Aberlusconiano ieri, oggi e sempre

Mi sono sempre considerato non antiberlusconiano, ma aberlusconiano. La differenza non è di poco conto. Per me infatti era portatore di una cultura totalmente estranea alla mia mentalità. Non mi lascia niente, né in bene né in male. Per me non ha significato niente, ho fatto tutto il possibile in tal senso a costo di estraniarmi dalla storia.

Mi auguro che la sua uscita di scena costringa un po’ tutti a rimettere indietro le lancette per ricominciare da capo a fare impresa, politica, televisione e sport su altre basi. Proprio perché non sottovaluto il ruolo che ha svolto nel Paese, ho fretta di voltare pagina, anche se, come quasi sempre accade, mi toccherà persino di rimpiangerlo, perché almeno aveva carisma, mentre chi gestirà la sua eredità politica non ne ha.

Il tamtam mediatico è appena cominciato (con la Rai in gara di berlusconismo con Mediaset), ma è già finito. Credo infatti che il suo ricordo non aiuterà a guardare avanti, ma soltanto a cullarsi in un passato illusionistico e fuorviante. Con lui l’economia aziendale si è fatta politica e la politica si è fatta affare aziendale con tutto quel che ne consegue, i partiti hanno abbandonato le idee per farsi legami di interessi personali.

Nei primi anni del berlusconismo dilagante mi ero chiesto se si trattasse di un’edizione riveduta e corretta del fascismo e in un libro, che qualcuno potrebbe avere voglia di scorrere (è pubblicato nella sezione libri di questo sito), ero arrivato a conclusioni abbastanza inquietanti. Il tempo ha stemperato (?) l’immagine e la sostanza di regime, facendone progressivamente un baraccone politico-culturale coinvolgente o comunque condizionante fino ad arrivare ai giorni nostri: una deriva ancor più difficile da riconoscere, combattere o almeno arginare.

Da Berlusconi in avanti sono emersi prepotentemente i tratti di una cultura politica a dir poco equivoca, che sta ancora alimentando il “mite mostro della nuova destra”: tra consumismo, privatismo, populismo, neoclericalismo, neoliberismo, neocorporativismo, federalismo, localismo, egoismo, irrazionalismo, anticomunismo, putinismo, appena coperti da europeismo di maniera e atlantismo di convenienza. La tentazione di aggiungere fascismo, in estrema semplicistica sintesi, è forte. Era un pericolo molto più consistente che non quello attuale: quello di Berlusconi forse era il tentativo di un vero e proprio regime, quello di Giorgia Meloni è un solo un pateracchio di stampo neofascista. Ma lasciamo perdere…anche perché paradossalmente è vietato parlare di antifascismo: si fa la figura dei retrogradi.

Mi sembra di poter concludere che il “merito” berlusconiano di aver avviato una nuova destra, sdoganata, riciclata, assemblata e imbellettata, ma sostanzialmente illiberale, stia tuttora comportando seri rischi per la vita democratica del Paese, che purtroppo non vengono colti da una pubblica opinione spesso colpevolmente distratta e sfiduciata. Senza di lui temo possa essere ancora peggio, se non altro perché era capace di smussare tatticamente, persino simpaticamente, certi spigoli vivi.

Non vale la pena approfondire ulteriormente: non servirebbe a niente se non a rimpiangere quella politica con la “P” maiuscola che ha fatto di tutto per suicidarsi e per la quale Berlusconi ha celebrato un funerale quasi trentennale.

Adesso è tempo del suo funerale personale: mio padre sosteneva che c’erano personaggi i quali vivevano soprattutto dopo la loro morte. Mi auguro che non sia così per Berlusconi: viva nel regno dei cieli, ma ci lasci in pace sulla terra.

 

L’europeismo non è bello se non è litigarello

Il nostro (?) governo di destra ha scelto di improntare i rapporti con l’Unione europea ad una costante anche se contraddittoria conflittualità. Messosi abbondantemente al riparo sotto l’ombrello atlantico – anche a costo di sprecare risorse in armamenti che finanziano una sorta di “bellicismo costituzionale” (un ossimoro bello e buono) – si sente libero di guerreggiare pacificamente con la Ue e i partner europei.

Non c’è questione su cui non si apra sistematicamente un contenzioso, dal Mes al Pnrr, dai diritti civili alle riforme, per non parlare dei migranti: sembra che la filosofia sia quella di litigare per poi portare a casa qualche risultato in sede di riconciliazione. Una concezione “penelopica” della tela dei rapporti europei. Si vuol far credere che per conquistare rispetto e considerazione occorra rompere i coglioni. Posso sbagliarmi, ma io resto dell’idea che ai rompicoglioni si conceda assai poco, quel minimo che possa bastare a toglierseli di torno.

È innegabile come certi atteggiamenti dei partner europei e della commissione europea possano innervosire e infastidire, ma, aprendo in continuazione momenti di frizione o addirittura fronti di conflitto, non vorrei che finissimo per tirare la corda fino a spezzarla. Abbiamo un debito pubblico enorme e quindi non possiamo fare la voce grossa. Non abbiamo i conti in ordine e quindi dobbiamo accettare reprimende e raccomandazioni anche se il tono da primi della classe usato nei nostri confronti può irritare. Siamo indietro sulla strada delle riforme: abbiamo un’evasione fiscale pazzesca, una burocrazia inefficiente, una delinquenza organizzata che ci condiziona. Siamo obiettivamente e costantemente in ritardo nel recepimento delle direttive comunitarie e questo dato ci rende poco credibili e poco affidabili. Non siamo stati capaci di spendere bene i fondi che negli anni la Ue ci ha concesso e quindi suscitiamo scetticismo sulla capacità di utilizzare correttamente e speditamente le risorse che ci vengono messe a disposizione. Siamo sempre alla porta di Bruxelles con il cappello in mano (ne abbiamo veramente bisogno), ma stentiamo a presentarci nei dovuti modi e soprattutto con la dovuta umiltà, finendo spesso col parlar male di chi ci dovrebbe aiutare.

Se poi i nostri partner europei vanno a scorrere la vita politica degli attuali governanti italiani, c’è da tremare: la coerenza non è certo una nostra virtù. Abbiamo avuto l’ardire di gridare che per l’Europa sarebbe finita la pacchia senza accorgerci di fare la fine del marito di quella barzelletta che tutti ricorderanno, il quale per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!».

La partita però si è fatta molto grossa, mi riferisco al PNRR. Fin dall’inizio si potevano intravedere le difficoltà che avrebbe avuto l’Italia a varare e concretizzare questo gigantesco piano di investimenti con utilizzo di risorse comunitarie. Ora i nodi stanno venendo al pettine. Di fronte ai rischi di infiltrazioni più o meno mafiose, di ritardi più o meno burocratici, di incertezze più o meno ammissibili, ci chiudiamo sdegnosamente a riccio per evitare i controlli all’interno e spargere improbabili garanzie all’esterno. Rischiamo di essere patetici.

Dal momento che non siamo capaci di padroneggiare la situazione sul piano politico, finiremo schiacciati tra due burocrazie, quella italiana e quella europea. Non so chi la potrà spuntare, ma siccome queste vertenze generalmente le vince chi ha i quattrini in mano e manovra i cordoni della borsa… Per vincere dovremmo convincere e allo stato attale dobbiamo ammettere di essere assai poco convincenti.

 

 

 

La iellata fortuna di Elly Schlein

La forza elettorale e sociale di Elly Schlein consiste nel suo forte legame ideale con le battaglie moderne del cosiddetto “movimentismo”, vale a dire ambientalismo, ecologismo, pacifismo e civismo. Lì è proprio a casa sua, lo si nota dal suo linguaggio e dalla sicurezza e convinzione che dimostra nel parlarne. A questo deve la sua elezione a segretaria del Partito Democratico: è riuscita a dare un segnale di grande attenzione e speranza ai movimenti ed ai loro valori.

Ma la politica è un’altra cosa. Può farsi carico di queste battaglie e tradurle sul piano programmatico, ma non può esaurirsi in esse anche perché nel bagaglio culturale della sinistra ci sono anche altri valori, quali l’uguaglianza, la lotta alle povertà, l’equità fiscale, etc. etc. Non esiste contraddizione fra questi due livelli, ma nemmeno automatica compenetrazioni. La più alta sintesi teorica tra difesa dell’ambiente e promozione della persona l’ha operata papa Francesco nella sua enciclica “Fratelli tutti”.

Elly Schlein si sta sforzando in tal senso, ma la vedo in difficoltà: può una movimentista essere segretaria di un partito di sinistra? Da questa combinazione/sfida rischia di uscire parzialmente devitalizzato e deluso il movimentismo e relativamente paralizzata e condizionata la politica. La politica è sintesi, compromesso e mediazione: tutte caratteristiche che superano il più ristretto ambito delle pur sacrosante battaglie dei movimenti.

Col senno di poi sarebbe stato opportuno cercare per il Pd una sorta di ticket dirigenziale, ma purtroppo mentre Elly Schlein è forte e carismatica nel suo ruolo, non esiste un politico altrettanto forte e carismatico a cui consegnare le sorti del partito in tutte le sue articolazioni territoriali e istituzionali. Stefano Bonaccini in stretta collaborazione con Elly Schlein? Poteva essere un’ipotesi, ma forse troppo “sparata” era la Schlein e troppo “presuntuoso” Bonaccini. Così abbiamo un partito sostanzialmente divaricato. Quando la segretaria tenta di svolgere il suo ruolo, scopre immediatamente il suo lato debole e finisce con lo scontentare i movimenti e col non convincere il partito e non soddisfare le sue esigenze (non dico quelle di continuismo, ma anche quelle di cambiamento).

Se avesse dovuto misurarsi con la candidatura di politici di razza non ne sarebbe uscita viva, avrebbe dovuto ripiegare su un ruolo più defilato ma più consono, quello appunto di interprete delle istanze dei giovani, dei “diversi”, dei protestatari vari. Ha vinto perché ha perso la politica. Ha avuto la sfortuna/fortuna di non misurarsi con un personaggio veramente capace di fare politica. E rimane in campo un’evidente e sconfortante incertezza.

Succede ad esempio con il discorso delle armi all’Ucraina. Troppo blanda e accondiscendente la posizione della segretaria nella ricerca di equilibri di pace (c’è chi ha più coraggio e più radicalità…), troppo strumentale il suo filoamericanismo (c’è chi lo sa fare molto meglio…). Succede a rovescio con i diritti Lgbtq: troppo spinta e unilaterale per la gran parte dei cattolici di sinistra, troppo moderata per il mondo Lgbtq.

D’altra parte se, come io stesso desidererei, si spingesse più avanti nella sua azione, il PD ne verrebbe snaturato; se, al contrario continuasse in questa posizione alquanto contraddittoria o, quanto meno, se volesse proseguire nel suo tentativo di portare la croce movimentista e cantare la messa politica, finirebbe col relegare il partito nella confusione ideale e politica.

Movimentista o politica, questo è dunque il problema. Dall’altra parte della barricata, nella destra c’è tutto e il suo contrario, in estrema sintesi la combinazione tra qualunquismo e presidenzialismo. Loro se lo possono permettere, mentre a sinistra niente è perdonabile. È molto più facile conservare o addirittura andare indietro che innovare o addirittura fare “la rivoluzione”. Ironia della sorte il confronto scontro sta avvenendo fra due donne: l’una, Giorgia Meloni, come dice Edith Bruck, “è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo, è amata da chi le dice cose terribili come ‘hai le palle’, cioè vali perché sei come un uomo”; l’altra, Elly Schlein è una donna fuori dagli schemi, che tribola a farsi valere perché va contro corrente, che vorrebbe cambiare tutto e quindi è vista, soprattutto dagli uomini più o meno machi, con molto scetticismo. Un dualismo improponibile e fuorviante.

In questo momento storico, una fase di brutta transizione, non resta che aspettare tempi politici migliori, preparandoli magari con l’impegno a livello culturale e sociale. A volte si prova a prendere una medicina senza troppa convinzione, facendo il ragionamento del “tanto non farà male, tuttalpiù non farà niente”. Sarà cosi anche per la terapia Schlein? Lasciamola lavorare: può darsi che ne esca qualcosa di meglio rispetto a quanto sembra. Ha sicuramente molte idee in testa, molta onestà intellettuale, molta buona volontà, molta voglia di cambiare le cose. E se ci riuscisse?

 

Diplomazia non vuol dire primazia

Kiev chiede alla Santa Sede di “contribuire all’attuazione del piano di pace ucraino”. Così il presidente Zelensky, dopo l’incontro con l’inviato del Papa, monsignor Zuppi.  “Solo sforzi congiunti, isolamento diplomatico e pressioni sulla Russia possono portare una giusta pace. Un cessate il fuoco non porterà la pace”, aggiunge Zelensky. “L’Ucraina accoglie con favore la disponibilità di altri Stati e partner a trovare vie per la pace. Ma poiché la guerra è sul nostro territorio, la formula può essere solo ucraina”.

Mi chiedo se ci sia qualcuno in grado di convincere Zelensky che la diplomazia non consiste nel far prevalere i propri piani, ma nell’essere disponibili a confrontar e i propri piani di pace con quelli degli altri, nemici ed amici, al fine di trovare un compromesso di sintesi su cui cominciare a costruire una vera e propria pace stabile e duratura. Stando alle succitate dichiarazioni, sembra che il cardinal Zuppi, inviato del Papa, non sia riuscito a mettere il presidente ucraino in questa logica.

Sembra quasi che l’Occidente e finanche il Vaticano abbiano una sorta di timore reverenziale verso questo personaggio intestardito a vincere la guerra. Si è radicata la mentalità politica e mediatica secondo la quale ogni e qualsiasi cedimento ucraino sarebbe una catastrofe per gli equilibri mondiali. L’Occidente, gli Usa con molta voce in capitolo e la Ue con poca forza di persuasione, dovrebbe almeno subordinare l’invio di ulteriori aiuti militari alla disponibilità ad aprire un qualche spiraglio di seria trattativa.

“Armi sì, armi no”, proviamo almeno a dire “armi si, ma…”. Quando si aiuta una persona in difficoltà, si deve essere generosi e non pretendere niente in contraccambio, ma bisogna almeno preoccuparsi di vedere l’effetto positivo che questo aiuto potrà avere: a fondo perduto non vuol dire a vanvera.

Il dubbio atroce è che gli aiuti all’Ucraina, in fin dei conti, servano più a mantenere il potere occidentale che non a rivedere gli assetti di questo potere a servizio di una pace vera o quanto meno di un po’ di pace.

L’intervento, allo stato attuale più umanitario che diplomatico, del Vaticano dovrebbe riuscire a scompigliare e smontare la situazione per avviare un dialogo a 360 gradi con tutti gli interlocutori più o meno coinvolti nel conflitto. In questi giorni ho rivisto con commozione le ricostruzioni televisive della vita di papa Giovanni XXIII. Emerge una rivoluzionaria e irrinunciabile sua convinzione: la Chiesa non ha nemici! Di qui si può e si deve partire. Zelensky non può pretendere di schierare il Vaticano fra i suoi amici e conseguentemente fra i nemici della Russia e di Putin. Se è così non ha capito niente e bisognerà pure dirglielo. Se non riesce a convincersene sul piano etico, cerchi almeno di ragionare dal punto di vista utilitaristico: cosa gli serve un amico in più, se la guerra si allarga sempre più. Si metta in testa che dalla guerra tutti hanno tutto da rimettere. E, per favore, non giochiamo ad evitare di fare la prima mossa: facciamola una buona volta, proviamo ad uscire da questa maledetta logica bellicista.

Sarà riuscito, riuscirà il cardinale Zuppi in questa impresa?  Il grande Giorgio La Pira, quando a mani nude andava in difficilissime missioni di pace, si faceva precedere ed accompagnare dalla preghiera delle monache di clausura che riusciva a coinvolgere. Ebbe l’ardire di confidarlo apertamente ai membri del politburo sovietico, che ne rimasero sbigottiti. Non voglio dare consigli al Papa e ai suoi uomini, ma forse sarebbe il caso di provarci.

 

Fär polisìa in-t-la polisìa

Torture e violenze contro i più fragili. Choc a Verona, arrestati 5 poliziotti. È stata la stessa Squadra Mobile della Questura, con un lavoro di indagine di 8 mesi, a portare alla luce almeno 7 episodi di abusi su persone sottoposti alla custodia degli agenti ora ai domiciliari.

Uno schiaffo così «vigoroso da fargli perdere i sensi per alcuni minuti». E se il malcapitato dorme, che si fa per svegliarlo? Gli si urina addosso. «Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio», è una delle frasi con cui i poliziotti si rivolgevano ai fermati. Non bastavano le botte e gli insulti razzisti e xenofobi? Ecco che si infierisce utilizzando anche lo spray al peperoncino. «Ti spruzzo nel c…o», minacciava un ispettore. Orrore all’ombra dell’Arena. Indignazione. Così potevano essere trattati immigrati stranieri, senzatetto, drogati, alcolizzati, altra povera gente intercettata per strada, a Verona.

La questura ha scoperto tutto. Ha intercettato, indagato. Erano dei suoi. È andata avanti, a testa alta. E la Procura ha così mandato ai domiciliari cinque poliziotti, un ispettore e quattro agenti, della questura scaligera per accuse pesantissime: tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto e omissione di atti di ufficio e falso ideologico in atto pubblico. Tra il mese di luglio dell’anno scorso ed il marzo di quest’anno, mentre svolgevano servizio alle Volanti, avrebbero picchiato persone fermate in strada per controlli. Ben 7 i casi di abusi. Con i verbali debitamente truccati. 10 altri poliziotti sono indagati perché non avrebbero reagito, seppur a conoscenza dei misfatti. (Francesco Dal Mas sul quotidiano “Avvenire”)

Fatti gravi, anzi gravissimi! Non credo si possano rubricare alla maniera di mio padre: “A un òmm, anca al pu bräv dal mónd, a t’ ghe mètt in testa un bonètt al dventa un stuppid”. Molte polizie del mondo sono schierate a difesa non dell’ordine e della legalità, ma dei regimi, palesi od occulti che siano. È molto simpatica ed “anarchica” la battuta con cui mio padre fucilava l’autoritarismo dall’alto al basso e dal basso all’alto. L’Italia però non rientra nella casistica dei regimi con le polizie a loro supporto. E allora?

Inutile girarci intorno: l’elemento più inquietante della vicenda di Verona è la tassonomia delle vittime tratteggiata dalla gip Livia Magri. «Soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti, dunque soggetti particolarmente deboli», scrive la giudice per le indagini preliminari. E la domanda è inevitabile: perché? Perché questo accanimento «in misura pressoché esclusiva» – così ribadisce la gip – su chi non può difendersi e andrebbe piuttosto protetto da diffuse e odiose discriminazioni sociali? E perché giungere a forme di umiliazione da regime totalitario, disgustose, come pretendere che una persona strisci nella propria urina? Azioni che intendono sottomettere la vittima al più antidemocratico e incivile dei messaggi: «Tu vali zero». (ancora dal quotidiano “Avvenire”)

In poche parole questi poliziotti si divertivano a infierire sui “poveracci”. Posso capire che un poliziotto possa stancarsi di avere continuamente a che fare con i “rompipalle di strada”. Ebbene, innanzitutto se non se la sente di sopportare questo compito, può o addirittura deve cambiare mestiere. Diversamente non gli chiedo di fare il missionario, ma almeno di portare un minimo di rispetto verso le persone problematiche. Non vorrei che al contrario su questi soggetti si scaricasse la frustrazione dei poliziotti stessi. In fin dei conti è un classico della psicologia: “prendersela coi più deboli per sentirsi forti”.

La retorica dell’elogio verso le forze dell’ordine si spreca anche se è giustificata dai tanti casi di autentico eroismo di chi interpreta al meglio la funzione del servizio alla collettività per la difesa della legalità e dell’ordine. Però e meglio andare oltre la retorica.

Non solo la magistratura e la stessa Polizia, ma anche il governo in carica e il Parlamento nella sua interezza devono assumersi la responsabilità di una risposta chiara, netta, circa la capacità e volontà di estirpare sul nascere anche il più piccolo seme di intolleranza e razzismo dentro le istituzioni preposte alla sicurezza delle persone e della democrazia.

L’indagine della magistratura e l’azione investigativa della squadra mobile di Verona contro i propri “colleghi” rappresentano una prima positiva reazione, a testimonianza che gli “anticorpi” ci sono e funzionano. Ma, sinceramente, non basta. Deve essere la politica a lanciare un messaggio unico e costante sui valori democratici che devono innervare la vita delle istituzioni. E soprattutto senza equivoci, ambiguità e zone grigie. Perché è anche con l’alibi degli equivoci, delle ambiguità e delle zone grigie, costruite nelle narrazioni pubbliche e politiche, che talvolta l’uomo, persino l’uomo in divisa, tradisce se stesso e i valori che dovrebbe incarnare. (sempre dal quotidiano “Avvenire”)

Speriamo che non scattino omertà e coperture come spesso accade e che si faccia chiarezza e pulizia nella polizia. Non basta però limitarsi al più basso livello e colpire soltanto le più evidenti e clamorose trasgressioni di pubblica sicurezza. Se qualcuno, direttamente o indirettamente, a livello politico, criminalizza gli immigrati, semina intolleranza verso alcolisti e tossicodipendenti, considera la difesa della legalità come un valore assoluto da mettere al di sopra del rispetto per le persone, aderisce più o meno espressamente a quella che papa Francesco definisce “cultura dello scarto”, la quale «tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti, allora tutto diventa ammissibile, anche torturare i disturbatori della quiete pubblica.

 

 

 

Caso Orlandi: i soliti ignobili cavilli vaticani

“Ritengo che in questo momento aprire una terza indagine che segue logiche e forme diverse dall’autorità giudiziaria, sarebbe una intromissione anche perniciosa per la genuinità delle indagini in corso”. Lo ha detto questa mattina, martedì 6 giugno, il promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi, audito informalmente in Senato in vista del voto sulla commissione bicamerale di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. “Purtroppo – ha aggiunto – un eccesso di interesse dell’opinione pubblica può costituire un inquinamento della genuinità del lavoro che stiamo svolgendo in collaborazione con la procura di Roma”. Le dichiarazioni del pm vaticano hanno suscitato immediata eco, con vari commenti politici. Ma il caso riguarda anche i rapporti tra Italia e Santa Sede, poiché la convocazione di Diddi è stata fatta non seguendo i canali stabiliti dal diritto internazionale, ma in modo giudicato irrituale da Oltretevere e questo è stato fatto notare anche con una lettera del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, letta da Diddi durante la sua audizione. (dal quotidiano “Avvenire”)

Se mi è lecito essere triviale, posso dire tranquillamente che “mi è venuto il latte alle ginocchia” per una infinità di motivi fra i quali ne seleziono alcuni. Innanzitutto mi chiedo con quale credibilità e sfrontatezza la (in)giustizia vaticana chieda alla politica italiana di non fare il proprio corso mettendo al lavoro una commissione d’inchiesta su un caso a dir poco clamorosamente e colposamente (per non dire di peggio) tenuto a mezz’aria per quarant’anni dalle autorità della Chiesa. Intromissione? Ma mi facciano il piacere… Genuinità delle indagini? Ma si vergognino… Inquinamento del lavoro d’indagine? Ma se in questi quarant’anni non si è fatto altro che depistare, insabbiare e occultare la verità…

Quanto ai rapporti fra Italia e Santa sede che sarebbero stati bypassati da una convocazione irrituale del procuratore vaticano, me ne frego altamente di queste farisaiche disquisizioni: c’è di mezzo la vita di due donne e in Vaticano si formalizzano e stanno a guardare queste bazzecole?

In ordine all’opportunità o meno di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori credo che l’iniziativa sia solo assai tardiva: meglio tardi che mai. Le due magistrature, quella vaticana e quella italiana hanno fatto fino ad ora cilecca e quindi non si perdano in sottigliezze, ma comincino a fare finalmente il loro dovere. Certo, la commissione parlamentare potrebbe scoprire gli altarini e sotto gli altarini anche l’inettitudine dei giudici.

Alessandro Diddi, per carità di Dio, non faccia il primo della classe, anche se rischia di portarsi addosso la croce di errori ed omissioni non suoi e di sorbirsi le prediche rivolte agli assenti. Prendo atto della ventata d’aria pulita che potrebbe derivare da un gesto coraggioso (anche se tardivo) di papa Francesco e, se è vero che si è aperto un nuovo fronte collaborativo con la magistratura italiana, tanto meglio, era ora.

Un mio conoscente teme che la riapertura delle indagini possa far scoppiare una bomba atomica sulla credibilità del Vaticano: tutto sommato sarebbe una bomba benefica se riuscisse a pulire quell’ambiente da formalismi, omertà, legami col potere mafioso, compromessi economico-finanziari, devianze sessuali e perbenismi vari. La verità potrebbe far male, ma ben venga a qualsiasi costo.

I conti senza l’oste di Corte

La Corte dei conti è un organo di rilievo costituzionale, con funzioni di controllo e giurisdizionali, previsto dagli articoli 100 e 103 della Costituzione italiana, che la ricomprende tra gli organi ausiliari del Governo. La Corte dei conti in base all’art. 100 della Costituzione svolge il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, quello successivo sulla gestione delle amministrazioni pubbliche e il controllo economico finanziario. L’arti.103 recita: “La Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge”.

Il governo ha presentato alla Camera un emendamento al decreto sulla Pubblica Amministrazione che esautora la Corte dei conti dalla vigilanza sul Pnrr. Il testo abolisce il “controllo concomitante” dei giudici contabili sull’utilizzo dei fondi del Piano, cioè il meccanismo di monitoraggio “in itinere” da parte della Corte sui “ritardi” e sulle “irregolarità gestionali” nell’attuazione del Piano, introdotto dal decreto Semplificazioni del 2020 e attivabile su richiesta delle commissioni parlamentari.

Non sono un giurista e quindi non mi avventuro in valutazioni prettamente tecnico-scientifiche, mi permetto invece di cogliere la portata politica della precipitosa iniziativa governativa: si vuole rimuovere un passaggio per abbreviare al massimo l’attuazione del Pnrr. Non mi convincono le pur autorevoli argomentazioni rassicuranti in ordine alla presenza di sufficienti ed articolati controlli: è tale e tanta l’importanza dell’oggetto da richiedere e rendere opportuno l’intervento di un organo di rilievo costituzionale e di grande competenza ed esperienza come la Corte dei conti.

Oltre tutto non capisco che fastidio possa dare la supervisione di una magistratura specializzata e particolarmente attenta su un capitolo di spesa così imponente e delicato. Se è vero come è vero che quattro occhi vedono meglio di due, il buon senso dovrebbe concludere come sia sempre meglio chiedere un ulteriore parere o punto di vista su qualsiasi questione, aumentando le probabilità di fare un lavoro migliore e diminuendo le possibilità di errore. Non credo esista il rischio di sovrapposizioni di competenze e di confusione di ruoli: abbiamo infatti a che fare con un organismo di alta professionalità previsto dalla Costituzione.

Sul piano strettamente procedurale non mi pare opportuno poi che una simile disposizione venga introdotta tramite un emendamento inserito in un provvedimento legislativo avente altra portata e altra finalità. È questa un’anomalia molto praticata anche se reiteratamente censurata dal Presidente della Repubblica in quanto surrettiziamente lesiva del corretto percorso istituzionale e dei poteri parlamentari.

Venendo al merito politico di questa novità, ritengo che costituisca un pericoloso azzardo: c’è in ballo una caterva di fondi europei ed eliminare un controllo sulla loro gestione è assurdo ed estremamente pericoloso. I lacci burocratici non si eliminano in questo modo, anche perché la Corte dei conti non dovrebbe fare la punta al lapis del Pnrr, ma vigilare rigorosamente sulla sua attuazione al fine anche e soprattutto di prevenire e colpire eventuali inquinamenti mafiosi o comunque comportamenti “disinvolti”.

Perché il governo è intervenuto a gamba tesa sui poteri e le funzioni della Corte dei conti? Sul piano generale si intravede la volontà di spadroneggiare e di spostare sull’Esecutivo il bilanciamento dei poteri, requisito di democrazia: chi ha la maggioranza per governare non ha il diritto di cambiare le regole del governare. Romano Prodi ha recentemente definito le forzature in atto come “autoritarismo”.

Sul piano particolare, inerente il Pnrr, la paura di “rimanerci dentro” nei tempi e modi è molto alta e tale da consigliare inaccettabili scorciatoie. Sarà questo il terreno di verifica delle capacità del governo. Finora siamo rimasti all’antipasto dei provvedimenti identitari che lisciano il pelo all’elettorato di destra, adesso viene il bello e non si potrà scappare: l’accantonamento della Corte dei conti sembra una via di fuga che rischia di essere un vero e proprio boomerang.

L’altro alibi preventivo è lo scaricabarile sull’esecutivo guidato da Mario Draghi. Come ho già scritto, se Draghi aveva fatto male si dica chiaramente in cosa abbia sbagliato e si ponga rimedio a questi errori; se al contrario aveva fatto bene, perché non lo si è lasciato lavorare per portare a termine una colossale impresa. L’alibi draghiano oltre che essere ingeneroso nei confronti di questo personaggio, è irritante dal punto di vista politico e fuorviante dal punto di vista gestionale.

Non credo che questi accorgimenti gioveranno alla credibilità interna ed europea del governo Meloni e soprattutto temo che finiscano col compromettere l’esito della già problematica anche se interessantissima partita del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Già il presentare un emendamento era comunque una forzatura, porre su di esso la questione di fiducia è un autentico sgarbo per la vita delle nostre istituzioni. Il governo ne uscirà rafforzato? Bisogna intendersi su cosa significhi rafforzamento. Non si può governare giocando al braccio di ferro, prima o poi va a finire male…

Il campionato dei coccodrilli

Può partire la festa per Ibrahimovic che entra in campo osannato da tutto lo stadio e accompagnato dalla colonna sonora del Gladiatore. Il guerriero di Malmoe ha gli occhi lucidi a 41 anni dopo una carriera infinita piena di successi in ogni angolo d’Europa. Era dall’inizio della serata che Ibrahimovic era commosso per i cori continui dei tifosi rossoneri. In curva la coreografia recita ‘GodBye’ con un gioco di parole che esalta Ibrahimovic. L’attaccante fatica a trattenere le emozioni, inquadrato dai maxi-schermi. Lo svedese poi prende la parola per annunciare il suo addio al calcio: «È venuto il momento di dire ciao al calcio, non a voi», dice Zlatan spiazzando San Siro che si aspettava solo un commiato dal Milan. Invece il centravanti lascia l’attività agonistica senza prendere in considerazioni le offerte per proseguire, a partire da quella del Monza. Passa in secondo piano la vittoria del Milan per 3-1. Apre Giroud su rigore, pareggia Faraoni. Poi nel finale decide una doppietta di Leao. Al Verona non fa troppo male perché perde anche lo Spezia. Poi conquista la scena Ibrahimovic per le sue ultime parole da calciatore.

Nella pancia di San Siro Ibrahimovic ha raccontato le sue sensazioni, inframezzate da battute divertenti: «La giornata è iniziata con la pioggia. Pure Dio era triste. Avevo troppa emozione. Sembravo uno zombie. Non scherzavo e non parlavo. Ma adesso ho accettato e sono pronto. Un po’ triste ovvio. In campo piangevano tutti. Non sapevo chi guardare. Mi mancherà lo spogliatoio».

Lo svedese non ha ancora deciso cosa farà adesso nel mondo del calcio: «Allenatore, procuratore, dirigente? Per il momento ho scelto di prendere tempo e godere di quello che ho fatto nel calcio. Non è giusto decidere subito. Essere allenatore e dirigente comporta tanta responsabilità. E l’allenatore lavora ancora di più». (Stefano Scacchi sul quotidiano “La stampa”)

Può darsi benissimo che Dio fosse triste: la scena non poteva che mettere tristezza anche a Dio. Un pubblico osannante per un eroe di cartamoneta, le lacrime su ordinazione di un furbacchione/ riccone, il tramonto del più bello sport del mondo rovinato da queste assurde manfrine. Mette tristezza anche a me e avrebbe messo tristezza anche a mio padre, che dal pulpito dello stadio mi ha lasciato indimenticabili insegnamenti etici. Si tratta però di una tristezza diversa da quella intesa da Ibrahimovic: non la malinconia per un addio, ma lo squallore di una commedia pseudo-calcistica.

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo, sapeva anche essere intransigente verso le scorrettezze del pubblico, ma anche dei giocatori. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Mi riferisco al sistema calcio ma anche al sistema più in generale.

E capisco mio padre che non era capace, per sua stessa ammissione, di farsi pagare per il giusto, che non osava farsi dare del “lei” dai garzoni, che aveva uno spiccato senso del dovere e non concepiva, nella sua semplicità di vita, questi lauti guadagni. Sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè.”

L’altra sera lo stadio di san Siro era tutto per Ibrahimovic, il resto era fuffa o meglio la fuffa aveva vinto il campionato. Sì, perché nonostante tutto, il campionato non l’ha vinto il Napoli, ma il divismo imperante con annessi i capricci dei divi (ognuno ha i suoi, anche il Parma calcio ha il suo Buffon che piange…). D’altra parte che divo è uno che non fa i capricci. E che campionato è un campionato senza fiumi di lacrime.

 

L’amore usa e getta

Qualche giorno fa, in sede di commento al tragico fatto di sangue che ha visto soccombere una giovane donna incinta alla violenza del suo infido compagno, ho richiamato una sorta di apparente contrasto tra fede e scienza, emergente dal dialogo tra l’allora papa Paolo VI e il noto criminologo e psichiatra Vittorino Andreoli. Risulta che il papa al termine di tale incontro abbia cortesemente accompagnato l’illustre professore all’uscita, suggellando in modo inquietante lo scambio di opinioni che avevano avuto: «Si ricordi professore che il diavolo esiste!».

In questi giorni Vittorino Andreoli ha rilasciato un’intervista a Flavia Amabile del quotidiano “La stampa”, efficacemente titolata, che riporta in sintesi il pensiero dello scienziato: “La morte è diventata banale e l’amore è una forma di consumo”. Lo psichiatra, sull’omicidio di Giulia Tramontano, ha aggiunto: «La società deve insegnare ad affrontare le emozioni. Bisogna ripartire dall’educazione: si preferisce riempirci di poliziotti invece che investire nella scuola».

Appare, in un certo senso, come la risposta laica all’affermazione di Paolo VI, la versione sociologica della spietata analisi religiosa dell’ex papa. Mi sento di condividerle pienamente entrambe: penso siano le due facce della stessa medaglia. Banalizzare la morte e consumare l’amore non è forse la moderna tentazione diabolica che attacca le nostre esistenze? Illudersi di affrontare le emozioni con la repressione poliziesca anziché con la paziente educazione delle coscienze non è forse la peggiore delle risposte al dilagante male che inonda la vita individuale e collettiva?

L’amore è, per credenti e non credenti, il motore della nostra esistenza, ma, se lo fondiamo senza oliarlo, diventa la nostra disfatta. Se consideriamo la morte un ostacolo da superare sbrigativamente, buttiamo via la vita. L’amore è vita, ma, se viene sprecato, ci porta alla morte.

Sono grato al professor Andreoli perché ci aiuta ad uscire dal tunnel della sociologia spicciola per imboccare la strada della più profonda filosofia.

Se seguo il filo conduttore dei ricordi, scopro come fosse sempre presente in mio padre l’intento di andare “oltre” la realtà emergente per creare qualche risposta ai perché dell’esistenza. Una volta, conversando con lui, andammo proprio a finire su cosa intendesse per filosofia e mi stupì la risposta per chiarezza e semplicità. Disse: “Il filosofo è colui che vedendo qualcosa si chiede: è così o sono io che la vedo così?”. Interroghiamoci dunque di fronte a tanta violenza, a tanto brutale egoismo.

Questo sconvolgente fatto di cronaca nera non può solo scatenare impulsi punitivi, quasi a voler rimuovere dalle nostre coscienze responsabilità individuali e collettive, ma deve spingerci a ritrovare il filo della matassa, che più ingarbugliata di così non potrebbe essere. Non si tratta di dare la colpa al diavolo o alla società diabolica, ma di guardare alla vita che è in noi come una ricerca di relazioni positive. Come scrive padre Raniero Cantalamessa, la felicità e l’infelicità sulla terra dipendono in larga misura dalla qualità delle nostre relazioni. Ciò che rende bella, libera e gratificante una relazione è l’amore nelle sue diverse espressioni. Quello che avvelena una relazione è il volere dominare l’altro/a, possederlo/a, strumentalizzarlo/a, anziché accoglierlo e donarsi ad esso/a.

Penso che questo possa essere il miglior modo per ripartire, come sostiene opportunamente Vittorino Andreoli, dall’educazione e per riempire di contenuti quella scuola a cui tutti dovremmo essere iscritti e che non dovrebbe terminare mai.

 

 

 

Il tritaschlein

Lo stucchevole e superficiale dibattito sul “causa/effetto Schlein” in ordine alle recenti parziali elezioni amministrative mi infastidisce nella sua pochezza e nella sua pretestuosità. Non sono un suo ammiratore, ho parecchie riserve sulla sua adeguatezza all’improbo ruolo che sta ricoprendo, non mi sembra partita col piede giusto. Di qui a farne più o meno esplicitamente un capro espiatorio delle reiterate sconfitte elettorali del Partito democratico il passo mi sembra piuttosto lungo e ingiusto.

La crisi della sinistra a livello italiano ed europeo è complessa e difficile da interpretare. Cosa potrebbe e dovrebbe fare Elly Schlein per dipanare questa matassa? L’arduo impegno potrebbe essere sintetizzato nella ricerca dei punti fondamentali su cui creare i presupposti dell’incontro fra la storia, la tradizione, le idealità, i valori e la cultura della sinistra e il sentiment dei cittadini al fine di avviare un recupero del consenso perduto.

Questi punti li individuerei nei discorsi della pace con tanto di ambientalismo annesso e connesso e della giustizia sociale con tanto di equità fiscale e redistribuzione reddituale annesse e connesse. È il terreno su cui agire con il dovuto coraggio e senza tentennamenti e cedimenti alla realpolitik a livello internazionale: vedi reiterato invio di armi all’Ucraina addirittura ritagliate sui fondi PNRR; vedi americanismo irrinunciabile; vedi europeismo di rifugio e non di scelta. E senza farsi tentare dalla politica dei bonus e degli sgravi a pioggia, laddove piove sempre sul bagnato di una demagogia inaccettabile e fuorviante.

A ben pensarci bisogna evitare accuratamente di rubare il mestiere a Giorgia Meloni, che si legittima e si nasconde proprio su questi temi sciacquati furbescamente nell’Arno della destra: non rincorrerla è un imperativo categorico.

Il resto è fuffa mediatica, che si diverte a rompere le uova di un paniere ancora tutto da individuare e riempire. È fuffa dentro il PD, che soffre la storica invadenza degli apparati, l’antistorico continuismo della sua classe dirigente, la cultura del potere camuffata da obbligo governista e vocazione politicistica. É fuffa delle alleanze a livello di opposizione con il M5S e i centri renzian-calendaniani: si rischia la fine degli orbi che vanno in barca e si infilzano reciprocamente gli occhi con le punte dei remi.

Elly Schlein sapeva di dover combattere una dura battaglia per rivoltare il suo partito come un calzino ed era consapevole di incontrare un conflitto latente con le opposizioni concorrenti. L’importante è che non ripieghi sul vivacchiare, sul tirare a campare per non tirare le cuoia, sui tempi lunghi e sui campi larghi: mandi precisi messaggi al suo potenziale elettorato senza nascondersi dietro il dito delle pur importanti problematiche Lgbt e delle pur inevitabili ma sterili polemiche, senza farsi irretire in una contrapposizione femminile con Giorgia Meloni, senza indulgere al nuovismo a tutti i costi, al sociologismo datato e all’utopismo fragile. Sarà dura diceva Nicolò Carosio approcciando certe partite di calcio della nostra nazionale o di squadre italiane impegnate in gare molto difficili. Dura sì, ma non impossibile e soprattutto doverosa.