L’ignoranza è diventata una virtù

Il presidente della Camera commette una eloquente gaffe su Bachelet, il giurista ucciso dalle Br. Lorenzo Fontana apre la seduta in cui si vota la fiducia sul decreto Pnrr con un saluto agli studenti presenti in aula. Ma, quando si tratta di nominare l’istituto tecnico da cui provengono gli studenti – il Vittorio Bachelet di Ferrara, intitolato al giurista ucciso dalle Brigate Rosse – la sua pronuncia è imbarazzante. Lo pronuncia all’italiana, come se non lo avesse mai sentito nominare. Vittorio Bachelet è morto nel febbraio del 1980. Fontana è nato nell’aprile dello stesso anno. Non può ricordare, ma un po’ di conoscenza della storia da chi presiede la Camera dei Deputati la si potrebbe pretendere.

Il ministro Francesco Lollobrigida non chiede scusa sulla sostituzione etnica: “Sono ignorante, non razzista”. Nessun dietrofront del ministro: «Conta il calo demografico». È nato nel 1972, quando fortunatamente l’Italia aveva da anni voltato pagina rispetto alle scelte razziste del ventennio fascista, però di razzismo e di pulizia etnica se ne è continuato a parlare e nel mondo se ne è continuato a praticare. Si potrebbe dire: è ministro dell’agricoltura e quindi… Se il suo collega della Cultura sostiene che Dante Alighieri era di destra, a lui si può perdonare che non sappia cos’è il razzismo.

Braccia rubate all’agricoltura: un tempo era la brutta battuta tipica per dire ad un ragazzo che il suo impegno e capacità di studio o lavoro erano inadeguate e, pertanto, avrebbe fatto meglio a tornare ai campi, come se il mestiere di contadino fosse condannato, per decisione tacita e universale, a contare poco. Razzismo anche questo. A maggior ragione il ministro dell’agricoltura dovrebbe smentire nei fatti questa teoria discriminante, invece sembra dire: “Scusatemi ma io mi occupo di agricoltura, quindi posso essere ignorante sul resto…”.

La Lega si è smarcata (senti chi parla…): parole brutte quelle di Lollobrigida (in tema di denatalità e migranti ha suggerito di non arrendersi alla «sostituzione etnica»).  Giorgia Meloni (lei sì che se ne intende…) ha esposto sostanzialmente lo stesso concetto, ma con maggiore prudenza e abilità (bisogna fare dei figli e non ripiegare sui migranti).

La più bella e più attuale dimostrazione di ignoranza viene dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Nei giorni scorsi mentre si avvicinava la festa della liberazione dal nazifascismo mi chiedevo: “Cosa farà mai per prendere parte alle manifestazioni celebrative? Porterà in piazza il busto di Mussolini sottratto al suo personale museo e lo frantumerà di fronte a tutti?”. Mi sarei accontentato anche di molto meno. Invece ecco la solita idiozia: “Nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo”. Secondo il presidente del Senato i “partiti moderati non volevano fare questo regalo al Pci e all’Urss”.  Sembra uno scherzo, ma purtroppo non lo è. Non sto nemmeno a controbattere. “Coi fanciulli e coi dementi spesso giova il simular”.

Forse c’è qualcuno che gioca a fare il finto tonto. Non so se preferire di essere governato da tonti o da finti tonti. Un bel problema. Gli italiani sembra che abbiano scelto loro stessi di fare i finti tonti: un modo per risolvere il dilemma. “Ignoranti d’Italia, l’Italia s’è addormentata…”. Solo i partigiani potrebbero portarci via da questa asfissiante deriva destrorsa, ma purtroppo possono solo scaravoltarsi nelle tombe, sta a noi ricordarli, onorarli e imitarli.

Nel periodo   in cui mio padre lavorava da imbianchino come dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch? “.   “Beh”, rispose lui in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?”.  Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli “. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

 

 

Bastone per i migranti, carota per i figlianti

Sull’antifascismo mio padre era intransigente, non ammetteva discussioni: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. Mia madre si riferiva soprattutto al sostegno che il regime fascista dava alla maternità (non a caso Mussolini venne a Parma in occasione dell’inaugurazione della casa della madre e del fanciullo), mio padre faceva invece un ragionamento politico di fondo.

Devo ammettere che in questi giorni ho irriso alle preannunciate misure governative di sostegno alla famiglia in chiave demografica: chissà perché spunta sempre qualcosa che ricorda il ventennio.

Dopo il silenzio del primo giorno, quando gli è stato attribuito un piano tecnico per rilanciare la natalità in Italia tramite incentivi fiscali, Giancarlo Giorgetti, chiamato dal Senato per essere ascoltato sul Def, rompe gli indugi e conferma che l’idea c’è. «Non ci può lasciare indifferenti la curva demografica, dobbiamo immaginare di mettere in campo un’azione choc. Penso sia il caso soprattutto di eliminare disincentivi alla natalità: non possiamo tassare allo stesso modo cbi è single e chi ha una famiglia con figli perché è evidente che quest’ultimo sopporta dei costi che alterano il concetto – tanto caro a tanti – della progressività del carico fiscale», spiega il ministro dell’Economia (dal quotidiano “Avvenire”).

Non solo non mi convince questo discorso, ma ci vedo un nostalgico ritorno alla socialità di stampo fascista. Sarò fissato, ma… intravedo l’edizione riveduta e corretta della tassa sul celibato.

Scrive il quotidiano “Avvenire”: “Il vero scandalo è che faccia ancora scandalo che un piano di sostegni fiscali alla famiglia e alla natalità possa ancora essere bollato come «dannoso e pericoloso». Scambiato addirittura per un rigurgito di cultura fascista, quando scelte simili sono state già fatte in mezza Europa. Certo, il merito della proposta avanzata in questi giorni dalla Lega è ancora tutto da decifrare. E cifre sparate a caso aumentano la confusione. Ma, per favore, almeno sui figli, almeno sul drammatico inverno demografico, evitiamo i conflitti ideologici e discutiamo assieme di equità orizzontale e sostegni alle famiglie. Si è fatto – bene e insieme – con l’Assegno unico, proviamoci anche col Fisco”.

Io non mi scandalizzo, continuo invece a sentire puzza di neofascismo: come non vedere che questi preannunciati provvedimenti fanno da bilanciamento psicologico a quelli in materia migratoria. Non sono d’accordo sull’atteggiamento di valutare un provvedimento alla volta. La politica non è dare un colpo al cerchio e uno alla botte e tanto meno è serio prendere in considerazione solo il cerchio dimenticando la botte. Questa asettica insistenza sulla famiglia coglie il problema a valle e non a monte, finendo col considerare la famiglia soltanto una macchina per fare figli. Si guarda al dito della crisi demografica e non alla luna di una società e di un mondo che vanno in rovina.

Mi si dirà che proprio per questo bisogna ripartire dalla famiglia. Posso essere d’accordo, ma ricordiamoci che la famiglia non è un’isola, non è un’entità a se stante. Per giudicare un quadro non si prende un particolare, ma bisogna guardare l’insieme da cui il particolare prende significato. La politica non è legiferare a casaccio dando un contentino a Tizio ed uno a Caio, tanto meno agire col criterio del “toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali avevano fatto finta di soccorrerla nei momenti difficili della sua vita, salvo lasciarla nei guai alla prima occasione.

Staremo comunque a vedere e…spero di sbagliarmi.

 

 

 

 

 

Il ponte sul semestre

Le ultime analisi di Proger Index per PiazzaPulita su La7 evidenziano come l’apprezzamento degli italiani verso Giorgia Meloni sia in leggero calo, così come le intenzioni di voto verso Fratelli d’Italia.

Non sono solito dare valore ai sondaggi, che tuttavia in questo caso mi spingono a due categorie di valutazioni, una di ordine storico e una di carattere politico.

Riavvolgo la pellicola e torno al primo clamoroso successo di Silvio Berlusconi alle elezioni del 1994. La creazione di Forza Italia ebbe un notevole impatto sulla scena politica italiana. Con un partito nato ufficialmente solo due mesi prima delle elezioni politiche, Berlusconi aveva il dichiarato progetto politico di attirare l’elettorato italiano di centro e centrodestra – rimasto senza rappresentanza dopo il dissolvimento dei partiti colpiti dagli scandali di Tangentopoli, in seguito ai quali l’indignazione elettorale aveva decretato la fine e la successiva frantumazione della Democrazia Cristiana, principale partito di centro della politica italiana – oltre che la parte più moderata dei socialisti, cioè la coalizione di governo degli ultimi anni (pentapartito), i cosiddetti «moderati». La scena politica italiana era in fermento: nonostante alcuni analisti considerassero tardiva l’entrata in scena di Berlusconi (a soli due mesi dalle elezioni), egli riuscì a sfruttare con successo la propria immagine di uomo nuovo, ottenendo la vittoria alle elezioni politiche del 1994.

Si dice però che gli esperti, che inventarono, ispirarono e guidarono la sua discesa in politica, gli avessero predetto come la sbornia populista sarebbe durata sei mesi, dopo di che i nodi sarebbero venuti al pettine. I messaggi identitari di allora, vale a dire anticomunismo, liberalismo, nuovismo etc. avrebbero presto mostrato la corda e la cotta elettorale sarebbe stata smaltita. Fu così anche se poi il berlusconismo fra alti e bassi seppe riciclarsi alla grande e durò ancora per molto tempo e forse non è ancora finito.

Giorgia Meloni sta terminando il suo semestre governativo. Vuoi vedere che anche per lei la pacchia elettorale finirà e comincerà una sorta di lento ma inesorabile redde rationem? È certamente più un ingenuo auspicio che una ragionata previsione, ma la speranza è l’ultima a morire. Forse l’eco delle sue grida identitarie si sta spegnendo e viene allo scoperto la sua strafottente pochezza. Ed eccoci alla valutazione politica.

Sul potenziale tavolo del governo Meloni sono presenti in bella evidenza alcuni enormi problemi. Ne cito solo quattro, quelli che mi sembrano più urgenti e drammatici: mi riferisco all’esorbitante affaire pubblico del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, al discorso imprescindibile dell’immigrazione, all’allarmante situazione del sistema sanitario, alla guerra russo-ucraina.

Prima di affrontare questi autentici nodi gordiani, il governo ha pregiudizialmente e tatticamente cercato una legittimazione a livello internazionale ed europeo in particolare, ottenuta tra molte perplessità ed un certo scetticismo, dovuti al quanto meno equivoco passato politico della premier Meloni, alla scarsa affidabilità dei maggiorenti dei partiti di governo (Salvini e Berlusconi), alla contraddittoria collocazione di tali partiti nello scenario europeo (opzioni verso le destre estreme e verso i Paesi sovranisti) e alla modesta levatura dei componenti della compagine governativa (ogni giorno viene evidenziata in modo clamoroso).

Sulla base di questo traballante rispetto tutto da consolidare, il governo, oltretutto diviso al proprio interno in una competizione tra Lega e FdI, naviga a vista senza bussola e senza carta nautica e quindi si limita ad operazioni di piccolo cabotaggio tanto per non rimanere fermo, preoccupato di conservare e implementare la propria identità destrorsa e di buttare un po’ di fumo negli occhi con autentici depistaggi programmatici.

È stato così fin dall’inizio con la cavolata dei rave party, è così ancora con la sciocchezza del sovranismo linguistico, con la zappata sui piedi del divieto per le carni sintetiche, con la sostituzione etnica, con una sorta di tassa sul celibato e con atteggiamenti bigotti sulle problematiche etiche: in mezzo una serie di tira e molla vergognosi, che, tra l’altro, puzzano di nostalgie inconfessabili lontano un miglio, una continua esibizione di specchietti per le allodole, una serie di marchette a favore dell’elettorato di riferimento. Inconsistenza e contraddittorietà ammantate di ridicolo decisionismo e di reazionario perbenismo.

La parola d’ordine governativa sembra essere “depistare”: quando emerge una qualche forte preoccupazione, anziché fornire risposte plausibili nel merito, meglio introdurre qualche assurda novità per distrarre l’attenzione. Mi sembra che il più colossale depistaggio sia il discorso del ponte sullo stretto di Messina. É la cartina di tornasole di quanto detto sopra: una boutade elettoralistica, un progetto velleitario, una tomba in cui seppellire tutti i ritardi infrastrutturali che stanno emergendo, un modo per spendere male i quattrini, che non ci sono e che non si riescono nemmeno a recuperare dove potrebbero essere.

Le difficoltà emergenti dall’attuazione del PNRR vengono buttate all’indietro, ma senza alcuna credibile scelta sul futuro, lasciato all’inadeguatezza burocratica, all’incompetenza amministrativa ed alla confusione decisionale. Al di là del ritornello “è colpa dei governi di Conte e Draghi” non si va. Giorgia Meloni ha la botte piena di voti (si fa per dire) e vorrebbe essere la moglie ubriaca del buongoverno (con i soldi della Ue). Non ci riesce e allora si accontenta di qualche precaria sbronza.

L’attuale governo è molto abile (fino a quando?) nello scaricare le colpe. Sul problema migratorio le colpe vanno alla Ue che lascia sola l’Italia, alle Ong che salvano troppa gente in mare, agli stessi migranti che rappresentano un “carico residuo” per le navi, che sono degli irresponsabili mettendo in mare loro e i propri figli a rischio della vita, all’opinione pubblica che costituisce un elemento attrattivo per i migranti, accettandoli supinamente e “buonisticamente”.  Da una parte uno scaricabarile bello e buono, dall’altra un freddo invito al menefreghismo sociale (vedasi vergognosa vicenda Cutro).

Quando il governo Meloni è alle strette, si difende col fatto di essere in carica da pochi mesi e di dover affrontare problemi annosi su cui non avrebbe responsabilità. È una scusa che lascia il tempo che trova, anche perché il buongiorno si vede dal mattino e oltretutto gli attuali governanti provengono da forze politiche che hanno governato, e governato male, anche in passato. Molti dei componenti della compagine governativa non vengono dalla luna, ma da precedenti negative esperienze, si pensi ai berlusconiani, ai leghisti, alla stessa Meloni e ai suoi compagni di partito.

C’è tuttavia in ballo una questione enorme a carattere contingente: il PNRR con tutti quei soldi che ballano tra Ue e Stato italiano. Ebbene mentre stanno emergendo gravissimi ritardi, che rischiano di farci perdere un’occasione irripetibile, è pronta la scusa. Gira e rigira, la colpa è della Ue e…di Draghi. Per quanto concerne la Ue (che poi, fino a prova contraria, siamo anche noi) dovremo stare molto attenti a non irritare l’interlocutore, ma a dialogare umilmente e costruttivamente, pena un corto circuito a dir poco pazzesco.

Quanto al governo Draghi, i casi sono due. Se non era in grado di gestire questa partita, chi lo ha buttato all’aria per andare a sostituirlo, avrebbe dovuto essere al corrente della cosa e non tirarla fuori adesso, sul più bello, per giustificare una situazione che sta diventando insostenibile e rischiosissima. Diversamente avrebbero dovuto lasciare Draghi stesso a cavare dal fuoco le proprie castagne.

Se invece Draghi, come credo, aveva impostato bene il lavoro, perché lo hanno sbrigativamente mandato a casa ben conoscendo la difficoltà di prenderne e gestirne l’impegnativa eredità? E poi non c’è da sorprendersi se in Europa si fidavano più di Draghi rispetto a quanto si fidino di Meloni e c. Lo sapevano benissimo: il carisma e la classe di Draghi non erano e non sono acqua. Invece di investirlo maldestramente con critiche assurde, sarebbe meglio che provassero a chiedergli qualche consiglio e qualche appoggio. Adesso c’è Giorgia Meloni, gli italiani l’hanno voluta, votata e se la tengano. E se perderemo un sacco di soldi, peggio per noi. Vorrà dire che saremo riusciti a farci del male con le nostre stesse mani. Mio padre con un simpatico strafalcione diceva: «Chi è causa del suo mal pianga me stesso». Sì, perché magari ci rimetterà anche chi non l’ha votata. E chi l’ha votata comincerà ad aprire gli occhi?

 

 

Le ripartenze bergogliane

Ho un’idea tutta mia (al limite dell’eresia) dell’azione dello Spirito Santo nella vita della Chiesa, quanto meno a livello di gerarchia. Non ci sarebbe bisogno di ricordare al riguardo una gustosa barzelletta, ma è troppo bella e quindi la riporto di seguito.

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Nel conclave del 2013 lo Spirito Santo prese i cardinali in contropiede e sfruttò una ripartenza sulla base delle preoccupazioni che essi avevano di recuperare consenso ad una Chiesa alla frutta, in grave crisi di credibilità, dovuta agli scandali, in particolare quello della pedofilia. Fece un perfetto assist a Bergoglio, che segnò un gran gol e mise in salvo la barca di Pietro, che faceva acqua da tutte le parti. I cardinali ingoiarono il rospo e lo votarono senza convinzione, ma con curiale opportunismo.

Bergoglio, a modo suo, è entrato a gamba tesa, forse più a parole che nei fatti, nella mentalità clericale e negli equilibri vaticani e ha messo in qualche subbuglio le sacre stanze. Ha ripiegato, si fa per dire, sul Vangelo, trovando in esso la spinta e la difesa per cambiare registro. In parte c’è riuscito, in larga parte no. Lo dimostra la recente apertura degli armadi, dei cassetti, degli archivi della memoria sulla vicenda di Emanuela Orlandi, che, in un certo senso, potremmo definire la madre di tutti gli scandali, perché in essa trovano una probabile e demoniaca sintesi tutte le pecche ed i vizi della gerarchia, dall’affarismo ai legami col potere, dal sesso ai soldi.

Paradossalmente colui che doveva mettere ordine e dare una regolata agli assetti vaticani, sta rischiando di ributtare, a fin di bene, la Chiesa nell’occhio del ciclone: il marciume latente è tale infatti da rischiare di non uscirne vivi. Forse, anzi senz’altro, papa Francesco ha aspettato troppo a fare pulizia e la sporcizia sta venendo prepotentemente a galla, rischiando di travolgere le scrivanie, i pulpiti e finanche gli altari. Il conto aperto con la verità è tale da creare quel clima di discredito che dieci anni or sono si voleva evitare. Il prezzo da pagare è molto salato e va dato atto a Bergoglio di avere il coraggio, anche se un po’ tardivo, di reimpostare “la fallimentare contabilità etica del vaticano”.

Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica della nostra società. Se trasferiamo la boutade paterna dal municipio in Vaticano…

Se si va avanti nella ricerca della verità a trecentosessanta gradi, senza fermarsi di fronte a nessuno, ho l’impressione che diventerà difficile ritrovare il filo della matassa per riuscire a recarsi in chiesa alla domenica e nelle feste comandate. Qualcuno sostiene che in fin dei conti non ci sia niente di nuovo che non si sapesse già o si potesse facilmente immaginare. In parte è vero, ma un conto è parlar di morte un conto è morire.

Adesso si capiscono meglio le difficoltà incontrate da papa Francesco, camuffate con le dispute teologiche, con le difese dell’identità cattolica, con la scusa dell’integrità morale, con la pretestuosa salvaguardia della tradizione. L’attuale papa dà fastidio perché rischia di scoprire “gli altarini e gli altaroni”. Non oso nemmeno pensare a quante pressioni riceverà per ammorbidire i toni, per calmare le acque, per stoppare inchieste compromettenti, per salvare il salvabile. Sono più che sicuro che qualcuno gli griderà: “Qui andiamo tutti in malora!”. Spero che lui abbia la freddezza di rispondere: “Avete nel tempo trasformato il Vaticano in un luogo di malaffare, adesso basta!”.

La curia vaticana è sempre furbescamente salita sul carro del pontefice di turno, pensando di poterlo manovrare, condizionare, persino ricattare: a volte non c’è riuscita, perché è entrato in gioco lo Spirito Santo. Non resta che sperare nella tenuta fisica e pastorale di Bergoglio. Spirito Santo pensaci tu!

 

 

 

Il governo slitta o pattina sul ventennio

Uno scivolone del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida infiamma il dibattito politico. Da un convegno organizzato dalla Cisal il titolare della Sovranità alimentare interviene sul tema denatalità e migranti suggerendo di non arrendersi alla «sostituzione etnica». «Gli italiani fanno meno figli – è il ragionamento – e li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada». 

In molti si aspettavano una presa di distanza da parte di Giorgia Meloni, invece al ministro ha fatto meramente eco la Presidente del Consiglio, che non ha aggiustato il tiro, ma lo ha reso appena più presentabile.

“Per troppi anni non ci sono stati investimenti sulla natalità”, ha detto la premier Meloni parlando a margine dell’inaugurazione del Salone del mobile. “In Italia abbiamo un problema di tenuta del sistema economico e sociale, non abbiamo investito sulla natalità. In Italia ci sono sempre più persone da mantenere e sempre meno persone che lavorano, questo problema si risolve in vari modi: il modo su cui lavora il governo non è solo quello dei migranti, ma anche quello della grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile. Portandolo alla media europea e puntando sulla demografia, con l’incentivazione da parte delle famiglie di mettere al mondo dei figli”.

Il discorso della crisi demografica è grande come una casa, è la conseguenza di tanti fattori umani, sociali, economici e politici. Metterlo strumentalmente in contrapposizione con l’ingresso nel Paese dei migranti che sostituirebbero la nostra etnia è semplicemente una “cazzata” di stampo fascista. Scusate se uso un sostantivo triviale e un aggettivo “antistorico”, ma è ora di finirla con queste subdole riproposizioni di una mentalità di regime.

Pulizia etnica (migranti), pulizia sessuale (omosessuali), pulizia sociale (i senza lavoro), pulizia culturale (rave party), pulizia procreativa (filiazione doc): un filo nero che lega il sacco e che giustifica politiche di un certo stampo. È ingenuo e pericoloso sostenere che il fascismo è morto se sono vivi i suoi presupposti ideologici seppure riveduti e (s)corretti. Ogni giorno si registra un’uscita in tal senso: a prima vista sembrano espressioni estemporanee al limite del ridicolo. Se però si mettono in fila e si leggono in controluce emerge un disegno a dir poco reazionario.

Non so se la premier se ne renda conto, se sopporti o se condivida, se lisci il pelo a certe nostalgie o se abbia in testa una vera e propria strategia di ritorno a un inqualificabile passato. La celebrazione della prossima festa del 25 aprile potrebbe essere l’occasione per sgombrare il campo da qualche forte perplessità, anche se non è solo questione di parole ma di fatti e di linea politica.

 

L’ombrello protettivo contro i migranti

La (non) politica migratoria del governo e della maggioranza parlamentare (supinamente accodata), vista l’impraticabilità dei blocchi portuali, vista la velleità della guerra agli scafisti, vista l’assurdità degli ostacoli frapposti all’opera delle Ong, vista la debolezza politica nei confronti della Ue da cui non si riesce ad ottenere una revisione degli accordi penalizzanti in essere, vista l’impossibilità di rimpatriare tout court migliaia di immigrati clandestini, visto che comunque bisogna far credere alla gente che è finita la pacchia per gli immigrati, allora bisogna lavorare sullo smantellamento del sistema di accoglienza. Ecco infatti spuntare l’azzeramento della cosiddetta protezione speciale per i cittadini stranieri inserito in un quadro normativo improntato alla possibilità di adottare misure e procedure emergenziali al di sopra dei diritti dell’uomo.

Come bene spiega Daniela Fassini sul quotidiano “Avvenire”, la protezione speciale è un permesso di soggiorno che spetta ai richiedenti asilo che non possono usufruire delle altre due forme di asilo: ovvero lo status di rifugiato, che viene concesso a chi rischia la persecuzione per motivi sessuali, religiosi o etnici nel proprio Paese d’origine; o la protezione sussidiaria per i cittadini di Paesi in guerra. Il permesso di soggiorno per protezione speciale parte dal presupposto che, se si rifiuta a una persona straniera un permesso di soggiorno, occorre valutare se esistano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, che ne impediscono l’espulsione. È un permesso di soggiorno della durata di 2 anni, rinnovabile, che viene rilasciato al richiedente asilo che non possa ottenere o non abbia ancora ottenuto la protezione internazionale. Può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro.

È importante perché, in aggiunta allo status di rifugiato (per motivi di persecuzione) e alla protezione sussidiaria (per i cittadini dei Paesi in guerra), riconosce una forma di protezione che fa riferimento all’insieme di obblighi costituzionali e internazionali. Il riferimento normativo è l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) che riconosce ad ognuno di noi il diritto alla vita privata e familiare: è il riconoscimento di una protezione speciale anche per radicamento sociale, dato da indicatori oggettivi quali la durata e l’esistenza di un lavoro o la presenza di legami familiari e sociali duraturi che indicano un radicamento nella società. Dal 2020 ha contribuito a regolarizzare quelle persone che hanno appunto costruito negli anni questo radicamento sociale.

Una forma di protezione simile è presente in 18 paesi europei su 27. La Francia e la Germania, ad esempio, hanno normative che sono molto simili alla nostra protezione speciale e mirano a stabilizzare le persone che possono dimostrare un radicamento sociale e fanno riferimento anche loro all’art. 8 della Cedu. La Germania, in particolare, pochi mesi fa, nel 2022, ha sostanzialmente copiato parte del nostro impianto prevedendo forme di riconoscimento della presenza stabile degli stranieri. É vero invece che non esiste al riguardo una normativa europea comune per tutti, per cui ogni Paese decide in proprio, con lo strumento più opportuno per le proprie esigenze.

Gli ultimi dati risalgono al 2021. Tra le 52.987 decisioni di prima istanza emesse nel corso dell’anno, si è registrato un aumento del riconoscimento degli status di protezione. Complessivamente, al 44% dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di protezione in prima istanza: di questi, al 32% è stata concessa una forma di protezione internazionale, mentre al 12% è stato concesso lo status di protezione speciale (fonte: Asgi). Nel 2022 sono complessivamente 10.865 i cittadini stranieri che hanno ottenuto la protezione speciale. In Spagna 20.925 e in Germania 30.020 (fonte: Eurostat).

Mi sembra una misura basata su indiscutibili ed irrinunciabili principi umanitari, la cui eliminazione finirebbe con l’essere punitiva verso l’ultimo anello della catena migratoria: i più disperati fra i disperati. Il solito iniquo e sbrigativo metodo per non affrontare il problema e soprattutto per rinunciare a priori a gestirlo seriamente.

È significativo che il Parlamento non riesca a discuterne in modo costruttivo, che molti rappresentanti delle Istituzioni locali siano nettamente contrari, che si voglia sventolare una bandiera ideologica di risulta, infilandola sulla carne viva degli sfigati.

Si brancola nel buio. Come detto, la protezione speciale – che il governo vuole eliminare, attraverso gli emendamenti al decreto Cutro in sede di esame al Senato – e la dichiarazione dello stato di emergenza sono i due fronti di scontro maggioranza-opposizione in tema di immigrazione. Fronti che vanno oltre il Parlamento e coinvolgono anche sindaci e presidenti di regione di centrosinistra. Al disastro di Cutro si vuole aggiungere un altro potenziale disastro. Va considerato anche il fatto che, senza possibilità di concessione della protezione speciale, senza cioè questo ulteriore filtro, rischiamo di condannare alla clandestinità parecchie persone che non riusciremo comunque ad espellere e che saranno costrette a vivere di espedienti più o meno delinquenziali.

Complimenti ed auguri. Abbiamo un governo che non sa e non vuole governare, un Parlamento che non sa e non vuole legiferare, politici che tirano un sasso nella piccionaia migratoria per poi nascondere la mano dietro il mancato supporto della UE. Anche le opposizioni non brillano per proposte concrete e lungimiranti. Un giro vizioso e presuntuoso.

Ammettiamo pure che si tratti di affrontare un’emergenza (non è così perché si tratta di un problema esistente da molto tempo e conseguente ad annose ed errate politiche interne ed internazionali): le emergenze non si affrontano a colpi di maggioranza, ma coinvolgendo tutte le forze politiche e sociali, tutti i territori e le loro rappresentanze, tutta la popolazione correttamente informata, chiedendo sacrifici a chi può farli.

 

Mattarella bypassa Dublino e Visegrad

Italia e Polonia rinsaldano i loro rapporti. Un vero e proprio asse su immigrazione e conflitto ucraino, sancito dal lungo colloquio (oltre un’ora) che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avuto con il suo omologo Andrzej Duda. Due Paesi che pagano il posizionamento geografico ai confini dell’Unione, e lo scotto, con carenza di solidarietà dell’Unione, di trovarsi in prima linea uno sul versante Sud-Mediterraneo, l’altro su quello orientale, entrambi alle prese con una vera e propria emergenza di carattere anche umanitario. Mattarella ha messo in evidenza la necessità di «una nuova politica di migrazione e di asilo dentro l’Unione, superando vecchie regole che sono ormai della preistoria», ha detto in chiaro riferimento agli accordi di Dublino (dal quotidiano “Avvenire”). 

Un piccolo grande capolavoro di diplomazia, di europeismo e di sensibilità politica. Non può sfuggire infatti come la Polonia faccia parte del gruppo di Visegrad, un insieme di Stati euroscettici a corrente alternata, vale a dire europeisti quando conviene al loro portafoglio e distanti da Bruxelles quando si tratta di mettere una mano sul cuore e una sul portafoglio. Ebbene Sergio Mattarella è riuscito, almeno a parole, a portare questo difficile partner europeo su posizioni compatibili con le problematiche della Ue nel suo complesso.

Ma non basta. Ritengo che il nostro Presidente della Repubblica abbia dato anche una lezione al governo italiano tracciandogli una via di ragionevolezza e di coerenza da seguire in politica estera. Non può sfuggire la differenza di stile e di linguaggio rispetto a quelli adottati da Giorgia Meloni e dai suoi ministri. Mio padre sosteneva acutamente e convintamente che «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Mattarella canta in modo perfettamente intonato e speriamo possa coprire le stonature governative.

Fino a qualche tempo fa i sondaggi dicevano che la fiducia della gente andava prevalentemente, se non addirittura esclusivamente, a tre istituzioni: Presidenza della Repubblica, Carabinieri e Chiesa Cattolica. Quanto ai carabinieri ci sarebbe molto da discutere. La Chiesa Cattolica dopo il bagno rigenerante bergogliano sembra avvitarsi su un triste passato di intrighi e scandali. Resta il Quirinale corroborato dalla cura mattarelliana fortunatamente proseguita oltre il protocollo terapeutico.

Non saremo mai sufficientemente grati a Sergio Mattarella. Al solo pensare all’ipotesi che non ci fosse lui, mi tremano le vene ai polsi. Che Dio ce lo conservi al suo posto almeno fino al termine del secondo settennato e che la ragionevolezza politica mantenga intatta questa istituzione. Ho fatto i calcoli temporali e il nuovo Capo dello Stato dovrebbe essere eletto dal nuovo Parlamento. Le Camere attuali scadono infatti, salvo scioglimento anticipato, nell’autunno 2027. Il secondo mandato di Mattarella scade nel gennaio 2029 salvo pateracchi pseudo-riformatori. De ‘d chi a là tant nin nase e tant nin móra. Lunga vita a Mattarella, breve vita politica a chi ci sta sgovernando.

 

Domandine difficilottine per papa Francesco

Dopo la recita del Regina Coeli, Francesco ha difeso il predecessore san Giovanni Paolo II, la cui figura negli ultimi giorni è stata al centro di accuse infamanti legate al caso Orlandi, mosse sulla base di anonimi “si dice”, senza testimonianze o indizi. Accuse che il Pontefice ha definito “illazioni offensive e infondate”. Queste le parole del Papa: “Certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo, rivolgo un pensiero grato alla memoria di san Giovanni Paolo II, in questi giorni oggetto di illazioni offensive e infondate”.

Il papa interpreta sicuramente anche i miei sentimenti. Però vorrei porgli qualche “domandina difficilottina”. Come mai, a distanza di quarant’anni dalla sparizione di Emanuela Orlandi e a distanza di dieci anni dalla sua salita al soglio pontificio, ha sentito il dovere di riaprire il caso senza rete protettiva? Evidentemente ritiene che la verità non sia finora emersa e che il Vaticano ne possa avere coperto una parte o il tutto. Di conseguenza pensa che i suoi predecessori non abbiano fatto quanto sta facendo lui, vale a dire promuovere un’indagine a trecentosessanta gradi senza guardare in faccia a nessuno?

E che dire del contesto affaristico e sessuale in cui ha navigato il Vaticano per decenni senza che i suoi predecessori se ne fossero preoccupati più di tanto ad esclusione di papa Luciani che ci ha lasciato le penne. Nessuno vuole “desantificare” papa Wojtyla, nemmeno Pietro Orlandi a cui va perdonato forse un eccesso di zelo indagatorio. Nessuno vuole sommergere il Vaticano sotto una valanga di “illazioni offensive e infondate”. Non crede papa Francesco che i cattolici in primis, ma anche tutti i cittadini abbiano diritto di conoscere un po’ di verità tenuta nascosta in questi quarant’anni? È quello che lui tesso, seppure con troppo ritardo, sta tentando di fare. E allora aspetti un attimo prima di scandalizzarsi e magari faccia anche lui qualche indagine su personaggi che tuttora bazzicano il Vaticano con incarichi di un certo livello.

Credo che sia stato eletto per tentare di recuperare il discredito in cui era caduta la Chiesa. In parte c’è riuscito, ma forse solo in parte. Probabilmente le ostilità che sta incontrando dipendono non tanto da questioni dottrinali o pastorali, ma proprio dal timore che possa toccare certi equilibri e far venire a galla certa robaccia. Ammetto che possa sapere tante cose che per carità cristiana non si possono dire. La misericordia è il tratto dominate del suo pontificato. Ma non può esserci misericordia senza verità ed ammissione delle colpe. E qualcuno in Vaticano di colpe ne ha, come del resto ne ho anch’io nel mio piccolo.

 

Chi va con Orban diventa orbo

Nei giorni scorsi mi è stato chiesto un parere sulla questione Lgbtq+/Orban con relativo e conseguente giudizio sull’atteggiamento del governo italiano e della sua maggioranza, che non ha votato a livello di Parlamento europeo la reprimenda contro l’Ungheria per la sua legge che vieta contenuti omosessuali per i minori.

Cerco di esaminare la questione sul piano etico e sul piano politico, partendo dal 2021, anno in cui fu varata questa discutibile normativa. La riforma approvata a inizio giugno di quell’anno dal parlamento dell’Ungheria, come scriveva il quotidiano “Avvenire”, in realtà è nata per contrastare con più efficacia la pedopornografia integrando alcune norme già in vigore, rischiando tuttavia di equiparare – e questo è il suo limite – orientamenti sessuali omosessuali e condotte e pratiche abiette che configurano veri e propri reati. L’intento della legge è quello di evitare che siano resi disponibili ai minori contenuti non adatti alla loro età o che richiedono una maturità ancora lontana. L’articolo più contestato è il 6/a, che riforma una legge del 1997 sulla “protezione dei bambini”, in cui si legge che «è vietato rendere accessibile alle persone che non hanno raggiunto i 18 anni un contenuto pornografico o che rappresenta la sessualità in modo gratuito o che diffonde o ritrae la divergenza dall’identità corrispondente al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso o l’omosessualità». 

In un infuocato dibattito al Parlamento Europeo a Strasburgo, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, lanciò parole durissime contro il governo di Viktor Orbán. «La legge – tuonò – usa la protezione dei bambini come pretesto per discriminare le persone per via del loro orientamento sessuale. È una vergogna». Dunque «se l’Ungheria non aggiusterà il tiro la Commissione userà tutti i suoi poteri di guardiano dei Trattati. Dall’inizio del mio mandato abbiamo aperto circa quaranta procedure di infrazione legate al rispetto dello Stato di diritto e se necessario ne apriremo altre». Il governo ungherese reagì e andò avanti imperterrito per la propria strada.

Arriviamo ai giorni nostri in cui quindici paesi dell’Unione Europea hanno deciso di partecipare al ricorso della Commissione Ue contro la legge ungherese anti Lgbtq+. Fra loro Francia e Germania, ma l’Italia non compare nella lista, facendo una netta retromarcia rispetto agli impegni assunti a suo tempo dal governo Draghi.

Torno però sulla materia del contendere dal punto di vista etico. Mi sembra che per uccidere il moscerino del timore dello scivolamento verso una certa ed innegabile confusione sessuale si spari con il cannone dell’intolleranza e della discriminazione verso le diversità: non si può entrare nel negozio di cristalleria della corretta educazione alla sessualità con il garbo di un elefante spaventato dall’omosessualità. Fuor di metafora non è ammissibile nascondere od esorcizzare la realtà con la paura di esserne contaminati. È un approccio retrogrado che oltre tutto finisce per essere un boomerang e creare un clima diseducativo di conflittualità in campo sessuale. L’omosessualità non può essere presentata come una colpa, la transessualità non è un capriccio di pervertiti, parlarne non è pornografia da punire severamente.

Certo, occorre equilibrio e senso della misura, cosa che purtroppo i movimenti Lgbtq+ spesso dimostrano di non avere, lasciandosi andare all’esibizionismo più che al rispetto delle diversità, alla provocazione più che alla costruzione di un clima di tolleranza e di convivenza civile. Il proibizionismo non ha mai avuto effetti positivi sulla coscienza individuale e collettiva: cosa vuol dire vietare di spiegare ai giovani che esiste l’omosessualità e che la sessualità non è una gabbia omologata in cui rinchiudere schematicamente tutto e tutti? Per evitare il peggio si finisce col generalizzarlo e col sovrapporlo al meglio.

C’è però da fare anche un discorso politico. Non è infatti un caso se questi atteggiamenti puritani in campo sessuale si inquadrano in derive autoritarie come nel caso dell’Ungheria e non solo. Occorre riflettere al riguardo per capire come tutti i regimi illiberali usino l’ansia dell’ordine sessuale quale chiavistello per instaurare il disordine democratico. La storia lo insegna. Quindi il governo italiano non si deve chiudere in una sorta di splendido isolamento perbenista (è inutile nasconderlo, siamo nel mirino, vedi censura sul discorso del mancato riconoscimento della cittadinanza ai figli provenienti da famiglie omogenitoriali), rispolverando il concetto del “molti nemici molto onore”, perché non ce lo possiamo permettere. Non si tratta di rinunciare all’autonomia di giudizio, ma come non rilevare che la cattiva compagnia di Orban e c. non ci aiuta affatto all’interno della Ue laddove questi Stati dimostrano totale incapacità di vivere la realtà dell’Unione europea: dall’immigrazione ai meccanismi di solidarietà economico-finanziaria, dai rapporti con la Russia ai diritti civili, si mettono di traverso, funzionando da autentici guastatori.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: vale per i nostri rapporti con questi falsi, scomodi ed inopportuni alleati. In conclusione non isoliamoci pensando di trovarci a nostro agio più a Washington (vedi Nato e guerra russo-ucraina) e Budapest (vedi pruriti antieuropei e antistorici) che a Bruxelles e Strasburgo. Siamo in Europa, ci dobbiamo restare convintamente e costruttivamente senza rinunciare al nostro contributo critico, ma anche senza fughe all’indietro. Nel governo Meloni e nella maggioranza che lo sostiene peraltro non tutti sono d’accordo “sull’orbanismo” e sull’isolazionismo di stampo trumpiano. Da sempre Lega e FdI fanno a gara nello smarcarsi più dialetticamente che concretamente dall’UE, mentre i berlusconiani intendono rimanere agganciati al treno europeo (salvo l’imbarazzante putinismo del loro leader). Ma questo è un altro discorso…e alla fine il potere li mette tutti d’accordo (qualche crepa si sta aprendo sulle nomine nelle aziende pubbliche), mentre l’Europa, quella che conta, ci sta a guardare e prima o poi ci presenterà il conto.

 

 

Il difensivismo anti-evangelico

La Chiesa, meglio sarebbe dire la ditta “vatican-clericale”, sta adottando, attraverso i suoi media, i suoi apologeti ed i suoi difensori d’ufficio, tre linee di difesa, una dopo l’altra, retrocedendo progressivamente di fronte all’emersione di realtà scandalose, di cui si sapeva, ma che, siccome tutto ha un limite e questo limite è stato ampiamente superato, ha messo decisamente sotto scacco l’istituzione nelle sue strutture fondamentali. Di fronte a documenti e notizie più che imbarazzanti, prescindendo dal fatto se siano o meno veritieri, si parte col “vittimismo”: povera Chiesa…da quante illazioni e attacchi deve difendersi… Ricordo quando fui costretto ad interrompere l’omelia di un sacerdote che, alludendo all’emersione del fenomeno dei preti pedofili, rigirava la frittata difendendo la Chiesa in quanto vittima dell’ondata mediatica sugli scandali di carattere sessuale. Mi sentii in dovere di controbattere che semmai le vittime erano i bambini e tutti i soggetti segnati da queste terribili vicende. Il meccanismo difensivo è sempre lo stesso, cambiano gli scandali, e sinceramente non so quali siano i più gravi.

Nel caso di Emanuela Orlandi e delle bordate del fratello Pietro si risponde che il diritto alla verità, così poco rispettato dalle gerarchie vaticane, non è diritto all’illazione. Mi permetto di aggiungere: ma nemmeno alla pregiudiziale e intoccabile santificazione dei ministri della Chiesa, non foss’altro perché la santità non è perfezione di vita, ma impegno di conversione (vedi buon ladrone, Maria di Magdala, Zaccheo, etc. etc.). Solo la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa hanno la tradizione di proclamare santi e sante uomini e donne per la loro vita esemplare. I fratelli Ebrei, i fratelli Musulmani e le Chiese sorelle Protestanti affermano invece che la santità appartiene solo a Dio, tutti gli esseri umani sono peccatori che Dio ha perdonato e salvato. Dei Santi, dei Beati e di tante persone a noi care, in Paradiso ma non necessariamente “canonizzate”, testimoni dell’amore di Gesù e dei valori universali, abbiamo tutti bisogno e diciamo loro: «Grazie!», ma non irritiamoci e non scandalizziamoci se il loro operato in questa vita viene discusso e criticato, magari a volte anche sgarbatamente.

Sono d’accordo con la paradossale inattendibilità di un papa Wojtyla che va in cerca di avventure notturne con due monsignori polacchi: fa il paio con il bacio di Giulio Andreotti a Totò Riina. Il problema non consiste nel coinvolgimento diretto del papa, ma nell’emersione di un altolocato clima sporco esistente in Vaticano in materia sessuale e affaristica. Possibile che in 27 anni di pontificato (dal 1978 al 2005) Giovanni Paolo II non si sia accorto del marciume esistente in Vaticano e non abbia fatto nulla per porvi qualche rimedio? Questa è la domanda inquietante a prescindere dall’azzardato teorema giudiziario del “non poteva non sapere”. Possibile che non abbia saputo che un alto esponente della criminale Banda della Magliana era sepolto in una basilica romana? Per non parlare di monsignor Marcinkus e dello Ior: possibile che non sapesse delle porcherie finanziarie non certo ascrivibili solo a Marcinkus ma ad un sistema malato? Gira da tempo un’illazione in base alla quale una parte dei soldi sporchi dello Ior sarebbero stati girati a Solidarnosc: della serie “lo sterco del diavolo” faccia almeno da concime per campi virtuosi. E dalli con le illazioni…chiedo umilmente scusa.

La prima linea difensiva punta quindi al “catenaccio”, al vittimismo ed a retrocedere a pure illazioni tutti gli indizi di colpevolezza o di omertà, pretendendo prudenza e assoluta correttezza da chi è toccato nel vivo e tenta disperatamente di cercare un briciolo di verità, non aiutato, ma prima preso in giro e dribblato e adesso finalmente ascoltato. È più grave l’eccesso colposo in legittima ricerca della verità o l’annosa, dolosa e omertosa copertura della verità stessa?

In seconda battuta parte la contraerea delle “mele marce”, la difesa a uomo: quando la realtà emerge in modo clamoroso, allora si tenta di buttarla sul discorso della quasi inevitabilità che in una istituzione possano esserci componenti che sbagliano senza per questo dovere squalificare tutto e tutti. L’argomento è decisamente più furbo, assomiglia molto alle difese politiche, tenta di confondere le acque con la lotta tra male e bene presente anche nella Chiesa. È certamente vero: non si può pretendere che tutti siano stinchi di santo, ma questo non può comportare la comoda adozione del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. La Chiesa, volenti o nolenti, interpreta la parte del messia e non dell’adultera, quindi deve fare pulizia, perché quello che emerge è tutt’altro che carità, tutt’altro che povertà, è miseria umana. Di più: è scandalo da macina al collo, è commercio di beni sacri. È simonia!

Quando l’attacco si fa pesante parte la difesa a zona: la Chiesa deve pur vivere e fare i conti col vil danaro, è sulla terra e non in cielo, quindi può finire col compromettersi e sporcarsi, ma comunque a fin di bene. Nessuno mette in discussione la struttura, ma semmai la sovrastruttura: è l’impostazione che è sbagliata. Investire serve, ma in modo corretto e pulito, senza distrazione di fondi, senza speculazioni, senza manovre mafiose, senza procedure massoniche, senza sotterfugi delinquenziali. Il denaro non deve essere un fine, ma un mezzo: la ricchezza infatti non è maligna in sé, dipende dall’uso che se ne fa.  Il sesso non è peccato, lo è se viene praticato nel buio vizioso e nel vomitevole mercato. Si dirà che, come al solito, il male fa molto baccano rispetto al bene in larga parte presente all’interno della Chiesa e del comportamento dei suoi ministri. Proprio in difesa di questo bene occorre denunciare e non coprire il male, tutt’altro che marginale nei tratti salienti di una gerarchia sempre più abbarbicata alla vuota, farisaica e clericale difesa di regole che non assomigliano neanche lontanamente al dettato evangelico.

Le difese d’ufficio pertanto nulla tolgono alla gravità degli scandali e ancor prima alla intollerabilità di un clima fatto di sotterfugi affaristici e sessuali. Temo che esista un tumore maligno all’interno della Chiesa-istituzione: occorre il bisturi. Un supplemento di coraggio per il Papa: scoperchiare le pentole e mandare a lavorare gli imboscati di lusso. Un po’ di trasparenza e riforma. Forse qualcosa sul caso di Emanuela Orlandi si sta muovendo: dopo quarant’anni…