Il potere è in guerra col pacifismo

In questi giorni mi sto ponendo due domande tra loro collegate: quanto ha influito sul voto europeo il malcontento popolare verso il clima di guerra imbastito dai poteri costituiti o comunque tollerato da essi? perché tanta ostilità, per non dire ostracismo, verso le idee riconducibili al pacifismo peraltro e purtroppo sempre più flebile?

Da tutti i sondaggi è emerso nel tempo che la gente rigetta ogni e qualsiasi tipo di guerra, ma lo fa superficialmente, in modo generico ed istintivo e non riesce ad esprimere ed incanalare politicamente questo sentimento: è contro la guerra, ma non è pacifista; subisce la guerra come una sorta di male necessario, influenzata dalla narrazione mediatica, attestata rigorosamente in difesa degli schemi di ragionamento bellicisti.

Probabilmente nell’astensionismo dilagante c’è anche in filigrana la presenza, a volte addirittura inconscia, di questa protesta. Credo che la protesta sia addirittura sboccata nel voto estremista di destra dal momento che la sinistra non riesce ad intercettarla. È un paradosso che mi disturba e mi angustia. Faziosamente stupida è la contestazione a chi di sinistra (come il sottoscritto) si trova a convergere sul tema della pace con formazioni politiche di destra: pur di evitare la guerra non mi faccio scrupolo a prendere un caffè pacifista persino col diavolo.

Il potere costituito, direttamente o indirettamente, irride alle ragioni della pace, ma sotto-sotto le teme e quindi scatena contro di esse tutti i cani mediatici per silenziarle, per squalificarle in partenza, per combatterle scorrettamente. D’altra parte cosa potrebbe fare se è vero come è vero che attorno alla guerra girano interessi enormi e fondamentali per il sistema e che sostanzialmente viviamo in regimi fondati sulla guerra, che detto fra parentesi la nostra Costituzione ripudia. Gli sporchi interessi valgono bene un’amnesia costituzionale!

Faccio due esempi: la candidatura nelle liste del PD di Marco Tarquinio e la presentazione della lista “Pace, terra, dignità” di cui è stato promotore Michele Santoro. Tarquinio è stato letteralmente massacrato in modo sleale a livello mediatico, facendolo passare per visionario, banalizzando e falsificando le sue tesi, mettendolo in ridicolo, considerando insanabile il contrasto con l’opinione prevalente, se non addirittura unica, del partito che gli concedeva ospitalità. Durante lo spoglio delle schede elettorali si percepiva chiaramente come tutti, più o meno, stessero gufando e si augurassero il suo flop, per mettere a tacere una voce scomoda. Fortunatamente Marco Tarquinio è stato eletto, ma con quante difficoltà!

La lista di Santoro, nonostante la notorietà del promotore, è stata quasi ignorata dalla stampa e dai media di regime e il suo scarso, anche se significativo risultato è stato accolto con un sospiro di sollievo e con atteggiamento grilloparlantesco.

Chi di pacifismo ferisce, di bellicismo perisce. Il tritacarne della guerra non risparmia chi si permette di dissentire. Guai ai pacifisti! E purtroppo non c’è alcuna differenza fra destra e sinistra: i partiti politici, persino i verdi in Germania, sono tutti, con rarissime eccezioni, allineati e coperti a sostegno delle guerre in atto. In Italia il movimento cinque stelle, che si è distinto sul discorso del reiterato invio di armi all’Ucraina e che ha inserito la parola “pace” sulle schede elettorali, è stato punito, probabilmente non solo per quello e in quanto il pacifismo non basta dirlo ma occorre saperlo fare e non strumentalizzarlo. Se permettete però un ragionamento assurdo, preferisco di gran lunga chi strumentalizza la pace a chi strumentalizza la guerra. La lista Santoro, pur mettendo in campo l’argenteria del pensiero pacifista, ha pagato l’inevitabile prezzo alla improvvisazione e al silenzio mediatico.

Torno per un attimo alla rilevanza della guerra sul comportamento elettorale dei cittadini europei. Probabilmente la gente non si rende ancora conto dei rischi che sta correndo l’intera umanità: stiamo viaggiando sul filo del rasoio di un conflitto nucleare, ma o non percepiamo questo catastrofico rischio o preferiamo rimuovere dai cervelli e dalle coscienze questo problema. Nemmeno il Papa, che gode, almeno superficialmente, di attenzione e simpatia, riesce a bucare il video e a scalfire la tesi della necessità della guerra.  Non lamentiamoci poi se l’Europa non conta un cazzo, se gli Usa fanno i cazzi loro, se la Nato pretende di fare i cazzi nostri (scusate la volgarità, ma quanno ce vo’ ce vo’).

 

 

La trappola dei Viganò

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti, è sotto processo per scisma da parte del Dicastero per la dottrina della fede. Lo ha comunicato ieri lo stesso presule sul suo account X pubblicando anche il decreto di citazione del Dicastero vaticano guidato dal cardinale Victor M. Fernandez.

Secondo tale decreto Viganò si sarebbe dovuto presentare – cosa che non ha fatto – ieri pomeriggio (o nominare un suo difensore) alle 15.30 per «prendere nota delle accuse e delle prove circa il delitto di scisma di cui è accusato (affermazioni pubbliche dalle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio Vaticano II)». Nel caso di mancata comparizione o di una difesa scritta presentata entro il 28 giugno, recita il decreto, l’arcivescovo «sarà giudicato in sua assenza».

(…)

Viganò viene accusato di non riconoscere la legittimità del Pontefice né quella dell’ultimo Concilio. L’arcivescovo Viganò in un lungo comunicato ha dichiarato di considerare le accuse rivoltegli «come un motivo di onore». «Credo – ha soggiunto – che la formulazione stessa dei capi d’accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi. Non è un caso che l’accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana “chiesa sinodale” è necessaria metastasi». Monsignor Viganò non ha mancato di paragonarsi all’arcivescovo Marcel Lefebvre che «cinquant’anni fa, in quello stesso Palazzo del Sant’Uffizio», venne «convocato e accusato di scisma per aver rifiutato il Vaticano II». «La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie, – ha dichiarato Viganò – miei sono i suoi argomenti dinanzi ai quali le Autorità romane non hanno potuto condannarlo per eresia, dovendo aspettare che consacrasse dei vescovi per avere il pretesto di dichiararlo scismatico e revocargli la scomunica quando ormai era morto. Lo schema si ripete…».

(…)

Sulla vicenda è intervenuto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. «Monsignor Viganò – sono state le parole del porporato vicentino – ha assunto alcuni atteggiamenti a cui deve rispondere. È normale che la Dottrina della fede abbia preso in mano la situazione e stia svolgendo quelle indagini che sono necessarie per approfondire questa situazione stessa. Ha dato a lui la possibilità anche di difendersi». Il cardinale Parolin ha voluto aggiungere anche una nota a livello personale. «Mi dispiace tantissimo – ha detto -, io l’ho sempre apprezzato come un grande lavoratore molto fedele alla Santa Sede, in un certo senso anche di esempio, quando è stato nunzio apostolico ha lavorato estremamente bene, cosa sia successo non lo so». (dal quotidiano “Avvenire” – Gianni Cardinale)

Innanzitutto mi auguro che monsignor Viganò, nel formulare le proprie idee e nel lanciare le sue accuse, sia in buona fede, perché altrimenti sarebbe da squalificare in partenza senza appello. Lo spero per la sua coscienza e per la sua vita.

In secondo luogo, a prescindere dal merito delle tesi che gli vengono contestate, sono assolutamente contrario allo stile inquisitorio seppure riveduto e corretto a livello di Dicastero per la dottrina della fede. La Chiesa non può e non deve adottare simili procedure, tuttalpiù deve cercare testardamente di dialogare e, allorquando il dialogo diventa impossibile, deve interrompere il collegamento e la collaborazione, ma senza scomuniche o robe del genere. La carità cristiana non ha limiti anche se non si deve trasformare in buonismo, ma deve rimanere il leitmotiv della sinfonia ecclesiale.

In terzo luogo vorrei ricordare quello che disse Gamaliele, un rabbino ebreo del I secolo d.C., maestro di Paolo, prendendo le difese degli apostoli, quando comparvero davanti al Sinedrio (At 5,34-39 ) per rispondere alle implacabili inchieste scatenate contro i seguaci di Gesù i primi tempi dopo la sua morte: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (At 5, 38-39).

Vale anche paradossalmente per chi come monsignor Viganò le spara veramente grosse. Non ci sarà bisogno di scomodare l’ex Sant’Uffizio per snidare le falsità e le follie di un vescovo, che temo possa essere stato ed essere tuttora strumentalizzato contro l’impostazione pastorale di papa Francesco. Lo lascerei dire per vedere dove arriva e se c’è qualcuno dietro di lui che fa un gioco sporco. Nella Chiesa purtroppo c’è posto anche per queste cose: per evitarle vediamo però di non fare tuffi nel passato (forse è proprio quello a cui punta Viganò) e di non ricadere nel controproducente clima inquisitorio e intimidatorio.

Ricordiamoci cosa disse Gesù a Pietro che lo voleva difendere da chi lo stava arrestando: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». Sono sicurissimo che lo direbbe anche riguardo alla spada sguainata dal Vaticano contro Viganò.

Nel merito delle tesi di questo personaggio non mi sembra, nel modo più assoluto, il caso di entrare. Per me il problema non sta nel fatto che il Concilio Vaticano II sia un cancro, ma semmai il cancro consiste nell’averlo in parte devitalizzato e nel non averlo ancora adeguatamente accolto e attualizzato nella vita della Chiesa. Facciamo questo e poi i Viganò di turno potranno andare tranquillamente al diavolo senza bisogno di mandarceli con procedure punitive ad hoc.

Si scrive autonomia differenziata, si legge disuguaglianza potenziata

La legge approvata risponde principalmente alle richieste delle regioni del Nord ed è finalizzata a differenziare l’azione pubblica, con evidenti vantaggi per le regioni più ricche. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

Fino a prova contraria “autonomia” significa per le regioni maggiore potere decisionale e più consistente dotazione finanziaria: per essere autonomi infatti bisogna essere in grado di decidere e per essere in grado di decidere occorrono i soldi per attuare le decisioni.

Il termine “differenziata” poi significa che esiste una differenza sostanziale tra i livelli di autonomia da regione a regione a seconda delle loro scelte e delle loro possibilità finanziarie: una sorta di liberi tutti e di spinta ad arrangiarsi più che a ben amministrare.

Le regioni, nate per favorire la partecipazione popolare dei cittadini e migliorare l’azione dello Stato, hanno dato numerose prove di inadeguatezza. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

La nuova legislazione in materia regionale presenta diverse evidenti criticità. Innanzitutto le regioni hanno dato pessima prova di loro stesse in questi oltre cinquant’anni dalla istituzione dell’ordinamento regionale, mancando i due obiettivi principali, vale a dire l’efficienza sburocratizzante o la sburocratizzazione efficientante da una parte, l’avvicinamento e la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica dall’altra parte. Ero tra gli speranzosi, ma giorno dopo giorno, da semplice cittadino, da professionista alle prese con la macchina regionale e da osservatore politico attento ai rapporti tra pubblici poteri e bisogni della gente, devo ammettere di essere rimasto profondamente deluso: maggiore burocrazia, peraltro meno esperta e più titubante, nessun miglioramento nell’efficienza dei servizi e immutata se non crescente lontananza fra cittadino e chi lo amministra.

Solo in anni recenti, con l’affermazione della Lega, di Silvio Berlusconi e la nascita della Seconda Repubblica, l’asse geografico delle priorità è stato spostato verso Nord. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

In secondo luogo la regionalizzazione ha purtroppo aumentato il divario economico, sociale e finanche culturale tra il nord ricco e il sud povero, mancando totalmente l’obiettivo della responsabilizzazione meridionale che avrebbe dovuto sostituirsi all’assistenzialismo centralista. Purtroppo è sempre così: quando si vuole rendere il cittadino protagonista del soddisfacimento dei propri bisogni, si finisce con l’abbandonarlo a se stesso.

Ebbene, accentuando l’autonomia non si può che finire con l’aumentare i difetti del regionalismo, rinviandone gli eventuali pregi a data da destinarsi. Regioni gonfiate di poteri e soldi a scapito delle regioni in difficoltà ad autogestirsi per mancanza di capacità amministrativa e di soldi. E lo Stato che starebbe a guardare…

Capisco l’enfasi legislativa della Lega che confonde il decentramento con l’opzione nordista, la regionalizzazione con la secessione, il liberismo territoriale con l’autoritarismo discriminatorio: il sogno, peraltro sbiadito e incasinato, dei padri fondatori, viene realizzato sbrigativamente, contraddittoriamente ed illusoriamente.

Capisco molto meno l’entusiasmo di Fratelli d’Italia in netta controtendenza con la sua nostalgica impostazione patriottica e nazionalista, giustificato solo dal lontano traguardo del premierato, che dovrebbe rappresentare l’altra faccia del nuovo ordinamento istituzionale, mentre è soltanto la succosa merce di scambio in uno pseudo-parlamentare mercato delle vacche.

Capisco ancor meno Forza Italia che si illude di ritrovare il ruolo berlusconiano di saldatura tra il velleitario nordismo leghista e il passatista revanchismo nazionalista, portando a casa soltanto una fantomatica riforma della giustizia come quadratura del cerchio riformista.

La sostanza dell’azione dell’attuale governo di centro-destra, con l’ossequio di un Parlamento che confonde il potere legislativo con la rissosa tossicodipendenza da droga melonian-salviniana, consiste nel “divide et impera”, una locuzione latina usata per indicare l’espediente di una tirannide o di qualsiasi altra autorità per controllare e governare un popolo, che consiste nel dividerlo in più parti, soprattutto provocando rivalità e fomentando discordie tra di esse.

Il dibattito sta rilanciando la contrapposizione fra Nord e Sud, poiché ha favorito una discussione molto divisiva. Nelle aree settentrionali si rafforza l’idea che il Mezzogiorno usi il ritardo per vivere sulle tasse altrui, mentre al Sud si soffre per il crescente antimeridionalismo. (Il Mulino – Filippo Sbrana)

 Si parla di rivolta dei governatori del Sud dopo l’approvazione dell’Autonomia e speriamo che non succeda come a Reggio Calabria, cinquant’anni fa, quando si decise che il capoluogo della Calabria sarebbe stato Catanzaro, per otto mesi ci furono proteste, attentati e scontri con la polizia, con cinque morti e decine di feriti. Allora il Movimento Sociale Italiano pilotò e strumentalizzò politicamente la sommossa, oggi, ironia della storia, i suoi eredi sono dalla parte del manico, vale a dire di chi crea i presupposti per inevitabili proteste meridionaliste, che speriamo rimangano nel solco della democrazia.

Ci sono però anche non poche incongruenze a livello del Partito democratico, nella sua azione politico-parlamentare di opposizione a questa deriva riformista, che giustamente grida al lupo davanti allo scempio istituzionale che si sta perpetrando, ma che non è esente da colpe nel passato: mi riferisco alla sconclusionata riforma del titolo quinto della Costituzione riguardante proprio i poteri regionali e al conformismo autonomistico emiliano-romagnolo rispetto alla partenza del discorso dell’autonomia differenziata pilotata dalle regioni a guida leghista (Veneto e Lombardia). Non si voleva evidentemente lasciare alla Lega e ai suoi territori la paternità assoluta di quello che strada facendo è diventato un autentico pateracchio riformista. Ci si è illusi di chiudere la stalla per non far scappare i buoi, salvo ritrovarseli allevati all’aperto.

Dulcis in fundo. Uno dei punti critici di questa riforma sono i Livelli essenziali di prestazione (Lep), che rappresentano i requisiti minimi di servizio da garantire in modo uniforme in tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti sociali e civili sanciti dalla Costituzione. A parte che già l’averli teoricamente previsti è un’ammissione di colpevolezza, dovrebbero essere il meccanismo atto ad evitare il peggio, vale a dire che gli squilibri territoriali ricadano sulla pelle dei cittadini: una sorta di “caso mai” c’è sempre lo Stato che appiana le diversità insopportabili. Dicono però che su questa partita non ci sia il becco d’un quattrino e allora anche questa valvola di sicurezza ha il sapore di beffa finale, di ciliegina ancor più amara su una torta già anche troppo amara e indigesta.

Punti dall’ago della bilancia truccata

Chi ha detto che, dopo le “truccate” elezioni europee e dopo la “smargiassata” del G7, l’Italia capitanata da Giorgia Meloni sia più forte nella Ue e nel mondo?

Perché parlo di elezioni truccate? Quando vota meno della metà degli aventi diritto, il risultato, anche se legittimo non è politicamente significativo e consolidato, ma destinato a cambiare al primo stormir di fronda. Se facciamo un rapido e semplice calcolo, che per la verità non ho sentito a livello mediatico, Fratelli d’Italia, il partito personale di Giorgia Meloni, ha ottenuto il 29 per cento del 49 per cento dei votanti, vale a dire circa il 14 per cento degli italiani. Non mi sembra un gran risultato da giustificare l’apoteosi in atto a livello mediatico e politico. Togliamo la feccia neofascista presente in quel 14 per cento (stimata intorno al 3% del 49%, cioè 1,5%) e arriviamo al 12,5%: la tolgo per fare un piacere a Giorgia Meloni, che si dovrebbe vergognare di coltivare questa gentaglia, che non so sinceramente se faccia  più pena o più paura. Dov’è il plebiscito in favore di questo governo, che piace al 14% degli italiani.

Mi si dirà che però occorre aggiungere per obiettività circa il 20% (la somma delle percentuali di Forza Italia e Lega) del 49%, cioè il 10 arrotondato per eccesso: arriviamo al 24 % degli italiani che votano a favore dell’attuale governo di centro-destra. Quindi il plebiscito non c’è: solo un italiano su quattro si esprime positivamente verso il centro-destra a guida Meloni. Bisognerebbe togliere anche la gentaglia che ha votato per il generale Vannacci, ma lasciamo perdere, perché è difficile da calcolarsi e perché anche le fogne fanno parte del contesto urbanistico.

Perché parlo di smargiassata del G7? Penso che tutti abbiano visto che non si è andati molto oltre una ipocrita e vergognosa passerella, di contenuti seri non se ne sono sentiti, di programmi futuri men che meno. Quindi in cosa consiste la grande considerazione conquistata da Giorgia Meloni a livello internazionale? Una nana in mezzo ai nani, una ballerina in mezzo al palcoscenico vuoto!

Temo al contrario che, siccome le furbizie tattiche stanno sempre in poco posto, più che mai a livello internazionale, il governo italiano, anziché fare da collante fra moderati di centro e estremisti di destra, si troverà schiacciato in mezzo ai sovranisti dell’est ed ai populisti dell’ovest, per semplificare tra Orban e Le Pen, con tanto di Vox e AfD a fare da contorno. Se questo lo vogliamo chiamare ago della bilancia… E tutto ciò a prescindere dal risultato delle imminenti elezioni politiche francesi.

Sono convinto che le due anatre zoppe, Macron e Scholz, tenderanno a isolare l’oca giuliva, Giorgia Meloni; fa loro gioco emarginarla dopo averne fatto uno spauracchio da sventolare in faccia ai loro elettorati in crisi. Ursula von der Leyen impiegherà un minuto secondo, pur di rimanere al potere, a tagliar fuori la Meloni dai giochi: ricordiamoci oltre tutto che tra donne, molti baci, ma poca solidarietà.

La “melonitalia” rischia di uscire dai giochi istituzionali europei becca e bastonata proprio a causa della sua premier: non è infatti né affidabile fino in fondo per le destre in voga, né credibile per la destra moderata in difficoltà. A quel punto non le rimarrebbe altro che schiacciarsi le dita con la Le Pen (ammesso e non concesso che vinca le elezioni francesi) e/o con Donald Trump (ammesso e non concesso che vinca le elezioni americane). A meno che non entri in campo Mario Draghi a scombinare le carte di tutti, ma alla Meloni non piace da sempre e oggi più che mai, perché la metterebbe all’angolo dei buoni a nulla che si credono capaci di tutto.

 

Le chiacchiere non fanno la pace

Alla fine sono 84 le firme sul documento finale: 80 Paesi e 4 organizzazioni internazionali. Un «grande successo» esulta la presidente della Confederazione elvetica Viola Amherd che sottolinea la presenza pure di «Paesi africani e latino-americani». Una «piattaforma», come annunciato, che può essere «ampliata a partire dal grande interesse per questa iniziativa». Ottimismo d’obbligo, anche se, sotto al “comunicato finale” della Conferenza di Lucerna, invece dell’annunciata dichiarazione congiunta – «in modo da avere la partecipazione più ampia possibile» spiega il ministro degli Esteri di Berna Ignazio Cassis – mancano i nomi di 12 Paesi partecipanti: tra questi, Brasile (presente come osservatore), India e Sudafrica – che insieme a Russia e Cina fanno parte del gruppo dei Brics – e il Messico. Mancano all’appello pure Armenia, Bahrein, Indonesia, Libia, Arabia Saudita, Thailandia, Emirati Arabi Uniti, Colombia e il Vaticano (a sua volta presente come osservatore).
Il sostegno viene da tutti i Paesi Ue, dagli Stati Uniti, da Giappone e Argentina. Un primo passo, di quello che si spera sia un processo: «Passi concreti», «passi possibili» dice la presidente svizzera dopo un week end di confronto ad altissimo livello. Nel testo del comunicato finale si riafferma l’impegno per «l’integrità territoriale» dell’Ucraina. Questi i tre punti di azione umanitaria su cui si vuole proseguire per costruire fiducia: energia nucleare sicura, con la centrale di Zaporizhzhia sotto il controllo di Kiev e la supervisione dell’Aiea; sicurezza alimentare che dipende da una produzione agricola ininterrotta, come dall’accesso ai porti nel Mar Nero; al terzo punto, si chiede il rilascio e lo scambio di tutti i prigionieri, a partire dai bambini ucraini. Passi per costruire fiducia, con la speranza di una seconda Conferenza internazionale «nei prossimi mesi, non anni, perché la guerra continua», afferma Volodymyr Zelensky. (da “Avvenire” – Luca Geronico)

Premesso che ogni e qualsiasi passo, pur corto, verso la pace è sempre e comunque da salutare favorevolmente, mi viene spontaneo esprimere alcune perplessità. Innanzitutto perché queste iniziative non hanno la loro sede naturale all’Onu, ma in un’improvvisata ed estemporanea conferenza? Perché il mondo è così restio a rispettare e valorizzare le sedi istituzionali di dialogo? Perché, se c’è un gravissimo problema, anziché discuterne in casa si preferisce andarne a parlare in strada? Libere violazioni in libero dialogo? Strana regola nel diritto internazionale!

Secondo punto. Perché queste iniziative si prendono a babbo quasi morto e non agli inizi o addirittura prima dello scoppio delle crisi internazionali? Non mi si dirà che la situazione dei rapporti tra Russia e Ucraina non si conosceva da tempo. Non mi si dirà che prima di discutere bisogna aspettare sangue, lutti e distruzioni. Non mi si dirà che le trattative di pace devono seguire la guerra e non anticiparla. Strana scansione temporale!

Terzo punto. Quale successo possono avere conferenze di questo genere allorquando mancano sostanzialmente i protagonisti principali, vale a dire Usa, Cina e Ue e quindi tutti partecipano alla spicciolata in una passerella più mediatica che diplomatica? Quale significato possono comportare pronunciamenti sui quali mancano le firme di tanti Paesi, proprio quelli non allineati, dai quali dovrebbe venire un impulso importante verso la pace o almeno la non belligeranza o almeno il contenimento degli effetti della belligeranza?

Quarto punto. Non è giunto il momento di abbandonare le chiacchiere e provare a fare passi concreti che comportino rinunce e sacrifici da parte di tutti e non solo sterili dichiarazioni di principio? Cosa fa la Ue, che dovrebbe essere geograficamente e politicamente più che mai interessata ad uno straccio di pace nel teatro russo-ucraino? La recente campagna elettorale non ha avuto al centro il tema della pace e ancor meno del contributo che la Ue può dare alla causa della pace. I risultati delle elezioni vanno addirittura in senso opposto, mettendo a soqquadro lo stesso assetto europeo in un paradossale gioco dove sono le ultra-destre a parlare di pace senza alcuna credibilità, mentre popolari, socialisti e c. si leccano le ferite guardandosi bene dal mettere in cantiere iniziative di pace che vadano al di là del manicheo appoggio all’Ucraina e dello stanziamento di fondi per la difesa comune. Difesa di e da cosa? Chiamiamola guerra e così facciamo prima!

 

La Ue dei giochini di Ursula e Giorgia

Politico.eu rivela: “Von der Leyen ha nascosto il report sui media in Italia per avere l’appoggio di Meloni”. La presidente ha chiesto di rinviare la pubblicazione del documento che conferma i timori di Bruxelles sul controllo dei media da parte del governo della destra. Si deve assicurare i voti di FdI per il secondo mandato. Ursula von der Leyen avrebbe rallentato l’approvazione definitiva di un rapporto ufficiale dell’Unione Europea che critica l’Italia per l’indebolimento delle libertà dei media, nel tentativo di ottenere il sostegno di Roma per un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lo scrive sul suo sito online Politico.eu. Secondo quanto riferito da quattro funzionari, un’inchiesta della Commissione ha evidenziato un giro di vite sulla libertà dei media in Italia da quando la premier Giorgia Meloni è entrata in carica nel 2022. (da Huffpost)

E brava Ursula!  Se vera, l’indiscrezione metterebbe seriamente a repentaglio la sua reputazione e confermerebbe i penosi giochini con Giorgia Meloni: la prima ansiosa di rimanere a tutti i costi alla presidenza della Commissione Ue, la seconda propensa a inserire Fratelli d’Italia nel borsino della Ue.

La delusione per la Von der Leyen è sempre più grande, la disistima per la Meloni sempre più motivata. Non so se il loro gioco riuscirà a superare le barriere che si dicono innalzate verso l’ingresso di FdI nella maggioranza parlamentare di Strasburgo. Al riguardo sembra che abbia avuto un certo effetto la clamorosa indagine di Fanpage sul neofascismo giovanile nelle file del partito della Meloni. All’estero, come spesso succede, su certe cose sono molto più attenti e suscettibili che in Italia.

Cosa dirà Salvini e come reagiranno i parlamentari europei della Lega capitanati da Vannacci? Si distingueranno e si collocheranno con l’estrema destra, mentre Forza Italia avrà il broncio per essere stata tagliata fuori da questo accordicchio Ursula-Giorgia (avrà magari un contentino a livello di commissari)?

La Meloni dopo essersi convertita alla Nato, metterà da parte ogni perplessità sulla Unione Europea, continuando a prendere le rincorse internazionali per dribblare i problemi interni? I giri di valzer opinionisti sono la sua specialità, non c’è argomento su cui non abbia cambiato il giudizio e la linea politica. Come riuscirà a tenere insieme il suo opportunistico europeismo, che la porterebbe, seppure di straforo, nel perbenismo democratico di Strasburgo e Bruxelles, con il neofascismo delle sue file che la butterebbe nelle braccia dei partiti estremisti di destra o almeno in quelle di Marine Le Pen, è tutto da scoprire.

Sul ruolo dell’Italia in Europa nel post elezioni si sofferma Agostino Giovagnoli su Avvenire. Per ora cedo volentieri a lui la parola, ma mi riservo di ritornare molto presto sull’argomento.

La brutta campagna elettorale per le europee non fa ben sperare. E il dopo-elezioni non mostra un salto di qualità. Si discute molto di vicepresidenze o di commissari europei assegnati all’Italia o di un possibile voto a favore di Ursula von der Leyen da parte di Fratelli d’Italia. Ma questo partito è considerato inaffidabile sotto il profilo dell’europeismo da socialisti, liberali e una parte dei popolari europei e cioè dalla probabile maggioranza che governerà l’Europa. Ciò rende difficile al nostro Paese svolgere un ruolo veramente incisivo e danneggia gli interessi italiani vitalmente legati al futuro dell’Europa. Se Fratelli d’Italia prendesse oggi una posizione chiara a favore dell’unità europea – la fedeltà alla Nato non basta – e mettesse in campo un’iniziativa efficace con altre forze sinceramente europeiste, l’Italia salverebbe l’Europa e ne diventerebbe il Paese guida. Ma, naturalmente, questo è solo un sogno: la realtà è che nell’attuale maggioranza di governo c’è chi afferma, contro ogni evidenza, che esistano una sovranità nazionale e una sovranità europea tra loro contrapposte. Mentre De Gasperi parlava di amore per le patrie nazionali e di comune patria europea come di un unico sentimento.

 

 

La reazione francese

Nel 2002 lo sgomento causato dalla prospettiva di un Presidente di estrema destra, condusse – tra i due turni – quasi tutti gli altri partiti, l’opinione pubblica e gli artisti ad una mobilitazione a favore di Chirac contro Jean Marie Le Pen. Numerose ed imponenti manifestazioni ebbero luogo in tutta la Francia. Al secondo turno venne eletto Chirac, che beneficiò del «fronte repubblicano» e dei voti di praticamente tutti gli altri partiti; fu eletto con la percentuale record del 82,21%, superiore anche a quella che Luigi Napoleone Bonaparte aveva ottenuto (ma al primo turno) alle elezioni presidenziali del 1848 (74,33%). (da Wikipedia)

Sono passati più di vent’anni e non credo che ci sarà una simile mobilitazione ad excludendum verso il Rassemblement National di Marine Le Pen che candiderà Jordan Bardella a premier alle prossime elezioni per eleggere il nuovo parlamento francese, indette da Macron quale verifica e messa in discussione del suo disastroso esito elettorale europeo.

Come sostiene Francesca Schianchi, inviata a Parigi de La Stampa, è probabile che Macron creda ancora nella possibilità di quel fronte repubblicano che, a partire dalla sfida Chirac-Le Pen padre nel 2002 e poi altre due volte tra lui stesso e Le Pen figlia, ha fatto sì che forze politiche ed elettori anche distanti convergessero sul candidato moderato pur di escludere quello più estremo. L’affluenza alle Europee è stata del 52%: lo spettro estremismo potrebbe alzarla portando al voto chi ha disertato. Il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon ha chiamato a raccolta forze di sinistra, mentre cittadini scenderanno in piazza a Parigi e Marsiglia e, dalle colonne di Le mond, 350 intellettuali, tra cui l’economista Thomas Piketty e la premio Nobel Annie Ernaux, firmavano un appello per «impedire all’estrema destra di governare il Paese».

La destra non è più così isolata e non suscita più paure ancestrali a livello di pubblica opinione. Evidentemente Macron avrà le sue buone ragioni per un simile redde rationem, così ravvicinato da pensare che fosse già stato messo in preventivo prima delle elezioni europee: a mali estremi, estremi rimedi? Non saprei cosa pensare se non che il Presidente francese stia costituendo una delusione pazzesca a livello di cerchiobottista politica internazionale (tra le telefonate con Putin e le fughe in avanti a supporto di Zelensky), nonché per le proteste sociali che ha innescato in continuazione. In parole povere non sembra capace di governare. Può darsi che questa impressione sia presente anche nel popolo francese e quindi che scatti un comportamento verso la prospettiva Le Pen simile a quello italiano verso Giorgia Meloni: proviamo la Le Pen, tanto…

Il discorso non riguarda solo i francesi, ma tutti gli europei considerato il ruolo fondamentale della Francia nella Ue. Fatto sta che l’Italia sta facendo scuola: forse Giorgia Meloni non si aspettava un simile risultato della Le Pen (due galline nel pollaio della destra-destra), che rimette in gioco Salvini, storico alleato della Le Pen e che disturba non poco il ruolo di battitore libero in cerca di spazio a cui punta decisamente la nostra premier anche se sono partiti subito i veti incrociati nei suoi confronti da Jean-Claude Juncker, dai socialisti e dai liberali. In Italia i commentatori politici si sono precipitati ad enfatizzare il relativo (3% in più e 630.000 voti in meno) successo elettorale della Meloni, salutandolo come un importante scatto di ruolo dell’Italia in Europa, dimenticando che tra l’altro i voti non si contano, ma si pesano e le bilance europee sono immediatamente partite al ribasso. Cosa dirà Meloni a Macron? I due non si amano, ma si dovranno pur parlare al G7. Salvini sarà il convitato di pietra (ha definito Macron un criminale, un guerrafondaio e un bombarolo) anche se i problemi vanno ben oltre le sparate salviniane.

Mi sono chiesto in questi giorni se sia più di destra la Meloni o la Le Pen: entrambe hanno un passato politico imbarazzante, ma stanno navigando con molta furbizia, anche se personalmente preferisco i padri (Jean Marie e Giorgio: molto più diretti e sinceri) alle figlie. Giorgia, entrando nella fase governista della carriera, ha saputo e dovuto convertirsi, più o meno convintamente e linearmente, alla religione più filo-americana che filo-europea.  Marine è ancora nella fase estremista e barricadera e si può permettere il lusso di sparare a zero: Macron, come subordinata al precipitoso ridimensionamento elettorale della scomoda competitor, la vuol portare sul terreno difficile delle responsabilità di governo laddove le promesse stanno in poco posto e i nodi internazionali vengono al pettine.

Concludendo, la scena italiana è occupata (non oso dire ingombrata per non passare da maschilista) da due donne: Meloni e Schlein. Quella europea da due donne: Meloni e Le Pen. Il protagonismo delle donne non mi dispiace, ma lo avrei voluto basato su ben altri presupposti e su aperture politiche più democratiche e progressiste. È vero che quanto si perdona per tanto tempo agli uomini, lo si rinfaccia immediatamente alle donne. Comunque fra i mali al femminile scelgo una via di fuga: spero ancora nella Schlein anche se non l’ho votata.

 

La mummia americana e la ballerina de noantri

G7, la leadership paralizzata dell’Occidente davanti a guerre e crisi che avanzano. Dietro i lustrini del summit, la pochezza delle decisioni, e un mondo ostile, impoverito e non rappresentato. Biden immobile, spaesato, ricorda il Breznev mummificato sulla Piazza Rossa, simbolo dell’Urss morente. (La Stampa – Domenico Quirico)

Sintesi perfetta! Mi permetto solo di aggiungere alcune mie riflessioni, brevi e piuttosto acide.

In questo tragicomico balletto si è aggirata una prima ballerina, roba da fare invidia a Carla Fracci.

A proposito di balletti (che lui non poteva soffrire), mio padre mi raccontava come sul palcoscenico del teatro Regio durante una rappresentazione (non ricordo se di Gioconda o di Aida) i ballerini non si reggessero in piedi a causa delle “merde” dei cavalli, abbagliati ed emozionati dalle luci della ribalta. Furono costretti ad intervenire alcuni inservienti per ripulire gli spalti: lascio ai lettori immaginare le risate del pubblico.

Al teatro Regio giustamente si rideva, in collegamento col G7, svoltosi in Puglia, si sarebbe dovuto piangere, invece appalusi a scena aperta a Giorgia Meloni, la più eclettica ed insulsa dei protagonisti di una stagione politica infame.

Seconda riflessione. Non ho capito cosa sia andato a fare al G7 papa Francesco: come scritto in un mio precedente commento, prima di arrivare a destinazione aveva sferzato quelli che si sentono potenti e sono miseramente deboli. Sembrava quasi una stoccata alla Enzo Iannacci, invece c’era di mezzo il Vangelo. Al summit baci, abbracci e bisbigli diplomatici. Gesù a dir poco avrebbe impugnato una frusta…

Terza riflessione. Possibile che negli Usa non ci sia nessuno capace di invitare caldamente Joe Biden a ritirarsi in buon ordine per motivi di salute personale e di salute pubblica mondiale. Il rischio infatti è di fornire un perfetto assist a Donald Trump. Una mia carissima amica, tempo fa, aveva pronosticato, in clima hollywoodiano, la candidatura alla Casa Bianca di George Clooney: una bella provocazione. Magari sulla deprimente scena politica internazionale potrebbe costituire un’americanata pazzesca ma anche una ventata di affascinante protagonismo cinematografico, altro che la claudicante ballerina de noantri.

 

 

 

 

Le giocatrici “al politico”

Devo confessare che, dal punto di vista mentale, la sto facendo grossa, rischiando la più acrobatica e presuntuosa delle opinioni controcorrente nonché il più volgare dei giudizi maschilisti. Non ne posso proprio più e la sparo a costo di scandalizzare.

Le tanto osannate Giorgia Meloni ed Elly Schlein mi sembrano due bambine che giocano “al politico”. Tra bambini di sesso diverso un tempo si giocava “al dottore”, prefigurando infantilmente i giochi erotici poi sognati nell’adolescenza, realizzati nella giovinezza, sprecati nella maturità e rimpianti nella vecchiaia.

Sono veramente stanco di vedere l’attenzione quasi esclusiva puntata su due donne, che, pur ammettendone le dovute differenze sul piano etico, culturale e politico, pur rischiando un’analisi piuttosto spietata e sommaria (da non prendere alla lettera, ma come provocatorio invito a giudicare spassionatamente), non hanno proprio niente per essere leader credibili: una storia poco interessante, una cultura molto debole, un’esperienza purchessia, una personalità sfuggente, un’eloquenza manierata, una intelligenza modesta, un carisma fumoso. Mi fermo qui.

In realtà sono due leader di cartongesso, due personaggi mediaticamente scelti per riempire il vuoto pneumatico della classe dirigente politica: bisogna pur interessarsi di qualcuno, non si può tacere e allora bisogna inventarsi due Italie per due vincitrici delle elezioni europee (La Stampa).

Per Giorgia Meloni il gioco si sta facendo sempre più difficile: non le basta giocare al politico, vuole giocare allo statista, nonostante i continui e inquietanti impeachment a livello di neofascismo, sui quali  non trova di meglio che farsi scudo dietro gli indecenti Italo Bocchino e Mario Sechi (specializzati nella difesa dell’indifendibile) o glissare per evitare guai peggiori oppure tacere per non perdere la faccia verso il suo impresentabile zoccolo duro che tuttavia le dà voti e soprattutto le garantisce la continuità con un tesoretto storico-culturale inconfessabile ma irrinunciabile.

L’unica vincitrice tra i premier europei e mondiali, usciti malconci dalle urne o comunque assai deboli come protagonisti al limite dei comprimari, deve illudersi di poter essere una primadonna e molti la considerano tale e la stanno spingendo sulla scena convincendola, semmai non lo fosse già in proprio, di essere la miglior fica del bigoncio.

Vorrei capire su quali basi la giudicano intelligente, in che senso la considerano furba, come fanno a sopportarne l’arroganza, con quale coraggio la vedono una donna decisa (a cosa?), con quanta generosità la vedono adatta a guidare un Paese in una fase storica così drammaticamente problematica.

Personalmente sono rimasto al giudizio lapidario che ne diede Edith Bruck, non certo l’ultima arrivata, all’indomani della sua vittoria nelle elezioni politiche del settembre 2022: «Le donne devono avere accesso alle più alte cariche dello Stato. Meloni sarà la prima donna premier (in Italia n.d.r.) e questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna al posto di comando riesca a essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo». (dal quotidiano La Stampa del 27 settembre 2022)

Invito chi mi legge a verificare il giudizio di Edith Bruck alla luce di questi quasi due anni di premierato meloniano. Potremmo dire: come volevasi dimostrare. Ha ancor più persone intorno a tutti i livelli che la ritengono dotata di palle, mentre in realtà le uniche sono quelle che racconta e che molti credono, non so fino a quando. Ha pessimi consiglieri che non la aiutano a governare, ma solo a vincere (se vincere può voler dire anche perdere oltre 600.000 voti). I media di cui si è proditoriamente impadronita la incensano a più non posso, gonfiano la mongolfiera, saltano sul carro del vincitore prima e dopo averla issata sul carro.

Se Berlusconi era un leader di plastica, Giorgia Meloni non è da meno, infatti, come dice simpaticamente Marco Travaglio, ne è un clone, aggiungo io, a dispetto del “Santo” di Arcore. Non so se piaccia veramente alla gente che la vota, forse i più la stanno a guardare e la sopportano in attesa che da bambina viziata si trasformi in vera donna con tutte le auto-conseguenze del caso.

E passiamo ad Elly Schlein. Se la Meloni mi indispettisce a prescindere dal neofascismo che sta nel suo dna e che si trasforma in autoritarismo che sprizza dai pori della sua pelle, la segretaria del PD mi fa compassione dal tanto che mi appare inadeguata al ruolo. Ad Elly Schlein si attaglia la gag calcistica immaginata da mio padre: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion » (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Non ha il carisma, la preparazione, la sensibilità e la personalità che sarebbero necessarie per guidare un partito di sinistra. Mio padre (e dalli…) a volte, quando era costretto ad esprimere giudizi su diverse persone nei vari campi in cui operavano (politica compresa) si accontentava di concedere sommessamente e solamente: «Al ‘n é miga un gabiàn…». Non ho approfondito e stabilito da dove venisse questo suo modo di dire: probabilmente il richiamo al “gabbiano” era dovuto al fatto che questo uccello si diverte a rovistare nella spazzatura, nel “rudo” e quindi non dimostra di essere un mostro di furbizia. Per Elly Schlein possiamo concludere che non è una gabbiana: poco per essere la rappresentante in pectore di un’altra Italia.

Come abbia fatto a scalare la cima del monte piddino resta tuttora un mistero: il fascino della novità in mezzo alla più vuota continuità, una donna giovane che imbarazza gli uomini del partito, una ventata di aria fresca sotto la cappa di aria pesante. Ho cercato ripetutamente e seriamente di trovare questi elementi di speranza, ma non li ho trovati. Qualcuno mi dice che sono schiavo di un passato legato a personaggi di statura politica altissima e quindi rischio di essere un nostalgico. Un po’ è vero, lo ammetto, ma senza tirare in ballo i mostri sacri del pantheon piddino (Moro, Berlinguer e Prodi per tutti), venendo ad un passato più recente vale a dire ai Veltroni, Franceschini e Bersani (mi fermo lì perché effettivamente dopo c’è stata una contradditoria successione di personaggi comunque di livello), emerge un gap qualitativo incolmabile anche con le migliori intenzioni.

Elly Schlein è umanamente assai più accettabile di Giorgia Meloni, è portatrice di una linea politica lontana mille miglia dall’inqualificabile e insensato populismo di destra della Meloni, non ha scheletri nell’armadio della storia come succede al partito di Fratelli d’Italia, che pensa di coprire tutto con i consensi elettorali (chi è votato infatti non ha sempre ragione, addirittura in breve volgere di tempo può passare dall’altare alla polvere con la risurrezione persino eccessiva degli scheletri sepolti o dimenticati).

Anche lei però, pur concedendole un’ammirevole umiltà e una trasparente sincerità, mi dà l’impressione di improvvisarsi o di essere improvvisata come fantomatica salvatrice del popolo della sinistra, di giocare a fare il segretario del PD e la federatrice dell’area di centro-sinistra. Ultimamente ha finalmente detto qualcosa di sinistra a trecentosessanta gradi esprimendo, come scrive Annalisa Cuzzocrea su La Stampa, preoccupazione per le diseguaglianze del Paese, per i problemi di chi ha un lavoro precario e non ha casa, di chi è italiano a tutti gli effetti e non ha cittadinanza, di chi ha bisogno di cure e non se le può permettere, di chi si sente escluso e va tenuto dentro. Non basta per trascinare un partito, per assemblare un’area, per convincere gli elettori, per candidarsi a governare un Paese.

Queste due donne si stanno sostenendo e valorizzando a vicenda: il discorso è pilotato da Meloni e subìto, in un certo senso, da Schlein. La personalizzazione dell’una aiuta la personalizzazione dell’altra!? Personalizzano senza personalità. Rischiano di brillare tatticamente di luce riflessa. Può andar bene per chi ha (Meloni) un concetto pragmatico dell’esercizio del potere, non è assolutamente raccomandabile a chi dovrebbe avere (Schlein) un concetto ideale di potere al servizio della (povera) gente.

 

 

 

Il convitato di pace

«La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri». Un’evidenza che si manifesta in tutta la sua drammaticità oggi. «La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! (Papa Francesco per la Giornata mondiale dei poveri)

Il teologo e biblista padre Alberto Maggi sostiene che il fato non esista e allora da chi viene la strana combinazione tra la celebrazione della Giornata dei poveri e quella del G7? Ci ha pensato il Papa a mettere in corrispondenza i due fatti con le parole di cui sopra. Miglior biglietto da visita non poteva presentarlo ai grandi (?) della terra riuniti a Borgo Egnazia, che si apprestano ad accoglierlo.

Due potenti richiami: uno all’umiltà perché “Dio abbatte i superbi e innalza gli umili”, uno alla pace perché è il bene supremo, premessa e conseguenza di ogni altro bene. Si parlerà di intelligenza artificiale, ma la lingua dovrebbe battere dove duole il dente della guerra.

L’accordo tra i partecipanti al G7 è stato prontamente trovato sugli aiuti all’Ucraina tramite la confisca degli utili provenienti dai beni russi congelati: non un granché come atto di generosità verso l’Ucraina, oltre tutto di dubbia agibilità e di chiara provocazione verso la Russia. Se si pensa di avviare processi di pace in questo modo…

Assai meno facilmente è stato trovato l’accordo sul diritto all’aborto che è stato strumentalizzato da Macron per togliere la sordina elettorale dalla sua partecipazione al vertice nonché da Giorgia Meloni che ha voluto far credere di essere forte dopo la vittoria elettorale con il suo penoso “Dio, patria e famiglia”.

Non sono né abortista né antiabortista e quindi non mi piace nel modo più assoluto che questo argomento così delicato sia stato oggetto di meschine trattative tra i cosiddetti potenti della terra. Siamo alle reciproche ipocrisie. Le donne hanno bisogno di altro rispetto ai finti progressismi francesi e agli opportunistici revanchismi italiani.

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, dall’alto del suo pulpito politico-culturale, se ne è uscito così: «Non so se a un G7 a cui partecipa anche il Papa fosse opportuno citarlo (l’aborto, ndr), se hanno scelto di non metterlo ci sarà una ragione più che condivisibile».  Dalla padella alla brace: dalla falsa querelle sulla pelle delle donne alla messa in discussione della laicità della politica. Evviva gli ignoranti prestati alla politica.

Avevo espresso dubbi sulla opportunità della scelta papale di partecipare a questo consesso in quanto esisteva il rischio di offrire un perfetto assist al governo italiano e alla sua premier. Come volevasi dimostrare: la premier ha restituito il favore con questa stupida impuntatura antiabortista, come se il Papa fosse un questuante alla ricerca di piccoli favori etici.

Non resta che sperare nello Spirito Santo, che, come dicevo all’inizio, ha messo a confronto l’arroganza dei grandi con la sofferenza dei piccoli. L’arbitro (il Papa) ha detto di stare dalla parte dei piccoli e loro cercheranno di corromperlo con salamelecchi, promesse e inchini.