I diversamente democratici

Si tratta di un problema vecchio come il cucco: come ci si deve porre nei confronti di un Paese a regime autoritario, dittatoriale o comunque che non rispetti i canoni fondamentali della democrazia, almeno quelli ritenuti basilari nella nostra concezione.

Si deve puntare al suo isolamento oppure si devono tenere rapporti di dialogo; è meglio rompere ogni e qualsiasi legame o è più giusto, almeno opportuno, mantenere i collegamenti.

Il problema si ripropone, per la verità da parecchio tempo, per quanto concerne i rapporti dell’Unione Europea con la Turchia.   Questo Paese da una parte si è candidato all’ingresso nella Ue, dall’altra ha imboccato una deriva autoritaria sempre più netta e marcata, di cui il recente referendum – tra l’altro celebrato sul filo del rasoio del rispetto della correttezza elettorale e con il preludio di scaramucce diplomatiche con alcuni Paesi europei – segna un ultimo e deciso, se non decisivo, passo.

Credo che i canoni a cui richiamarsi possano essere sostanzialmente due: coerenza e dialogo senza cedimenti. Sul piano della coerenza non ci siamo proprio. Non si può un giorno prendere “ideologicamente” le distanze ed il giorno dopo stringere “opportunisticamente” alleanze, non è corretto e leale distinguere il piano politico da quello economico e militare.

Con la Turchia esistono paradossalmente tre livelli di rapporti: l’adesione alla Ue viene tenuta in frigo e non si ha il coraggio di dichiarare apertamente che, stante la palese e patente violazione dei principi democratici, essa è improcedibile. Si preferisce tenere la Turchia sulla corda: una bacchettata di qua, una carezza di là. Questo atteggiamento piuttosto debole della Ue è dovuto forse anche al fatto che all’interno dell’Unione esistono Paesi che non sono certo stinchi di santo in materia di principi democratici e che minano dall’interno la credibilità europea: l’Ungheria e, per certi versi anche la Polonia, non sono in ordine riguardo ai principi democratici. Nemmeno l’Europa occidentale è esente da tentazioni populiste ed antieuropeiste, per ora solo a livello di intenzioni ellettoralistiche, ma in futuro…

Poi c’è il discorso delle alleanze militari: la Turchia è membro della Nato, anche se flirta a corrente alternata con la Russia e, nei rapporti con il mondo medio-orientale, adotta strane, sguscianti e zigzaganti tattiche.

Viene di seguito il problema dell’immigrazione: ebbene, l’Europa ha stipulato “pragmatici” patti con la Turchia considerandola un’essenziale barriera (non importa con quali metodi) al flusso dei disperati in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla tortura. Così facendo ci si è esposti al ricatto turco che affiora continuamente. Fior di miliardi di euro a condizione che da quel fronte non arrivino migliaia di migranti. Il prezzo oltre tutto potrebbe anche aumentare.

Senza considerare i soliti interessi economici di fronte ai quali si piega ogni e qualsiasi intransigenza a livello di principi. A chi fa affari con la Turchia interessano poco le minoranze curde, il pluralismo, la libertà di stampa, la separazione dei poteri, il rispetto della libertà di voto, etc. Si è disposti a chiudere un occhio, forse anche due, pur di concretizzare commesse di lavoro e interessi commerciali. D’altra parte i recenti colloqui tra Donald Trump e il leader cinese hanno dato una clamorosa dimostrazione (se ce n’era ancora bisogno) che i diritti degli uomini vengono ben dopo gli interessi commerciali.

La coerenza si va a far benedire, la credibilità della critica ne soffre vistosamente, il dialogo procede tra impuntature teoriche e cedimenti pratici, assai lontano da lealtà e chiarezza. Aggiungiamoci pure un quadro internazionale estremamente intricato, delicato, complesso e in continuo cambiamento: la Turchia in questo contesto è un elemento di ulteriore grave incertezza. Erdogan gioca su parecchi tavoli con carte più o meno truccate: prima o dopo pagherà il conto, ma intanto crea solo confusione.

Di fronte a questi scenari la politica perde spessore, si ha la sensazione che tutto si giochi a prescindere da essa e dalla democrazia sottostante o sovrastante ad essa. Con gli Usa nelle mani di un antipolitico, con la Russia e la Cina politicamente capaci di tutto, solo l’Europa, pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, può tenere accesa la luce della politica e della democrazia. Responsabilità enorme!

 

Europa tra elogi e rimproveri

«L’Italia oggi è ammirata da tutta l’Europa, salvo che dagli italiani. Non siete abbastanza fieri del vostro Paese. Gli italiani danno sempre l’impressione di essere frustrati, quando in realtà sono dei campioni. (…) L’Italia meriterebbe il Nobel per la pace in considerazione di quello che fa per salvare vite umane nel Mediterraneo». Sono due passaggi di una recente intervista rilasciata dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.

Il forte senso autocritico a livello individuale e collettivo evita certamente di cadere nella presunzione di superiorità molto pericolosa e che a livello nazionale può essere foriera di autentici disastri nei rapporti con gli altri Paesi. La storia passata e presente ce lo insegnano. Al riguardo preferisco l’esagerata e ingiustificata frustrazione italiana all’aria di   sufficienza che pervade l’atteggiamento tedesco e del Nord-Europa.

L’eccesso di auto-disistima anziché funzionare da stimolo al miglioramento può però rappresentare un freno all’impegno ed alla partecipazione e comportare il rischio di crogiolarsi e paralizzarsi nei propri difetti.

Non è comunque il caso di psicanalizzare gli italiani, ma di cercare i punti critici delle nostre difficoltà oggettive che non sono generalizzabili in un gap totale rispetto al resto dell’Europa, ma individuabili in alcune questioni peraltro tra loro strettamente collegate: l’inefficienza della macchina burocratica pubblica, l’evasione fiscale, il fenomeno della corruzione, il divario nord-sud. Il pesante filo causa-effetto di collegamento è il debito pubblico, che zavorra la nostra navigazione.

Nonostante i reiterati tentativi di semplificazione e di modernizzazione, l’apparato burocratico rimane pesante, frenante e condizionante, esposto, nella sua macchinosità e impenetrabilità, al vento della corruzione, farraginosa copertura e comodo alibi per tutti i fenomeni di evasione fiscale e contributiva. Il sostegno al meridione non ottiene risultati apprezzabili anche per effetto della piovra mafiosa che divora gli investimenti e assorbe le spinte imprenditoriali. Tutto si ripercuote sul debito pubblico.

Dice ancora il presidente della Commissione Europea: «Mi rattrista vedere che l’Italia perde competitività di giorno in giorno, di anno in anno. Ci sono riforme strutturali importanti che vanno fatte, sia pure con saggezza. L’Italia deve ritrovare un tasso di crescita che oggi è troppo debole. L’Europa le ha dato spazi che occorre saper sfruttare. La flessibilità ha permesso al Paese un margine di manovra senza che la mannaia del patto di stabilità gli cadesse sul collo. I bassi tassi praticati dalla Bce offrono una tregua di cui deve saper approfittare. Abbiamo apprezzato la riforma del mercato del lavoro. Osservo con simpatia la serietà e gli sforzi con cui il governo Gentiloni affronta la crisi delle banche. Noi vogliamo che il sistema bancario italiano esca più forte e robusto da questa fase difficile. Vedo gli sforzi per correggere i conti pubblici. Se prende le iniziative giuste, l’Italia ha tutti gli strumenti per diventare una forza motrice dell’Europa».

Quando Juncker ci chiede riforme strutturali credo faccia riferimento alle piaghe di cui sopra. Nelle sue parole non vedo acredine. Dopo gli aperti elogi, arrivano i sommessi rimproveri. Impariamo ad ascoltare ed a fare tesoro degli uni e degli altri. Impariamo a stare in Europea, senza architettare impossibili e assurde vie di fuga, senza vittimismi e senza velleitarismi, senza furbizie e senza debolezze, con grande dignità e impegno.

Liturgia o parodia

Qualcuno sostiene che, paradossalmente, coloro che deprecano papa Francesco lo danneggiano quanto coloro che lo esaltano acriticamente. Non faccio parte sicuramente della prima categoria, ma non voglio nemmeno rientrare nella seconda, cioè di quanti personalizzano la riforma della Chiesa, attendendola miracolisticamente e improvvisamente in tutto e per tutto dal Papa, pensando che possa smuovere le montagne della conservazione senza il coinvolgimento metodico di vescovi, sacerdoti, religiosi e laici.

Tuttavia in questi giorni mi viene spontaneo rivolgergli una critica, evidenziare una contraddizione. Ho assistito televisivamente alle liturgie pasquali, che si sono svolte a Roma in San Pietro, dalla messa Crismale, alla celebrazione della Passione, alla Veglia, alla Messa nella Risurrezione.

Il sacro triduo pasquale si è però aperto il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini, celebrata dal Papa tra i detenuti del carcere laziale di Palliano, in provincia di Frosinone, durante la quale Francesco ha lavato i piedi a dodici reclusi, tra cui tre donne, due ergastolani e un musulmano, rivolgendo ai carcerati parole toccanti in un clima affettuoso e famigliare. Giustamente le telecamere non sono state ammesse proprio per non rovinare l’atmosfera ed anche l’omelia non si è potuta mediaticamente ascoltare e nemmeno la si è letta nel testo integrale ma la si è intuita dalle sintesi riportate piuttosto sbrigativamente dai giornali. Sono trapelate, tuttavia e indirettamente, l’intensità e l’autenticità di quella liturgia, calata nella realtà di una casa di pena: il dramma di Cristo inserito pienamente nel dramma umano. La lavanda dei piedi è stata pienamente riscattata dal folclore rituale per diventare segno efficace di comunione con chi soffre realmente.

Questa esperienza di “carnale” partecipazione liturgica è rimasta però un lieve e isolato preludio, una mera parentesi tra i riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro, con tutta la loro pesante e ingessante spettacolarizzazione. Tornati precipitosamente e aristocraticamente in basilica, si ha la sensazione di assistere ad assurde messe in scena degne del miglior Franco Zeffirelli: tutto accuratamente predisposto, perfettamente eseguito, professionalmente interpretato, cerimoniosamente (non) vissuto.

Persino l’impareggiabile e densa sciorinata del predicatore pontificio assume i toni della “sviolinata” al sovrano attento e compiaciuto. Anche la Via Crucis al Colosseo finisce col soffrire questa impostazione, austera sì, ma fiacca nei gesti, bella, stimolante ma intellettualoide nei testi.

Dove voglio arrivare? Eccomi! Ho l’ardire di rivolgermi provocatoriamente al Papa: «A quando una ventata di aria fresca anche in questo campo? A quando il licenziamento dell’insopportabile ed impettito maestro di cerimonie, protagonista instancabile di un marcamento papale a uomo? A quando un uso più contenuto della musica sacra che tanto vale e piace? Sembra di assistere ad un concerto di musica sacra inframmezzato da qualche azione teatrale o viceversa.   L’arte e la musica dovrebbero essere al servizio della liturgia e non il contrario. A quando una scenografia più sobria ed essenziale? A quando un minimo di partecipazione del popolo di Dio? Si va ad assistere ad uno spettacolo o si partecipa ad un evento salvifico? Le parole delle omelie papali, sempre così palpitanti, rischiano di perdersi nell’atmosfera artificiosa e rarefatta in cui il pontefice ritorna ad essere un “re” (cattedra di un padre ascoltato dai figli o trono di un re ossequiato dai sudditi?) attorno a cui si svolge una mastodontica parata. Parata o parodia?».

Non insisto. Ho avuto però l’impressione che la “liturgia carceraria” sia stata sommersa e sciolta dalla “liturgia teatrale”. Credo che l’Eucaristia fosse molto più a suo agio, molto più libera, bella e sanguigna in carcere, tra gli ultimi che saranno i primi, che non in basilica, imprigionata nei riti anemici, asettici e pomposi, tra i primi che saranno gli ultimi.

Pasqua di coraggio

Il sentimento popolare e individuale che caratterizza la presente fase storica è la paura. Le nostre scelte di vita rischiano di esserne condizionate a tutti i livelli ed in tutti i sensi. Abbiamo una tremenda paura di non trovare o perdere il lavoro e, prima ancora, di cadere in povertà (a volte si tratta solo di timore per un minore ricchezza): la crisi economica ci allarma, molto probabilmente ci rendiamo conto che non riusciremo più a tornare al benessere di qualche tempo fa, che dovremo, poco o tanto, tirare la cinghia e tutto ciò ci preoccupa e ci inquieta.

Alla paura economica però aggiungiamo quella sociale: abbiamo cioè, per dirla brutalmente, paura degli altri. Un tempo cercavamo nelle altre persone gli interlocutori a livello culturale, i sodali a livello sindacale, i compagni a livello politico. Oggi ci sentiamo drammaticamente soli, ci chiudiamo in difesa, negli altri vediamo solo pericolosi contendenti: questi atteggiamenti trovano la loro egoistica esplosione soprattutto nei confronti dei migranti, percepiti come usurpatori del nostro quieto vivere.

Abbiamo paura della violenza, della delinquenza, del terrorismo. Ci sentiamo insicuri, precari, deboli e soli. Pensiamo di difenderci con i muri, con le armi, con le condanne, con le carceri. Più ci preoccupiamo, più ci isoliamo, più ci chiudiamo in noi stessi e più restiamo attanagliati e paralizzati dalle nostre paure.

A ben pensarci anche i discepoli e gli apostoli di Gesù, di fronte alla “brutta piega” che stava prendendo la vita del Maestro e quindi anche la loro storia, furono presi e dominati dalla paura, dalle paure di cui sopra. Delusi da uno strano Messia che non li rassicurava affatto nei loro problemi, che non dava alcuna prospettiva interessante alle loro ansie di riscatto politico, economico e sociale. Spaventati dal clima conflittuale che si era scatenato intorno a loro, dalla contestazione che stava montando verso il loro capo, dall’estrema incertezza sul loro futuro. Terrorizzati dall’attacco forsennato e violento contro la loro piccola comunità che stava implodendo nel tradimento e nel rinnegamento. Rimasero totalmente spiazzati dagli avvenimenti, scapparono, si chiusero in casa: la paura li aveva sconvolti.

Solo alcune donne ebbero il coraggio di non fuggire, volevano vedere, capire, soffrire assieme al loro leader che le aveva emancipate: gli dovevano un minimo di riconoscenza. Vinsero la paura con la condivisione, fino in fondo, fin sotto la croce, fin verso la tomba. Rischiavano grosso. Pensiamo a Veronica, un personaggio assai plausibile anche se non documentato nei vangeli: si accosta a Gesù che sta salendo al Calvario, piange, lo guarda con dolcezza, gli deterge il viso, la scostano brutalmente, ma lei sa solidarizzare, anche solo con un gesto di pietà verso questo uomo distrutto dalla umiliazione e dalla sofferenza. Furono le prime a rendersi conto della Risurrezione e non furono credute. Non ebbero paura della paura. E noi continuiamo a non credere alle donne e a torturarle…

Mi piace interpretare la Pasqua come la sconfitta della paura, la vittoria del coraggio che si esprime nella solidarietà verso gli altri, nel servizio, nel dono.

O, credenti e non credenti, sapremo recuperare questo senso della vita o rimarremo prigionieri della paura, vittime dei nostri limiti, in balia degli illusionisti.

Auguro quindi una Pasqua di coraggio per vincere le paure, tutte riconducibili, stringi-stringi, a una, quella di morire.

 

Verrà un giorno…, anzi, è già venuto.

In una recentissima intervista al quotidiano la Repubblica papa Francesco ha affermato: «L’ho detto più volte e lo ripeto: la violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti». Ogni commento è superfluo.

Il tempo di girare la pagina di giornale e mi sono imbattuto in una incredibile dichiarazione di Donald Trump: «Io e Xi stavamo mangiando una bella torta al cioccolato quando ho ordinato l’attacco alla Siria». Ogni commento è superfluo.

Sempre lo stesso giorno leggo sul quotidiano Avvenire l’intervista a Jared Daimond, scienziato e premio Pulitzer Usa, nella quale questo illustre personaggio esterna le sue riflessioni: «Sto pensando a questo pianeta dal futuro così incerto e sempre più in balia delle decisioni di pochi uomini. Sto pensando al rischio nucleare. Se Trump spingerà un bottone, anche la Cina spingerà un bottone. A una guerra atomica resisteranno gli insetti; ma dei mammiferi non sopravviverà nessuno. Moriranno uomini ed elefanti. Penso spesso a quello che può combinare il presidente americano e confesso di aver paura. Penso che guidare un grande stato non sia esercitarsi su twitter; è qualcosa di enormemente complesso». Ogni commento è superfluo.

Accendo il televisore e su televideo appare una notizia: la leader del Front National, Marine Le Pen, candidata alle elezioni presidenziali francesi, in un intervista al quotidiano La Croix ha detto di essere “estremamente cattolica”, ma al tempo stesso “arrabbiata” con papa Francesco per le sue parole sui migranti. Che il Papa faccia appello “alla carità, all’accoglienza dell’altro, non mi meraviglia”, ma che inviti gli Stati a “non porre condizioni all’accoglienza degli immigrati, può costituire un’interferenza politica”, spiega Le Pen. Ogni commento è superfluo.

Nell’agenda della visita che il presidente Usa farà in occasione del G7 di Taormina (26-27 maggio) non figura la tappa in Vaticano per l’udienza dal Pontefice. Nessuna richiesta è arrivata al Vaticano dallo staff della Casa Bianca. A questa punto mi concedo un breve commento: meglio così, mangi le sue torte, lanci le sue bombe, dica le sue cazzate, si goda le sue ricchezze, prosegua nelle sue follie a suon di muri, pugni di ferro, minacce e blandizie. Continui a prender per i fondelli gli americani che l’hanno votato e quanti nel mondo simpatizzano per lui. Faccia visita a Marine Le Pen, Viktor Orbán e, se vuole rimanere in Italia, a Matteo Salvini e Beppe Grillo. Sappia comunque che, come dice Fra Cristoforo a don Rodrigo nei Promessi sposi, anche per gli uomini (pre)potenti come lui, “verrà un giorno…”. Anzi è già venuto, è la Pasqua di Cristo!

 

Un estremo calcio al calcio

La cessione del Milan ai Cinesi segna la fine di un’epoca negli assetti societari del calcio italiano e non solo italiano. Con Berlusconi il mondo pallonaro era stato adottato dall’alta imprenditoria (?) Fininvest, che ne aveva fatto un elemento strategico della galassia economico-finanziaria ruotante attorno al cavaliere. Era un astro, un pianeta, un satellite? Di tutto un po’. Una stella luccicante attorno a cui ruotavano gli occhi bovini dei tifosi e quindi un formidabile collettore di consenso. Un pianeta ruotante attorno all’astro berlusconiano, inserito perfettamente nel coacervo di interessi dalla pubblicità alla politica, dai media alla finanza, dal mattone al pallone; nello stesso tempo ruotante su se stesso alla megalomane ricerca di un mecenatismo di ultima ed assurda generazione. Un satellite funzionante come dependance, come cortile di lusso in cui far giocare figli, amici e cortigiani: la ciliegiona del calcio parlato, talmente importante e invitante da mettere in second’ordine la torta del calcio giocato .

L’intreccio tra calcio e affari non è stata un’invenzione berlusconiana, viene più da lontano, ma il cavaliere lo ha istituzionalizzato, aggiungendovi da una parte la raccolta del consenso politico e dall’altra uno stretto, scoperto e spudorato legame aziendalistico con le realtà imprenditoriali del gruppo.

Anche se oggi i commentatori vanno leccaculisticamente a gara nel trovare i meriti e i successi di questo lungo sodalizio, enumerando i tanti trofei conquistati, bisogna riconoscere criticamente che si è trattato di una tappa fondamentale e decisiva nel cammino snaturante, deviante e squalificante dello sport in genere e del calcio in particolare. Berlusconi ha tolto al calcio l’ultima parvenza sportiva che gli rimaneva per trasferirlo definitivamente e completamente nel mondo degli affari con tutte le conseguenze del caso.

Forse però è finito anche questo ciclo integrato, che potremmo definire “imprenditoriale”: la crisi economica non consente distrazioni ed eccoci arrivati alla fase puramente “finanziaria e speculativa”, con il calcio ridotto a bene rifugio in cui investire spregiudicatamente grossi capitali provenienti dall’estero, dal capitalismo emergente (Cina) e da quello deviato (Russia), una sorta di mega-forno in cui riciclare i puzzolenti rifiuti finanziari del capitalismo più equivoco se non sporco.

Non riesco a intravedere quale sarà l’impatto sul livello qualitativo e spettacolare dello sport, perché noto una sempre più netta e insanabile frattura tra la proprietà e l’utenza. Forse sta iniziando il calcio estraneo, il calcio “estremo”, dove non c’è nemmeno un posticino in curva per gli appassionati, forse nemmeno più davanti al video; il tifo prezzolato diventerà la regola, gli stadi diventeranno contenitori polifunzionali, lo sport sarà solo un pretesto per ben altri discorsi. Può darsi che si restringa drasticamente il numero degli attori protagonisti (costano troppo, allora pochi ma buoni) e che molta gente che vive ai margini del circo debba cambiare mestiere e questo non sarebbe poi un gran male.

Un mio zio da disincantato osservatore del fenomeno calcio diceva con grande e simpatica ironia: «Vintidu òmmi ca còrra adrè a ‘n balón… mi andrò a veddor il partìdi quand ag sarà vintidu balón ca còrra adrè a ‘n omm…». Ci stiamo per caso avvicinando, in un certo senso, alla fantasiosa e provocatoria ipotesi di mio zio? Con l’aggiunta di un elemento fondamentale: i sòld chi fan còrror tùtti.

Il mostro di Budrio

Guardando le immagini della caccia al bandito Igor, responsabile di crimini orrendi e in disperata ed estrema fuga, mi prende una grande pena per le vittime che ha seminato lungo il suo cammino, assieme a un incontenibile scetticismo per la romanzesca sfida che è stata ingaggiata contro di lui, per il paradossale dispendio di energie e di risorse in questa caccia all’uomo, per l’illusoria consolazione conseguente all’enorme spiegamento di forze impiegate, per la clamorosa ed enfatica dimostrazione di presenza dello Stato.

Da una parte colgo tutta la necessità di assicurare alla giustizia un orrendo criminale, dall’altra vedo l’esagerata mobilitazione per una “piccola” emergenza di ordine pubblico e faccio una riflessione estremamente provocatoria: se tutto questo impegno fosse messo in campo anche per la ricerca dei latitanti mafiosi…Ogni tanto ne viene arrestato uno, che magari viveva in una splendida latitanza da chissà quanti anni.

Mi si dirà che quello di Igor è un fatto straordinario e che una simile mobilitazione non è possibile mantenerla nel tempo, generalizzarla nello spazio, finalizzarla su tutta la criminalità organizzata. Lo capisco benissimo. Però…

Di fronte agli episodi più clamorosi di criminalità continuiamo a reagire su due piani. Vorremmo difenderci da soli, con la copertura totale della legge, con la facile detenzione di armi, con l’inasprimento delle pene carcerarie. Poi ci lasciamo incantare dalle rassicuranti e persino inopportune immagini di centinaia di uomini schierati alla caccia del killer e dalle rasserenanti parole del capo della polizia che garantisce il massimo sforzo. C’è già una forte contraddizione tra i due atteggiamenti.

Se poi allarghiamo la visuale ci accorgiamo che probabilmente stiamo solo focalizzando e ingigantendo un piccolo particolare, facendone un caso emblematico e spettacolare di guerra tra la società e un uomo, che abbiamo eletto ad “affascinante” prototipo di tutti i delinquenti, rischiando tra l’altro di provocare ulteriori vittime in un clima di caccia al mostro di Budrio. Abbiamo bisogno di mostri: servono a materializzare ed esorcizzare le nostre paure.

Con tutto il rispetto possibile per le vittime di Igor e la solidarietà per i loro famigliari, non abbiamo il senso delle dimensioni sociali: il particolare lo adottiamo come generale, mentre il generale ci sfugge e pensiamo di avere sistemato così la società e la coscienza, di risolvere un problema enorme guardandolo col microscopio.

Persino la moglie di Davide Fabbri, il barista ucciso durante il tentativo di rapina, intervistata dopo avere coraggiosamente riaperto il bar, ha manifestato un ammirevole pudore rispetto alla bagarre mediatica scatenatasi intorno all’avvenimento, ma soprattutto un correttissimo distacco dalla mastodontica operazione di polizia avviata per catturare il criminale in fuga. Ha detto quasi con fastidio un “basta” molto eloquente, lasciando intendere di non sentirsi affatto risarcita dalla mobilitazione, ritenendola una semplice cautela per evitare altri episodi ad opera dello stesso soggetto e rinviando giustamente il discorso alla effettiva prevenzione del fenomeno criminalità.

La politica populista, che ci viene incontro e ci liscia il pelo, risponde invece allo sciocco anelito di banalizzare e spettacolarizzare i problemi. Non ho ancora sentito invocare la pena di morte: se continuiamo così, ad incutere terrore, a martellare l’opinione pubblica, a soffiare sul fuoco, lo sbocco deleterio e fuorviante è quasi obbligato.

Le foto di guerra per fare la guerra

Quando ho visto l’ambasciatrice statunitense all’Onu Nikki Haley mostrare al Consiglio di Sicurezza le foto sulla strage in Siria con le armi chimiche ho ricordato immediatamente quella di Colin Powel allora segretario di Stato americano che mostrava   un reperto a dimostrazione della presenza di armi atomiche in Iraq. Allora fu l’inizio di una guerra inutile volta ad abbattere il regime di Sadam Hussein, oggi potrebbe essere l’avvisaglia della virata bellicista   contro il regime di Assad nell’ambito della guerra contro l’Isis.

A volte, nella storia passata e recente, sono state adottate decisioni epocali e drammatiche sulla scorta di elementi falsi (guerra all’Iraq), di ricostruzioni romanzate, di finte battaglie di principio (guerra alla Libia), di menzogne spudorate sciorinate per catturare consenso all’interno del proprio Stato, di questioni democratiche messe in campo per coprire sporchi interessi speculativi. Non dimenticherò mai appunto l’impudenza con cui fu preso in giro il Consiglio di sicurezza dell’Onu con autentiche “patacche spionistiche”: ne nacque una guerra in Iraq con migliaia e migliaia di morti le cui conseguenze stiamo ancora pagando e probabilmente pagheremo per non so quanto tempo.

E che dire del Presidente francese Sarkozy che promosse una guerra, spalleggiato dai soliti guerrafondai inglesi, quella contro Gheddafi, non perché questi fosse un dittatore sanguinario e feroce, non perché la Libia meritasse finalmente un po’ di democrazia, ma perché bisognava puntare su una forte iniziativa internazionale per ricuperare il consenso a livello nazionale: oltretutto non gli bastò nemmeno ad essere confermato presidente.

Si dirà che questa volta l’hanno fatta grossa, che ci sono le prove, che non si può sorvolare, che il sangue dei giusti grida vendetta, che va dato un segnale forte di reazione.

Purtroppo le guerre hanno sempre alla propria base pretesti plausibili, anche piuttosto convincenti, che poi si sgretolano miseramente nel divenire della storia. Talora possono dare persino l’illusione di essere giuste, di poter ripristinare un ordine clamorosamente violato. Ci si continua a cascare: la fretta opportunistica nel voler abbattere certe dittature, magari sostenute e puntellate in precedenza, senza che esistano i presupposti per un cambio effettivo di regime a livello democratico; la sbrigativa vendetta contro violazioni delle regole umanitarie e del diritto internazionale senza considerare le conseguenti reazioni a catena. Sono le più praticate motivazioni a supporto di operazioni belliche che non portano mai a nulla di positivo.

I missili statunitensi contro la base siriana servono solo a Donald Trump per battere un colpo, ma non servono certo a risolvere i problemi del Medio Oriente e del terrorismo islamico. Posso capire una epidermica reazione di consenso: un “basta” gridato a suon di bombe. Ma non è un basta, è solo l’inizio di una serie interminabile di ulteriori brutture e tragedie. Le foto di quei bambini martoriati dal gas nervino in Siria non ci chiedono assurde vendette o ulteriori guerre, ci chiedono solo di tornare ad essere uomini e non di continuare a comportarci da bestie feroci. L’unica arma da usare è quella della diplomazia, non in seconda battuta, ma come prima ed assoluta scelta. Anziché sfruttare le facili motivazioni per fare la guerra (ce ne sono a iosa), bisogna pazientare alla ricerca delle difficili opportunità di pace.

 

 

La strana mappa del terrorismo islamico

Il terrorismo islamico sembra colpire a casaccio, senza una strategia, sembra sparare nel mucchio: fino ad ora ha colpito, seppure in modo più o meno drammatico ed eclatante, diversi Stati europei, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Svezia. L’Italia manca all’appello. In molti si chiedono come mai. Si tratta di una lacuna jihadista, di una distrazione terrorista, di un puro caso o di una scelta dell’Isis e dei suoi adepti?

Le ipotesi possono essere tante e provo ad elencarle in rapida successione, sperando di non “gufare” cabalisticamente e di non essere smentito prossimamente.

La prima ragione potrebbe riguardare un più efficiente controllo a livello poliziesco e dei servizi di sicurezza. Si è fatta strada infatti l’idea che l’Italia abbia in tal senso un apparato meglio organizzato, più capillare e più consistente rispetto ai partner europei. Noi siamo soliti sottovalutarci ed autoscreditarci, ma, in questo caso, dobbiamo pur ammettere di non essere secondi a nessuno, anzi… Non credo tuttavia   basti a giustificare una certa esenzione dal terrorismo.

Forse in Italia, tutto sommato, c’è più accoglienza, più integrazione e conseguentemente meno radicalizzazione degli islamici? Anche questo potrebbe essere un motivo valido da considerare: guardando spannometricamente la mappa del terrore in Europa, non sembra tuttavia individuabile una scala di intensità degli attentati collegabile al diverso livello e modello di integrazione degli immigrati.

Potrebbe trattarsi invece di una scelta tattica riconducibile al fatto che il nostro Paese sia molto esposto ai flussi migratori e quindi non convenga al jihadismo irritarlo col rischio di provocare innalzamento di “muri” e scelte politiche di sbarramento: una sorta di tolleranza verso la porta di ingresso da cui passano le correnti migratorie all’interno delle quali direttamente o indirettamente pesca la centrale del terrore a livello di foreign fighter di andata e di ritorno. A ben pensarci anche la Grecia, che può essere geograficamente assimilata   a questo tipo di discorso, non è stata significativamente colpita (almeno che io ricordi).

Oltre la geografia anche la storia potrebbe giustificare in parte questo esonero italiano: l’Italia nella sua politica passata e presente non è stata particolarmente aggressiva verso il mondo arabo (anzi…), non ha rappresentato una punta di diamante nella guerra all’Islam, non si è distinta a sostegno di operazioni belliche impegnative. Non si tratta certo di una medaglia al valor islamico, ma potrebbe collocarci ad un livello di rischio attentati inferiore rispetto ad altri Paesi ben più intolleranti e bellicisti.

In questi ultimi tempi ho sentito una fantasiosa ma interessante motivazione da bar sport, sulla quale confesso di avere esitato prima di accantonarla come la solita sparata chiacchierona. Qualcuno sostiene che ci difenda paradossalmente la mafia con i suoi infiniti tentacoli che arriverebbero anche alle centrali del terrorismo islamico. Che la mafia possa concludere affari con gli scafisti è molto probabile, che possa intravedere un business nella gestione dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati pure, che ne approfitti per arruolare manovalanza a livello di sfruttamento del lavoro e financo di delinquenza da utilizzare non mi stupirei affatto, ma che possa addirittura incidere sulla strategia globale del terrorismo islamico candidandosi ad esserne una quinta colonna nel nostro Paese francamente mi sembra un po’ eccessivo.

Una cosa è certa, non possiamo illuderci di essere fuori dal mirino e di poter sbrigare all’italiana questa complessa pratica. Mi riferisco all’immigrazione ed alla lotta al terrorismo, due discorsi collegabili e collegati, non per l’assurda e razzistica equivalenza migrante=terrorista, ma nel senso di accogliere e gestire razionalmente le migrazioni a valle, di rimuovere a monte le cause del fenomeno migratorio e di evitare quindi un possibile brodo di coltura per il jihadismo islamico.

È una delle tante sfide, forse la più difficile, che il mondo pone all’Europa e che l’Europa fatica ad affrontare in modo coordinato ed integrato. Un muro di qua, un bel gesto di là, una sparata razzista qui, una iniziativa aperturista lì. Tra il macabro gioco del rimpallo degli immigrati e l’inconcludente spezzatino dei servizi di sicurezza. In questo modo non si va da nessuna parte.

Multiculturalismo non vuol dire multiviolenza

Si fa presto a dire multiculturalismo. Più difficile è accettarlo concretamente. Ancor più arduo coniugarlo con i principi assodati del nostro vivere civile. Il problema emerge quando si scoprono gli ostacoli che la nostra società frappone all’integrazione degli immigrati, ma anche quando gli immigrati non si impegnano nel difficile cammino dell’integrazione e si chiudono in un atteggiamento puramente difensivo al limite del rifiuto.

Si verificano episodi che evidenziano in modo eclatante il corto circuito nei rapporti interculturali: mi riferisco agli atteggiamenti duri, violenti o ai limiti della violenza, di alcune famiglie che vogliono imporre ai loro figli i costumi dell’islamismo, nonostante queste giovani (si tratta infatti soprattutto di ragazze) intendano adottare lo stile di vita occidentale.

Da una parte c’è il diritto dei genitori a educare i figli secondo la loro cultura, dall’altra c’è il diritto dei figli ad integrarsi pienamente nella nuova società: in mezzo, spesso, episodi di maltrattamenti e violenze volti a frenare la spontanea adesione “all’affascinante” proposta occidentale.

A volte si rende necessario l’intervento di polizia, servizi sociali e magistratura per sottrarre i minori da queste situazioni conflittuali e violente: si rischia di lacerare le famiglie, di creare ulteriori traumi, di recidere legami parentali, di isolare le persone dal contesto culturale originario, di sottovalutare i valori trasmessi all’interno della famiglia, ma nello stesso tempo bisogna difendere l’incolumità di queste ragazze, tutelarle da atti di maltrattamento e da un clima educativo oppressivo e violento.

Credo non esistano ricette facili e generalizzabili: ogni caso va seriamente affrontato nella sua particolarità e specificità. Mi sembra tuttavia che si possa cercare un punto critico al di là del quale occorre intervenire: la violenza. Quando la difesa dei valori scantona nella imposizione degli stessi, quando la proposta educativa diventa una prigione, quando i rapporti famigliari si trasformano in dure imposizioni, quando la persuasione diventa sanzione violenta, quando la cultura si trasforma in una camera di tortura, quando la dignità della donna viene calpestata, bisogna intervenire con equilibrio e tatto, ma senza eccessivi riguardi.

Gli islamici devono rendere compatibile l’osservanza della loro religione con i principi fondamentali del vivere in una società occidentale che li ospita e che intende integrarli (seppure in mezzo a mille contraddizioni e difficoltà di vario genere), così come da parte nostra non possiamo pretendere che gli islamici abbandonino la loro storia per tuffarsi acriticamente nella nostra.

L’integrazione è un cammino arduo da ambo le parti: non sono ammesse le scorciatoie del radicalismo. Non esiste altra soluzione rispetto al dialogo.