.

Per tornare all’opera Falstaff, ricordiamoci che termina con una fuga sulle seguenti parole:

Tutto nel mondo è burla.

L’uom è nato burlone,

la fede in cor gli ciurla,

gli ciurla la ragione.

Tutti gabbati! Irride

l’un l’altro ogni mortal.

Ma ride ben chi ride

la risata final.

Al posto del mondo mettiamo pure l’attuale governo italiano, sicuri purtroppo che la risata finale non ci potrà essere, perché ci rimarrà in gola.

 

A carte scoperte sul traballante tavolo europeo

Non c’era fisicamente Marine Le Pen, alla kermesse romana dell’ultradestra europea organizzata da Salvini. Ma è arrivato da lei il fuoco d’artificio con cui la Lega apre la sua campagna elettorale. In un quadro di lotta fratricida, all’ultimo sangue, con Giorgia Meloni. Nel video mandato all’amico italiano, Le Pen si rivolge direttamente alla premier italiana: «Giorgia, sosterrai il secondo mandato di von der Leyen? Io credo di sì. E così contribuirete ad aggravare le politiche di cui soffrono terribilmente i popoli d’Europa».

E ancora: «Dovete dire agli italiani la verità, dire cosa farete dopo il voto. Sono convinta che in Italia ci sia un solo candidato a destra che si opporrà con tutte le forze a von der Leyen: è Matteo Salvini. Con la Lega eleggerete deputati che non vi mentiranno e fermeranno le politiche della decrescita, quelle contro gli agricoltori, quelle che vogliono imporci la sottomissione all’islamismo più radicale». (dal quotidiano “Il manifesto”)

Tutti i matti hanno le loro virtù. Matteo Salvini ha il merito di snidare l’equivoco filoeuropeo di Giorgia Meloni, riportando la campagna elettorale sul tema proprio dell’atteggiamento politico italiano nei confronti del futuro parlamento europeo.  Lo fa per motivi squisitamente elettoralistici, vale a dire nell’intento di recuperare voti a destra, cavalcando l’euroscetticismo rubato dalla borsetta demodé di Giorgia Meloni. Tuttavia fa un po’ di chiarezza e gliene dovremmo essere per certi versi grati.

È più rispettabile il sincero astio antieuropeo salviniano corroborato dal lepenismo francese oppure il cerchio-bottistico filo-europeismo di maniera sbandierato in giro per il mondo da Giorgia Meloni? È più giustificabile l’ansia di recuperare i voti scippati alla Lega rispetto alle ultime elezioni europee oppure l’intento di continuare a cannibalizzare l’alleato leghista isolandolo sulla scena europea e mondiale?

Matteo Salvini ci costringe a parlare, seppure in modo deteriore, di Europa, di immigrazione, di guerra russo-ucraina, delle inesistenti politiche europee, quando tutti pensano sovranisticamente ed esclusivamente all’Italia. Salvini mette i piedi nel piatto antieuropeo, Meloni mette le dita nella marmellata filoeuropea.

La leader di Fratelli d’Italia non può continuare all’infinito a giocare su due tavoli: quello più o meno orbaniano e quello più o meno vonderleyano; quello perbenista del centro popolare in cui si è infilata di sfruso (anche per rubare voti a Forza Italia) e quello della destra estrema a cui strizza l’occhio con tanto di nostalgie fascistoidi (per razziare la potenziale platea elettorale della Lega). Molto probabilmente finirà per portare acqua all’anormale mulino sinistra-destra-centro (acutamente ipotizzato dall’esperto di geopolitica Lucio Caracciolo), un modo per mandare la Ue a sbattere e/o finirà per adeguarsi al piattume bellicista indistinto e onnicomprensivo dell’Europa (impietosamente registrato dal giornalista Marco Travaglio).

Morale della favola: i padri fondatori dell’Europa unita, i federalisti veraci di un tempo si scaravolteranno nella tomba. Io mi rassegnerò all’ennesima astensione dal voto. Sì, perché sono alla ricerca di una forza politica che dica a livello europeo qualche parola di pace e che si schieri apertamente per una trattativa tra Russia e Ucraina. Speravo nei verdi, ma sono stato immediatamente deluso.

Soprattutto i Verdi accusano Scholz di essere timido e cedevole di fronte a una potenza autocratica, la Russia putiniana, che intende solo il linguaggio della forza e che punterebbe a scardinare ogni ordine regolato dal diritto internazionale, come se questo godesse nel mondo contemporaneo di una qualche, pur minima, salute. (dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta))

I casi sono due. Io sono un sognatore che non si rassegna al “clima di riarmo drammatizzato e alimentato a gran voce da Ursula von der Leyen,in cui la guerra e i suoi dintorni rappresentano per alcuni una benedizione economica che consente di rimpinguare con generose commesse pubbliche i profitti privati dell’industria bellica nella Germania in recessione, senza commettere sacrilegio nei confronti della dottrina liberale. La quale peraltro non arretra di un passo nella strenua difesa di quel “freno all’indebitamento” che imporrebbe di sottrarre al Welfare le risorse destinate all’economia di guerra” (ancora dal quotidiano “Il manifesto” – Marco Bascetta).

Diversamente il bellicismo è davvero imprescindibile e bisogna rassegnarsi a ingoiarlo prima e dopo i pasti principali. Non mi adeguerò mai, anche a costo di morire di fame pacifista.

 

 

Chi rompe senza pagare e chi raccoglie i cocci nell’interesse generale

Ieri la Pec di Roberto Salis, il papà di Ilaria, al Quirinale. Questa mattina la telefonata del capo dello Stato. C’è un padre disperato. E c’è il capo dello Stato che capisce il suo stato d’animo. Che esprime con parole nette la sua vicinanza. Che confida di aver sperato in giornate diverse. Mattarella ha «ribadito la sua vicinanza personale a me e alla famiglia e mi ha garantito il suo personale interessamento al caso». Non c’è molto di più. Ma dal Colle filtra la conferma della volontà del capo dello Stato a fare quello che è nelle sue possibilità. Non ci sono grandi spazi operativi perché quello tocca al governo. Ma c’è attenzione. Salis è colpito e toccato dalla velocità della risposta dell’inquilino del Quirinale. Ringrazia Mattarella. «Mi ha risposto in meno di 24 ore e ha dimostrato sensibilità e vicinanza al dramma che sto vivendo con la mia famiglia», confida Salis. Poi ancora un particolare dal Colle. Salis spiega che con la sua lettera voleva segnalare la disparità di trattamento tra due cittadini italiani. Mattarella gli risponde che si tratta della differenza del nostro sistema ispirato ai valori europei e quello ungherese. E che questa disparità colpisce la nostra opinione pubblica. (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Mentre i membri del consiglio dell’istituto comprensivo statale Iqbal Masih di Pioltello, nel Milanese, difendono la decisione di confermare la chiusura il prossimo 10 aprile in occasione della festa per la fine del Ramadan, arriva anche l’intervento del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella ha risposto, infatti, alla lettera inviatagli da Maria Rendani, vicepreside dell’Iqbal Masih, che nei giorni scorsi lo aveva invitato a visitare l’istituto al centro della bufera politico mediatica. “Apprezzo il vostro lavoro”, ha detto il Capo dello Stato. “Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla, desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo”. È questo il messaggio di Mattarella indirizzato alla vicepreside. La stessa Maria Rendani che ha ricevuto proprio da Mattarella, nel giugno del 2022, l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana per avere “favorito l’integrazione nella sua scuola di Pioltello”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

 

Quei manganelli usati contro i ragazzi che partecipavano ai cortei pro-Palestina a Pisa “esprimono un fallimento”. È la presa di posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che all’indomani delle violenze della polizia sugli studenti che manifestavano – 11 giovani sono rimasti feriti – ha deciso di telefonare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per sottolineare che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”. A riferire della telefonata tra il Colle e il Viminale era stata una nota dell’ufficio stampa del Quirinale: “Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni”, si legge. Poi il monito: “Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”. (da “Il Fatto Quotidiano)

Tre episodi, citati in ordine temporale decrescente, di intervento istituzionale del Presidente Sergio Mattarella, in corretta ma netta controtendenza rispetto ai comportamenti ed agli atteggiamenti del governo Meloni. Sono autentiche lezioni di fedeltà costituzionale, di lealtà democratica e di “alta” interpretazione del sentimento degli italiani. In tutti i tre casi si è notata l’imbarazzata, silenziosa o balbettante reazione. Qualche organo di stampa ha maldestramente provato a replicare, mettendo ancor più in rilievo la differenza sostanziale di levatura istituzionale, morale e politica tra il Capo dello Stato e l’attuale governo. Due stili diversi al di là delle differenti prerogative e funzioni. Meno male che c’è Mattarella, non per risolvere i problemi (non è compito suo), ma per riportarli nel clima di unità nazionale (di cui è interprete costituzionale).

Sì, perché in Italia, politicamente parlando, si sente sempre più il desiderio di serenità di vita, pur tra i normali contrasti di opinioni e di posizioni. Mentre i partiti di maggioranza fanno di tutto per dividere e conflittualizzare gli italiani, rompendo senza pagare (anzi aumentando sondaggisticamente i consensi), il Presidente Mattarella interviene, raccogliendo continuamente, fin dove possibile, i cocci. È diventato l’unica e credibile coscienza critica, un vero e proprio alter ego istituzionale. Resta da capire come mai i cittadini gli riservino tanta attenzione e tanta adesione in netto contrasto con il voto da essi espresso.

Provo a ipotizzare un motivo di questa apparente dicotomia popolare. Forse Mattarella presta voce autorevole alla (sempre più) grave perplessità degli italiani rispetto alla classe politica che li governa e li rappresenta, a quella maggioranza silenziosa che non va al voto, a quei milioni di cittadini in cerca di politica vera. Lui ha provato a fare questa azione di recupero promuovendo l’esecutivo guidato da Mario Draghi, ma poi purtroppo la cattiva politica ha preso il sopravvento e a Mattarella non è rimasto altro che tentare una moral suasion coordinata e continuativa. Batti oggi, batti domani, chissà…

I suoi interventi sono per tutti autentici capitoli di un manualetto di educazione civica. Quando si è presuntuosamente ignoranti, occorre un bagno di umiltà ed è purtroppo quello che non riesce a fare chi ci sta governando. Speriamo che lo facciano gli italiani, tornando alle urne (il sottoscritto per primo) e tentando di riportare la politica al suo posto e mettendo i problemi al primo posto per abbandonare le nostalgie, le illusioni, le scorciatoie, le furbizie e le “balle che stanno in poco posto”.