Il potere logora chi non lo sa esercitare

Sull’autonomia differenziata l’equilibrio tra le forze di governo è saltato. Ieri il governatore della Calabria Roberto Occhiuto, vicesegretario di Forza Italia, è uscito definitivamente dal limbo e ha pronunciato parole che il partito non ha censurato, anzi. «Non ho pregiudizi sull’autonomia differenziata. Il ddl Calderoli, che non è uno “spacca Italia”, è stato migliorato grazie a FI, ma la legge andava maggiormente approfondita. Ci sono materie, come quelle non soggette ai Lep, per le quali si potrebbero fare subito intese. Su questi temi, invece, serve un surplus di riflessione per capire se ci possano essere ricadute negative per le Regioni del Sud». Occhiuto chiede dunque al governo una «moratoria». Ovvero: si evitino «intese con le Regioni, anche su materie non Lep, fino a quando non sarà superata la spesa storica». Sono parole che hanno il peso di chicchi di grandine sul governo.

(…)

Trovare allo stato un tema su cui la maggioranza viaggi compatta è difficile. Non si diverge solo sulla posizione internazionale ed europea. Ci sono cumuli di dossier interni. Sulle carceri Forza Italia ha fatto passare il decreto ma annuncia un’iniziativa con i Radicali lunedì, per le ire della Lega. Il Carroccio si “vendica” sulla Rai. A fronte dell’ipotesi di andare in aula la settimana prossima per eleggere i componenti del Cda che spettano al Parlamento, il Carroccio fa sapere che potrebbe essere un «esercizio sterile» senza un «tavolo» sulla «nuova governance». E che dire ancora delle province. L’idea di farle tornare pienamente elettive è andata in stallo prima delle Europee, e così la Lega rilancia con una proposta di legge. La briga di replicare se la prende Fratelli d’Italia, rinviando il tema al Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (Tuoel). E anche i capitoli formalmente chiusi, come quello sulle liste d’attesa in Sanità, vengono riaperti. «Io non sono così contenta di questo decreto – dice l’azzurra Licia Ronzulli -. Non è assolutamente un decreto risolutivo. È un provvedimento tampone». Si va così in ordine sparso che Matteo Renzi, ormai re-innestato nel centrosinistra, già vede il «voto anticipato» senza alcun passaggio “tecnico”. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

Non credo si tratti di gufate antigovernative, di sinistri masochismi, di politicanti “cassandrate”.  La situazione è incasinata e probabilmente stanno venendo al pettine i nodi fino ad ora coperti da accordi di potere, che cominciano a scricchiolare. Il potere infatti è una grande medicina a condizione che lo si sappia esercitare con cinica abilità, diversamente diventa benzina sul fuoco.

Il centro-destra sta dimostrando proprio di non avere la capacità di governare al di là delle sbruffonate istituzionali, delle invadenze mediatiche, dei propagandistici programmi elettorali, delle inimicizie onnicomprensive. Per governare occorrono i voti, ma innanzitutto bisogna esserne capaci.

Non so fino a quando questa maggioranza riuscirà a tenere botta: ho l’impressione che stia alzando l’asticella, che rilanci continuamente, sperando nell’indifferenza dei cittadini e nell’inconcludenza delle opposizioni.

Non ho molta fiducia nel campo largo del centro-sinistra: troppi tatticismi e poca lungimiranza politica. Fatto sta che appena si profila un’iniziativa politica seria, come il referendum contro l’autonomia differenziata, il governo comincia a traballare e a mostrare evidenti segni di debolezza. Se davanti ai cittadini vengono messi in bella evidenza i problemi reali e non le chiacchiere polemiche, penso che si sveglieranno dal sonno non tanto andando a votare, ma andando a protestare e contestare.

Anche la politica estera sbandierata dalla premier, che finora ha funzionato come foglia di fico per coprire la debolezza governativa, sta diventando un problematico banco di prova, tra le contraddizioni scoppiate a livello europeo e le incerte prospettive americane. Così come bastò (si fa per dire…) un complice sorrisetto fra Merkel e Sarkozy a mettere in disastrosa crisi il governo Berlusconi, un improvvisato e femminile asse politico tra Ursula e Kamala potrebbe togliere la terra da sotto i piedi al governo Meloni. A quel punto non rimarrebbe altro che salire su un altro inquietante treno, quello di Trump e Orban. Dio ce ne scampi e liberi!

 

 

 

 

Il primo colpettino di Kamala

«Non possiamo permetterci di essere insensibili alla sofferenza e non starò in silenzio» sulle violenze su Gaza. Così la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris ha fatto pressione sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con l’obiettivo di raggiungere un accordo sul cessate il fuoco a Gaza, in modo da alleviare le sofferenze dei civili palestinesi. Harris ha assunto un tono più duro del presidente Joe Biden: «È tempo che questa guerra finisca», ha affermato in una dichiarazione televisiva dopo aver avuto colloqui faccia a faccia con Netanyahu. In altre parole, la probabile candidata democratica alla presidenza dopo che Biden si è ritirato dalla corsa elettorale domenica scorsa, non ha usato mezzi termini sulla crisi umanitaria che attanaglia Gaza dopo nove mesi di guerra tra Israele e i militanti di Hamas. Le osservazioni di Harris sono state taglienti, eppure se anche dovesse riuscire a essere eletta presidente degli Stati Uniti il prossimo 5 novembre, secondo gli analisti non ci sarebbe un cambiamento importante nella politica degli Stati Uniti nei confronti di Israele, considerato il più stretto alleato di Washington in Medio Oriente. (dal quotidiano “Avvenire”)

Consentitemi di riportare un piccolo episodio davanti al video, vale a dire una delle solite vuote interviste propinate ai fanatici del pallone. Parla il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottiene subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiede il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore risponde: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.

Non vorrei che l’incipit di Kamala Harris, che assomiglia molto all’uovo di Colombo, fosse simile a quello dell’allenatore di cui sopra. Chissà quante volte Joe Biden avrà fatto pressione su Netanyahu per smettere di scaricare sui civili palestinesi il regolamento di conti con i capi e i militanti di Hamas: non illudiamoci quindi che basti una dichiarazione dai toni fermi e ultimativi. Netanyahu se ne sbatte di tutti i richiami e va per la sua strada. Tuttavia suscita in me un barlume di speranza l’atteggiamento della probabile candidata democratica alla Casa Bianca: mi illudo che possa rappresentare l’intenzione (almeno quella!) di cambiare approccio nella gestione dei rapporti internazionali, una partenza in salita contro l’inevitabilità delle guerre da cui ci sentiamo avvolti.

Sarebbe ora che il partito democratico americano desse almeno un segnale di novità: non si tratta di sconvolgere le alleanze, ma di collocarle in un contesto pacificatore. Difficile? Difficilissimo! Ci provino almeno. Non si lascino condizionare dalla potente lobby israeliana così come da quella dei produttori di armi e da quella di tutti coloro che sulla guerra lucrano guadagni enormi.

Combattere politicamente contro Donald Trump, un politico che ostenta un pragmatismo aggressivo ed egoistico, dovrebbe “istigare” la voglia di ripartire dai valori di cui la pace è sorgente e foce. Chiunque sia il candidato democratico, vinca la tentazione di scendere sul terreno trumpiano: nessuno riuscirà a batterlo sul suo piano. Bisogna cambiare logica, rischiando anche di perdere. Sempre meglio perdere sbandierando qualche principio democratico e qualche valore solidale, che perdere, perdendo la faccia oltre che le elezioni.

 

 

Mattarella, indispensabile bussola per gli italiani

Ignazio La Russa non deve ancora aver compreso quale sia la sua funzione di Presidente del Senato e di come la sua alta carica istituzionale gli imponga di interpretare i sentimenti di tutto gli italiani. Le più che ambigue parole di La Russa sull’aggressione dei militanti di Casapound a Torino contro un giornalista de La Stampa “(Totale condanna, ma il giornalista non si è dichiarato”) sono state a dir poco indecorose. E non è la prima volta che gli succede. Per fortuna al Quirinale c’è un galantuomo e un fedele custode della Costituzione come il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, intervenendo ieri alla cerimonia del Ventaglio della stampa parlamentare, non ha perso l’occasione per bacchettare severamente La Russa. “Ogni atto contro la libera informazione – ha sostenuto con fermezza il Capo dello Stato, che ha fatto riferimento ai fatti di Torino – è eversivo”, perché “informare è documentare senza sconti e il pluralismo dell’informazione è garanzia di democrazia”. Più chiaro di così. Chissà se La Russa ha capito. C’è da dubitarne. (First online – La storia di Franco Locatelli)

Pensiamo un attimo se alla presidenza della Repubblica non ci fosse Mattarella, che corregge continuamente le “cazzate” che dicono e fanno gli occupanti delle più alte cariche istituzionali e di governo: non so se gli italiani se ne rendano conto. Forse lo comprendono meglio all’estero, a livello europeo e mondiale. Il discorso riguarda La Russa, ma ancor più Meloni, i suoi ministri e sottosegretari.

È la migliore “anomalia” che ci potesse capitare. Rimane un mistero come facciano gli italiani ad avere ammirazione e fiducia in Mattarella e al contempo votare e sostenere questi squallidi personaggi. I casi sono due: o questi signori sono sostenuti di fatto da una chiassosa minoranza, mentre Mattarella interpreta la maggioranza silenziosa oppure gli italiani hanno perso completamente la bussola e non riescono più a districarsi nel ginepraio della politica e operare conseguentemente scelte responsabili.

La prima ipotesi è elettoralmente inquietante, la seconda è democraticamente sconfortante. La riforma del cosiddetto premierato ha lo scopo di togliere di mezzo questo possibile confronto istituzionale, retrocedendo il Capo dello Stato a figura di mera ed innocua rappresentanza. È pur vero che al di là delle regole contano le persone, ma un Presidente della Repubblica depotenziato sulla Carta Costituzionale, schiacciato tra un premier plenipotenziario e un parlamento succube del governo, avrebbe del bello e del buono a farsi sentire.

La storia e l’attualità ci insegnano che il Capo dello Stato è una figura delineata in modo oserei dire perfetto dalla Costituzione e che ha fatto e sta facendo un grande servizio al Paese. Teniamocelo ben stretto: i governi passano, ma la Repubblica democratica rimane e il Presidente ne è la garanzia.

 

C’è ventaglio e ventaglio…

Vi è un tema che sempre più richiede vera attenzione: quello della situazione nelle carceri. Basta ricordare le decine di suicidi, in poco più dei sei mesi, quest’anno.  Condivido con voi una lettera che ho ricevuto da alcuni detenuti di un carcere di Brescia: la descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia del “Ventaglio”. (ANSA.it)

Avevo appena riascoltato la “penosa” cerimonia di consegna del ventaglio al presidente del Senato Ignazio La Russa, trasformata in un’inappropriata conferenza stampa in cui la seconda carica dello Stato si è scatenata in giudizi politici che non le competono, in battute di dubbio gusto, in una corsa sfrenata alla piacioneria, in una passerella del La Russa pensiero di cui avrei fatto tanto volentieri a meno. Lascio perdere i contenuti degni di un incontro all’osteria, sottolineo solo i toni da goliardata senatoriale.

Meno male che c’è Mattarella: Dio lo conservi in salute! Seguendo il suo intervento alla cerimonia quirinalizia della consegna del ventaglio, mi sono come si duol dire, rifatto la bocca. Ha toccato punti caldi e inquietanti col suo solito equilibrio istituzionale, con rara levatura culturale e politica e con commovente sensibilità verso i drammi dell’umanità.

Mi permetto di rivolgergli un appunto/invito ad essere più critico, seppur costruttivamente, verso gli assetti e gli andamenti internazionali in nome della ricerca della pace, che non può essere limitata alla fedeltà all’Alleanza Atlantica e alla pur sacrosanta difesa dell’Ucraina: occorre fare qualcosa di più! So che lui lo ha fatto ufficialmente e sotto traccia: veda, se possibile, di continuare a farlo, rendendone edotti i cittadini e mettendo coraggiosamente chi di dovere di fronte al proprio compito di cercare strade nuove e creative verso la pace.

Apprezzabilissimo il fatto che abbia voluto concludere il suo discorso con l’attenzione al problema della drammatica situazione carceraria. Era da tempo che aspettavo una voce autorevole in difesa dei diritti dei detenuti. È arrivata e non è la prima volta.

È bellissimo vedere come il nostro Presidente della Repubblica riesca a vivere e farci vivere anche le occasioni protocollari con effettiva partecipazione: una lezione a tutti coloro che ricoprono incarichi pubblici, un forte deterrente al ripiegamento nella routine burocratica, un potente e credibile richiamo al senso di responsabilità di tutti.

Come sempre il discorso di Mattarella merita di essere ascoltato integralmente: lo consiglio vivamente a chi desidera uscire dal pantano della politica politicante e dalle risse che caratterizzano la politica in tutto il mondo.

 

 

Le precarie convergenze parallele tra Meloni, Salvini e Tajani

“È sempre stato chiaro che ci sono posizioni diverse, apparteniamo a famiglie diverse, noi della maggioranza di governo in Italia ma questo non ha alcuna ricaduta nelle attività di maggioranza e governo”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al suo arrivo al Consiglio Affari esteri, rispondendo a una domanda sullo scontro con il ministro Matteo Salvini “Forza Italia è sempre stata in prima fila per realizzare il programma il governo senza creare alcuna turbolenza, abbiamo sempre difeso le nostre idee, abbiamo sottoscritto un patto con gli elettori e intendiamo arrivare fino alla fine della legislatura con la maggioranza di centrodestra della quale facciamo parte e della quale Berlusconi è stato il fondatore fin dal 1994”, ha precisato. “Il tema Europa è un tema che non riguarda la politica interna. Posso rassicurare tutti gli italiani che non ci sarà alcun problema per quanto riguarda la tenuta della maggioranza, ci sono differenti valutazioni sulla situazione europea”, ha rimarcato. (da Il Fatto Quotidiano.it)

Al di là delle scaramucce innescate da Matteo Salvini contro l’acritica e schematica posizione filoeuropea di Forza Italia, rimane una questione politica imprescindibile, che potrebbe portare a conseguenze di non poco conto: l’Europa non è qualcosa di estraneo o di marginale rispetto all’Italia, è il nazionalismo nostrano, più o meno dichiarato, a credere e far credere questa fandonia. La storia politica attuale ha nella Ue il suo punto di riferimento fondamentale anche se gli italiani sono portati a rinchiudersi nel loro recinto: una sorta di Italexit strisciante e molto pericolosa.

Che il Partito popolare europeo (Ppe), forza politica a cui aderisce convintamente ed organicamente Forza Italia, faccia parte di una maggioranza di centro-sinistra che ha votato e che si appresta a sostenere per cinque anni Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, non è un fatto episodico e insignificante. Come è quindi possibile che questa ben precisa scelta di campo effettuata da Forza Italia, seppure tramite il Ppe, sia compatibile rispetto alla partecipazione in Italia ad una maggioranza organica di centro-destra con partiti chiaramente euroscettici, patriottici, nostalgici e con una premier che non sa andare oltre un cerchiobottismo di brevissimo respiro.

Tajani veda di spiegarlo bene agli italiani perché una spiegazione chiara è loro dovuta. Forza Italia, perfettamente in linea con la sua storia, sembra rispondere più a Mediaset che al suo pur crescente elettorato. Non ha tutti i torti Salvini nel porre sguaiatamente la questione: il comportamento forzitaliota ricorda molto quello socialista degli anni settanta e ottanta del secolo scorso: a Roma con la Dc, in periferia col Pci. Tenere i piedi in due paia di scarpe non è facile e alla lunga può far male ai piedi.

Il problema è anche e soprattutto di Giorgia Meloni: tenere insieme questa armata Brancaleone non sarà cosa agevole. L’Europa, che fino ad ora sembrava la ciambella di salvataggio meloniana in chiave filo-occidentale, potrebbe ritorcersi contro il centro-destra italiano facendone scoppiare le latenti contraddizioni.

Matteo Renzi, quale animale politico di prima classe, ha cominciata a sentire odore di cadavere e si è prontamente riposizionato strumentalmente nelle vicinanze del centro-sinistra, prendendo spunto proprio da un provvedimento legislativo, quello sull’autonomia differenziata, che rappresenta la base su cui poggia attualmente la convivenza nel centro-destra (un premierato a me, un’autonomia differenziata a te, una riforma della giustizia al terzo partner). Non è un caso che Renzi si dimostri possibilista sui temi della giustizia e diventi intransigente su quello del regionalismo spinto: un messaggio in codice all’elettorato moderato di Forza Italia che da sempre gli fa tanta gola.

E cosa ne direste se il cosiddetto campo largo anti Meloni/Salvini assomigliasse a quello francese anti Lepen? Sarebbe così impossibile che, strada facendo, Forza Italia con l’aiuto/ricatto di Renzi diventasse la forza liberale di stampo macroniano con cui la sinistra dovrebbe fare i conti per vincere e governare?

Da una parte FdI cannibalizzerebbe sempre più la lega vannacciana, dall’altra il Pd, tirandosi dietro il peso morto pentastellato, potrebbe flirtare con quei moderati che finalmente avrebbero trovato uno sbocco politico grazie allo sdoganamento liberale di cui sarebbe garante Matteo Renzi.

Fantapolitica? No, politica italiana a misura europea. Roba interessante? Questo è un altro discorso!

 

 

I care il dopo-Biden

Alla fine, un Joe Biden debilitato dal Covid ha dovuto cedere alle pressioni di gran parte del Partito democratico e dello schieramento che negli Stati Uniti lo sostiene, dai media, alle personalità più note fino agli imprenditori e i finanziatori della sua corsa. Rinuncia a ricandidarsi il 5 novembre e lancia la sua vice Kamala Harris come sfidante di Donald Trump. Il presidente ha preso la decisione dopo una lunga meditazione personale, e sembra l’abbia fatto da solo, se è vero che gran parte dei collaboratori ha appresso della svolta dal suo messaggio sui social media nel pomeriggio di domenica (la sera in Italia).

Il presidente, 81 anni, oggetto di “fuoco amico” sin dal dibattito disastroso per i lapsus e le risposte inadeguate con il suo avversario repubblicano lo scorso 27 giugno, ha comunicato a sorpresa la scelta, quando ormai sembrava che non ci sarebbero stati annunci fino alla visita del premier israeliano Netanyahu fra due giorni. Invece, Biden ha ceduto all’improvviso alla montante campagna che lo voleva lasciare il campo politico.

«È stato il più grande onore della mia vita servire come vostro Presidente. E sebbene fosse mia intenzione cercare la rielezione, credo che sia nel miglior interesse del mio partito e del Paese che io mi dimetta e mi concentri esclusivamente sull’adempimento dei miei doveri di presidente per il resto del mio mandato», ha scritto il capo della Casa Bianca, dopo avere rivendicato i successi di tre anni e mezzo di presidente, dall’economia alle cure per i cittadini anziani fino alla tutela dell’ambiente e la limitazione delle armi, tutti temi cari ai progressisti.

In un altro messaggio, Biden ha quindi espresso il suo sostegno all’attuale vicepresidente. «La mia primissima decisione come candidato del partito nel 2020 è stata quella di scegliere Kamala Harris come mia vicepresidente. Ed è stata la migliore decisione che ho preso. Oggi voglio offrire il mio pieno sostegno e il mio endorsement affinché Kamala sia la candidata del nostro partito quest’anno. Democratici: è ora di unirsi e battere Trump. Facciamolo».

Ora ci sono poco più di 100 giorni al voto e il Partito democratico ha davanti un cammino stretto. La Convention di Chicago a metà agosto si aprirà con delegati liberi di dare l’incarico a Harris ma anche, potenzialmente, a un altro esponente del partito. Sarà il Comitato nazionale democratico a scegliere nei prossimi giorni le modalità, anche sulla base degli umori della base e dei big che hanno accompagnato Biden all’uscita di scena. (dal quotidiano “Avvenire” – Andrea Lavazza)

La speranza è l’ultima a morire, anche se è la medesima di quattro anni fa, ampiamente delusa dalla presidenza di Joe Biden: che gli Usa possano riscoprire e applicare i valori della loro migliore tradizione democratica. Ricordo benissimo il dopo-Trump, che sembrava partire sotto i migliori auspici di una riscossa valoriale a livello americano e internazionale. Strada facendo tutto si è appassito e siamo qui a parlare di dopo-Biden con lo spettro di un Trump-bis e con la prospettiva di una candidatura democratica politicamente debole.

Saprà il partito democratico ripartire dai principi che, nonostante tutto, sono alla base della sua storia? Saprà resistere alle sirene delle scorciatoie mediatico-finanziarie? Saprà liberarsi del peso delle lobby capaci di condizionare la politica schiacciandola su un vomitevole pragmatismo? Saprà interpretare le ansie e le problematiche fino ad ora conculcate dall’imperialismo latente e decadente degli Usa? Saprà gettare una boccata di aria solidale e pacifica su un mondo rassegnato alle guerre fredde, tiepide e calde.

Me lo auguro di cuore. Certo, questo lungo periodo del tiramolla bideniano si sarebbe potuto utilizzare ad elaborare un minimo di strategia politica ed elettorale alternativa a quella delinquenziale trumpiana. Non è mai troppo tardi. Speriamo che, al termine dell’insulso sfogliamento della margherita “mi ricandido, non mi ricandido”, non cominci il balletto delle possibili candidature inserite nel tritacarne presidenzialista americano.

Il partito democratico deve recuperare la sua “ideologia” da offrire alle fasce sociali in disperata ricerca di rappresentanza: non si accontenti del voto delle grandi metropoli, ma recuperi quello delle periferie territoriali e sociali, il voto dei “poveri” che possano convertire la loro disperazione filo-trumpiana in speranza filo-democratica possibilmente incarnata da un personaggio credibile e sensibile.

Respingo sdegnosamente l’atteggiamento nostrano del “gli americani si arrangino” che a livello politico si veste dell’ipocrita non interferenza. Siamo interessati, ci riguarda, eccome… “I Care” è il motto dei migliori giovani americani degli anni ’50/’60, significa “Me ne importa, mi sta a cuore”. Riadottiamolo coraggiosamente!

 

 

Gli italiani ballano sul Melonic

La “strategia del doppio cappello”, che si è mostrata debolissima in questa fase, rischia di essere ancora più debole quando Meloni dovrà parlare con Bruxelles, e con Ursula Von der Leyen, dei conti pubblici italiani. Pur senza avallare strane tesi per cui i vertici europei potrebbero accanirsi contro l’Italia per consumare autolesionistiche “vendette”, è indubbio, ancora logica alla mano, che il dialogo sugli «interessi nazionali» è più complesso se la presidente del Consiglio dell’Italia viene percepita, e si autopercepisce, come opposizione politica alla Commissione. Persino l’esito della partita per il commissario italiano a Bruxelles, in cui il peso specifico di Roma dovrebbe rappresentare un insuperabile fattore oggettivo, rischia di essere alterato dalla confusione creata dai “due cappelli”. Perciò sarebbe auspicabile che la contronarrazione dei fatti di Strasburgo non arrivasse al punto di produrre un altro effetto-boomerang dannoso stavolta non per un partito, ma per il Paese. Da questa prospettiva, proprio la figura di Von der Leyen, che ha già dimostrato di sapere aprire con Meloni un dialogo pragmatico, può rappresentare ancora un appiglio, anziché un problema, per la premier italiana. Dal punto di vista interno, infine, impossibile non cogliere un nesso tra il “no” europeo di FdI e le ultime dinamiche interne alla maggioranza. Al Consiglio Europeo di giugno Meloni aveva giustificato l’astensione su Von der Leyen anche come una posizione mediana tra la contrarietà della Lega patriota e il “sì” convinto della Forza Italia popolare. Il voto di Strasburgo riavvicina Meloni a Salvini e allontana la premier, invece, da Tajani. E aumenta per di più le distanze da Marina e Pier Silvio Berlusconi, che a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro hanno espresso la stessa “visione”: lo spostamento degli azzurri in un centro più autonomo, soprattutto sui valori di fondo. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

All’indomani delle elezioni europee Giorgia Meloni veniva considerata come la vincitrice, pronta a dare le carte per una nuova Ue a trazione italiana. A nemmeno due mesi di distanza si registra un fallimento su tutti i piani, interno, europeo, politico, strategico e tattico, a dimostrazione che la classe non è acqua e che l’abilità politica non si improvvisa con la presunzione.

L’Italia ne esce isolata, indebolita, tenuta fuori dai giochi che contano: non basta dare le carte, bisogna prima di tutto conoscere il gioco. Schiacciata sulla componente salviniana, costretta a dialogare con l’imbarazzante patriottismo della destra europea, ridotta a pietire un commissario di qualche rilievo, considerata una ruota di scorta che al momento opportuno si rivela bucata.

I motivi di fondo di questo fallimento sono sostanzialmente due: la incapacità di passare da un ruolo di leader de noantri a quello di premier di tutti gli italiani; l’assenza di una visione strategica dell’Europa; l’adozione di una navigazione politica di piccolo cabotaggio; la superbia degli ignoranti che non finisce mai.

Ursula alla fine ha battuto Giorgia per due a zero, senza essere un fenomeno di abilità politica. Se si potesse fare uno scambio a livello di mercato politico (come avviene per i calciatori), sarei disposto ad offrire Meloni in cambio di Von der Leyen, aggiungendo magari anche un Crosetto, un Fitto e, se proprio servisse a chiudere la trattativa, persino un Lollobrigida.

La politica è fatta anche di resa dei conti e per l’Italia meloniana saranno lacrime e sangue a livello europeo, perché ci faranno pagare il doppio gioco portato avanti dal nostro inqualificabile premier. Ma, come noto, agli italiani va bene così e Giorgia Meloni rimane una donna intelligente, preparata e che la sa lunga, così lunga da portarci tutti a puttane.

 

Il sindaco “volante” e il mondo “cretinante”

Tra i sindaci è Michele Guerra (Parma, 63%) il vincitore del Governance Poll 2024, la particolare classifica sul gradimento dei primi cittadini e governatori, che è stata realizzata per il ventesimo anno consecutivo dall’Istituto demoscopico Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore.

Sulle prime ho pensato a una fake news, poi ho verificato l’attendibilità della notizia: ne parlavano tutti i media con una certa evidenza. Lo sbigottimento è aumentato: il solito sondaggio taroccato? Non sembra, vista l’autorevolezza della fonte demoscopica.

Poi ho pensato di essermi troppo chiuso nel mio guscio al punto da non capire il valore di chi amministra la mia città: eppure esco spesso e vedo strade sporche, cumuli di immondizia, bus in cronico ritardo, periferie abbandonate a se stesse, il verde pubblico in condizioni penose.

Allora c’è qualcosa d’altro: i media locali sono smaccatamente e stranamente (?) dalla parte di Michele Guerra, c’è in atto un compromesso storico fra poteri forti parmensi e amministrazione locale che lascia fare occupandosi di tutto meno che del bene della città. Anche questo non può essere il motivo di fondo di un simile granchio sondaggistico.

Forse è tutta questione di cultura? Un sindaco acculturato che interpreta al meglio, chiacchierando a più non posso e saltabeccando da un convegno all’altro, l’animus salottiero di una città sazia e disperata. È però una città valorosamente scettica, che nella sua storia non si è lasciata incantare, che ha saputo fare da pioniera in materia sociale, che coltiva tradizioni e passioni veraci. E allora? Non può essere solo una questione di puzza sotto il naso.

Mi rassegno all’idea che sia tutta colpa dei parmigiani, da una parte vittime della loro presunzione: l’hanno votato in base ad un sistema elettorale molto discutibile anche se molto osannato, che sembra fatto apposta per togliere col voto capacità critica alla gente dopo il voto, e quindi non possono ammettere di essersi sbagliati; dall’altra parte vittime del cretinismo imperante in tutto il mondo. Mi permetto al riguardo una “catastrofica” riflessione.

Viviamo in un mondo, che io rifiuto nei suoi fondamentali e che purtroppo invece è accettato con disinvoltura dai miei simili.

Michele Guerra è il miglior sindaco d’Italia; Giorgia Meloni aumenta implacabilmente il suo indice di gradimento; l’Europirlamento (non è un lapsus!) inneggia alla guerra e si accontenta del male minore (leggi Ursula von der Leyen, per non dire di Roberta Metsola che io chiamo “mensola”: se queste sono le donne impegnate in politica, divento maschilista…); Donald Trump si appresta, salvo miracoli, a tornare alla Casa Bianca (Dio è dalla sua parte, con una telefonata risolverà la guerra tra Russia e Ucraina, l’emigrazione la cancellerà deportando gli immigrati: e gli americani ci cascano da cretini quali sono).

Che fare in un mondo simile? Rassegnarsi a guardare la televisione? Peggio che andar di notte! Seguire lo sport? Una divagazione sul tema! Leggere? É pericoloso: i liberi pensatori sono così scarsi! Scrivere: un divertimento innocuo per apprendisti scemi!

Pensate un po’ a quale disperazione socio-culturale, oserei dire esistenziale, mi porta un sondaggio paradossale entusiasmante su un sindaco volante. Chi si contenta gode, io non mi accontento e per godere ho bisogno di altro. Se tanto mi dà tanto devo mettermi il cuore in pace fino al giugno del 2032. Con ogni probabilità sarò assente a quell’appuntamento per aver superato abbondantemente la mia aspettativa di vita. Tutto sommato, forse è meglio così.

 

 

L’Europa delle lenticchie

Roberta Metsola, nel suo discorso del secondo insediamento alla presidenza del Parlamento europeo, ha citato, parlando in italiano, una frase di Alcide De Gasperi: «Parliamo, scriviamo, insistiamo, non lasciamo un istante di respiro; che l’Europa rimanga l’argomento del giorno».

L’Europa non è l’argomento del giorno e, se è quando lo è, viene discusso come compromesso politico a basso livello. Ne è stato un esempio clamoroso il penoso tatticismo sciorinato, prima, durante e dopo le recenti elezioni, da Giorgia Meloni che ha trattato l’appoggio alla peraltro debolissima candidatura, già di suo frutto di anelito a mera sopravvivenza, di Ursula von del Leyen per due piatti di lenticchie: uno costituito dalla visibilità politica senza politica; un secondo dall’ottenimento di un commissario di peso per l’Italia senza peso. Tanto rumore per nulla: Ursula ha fatto a meno di Giorgia e Giorgia ha votato contro Ursula. Sotto banco non ho idea di cosa ci possa essere e non mi interessa per niente.

Le forze politiche italiane a livello europeo stanno andando in ordine sparso e contradditorio: i partiti della destra italiana sono divisi fra Popolari, Patrioti e Conservatori, sarebbe meglio dire fra moderatamente populisti, sbracatamente nazionalisti e reazionari più o meno camuffati; i rappresentanti dei partiti del centro-sinistra viaggiano separatamente: i piddini portano il lume alla cerimonia del matrimonio di convenienza fra Ppe, socialisti e liberali, il M5S si muove a tentoni, mentre per l’Alleanza verdi-sinistra risulta complicato collocarsi fra il “verdismo” dell’ecologismo guerrafondaio e il sinistrismo fine a se stesso.

Non ci sarebbe niente di male se a Strasburgo si rimescolassero le carte sul tavolo di un’Europa proiettata su politiche nuove e futuribili, purtroppo non è così e il Parlamento europeo non è molto meglio di quello italiano. Le spinte nazionaliste prevalgono su quelle europeiste, gli accordi si fanno in botteghe più grandi ma ancor più pericolose, la governance europea non esiste perché consiste nella impossibile sommatoria di quelle degli Stati membro.

Per i cittadini, anche i più motivati e convinti, rimane la schiacciante immagine di un carrozzone europeo costoso, inutile, prevaricante e confusionario. Aveva perfettamente ragione Alcide De Gasperi, citato nella felice espressione di cui sopra: forse l’Europa si è fermata, perché, dovendo camminare più che mai con il passo degli uomini e delle donne, non esistendo al momento una classe dirigente del livello degasperiano capace di imprimere una direzione al cammino europeo, è costretta a segnare il passo.

Divertitevi a passare in rassegna i personaggi di spicco che si muovono sulla scena europea e mi darete ragione…Quanto all’Italia, pensate un po’, siamo Raffaele Fitto dipendenti, il nostro prestigio è nelle sue mani…

 

 

 

Parlamento europeo, preludio bellicista

Aumentare la fornitura di armi a Kiev, rimuovere ogni limitazione per il loro utilizzo anche in territorio russo. E dura condanna per la «missione di pace» di Viktor Orbán a Mosca. Appena costituito, come primo atto il nuovo Parlamento Europeo approva una risoluzione sul sostegno all’Ucraina, chiaro il valore simbolico. Un testo approvato con 495 voti a favore, 137 contrari e 47 astenuti, e che non fa riferimenti ad azioni diplomatiche né all’idea dello stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky di invitare Mosca alla prossima conferenza di pace (proposta già respinta dal Cremlino). (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

Mi chiedo quale bisogno ci fosse di segnare il territorio, come fanno i gatti in calore: si poteva aspettare che il Parlamento avviasse un dibattito interno a trecentosessanta gradi, che prendesse piede un minimo di dialogo tra i parlamentari, che si avviasse un confronto costruttivo fra le forze politiche rappresentate, in una parola che la politica facesse il suo corso. Invece si è voluto immediatamente battere un pugno sul tavolo facendolo barcollare, mettendo, seppure timidamente, a nudo le diversità e creando da subito casi di coscienza (meno male che qualcuno mantiene una coscienza attiva).

Il testo è stato preparato da Popolari, Socialisti, Renew (liberali-macroniani), Verdi e Conservatori (tra le firme anche quella del co-presidente Nicola Procaccini, di FdI). Un sì sofferto è arrivato dal Pd, con l’astensione di Marco Tarquinio e Cecilia Strada. L’ex direttore di Avvenire sottolinea il suo «sostegno politico e umanitario all’Ucraina», ma respinge «la logica della escalation bellica». «Mi rammarica – aggiunge – soprattutto che le espressioni “conferenza di pace” e “iniziative diplomatiche” non siano parte integrante della risoluzione, mentre ha largo spazio una visione militarista». Per Tarquinio «il dialogo e la costruzione della pace devono tornare a essere colonna portante delle azioni europee».

In realtà l’intera delegazione del Pd non ha apprezzato il passaggio sulle armi, ricordando il ruolo storico dell’Europa «come progetto di pace: per questo nella risoluzione votata oggi abbiamo votato contro la proposta di eliminare le restrizioni all’utilizzo di armi occidentali contro obiettivi militari sul territorio russo». Gesto però solo simbolico visto che poi ha detto sì all’intera risoluzione. Mossa analoga da parte di FdI, ma su un altro aspetto: la condanna di Orbán. «Abbiamo votato – ha dichiarato il capodelegazione Carlo Fidanza – contro la prima parte (del paragrafo relativo al leader magiaro) che conteneva un attacco strumentale al governo ungherese che nulla ha a che fare con le sorti dell’Ucraina». FdI in realtà si è astenuta anche sul paragrafo inerente l’uso delle armi su territorio russo. Poi però il partito della premier ha votato a favore della risoluzione nel suo complesso.

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Contrario alla risoluzione M5S, votano «no» anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano di Sinistra italiana e tre eurodeputati italiani dei Verdi, Cristina Guarda, Leoluca Orlando e Benedetti Scuderi, in dissenso con il proprio gruppo. (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re)

La Ue, se continua su questa folle linea di politica estera, è destinata alla irrilevanza umanitaria e diplomatica: tutti allineati e coperti in un tunnel che porta al disastro bellico. Come primo passo non c’è male… Nessuna apertura, nessuna proposta metodologica di pace, nessuna fedeltà alla vocazione pacifica e pacificatrice dell’Europa così come l’avevano ideata i pionieri e i fondatori.

In questa Europa non mi riconosco, così come non mi riconosco in una sinistra che non riesce a dire qualcosa di sinistra sul tema della pace: devo guardare ai dissidenti, accontentarmi della loro personale sensibilità, esprimere la mia solidarietà in particolare a Marco Tarquinio, proveniente da quel mondo cattolico di cui mi sento parte, col quale mi complimento vivamente.