Martire del dialogo a tutto campo

Nei giorni scorsi, nell’ambito delle iniziative promosse dal Meeting di Rimini ho potuto seguire in diretta un convegno su Aldo Moro. Riporto di seguito il nome e la qualifica dei relatori nonché la presentazione del dibattito.

Relatori: Saverio Allevato, Già responsabile Cattolici popolari-Roma; Agostino Giovagnoli, Storico e già Professore di Storia contemporanea; Agnese Moro, Giornalista Pubblicista, figlia di Aldo Moro. Introduce Salvatore Taormina, Redazione Culturale del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Modera Angelo Picariello, Giornalista di Avvenire, autore di “Un’azalea in via Fani”, Ed. San Paolo.

Aldo Moro (1916-1978) è una figura di straordinaria rilevanza nella storia della Repubblica, ma la “ferita” causata dal suo rapimento e dall’incapacità collettiva di sottrarlo a una morte ingiusta sono fonte spesso di un’ingiustizia ulteriore che ne limita il ricordo a quei 55 giorni drammatici. Dopo 45 anni, liberarlo finalmente da quella “prigionia” consente di parlare di temi di grande attualità attraverso la sua vita, in cui emerge la centralità della persona (che caratterizza la nostra Costituzione, con il suo decisivo impulso) e la costante tensione all’unità e alla positività della realtà. La politica come servizio al bene comune non gli fece mai mancare tempo per i suoi allievi e i giovani, specie nei turbolenti anni della Contestazione, in cui mantenne un rapporto assiduo e discreto anche con alcuni studenti e sacerdoti della comunità di Comunione e Liberazione di Roma. Una politica così concepita lo rese anche grande protagonista di iniziative di pace e dialogo nel pieno della Guerra fredda.

Ricordo come durante la prigionia di Moro, leggendo il testo delle lettere che inviava dal carcere brigatista, pur rimanendo avvinghiato alla sua impareggiabile e affascinante testimonianza politica e pur aderendo privatamente e pubblicamente alla opzione trattativista, mi chiesi ripetutamente se potesse rientrare o meno nel novero degli eroi-martiri della storia italiana.

Ebbene, a posteriori penso di poter concludere affermativamente, definendolo un martire della politica intesa come dialogo a tutti i costi. Aldo Moro aveva costruito tutta la sua vita sul valore del dialogo, sul rispetto e l’attenzione alle persone, sull’uso paziente e costruttivo della parola, a partire dal suo contributo all’elaborazione del testo della Carta Costituzionale per poi proseguire nell’impegno politico, nell’azione di governo, nell’attività di docente universitario, nel dibattito culturale avviato verso il centro-sinistra, nell’attenzione alla contestazione giovanile, nel cogliere sempre in tutto e in tutti l’aspetto positivo da ricuperare e valorizzare.

Come afferma la figlia Agnese, durante la sua prigionia vide svanire questo sogno anche ad opera dei colleghi e degli amici, pedissequamente attestati sul dogma “lo Stato prima delle persone”, un vero e proprio attentato alla Costituzione, perpetrato più o meno in buona fede.

Ha pagato con la vita questa sua rivoluzionaria e contestatrice fede nel dialogo, provocando la reazione di tutti coloro che agivano all’ombra e nell’ombra degli schemi precostituiti a livello culturale e politico, interno ed internazionale. In questo senso era un personaggio scomodo pur nella sua esemplare mitezza. Riusciva a coniugare il rigore comportamentale del politico con la dolcezza personale dell’uomo, la forte convinzione nelle proprie idee con l’ascolto, oserei dire umile e religioso, di chi non le condivideva o addirittura le contestava. Un politico che non rinunciava mai a giacca e cravatta e che però sapeva dialogare coi giovani simbolicamente vestiti con l’eskimo. L’abito non fa il monaco, ma aiuta ad essere se stessi e a capire gli altri.

Le sue lettere sono un grido inascoltato a favore del dialogo, che avrà sicuramente cercato dignitosamente e fermamente anche con i suoi carcerieri. Quante volte mi sono chiesto cosa si saranno detti Moro e i brigatisti al di là di quanto riportano i freddi e deliranti comunicati delle Brigate Rosse. Non si sarà tanto autodifeso, ma avrà soprattutto insistito su quanto di buono, nonostante tutto, ci poteva essere nella politica italiana, dalla Costituzione al dialogo fra le forze democratiche e progressiste allora in pieno svolgimento, dall’attenzione verso la classe operaia a quella verso gli studenti, dall’apertura ai problemi sociali alla pace nel mondo.

Se è vero, come detto nella premessa del convegno, che la vita e la testimonianza di Moro non vanno letti riduttivamente attraverso le sbarre della sua prigione, è altrettanto vero che il suo rapimento, la sua carcerazione e la sua morte sono perfettamente in linea con le premesse di una vita politica troppo aperta e profonda per essere accolta. Come tutti i veri profeti non è stato riconosciuto tale nella sua patria italiana e occidentale, nella sua casa democristiana, dai suoi amici della sinistra cattolica e comunista.

Lo lascia intendere la figlia Agnese, in una testimonianza di bellezza, purezza e profondità sconvolgenti, che non cede però alla disperante solitudine del padre e aggiunge la commovente certezza cristiana dell’assidua presenza di Gesù accanto alla sua sofferenza nel carcere in cui era rinchiuso: era quel Gesù al cui corpo e sangue Aldo Moro si era quotidianamente accostato nell’Eucaristia. Una perfetta simbiosi fra ispirazione cristiana e attività politica intesa come più alta forma di carità, secondo l’insegnamento del suo carissimo maestro e amico Paolo VI.

Ogni volta che mi imbatto nella vita di Aldo Moro si scatenano in me le più grandi emozioni. Ne esco sconvolto, ma anche rasserenato e persino riconciliato con la politica. Evito accuratamente di fare raffronti con l’attualità, perché rovinerei tutto. Mi accontento, si fa per dire, di rispolverare, da incallito credente nella politica, la testimonianza di un vero ed autentico suo esponente, rispondente ai canoni che tengo fissi e considero irrinunciabili nella mia mente e nel mio cuore.

 

Le finte scaramucce e il vero conflitto

I commentatori politici si stanno esercitando nella sistematica elaborazione dell’ovvio, vale a dire nell’osservazione del comportamento dei ladri di Pisa compartecipi dell’attuale governo di destra: da una parte i sassi in piccionaia lanciati da Matteo Salvini, impegnato in un vomitevole flirt con Marine Le Pen; dall’altra parte Giorgia Meloni intenta a nascondere le mani e a porgerle a Ursula von Der Leyen in un bilaterale e opportunistico fidanzamento. Il gioco è scopertamente orientato alle prossime elezioni europee a cui tutto può farsi risalire, mentre sui problemi veri, vale a dire immigrazione, economia, bilancio dello Stato, occupazione, e chi più ne ha più ne metta, si buttano cortine fumogene negli occhi degli italiani.

In buona sostanza fanno finta di litigare. Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Non credo che possa finire così, sarebbe, in un certo senso, troppo bello: tutto è calcolato e nessuno può permettersi il lusso di violare il pur precario equilibrio tattico. Il balletto continuerà fino a quando la realtà dei fatti non li travolgerà, ma in quel caso c’è già pronta la scialuppa di salvataggio della globalizzazione: ci affogheremo nel mare grande del disordine mondiale, pronto ad inghiottire il disordine italiano.

Non illudiamoci quindi che le scaramucce tra Salvini e Meloni possano comportare qualche conseguenza di rilievo: trattasi di meri aggiustamenti. In campo sociale abbiamo il fenomeno della precarizzazione del lavoro, in campo politico abbiamo quello della stabilizzazione della precarietà. Manovre di depistaggio, gioco delle parti, tatticismi a go-go, finti litigi e intese obbligate.

Esiste invece un ben più sostanziale e sostanzioso conflitto, per certi versi addirittura inquietante, tra il governo Meloni e il presidente Mattarella. Non passa giorno senza che il Capo dello Stato non esprima giudizi e consigli in netta controtendenza rispetto alla linea dell’attuale governo. Il conflitto c’è, si vede e, se mi conforta che al più alto livello istituzionale la politica trovi una versione positiva e costruttiva, mi preoccupa il fatto di non capire fino a quando e come questa dicotomia potrà reggere, salvo scossoni imprevedibili anche se benefici.

In certi sistemi istituzionali si verifica una vera e palese divergenza tra capo dello Stato da una parte e governo-parlamento dall’altra risolta generalmente dai poteri esecutivi in capo alla presidenza. È il caso degli Usa e della Francia. In Italia il presidente della Repubblica non ha poteri di governo e quindi si deve limitare alla cosiddetta moral suasion, a parlare a nuora (cittadini più o meno aggregati) perché suocera (governo) intenda. Sergio Mattarella sta facendo la vera ed unica opposizione al governo Meloni: ci vuole un cieco per non vederlo. Agli italiani piace, ma forse non lo capiscono. Fino a quando?

Azzardo tre ipotesi. La prima riguarda lo svuotamento del ruolo presidenziale nell’ambito di una riformetta qualsiasi di carattere istituzionale, si chiami presidenzialismo o premierato. Mattarella verrebbe devitalizzato e tacitato per lasciare campo libero alla peggior politica. La seconda di segno opposto potrebbe vedere un sempre più accentuato interventismo presidenziale fino a mettere in crisi gli equilibri di governo ed assumere un ruolo protagonistico a livello europeo e occidentale. La terza, la più probabile considerata la debolezza parlamentare e la correttezza presidenziale, potrebbe trasformare Mattarella nel portavoce costituzionale della popolazione incapace di votare, di manifestare e di protestare. Una sorta di popolarismo mattarelliano a difesa della democrazia in bilico fra debolezze istituzionali e incapacità politiche. Un popolarismo che stoppa sul nascere ogni e qualsiasi velleità populista all’interno e sovranista all’estero.

A ben pensarci Sergio Mattarella, col governo Draghi e non solo, ho svolto un ruolo molto pregnante. Quando ha capito che i partiti si ribellavano e i cittadini non si rendevano conto, ha fatto le valige, salvo disfarle per cause di forza maggiore. Ora riprendere il filo del suo discorso non sarà facile anche se fortemente auspicabile. Che Dio lo conservi in salute, che la politica abbia il buongusto di fermarsi, che gli italiani passino nei suoi confronti da una generica anche se affettuosa ammirazione ad una convinta e fattiva attenzione.

 

 

Un nemico al giorno leva gli immigrati di torno

La svolta del governo sui migranti è durissima e arriva in un video dai toni drammatici all’ora di cena. Nulla sarà più come prima. La gestione dell’immigrazione sarà militarizzata. In sei minuti Giorgia Meloni demolisce quella che chiama la retorica «immigrazionista», annuncia una serie di misure rigidissime e si copre il fianco a destra, dopo giorni di martellamento da parte dell’alleato Matteo Salvini.

«Annuncio che…» dice a un certo punto. Meloni annuncia che «sarà dato mandato alla Difesa di realizzare nel più breve tempo possibile» nuove strutture per i migranti «in modo tale che siano sufficienti a trattenere gli immigrati illegali».

La presidente del Consiglio indica anche dove: «Daremo mandato di realizzare queste strutture in località a bassissima densità abitativa e facilmente perimetrabili e sorvegliabili». Nessun problema di ordine pubblico dovrà esserci quindi, men che meno sarà necessario pensare al coinvolgimento dei territori. La decisione verrà calata dall’alto. Quanto agli ingressi degli irregolari, «non conviene affidarsi ai trafficanti di esseri umani».

Sui tempi, dice Meloni, «al Consiglio dei ministri di lunedì porteremo una modifica del termine di trattenimento nei centri di permanenza per i rimpatri di chi entra illegalmente in patria. Limite che verrà alzato al massimo consentito dalla normativa europea, ovvero 18 mesi». Detenzioni lunghissime, per disincentivare chi volesse provare ad arrivare in Italia.

Il fronte scoperto resta l’Africa: la premier si autoelogia per l’impegno in Libia, ma ammette che sulla Tunisia ci sono stati problemi per l’esodo imponente di questi mesi. «Una parte dell’Ue si è mossa contro» l’accordo, tanto che 250 milioni promessi a Saied non sono ancora arrivati.

L’intervento di Meloni sembra dunque tornare ai tempi della campagna elettorale, con la rievocazione del blocco navale per fermare le partenze. Serve una «missione europea, anche navale, se è necessario, in accordo con le autorità del nord Africa, per fermare la partenza dei barconi».  (dal quotidiano “Avvenire” – Diego Motta)

Nei giorni scorsi si è gridato al complotto europeo (protagonista la sinistra in particolare) contro l’Italia e il suo attuale governo: si starebbe usando l’immigrazione per metterlo in difficoltà. Salvini vede un atto di guerra dietro gli sbarchi. E tira in ballo pure i Servizi. Il vicepremier ha fatto una lunga intemerata davanti alla stampa estera per denunciare una “regia esterna” che pianifica l’arrivo dei migranti.

Poi arriva l’annuncio della militarizzazione della gestione dell’immigrazione: un’autentica cavalcata della paura. Un giorno è tutta colpa della Francia, un altro giorno è l’Europa che si nasconde, il terzo giorno è colpa di tutti coalizzati contro di noi. E allora non resta che trasformare il fenomeno migratorio in una guerra. Non servirà a niente, ma nel frattempo tutto ciò consente di placare i contrasti interni al governo e di mostrare agli italiani lo specchietto della linea dura.

Poi però forse la premier Meloni, dopo avere abbaiato a più non posso, si accorge di avere esagerato e fa partire l’invito alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen a visitare con il governo la stessa Lampedusa, per prendere visione dell’emergenza umanitaria. Un eclatante colpo al cerchio della tolleranza zero ed un sommesso colpo alla botte della collaborazione con la Ue e i partner europei. Una sceneggiata: dopo avere mostrato le facce feroci, tutti a Lampedusa a mostrar le chiappe del vogliamoci bene. E magari troveranno persino uno straccio di accordo sulle peggiori premesse possibili e immaginabili: una sorta di fumoso pugno duro europeo, della serie facciamo finta di fare la guerra agli immigrati poi si vedrà…

Non prendo nemmeno in considerazione il merito delle boutade propagandistiche di Giorgia Meloni, che dimostrano lo stato confusionale regnante nel governo italiano a cui fa effettivamente riscontro la recalcitrante posizione delle istituzioni e dei partner europei. A farne le spese saranno gli immigrati stessi e tutti i cittadini europei alle prese con un fenomeno, che, anziché essere realisticamente e solidalmente gestito, viene agitato come uno spauracchio.

Proprio in questi stessi giorni il presidente Mattarella, come ho già avuto modo di rilevare, ha invitato a non pensare che i problemi possano risolversi da sé, senza l’impegno necessario ad affrontarli. Oppure – ancor peggio – a non cedere alle paure, quando non alla tentazione di cavalcarle, incentivando – anche contro i fatti – l’esasperazione delle percezioni suscitate. Quando ha pronunciato queste parole c’era schierato il parterre del centro destra, che lo applaudiva freneticamente: in dialetto parmigiano si chiama “bècch äd fér”, in lingua italiana corretta faccia tosta, in espressione triviale faccia da c…

La famiglia Brambilla in vacanza a Budapest

Famiglia e sfida demografica al centro dell’agenda di governo italiano. La premier Giorgia Meloni, intervenendo al Budapest Demographic Summit, dopo aver abbracciato il primo ministro ungherese Viktor Orban all’arrivo, ribadisce quali sono i temi su cui sta lavorando il suo esecutivo, che ha come obiettivo «rimanere in carica molti anni, cosa inusuale in Italia a differenza dell’Ungheria». Il governo italiano, spiega, «ha come priorità assoluta il numero di nascite, il sostegno alle famiglie. Per un futuro che sia migliore del presente». Per questo serve «una grande battaglia per difendere le famiglie, significa difendere l’identità, difendere Dio e tutte le cose che hanno costruito la nostra civiltà». Oggi si ha l’opportunità importante per trattare «questioni chiave non solo per Italia ma per tutta l’agenda europea – aggiunge – La famiglia e le sfide demografiche fanno parte del cuore della politica del governo italiano il cui obiettivo è promuovere la famiglia».  (dal quotidiano “Avvenire” – Alessia Guerrieri)

Quando affronto un problema vengo preso dall’ansia di risolverlo immediatamente e sbrigativamente senza valutarne appieno la portata e soprattutto le cause da rimuovere e/o risolvere. Contemporaneamente e conseguentemente si scatena in me la preoccupazione di non farcela, considerando la questione al di sopra delle mie possibilità. Come finisce? Spesso in un nulla di fatto se non riesco a rinsavire e a ragionare partendo dall’inizio e non dalla fine. Ogni volta ci casco anche se mi riprometto di non cascarci più. Era così nello studio, è stato così nel lavoro, è così nelle mie scelte e decisioni di un certo rilievo.

Mio padre, alle prese con i miei primi componimenti, mi dava i suoi elementari, semplici ma preziosi consigli: “Stà miga anderogh dentor, tóla su lärga……girogh d’intorna…”. Non era un invito all’evasione culturale, ma un incoraggiamento a centrare l’obiettivo dopo aver considerato il contesto e presa la mira.  Certo, poteva scattare il rischio contrario di uscire fuori tema, ma comunque il suggerimento era e resta valido.

Evidentemente assomiglio a Giorgia Meloni, per fortuna solo in questo strano e negativo modo di affrontare la realtà problematica. Anche lei ha il vizio di partire dal fondo scavalcando a piedi pari la complessità e la delicatezza delle questioni. Il problema del calo demografico e della collegata crisi della famiglia è la risultante di una serie infinita di fattori di carattere storico, culturale, psicologico, sociale, economico e politico. Partire dalla politica è sbagliato e pericoloso, perché automaticamente si scivola nel pressapochismo strumentale e demagogico e nella difesa dell’identità. Quale identità? Quella di Dio, patria e famiglia di mussoliniana memoria.

Esce immediatamente la questione della laicità della politica, il rischio di sposare una linea di mera conservazione della tradizione e di scadimento nella generica reazione avverso l’evoluzione dei costumi. Recentemente nel complimentarmi con una mia carissima amica madre di famiglia, ho colto in lei la capacità di trasmettere ai figli i valori della tradizione, coniugandoli però con la modernità: l’unica sfida ammissibile per evitare balzi all’indietro e salti nel buio.

L’ho presa su larga per arrivare a dire che non è abbracciando il reazionario Orban, tirando la giacca a Dio, garantendo lunga vita al governo che si affronta seriamente il problema della denatalità e si rimette al centro del campo la palla famigliare. Questa è propaganda.  L’ennesima bufala socio-culturale di un governo penosamente alla ricerca del nuovo abbarbicandosi al vecchio.

Siamo tutti portati a piangere sui valori versati e a scaricarne la responsabilità sulla politica. La politica non s’immischi nelle coscienze, non pensi neanche per scherzo di difendere Dio (per cortesia non bestemmiamo!), ma si limiti a creare i presupposti per libere scelte di coscienza. Cosa vuol dire promuovere la famiglia? Tutto e niente! Mi sembra un modo per fare del fumo di fronte alla storia.

 

Le presidenziali iniezioni nel muro costituzionale

In un discorso, tenuto alla Università di Parma, nel 1995, Giuseppe Dossetti – che, dell’Assemblea Costituente, era stato partecipe e protagonista – rivolse un appello ai giovani: “non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del ‘48, solo perché opera di una generazione ormai trascorsa – disse -. La Costituzione americana è in vigore da duecento anni e, in questi due secoli, nessuna generazione l’ha rifiutata, o ha proposto di riscriverla integralmente; ha soltanto operato, singoli emendamenti puntuali, rispetto al testo originario dei Padri di Philadelphia; nonostante che, nel frattempo, la società americana, sia passata, da uno Stato di pionieri, a uno Stato, oggi, leader del mondo…E’ proprio, nei momenti di confusione, o di transizione indistinta, che le Costituzioni adempiono la, più vera, loro funzione: cioè, quella di essere, per tutti, punto di riferimento e di chiarimento. Cercate, quindi, di conoscerla; di comprendere, in profondità, i suoi principî fondanti; e, quindi, di farvela amica e compagna di strada… vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni asservimento; per qualunque cammino vogliate procedere, e per qualunque meta vi prefissiate”. Facciamo nostre queste parole.

In queste parole in molti hanno letto un morbido ma deciso stop alla riforma costituzionale annunciata dal governo: presidenzialismo o premierato che sia. Il silenzio al riguardo di Palazzo Chigi e degli esponenti della maggioranza di governo tradisce imbarazzo per non dire contrarietà. Tutto l’intervento di Mattarella al meeting di Rimini, così come altri recenti discorsi, è stato un continuo e pressante richiamo ai contenuti della Carta Costituzionale e alla necessità di un suo rispetto.

Mattarella, oltre che svolgere in modo impeccabile la sua funzione, ha capito che potrebbe esserci in atto un tentativo fin troppo evidente di revisione costituzionale funzionale non tanto a migliorarne i contenuti, ma ad un surrettizio consolidamento degli equilibri e della linea di governo. Ecco perché Meloni e c. si sentono toccati nel vivo e non aprono bocca: non possono infatti dire di essere d’accordo col Capo dello Stato perché tradirebbero le reiterate promesse elettorali, non possono dire di essere in disaccordo col Presidente della Repubblica perché non avrebbero argomenti da contrapporgli e soprattutto perché ne temono la popolarità e il seguito.

La Carta Costituzionale svolge ancora tutta la sua funzione di pietra d’inciampo per chi vuole farneticare sul piano istituzionale. Probabilmente Mattarella, dal suo punto di osservazione, intravede rischi tali da consigliargli un interventismo dialettico molto ficcante: il timore è che si voglia cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza a prescindere dal merito dei cambiamenti stessi.  Il Parlamento non ha lo spessore culturale e l’autonomia politica per guidare il discorso; la Magistratura è troppo puntata sull’autodifesa; la Corte Costituzionale al momento non è chiamata in causa; i partiti non ci sono e se ci sono dormono; l’elettorato non percepisce l’importanza di questi discorsi. Resta solo il Presidente Mattarella per frenare gli ardori di un governo incapace quanto pericoloso.

In un sistema politico così debole, mettere mano alla Costituzione comporta rischi enormi. Spero che il Quirinale riesca a sventare, con eleganza, le manovre che si stanno profilando e che gli italiani si sveglino una buona volta. Su tutto, al limite, si può ostentare noncuranza o disinteresse, sulla Costituzione no.

Mattarella nel frattempo non si lascia condizionare dai rumors di eventuali riforme costituzionali e non cessa di fare il suo mestiere. Intervenendo all’assemblea annuale di Confindustria, nel giorno della giornata internazionale della democrazia ha fatto affermazioni molto interessanti in netta controtendenza rispetto al governo: «Se c’è qualcosa che una democrazia non può permettersi è di ispirare i propri comportamenti, quelli delle autorità, quelli dei cittadini, a sentimenti puramente congiunturali. Con il prevalere di inerzia ovvero di impulsi di ansia, di paura. Due sono i “possibili errori” in cui si rischia di incorrere: “Una reazione fatta di ripetizione ossessiva di argomenti secondo i quali, a fronte delle sfide che quotidianamente la vita ci propone, basta denunziarle senza adeguata e coraggiosa ricerca di soluzioni. Quasi che i problemi possano risolversi da sé, senza l’impegno necessario ad affrontarli. Oppure – ancor peggio – cedere alle paure, quando non alla tentazione di cavalcarle, incentivando – anche contro i fatti – l’esasperazione delle percezioni suscitate”». A buon intenditor poche parole!

Draghi tra l’umiltà ursuliana e la presunzione giorgiana

Il discorso di Ursula Von der Leyen sullo Stato dell’Unione, tenuto davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, sembra confermare la volontà della politica tedesca di ottenere un secondo mandato alla guida della Commissione Europea. Un passo avanti che fa il paio con gli ultimi segnali del Ppe, rivolti più a confermare l’asse con socialisti e liberali che non ad allargare la futura maggioranza europea a destra. E per dare una base programmatica al lavoro del futuro Europarlamento e del futuro governo comunitario “ingaggia” Draghi: “Ho chiesto a Mario Draghi – annuncia di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea”. La presidente della Commissione Ue non schiva il tema delle prossime euro-elezioni di giugno 2024. Sarà l’appuntamento, dice, in cui l’Europa “dovrà rispondere ancora all’appello della storia”. Alla plenaria di Strasburgo Von der Leyen propone tre priorità, tre sfide: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Per tenere tutto insieme in un’unica visione servirà, appunto, il contributo dell’ex premier italiano, “una delle più grandi menti economiche europee”. Dovrà essere Draghi a indicare le basi sistemiche perché l’Europa faccia “whatever it takes” – la formula con cui Draghi difese l’euro, e che ieri Von der Leyen ha citato – per non restare indietro sui mercati globali. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

Un carissimo amico, che ha la paziente bontà di leggere i mei quotidiani commenti ai fatti del giorno, mi ha scritto tempestivamente: “Caro Ennio ho visto che la Presidente della Commissione Europea ha seguito il tuo suggerimento per utilizzare Draghi”. Faceva riferimento ad un mio recentissimo scritto in cui affermavo sconsolatamente: “Abbiamo un vero europeista in casa e lo abbiamo liquidato in malo modo, è lui l’unico statista sulla piazza e noi preferiamo volare basso. Sergio Mattarella non si era sbagliato, si sono sbagliati i partiti e gli elettori che li hanno seguiti”.  Qualcuno a Bruxelles e a Strasburgo fortunatamente, seppure un tantino strumentalmente, se ne è accorto.

Non ho ben capito a cosa concretamente alluda questo incarico a preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. «Whatever it takes» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa locuzione in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione.

In poche parole la Von der Leyen ha lanciato un “sos europeistico” a Draghi: una seria ammissione di debolezza e un opportuno appello a chi può dare una mano all’Europa per uscire dalle secche in cui si è inchiodata.

“C’è chi tende a vedere ogni mossa come se andasse contro il mio governo, ma Mario Draghi è uno degli italiani più autorevoli, presumo che possa avere un occhio di riguardo per la nostra nazione, io la considero una buona notizia”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ospite di “Cinque minuti”, il programma di Bruno Vespa in onda dopo il Tg1, sull’annuncio della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di aver chiesto a Draghi di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. Da queste parole imbarazzate traspare un mix di rimpianto-rimorso, di opportunismo e di strumentalità. Il titolo del programma, “cinque minuti”, la dice lunga sulla sbrigatività con cui Draghi fu liquidato in Patria e su quella con cui verrà probabilmente osservato d’ora in avanti.

Era ora che qualcuno si ricordasse di Draghi. Staremo a vedere se e quale seguito avrà la mossa ursuliana. Potrebbe essere persino una ciambella di salvataggio lanciata discretamente e intelligentemente da una governante capace di ammettere i propri limiti alla sgusciante collega italiana, ma è troppo sottile il discorso per essere colto da una governante piena di sé, vale a dire piena di nulla.

 

 

 

Il gioco dello scaricamigranti

Momenti di tensione al porto di Lampedusa, dove agenti della Guardia di Finanza stanno cercando di contenere centinaia di migranti che chiedono di lasciare il molo. Gli agenti hanno effettuato anche una carica di alleggerimento sui migranti che tentavano di sfondare il cordone. È stata una notte di sbarchi a Lampedusa. In questo momento sono circa 6.800 i migranti presenti sull’isola. Quasi tutti si trovano all’hotspot di contrada Imbriacola, ma altri migranti sono in attesa in vari punti dell’isola, soprattutto sui moli. Al contempo proseguono i trasferimenti: 700 persone verranno imbarcate sul traghetto di linea che giungerà in serata a Porto Empedocle e 180 partiranno con un volo Oim.

Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha definito gli sbarchi continui “un atto di guerra”. “Quando ti arrivano 120 mezzi che sbarcano migranti, non è un episodio spontaneo, ma è un atto di guerra”, ha detto nel corso di un’intervista alla Stampa estera a Roma. “Per la società italiana questo è il collasso, non è solo un problema di Lampedusa. Sono convinto che vi sia una regia dietro questo esodo. Ne parleremo pacatamente in seno al governo italiano ma non possiamo assistere ad altre scene simili. Quanto succede a Lampedusa e Strasburgo è il fallimento dell’Europa”. La premier Giorgia Meloni, nel programma “In 5 minuti” di Bruno Vespa, ha dichiarato che l’Europa deve fare di tutto “per fermare gli arrivi”. E il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha esortato l’Europa a non lasciare soli i paesi di primo approdo, Italia e Grecia in primo luogo: “Gli sforzi non possono essere fatti solo dai Paesi di primo arrivo ma devono essere condivisi, questo è un problema dell’Ue e ci devono essere meccanismi di solidarietà. Nel flusso ci sono rifugiati e persone che essenzialmente si muovono per ragioni economiche, tutti devono vedere i propri diritti umani rispettati, ma c’è un modo per distinguere lo status di rifugiato. In ogni caso, è essenziale che ci sia la solidarietà europea”. Parole che arrivano nelle ore in cui la Germania ha fermato i meccanismi di accoglienza solidale dall’Italia e la Francia ha rafforzato i controlli al confine. “dal quotidiano “Italia oggi”)

Davanti alle scioccanti scene degli inarrestabili sbarchi di migranti si va dalle miopi, istintive e apolitiche reazioni ai lapalissiani inviti alla solidarietà europea. L’Italia è uno dei Paesi più esposti, ma non si può e non si deve fermare alle sterili polemiche, abbaiando verso i partner europei e promettendo sfracelli di puro contenimento del fenomeno. La politica non può buttarla in caciara, cavalcando il disagio popolare e la (il)legittima difesa socio-culturale. Non esiste altra strada al di là di una paziente e costruttiva ricerca di accordi intereuropei, senza drammatizzazioni e con tanta buona volontà da parte di tutti. Non è buonismo, ma sano realismo.

A minare il terreno dell’accordo ci sono anche i nuovi numeri sulle richieste di asilo che confermano come l’Italia, sebbene decisamente in affanno sulla gestione della prima accoglienza dei migranti con quasi 120.000 sbarchi nel 2023, non sia affatto il Paese che sopporta l’onere maggiore. Non solo non è ai primi posti della classifica europea dei Paesi che accolgono più rifugiati (persino dopo la crisi ucraina) ma — guardando ai numeri in rapporto alla popolazione — è solo settima tra i Paesi membri in quanto a richieste di asilo: oltre a Germania, Francia e Spagna (che anche in numeri assoluti sono i Paesi con più richieste) anche Grecia, Paesi Bassi e Olanda accolgono più richiedenti asilo. Stando a questi numeri, dovrebbe essere l’Italia a offrire solidarietà agli altri Paesi e non viceversa. Questo dato di fatto — specie alla vigilia del voto per il rinnovo del Parlamento europeo — rischia di far saltare il nuovo Patto europeo, che è la carta su cui l’Italia gioca il tutto per tutto nell’ottica di “difesa dei confini”, nella speranza di frenare a breve flussi migratori che non possono aspettare i tempi lunghi del cosiddetto “Piano Mattei” fatto su aiuti e accordi con i Paesi di origine e di transito dei migranti. (dal quotidiano “La Repubblica” – Alessandra Ziniti)

La narrazione politico-governativa dell’immigrazione in Italia è basata sul presupposto che il nostro Paese sia la vittima del fenomeno, costretto ad accogliere troppi soggetti mentre gli altri Paesi farebbero orecchie da mercante. Non è vero e sarebbe ora di finirla! I partner europei non brillano per solidarietà, ma smettiamola di scaricare su di essi le nostre colpe e le nostre incapacità. Cerchiamo accordi seri anziché polemizzare: la partita è difficile, ma non impossibile. Su di essa si misura il futuro culturale, sociale, economico e politico dell’Italia e dell’Europa.

A livello propagandistico si promette di chiudere porti, di innalzare muri, di mettere in galera gli scafisti, salvo rimangiarsi sistematicamente ed inevitabilmente la parola; a livello politico si continua a giocare a rimpiattino ed a incolpare la Ue e gli altri Stati membro. Così facendo non si risolve niente e si trasferisce la problematica alle discussioni del bar all’angolo.

In Italia nessuno finora è stato in grado di elaborare una strategia da proporre alla Ue e in passato si sono commessi a destra e sinistra errori clamorosi. Probabilmente si continua a trattare il problema come se riguardasse un’emergenza, mentre è diventato una questione strutturale, una sfida epocale, un elemento imprescindibile con ripercussioni sul nostro modo di essere e di vivere.

Se mai mi tornasse voglia di andare a votare, del problema migratorio farei il criterio fondamentale di scelta. Fra nove mesi circa avremo le elezioni europee. Invece di vagheggiare su nuovi e fantomatici equilibri politici, invece di farne un sondaggio sul consenso partitico, mettiamo in tavola le carte e vediamo chi ha proposte serie e agibili sull’immigrazione. Temo di dovermi “accontentare” ancora una volta dell’astensione. Sarò diventato qualunquista, ma…

La furbetta della politichina

Perché Giorgia Meloni ha alzato i toni polemici versi l’Unione Europea, prendendosela con Paolo Gentiloni, reo di non rappresentare convintamente gli interessi italiani e mettendo nel mirino addirittura Ursula Von der Leyen, che verrà sostenuta per la conferma solo se aiuterà l’Italia?

La dietrologia risponde che Meloni attacca Gentiloni in quanto lo vede come probabile candidato premier del centro-sinistra alle prossime elezioni politiche. I baci e abbracci con Ursula diventerebbero invece un ricattino in vista delle prossime elezioni europee.

Probabilmente visto il rapido declino della prospettiva di un cambio di maggioranza a livello europeo, da grande coalizione ad alleanza popolari-conservatori-destre varie, non resta che tornare al vecchio mai tramontato scetticismo antieuropeo rispolverato in chiave velleitariamente nazionalistica e autarchica.

Moliti nemici molto onore! La debolezza politica cerca sempre un impossibile riscatto, attaccando disperatamente e anticipatamente ogni e qualsiasi competitor. Il presidente Mattarella ha capito da tempo questa pericolosa antifona e intona ben altri inni e canti a livello internazionale.

Giorgia Meloni gira il mondo come una trottola senza avere in testa un disegno strategico, ma solo per vivacchiare e galleggiare: un colpo al cerchio cinese e uno alla botte russa, una strizzata d’occhio agli Usa e un’abbaiata verso la Ue, un sorriso smagliante verso Kiev e i sovranisti vari ed eventuali e un amaro pianto verso l’establishment europeo.

Il nostro premier sta portando acqua al mulino del disordine mondiale, improntato al miope perseguimento dei propri interessi senza alzare lo sguardo al di sopra delle proprie immediate convenienze. Questa sadica impostazione dei rapporti internazionali è inaccettabile per tutti, ma diventa addirittura masochistica per Paesi economicamente deboli come l’Italia, che avrebbero bisogno di aiuto e comprensione.

Cosa sta invece succedendo? Il governo italiano alle prese con un risicatissimo bilancio fa quello che le scienze economiche prevedono paradossalmente per le aziende sull’orlo del fallimento: gioca a comprimere gli sprechi (leggi reddito di cittadinanza e tagli ai poveri diavoli) e spreca risorse senza costrutto (leggi sostegno agli evasori e ai propri sponsor elettorali). E poi dà la colpa alle banche (ad attaccarle non si sbaglia mai – leggi tassa sugli extraprofitti), ai concorrenti (leggi partner europei), alle regole di mercato (leggi patto di stabilità e Pnrr).

Paolo Gentiloni ha risposto alle accuse lanciate da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani con una battuta distensiva, che è anche un avvertimento. “Non voglio partecipare a polemiche che danneggiano l’Italia”, ha detto il commissario all’Economia, dopo aver presentato le previsioni economiche estive. Il taglio delle stime di crescita per l’Italia è una ragione in più per evitare futili scontri. L’invito di Gentiloni è a tornare a fare gioco di squadra per il bene del paese. (Dal quotidiano “Il Foglio” – David Carretta)

Ursula Von der Leyen non ha reagito, probabilmente avrà scosso il capo non riuscendo a capire dove voglia parare Giorgia Meloni. Macron e Scholz si staranno preparando ad un amaro sorrisetto di compatimento. Mario Draghi ha battuto un colpo con parole di alto livello economico e politico. Sergio Mattarella continua a fare supplenza e a salvare il salvabile (fino a quando?). Matteo Salvini mostra i denti leghisti. Antonio Tajani non ha più nemmeno gli occhi per piangere la morte di Berlusconi. Giancarlo Giorgetti fa il pesce in barile in attesa di tempi migliori. Matteo Renzi fa lo stratega senza strategia. Elly Schlein minaccia sfracelli di piazza senza piazza. Gli italiani stanno a guardare.

 

 

 

 

Giorgioni e Gentiletti

Un passo di lato sugli attacchi politici ma uno in avanti in Europa per sbloccare il dossier sull’accordo tra Ita Airways e Lufthansa. Nei giorni scorsi il commissario europeo Paolo Gentiloni ha ricevuto forti critiche dai massimi esponenti del governo. Prima il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che lo ha accusato di non indossare la maglia della nazionale sui tavoli dell’Ue, poi quelle della premier Meloni, secondo la quale Gentiloni non avrebbe un occhio di riguardo verso il suo Paese. Così al G20 in India, mentre con la presidente del Consiglio ha scambiato solo una rapida stretta di mano, con il ministro dell’Economia si è seduto al tavolo per una ventina di minuti. E Giorgetti si è defilato dalle critiche dei suoi colleghi dell’esecutivo: «Sugli attacchi politici che ti arrivano io non voglio entrare e non mi interessa giudicare», avrebbe detto il titolare del Mef a Gentiloni, come rivela il Corriere della Sera. (dal sito Open)

Mentre il governo blatera contro Gentiloni e la sua mancanza di italianità Giorgetti tratta realisticamente con lui. Il ministro dell’economia si smarca sempre più rispetto al governo di cui fa parte. I rapporti con l’Unione Europea nella persona di Paolo Gentiloni, Commissario con delega agli Affari economici, rappresentano l’occasione per mostrare il volto dialogante e collaborativo del governo italiano? Sembrerebbe proprio di sì.

Prescindo dal merito dei problemi sul tappeto euro-italiano per tentare fantapoliticamente una spiegazione. Non è che Gentiloni voglia incarnare l’anima governista della sinistra e Giorgetti l’anima ragionevole della destra? Bolle qualcosa in pentola in vista delle prossime elezioni europee? Si sta configurando l’auspicio italiano verso equilibri europei interpretati magari da un ritorno di Draghi nella Commissione europea?  C’è l’intento di togliere la politica italiana dalle secche di polemiche inutili e dannose per approdare ad acque più tranquille?

Siamo in presenza di prove per un’edizione riveduta e corretta del consociativismo di novecentesca memoria? Tutto sommato ne sarei molto interessato perché non ne posso più della politica inconcludente e parolaia della destra e della sinistra. Se andassero definitivamente a casa i Vannacci  e i Contacci, avremmo tutto da guadagnare. Si sta pensando ad un compromesso storico tra la Lega democratizzata e il Pd finalmente centrato (si badi bene non centrista)? Il tutto per aprire una stagione di solidarietà nazionale per poi arrivare ad un bipartitismo tendente alla perfezione?

Sto fantasticando o farneticando? Penso che gli elettori capirebbero e tirerebbero un respiro di sollievo. La politica ritroverebbe una dimensione accettabile e uscirebbe dalla ricerca di identità perdute per puntare al confronto sui problemi e sui programmi.

Gentiloni e Giorgetti avranno le qualità e il coraggio per guidare una nuova fase politica? Sperare costa poco! La speranza è l’ultima a morire. Però è anche vero che chi vive sperando muore… O come mi sono divertito, o come mi sono divertito…   In fin dei conti non pretendo l’impossibile, mi accontento di una politica ragionevole.

Il convitato di Pietro

Città del Vaticano-Adista. Mai fatti affari con i russi. È la precisazione contenuta in una nota dello Ior in risposta a quanto affermato da Mychajl Podoljak, consigliere del presidente ucraino Zelensky, nel corso dell’intervista concessa ad un organo di stampa ucraino.

«Lo Ior non riceve né investe denaro della Russia», si legge nella nota. «Lo Ior respinge con forza le illazioni del Consigliere, secondo cui lo Ior starebbe investendo denaro russo. Oltre a non corrispondere a verità, una simile attività sarebbe altresì impossibile in considerazione delle stringenti politiche dello Ior e delle sanzioni internazionali che si applicano anche al settore finanziario. In primo luogo, infatti, lo Ior non accetta, come clienti, istituzioni o persone fisiche che non abbiano una stretta relazione con la Santa sede e la Chiesa cattolica. In secondo luogo, lo Ior è un intermediario finanziario soggetto a vigilanza, che opera tramite banche corrispondenti internazionali di altissimo livello e di impeccabile reputazione tenute al rispetto delle norme internazionali. Le dichiarazioni rese in senso contrario sulla stampa si basano sul nulla e vanno, quindi, considerate come tali».

Non mi sento di escludere pregiudizialmente e ideologicamente rapporti tra Ior e Russia, in passato ne abbiamo viste e sentite anche di peggio. Mi sembra tuttavia che questi subdoli attacchi al Vaticano intendano indebolire ogni e qualsiasi tentativo di trattativa per la pace. I governanti ucraini pensano di difendere il loro Stato con una sorta di guerra continua, che consacrerebbe l’Ucraina come vittima, aiutata e sostenuta dall’Occidente: se Putin si è infilato in un tunnel da cui non riesce a togliersi, Zelensky si sta impantanando in una situazione senza via d’uscita. Questa ignobile guerra sta paradossalmente diventando un elemento costitutivo del potere russo ed ucraino e nello stesso tempo un elemento di stabilità per gli Usa incapaci di puntare ad un equilibrio diverso.

Chi sta scoprendo questa situazione di colpevole stallo? Papa Francesco! E allora bisogna boicottarne le iniziative. Alla nomenclatura ucraina dà fastidio qualsiasi accenno di dialogo con la Russia. Agli Usa danno fastidio le aperture verso la Cina. L’Europa non riesce a trovare un suo spazio di manovra, non conta niente nello scacchiere mondiale. Lo ha recentemente ammesso Romano Prodi.

Il papa fa giustamente e continuamente appello ai popoli, quello ucraino, quello russo e quello cinese. Il popolo americano è totalmente assente dal problema. I popoli europei sono chiusi nei loro gusci. Questi reiterati appelli possono sembrare retorici e inconcludenti, credo invece che, batti oggi ribatti domani, possano essere un grimaldello per far saltare le serrature dei governi. Il Vaticano sta usando due armi: quella della compassione verso i popoli che soffrono, quella della provocazione dialogante verso i governanti che fingono di non capire.

La diplomazia non esiste se non nelle buone intenzioni papali. Forse il Vaticano non è mai stato così forte, seppure isolato e osteggiato. L’unico spiraglio percepibile viene, per dirla con Antonio Spadaro, dall’atlante di Francesco. Il papa ha certamente messo in conto incomprensioni e contrarietà, d’altra parte è l’unico contestatore del (dis)ordine mondiale in cui, più o meno, tutti i governanti stanno facendo i propri comodi a danno dei governati. Il recente G20 ne è stato la palese dimostrazione.