I titolari impotenti e il Vicario potente

In questi giorni, seguendo la missione vaticana portata avanti dal cardinale Zuppi, prima in Ucraina e poi in Russia, ho provato a ragionare più col cuore e la fantasia che sulla base degli striminziti resoconti mediatici, immaginando un quadro diplomatico in cui collocarla.

A livello di rappresentanza religiosa credo che l’incontro con Kirill abbia avuto non tanto il senso di cercare accordi ecumenici a favore della pace (troppo storicamente esposta la chiesa ortodossa nei rapporti col potere e attualmente nel sostegno alla guerra contro l’Ucraina), ma di dare a Putin l’idea che il suo rapporto con l’istituzione religiosa a livello interno ed internazionale non si può esaurire nel piatto di lenticchie, più o meno succulento, offerto a Kirill e c. Della serie c’è anche il Papa, che non ha un esercito, che non può e non vuole punire gli ortodossi filo-russi e chiudere i monasteri ucraini in odore di putinismo, ma ha un potere enorme sulle coscienze degli uomini di buona volontà.

Sul piano del conflitto in corso, il Vaticano ha potuto presentarsi avendo sposato soltanto la causa del popolo ucraino e non quella di Zelensky (l’elemosiniere del Papa ha fatto la spola tra Roma e Kiev per portare aiuto, conforto e preghiera agli ucraini), riconoscendo obiettivamente gli errori commessi nel passato dall’Ucraina stessa e dall’Occidente (ricordiamoci la frase di papa Francesco sulla Nato che abbaiava alle porte di Mosca). Non è poco per Putin che, al di là delle sbruffonate populiste, si sente sempre più accerchiato e indebolito e probabilmente sta cercando disperatamente una via d’uscita rispetto al tunnel in cui si è infilato. La missione di Zuppi ha opportunamente puntato sugli aspetti umanitari (ritorno bambini deportati e scambi di prigionieri) su cui imbastire un dialogo concreto a prescindere dai massimi equilibri mondiali: l’unico terreno su cui Putin potrebbe concedere qualcosa di importante per recuperare consenso, credibilità e financo per salvare la propria pelle.

Un terzo elemento può essere quello della Cina e del suo ruolo in un eventuale sblocco della situazione bellica: forse solo il Vaticano, l’unica istituzione che abbia aperto un pur discutibilissimo e fin troppo pragmatico canale di dialogo con questa superpotenza (si pensi alla nomina dei vescovi etc. etc.), può tenere diplomaticamente in gioco la Cina (non certo gli Usa che ne sono terrorizzati, non certo l’Ue che non ne ha il coraggio, non certo gli opportunistici amici sparsi nel mondo pronti a farsi comprare o catturare). Può darsi che, in filigrana diplomatica, questo discorso possa mettere sull’attenti la Russia, che non può permettersi il lusso di perdere l’appoggio cinese (fino a quando?) e non può nemmeno sottovalutare il potere morale che, nonostante tutto, la Chiesa cattolica mantiene. Non è un caso che le due iniziative diplomatiche degne di tale nome verificatesi dall’inizio della guerra vengano dalla Cina (la proposta niente affatto sciocca dei dieci punti di accordo) e dal Vaticano (missione del cardinale Zuppi, uomo di assoluta fiducia del Papa), preparata e seguita da un certo lavorio diplomatico, ma abbastanza diretta e degna di essere presa sul serio.

Le telefonate di Macron, i tavoli di Erdogan, i vini di Berlusconi, le pacche sulle spalle affibbiate da Xi Jinping non sono serviti certo a dissuadere Putin dalle sue mire imperiali. Vuoi vedere che Papa Francesco, il meno politico di tutti i papi della storia, riuscirà a scalfire la folle corazza imperialista e atomica di Vladimir Putin?

Intorno a papa Bergoglio si potrebbe venire a creare una “santa alleanza” (udite, udite…) tra Vaticano, Cina di Xi Jinping e Usa di Donald Trump. Cosa non si fa per la pace. D’altra parte, come sosteneva papa Giovanni XXIII, la Chiesa non ha nemici, anche con quelli che possono assomigliare maggiormente al diavolo si può (e si deve?) dialogare. Il Padre Eterno, scrivevo recentemente, è l’unico che sa trarre il bene dal male; aggiungiamo pure che Dio scrive dritto sulle righe storte degli uomini. E se il vicario di Cristo in terra riuscisse a mettere in riga un po’ tutti, senza fare politica, ma schierandosi coerentemente in difesa delle creature umane sofferenti?

 

 

I coperchi fanno esplodere la pentola bollente

Sono stati 45mila gli agenti impegnati nella quarta notte consecutiva di proteste in Francia, nate dopo che martedì, a Nanterre, un ragazzo di 17 anni è stato ucciso a un posto di blocco da un poliziotto. Ci sono stati scontri e saccheggi in diverse città. E in tutto sono state arrestate 994 persone (120 solo a Parigi), fa sapere il ministro dell’Interno Gèrald Darmanin, che, accompagnato dalla polizia, ha fatto una visita notturna a Mantes-la-Jolie, nella banlieue parigina. Darmanin aveva annunciato una mobilitazione “eccezionale” di polizia e gendarmi per evitare una quarta notte consecutiva di disordini per la morte di Nahel. Il presidente francese è pronto ad adattare il dispositivo di mantenimento dell’ordine “senza tabù” e ha fatto appello ai genitori perché “tengano i figli a casa”. Dispiegati 45mila agenti in tutto il territorio nazionale. Macron ha parlato al termine dell’unità di crisi interministeriale. “In questo contesto, chiediamo a tutti i genitori di assumersi la responsabilità: il contesto che stiamo vivendo è frutto di gruppi organizzati e attrezzati ma anche di tanti giovani. Un terzo degli arrestati sono giovani o molto giovani”, ha insistito il capo dello Stato. “È responsabilità dei genitori tenerli a casa. Faccio appello al senso di responsabilità delle famiglie”. “Le piattaforme e le reti svolgono ruoli molto importanti”, ha aggiunto, citando TikTok e Snapchat. “Saranno fatte richieste per avere l’identità di coloro che usano i social network per chiamare al disordine”. “Prenderemo diverse misure nelle prossime ore”, ha detto. L’introduzione dello stato di emergenza e del coprifuoco è stata richiesta da diversi responsabili politici dopo la terza notte di violenze che ha portato a centinaia di arresti, danni a edifici istituzionali e feriti fra le forze dell’ordine. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono molto preoccupanti le notizie e le immagini che giungono dalla Francia. In questo Paese c’è grande reattività, i problemi esplodono in vere e proprie rivolte. Il nervo scoperto del razzismo ha innescato una catena di proteste e disordini. Ci sono grosse differenze economiche, politiche e soprattutto sociali tra Francia e Italia, tuttavia credo che anche nel nostro Paese molto malcontento covi sotto la cenere e, senza voler fare dell’allarmismo, la povertà dilagante, la precarietà di vita, l’insoddisfazione crescente per gli assetti sociali ingiusti e discriminatori, potrebbero sfociare in proteste violente.

La politica non è in grado di affrontare queste problematiche e ancor meno di rappresentare le rivendicazioni che esse comportano; i sindacati dei lavoratori non hanno credibilità e capacità di farsi carico delle proteste latenti. I rigurgiti razzisti fanno da detonatore per le bombe sociali pronte ad esplodere.

Forse qualcuno arriverà a strumentalizzare i fatti francesi per mettere a tacere certe supponenti critiche rivolte al governo italiano. Attenzione perché se Parigi piange, Roma non può ridere. Che un importante capo di Stato sia costretto ad abbandonare in fretta e furia il Consiglio d’Europa per fare precipitosamente ritorno in Patria a fronteggiare le rivolte non è un bel segnale per tutti.

Fa un certo effetto apprendere che siano i giovani protagonisti dei disordini e fa letteralmente pena l’appello di Macron ai genitori affinché li tengano in casa. Se il presidente francese non ha altro da dire e proporre… Forse è la più eloquente dimostrazione della colpevole distanza fra le istituzioni e i cittadini.

A livello europeo fin che si parla di problematiche economiche si riesce più o meno a trovare, seppur faticosamente, la quadra, quando invece si vira sui problemi sociali emergono gli egoismi nazionali e si salvi chi può… Se la risposta a questa deriva politica europea è lo spostamento a destra dell’asse parlamentare di Strasburgo con tutto quel che ne consegue, dimostriamo veramente di non aver capito niente della fase storica che stiamo attraversando.  E, se l’illuminata ispiratrice di questi indirizzi è Giorgia Meloni, non ci resta che vergognarci e sperare che lo stellone italiano tenga botta e possa rappresentare il fulgido destino dell’Italia e dell’Europa, altrimenti…

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion» («Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?»). Si beccò due anni di squalifica. La metafora non ha bisogno di spiegazioni e la similitudine va da sé.

 

 

 

 

Il rispetto dei diritti umani viene prima della propaganda

Se qualcuno, come il sottoscritto, è stanco di subire una politica fatta di mera polemica trionfalistica da parte del governo e superficiale da parte delle opposizioni, gli consiglierei di leggere l’intervista che Vincenzo R. Spagnolo del quotidiano “Avvenire” ha fatto alla Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović. Ne riporto di seguito alcuni passaggi puntuali e significativi.

Dopo la sua visita in Italia, durata cinque giorni con tanto di verifiche sul campo e di incontri con tutti i soggetti responsabili, ha indirizzato alcuni importanti e ficcanti richiami all’Italia, ad alto contenuto critico, così sintetizzabili: “L’Italia non ostacoli le ong e deve smetterla di mettere in pericolo la vita e la sicurezza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti facilitandone l’intercettazione e il ritorno in Libia, dove subiscono diffuse e gravi violazioni di diritti umani”.

“Ogni attività di cooperazione con Paesi terzi, compresa la Tunisia, deve essere subordinata alla salvaguardia dei diritti umani. In assenza di tale salvaguardia, tali attività finiscono per condurre solo a maggiori sofferenze umane”. Inoltre, prosegue la commissaria, “è responsabilità dell’Italia e della nostra comune Europa fermare la tragedia umana nel Mediterraneo. È giunto il momento di intraprendere un’azione collettiva per porre fine alla perdita di vite umane in mare, anche attraverso la condivisione delle responsabilità per un’adeguata capacità di soccorso” e il trasferimento in sicurezza”.

Ed è “fondamentale che le Ong possano continuare a svolgere il proprio lavoro salvavita. La criminalizzazione delle loro attività va contro gli obblighi dell’Italia ai sensi della legge internazionale”. Sull’isoletta siciliana di Lampedusa, meta di sbarchi pressoché quotidiani, la commissaria ha preso atto degli sforzi di autorità locali, organizzazioni internazionali e società civile per far fronte alla difficile situazione. “È necessaria una pianificazione a lungo termine a livello nazionale per garantire la sostenibilità dell’accoglienza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti in condizioni dignitose in tutta Italia. Un supporto adeguato dovrebbe essere fornito alle autorità e agli abitanti di Lampedusa, che continuano a prodigarsi offrendo generosamente assistenza a chi arriva sull’isola, nonostante tutte le difficoltà”.

“Alla luce delle recenti scoperte della missione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulla Libia, che ha fornito prove della commissione di crimini contro l’umanità contro i migranti, ho esortato le autorità italiane a sospendere la cooperazione con il governo libico sulle intercettazioni di barconi in mare. Inoltre, ho fatto presente con rammarico che il decreto legge 1/2023 sulla gestione dei flussi migratori è stato convertito in legge a marzo e che le sue disposizioni, abbinate alla politica di assegnazione di porti lontani per lo sbarco, continuano ad essere applicate. Ancora, ho ribadito l’invito a sospendere qualsiasi politica o pratica che ostacoli il lavoro salvavita delle Ong in mare”.

“C’è la necessità di risolvere problemi di lunga data e persistenti. E ciò dovrebbe essere fatto passando da risposte emergenziali alla pianificazione a lungo termine e a misure più strutturali. In questo contesto, come ho spesso ripetuto, il lavoro della società civile è cruciale e non dovrebbe essere ostacolato. Le autorità dovrebbero cooperare con loro per trovare e attuare soluzioni in grado di migliorare il rispetto dei diritti umani dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Ciò si tradurrebbe in una politica di migrazione e integrazione meglio gestita”.

Ha poi affermato che “le persone con responsabilità politiche dovrebbero dare l’esempio e rispettare le norme sui diritti umani, quando parlano al pubblico di argomenti relativi alla migrazione. Il modo in cui parlano di migranti, richiedenti asilo e rifugiati ha un impatto sulla percezione della situazione da parte della società. Troppo spesso, le questioni migratorie vengono utilizzate come veicolo per ottenere vantaggi elettorali, è un modo sbagliato e pericoloso di affrontare la questione”.

Ha quindi aggiunto correttamente come “l’Italia e gli altri Paesi che accolgono migranti, abbiano bisogno di maggiore solidarietà. Non si tratta di una questione nazionale, ma europea. Naturalmente i singoli Stati hanno obblighi specifici e la dimensione europea non dovrebbe essere usata come pretesto per non rispettarli. Ma non si può negare che la solidarietà europea potrebbe essere migliorata per quanto riguarda l’accoglienza, l’integrazione, la ricerca e il salvataggio, nonché per le questioni relative al ricongiungimento familiare”.

Ha denunciato coraggiosamente “come molte delle catastrofi che sono avvenute nel Mediterraneo avrebbero potuto essere evitate, se i Paesi europei non avessero deliberatamente ignorato i diritti umani delle persone in mare. Nonostante essi abbiano chiari obblighi di ricerca e soccorso, ai sensi del diritto marittimo e dei diritti umani, il diritto alla vita di coloro che sono in mare è spesso in pericolo perché le richieste di soccorso vengono ignorate, gli interventi sono ritardati, il coordinamento non è garantito e il lavoro delle Ong, che colmano il divario nella capacità di soccorso, è reso sempre più impossibile”.

Il governo Meloni non ha quindi di che vantarsi e viene chiamato in causa con molta precisione ed equilibrio, quello che purtroppo è mancato nelle critiche dell’opposizione. Mi permetto solo di fare poche riflessioni al riguardo.

Smettiamola di illuderci che il problema migratorio si possa risolvere con i respingimenti ante litteram (illusionismo leghista e non solo). Le paradossali teorie del ministro Piantedosi gridano vendetta al cospetto di Dio e degli uomini con un minimo di cervello e di cuore.

Prendiamo atto come sia stato un gravissimo fallimento il tentativo di contrattare con i Paesi africani di transizione la gestione del fenomeno: abbiamo promosso indirettamente la costituzione di veri e propri lager di cui dovremmo vergognarci (responsabilità del ministro piddino Marco Minniti e del governo Gentiloni che fecero un tentativo disperato di contenere il flusso dei migranti, finendo col parcheggiarli in ghetti gestiti senza scrupoli e senza prospettive).

Il problema dell’immigrazione va affrontato di concerto con la società civile impegnata al riguardo, con i territori interessati e con tutte le istituzioni pubbliche e private disponibili. Smettiamola di guardare con sospetto a chi parla e pratica il soccorso, l’accoglienza e l’integrazione, perché sono queste le parole d’ordine e non quelle della criminalizzazione, del respingimento, dei blocchi in mare e dei muri in terra.

Richiamiamo decisamente alla solidarietà tutti i Paesi europei, non per scaricare colpe e responsabilità, ma per programmare e gestire nel rispetto dei diritti umani questo fenomeno che purtroppo non è un’emergenza ma una normalità. Occorre però essere credibili e costruttivi altrimenti gli appelli si ritorceranno addirittura contro in nostro Paese.

Finalmente un personaggio che dice la verità e la pone all’attenzione di tutti. Dovremmo essere molto grati a Dunja Mijatović, per il suo coraggio, per la sua obiettività, per il senso umanitario e per le idee chiare che dimostra di avere sui diversi aspetti del fenomeno migratorio. Penso che la sua intervista possa essere considerata un’autentica lezione teorico-pratica per quanti rivestano responsabilità e funzioni in materia di immigrazione.

Almeno statevene zitti

La premier Giorgia Meloni, nella sua replica alla Camera dopo il dibattito sulle comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo., ha detto: “L’Italia e il Governo italiano hanno fatto tutto quello che era possibile per favorire e sostenere la missione che il cardinale Zuppi ha portato avanti su indicazione di Papa Francesco. Dopo di che continuo ad essere convinta che il modo più serio per favorire una pace e un’apertura negoziale sia mantenere equilibrio tra le forze in campo. Se non avessimo aiutato gli ucraini come abbiamo fatto finora non ci sarebbe stato bisogno di nessun tavolo di pace, perché ci sarebbe stata l’invasione”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non voglio fare il bastian contrario, ma innanzitutto l’Italia non dovrebbe limitarsi a favorire e sostenere la missione del Cardinale Zuppi, ma dovrebbe svolgere in proprio un’azione pressante e continua in tutte le sedi possibili per contribuire ad un processo di pacificazione. Non vedo questo impegno, vedo soltanto un appiattimento, peraltro non solo da parte del governo Meloni, sulla linea bellicista occidentale capeggiata dagli Usa e subita obtorto collo dalla Ue e dai Paesi europei.

Esprimere la convinzione che il modo più serio per favorire la pace sia mantenere l’equilibrio tra le forze in campo altro non è che un modo elegante per parafrasare l’antistorica locuzione latina dello scrittore Vegezio “Si vis pacem, para bellum” (in latino: «se vuoi la pace, prepara la guerra»).

Auto-riconoscersi il merito di aver creato i presupposti per la pace armando a più non posso gli ucraini è una colossale mistificazione della realtà. Con le armi non si potrà mai e poi mai costruire alcuna pace. Meglio sarebbe ammettere i propri limiti strategici e puntare sulla diplomazia per avviare “uno straccio” di pace o almeno una cessazione delle ostilità, ma nessuno ha dimostrato finora di averne la volontà e la capacità.

In conclusione meglio accompagnare il tentativo di pace del Vaticano con il silenzio (un bel tacer non fu mai scritto!): le parole inappropriate e inopportune potrebbero rovinare il clima di dialogo avviato con la missione del cardinale Zuppi. Se proprio Giorgia Meloni e tutti i politici più o meno bellicisti vogliono fare qualcosa di utile, preghino e, se non sono credenti, si limitino a fare il tifo silenzioso per papa Francesco, l’unico riferimento per chi auspica un mondo basato su equilibri totalmente diversi dagli attuali.

La Romagna è alluvionata, la politica è a secco

Trovata l’intesa nella maggioranza sul nome del generale Francesco Paolo Figliuolo come commissario alla ricostruzione dopo l’alluvione che a inizio maggio ha colpito l’Emilia Romagna e parte di Marche e Toscana. Ora si attende la formalizzazione della nomina.  Figliuolo, comandante del Comando operativo di vertice interforze, ha ricoperto il ruolo di commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 da marzo 2021 a marzo 2022. Era soprattutto la Lega a frenare uno dei nomi più gettonati, quello dell’attuale governatore dell’Emilia Stefano Bonaccini, nome sposato invece e sollecitato fino all’ultimo dall’opposizione.

La montagna politica ha partorito il topolino tecnico? Sì, perché la prima reazione che mi viene spontanea è quella di preoccuparmi per questo progressivo indebolimento della politica che, nemmeno di fronte ai cataclismi riesce a trovare il filo della matassa e si rifugia nella mera difesa degli interessi di parte, superando, come se niente “fudesse”, le opportunità istituzionali e le rappresentanze territoriali. Un ritorno al draghismo? No, un omaggio alla peggior politica a prescindere dai pregi e difetti del commissario appena nominato.

Quanto al metodo Draghi, continuo a non capire perché, se era valido, si fece di tutto per interromperlo proprio teorizzando un ritorno al protagonismo della politica. E quando la politica deve battere un colpo preferisce rifugiarsi altrove.  Evviva la coerenza!

Senza pensare che la carica di commissario del post-alluvione è molto diversa da quella di commissario per la vaccinazione di massa anti-covid. Ben più politici sono gli aspetti da affrontare. Ci sarà da fare i conti a livello di stanziamenti governativi, di rapporti con gli enti territoriali, con le forze sociali, con il mondo del volontariato così tanto giustamente osannato, con i ministri competenti, con la regione Emilia-Romagna, financo con la Ue. Ci sarà da gestire il risanamento e la ricostruzione nelle zone disastrate. E via di questo passo. Se non è politica questa… Invece al presidente della Regione si preferisce un alto esponente delle forze armate. Non ci siamo. Avrei fatto lo stesso discorso se il governatore dell’Emilia-Romagna fosse stato un leghista, lo farei ad esempio per il Veneto (sperando che questa regione non abbia mai simili problemi).

Per il dopo Draghi hanno voluto a tutti i costi la bicicletta e ora non sanno pedalare. Si danno arie da statisti e non hanno il benché minimo senso dello Stato, nemmeno per affrontare le situazioni più drammatiche per il Paese.

Non sto gufando, mi auguro che il generale Figliuolo, uomo serio e molto impegnato, possa fare un ottimo lavoro e che tutti gli diano collaborazione e non lo mandino allo sbaraglio. Sto solo facendo un discorso che mi angustia: vedo la politica sempre più debole e lontana dai cittadini, mentre crescono a dismisura i problemi interni ed internazionali. Aumenta la povertà, cresce la precarietà, la sanità viaggia a scartamento ridotto, la scuola è un disastro, l’economia è in gravissime difficoltà anche a causa dei tremendi danni alluvionali. Il malcontento non può che regnare sovrano, non trova sbocchi nella rappresentanza politica, si sfoga nell’astensionismo. Fino a quando?

Le piazze prima o poi si riempiranno e non sarà una festa. Le proteste prima o poi si faranno dure e magari violente. Dio non voglia che rispunti qualche rigurgito terroristico. In questo contesto di prospettiva il governo gioca a smantellare lo storico potere della sinistra in Emilia-Romagna. Stringi-stringi siamo arrivati al punto che tutti pensano e pochi dicono. Non pensavo di dover assistere ad una simile debacle della politica e ad un simile corto circuito sociale. Probabilmente siamo solo agli inizi, il più brutto deve ancora venire…

 

Anche la prepotenza è una droga

“Viviamo nel paradosso di una vulgata che spaccia la droga come un forma di libertà, e io non riesco a capire come si faccia a considerare libertà qualcosa che ti rende schiavo”.

Lo ha detto la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo a Montecitorio alla “Giornata mondiale contro le droghe”.

“Voglio ribadire dei concetti lapalissiani e banali, sapendo che posso diventare oggetto di polemica, ma sono abituata a difendere ciò in cui credo. Il primo è che la droga fa male sempre e comunque, ogni singolo grammo di principio attivo si mangia un pezzo di te” ha aggiunto la premier. “Le droghe fanno male tutte, non esistono distinzioni, chi dice una cosa diversa dice una menzogna. Dire che ci sono droghe che possono essere usate è un inganno”. Lo ha detto la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo a Montecitorio alla “Giornata mondiale contro le droghe”. “In uno spinello di oggi c’è una quantità di principio attivo enormemente più grande di quanto ce n’era in quelli di qualche decennio fa e si può definire leggera qualcosa che ha il 78% del principio attivo?”.

 “Una politica che non riesce a dare risposte ai giovani a offrire opportunità e che in cambio dice ‘vabbè, però fumati una canna’ non sarà mai la mia politica” ha precisato la premier. “Fin quando ci sarà questo governo è finita la stagione del disinteresse. Il messaggio che vogliamo lanciare oggi è che lo Stato intende fare la sua parte per combattere un fenomeno che è fuori controllo” ha precisato Meloni. “Arriviamo al paradosso di avere serie che hanno come eroe uno spacciatore sulle stesse piattaforme che hanno fatto documentari contro su Muccioli che aveva salvato migliaia di ragazzi quando lo Stato era girato dall’altra parte”. Lo ha detto la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo a Montecitorio alla ‘Giornata mondiale contro le droghe’. “La narrazione va in una direzione, film, serie, il messaggio sottinteso è sempre lo stesso, la droga è anticonformista, non fa male, fa bene”.

Botta risposta alla Camera fra la premier Giorgia Meloni e il deputato di Più Europa, Riccardo Magi, durante l’evento dal titolo ‘Giornata mondiale contro le droghe’. Magi è intervenuto con un’azione dimostrativa – mostrando dei cartelli con scritto ‘Cannabis non ci pensa lo stato ci pensa la mafia’ – mentre stava intervenendo Meloni, che gli ha risposto: “Abbiamo visto i risultati in questi anni di lavoro che avete fatto. La ringrazio di aver partecipato. Dovreste sapere che non sono una persona che si fa intimidire, perché io so cosa sto facendo, il punto è se voi vi rendete conto di quello che state facendo”.  (Ansa.it Politica)

Vorrei collocare l’intervento livoroso di Giorgia Meloni fra due affermazioni che mi sono molto care e congeniali: una di mio padre, l’altra di Mino Martinazzoli.

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Gli piaceva cioè prescindere dal merito delle questioni, criticando aspramente il metodo presuntuoso ed aggressivo dell’interlocutore. Della serie nessuno ha la ricetta in tasca.

Un politico di razza, a cui mi sentivo molto vicino per mentalità e cultura prima che per motivi politici, Mino Martinazzoli, allora segretario del Partito Polare nato sulle ceneri della Democrazia Cristiana, ad una domanda secca su un problema complesso rispose con ammirevole equilibrio e grande onestà intellettuale, dicendo (riporto a senso): «Sento molti miei colleghi che ostentano certezze a tutto spiano, io rischio di esprimere solo forti dubbi, perché di certezze ne ho ben poche…». Sono sicuro che, dall’alto della sua intelligenza di pensiero, associata all’umiltà di proposta, direbbe così anche oggi su tante sbrigative sparate illusoriamente decisioniste in ordine a problemi assai complicati.

Giorgia Meloni ha le sue idee, peraltro non so fino a qual punto condivise da tutto il governo e da tutte le forze politiche che lo sostengono (ma questo è un altro discorso). Ha improntato la sua politica alla difesa di questioni identitarie che non sempre corrispondono agli umori, alle sensibilità, alle priorità della gente, sentendosene l’interprete assoluta sulla base di risultati elettorali molto discutibili sul piano numerico (maggioranza di una ristretta minoranza di votanti) e molto fluttuanti a seconda del momento e della materia in questione. Ad esempio: è proprio sicura Giorgia Meloni che la maggioranza del popolo italiano, compresi i cittadini che l’hanno votata, sia d’accordo sulla linea pedissequamente e scriteriatamente bellicista adottata in ordine al conflitto russo-ucraino? Penso che potrebbe sorgerle un simile dubbio anche in materia di tossicodipendenze.

Il tono, che adotta spesso, è comunque inaccettabile a prescindere dal merito delle questioni: quando si governa democraticamente bisogna accettare le critiche, anche se spiacevoli e provocatorie, non è ammissibile alzare la voce e aggredire l’interlocutore appioppandogli responsabilità globali e trincerandosi dietro la propria forza elettorale (vedi sopra) e dietro la propria ansia da prestazione comiziesca. La democrazia comincia dai voti popolari, ma poi si regge sul confronto nel merito dei problemi e sulla capacità di affrontarli.  É così anche per il delicatissimo e gravissimo problema delle droghe. Tutti hanno le loro idee, ma nessuno ha la soluzione definitiva e risolutiva.

Mi permetto di far presente alla premier che anche il potere può diventare una droga se viene esercitato con la presunzione di avere la verità in tasca e di considerare pregiudizialmente come provocatori ed incapaci quanti osano contestare a diverso livello.

Il dubbio, Martinazzoli docet, non è atroce e non è sintomo di debolezza, ma di serietà e forza. Non si può dialogare insolentendo l’interlocutore. Che Giorgia Meloni si stia montando la testa è cosa molto evidente. Ha pieno diritto di portare avanti convintamente le proprie idee: una donna politica di destra che fa politiche di destra. Quando si dice destra-destra si intende questo. Ma non ha il diritto di squalificare alle grida chi osa criticarla (è un vizio che viene dal ventennio… e dai dittatori di ogni tempo e luogo).

Guardi piuttosto umilmente nel suo passato (quando affermava che Mussolini era un grande statista, quando esprimeva feroci critiche verso l’Europa, quando andava a braccetto con forze politiche estere collocate ai limiti e oltre i limiti della democrazia, quando faceva minoranza durissima a prescindere dai consensi elettorali in suo possesso, etc. etc. mi fermo per carità di patria), nel suo partito (c’è gente che ha serie nostalgie fasciste, che ha  trascorsi politici equivoci, che non è fior di democratico…), nel suo governo (ricordi cosa ebbe a dire di lei Silvio Berlusconi, cosa continui a dire su tanti problemi Matteo Salvini, cosa dicano e disdicano in continuazione i suoi ministri, cosa pensino ad alta voce del suo governo a livello delle istituzioni europee e dei partner europei etc. etc.) e troverà motivi validi per darsi una calmata e per affrontare i problemi nella loro oggettività e non nella loro demagogica portata identitaria.

D’altra parte, come ha detto acutamente ed ironicamente lo storico Lucio Caracciolo (capace di seppellire sotto una battuta chi si erge a salvatore della patria), quando Giorgia Meloni si siederà ai tavoli di confronto a livello europeo ed internazionale, abbasserà i toni e cambierà musica. E allora perché fare la voce grossa con Riccardo Magi e regalare sorrisetti a Biden e Macron? Opportunismo di Stato o debolezza intellettuale, culturale e caratteriale?

Scopa vecchia spazza meglio

Città del Vaticano. Il congedo ufficiale viene comunicato nel bollettino vaticano odierno, in mezzo a una notizia «Dalle Chiese Orientali» e un «Avviso di Conferenza Stampa», con tre righe: «In data 28 febbraio 2023, monsignor Georg Gaenswein ha concluso l’incarico di Prefetto della Casa Pontificia. Il Santo Padre ha disposto che dal 1° luglio rientri, per il momento, nella sua Diocesi di origine». Friburgo, Germania. Finisce così quella strana alchimia mai nata tra papa Francesco e l’Arcivescovo tedesco che per anni è stato segretario di Benedetto XVI.

Jorge Mario Bergoglio, appena eletto Papa, lo ha mantenuto nell’incarico che gli aveva assegnato il predecessore: prefetto della Casa pontificia. L’obiettivo di Francesco era che padre Georg diventasse una sorta di ponte tra i «due Papi» che coabitavano nel recinto di Pietro. Ma nel corso degli anni il Segretario particolare di Ratzinger è stato ritenuto più volte responsabile dei tentativi provenienti dalla galassia ultra-conservatrice di contrapporre Benedetto XVI a Francesco. (Domenico Agasso su “La stampa”)

La notizia non ha fatto notizia, ma mi sembra invece molto importante per diversi motivi. Innanzitutto è la conferma di uno scontro in atto nella Chiesa, non solo a livello di gerarchia, fra progressisti e conservatori. Stando a teologi e omileti vari, questa contrapposizione rappresenterebbe soltanto una politicizzata, semplicistica e fuorviante configurazione dei rapporti all’interno della istituzione e della comunità cattoliche: una sorta di paura nell’ammettere che purtroppo il sacrosanto pluralismo non viene esercitato nella ricerca di strade diverse per testimoniare il Vangelo, ma nella preoccupazione di rimanere più o meno legati al potere temporale.

D’altra parte è lo stesso papa Francesco che ammette l’esistenza di questo pericolo affermando: «Per quanto riguarda la gestione delle strutture e dei beni economici, in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio». Sono abbastanza insistenti i suoi richiami a non strumentalizzare la tradizione facendone un paravento dietro cui nascondere un pernicioso istinto di conservazione.

Sta emergendo poi come questo scontro si fosse abbarbicato alla inedita coesistenza, pacifica ma delicata, fra i due papi, l’emerito Ratzinger e il regnante Bergoglio. Probabilmente a sua insaputa, attorno a Benedetto XVI si coagulavano subdolamente le visioni curialesche e conservatrici ammantate di una sorta di spiritualismo tradizionale contrapposto alla Chiesa da campo voluta da papa Francesco. Monsignor Georg Gaenswein, con la sua aria da colto e innocente damerino di corte vaticana, era forse il tessitore di questa tela anti-bergogliana e fortunatamente, anche se tardivamente, ci ha lasciato le penne.

L’ala conservatrice trova sicuramente e da sempre il suo riferimento fondamentale nella curia romana, un autentico baluardo pronto a far fuori chiunque voglia sovvertire certi equilibri di potere e considerare la Chiesa nel mondo ma non del mondo.  Ma non finisce tutto lì, il discorso è molto più geo-ecclesiale. Negli Usa molti vescovi lavorano da tempo contro Bergoglio, un papa progressista ma stretto in una tenaglia fra le spinte ultra moderniste dell’episcopato tedesco e le frenate reazionare e persino filo-trumpiane d’oltre oceano. Ho la netta impressione che il papa non si faccia impressionare più di tanto da queste contrapposizioni, ma che stia lavorando alla propria successione, collocando cardinali e vescovi a lui omogenei nei punti chiave della cattolicità e della gerarchia anche e soprattutto in vista del prossimo conclave, vicino o lontano che sia, mettendo a soqquadro il clima curialesco con iniziative all’insegna della trasparenza e della rimozione di incrostazioni consolidatesi nel tempo,  continuando a coltivare fin troppo il suo rapporto diretto col popolo di Dio e lavorando alacremente per accreditare la Chiesa come fucina cristologica a servizio dei poveri, degli emarginati e dei sofferenti di tutto il mondo.

La rimozione di monsignor Georg Gaenswein e le sue valigie per Friburgo altro non sono che un segno evidente della pulizia evangelica che Bergoglio sta portando avanti a modo suo. Forse l’età che avanza con gli incombenti relativi acciacchi della salute sta liberando papa Francesco dalle ultime remore tattiche nella sua azione pastorale: sembra dire “ora o mai più”.

Papa Ratzinger quando capì che la situazione era molto pesante e sproporzionata rispetto alle sue forze ebbe il coraggio di farsi da parte; papa Bergoglio ha capito che la situazione è sempre più pesante, ma prima di farsi da parte vuol provare ad affrontarla fino in fondo, non solo dietro le quinte ma di petto, senza timore di rimanerci dentro. Saranno due diversi ma convergenti soffi dello Spirito Santo?

Criminali di professione, statisti per passatempo

Ricordo come, poche ore prima del ritrovamento del cadavere del piccolo Tommy (vicenda parmense sconvolgente di alcuni anni fa), avessi razionalmente temuto il peggio da un rapimento che si intuiva fosse stato eseguito da delinquenti dilettanti allo sbaraglio: finire nelle mani di soggetti, intenzionalmente “capaci di tutto”, ma operativamente “buoni a nulla” anche nel male, è il massimo del rischio che potesse capitare a Tommy. Fui facile ed involontario profeta: resto convinto che questo misfatto sia stato frutto di improvvisazione e miraggio e l’epilogo, irrimediabilmente ed immediatamente tragico, sia dovuto al terrorizzato sbocco di una follia delinquenziale premeditata, ma, non per questo, meno insensata.

Portiamo questo episodio dal particolare al generale, da Parma al mondo, da un rapimento alla guerra. Siamo in presenza di un assetto internazionale in cui i protagonisti sono spesso criminali professionisti, ma politici/statisti (?) a livello dilettantesco. Mi riferisco a Vladimir Putin e al suo strano competitor Prigozhin, capo della milizia mercenaria Wagner. Siamo tutti attenti a capire come finirà il duello tra questi due macellai, che purtroppo non finirà nelle loro botteghe, ma si allarga anche alle nostre.

Criminali li sono, non c’è alcun dubbio, ma dallo scontro fra due criminali difficilmente potrà venire qualcosa di buono: sono oltre tutto dei pessimi politici, Putin si è infilato in un tunnel bellico da cui non riesce ad uscire, Prigozhin ha messo in moto un colpo di stato (?) che si è squagliato come neve al sole. In mezzo migliaia di morti, lutti e rovine, conseguenze devastanti in tutto il mondo, non solo in Ucraina. Come ha giustamente commentato Alberto Negri del “Manifesto”, due Putin non possono coesistere, quindi…

Come finirà questa improvvisa e imprevedibile vicenda dei mercenari che si montano la testa è difficile da immaginare, non si riesce nemmeno a capire quali ripercussioni potrà avere sulla Russia, sul potere di Putin, sulla guerra con l’Ucraina e sugli equilibri internazionali. Una cosa è certa: solo Dio sa trarre il bene dal male e quindi non rimane che confidare in lui.

A noi resta soltanto la verifica dei disastri che combinano le guerre: guerra chiama guerra, violenza chiama violenza, Putin chiama Prigozhin e viceversa. Se nessuno ha il coraggio di mettere fine a questa spirale, in un modo o nell’atro periremo tutti. Per un attimo mi sono paradossalmente scoperto a fare il tifo per Prigozhin, poi mi sono detto: sperare che la guerra possa finire per opera di un feroce e sanguinario mercenario della guerra stessa, impegnato in tutto il mondo a sostenere le più atroci cause, è veramente una “cagata pazzesca”.

 

Mes…tare nel torbido

Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), noto anche come «fondo salva stati», è stato creato sulla scia degli interventi nella crisi del debito sovrano avvenuta nel 2010 con gli interventi ripetuti per scongiurare il default della Grecia. Con l’arrivo della pandemia si è pensato di modificarlo dotandolo di 240 miliardi da utilizzare per affrontare l’emergenza sanitaria.

Nato nel 2012 con un trattato intergovernativo, il Mes serve a concedere a condizioni prestabilite assistenza finanziaria ai Paesi membri che dovessero trovarsi in difficoltà a finanziarsi attraverso il collocamento normale di titoli di Stato. In cambio ci sono da sottoscrivere una serie di condizioni. Fino ad ora è intervenuto in aiuto di Irlanda, Portogallo, Cipro, Spagna per l’esposizione finanziaria delle banche e Grecia per complessivi 295 miliardi, considerando anche gli interventi garantiti dall’Ue dal 2010. In cambio dei prestiti, è previsto un programma di rientro e di controllo del debito con piani di aggiustamento macroeconomico, riforme draconiane secondo i più critici che vanno dalle pensioni alla spesa pubblica a interventi più diretti. Criteri più leggeri sono richiesti invece per le linee di credito precauzionali, per Stati colpiti da choc avversi ma in condizioni finanziarie che presentano fondamentali sani. (dal quotidiano “La stampa”)

L’Italia su questo istituto economico finanziario europeo sta facendo il pesce in barile. Non si capisce bene il perché. Per motivi di scetticismo ideologico verso l’invadenza UE, per motivi di sovranismo economico-finanziario, per motivi di tatticismo volti a contrattare questa partita con altre (vedi Pnrr), per motivi di distinzione partitica all’interno dell’attuale maggioranza di governo? Di tutto un po’? Fatto sta che siamo l’unico Paese europeo a non aver ratificato questo strumento e questo insistente corteggiamento/tallonamento da parte della Ue non ci deve inorgoglire ma ci deve preoccupare. Siamo isolati, deboli e isolati e magari in prospettiva becchi e bastonati.

Giorgia Meloni gira come una trottola, ma sta facendo una gran confusione e punta più all’immagine che alla sostanza: dopo il bacio della pantofola a Biden, dopo i baci e abbracci con Zelensky, è rimasta a metà del guado. Mi è bastato osservare lo sguardo perplesso di Macron durante la conferenza stampa alla fine dei colloqui franco-italiani. Stiamo attenti perché il governo Berlusconi crollò per effetto degli sguardi franco-tedeschi. La storia potrebbe ripetersi, nel qual caso non ci rimarrebbe che tornare da Mario Draghi.

Sul piano politico la premier italiana ha sulle spalle la soma del sovranismo (Polonia, Ungheria etc.) e la complicità delle impresentabili destre estreme (nostalgici nazifascisti all’interno e all’estero) e non riesce a costruire un rapporto positivo con i Paesi europei fondamentali, anche perché sta puntando a nuovi equilibri in vista delle prossime elezioni europee: uno spostamento a destra dell’area dei conservatori o, se si vuole, uno spostamento verso i conservatori della destra, con il superamento degli attuali equilibri da grande coalizione popolar-socialista e marginalità delle destre.

La Lega di Salvini rientra in queste prospettive o si distingue da esse? La recente presa di posizione del ministro leghista dell’economia e finanza Giancarlo Giorgetti, piuttosto possibilista sul Mes, seppure nascosta dietro il dito dei tecnici ministeriali, come deve essere interpretata? Come una salita sul carro europeista conservatore, come una presa di distanza dagli strafalcioni identitari salviniani, come una paura verso le reprimende della potente burocrazia europea?

La maggioranza governativa è indubbiamente in grosse difficoltà, tra ministri (quasi) indagati e ministri (quasi) pasticciati, con un partito forte (FdI) schiacciato in mezzo alle patetiche pretese leghiste ed ai penosi tentennamenti forzitalioti post- berlusconiani, con un Pnrr sempre più tutto da gestire, con le fughe in avanti del presidenzialismo e delle autonomie rafforzate.

Ciononostante gli italiani sembrano mantenere un certo consenso soprattutto verso Fratelli d’Italia anche se, come osserva qualche commentatore, trattasi di una destra senza capo sociale e senza coda giustizialista, una destra in via di confusa conversione al post-berlusconismo rubato agli eredi più o meno legittimi: una destra in confusione, che si smentisce continuamente, che rinnega il proprio (in)glorioso passato, ma che, nonostante tutto, tiene botta e si prepara in modo piuttosto agguerrito alle prossime elezioni europee. Potrebbe essere un passaggio di automatico rafforzamento, ma anche un esame di democrazia moderna con voti piuttosto negativi: dieci in confusione, cinque in socialità, quattro in riforme, tre in economia e finanze. Ritornare alla prossima sessione!

 

Purtroppo non basta la fiscal suasion

«La giustizia fiscale tra i cittadini», uno dei principi fondamentali della Costituzione. Sergio Mattarella lo ha ripetuto tante volte. E lo ha ribadito ancora al Quirinale incontrando il nuovo capo della Gdf Andrea De Gennaro.

Parole come quelle del Capo dello Stato, sembrano ovvie, ma non lo sono affatto. Confrontiamole infatti con quelle che in materia hanno sciorinato alcuni governanti del presente e del passato.

Il Guardasigilli del governo Meloni, l’ex pm Carlo Nordio, ha infatti, proprio in questi giorni, detto: “Sono stato in magistratura fino al 2017 e non ho mai visto un evasore in manette. Il che significa che o qualcosa non ha funzionato o si parte da un principio sbagliato. Cioè che la legge penale abbia un effetto dissuasivo repressivo. Il criminale quando decide di delinquere non va a spulciare il codice penale per vedere la pena, pensa sempre di farla franca. Tutto questo ha provocato, però, una serie di processi penali assolutamente inutili, dannosi per tutti”.   

La legislazione tributaria attuale, “purtroppo, è schizofrenica e piena di ossimori”, mentre il sistema sanzionatorio nuovo “rappresenta un’assoluta novità e si inserisce in un più ampio programma di risoluzione della giustizia”, che punta in primis alla “semplificazione normativa”. Il ministro ha, poi, citato le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sottolineando che “l’approvazione della delega sulla riforma fiscale è una vera e propria svolta per l’Italia, una rivoluzione attesa da 50 anni. Con il nuovo fisco delineiamo una nuova idea d’Italia, vicina alle esigenze dei contribuenti e attrattiva per i contribuenti”. 

“Se l’imprenditore onesto decidesse di assoldare un esercito di commercialisti, dicendo loro ‘io pago fino all’ultimo centesimo di imposte e pago voi e voi mi dovete far dormire sonni tranquilli’ non ci riuscirebbe, perché comunque qualche violazione verrebbe trovata” aggiunge il Guardasigilli. (Adnkronos)

E veniamo alla premier Giorgia Meloni. A Catania, alla chiusura della campagna elettorale per le amministrative siciliane, non è riuscita (non ha potuto o voluto) trattenere ‘’una voce dal sen fuggita’’ rivelatrice dei suoi reconditi pensieri: “L’evasione devi combatterla dove sta: big company, banche, non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato solo perché devi fare caccia al reddito più che all’evasione fiscale”. (Uffpost)

In una sorta di crescendo rossiniano arriviamo a Silvio Berlusconi, ad una delle sue amate barzellette sui finanzieri: indimenticabile quella raccontata più volte nei comizi. Eccola: «In un’azienda si sente bussare alla porta con decisione alle 7,30 di mattina: “Toc, toc”. “Chi è”, risponde preoccupato il capo azienda. “Siamo i ladri, dobbiamo fare una rapina”. “Ah, meno male. Credevo fosse la Guardia di Finanza”». (Verità e Affari)

Le affermazioni di Nordio sono furbe ma inaccettabili, in quanto provengono da un governante, che non dovrebbe essere rassegnato a convivere con la debolezza dello Stato e della Legge istituzionalizzandola in una sorta di “liberi tutti”, non dovrebbe buttare elegantemente la spugna, ma dovrebbe fare di tutto per capovolgere le situazioni di ingiustizia.

Molti anni or sono, il Ministro per la riforma burocratica Massimo Severo Giannini, dopo qualche tentativo si dimise annunciando il proprio espatrio verso gli Stati Uniti. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo aveva nominato, si incazzò giustamente. Un governante non può comportarsi così. Nordio ripete attivamente l’errore commesso passivamente da Giannini.

Le sparate demagogiche di Giorgia Meloni arrivano a barattare i principi costituzionali con un piatto di lenticchie servito agli evasori buoni da contrapporre agli evasori cattivi. Roba da matti, i padri costituenti si scaravolteranno nella tomba. L’articolo 53 Della Costituzione recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Sulla Costituzione e sull’equità fiscale non si può quindi scherzare.

D’altra parte il contrastato e disturbato mentore di Giorgia Meloni, quel Silvio Berlusconi che peraltro la giudicava supponente, prepotente, arrogante e offensiva, sul fisco scherzava apertamente, salvo poi lasciarci le unghie a livello penale, dando immancabilmente la colpa all’accanimento dei magistrati.

Morale della favola: flat tax più o meno camuffata, condoni fiscali più o meno subdoli, legittimazione strisciante dell’evasione. Ha il suo bel daffare il Presidente della Repubblica a brandire la Carta Costituzionale davanti a gente che di quella carta fa un uso assai improprio, molto simile a quello che Umberto Bossi voleva riservare al tricolore.