Volare basso

Me l’aspettavo, ma non ci posso credere. Il no al piano di rilancio di Alitalia da parte dei lavoratori ha per me qualcosa di inspiegabile e di paradossale. Ammetto che nella vita di questa azienda siano stati commessi errori madornali sul piano politico, dal punto di vista gestionale, in campo sindacale. Capisco che accettare grossi sacrifici sul piano economico e della permanenza in azienda possa essere un peso notevole. Tuttavia quando non esistono alternative serie e praticabili, mi hanno insegnato che sia meglio tagliarsi un dito piuttosto che la mano. Qui addirittura ci si è tagliati il braccio.

Ho provato a mettermi nei panni di questi lavoratori incazzatissimi (lo posso capire), sfiduciati (il passato indubbiamente non è incoraggiante), dubbiosi (il piano avrà sicuramente avuto notevoli margini di incertezza). Il governo ha provato a lanciare qualche messaggio positivamente provocatorio: si dice abbia ottenuto l’effetto contrario. I sindacati confederali si sono espressi a favore, seppure con molta fatica: sono stati smentiti alla grande e si sono giocati un po’ di credibilità, non ne era rimasta molta, ora ne hanno ancor meno. Sicuramente altri soggetti avranno tentato di influire sul referendum con argomenti razionali: non hanno sortito alcun effetto.

Qualcuno pensa che abbia giocato la spes ultima dea della nazionalizzazione: messo di fronte al disastro il governo si sarebbe piegato. È una strada impraticabile a tutti gli effetti. Quando un’azienda è in odore di fallimento, nei lavoratori scatta sempre il timore che si tratti di una messa in scena tesa a forzare la situazione e ad ottenere concessioni. Nel caso di Alitalia la situazione era nota da tempo e nella sua drammaticità non poteva essere considerata un giochino al ribasso verso i diritti dei lavoratori.

Qualcuno pensa sia psicologicamente più difficile rinunciare ai privilegi (sicuramente nella compagnia aerea c’è chi ne ha goduto) che rischiare il posto di lavoro (parecchi riusciranno a riciclarsi). Forse non esiste più alcuna solidarietà fra i lavoratori, che in ordine sparso rischiano di andare alla sicura sconfitta.

Le ho pensate tutte e non ci sono saltato fuori. Il fatto mi mette in crisi, di coscienza prima che politica. Non sono fra quanti brutalmente dicono che quando un’azienda deve fallire è meglio lasciarla al proprio destino. Non ho questo cinismo liberista nelle mie vene. Non mi sento neanche di escludere che come comunità nazionale si possa fare qualche ulteriore sacrifico: non accetto questi ultimatum e le chiusure egoistiche che li dettano.

Certo anche le più grosse disponibilità rischiano di infrangersi sulle chiusure di un triste “muoia Alitalia con tutti coloro che l’hanno gestita”. Per provare a risolvere problemi gravi e complicati bisogna volare basso e invece i lavoratori hanno irrazionalmente scelto di volare alto, così alto da andare fuori dalla realtà, così da mettersi in condizione di non aiutarsi e di non farsi aiutare. Una sconfitta in tutto e per tutti.

La pena di morte non ha scadenza

Lo stato dell’Arkansas (Usa) sta facendo una corsa contro il tempo per riuscire ad eseguire alcune condanne a morte (tre già eseguite in questi giorni) prima della scadenza del farmaco utilizzabile allo scopo, che, tra l’altro, provoca inutili, crudeli e inaccettabili sofferenze al condannato.

La vicenda ha parecchi significati. Prima di tutto assume il rilievo di una macabra farsa o di una tragicommedia: la corsa ad eseguire una condanna a morte per futili motivi farmaceutici, quasi che una volta scaduto il farmaco il condannato si dovesse considerare automaticamente graziato.

In secondo luogo abbiamo il persistere di un istituto incivile, quale la pena di morte, nella legislazione di Stati sedicenti democratici: non è un caso che la Corte Suprema degli Usa, dopo la nomina di un giudice scelto da Donald Trump, tramite la quale si è configurata una maggioranza di destra all’interno del massimo organo costituzionale americano (in spregio al principio democratico della separazione dei poteri), abbia sbloccato queste esecuzioni, che da tempo venivano rinviate per motivi giudiziari (riapertura del processo) o per motivi umanitari (sofferenze eccessive provocate dal farmaco letale).

In terzo luogo l’Onu, nonostante battaglie a livello di opinione pubblica mondiale (in prima linea, come sempre, in Italia, i radicali), non è finora riuscito a eliminare questo rimasuglio di autentica disumanità dalle legislazioni di tanti Paesi, anche di quelli considerati democratici secondo i normali e tradizionali canoni.

In quarto luogo la pena di morte viene usata come prova del nove per l’ammissione della Turchia all’Unione Europea. L’aspirante (?) dittatore Erdogan sta infatti proponendo un referendum per la reintroduzione della pena capitale, forse l’ultimo (e nemmeno il peggiore) atto di una sistematica violazione dei principi democratici in quel Paese. Molto bene che l’Europa sia l’unico continente al mondo in cui non si applica la pena di morte. Altrettanto giusto porre questa condizione agli Stati che intendono aderirvi. Non sentiamoci tuttavia troppo a posto in coscienza perché di violazioni ai principi democratici ne compiamo e ne tolleriamo bellamente tutti i giorni.

In quinto luogo guardiamo alla Turchia ed è giusto farlo, ma gli Usa non sono il nostro principale alleato? E non abbiamo nulla da dire? Si penserà che c’è ben altro in ballo con gli Stati Uniti, che il contenzioso è molto più largo, complesso e articolato. Resta il fatto che assistere distrattamente a delle esecuzioni capitali non è il modo migliore per impostare i rapporti con gli alleati americani. Immaginiamoci se a Trump interesserà questo problema? Noi però non proviamo neanche a ricordarglielo. Sono sicuro che a Paolo Gentiloni non sarà passato nell’anticamera del cervello di sollevare questo problema quando è andato a colloquio col Presidente americano alla Casa Bianca. Così come ai suoi predecessori quando si sono incontrati con i predecessori di Trump.

In sesto luogo sono altrettanto sicuro che anche in Italia molti mi direbbero: ma lasciamo perdere, con tutti i problemi che abbiamo… D’altra parte nel nostro Paese non esiste la pena di morte; ma cos’è, se non pena di morte, un sistema carcerario che comporta giornalmente suicidi di detenuti? Ce la caviamo con un’alzata di spalle o forse anche col vomitare, a livello popolare e non solo, sentenze da far accapponare la pelle. Non sarà democratico Erdogan, ma non sentiamoci i primi della classe, perché non li siamo. Né in Europa, né in Italia.

In settimo luogo, se qualcuno non l’avesse capito, sono fermamente e visceralmente contrario alla pena di morte per tutti i motivi possibili e immaginabili. Non c’è realpolitik che tenga, non c’è scusa accampabile, non c’è niente da aggiungere.

Parigi val bene una riforma costituzionale

Tra i commenti sul primo turno delle elezioni presidenziali francesi è spuntata una linea interpretativa trasposta forzosamente in Italia e dai contorni piuttosto paradossali: il panegirico del sistema istituzionale e della legge elettorale transalpina, che ci dovrebbero insegnare qualcosa e magari ispirare una riforma italica.

Mi sono stupito, incuriosito ed irritato. A livello parlamentare la Francia ha un’Assemblea Nazionale eletta con sistema uninominale a doppio turno (Camera bassa) e un Senato eletto dalle regioni, con meno poteri rispetto all’Assemblea. Il tutto però inserito in un assetto semi-presidenziale – il presidente eletto a suffragio universale diretto con sistema uninominale a doppio turno – che prevede molti poteri di governo per il presidente stesso anche se egli non è il capo dell’esecutivo.

Se guardiamo al Senato è tutto molto simile a quanto prevedeva la riforma renziana bocciata dal referendum del 04 dicembre scorso. Se facciamo riferimento alla legge elettorale, il tanto bistrattato “italicum”, svuotato dal ripristino istituzionale e bocciato in parte dalla Corte Costituzionale, tentava di introdurre un premio di maggioranza a doppio turno che si avvicinava, solo un po’, al sistema francese.

Per quanto concerne i poteri presidenziali la riforma non prevedeva alcun rafforzamento né in capo al Presidente della Repubblica, né in capo al Presidente del Consiglio, ciononostante si gridò al golpe sostenendo che si venisse comunque a creare una pericolosa concentrazione di poteri nelle mani del premier (devo ancora capire dove stesse questo pericolo strumentalmente agitato a destra e manca). Pensiamo se si fosse mai pensato di introdurre un semi-presidenzialismo alla francese: per Matteo Renzi ci sarebbe stato non solo un No al referendum, ma il rogo.

Allora? Smettiamola di fare i furbi! Non cerchiamo assurdi parallelismi. Certo il tempo sta dando ragione alla riforma italiana, bocciata pesantemente anche da chi prometteva di farne una alternativa in sei mesi (non riescono nemmeno a trovare uno straccio di legge elettorale con cui andare al voto).

Per quanto riguarda la Francia andiamo adagio ad esaltarne il sistema istituzionale: dopo l’elezione del Presidente della Repubblica i Francesi eleggeranno (11 giugno prossimo) l’Assemblea Nazionale dove si potrebbe formare una maggioranza politicamente non in linea con il vincitore delle presidenziali, dal momento che entrambi i pretendenti sono estranei al tradizionale gioco partitico (socialisti-gollisti). Si potrebbe creare un corto circuito tra Presidenza e Parlamento con effetti negativi sulla governabilità e stabilità del Paese. Mi auguro che vinca Macron e che possa contare su una solida maggioranza parlamentare di cui sia il riferimento e non l’ostaggio. L’ipotesi Le Pen non la prendo neanche in considerazione per scaramanzia. Staremo a vedere.

Infine due piccole riflessioni sul risultato elettorale del primo turno francese. Socialmente parlando si conferma una nuova configurazione sociale del voto popolare: da una parte le campagne e le periferie orientate all’antisistema di destra o di sinistra e ad una società chiusa e ripiegata su se stessa, dall’altra le città con l’elettorato alle prese con una società aperta, europeistica, multiculturale. È una tendenza già emersa con la brexit e con l’elezione di Trump. Operai, contadini, quelli che un tempo si chiamavano proletariato, sono alla disorientata ricerca di uno Stato protettivo e difensivo e non lo trovano nel riformismo, ma pensando di capovolgere il sistema e le elite che lo guidano, inseguendo cioè chi abbaia alla luna.

Di conseguenza la destra e la sinistra, non uguali fra di loro ma moderate, lasciano campo alle formazioni estremiste, per le quali non conta includere ma escludere, per le quali non servono alleanze e amicizie ma scontro e inimicizie. La dice lunga il neutralismo di Mélenchon al secondo turno: all’estrema sinistra fa più gioco un potere in mano alla destra estrema con cui combattere a viso aperto e mani nude, piuttosto che un potere moderato con cui dialogare. Il vizio storico della sinistra di cui si intravede qualche massimalistica eco nell’Italia dell’antirenzismo.

La scelta imprescindibile dell’antifascismo

Nel periodo   in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti   propagandistici fascisti (“ vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “ Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch? “.   “Beh”, rispose in modo burocratico, “ per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?” Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli “ . La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: non accettava imposizioni, non sopportava il sopruso, non vendeva il cervello all’ammasso, ragionava con la sua testa, era uno scettico di natura, aveva forse inconsapevolmente qualche pulsione anarchica, detestava la violenza. Ce n’è abbastanza? D’altra parte era nato e vissuto in oltretorrente (come del resto anch’io e me ne vanto): il rione dove si respirava la politica, dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo.

Mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto) che   era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: «E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!». Lo stesso popolano dell’oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Filippo Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira. Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie.

Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che….”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato….”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”.

Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto , la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Ho voluto ricordare l’antifascismo attraverso le testimonianze paterne per due motivi. Innanzitutto in quanto l’antifascismo era parte integrante e fondamentale della vita di mio padre e della mia famiglia, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, la fat ànca dil cosi giusti…». «Lassema stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta lé maleda in til ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ha pisè contra vént…».

In secondo luogo perché resistenza (nel cuore e nel cervello), costituzione (alla mano), repubblica (nell’urna) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, voltando disinvoltamente una pagina irrinunciabile di storia sempre attuale, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

 

Per essere europeisti bisogna essere…Draghi

Siamo colposamente abituati a leggere la storia con gli occhiali deformanti dell’attualità: vale per il passato e per il futuro. Enfatizziamo gli eventi politici del momento assegnando ad essi un significato ed una portata tali da segnare irrimediabilmente la storia degli anni a venire.

La brexit è stata e viene vissuta come una irreversibile sconfitta dell’unità europea; la vittoria di Trump alle elezioni americane come la fine della globalizzazione; l’esito delle elezioni presidenziali francesi come un passaggio decisivo nel processo di unificazione europeo. Non si tratta certamente di eventi marginali, ma nemmeno di questioni decisive.

Così come non credo che l’esito delle elezioni francesi non sia determinato dall’attentato più o meno terroristico e più o meno islamico ai Campi Elisi, ritengo che il risultato elettorale, qualunque sia, non sarà decisivo per il futuro dell’Europa.

Non per il gusto di andare contro corrente, ma se prevarrà un candidato antieuropeista non è detto che si scatenino a livello continentale tutte le pulsioni nazionaliste o sovraniste; potrebbe trattarsi anche di uno choc benefico tale da accelerare il percorso unitario, rivedendo magari quel paralizzante status quo che sembra imbalsamare la Ue imprigionandola in burocratici meccanismi di conservazione; in senso inverso l’affermazione di un Presidente francese europeista potrebbe paradossalmente comportare un rilassamento nelle istituzioni europee tale da sclerotizzare i meccanismi di crescita e di integrazione ulteriore.

Non diamo a Marine Le Pen il carisma e il potere che non ha, vale a dire quello di interrompere o invertire il corso della storia europea; non assegnerei neanche a Emmanuel Macron, pur con tutta la fiducia e simpatia che mi ispira, il ruolo di difensore e sviluppatore dell’Unione Europea. Andiamo adagio. Come nella vita individuale, anche nella vita sociale e politica basta poco per smentire le facili e drammatiche previsioni.

Restando al discorso europeo bisogna convincersi innanzitutto che non ha alternative e che le proposte antieuropee scontano un pressappochismo ed un velleitarismo immediatamente implodenti. Non c’è spazio per fughe all’indietro. La strada è obbligata. C’è modo e modo di percorrerla: qui stanno le questioni serie e qui si gioca il futuro. Sono ridicole le sparate referendarie dei Salvini, dei Grillo e di personaggi italiani e di altri Stati europei.

Perché l’europeismo segna il passo nella mentalità dei cittadini? Perché cammina sulle gambe della classe dirigente e, se questa non è credibile, si aprono praterie per le battaglie strumentali dei disfattisti e dei fascisti vecchi e nuovi.

Quante volte ho sentito ripetere il ritornello lamentoso verso lo strapotere regionale ai danni di Parma: in Emilia-Romagna non contiamo niente, siamo tagliati fuori, veniamo trattati come parenti ricchi e indesiderati…

In parte era ed è la verità, ma soprattutto per colpa nostra perché non abbiamo mai saputo esprimere ai vari livelli e nei diversi settori una classe dirigente all’altezza del compito e spendibile in sede regionale. Laddove non si è autorevolmente presenti diventa impossibile pesare nelle decisioni, si prende quel che arriva e si tace.

Quando ebbi l’occasione, per motivi professionali, di partecipare direttamente e di introdurmi, modestamente ma fattivamente, nell’establishment regionale, capii ancor meglio la situazione e riuscii faticosamente a inserirmi nei meccanismi decisionali nella misura in cui portai un contributo all’altezza del compito che mi era stato assegnato: non contavo in quanto parmigiano, ma se e in quanto sapevo fare il mio mestiere. Di conseguenza ne beneficiava la mia provincia di provenienza e di appartenenza. A chi si intestardiva ad accusare reggiani e modenesi di prevaricazione ero costretto e rispondere: può darsi, ma loro ci sono, noi no! Gli assenti hanno sempre torto.

Questa situazione, a mio avviso, si verifica anche nei rapporti tra Italia e Unione Europea. Faccio tre esempi. All’Italia è spettato di ricoprire l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera abbinato ad una vice-presidenza della Commissione. Si dirà: ma il ministro degli esteri europeo non conta nulla dal momento che ogni Stato fa la sua politica estera e l’Unione non riesce a presentarsi con una voce unica. Anche questo è vero, però Federica Mogherini, pur con tutto il rispetto e la simpatia che provo nei suoi confronti, mi sembra “debolina”. Se alla “leggerezza” della carica aggiungiamo la “debolezza” dell’incaricato…Le occasioni di sedersi a certi tavoli internazionali non mancano, la possibilità di far pesare l’opinione e la visione italiana è notevole. Allora forza e coraggio. Se ci siamo, battiamo un colpo e lasciamo da parte le lamentazioni.

Da qualche giorno abbiamo un italiano alla presidenza del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, non è uno scherzo. Presiedere questa istituzione democraticamente rappresentativa è non solo prestigioso, ma influente e importante anche per il nostro Paese. Sarà una “gabbia di matti”, un’assemblea pletorica ed afunzionale, un organismo con scarsi poteri: tutto vero. Ma se ci siamo, battiamo un colpo. Staremo a vedere…

La dimostrazione di quanto vado sostenendo la incarna Mario Draghi. È vero che la BCE è una istituzione di forte peso economico e politico, ma avere un italiano di grande e indiscutibile competenza, di idee aperte, convinto europeista, banchiere integerrimo, ci consente di avvalerci di una corretta sponda e di essere autorevolmente in prima linea dove si decidono i destini del nostro continente. Non manca la contestazione nei suoi confronti, non gli vengono risparmiate critiche anche per il solo fatto di essere italiano e sud-europeo, ma la sua competenza e la sua visione prevalgono. Cosa sarebbero l’Europa e l’Italia se in questi anni Mario Draghi non avesse presieduto la BCE?

Permettetemi di ritenere che il futuro europeo dipenda molto più dalla competenza, dall’equilibrio e dalla serietà di Mario Draghi che dalla demagogia da quattro soldi di Marine Le Pen.

La politica cammina sulle gambe degli uomini. Le elezioni e le istituzioni contano, ma conta soprattutto chi vive le realtà dal di dentro e nel tempo.

 

 

 

Il taxi di Grillo e quello di Tarquinio

Ho ereditato da mio padre un forte spirito critico al limite dello scetticismo di stampo quasi anarchico e quindi ho imparato a non fidarmi delle apparenze, a giudicare dopo avere approfondito e scandagliato le situazioni, a leggere in chiave anticonformista gli accadimenti e le vicende.

Non mi scandalizzo e non mi stupisco perciò se in sede politica il dibattito si fa serrato e spigoloso, non sono un osservante del politicamente corretto, amo le provocazioni. Quando però la critica è aprioristica, la polemica è pregiudiziale, il retroscenismo diventa la regola, l’interpretazione dei fatti risponde all’ideologia, non ci sto più al gioco. Era il difetto storico dei comunisti, sta diventando la caratteristica dei “grillisti” (mi piace definirli così proprio per marcare la somiglianza con i comunisti, i quali però sapevano anche fare scelte politiche, cosa assolutamente vietata ai cinque stelle).

Il movimento è partito da Beppe Grillo, dietro di lui continua a non esserci niente (la combriccola dei replicanti alla Di Maio non merita alcuna seria attenzione), ma purtroppo tra il carisma (?) di Grillo e la gente si è instaurata una sorta di schema per cui lui ha sempre ragione a prescindere, in quanto dietro ad ogni questione c’è del marcio e solo lui è capace di dirlo, salvo non essere capace di dimostrarlo (l’importante è dirlo, dimostrarlo non serve…) e di affrontarlo (lo deve fare chi comanda, anche se, quando loro comandano, non lo sanno fare).

L’ultimo esempio è l’attacco ai soccorsi in mare agli immigrati con i taxi del Mediterraneo: dietro le organizzazioni umanitarie, impegnate nel salvataggio di persone che fuggono disperatamente da fame e guerra, ci sarebbe l’affarismo. Ecco lo schema: l’altra faccia della realtà garantita sempre e comunque da Grillo che la sa lunga. Tutti stupidi, tutti ladri, tutti corrotti, tutti in mala fede. Il vangelo secondo Grillo. Se Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, nel fare il suo incauto e inspiegabile assist al M5S, voleva dire che fra dogmatici ci si può intendere, aveva ragione. Se dai dogmi o dai principi astratti scendiamo nella realtà il discorso cambia. Tarquinio, dove collocherebbe infatti questo approccio cinico, altalenante e disumanizzante di Grillo all’immigrazione? Nei tre quarti di omogeneità o nel quarto di diversità rispetto al sentire del mondo cattolico?

Beppe Grillo sembra fare sul serio e dalla sua continua smerdata tende a preservare la Chiesa: tra Chiesa e Chiesetta ci si intende. Nel suo mirino sono entrati i radicali: «Dove ci sono disgrazie ci sono loro, referendum per morire, per divorziare (che è comunque una fine), per uccidere o per aiutare a uccidersi (…) La loro ideologia è la fine, si tirano un po’ su con le coppie di fatto e i matrimoni gay, ma con gli uteri in affitto si finisce di nuovo nel truculento». Sciocchezze simili era da tempo che non si ascoltavano, ma forse saranno musica per le stucchevoli battaglie medievali di Avvenire. Bisogna lasciare a Marco Tarquinio il tempo di pulirsi la scarpa, può capitare e dicono addirittura che porti fortuna, nel caso in questione non saprei a chi. Fatto sta che proprio ieri papa Francesco ha rivolto l’ennesimo appassionato appello a favore dei rifugiati e dell’accoglienza senza se e senza ma, proprio mentre Grillo (o il suo ventriloquo) bacchettava e beffeggiava le ong impegnate in tal senso. La contabilità tarquiniana rischia di andare in tilt. Fosse solo questo il pericolo…Il problema è che va in tilt la politica dietro le cavolate organiche e quotidiane di Grillo. I cattolici recitano “dacci oggi il nostro pane quotidiano”; molti italiani, cattolici e non, supplicano”dacci oggi la nostra cazzata quotidiana”. Gli interlocutori di queste preghiere sono diversi, a parere di Tarquinio, solo per un quarto.

 

Il lavoro non è un sogno

Quando osservavo dall’esterno frotte di ragazze frequentanti la facoltà di psicologia, mi chiedevo: quali prospettive serie di lavoro hanno queste giovani affascinate dall’invadente ruolo di questa disciplina negli assetti della società moderna? È vero che stiamo diventando tutti matti e che dello psicologo avremo sempre più bisogno, ma non al punto da assumerne uno per ogni famiglia o per ogni condominio o per ogni impresa o ente e via dicendo.

Nelle scelte dell’indirizzo scolastico c’è qualcosa che non va. Domina ancora un malcelato senso di rivincita dei genitori, i quali tendono a spingere i propri figli su percorsi più di riscatto sociale che di preparazione professionale. Prevale nei giovani la smania di omologarsi più alla società mediatica che a quella reale, inseguendo profili culturali e figure professionali campati in aria o inflazionati. Prosegue nell’impostazione scolastica lo storico privilegio assegnato all’indirizzo classico: la cultura viene di lì, siamo d’accordo, però fin dalla più tenera età bisogna sapere che cultura non vuol dire solo erudizione, ma anche modo di porsi di fronte alla realtà e quindi coniugare la formazione umanistica con il respiro tecnico-scientifico che prepara e alimenta gran parte degli sbocchi professionali.

«Non abbiamo bisogno solo di computer, ma di braccia. Ci mancano periti industriali, siamo in strutturale difetto di offerta», così afferma l’amministratore delegato di Philip Morris Italia, che ha appena investito mezzo miliardo per costruire una nuova fabbrica a Crespellano in quel di Bologna.

Gli industriali di questa zona prendono dolorosamente atto che dagli istituti tecnici bolognesi escono 280 diplomati l’anno, mentre le aziende del territorio ne cercano almeno 1.500: un dato sconvolgente a fronte del quale bisogna riflettere seriamente, perché se la crisi economica comporta disoccupazione giovanile, forse alla disoccupazione contribuiscono anche scelte sbagliate di altro livello.

Ho letto in questi giorni il parere del preside di un importante istituto tecnico e l’accorato appello della responsabile risorse umane di un importante azienda che sta crescendo, facendo investimenti, cerca personale tecnico e non lo trova.

Emergono alcuni interessanti rilievi critici. Innanzitutto viene stigmatizzata la spinta alla liceizzazione dell’istruzione superiore, l’indebolimento degli istituti professionali e dei programmi degli istituti tecnici, il non puntare sull’istruzione tecnica con più ore di laboratorio, più inglese, più informatica e più matematica. Il discorso dell’alternanza scuola-lavoro può essere di aiuto, ma solo se a monte riacquista piena e crescente dignità la scuola tecnico-professionale.

Conseguentemente non funziona a dovere l’orientamento scolastico e la programmazione si adagia sulle richieste delle famiglie, invece di insistere confortando le scelte e rendendole consapevoli, offrendo percorsi formativi forti a fronte di importanti domande di lavoro. Si rincorre invece un mondo virtuale di cui si rischia di rimanere prigionieri per tutta la vita.

Poi rimane ancora una differenza abissale tra quello che i ragazzi studiano e quello che serve alle aziende, per cui la formazione si trasferisce in azienda con investimenti sui giovani che vengono inseriti.

Non penso si debba programmare il futuro dei propri figli prendendo per oro colato le tabelle occupazionali dell’industria e dei servizi, ma nemmeno aprendo e leggendo il libro dei sogni.

Mi viene spontaneo rispolverare la concretezza ed il buon senso con cui mi orientarono i miei genitori. Ascoltarono con deferenza il consiglio degli insegnanti, ma seppero tenere conto, oltre che delle mie propensioni, anche delle loro limitate disponibilità economiche e della valenza professionale della scelta. A volte un sacrificio ed un ripiegamento   possono tarpare le ali, più spesso imprimono concretezza e possibilità di lavoro. La scuola è un fondamentale preludio, ma se l’opera rischia di fermarsi al pur entusiasmante preludio, non si va avanti.

Le pataccate anti-terroriste

Ho da sempre pensato che le forze di polizia sappiano tutto di tutti: argomento inquietante sul piano del rispetto delle libertà democratiche e della privacy. Si spererebbe che almeno questa schedatura servisse per la lotta alla delinquenza, per la difesa dell’ordine pubblico e, volendo dirla con un’espressione molto in voga, per garantire la sicurezza.

Nutro seri dubbi sulla capacità di utilizzare questi dati. Se mi sbagliassi, avremmo infatti ottenuto risultati apprezzabili nella lotta alla mafia, allo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio di stupefacenti. Invece brancoliamo nel buio o tolleriamo il buio (ipotesi piuttosto plausibile) per paura, inerzia, omertà, inettitudine, debolezza.

Il discorso torna di grande e drammatica attualità in materia di terrorismo islamico. Dopo ogni attentato eseguito nei Paesi Europei, ultimo in ordine di tempo quello ai Campi Elisi alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, si viene a sapere che gli esecutori materiali e i loro complici erano da tempo inseriti negli elenchi elaborati dall’intelligence e quindi a disposizione delle forze di polizia. Si tratta cioè di soggetti   attenzionati in quanto radicalizzati a livello dell’islamismo più feroce e combattente, propagandisti della guerra   contro l’occidente, in poche parole potenziali terroristi. E allora?

I casi possono essere tanti. Forse i nominativi sono troppi e non si possono controllare tutti. Si tratta probabilmente di migliaia di persone uscite da una generalizzata scrematura: seguirli tutti significherebbe impiegare mezzi e risorse esagerate. La cautela oltretutto impone di non fare di ogni erba un fascio. Magari in questi elenchi ci sono soggetti che col terrorismo c’entrano come i cavoli a merenda.

Posso essere malizioso? Non vorrei fossero elenchi pletorici in cui c’è dentro di tutto e quindi oggettivamente inutilizzabili. Se è così, a cosa servono? Si finisce col sopportare gente che va dentro e fuori dalla galera, che frequenta moschee a destra e manca, che viaggia indisturbata, che ha tutto il tempo per organizzarsi ed attrezzarsi.

Può darsi che in molti casi queste segnalazioni abbiano funzionato e siano servite direttamente o indirettamente a parare colpi terroristici, a sventare attentati: mi auguro sia così, perché diversamente si tratterebbe veramente di schedature-patacca.

Quando si parla di lotta al terrorismo giustamente si va a finire proprio lì. Se da una parte si ritiene che non sia possibile scatenare una guerra (è quanto vorrebbero i terroristi), instaurare regimi polizieschi ed antidemocratici (sarebbe dargliela vinta), bloccare i flussi migratori (gli immigrati non sono certo tutti terroristi e poi i muri oltre che essere eticamente spaventosi, sono concretamente inutili, servono solo a dare fumo negli occhi), dall’altra parte si punta all’aiuto verso gli Stati da cui provengono i disperati, ad una politica seria di integrazione degli immigrati e ad una azione di intelligence che prevenga e combatta il terrorismo serpeggiante nelle nostre società. Non c’ alternativa!

Poi si scopre che i servizi dei vari Paesi non collaborano   fra di loro, che vengono commesse strane ingenuità, che si conoscevano nomi e cognomi. So benissimo che si lavora nel difficile. Tuttavia forse sarà il caso di darsi una mossa invece di piangere sul latte versato o di pretendere di eliminare il latte. Questi comportamenti “leggeri” finiscono col portare acqua al mulino dei razzisti, dei populisti, dei nazionalisti, pronti a cavalcare la paura e ad illudere di avere in mano le ricette giuste, che non esistono.

Termino questa riflessione col veleno nella coda: come mai siamo così spietati ed efficienti quando si tratta di colpire i no-global (ogni riferimento alle “macellerie genovesi” è puramente casuale) e siamo così titubanti e disorganizzati contro i potenziali terroristi?

La Rai non è un r(a)ing

Una delle contestazioni principali che vengono fatte a Erdogan, tese a dimostrare il graduale passaggio da democrazia a regime autoritario della Turchia, è quella di mettere il bavaglio alla stampa arrivando persino ad arrestare i giornalisti ostili al suo corso. In effetti la libertà di stampa è un dato costitutivo e qualificante della democrazia.

Di conseguenza non è accettabile alcuna censura preventiva o successiva anche sulle trasmissioni televisive che ospitano inchieste su argomenti eticamente delicati e socialmente rilevanti come la vaccinazione contro il papilloma virus.

Se il discorso riguarda il servizio pubblico televisivo, si fa ancora più pesante: servizio pubblico non vuol dire mandare in onda trasmissioni funzionali al sistema, che non ne denuncino cioè le incongruenze e le ingiustizie, ma mettere, senza reticenze e timori reverenziali, a disposizione dell’utente il maggior quantitativo possibile di elementi di giudizio su argomenti e problemi di interesse pubblico.

Restando al discorso della vaccinazione, un inchiesta televisiva non deve essere un mero spot a favore, ma nemmeno una faziosa e vorticosa contestazione. La Rai dovrebbe pretendere dai suoi giornalisti un atteggiamento obiettivo ed equilibrato, che rifugga da tentazioni   meramente scandalistiche da lasciare semmai all’iniziativa delle televisioni private.

Le libertà sono un bene irrinunciabile, ma “inabusabile”. Qualcuno tende ad approfittare salvo gridare allo scandalo e alla censura se una qualsivoglia autorità si permette di contestare il rispetto dei principi di obiettività e correttezza. Non vedo niente di grave se a livello parlamentare ci si chiede se una clamorosa inchiesta targata Rai sia una cosa seria o una gag teatrale. Non giudico una intromissione partitica il sacrosanto diritto di chiedere conto agli amministratori della Rai di cosa va in onda su problematiche fondamentali per la vita dei cittadini, non mi sorprendo se un amministratore Rai chiede conto di ciò al direttore generale e non mi stupisco se il direttore generale pretende spiegazioni dal direttore di rete e dal responsabile del programma per poi eventualmente adottare decisioni adeguate alla situazione.

Sui vaccini non si possono fare polemica fine a se stessa, informazione settaria, mera provocazione. Il problema è troppo importante per essere sbrigativamente liquidato con la registrazione unilaterale di gravi conseguenze indesiderate del vaccino, che hanno tutto il diritto di essere espresse e testimoniate, ma non possono essere l’unica voce che fa testo e orienta la pubblica opinione inoculandole dubbi e perplessità. Con tutto il rispetto per le capacità professionali e la verve giornalistica di Sigfrido Ranucci, attuale conduttore di Report, la trasmissione entrata nell’occhio del ciclone, sul discorso vaccini vorrei sentire anche il parere delle autorità scientifiche, di quelle sanitarie e di quelle politiche, possibilmente in modo contestuale e non en passant rispetto alle informazioni critiche ed alla messa in discussione dell’utilità dei vaccini.   Mi è dovuto come cittadino e Ranucci non può cavarsela, magari dicendo di avere invitato le Istituzioni, Ministero della Salute e Istituto superiore di sanità, che non hanno raccolto tale sollecitazione.

Sarebbe un errore far chiudere i battenti a una trasmissione rea di essere andata oltre il seminato dell’obiettività e della completezza informativa: potrebbe diventare addirittura lo sfogo per altri regolamenti di conti tra politica e televisione pubblica, un avvertimento per evitare critiche al sistema. Chi di dovere vigili attentamente: vigilare non vuol dire intromettersi né prevaricare. Chi ha la responsabilità di gestire l’informazione Rai esamini la situazione e, se del caso, corregga il tiro, prendendo le più opportune misure in linea con la libertà di stampa, con l’etica professionale e con il diritto dei cittadini ad essere informati correttamente, senza peli sulla lingua ma anche senza pelo sullo stomaco.

I giornalisti devono fare un bagno di orgoglio per quanto concerne le libertà costituzionali inerenti il loro mestiere, ma anche un bagno di umiltà per come utilizzano queste libertà a sevizio degli utenti. La Rai non è una qualsiasi emittente televisiva, è un servizio pubblico e chi ci lavora dentro deve saperlo e comportarsi di conseguenza, altrimenti può cambiare mestiere o emittente. Non saranno padri eterni i politici, ma non lo sono certamente nemmeno i giornalisti Rai e i loro strumentali difensori d’ufficio. La Rai non diventi l’interposta persona tramite la quale si scatena l’ira critica verso il sistema o la pregiudiziale difesa del sistema stesso.

In questi giorni, parlando di altre cose, mi è venuto spontaneo definire il “senso politico” come la capacità di prevedere le conseguenze pubbliche dei propri pronunciamenti istituzionali e professionali e financo dei propri comportamenti privati. Quando si dice fuori la politica dalla Rai, si dice una solenne minchiata. La Rai è politica, quella vera, quella a servizio dei cittadini e non ad uso dei partiti, dei dirigenti e dei giornalisti. Quando si ipotizzano formule neutre e tecnocratiche di gestione Rai, resto molto perplesso. Tutto sommato preferisco che a sovrintendere siano le Istituzioni col rischio della partitizzazione, piuttosto che lasciare il tutto nelle mani dei cosiddetti esperti   col rischio della giubilazione.

La contestualizzazione dei vaffa

È in atto un’escalation, quantitativa e qualitativa, di attenzione mediatica nei confronti del Movimento Cinque Stelle e del suo leader Beppe Grillo. Questo atteggiamento va ormai ben oltre la normale cronaca politica o la dietrologia editorialistica: non capisco tuttavia fino a che punto si tratti della solita opportunistica preparazione a salire sul carro del possibile vincitore e fin dove si vogliano snidare i grillini dallo splendido e velleitario isolamento in cui lucrano la generica rendita protestataria dell’antisistema, dell’antipolitica, dell’antiestablishment, dell’anti tutto insomma.

Sta avvenendo un cambio di passo giornalistico nella critica al M5S: dalla contestazione delle evidenti contraddizioni nella condotta istituzionale all’analisi dei massimi sistemi della (non) proposta politica. Anche Grillo, aiutato dalla fantasia di Casaleggio junior e da quel poco o tanto di intellighenzia mobilitata, sta uscendo abilmente e frettolosamente dall’ostentata ritrosia per buttarsi nel dialogo intellettualoide, seppure attestandosi sulla furbesca non-strategia che gli consente di dire e fare tutto e il contrario di tutto, tentando di capovolgere il percorso tradizionale   della richiesta del consenso (non più   dai partiti alla gente via voto, ma dalla gente ai movimenti via web).

La mega-intervista rilasciata ad Avvenire, il quotidiano cattolico per eccellenza, accompagnata da un abile e intrigante profilo del personaggio, con tanto di immediata eco sul Corriere della sera (intervista sull’intervista a Marco Tarquinio direttore di Avvenire), conferma in modo emblematico la tendenza di cui sopra. Consideriamo inoltre il pulpito da cui viene la predica. Sì, perché l’omelia in questo caso non l’ha fatta Grillo, che ha (s)parlato bene, ma il quotidiano dei vescovi: stia molto attento perché le strumentalizzazione dei preti rischiano di tornargli indietro con gli interessi anatocistici.

Trattandosi di un’autorevole voce della Chiesa cattolica italiana, che si muove in modo felpato, ma non a vanvera o per puro caso, considerato che l’atteggiamento risultante è quello di una seppur parziale apertura di credito verso i grillini, viene spontanea una domanda: siamo alla solita e “simoniaca” ricerca di un futuro ombrello protettivo, siamo ad una studiata trappola coinvolgente e devitalizzante o siamo nel campo di un mero e provocatorio confronto a trecentosessanta gradi sui temi che più stanno a cuore alla gerarchia cattolica (povertà-reddito di cittadinanza; primato del sacro-apertura festiva dei supermarket; pace-neutralismo tra est e ovest; equità-potere finanziario; giustizia-globalizzazione; difesa della vita-testamento biologico; immigrazione-trattamento dei clandestini; Europa dei popoli-Europa delle banche).

Ne esce una radiografia da cui si cerca a tutti i costi di ricavare un interessante stato di salute del M5S, partendo magari da questioni marginali ma socialmente e religiosamente (?) sensibili (il lavoro domenicale) per staccargli un prematuro ed affrettato certificato di buone intenzioni. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, pur non tacendo alcune significative incongruenze politiche, arriva ad affermare che il M5S è un interlocutore del mondo cattolico. E fin qui niente di straordinario, trattasi di un dato oggettivo. Ma aggiunge: «Se guardiamo ai grandi temi (dal lavoro alla lotta alla povertà), nei tre quarti dei casi abbiamo la stessa sensibilità». E allora il discorso si fa piuttosto ammiccante e compromettente.

Potrebbe trattarsi della solita manovra scambista e politicamente scorretta: se con Berlusconi si era arrivati alla contestualizzazione delle bestemmie, con Grillo si può ben parlare di contestualizzazione dei “vaffanculo”.

Se la Chiesa vuole giudicare seriamente le forze politiche, deve avere il coraggio di analizzarne approfonditamente le proposte di metodo e di merito, anche se non sarebbe suo compito in una visione laica della politica. Se invece vuol far pesare la sua forza di orientamento elettorale, chiarendo fin dall’inizio che chi vuol governare deve fare i conti con lei, rischia un pericoloso tuffo nel passato remoto e recente.

A Beppe Grillo interessa solo catturare l’attenzione dei delusi della politica: siccome questo senso di sfiducia è certamente molto forte nei cattolici e dal momento che la Chiesa sta recuperando una certa influenza sulla mentalità della gente, la scalata al governo val bene un’intervista pelosa ad Avvenire con tutto quel che ne può seguire. Ma stia attento perché la danza non la condurrà lui e inoltre potrebbe trattarsi della prima vera buccia di banana.