La fede tra dicasteri, prefetti, commissioni e…Vangelo

Il compito fondamentale «è custodire l’insegnamento che scaturisce dalla fede per dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che additano e condannano». Nella lettera al neo prefetto Víctor Manuel Fernández, sabato scorso il Papa spiegava qual è il perimetro del Dicastero di cui l’arcivescovo argentino assumerà la guida a metà settembre. E lo stile che deve caratterizzarlo in questa stagione “nuova”.

A sottolinearlo è lo stesso monsignor Fernández in un post su Facebook con cui saluta la diocesi di La Plata di cui era pastore dal giugno 2018.

«Il Dicastero per la dottrina della fede – scrive il presule, 61 anni il prossimo 18 luglio – un tempo si chiamava “Sant’Uffizio” ed era il terrore di molti, perché si dedicava a denunciare errori, a perseguire gli eretici, a controllare tutto, arrivando persino a torturare e uccidere».

Ovviamente non avveniva sempre e «non era tutto così – aggiunge Fernández – ma questa è parte della verità» mentre il Papa evidenzia che «il modo migliore per prendersi cura della dottrina della fede è farne crescere la comprensione» perché «una crescita armoniosa preserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo. Soprattutto se sappiamo presentare un Dio che ama, che libera, che solleva, che promuove le persone». (dal quotidiano “Avvenire” – Riccardo Maccioni)

Parto da una mia convinzione provocatoriamente elaborata nel tempo: la fede non consiste in una dottrina, sono due concetti che non vanno d’accordo fra di loro. Riporto quindi la definizione di dottrina cristiana presa dal vocabolario: “Complesso di cognizioni o di principi della religione cristiana organicamente elaborati e disposti, considerato come oggetto di studio o come norma sul piano teorico o pratico”.

E la fede cristiana cosa è? Il dono che Dio ci concede di aderire ad una persona, suo Figlio fatto uomo, e al suo messaggio esistenziale. Nel Vangelo non c’è alcuna traccia di dottrina, anzi c’è il superamento della Legge e delle prescrizioni e Gesù non si preoccupa di elaborare un catechismo, né scritto né orale, ma si limita a predicare con la sua vita e nella vita: “Fate come me…”.

Quando si parla di Dicastero per la dottrina della fede mi vengono i brividi per due motivi. Per la contraddizione in termini e per le tragiche (s)torture che tale forzatura ha provocato nella storia. Le dichiarazioni rilasciate a caldo dal neo prefetto (anche questo titolo mi innervosisce) per fortuna chiariscono e indirizzano il discorso in altro senso, vale a dire quello di “un Dio che ama, che libera, che solleva, che promuove le persone”. Siamo perfettamente in linea con la rivoluzionaria impostazione di papa Francesco. Era forse meglio eliminare o ribaltare completamente questo dicastero, ma chi sono io per dare consigli al Papa? Mi accontento. In fin dei conti è tutto grasso che cola dalle novità ecclesiali introdotte da Francesco.

Una seconda riflessione che mi viene spontanea riguarda il discorso degli abusi sessuali del clero.

Nel post di saluto il neo prefetto rivela anche di aver inizialmente detto no all’incarico. Il Dicastero, infatti, «ha una sezione dedicata agli abusi sui minori, tema che ci ferisce e ci fa vergognare, e io non mi sento qualificato né ho avuto una formazione per guidare una cosa del genere».

Giorni fa – aggiunge Fernández –, quando era ricoverato, me l’ha chiesto di nuovo. Come rispondere di no? Ma lui mi ha facilitato le cose perché mi ha detto che non è necessario che io diriga le questioni relative agli abusi di minori, perché c’è un gruppo di specialisti che lo fa molto bene e che può lavorare in modo abbastanza autonomo. E che quello di cui aveva bisogno è un prefetto che potesse dedicare più tempo a quello che dà il nome al Dicastero: “la dottrina della fede”. Ciò significa che si promuova il pensiero cristiano, l’approfondimento delle verità della fede, lo studio dei grandi temi in dialogo con il mondo e con le scienze. Per questo – continua il prefetto – alla fine ho detto di sì».

Circa la lotta agli abusi, Fernández fa riferimento alla Costituzione apostolica “Praedicate evangelium” con cui, all’articolo 78, si stabilisce che presso il Dicastero sia «istituita la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori il cui compito è fornire al Romano Pontefice consiglio e consulenza ed altresì proporre le più opportune iniziative per la salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili». Un servizio che prevede l’assistenza a vescovi, conferenze episcopali e superiori degli istituti religiosi «nello sviluppare strategie e procedure opportune, mediante Linee guida, per proteggere da abusi sessuali i minori e le persone vulnerabili e fornire una risposta adeguata a tali condotte da parte del clero e di membri degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, secondo le norme canoniche e tenendo conto delle esigenze del Diritto civile». (sempre dal quotidiano “Avvenire” – Riccardo Maccioni)

Capisco le perplessità del vescovo Fernandez a prendere in mano una simile patata bollente, che però è riservata ad una apposita ed autonoma commissione. Se ho ben compreso, questo gruppo di specialisti dovrebbe elaborare norme di comportamento a livello preventivo, di controllo e di perseguimento sanzionatorio. Basterà? Temo proprio di no. Un passo avanti rispetto alle omertose condotte del passato, ma occorrerebbe molto di più. In poche parole sarebbe necessario che la Chiesa archiviasse definitivamente la “paura del sesso” con cui ha fuorviato la formazione dei preti e anche dei laici. E allora il celibato sacerdotale va rivisto, il sacerdozio femminile va considerato, il ruolo della donna nella Chiesa deve essere più valorizzato, la castità deve partire dal dono del sesso e non dalla sua demonizzazione, etc. etc.

Se non risolviamo a monte il problema, togliendo ogni e qualsiasi scoria di sessuofobia clericale, a valle permarrà sempre il rischio di praticare il sesso in modo nascosto, lascivo e innaturale. Mi auguro che la Commissione parta da queste imprescindibili novità di impostazione, altrimenti finirà col pestare l’acqua nel mortaio, forse meno acqua e più pestello, ma resteremo sempre nella Chiesa relegata a vivere il sesso come pericolo da scongiurare e non come opportunità da cogliere.

 

 

Ometti e donnette nel partitismo odierno

Per dualismo si intende la presenza di due principi fondamentali, in relazione reciproca di complementarità o di opposizione, che spesso diventa dissidio, rivalità, antagonismo.

La storia è zeppa di dualismi: nello sport Gino Bartali e Fausto Coppi, nel canto operistico Maria Callas e Renata Tebaldi; nel mondo della canzone Mina e Milva; nel campo cinematografico Gina Lollobrigida e Sophia Loren. Queste contrapposizioni inevitabilmente gonfiate e cavalcate dai media erano comunque basate su due diverse concezioni del ruolo: Bartali era lo sportivo dell’impresa, Coppi il ciclista completo; Callas rappresentava un modo nuovo di coniugare voce, stile e interpretazione, Tebaldi la tradizionale valorizzazione della bellezza vocale; Mina era la regina della canzone aperta al genere spettacolare leggero, Milva la canzonettista  impegnata anche in spettacoli più impegnati e impegnativi; Lollobrigida l’attrice bella per antonomasia, Loren l’attrice brava ed eclettica. Non ho mai gradito troppo questi dualismi e non mi sono mai iscritto alle rispettive tifoserie.

Anche la politica italiana è stata spesso caratterizzata da dualismi sconfinanti in personalismi. Ne voglio richiamare due di alto livello: Amintore Fanfani e Aldo Moro nella democrazia cristiana, più tardi Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mita. Si basavano su modi diversi di intendere i rapporti sociali e politici e non su questioni di mero potere, anche se lo scontro arrivava fino agli appuntamenti con l’elettorato, alla conta dei voti congressuali, agli organigrammi direttivi e governativi.

Non intendo entrare nel merito, ma soltanto sottolineare con nostalgia la portata culturale e la qualità politica di questi dualismi per metterla a impietoso confronto con la vacuità culturale e il tatticismo politico di quelli attuali. Ne colgo tre, prendendoli rispettivamente da destra, centro e sinistra.

Parto dall’ultimo in senso temporale, scoppiato a destra tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi: la seconda sembra preoccupata di dare spazio e voce in proprio all’eredità paterna, la prima a delegittimare sul nascere l’eventuale ruolo politico della seconda. Due donnette, che si danno rispettivamente arie da statista e da imprenditrice, che interpretano al ribasso il ruolo femminile nella vita attuale, che riducono la politica a lite tra comari seppure di lusso.

Al centro dello schieramento partitico abbiamo il dualismo Renzi-Calenda: due galli nell’inesistente pollaio centrista, che si beccano in continuazione con accuse reciproche pesanti a prescindere da ogni e qualsiasi seria strategia politica. Entrambi sembrano avere una voglia matta di influenza e potere a livello governativo, ma sono costretti a nascondere sistematicamente la mano dopo aver lanciato il sasso. Un balletto osceno da ballerini di quarta categoria.

A sinistra abbiamo il rapporto di odio-amore tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein: costretti a trovare qualche punto d’intesa per non farsi troppo male, pronti a dividersi immediatamente dopo per non perdere una fantomatica primazia elettorale. Il primo sembra un leader indiscusso di un partito discutibilissimo (forse inesistente); la seconda sembra un personaggio capitato per caso a domare e recuperare una gabbia di matti. Conte non ha problemi interni, Schlein ne ha troppi e paralizzanti. Giocano una partita sullo stesso campetto progressista e finiscono regolarmente col pestarsi i piedi.

Tutti questi dualismi hanno un dato in comune: la contrapposizione basata sul nulla culturale, sulla pochezza di idee politiche, sul tirare a campare buttando fumo negli occhi. Forse il mio giudizio critico può essere esagerato sulla sinistra: lì infatti si cade dall’alto e quindi ci si fa più male. L’ultima chicca di Elly Schlein sarebbe il benservito a Gianni Cuperlo alla guida della Fondazione del partito. Mi sembrava l’uomo giusto al posto giusto in grado di dare un minimo di dignità culturale al PD. Invece verrà sostituito da Nicola Zingaretti: una scelta di continuità da chi voleva essere portatrice di discontinuità. La cultura fa infatti da pietra d’inciampo per la politica del finto leaderismo e del facile dualismo.

 

Neo-atlantismo ieri, multilateralismo oggi

In pieno e iniziale clima da guerra fredda c’era fra i cattolici democratici chi agiva culturalmente, economicamente e politicamente per una concezione atlantica aperta alla collaborazione coi Paesi emergenti, puntata sul discorso Mediterraneo, non appiattita sulle smanie di potenza degli Usa pur in un corretto rapporto fra alleati occidentali.

Questi signori, che andrebbero rivisitati nelle loro coraggiose intuizioni profetiche, si chiamavano Giovanni Gronchi, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira: i padri storici di quella sinistra democristiana a cui mi onoro, nel mio piccolo, di avere a suo tempo aderito. Gronchi e Fanfani rappresentavano il braccio politico-diplomatico di questa impostazione internazionale, Mattei ne fu il protagonista-martire sul piano economico, Dossetti e soprattutto La Pira ne gettarono le basi culturali, interreligiose e dialogiche.

Sgombro subito il campo dall’equivoca strumentalizzazione che la destra sta facendo dell’eredità storica di Enrico Mattei, forzandola spudoratamente in chiave anti-immigrazione: se la mentalità di Mattei fosse stata adottata quando si era ancora in tempo, lo sviluppo del terzo mondo sarebbe avvenuto in modo ben diverso e più equo e non si sarebbe arrivati alle migrazioni bibliche dei nostri giorni.  Oggi rispolverare Mattei può avere sapore grilloparlantesco e antistorico, se ne facciamo un uso distorto finalizzato ad una politica sostanzialmente difensiva verso l’emorragia migratoria fermata col cotone emostatico dell’aiuto peloso ai Paesi di origine e di transito.

Torno al neo-atlantismo della sinistra DC per tentare di proiettarlo nel drammatico presente e in un futuro diverso tutto da costruire. Sulla scena internazionale vedo soltanto, in tal senso, il multilateralismo vaticano di cui le recenti peregrinazioni portate avanti dal cardinal Zuppi in nome e per conto di papa Francesco sono un segnale preciso anche se tutto da valorizzare e sviluppare. Cosa aspetta infatti la sinistra, a livello italiano, europeo e mondiale, a darsi una scossa culturale ed una mossa politica verso una visione nuova, che sarebbe oltretutto condivisa dalle popolazioni sempre più sbigottite dall’andazzo bellicista fine a se stesso.

Quello di papa Francesco è l’unico serio tentativo di ridisegnare la geopolitica partendo dal senso umanitario dei rapporti internazionali per arrivare pazientemente a nuovi equilibri di graduale ma vera pacificazione globale. Il cardinale Matteo Zuppi parte dallo scambio dei prigionieri, dal rientro dei bambini oggetto della tratta putiniana, dai corridoi umanitari, dalle esigenze primarie di garantire lo scambio di materie di prima necessità, dalla sostituzione degli aiuti bellici con quelli umanitari.

Si tratta di una base di partenza umile, ma molto importante e decisiva. Un percorso a tappe ed ostacoli per arrivare al dialogo con tutti i protagonisti, coinvolti nella quadratura del cerchio di un mondo basato non tanto sui rapporti di forza militare ed economica, ma prima di tutto su quelli di coesistenza pacifica nello sviluppo globale rispettoso ed equilibrato.

Voglio concludere questa mia breve e semplice riflessione geostorica e geopolitica, per la quale sono partito dal profetico ma purtroppo incompiuto disegno neo-atlantico del secondo dopo-guerra per arrivare all’auspicabile multilateralismo odierno, riportando di seguito quanto scrive autorevolmente Marco Impagliazzo, insegnate universitario di “storia della pace” (è tutto dire!) e presidente della Comunità di Sant’Egidio, sulle colonne del quotidiano “Avvenire”.

“La missione di Zuppi punta prima di tutto ad ottenere qualche gesto umanitario a vantaggio dei più fragili, come il ritorno a casa dei bambini del Donbass sottratti alle loro famiglie dai russi. Ma con la convinzione che dietro quella che, agli occhi di alcuni, può sembrare una missione velleitaria o, addirittura, un cedimento a Mosca, si possa stabilire un quadro diverso per i rapporti tra le forze in campo. E qui è necessario sottolineare che, in questo conflitto, gli attori non sono solo i russi e gli ucraini.

É per questo che, dopo Kiev e Mosca, Zuppi si è recato a Washington. Ma per lo stesso motivo il cardinale, per proseguire la sua missione, potrà, se le condizioni lo permetteranno, recarsi anche altrove. Il pensiero ovviamente va in primo luogo alla Cina. Pechino rappresenta certamente un interlocutore rilevante, non solo per l’influenza che può avere su Mosca ma anche perché è un soggetto ineludibile degli equilibri economici e geopolitici mondiali.

Del resto, nel mondo globalizzato in cui viviamo, ma – si può dire – in tutti i conflitti, anche quelli in cui si affrontano ufficialmente solo due parti, ce ne sono almeno altrettante coinvolte. Basta pensare ai Paesi confinanti e alle conseguenze che una guerra – questa più di altre – può provocare sull’economia mondiale (vedi il problema del grano riemerso in questi giorni). In altre parole i conflitti, anche quelli che coinvolgono direttamente solo due nazioni, devono sempre avere – oggi più che mai – una soluzione multilaterale. È la posizione tradizionale della Santa Sede che si esprime in un forte sostegno alle Nazioni Unite, come mostrano anche gli interventi dei papi da Paolo VI a Francesco al Palazzo di vetro a New York.

Un’attenzione globale che dopo la prima tappa a Washington, non potrà ignorare (pur con modalità diverse tra loro) altri importanti attori primo tra tutti la Cina. C’è poi un grande movimento dei Paesi del Global South che più di altri stanno soffrendo per questa guerra e che già si sono fatti sentire. Per via delle ripercussioni economiche – come si è già detto – oltre che politiche e strategiche che il conflitto in corso sta producendo e che rischiamo di avere un impatto nei decenni successivi. Il Papa lo sa bene, essendo anche originario dal grande mondo del Sud. Per questo immaginiamo che la missione del cardinale non si fermerà a Washington, ma avrà sempre nei suoi passi, uno dopo l’altro – come del resto è da sempre nel dna della Santa Sede e nelle prese di posizione dei papi del Novecento di fronte alle guerre – una visione globale e multilaterale”.

   

 

Un tuffo nella sobrietà

Mio padre, da giovane poco aitante e molto ironizzante, quando andava in piscina, si divertiva a prendere in giro i bagnanti: andava sul più alto dei trampolini (col lavoro che faceva, l’imbianchino, non soffriva infatti di vertigini), si metteva in bella mostra con tutti gli esercizi ginnici preparatori, metteva i piedi sull’orlo del trampolino, aspettava qualche secondo per creare suspence e spazio acquatico sottostante, poi se ne scendeva piano piano dalla scaletta, lasciando tutti con un palmo di naso o, se volete, rinviandoli ad una successiva occasione.

In questi giorni la disciplina sportiva dei tuffi è salita al disonore della cronaca per effetto di un telecronista rai in vena di battute sconvenienti nei confronti delle tuffatrici che si esibivano. A microfoni aperti, semi-aperti o chiusi si è lasciato andare, pensando di essere al bar della piscina. Apriti cielo, come si suol dire, “ce n’è venuta una gamba…”.

Confesso ai miei pochi ma buoni lettori di essere sceso dal trampolino della nostra società, proprio come faceva mio padre, per buttare lì qualche riflessione: due considerazioni molto provocatorie e graffianti, una da apprendista sociologo, una, la seconda, da impenitente pseudo-psicologo-matusa.

Faccio una doverosa premessa sperando di non offendere o irritare nessuno, perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto autorevolmente dai loro spietati scienziati dirimpettai, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione.

Cominciamo dalla sociologia. La nostra società è “barizzata”, è diventata cioè un bar globale: tutto passa da questo vaglio triviale, non importa se di alto o basso livello; tutto, per parafrasare Marco Ronconi e la sua teologia dabar, è diventato “robadabar”. E allora è perfettamente inutile che ci scandalizziamo e crocifiggiamo lo sgangherato frequentatore di turno. Siamo tutti coinvolti, come oratori o come ascoltatori: le televisioni sono i bar del centro città, i social sono i bar di periferia, i giornali, cartacei oppure online, ci portano il bar in casa. E cosa si fa al bar? Si parla un po’ di tutto: di politica, di sport, di donne, di sesso, di preti e suore, etc. etc. Con quanta serietà lo lascio immaginare. Però stiamo ben attenti. Forse è meglio spettegolare al bar che discutere con la stucchevole puzza sotto il naso. Prima o poi al bar ci si deve andare, tanto vale frequentarlo con rassegnata assiduità, oserei dire con serietà.

Ora la sparo grossa, azzardando una metafora, giusto per rendere l’idea: meglio la pornografia conclamata di quella subdola, meglio gli sporcaccioni e le sporcaccione in prima persona, nudi come mamma li fece, piuttosto degli sporcaccioni in giacca e cravatta. Monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno affermò di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo, meglio il qualunquismo verace di quello politicamente corretto. Quindi la rai non faccia scena: se dovesse fare veramente pulizia dovrebbe chiudere tutti i suoi bar e mandare a casa fior di baristi con stipendi da nababbi. Resterebbe poco o niente. Lasci quindi in pace il telecronista avventato, barzelletta più barzelletta meno…

Vengo alla psicologia dabar. Tutti lo pensano e nessuno lo dice per timore di passare da retrogrado e/o bigotto. Io non ho di questi ritegni, anche perché sono convintissimo di non essere un matusa, ma una persona che osa ispirarsi al buon senso. Se tutti tenessero un comportamento un po’ più controllato, nel parlare, negli atteggiamenti, nelle esibizioni, nel fare il proprio mestiere, nell’essere uomo e donna, etc. etc., avrebbero tutto da guadagnare in emancipazione, dignità, rispetto e convivenza. Non è questione di pudore, ma di buongusto. Non pretendo la castrazione chimica dei telecronisti e nemmeno che le tuffatrici si presentino col burkini.  Il discorso vale per le piscine, ma anche per tutti gli altri eventi, sportivi e non. Evitiamo di creare un clima per cui qualcuno, al bar della piscina o dello stadio, si possa sentire invogliato a fare battute sessiste. Che preoccupa infatti non è la battuta in sé, ma ciò che sta a monte e a valle, vale a dire un pericoloso clima scherzoso e giocoso in materia sessuale. Come si sa, certi giochi finiscono male e lo vediamo tutti i giorni.

 

 

 

 

Le convergenze parallele di Moro e Bettazzi

  • È morto monsignor Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, costruttore di pace. Aveva 99 anni, era l’ultimo padre conciliare ancora vivente. Presidente di Pax Christi partecipò alla marcia della pace nel 1992 a Sarajevo. Fu protagonista del dialogo sul rapporto tra la fede cattolica e l’ideologia marxista ma soprattutto sul valore della laicità. Bettazzi scrisse a Berlinguer il 6 luglio 1976, avendone risposta un anno dopo: il 14 ottobre 1977. «Mi scusi – scrisse Bettazzi – questa lettera, che molti giudicheranno ingenua, e non pochi contraddittoria con la mia qualifica di vescovo. Eppure mi sembra legittimo e doveroso, per un vescovo, aprirsi al dialogo, interessandosi in qualche modo perché si realizzi la giustizia e cresca una più autentica solidarietà tra gli uomini. Il “Vangelo”, che il vescovo è chiamato ad annunciare, non costituisce un’alternativa, tanto meno una contrapposizione alla ‘liberazione’ dell’uomo, ma ne dovrebbe costituire l’ispirazione e l’anima». (dal quotidiano “Avvenire”).

 

  • “Aldo Moro, i giovani e noi, un’amicizia viva”, sarà il tema di un incontro al Meeting, nel pomeriggio del 25 agosto, giorno conclusivo che – in mattinata – vedrà la presenza del presidente Mattarella, grande cultore, è noto, del pensiero moroteo. In sala Neri, alle 17, introdotti da Salvatore Taormina della redazione culturale del Meeting, interverranno Agnese Moro, terza figlia dello statista, lo storico Agostino Giovagnoli e Saverio Allevato, ex responsabile degli universitari di Cl. «Dedicò – spiega Giovagnoli – grande attenzione ai tempi nuovi che si annunciavano, come disse in uno storico intervento al Consiglio nazionale Dc del 22 novembre 1968. Messo ai margini nel suo partito, trovò modo per dedicare tutto sé stesso alle istanze giovanili guardando con interesse ai nuovi movimenti, incontrando anche i capi della contestazione». E niente più dei rapporti con i suoi studenti parla della centralità della persona che caratterizza la nostra Costituzione, sulla sua spinta decisiva, come testimoniano quelle tesi di laurea insanguinate recapitate alla famiglia, che aveva con sé al momento del rapimento, avendo intenzione di discuterle quella mattina, nonostante gli impegni istituzionali legati al dibattito sulla fiducia al governo Andreotti. E a Rimini la centralità della persona sarà esaminata proprio in relazione, soprattutto, al suo impegno per i giovani e per la pace: «Cercheremo di condividere – spiega Agnese Moro – alcuni aspetti della sua vita che, spero, possano accompagnarci anche oggi». Un giorno Rocco Buttiglione e Aldo Moro si fermarono a parlare. Moro mostrava grande interesse, e la differenza di approccio, con Cl, fu per lui motivo di ulteriore interesse. Ricorda Buttiglione: «Scoprivamo tanti punti di incontro. “Voi siete un pochino integralisti – mi disse una volta -. Ma l’integralismo è una malattia infantile da cui si guarisce sempre troppo presto. E chi non è stato un po’ integralista da giovane, da vecchio finisce per diventare cinico”». (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello).

Moro e Bettazzi, due personaggi alla spasmodica ricerca del dialogo, a costo di essere equivocati ed emarginati, anche a costo della propria vita. Due uomini che sapevano ascoltare prima di parlare.

Di Bettazzi è importante ed emblematico ricordare che fu tra i firmatari del “Patto” stipulato da alcuni Padri Conciliari nelle catacombe di Domitilla durante il Concilio Vaticano II.

«Noi vescovi rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può provocarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: banchetti offerti o accettati, “classi” nei servizi religiosi ecc.)».

Fu oggetto di aspre critiche da parte della gerarchia e del mondo cattolico: il vescovo rosso (la solita menata…). Il dialogo e la pace, due punti fondamentali del suo impegno pastorale, due presupposti evangelici per i cristiani che vogliono testimoniare il Vangelo nel mondo.

Celebre anche per le battaglie per l’obiezione fiscale alle spese militari, sostenne l’obiezione di coscienza quando ancora si rischiava il carcere e nel 1992 partecipò alla marcia pacifista organizzata a Sarajevo da “Beati costruttori di pace e Pax Christi” insieme a don Tonino Bello nel mezzo della guerra civile in Bosnia ed Erzegovina.

Sette anni dopo, la rinuncia alla guida della diocesi di Ivrea per raggiunti limiti di età, un passo che però non ne segnò la pensione come comunemente la si potrebbe intendere. Anzi nel 2007 si dichiarò favorevole ai Dico, disegno di legge presentato dal governo Prodi sui “diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”, comprese le coppie omosessuali.

Gli ultimi anni sono stati ancora all’insegna dell’educazione alla nonviolenza (ha partecipato a tutte le Marce della pace organizzate il 31 dicembre) e della riflessione sul Concilio Vaticano II. (dal quotidiano “Avvenire”)

Che dire di Aldo Moro? Mi basta richiamare una frase scritta nel 2004 da Franco Tritto, suo allievo e discepolo: «La storia dell’Italia ha mutato rotta dopo la sua scomparsa: nulla è più come prima. Il disegno di Aldo Moro era quello di salvare l’Italia dalla situazione babelica che oggi viviamo e della quale egli aveva avvertito da tempo i segni premonitori».

Non sapevo del suo interessamento verso i giovani di Comunione e Liberazione, così lontani dalla sua impostazione politica, ma evidentemente oggetto di grande attenzione: loro erano integralisti e lui no. Stupenda la frase sopra riportata, ricordata da Buttiglione, non certo politicamente un suo fan: «Scoprivamo tanti punti di incontro. “Voi siete un pochino integralisti – mi disse una volta -. Ma l’integralismo è una malattia infantile da cui si guarisce sempre troppo presto. E chi non è stato un po’ integralista da giovane, da vecchio finisce per diventare cinico”». Frase stupenda, che meriterebbe una tesi di laurea interdisciplinare.

Tra i diversi libri che ho sulla vita di Aldo Moro, ce n’è proprio uno sul rapporto stupendo che aveva con gli studenti. Li leggo e li rileggo col nodo in gola. Ricordo una scena emblematica in un film sulla vita di Moro (non ricordo quale): lui sta facendo lezione all’università e nell’aula fa irruzione un gruppo di contestatori. Moro non scappa, anzi tenta un dialogo, ma questi giovani lo rifiutano malamente. Non rinunciava mai al dialogo! Un gruppetto di suoi studenti nel corridoio commenta: “Il professore non merita un simile trattamento…”. É sempre così: nella vita chi si sforza di andare incontro alla protesta, di smorzare i toni violenti e di dialogare pacatamente ha tutto da rimetterci…

Per quanto riguarda la contestazione giovanile del ’68, Massimo Cacciari in una intervista a Tv 2000 sostenne che fu un movimento tale da ribaltare tutti i rapporti e tutte le mentalità e che nessun politico italiano seppe individuare, ascoltare e, tanto meno, interpretare. Poi si corresse e aggiunse: “Ad eccezione di Aldo Moro che vi dedicò un suo intervento”. Molto probabilmente si tratta del discorso richiamato appunto dallo storico Agostino Giovagnoli. Moro ha sempre qualcosa da dire, non a caso gli hanno chiuso la bocca.

Evidentemente questi due uomini, attenti a tradurre, nel dialogo e nel confronto con tutti, gli ideali evangelici di giustizia e pace, erano legati da un filo autenticamente cristiano. Nel 1978, Bettazzi compì un’altra scelta “scomoda”. Assieme ai vescovi Clemente Riva e Alberto Ablondi, chiese di potersi offrire prigioniero in cambio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse. La richiesta, tuttavia, venne respinta dalla Curia Romana e Bettazzi raccontò che, quando fece presente che si trattava di una vita umana e non di un fatto politico, ricevette in risposta la frase “È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”.

 

 

 

 

La miseria chiusa per ferie

Quasi un milione di famiglie italiane fa fatica a pagare mutui e prestiti. Una situazione di difficoltà che si sta estendendo a macchia d’olio lungo tutto il Paese.

L’analisi sul totale dei crediti deteriorati delle banche riconducibili a nuclei familiari è frutto di elaborazioni della Fabi su statistiche della Banca d’Italia e la somma delle rate non pagate è pari a 14,9 miliardi di euro. La Federazione autonoma bancari indica tra i motivi delle insolvenze “l’aumento del costo del denaro, l’incremento dei tassi e la corsa dell’inflazione”. 

Tutti fattori che “riducono il reddito disponibile e mettono in difficoltà i clienti delle banche nel rispettare le scadenze relative ai finanziamenti”. (Rai news) 

Queste allarmanti notizie rendono ancora più misterioso il rapporto tra povertà e difficolta economiche da una parte e corsa alle vacanze dall’altra. I casi sono due: o in vacanza ci vanno solo coloro che non soffrono per le difficoltà economiche (eventualità che mi lascia molto perplesso vista l’entità dell’ondata vacanziera) oppure, come sostiene l’autorevole sociologo Giuseppe De Rita, le difficoltà economiche non spingono la gente né a scendere in piazza né a sacrificarsi più di tanto, ma ad arrangiarsi in qualche modo.

L’arte di arrangiarsi, tanto decantata caratteristica tipica del popolo italiano, rende ancor più grave la situazione, perché la nasconde dal punto di vista sociale e ne preclude la funzione di massa critica nei confronti della politica. I panni sporchi si lavano in casa, si diceva un tempo, ora questo adagio può essere commutato in “le imbarazzanti povertà si vivono in famiglia”.

La politica infatti sembra non mettere a fuoco il problema anche perché nessuno glielo sottopone con la necessaria drammaticità: ormai forse è scattato il meccanismo della inutilità della politica e quindi tanto vale starsene zitti, non protestare, accettare quel che passa il convento e…arrangiarsi. Si tratta di un qualunquismo complesso e molto pericoloso.

La destra copre i suoi svarioni istituzionali con qualche piatto di lenticchie distribuito per accontentare il proprio elettorato, ma soprattutto per rimandare al mittente le critiche provenienti da sinistra allorquando da questa sponda si osa gridare all’attentato alla Costituzione. Chi ascolta attentamente le dichiarazioni degli esponenti di partito avrà notato che non entrano mai nel merito dei problemi, non fosse altro almeno per ammetterli, ma si limitano a recitare il ritornello: “Noi sì che siamo bravi non come loro che…”. È lo schema adottato dal fariseo nella sua preghiera davanti a Dio. E sembra funzionare. Fino a quando?

Se nemmeno il dimagrimento del portafoglio induce ad esercitare un minimo di spirito critico e di protesta, non so cosa debba succedere per svegliare l’italian che dorme. Nel frattempo tutti al mare a mostrar le chiappi chiare e smunte. Meglio così: non c’è bisogno di prove costume con diete last minute. Ci penseremo al ritorno dalle vacanze, cioè mai e chi ci lascerà le penne…

 

Un ministro da rimodulare

Con l’espressione “concorso esterno in associazione mafiosa” si suole fare riferimento al reato, derivante dal combinato disposto delle norme di parte generale sul concorso eventuale di persone (articoli 110 e seguenti del codice penale) e del delitto di parte speciale di associazione di stampo mafioso (art. 416-bis c.p.), che sanziona le forme di partecipazione alla consorteria mafiosa poste in essere da soggetti estranei alla stessa.

In questi giorni se ne parla molto in quanto il ministro Carlo Nordio vorrebbe introdurre nell’ambito della riforma della giustizia una «rimodulazione» del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Non ho ben capito cosa ci sia da rimodulare e cosa possa significare il verbo rimodulare: non sono in grado di entrare nel merito.

Al riguardo c’è stata una frenata netta ed inequivocabile che è arrivata dal sottosegretario Alfredo Mantovano circa questa ipotesi cha aveva originato la reazione indignata non solo delle opposizioni, ma anche di parenti delle vittime. Rita Borsellino aveva parlato di vero e proprio «tradimento» della memoria del fratello. «Più che pensare di rimodulare è necessario difendere il concorso esterno dagli attacchi interessati e strumentali che periodicamente si manifestano e oggi si ripropongono», era intervenuta l’associazione Libera. Sul fronte politico, di fronte alle proteste delle opposizioni, in particolare del dem Walter Verini e del verde Angelo Bonelli, per Fdi era intervenuto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida per stemperare: «Chiarirà Nordio», aveva detto.

Ma ecco spuntare il sotto-segretario alla presidenza del Consiglio ed ex magistrato, che interviene a chiudere sul nascere la nuova disputa: «Ai parenti delle vittime di mafia – a Salvatore Borsellino e Maria Falcone – dico che modificare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non è un tema in discussione, il governo non farà alcun passo indietro nella lotta alla criminalità organizzata. Ci sono altre priorità». Così Alfredo Mantovano, parlando con il Fatto Quotidiano. Per Mantovano «la giurisprudenza sul concorso esterno è consolidata» e «non c’è bisogno di aprire un altro fronte», nonostante, ammette, «ci siano interpretazioni diverse dei giuristi sul tema».

Gianni Letta stava a Silvio Berlusconi, come Alfredo Mantovano sta a Giorgia Meloni. A parte questa fantasiosa e poco matematica proporzione, si è trattato di una ventata di buon senso, probabilmente favorita se non suggerita dal Presidente della Repubblica, in mezzo a un inaccettabile ciarpame politico-giudiziario.

Non sono un esperto in materia. Sarà pur necessario chiarire meglio la portata del reato suddetto, ma teniamo conto che questi agganci esterni costituiscono un punto di forza del fenomeno mafioso. Capisco come sia facile finire in questo diretto o indiretto fiancheggiamento mafioso, ma non per questo e forse proprio per questo bisogna essere intransigenti e non lasciare scampo giuridico a chiunque intenda con la sua condotta commissiva od omissiva favorire la mafia in tutte le sue manifestazioni.

Diversamente potremmo finire per giustificare certi comportamenti equivoci nella loro esteriorità ma chiari nella loro intenzionalità. Succederebbe come nel caso di quel penitente che in confessionale ammise di bestemmiare. Il sacerdote gli chiese: “Bestemmia molto?”. Si sentì rispondere: “Una cosa giusta!”. Raccontando anonimamente l’episodio, il prete aggiunse laconicamente: “Adesso c’è una cosa giusta anche per la bestemmia…”. Adesso per il concorso esterno in associazione mafiosa ci potrebbe essere non dico “una cosa giusta”, ma una tolleranza rimodulata che sfocerebbe in una certa impunibilità per chi fa il tifo per la mafia. Della serie sono mafioso, ma solo un pochettino.

 

 

Le supposte calcistiche e televisive

Ci sono due mercati estivi che si stanno sviluppando in parallelo, quello dei calciatori e quello dei giornalisti e operatori dell’informazione. Per come si svolgono temo siano entrambi sintomi di crisi sistemiche.

Il mondo del pallone assomiglia molto al Titanic, il transatlantico che si scontrò con un iceberg e si aprì come se fosse una scatola di sardine, mentre l’orchestra continuò a suonare per tenere tranquilli i passeggeri, che probabilmente continuarono a ballare. Il sistema calcio è destinato ad implodere e il ballo dei calciatori a suon di milioni, più o meno fasulli, è una sorta di distrazione di massa. L’implosione è per il momento rimandata oltre che con manovre di bilancio, con l’immissione di capitali freschi, ma di dubbia provenienza dal mondo russo, cinese e arabo, con l’istituzione di eventuali superleghe capaci di raschiare il fondo del barile delle sponsorizzazioni e dei diritti televisivi oppure con la formula americana dell’integrazione nel circuito commerciale (gli stadi trasformati in centri di consumismo, di divertimento e di tempo libero). Chi vivrà vedrà: il calcio dopo avere da tempo esaurito la sua funzione sportiva, sta esaurendo anche le sue risorse spettacolari e forse potrà salvarsi solo ridimensionandosi e diventando un mega-circo commerciale dove si esibiranno i migliori trapezisti, che sapranno tenere il pubblico col fiato sospeso al portafoglio.

Il mondo dell’informazione sta perdendo ogni e qualsiasi autonomia (salvo rare eccezioni) e si sta integrando nel gioco politico. Non ho idea se la situazione sia così in tutto il mondo occidentale, certamente è così in Italia dove il governo sta asservendo ai propri interessi tutte le televisioni, rimescolando le carte e creando un polpettone piuttosto insipido se non addirittura disgustoso. Gli spostamenti che avvengono tra il pubblico (Rai) e il privato (Mediaset di ormai berlusconiana memoria, la 7 del gruppo Cairo communication, canale Nove di proprietà della Warner Bros Discovery). “Questo o quello per me pari sono” sembrano dire i giornalisti che stanno preparando le valige, importanti sono i cachet, insignificanti gli utenti, optional l’etica e la coerenza professionali.

C’è un vero e proprio burattinaio? Certamente l’attuale governo sta brigando non poco per risistemate i palinsesti a proprio uso e consumo. È sempre stato così? Non credo! Non ho mai visto il pluralismo dell’informazione così sotto attacco e c’è di che preoccuparsi, perché rappresenta uno dei pilastri della democrazia. Non è questione di Fabio Fazio, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Barbara D’urso, Mirta Merlino e compagnia bella: sono peraltro casi diversi fra loro, ma che comunque rientrano nel riassetto in chiave politica degli equilibri televisivi.

Chissenefrega tanto ormai le opinioni si formano sui social! Non è vero. Se alle televisioni togliamo il giornalismo d’inchiesta, se i telegiornali diventano il pulpito per i sermoni meloniani, se tutti i gatti diventano bigi, se anche la carta stampata si accoda a questi aggiustamenti sistemici, siamo fritti.

A nulla servono i rigurgiti di perbenismo Rai contro il giornalista Filippo Facci colto con le dita nella marmellata dei rapporti a dir poco burrascosi con la ex compagna e di un inopportuno pezzo sulla vicenda di La Russa junior: le censure sono sempre inaccettabili e sono ancor peggio degli inchini al potere (ne sono l’altra faccia della medaglia). È il caso di dire che la Rai sta cercando di salvare la faccia censurando Facci.

Ucci ucci sento odor di padronucci. Vedo sempre più un giornalismo che lega l’asino dove vuole il padrone e un’informazione asservita al potere talmente bene da non farsene accorgere. Lukaku e c. ballano in soccorso del sistema calcio e per tenere caldi i tifosi; Merlino e c. danzano per tenere alto il morale dei cittadini a dispetto dei loro problemi. Evviva la democrazia!

 

Una partita fra caste

Uno dei punti più discussi in materia di riforma della giustizia è senza dubbio quello riguardante la separazione delle carriere: non ho mai capito perché la maggioranza dei magistrati sia pregiudizialmente contraria, probabilmente non tanto per una rigorosa difesa della propria indipendenza, ma per una castale maggiore flessibilità di esperienze e di carriere. Il centro-destra da parte sua annette molta, forse troppa, importanza a questa innovazione, illudendosi sul “divide et impera” che indebolirebbe il potere giudiziario sottraendolo alle intenzioni di condizionare la politica col rischio però di portare di fatto i magistrati inquirenti nell’orbita del potere esecutivo (come del resto succede in parecchie democrazie).

Non essendo esperto in materia faccio riferimento ad un illustre parere dell’ex senatore Giorgio Pagliari, insigne giurista. Egli afferma: «La separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante, così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero».

Resto però molto perplesso allorquando l’attuale governo, che ha tra i suoi ministri un autorevole ex magistrato, Carlo Nordio, il quale sta elaborando una riforma dell’ordinamento giudiziario, si scandalizza davanti al Gip che dispone l’imputazione coatta per il sottosegretario Delmastro (il reato se non erro sarebbe quello di rivelazione di segreti d’ufficio) in contrasto col Pubblico ministero che aveva deciso l’archiviazione dell’indagine. Mi sono chiesto se questo non sia proprio un caso di indipendenza tra magistratura inquirente e giudicante. E allora? La coerenza, come spesso accade, diventa un optional, resta soltanto la voglia di difendere la casta della politica.

Leggiamo cosa scrive al riguardo Giuseppe Panissidi su MicroMega: «L’invocata panacea di tutti i mali, la separazione delle carriere, neanch’essa sembra soddisfare i suoi veementi assertori. Tanto vero che, anche quando la giurisdizione la realizza di fatto, nei termini e nelle forme della normale dialettica processuale, l’Olimpo del garantismo a buon mercato e a senso unico insorge, a prescindere. Ogniqualvolta, comunque, si vada in giudizio. Se, vedi caso, l’ufficio del pubblico ministero propone l’archiviazione delle accuse nei riguardi di tal Delmastro, mentre il tribunale, nella figura del giudice preliminare, terzo e indipendente, assume la decisione opposta, vale a dire ingiunge alla procura di formulare l’imputazione, secondo una specifica previsione del vigente codice del rito accusatorio, anche tale prova di “separazione” sostanziale tra procura e tribunale viene fatta oggetto di vigorosa, controintuitiva, contestazione. Stranezze. Non è, dunque, la separazione la materia del contendere! Il problema vero, il male per nulla oscuro, si manifesta, al contrario, nell’anelito alla costruzione di una prospettiva ‘politica’ di concordanza ‘sistemica’ tra giudici e pm palesemente finalizzata a porre fine ai procedimenti sgraditi. Altrimenti, entra in azione, di diritto, per usare una parola nobile, il vincitore elettorale, il legislatore penale di turno. E via col vento, mano alla… separazione! In buona sostanza, intercala Johnny Stecchino, e in memoria di Manzoni, il processo non s’ha da fare, né domani, né mai, quando riguarda i padroni del vapore. Il giusto processo nei loro confronti è il processo che non si celebra, non si deve celebrare, considerato il numero di assoluzioni che viene sbandierato a ogni piè sospinto».

Mi sembra quindi che il dibattito in corso sia falsato da due opposte strumentali intenzioni: la Magistratura si chiude a riccio ed ha paura persino della propria ombra o forse, sarebbe meglio dire, dell’ombra del governo per difendersi preventivamente e pregiudizialmente dagli attacchi alla propria autonomia, mentre il Governo vuole comunque appioppare un colpo a tale autonomia considerandola un alibi per operare impunemente invasioni di campo.

Se questi sono i presupposti ed il clima, il conflitto è garantito e la riforma scivolerà inevitabilmente verso un pericoloso scontro fra i poteri dello Stato.  Non invidio il Presidente della Repubblica che, prima con la cosiddetta moral suasion e poi con l’esercizio delle sue prerogative, dovrà mettersi di mezzo in difesa della Costituzione e delle aspirazioni dei cittadini verso una giustizia giusta ed efficiente. Non rimane comunque che sperare in lui, nel suo equilibrio, nella sua obiettività e nella sua rigorosa e operosa fedeltà alla Carta Costituzionale.

 

 

La melonizzazione dell’ambiente

Le mie peregrinazioni elettorali sono storicamente iniziate col voto europeo: un cattolico in libera uscita prima ancora che tramontasse la Democrazia Cristiana. In questo partito militai fino al momento in cui credetti nella possibilità di una presenza progressista in “un partito di centro che guarda a sinistra” (la definizione è di Alcide De Gasperi).

Tramontata questa suggestiva ipotesi mi sentii oltremodo libero nel voto e presi spunto dagli equilibri politici europei, laddove, nonostante tutto, si partiva più dai problemi concreti che dagli schieramenti. Se la memoria non mi tradisce, negli anni ottanta del secolo scorso votai Rifondazione comunista per due motivi: la grande stima per un missionario saveriano prestato alla politica, Eugenio Melandri, candidato nelle liste di quel partito e la speranza di dare uno scrollone alla burocrazia conservatrice europea (mia sorella usava come suo solito una espressione colorita e provocatoria: “In Europa sono tutti fascisti…”), usando la clava dei rapporti con il terzo mondo.

Ricordo di avere stupito il mio carissimo amico comunista Valter Torelli: l’indomani delle elezioni europee lo incontrai e gli confessai di averla fatta grossa, avevo votato ben più a sinistra di lui e il mio voto era servito a mandare a Strasburgo un missionario cattolico in odore di eresia, ma sicuramente impegnato su certe tematiche rivoluzionarie.

Negli anni novanta e successivi, più di una volta, ho votato i “verdi” per il Parlamento europeo, individuando in questo più movimento che partito una sensibilità moderna e capace di coniugare, come a distanza di tempo ha scritto papa Francesco in una enciclica, la difesa dell’ambiente con quella dei diritti sociali. In Italia purtroppo i verdi non hanno trovato riscontri attivi e passivi, mentre a livello europeo hanno sempre rappresentato un giusto anelito verso una politica aperta all’ambientalismo, all’ecologismo e a tutti i fenomeni di progresso nel mondo.

Questa breve (?) confessione laica per ammettere che ho trovato un inopinato riscontro a queste mie fughe in avanti nel recente voto del Parlamento europeo sulla “Nature restoration law”. Da una parte mi sono rallegrato del fatto che sia stato approvata questa legge, dall’altra mi sono preoccupato del fatto che la difesa della natura non sia elemento politico unificante ma estremamente divisivo, come scrive Nicolas Lozito su “La Stampa” in un acuto e interessantissimo articolo che riporto di seguito.

“Mai nella storia dell’Unione europea l’ambiente è stato così decisivo per rivelare strategie politiche e nuove alleanze. Una cartina al tornasole in vista del voto del 2024. Oggi, infatti, il Parlamento di Strasburgo ha dato un primo ok alla Nature restoration law proposta dalla Commissione eurpea: 336 voti a favore, 300 contrari, 13 astenuti. Le previsioni fino a ieri erano all’opposto e in molti si aspettavano il fallimento di una proposta nata benissimo ma arrivata fino a oggi tra polemiche e critiche. Invece il pronostico è stato ribaltato grazie alle defezioni all’interno del Partito popolare europeo: 21 europarlamentari hanno votato a favore della legge e in aperto contrasto con le indicazioni del loro segretario, Manfred Weber, grande sconfitto della giornata.

Al di là delle dinamiche politiche nel breve termine, il voto è interessante per due motivi. Primo, perché rimette sul tavolo una fondamentale legge per la protezione dei nostri territori, che oggi versano in stato di salute pessimo a causa dell’impatto dell’uomo. Nonostante le critiche arrivate dagli agricoltori e dai pescatori, la comunità scientifica ha spiegato a gran voce la necessità di rendere più resiliente la natura del nostro continente per rispondere alle sfide dell’inquinamento e del cambiamento climatico.

Secondo, perché mostra in maniera plastica il tentativo del Partito popolare europeo di riallineare le sue alleanze verso destra, guardando sempre più con attenzione al gruppo dei conservatori guidato da Giorgia Meloni. Uno slittamento lento in vista delle Europee 2024, che probabilmente vedranno un ribaltamento di forze all’interno del Parlamento. Il disegno delle nuove alleanze è dichiarato ancora solo in parte, visto che i Popolari compongono tutt’ora la maggioranza “Ursula” insieme alle forze di Sinistra.

Il Green Deal e le iniziative a favore dell’ambiente sono una delle principali eredità di questa Commissione e in generale di questa legislatura europea. Ma proprio in questo ultimo anno il banco potrebbe saltare: i conservatori potrebbero scaricare le stesse iniziative a cui avevano lavorato per evitare che gli ottimi risultati favoriscono alle prossime elezioni le forze progressiste e socialdemocratiche, che durante la campagna elettorale proveranno a rivendicare con forza i progressi ottenuti.

La spallata tentata oggi è fallita, ma ci saranno altri momenti decisivi, a partire proprio dalle prossime discussioni sulla Restoration Law. Le sorti del Pianeta, a Strasburgo, potrebbero essere messe in secondo piano per favorire gli interessi di breve periodo delle agende politiche. Ma la Natura non può essere usata come territorio di battaglia, né come una fune da contendersi. Ancora oggi, nel 2023, gli europarlamenti sembrano dimenticarsi della crisi ecologica che caratterizza il nostro tempo”.

Come dicono in sintesi il titolo e il sommario di questo articolo, “l’ambiente diventa un terreno di scontro per tracciare le nuove alleanze europee”. Se in un certo senso può essere un notevole passo avanti nell’attenzione della politica verso i problemi reali del pianeta, per latro verso la politica mostra la sua faccia meschina: fino alle elezioni 2024 vedremo sempre più tentativi di avvicinamento del partito polare con le forze conservatrici. A farne le spese saranno la difesa della Natura e l’agenda green. Ironia della sorte (?): protagonista dichiarata di questa deriva conservatrice la nostra premier Giorgia Meloni che forse riuscirà a sciacquare nel fiume della conservazione europea il suo linguaggio (fosse solo linguaggio…) storicamente scorretto sull’altare della trascuratezza verso nientepopodimeno che il pianeta terra. Della serie se la terra non sarà meloniana sarò almeno melonizzata.