Manovra, manovrina, manovretta

E così l’esecutivo Meloni compie un’altra delle sue virate spettacolari: come sull’immigrazione la premier è passata dal «blocco navale» alla ricerca costante del dialogo con la Ue, così – dopo avere per anni massacrato i governi tecnici per le loro politiche austere – ora la maggioranza di centrodestra rivendica anch’essa una «serietà» che la leader di Fdi issa persino come vessillo. (dal quotidiano “Avvenire” – Eugenio Fatigante)

La manovra di bilancio varata dal governo è talmente scarsa di scelte e di contenuti da far ammutolire tutti: come si fa infatti a parlare di ciò che non esiste. L’invito al Parlamento è di tacere e di approvare a scatola vuota, il messaggio alla Ue è di aspettare e rinviare ogni giudizio a tempi migliori, il consiglio ai sindacati dei lavoratori è di accontentarsi di evitare il peggio, il monito agli elettori è di rinviare ogni giudizio alle prossime elezioni europee.

Tanto tuonò che non piovve. Il governo ha sostanzialmente consegnato il compito in bianco e si appella alla clemenza della corte. Non vale pertanto la pena di entrare nel merito di una manovrina ridicola dal punto di vista programmatico e bisogna ripiegare su ragionamenti squisitamente metodologici. Emergono al riguardo alcuni dati significativamente negativi.

Sul piano politico “l’incoerenza è il mio mestiere”: questo il motto meloniano appioppato ad una coalizione politica senza senso. In tutte le questioni la destra non fa il proprio mestiere di destra (sarebbe troppo comodo), ma dà un colpo a destra e uno a sinistra, uno al cerchio e uno alla botte, tentando di spiazzare tutti. Come si faceva a scuola, quando impreparati all’interrogazione, anziché fare scena muta, si buttava del fumo in faccia all’insegnante di turno, sperando che si accontentasse dei cavoli a merenda.

Sul piano istituzionale è praticamente in atto la riforma dello “svuotamento”, vedi Parlamento ridotto a Pirlamento, vedi Magistratura confinata dietro la lavagna, vedi Cnel usato come foglia di fico, vedi Presidenza della Repubblica costretta a ripulire continuamente la scena.

Sul piano dei rapporti con l’estero abbiamo “l’acatisia” governativa, vale a dire uno stato di irrequietezza motoria in cui il soggetto è costretto a muoversi continuamente: la premier gira a vuoto come una trottola, intendendo abbandonare la sua ideologia di riferimento (“moliti nemici molto onore”) per un nuovo motto (“molti amici nessun amico”). In dialetto parmigiano si direbbe che “l’an sa in dò tgnir al cul” e finisce “col tôr pral cul tùtti”. Ci mancava solo la Polonia a costringerla all’ennesima piroetta. Da sempre la politica estera viene usata come arma di distrazione rispetto alla inconsistenza della politica interna: l’attuale governo italiano sta diventando l’incarnazione emblematica di questa prassi deleteria.

Tornando alla manovra di bilancio, più che di una manovra si tratta di un blocco, del nulla impacchettato e messo in bella mostra. Rimanendo sulle espressioni dialettali: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lôr a niént da sén’na…”.

 

 

 

  

In cerca degli aghi nel pagliaio terrorista

Rimpatrio forzoso di migranti che costituiscono un rischio alla sicurezza, possibilità di agire sui visti, vincolare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione sul fronte migratorio. Sull’onda degli attacchi di Bruxelles e Arras, l’Europa si ripiega sulla paura all’insegna della «fortezza». Anche la giornata di ieri è stata costellata di allarmi. Dieci aeroporti chiusi per allerta bomba in Francia (non Parigi), chiuso anche lo scalo di Ostenda, in Belgio. Allarme bomba pure alla Reggia di Versailles, rivelatosi falso, mentre nella notte tra martedì e mercoledì a Berlino si sono registrati scontri tra la polizia e manifestanti pro-Hamas, con 20 agenti feriti.Un clima di alta tensione, nel quale si inserisce la decisione dell’Italia del ripristino, dal 21 ottobre, dei controlli di frontiera al confine Schengen con la Slovenia. Una decisione, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, che «si è resa necessaria per l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, l’aumento dei flussi migratori lungo la rotta balcanica e soprattutto per questioni di sicurezza nazionale, e me ne assumo la piena responsabilità».

È l’incipit della corrispondenza da Bruxelles di Giovanni Maria Del Re del quotidiano “Avvenire”, che la dice lunga sul clima esageratamente conseguenziale agli atti terroristici innescati dalla guerra tra Hamas e Israele. Ho usato il termine esageratamente per alcuni precisi motivi che tento di seguito di spiegare.

Illudersi di combattere il terrorismo islamico con misure restrittive e poliziesche è fuorviante e illusorio. Posso capire che si voglia mandare alle pubbliche opinioni europee un messaggio tranquillizzante, ma personalmente non sarei molto tranquillo. Il fenomeno terroristico ha radici etniche, religiose e sociali molto profonde, che non si rimuovono certo sigillando le porte della stalla quando i buoi sono tutti dentro ma ben inseriti e confusi nella mandria.

Gli atti di terrorismo interno altro non sono che eruzioni provenienti da una pentola internazionale sempre in ebollizione: l’attacco di Hamas ad Israele l’ha fatta debordare e quindi… In questa pentola c’è il brodo dell’ingiustizia nei rapporti tra i popoli, c’è il collegamento inevitabile col fenomeno migratorio, c’è tanto disagio sociale delle nostre città al limite della psicopatologia, c’è un gigantesco odio religioso con la spinta al martirio. Coperchiare questa pentola è impossibile, meglio tentare almeno di scolmarla con politiche di aiuto mirato verso i Paesi rientranti nel bailamme e di integrazione verso i migranti al fine di disinnescare la miccia terroristica, di dialogo con i capi religiosi musulmani al fine di evitare il rischio di radicalizzazione nelle carceri e nei punti caldi del territorio.

Combattere il terrorismo cercando gli aghi islamici impazziti nel pagliaio della nostra società è autentica follia repressiva, anche perché si tratta di “lupi solitari” che operano singolarmente o in piccole aggregazioni solo ideologicamente legate alle centrali del terrore. Il clima si è fatto oltre modo favorevole a questi sfoghi: in territorio arabo ribollono le piazze, in territorio europeo esplode la violenza dei kamikaze.

In questi giorni ho ascoltato analisi politiche che assegnano il merito nostrano di una relativa difesa contro il terrorismo all’azione di polizia e magistratura. Mi permetto di dissentire categoricamente. La nostra forza difensiva si basa su un passato geopolitico costruito dalla lungimirante azione dei nostri governanti verso i palestinesi e gli Stati arabi, quella dei Fanfani, dei Moro, degli Andreotti, dei Craxi, dei Prodi e dei D’Alema; dalla profetica azione dei Dossetti e dei La Pira; dalla impronta economica aperta e coinvolgente degli Enrico Mattei.

Alessandra Sardoni, ottima giornalista del “la 7”, ha avuto in questi giorni il merito di riportarci al 2006, quando, durante gli attacchi Hezbollah a Israele, in una seduta del Senato Italiano parla il senatore a vita Giulio Andreotti: “Ognuno di noi se fosse nato in un campo di concentramento e da 50 anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire sarebbe un terrorista”. Riflettiamo seriamente su queste parole, sentiamocele addosso.

Non rinneghiamo le politiche aperturiste sull’onda emozionale del tragico momento che stiamo vivendo. Ragioniamo anche con un pizzico di realismo e di opportunismo, non facciamoci trascinare nel gorgo oltranzistico della guerra, anche perché dichiarare guerra al terrorismo è proprio quello che si aspetta da noi il terrorismo stesso. Non regaliamogli i palestinesi e i disperati dell’emigrazione. Teniamo i nervi a posto: non esistono risposte facili ed immediate a problemi enormi e tragici. Facciamo pure attenzione ai soggetti equivoci, allertiamo tutto l’allertabile, ma ben coscienti che le alluvioni, anche quelle belliche e terroristiche, si evitano a monte e non a valle.

A proposito di alluvioni, tema sempre di grande attualità, voglio riprendere per l’ennesima volta una battuta velenosa di mio padre. Di fronte al solito ritornello dei comunisti trinariciuti di un tempo, quelli col paraocchi, che recitava più o meno “Cozi dal gènnor in Russia in sucédon miga”, mio padre rispose: “Sät parchè? In Russia i gh’àn j èrzon äd cärta suganta”. Non illudiamoci quindi di alzare argini di carta assorbente per contenere l’alluvione terroristica.

 

 

Davanti alla tomba della diplomazia

Secondo il vocabolario Treccani per diplomazia si intende l’arte di trattare, per conto dello Stato, affari di politica internazionale. Più concretamente, l’insieme dei procedimenti attraverso i quali uno Stato mantiene le normali relazioni con altri soggetti di diritto internazionale (Stati esteri e altri enti aventi personalità internazionale), al fine di attenuare e risolvere eventuali contrasti di interessi e di favorire la reciproca collaborazione per il soddisfacimento di comuni bisogni; si distingue talvolta fra diplomazia segreta, quella tradizionale, e diplomazia aperta che, propugnata soprattutto dagli Stati Uniti d’America a partire dagli anni della prima guerra mondiale, è caratterizzata dalla tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera.

Ebbene, il presidente Usa Joe Biden si apprestava ad un viaggio diplomatico in Medio Oriente, intendendo incontrare il premier israeliano Netanyahu, il leader palestinese Abu Mazen, il re di Giordania e il presidente egiziano. Gli hanno messo tra i piedi la strage all’ospedale di Gaza City con centinaia di morti, uno dei peggiori massacri della guerra che rischia di infiammare ancora di più il conflitto. L’incontro tra Biden e i tre esponenti del mondo arabo più ragionevoli e moderati è naturalmente saltato.

Hamas ha subito accusato Israele di aver colpito l’Al-Ahli Arabi Baptist Hospital causando tra i 200 e i 500 morti. L’esercito da parte sua ha negato ogni responsabilità e addossato la responsabilità dell’esplosione al lancio fallito di un razzo della Jihad islamica: “L’ospedale non era un edificio sensibile e non era un nostro obiettivo”. Ma la reazione del mondo palestinese e arabo è stata veemente: il presidente Abu Mazen ha cancellato l’incontro previsto ad Amman con Joe Biden e indetto tre giorni di lutto nazionale in Cisgiordania, mentre l’Olp ha fatto appello alla comunità internazionale chiedendo di “mettere fine a questo massacro”. «Sono indignato e profondamente rattristato per l’esplosione nell’ospedale Al Ahli Arab di Gaza e dalla terribile perdita di vite umane che ne è derivata». Così in un comunicato, pubblicato sul sito della Casa Bianca, il presidente americano, Joe Biden. «Subito dopo aver appreso questa notizia, ho parlato con il re Abdullah II di Giordania e con il primo ministro israeliano Netanyahu e ho incaricato la mia squadra di sicurezza nazionale di continuare a raccogliere informazioni su ciò che è accaduto esattamente – prosegue il presidente – Gli Stati Uniti sono inequivocabilmente a favore della protezione della vita civile durante il conflitto e piangiamo i pazienti, il personale medico e gli altri innocenti uccisi o feriti in questa tragedia». (dal quotidiano “La stampa”)

A prescindere dalla responsabilità di questo terribile atto bellico (probabilmente non si conosceranno mai gli autori di questa ennesima strage), esso costituisce il fallimento preventivo di ogni e qualsiasi sforzo diplomatico. Qualora l’attacco all’ospedale fosse stato deciso da Israele, significa che questo Stato vuole assolutamente vendicarsi fino in fondo, asfaltare la striscia di Gaza e risolvere una volta per tutte la questione palestinese. Se al contrario la distruzione dell’ospedale fosse iniziativa di Hamas sarebbe un inequivocabile invito al mondo arabo a non prestarsi a qualsiasi tentennamento diplomatico per sostenere fino alle estreme conseguenze, proditoriamente e pretestuosamente, la causa palestinese.

Gli Usa facciano quindi la parte del servo sciocco di Israele trascinando nella commedia tutto l’Occidente, Europa in primis; gli Stati arabi si pieghino alla follia terroristica iraniana senza se e senza ma. In mezzo i palestinesi destinati ad essere carne da macello.

Non c’è spazio per la diplomazia, questa l’inquietante conclusione a cui il conflitto russo-ucraino ci aveva avviato e il conflitto arabo-israeliano ci inchioda. Cosa sarebbe necessario per tornare alla diplomazia, segreta o aperta che sia? Uno scatto americano che prescinda dai pesantissimi e imbarazzantissimi condizionamenti ebraici, uno scatto cinese che prescinda dai pesantissimi tatticismi più antiamericani che filorussi e ancor meno filopalestinesi.

Forse solo il Vaticano può provare questa strada di ritorno alla diplomazia, se non per convinzione degli interlocutori, almeno per loro convenienza. A livello statunitense non vedo uno spessore politico tale da consentire di riprendere seriamente in mano il filo diplomatico; quanto alla Cina non la vedo capace di svolgere fino in fondo il ruolo di prima o seconda potenza mondiale. L’Europa, che potrebbe giocare un ruolo importantissimo, continua a latitare ed a litigare.

Se fossi Joe Biden mi sarei incazzato non poco di fronte a questo imbarazzante e sconvolgente ostacolo posto sul suo cammino pseudo o pre-diplomatico. Abbia il coraggio di dire basta! Capisco come possa essere difficile dirlo oggi ad Israele dopo l’attacco subito, ma non vedo alternativa a convincere lo storico alleato ebreo a scendere a più miti consigli, pena la catastrofe universale.

A meno che Dio non ci metta la sua santa mano e i credenti in Lui, ripuliti da ogni e qualsiasi scoria di clericalismo, integralismo e fanatismo, riescano a convincerlo con la preghiera, il digiuno e tanti piccoli o grandi gesti coraggiosi di pace. Ma di questo ho già scritto e lascio quindi la parola all’autorevole cardinale Matteo Maria Zuppi, che così ci rivolge il suo pressante invito: “Chiediamo assieme pace per Gerusalemme, uniti dalla fame e dalla sete di pace e giustizia, che Gesù ci indica come via di beatitudine. Pace! È quello che chiediamo e che diventa impegno e responsabilità, perché non si chiede pace se nel cuore vi sono sentimenti di odio, di violenza, e non si chiede quello che non vogliamo vivere a partire da noi. Tanti “artigiani di pace” aiuteranno gli attuali, troppo pochi, “architetti” di pace, cioè chi costruisce ponti e non muri, alleanze e non conflitti. Cerchiamo pace, perché non c’è futuro con la violenza e con la spada”.

La pace goccia a goccia

Nel 2022, a pochi giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, in una puntata del programma televisivo “otto e mezzo” su La 7, è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro la guerra di Putin (una posizione contro-corrente rispetto alle storiche compromissioni ortodosse col potere sovietico prima e russo oggi). La conduttrice, al termine del suo intervento, gli ha chiesto quali fossero le sue speranze. Lui ha risposto con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel.

È passato più di un anno e siamo ancora inchiodati alla guerra in Ucraina a cui se ne è aggiunta una in medio-oriente e altri focolai stanno bruciando o stanno covando sotto la cenere in diverse parti del mondo. Le armi continuano a far tacere la diplomazia, il disordine mondiale aumenta giorno dopo giorno, tutti i nodi peggiori stanno venendo al pettine, le classi dirigenti a livello governativo si dimostrano totalmente incapaci di affrontare le situazioni con un minimo di costrutto, le superpotenze giocano a scacchi, le carneficine dilagano.

Non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel, c’è di che essere sgomenti. Ebbene, abbiamo in mano due jolly e dobbiamo metterli in tavola per non assumerci ulteriori responsabilità rispetto a quelle che abbiamo già accumulato con i nostri colpevoli ed omertosi silenzi e la nostra criminale indifferenza.

La prima carta vincente è la preghiera a Dio affinché abbia pietà di noi e ci soccorra. Ecco perché ho personalmente e convintamente aderito alla giornata di preghiera e digiuno indetta dalla Chiesa italiana in favore della pace. La nostra principale risorsa è questa: non me ne vorranno gli atei.

Come ebbe a dire tanti anni fa Giovanni Bianchi ex presidente delle Acli e parlamentare del partito popolare, la forza dell’umanità e della Chiesa al suo servizio sta anche nell’esercito di “vecchiette” che pregano per la pace senza magari sapere chi siano Putin e Zelensky, Netanyahu e Abu Mazen.

Giorgio La Pira andava a colloquio con i “grandi” a mani nude, armato solo delle preghiere delle suore di clausura. Lo ammise apertamente di fronte ad un attonito politburo dell’Urss. La pace ha bisogno di sognatori più che di raffinati ed inconcludenti governanti ed ambasciatori: i sogni infatti possono diventare belle realtà; le brutte realtà, lasciate a loro stesse, restano immutabili per sempre.

Ma Giorgio La Pira sapeva accompagnare la preghiera con clamorosi e provocatori gesti di pace: andava a colloquio con i potenti, chiamava a raccolta i sindaci, scriveva parole di pace all’indirizzo dei guerrafondai. Ecco la seconda carta nelle nostre mani: i gesti! Dobbiamo sforzarci, ognuno nelle sue possibilità, di farli con un po’ di coraggio e fantasia: piccoli che siano, avranno la capacità di cambiare il mondo.

Il disordine mondiale con l’attacco di Hamas ad Israele ha raggiunto una dimensione cosmica, coinvolgendo ed interpellando tutto e tutti. Azzardo la paradossale ipotesi che la strada per uscirne possa essere relativamente più facile ed obbligata. Non si può più rimanere indifferenti o scaricare su altri il compito di ripristinare una qualche parvenza di ordine basato sul diritto. Introduco una similitudine. Se si entra in una casa dove regna sovrano il disordine totale, ce n’è per tutti, chiunque può fare qualcosa e rimboccarsi le maniche per migliorare la situazione e riportare pian piano l’edificio all’abitabilità. Se invece si entra in una casa apparentemente normale, ma poi ci si accorge ad esempio che gli impianti fondamentali, quello elettrico e quello idrico sono inagibili, si viene presi dal panico e si è costretti a rivolgersi agli specialisti, che interverranno chissà come e chissà quando.

«Quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo». Così diceva Madre Teresa di Calcutta. Anche la politica, a tutti i livelli, deve ricominciare dalle gocce che ognuno può apportare: gocce pesanti e corrosive, che possono scavare la pietra. Il proverbio latino afferma che così come una goccia con il tempo riesce ad avere la meglio sulla dura roccia, con la pazienza e la perseveranza si può ottenere qualunque risultato.

Don Tonino Bello, vescovo e profeta, diceva ai giovani: «Diventate coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani “autentici” che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani “autentici sovversivi” come San Francesco d’Assisi».

Sandrone e la Polonia

É in corso lo spoglio dei voti delle elezioni parlamentari polacche, che secondo exit poll sono state vinte dal partito di governo nazionalista ’Diritto e Giustizia’ (Pis) guidato da Jaroslaw Kaczynski ma che darebbero all’opposizione filo-Ue capeggiata da Donald Tusk una maggioranza dei seggi nella decisiva Camera bassa, il Sejm. «La democrazia ha vinto. La Polonia ha vinto»’. Così Donald Tusk, ex primo ministro polacco ed ex presidente del Consiglio europeo, ha rivendicato la vittoria della Coalizione Civica formata dai partiti di opposizione alle elezioni generali. Secondo gli exit poll, il partito di governo Legge e Giustizia (PiS) ha ottenuto il 36,8% dei voti, Coalizione Civica (Ko) il 31,6%, Terza Via il 13% e La Sinistra (Lewica) l’8,6%. Se confermato, il risultato farebbe sì che la Coalizione Civica, la Terza Via e la Sinistra avrebbero la maggioranza nel parlamento polacco. Con un’affluenza alle urne al 72,9%, la più alta dalla caduta del comunismo nel 1989. «Sono l’uomo più felice della terra», ha affermato Tusk rivolgendosi ai suoi sostenitori e rivendicando di avere abbastanza voti per spodestare il partito al governo, il PiS di Jaroslaw Kaczynski in carica da otto anni. «Questa è la fine dei tempi brutti, questa è la fine del governo PiS», ha detto Tusk, 66 anni, incontrando i suoi elettori a Varsavia. (dal sito del Sole 24 ore)

Vista la dichiarata e sperimentata fede europeista di Tusk, ogni tanto una buona, seppur piccola, notizia. Potrebbe indebolirsi il patto di Visegrad, stipulato fra i Paesi sovranisti, che funziona da freno alle politiche europee. Il gruppo trae le sue origini dall’alleanza tra i leader della Repubblica Ceca, della Slovacchia, dell’Ungheria e della Polonia. Tutti e quattro i membri del gruppo Visegrád hanno aderito all’Unione europea il 1º maggio 2004. Sono Paesi sovranisti, ecco perché oso ribattezzarlo come il patto dei furbacchioni, di coloro cioè che sono entrati nella Ue, ne hanno succhiato soldi e aiuti vari per poi mettersi di traverso quando arriva il momento di fare dei sacrifici. Europeisti del cavolo, per non dire di peggio.

Manco a farlo apposta la nostra premier Giorgia Meloni è vicina alla logica politica di questi Paesi, forse più per convenienza che per convinzione. Adesso mi aspetto che faccia una delle tante sue piroette interne ed internazionali, cominciando magari a prendere le distanze da un gruppo di alleati piuttosto scomodi. Lancerà messaggi di congratulazione a Tusk? Forse è presto, staremo a vedere.

A parte le giravolte meloniane, il fatto di un cambio di governo in Polonia potrebbe avere qualche positivo sviluppo a livello europeo ed internazionale. Non mi illudo. Stiamo a vedere i risultati ufficiali e le conseguenze politiche che ne seguiranno. Putost che niént l’è mej putost, a meno che non diventi la sperànsa di mälvestì ca faga un bón invèron.

Sandrone è il contadino rozzo e ignorante, ma scaltro e sensato al quale è stata data in moglie “Pulònia (Polonia)”, la “rezdòra” tutta casa e chiesa, legata ai costumi patriarcali, sempre sorpresa di fronte alle novità, il cui nome deriva da Sant’Apollonia, una delle Sante popolari delle nostre campagne. Siamo nel campo delle maschere. Chissà che la Polonia non si stia emancipando e il Sandrone europeo ne possa avere qualche beneficio.

 

 

 

Pubblicani a rovescio

Le proiezioni contenute nella Nadef messa a punto dal governo italiano “rappresentano un significativo allentamento della politica fiscale rispetto agli obiettivi precedenti”. Il giudizio è espresso dall’agenzia di rating Fitch.

Poi c’è il richiamo del Fondo monetario internazionale sulla disciplina di bilancio: il debito/pil italiano cala troppo lentamente e il Governo deve quindi porsi obiettivi più ambiziosi sul fronte dell’aggiustamento dei conti, è l’invito di Vitor Gaspar, direttore del dipartimento di Bilancio del Fmi in conferenza stampa. “Nelle nostre ultime proiezioni abbiamo indicato che il debito pubblico calerà sì, ma molto lentamente e rimane ben al di sopra del livello prepandemico”, ha spiegato. La ricetta: riforme per accelerare la crescita e risparmi. “E’ estremamente importante diluire il debito in maniera graduale nel tempo – ha spiegato – ma è altrettanto importante che vi sia una maggiore ambizione in termini di aggiustamento dei conti e nel contesto di rafforzamento degli obiettivi che si pone il governo”.

Il susseguirsi di moniti coglie il ministro Giancarlo Giorgetti nel mezzo del passaggio in Parlamento della richiesta di scostamento di bilancio. “Le agenzie di rating fanno il loro mestiere e le rispetto. Quando leggeranno la legge di Bilancio capiranno che l’unica cosa che abbiamo fatto in extra deficit, a parte ovviamente l’Ucraina, a parte le cose che non dipendono da noi, è esattamente la conferma del taglio del cuneo contributivo”, ha detto Giorgetti rispondendo a una domanda sulle valutazioni di Fitch e sul Fmi. “Dopodiché è chiaro che chi fa il direttore del Fondo monetario internazionale fa un mestiere diverso da un politico”, ha aggiunto Giorgetti. “L’Fmi dà, diciamo, le direttive ai governi. Io ho a che fare con il Parlamento, e soprattutto con la gente e con le famiglie che stanno soffrendo”. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Sinceramente parlando non mi sembra un granché la risposta del ministro Giorgetti. A sacrosante osservazioni critiche sulla politica di bilancio replica con una lapalissiana distinzione di ruoli. Sarebbe come se un cristiano, che si presentasse al confessionale e si sentisse invitato a cambiare vita in tutto o in parte pena il disastro, chiedesse al confessore di fare il mestiere di sacerdote, che a fare quello di peccatore ci penserebbe lui.

Il peccato di bilancio consiste nel non riuscire a trovare entrate adeguate al soddisfacimento di bisogni fondamentali dei cittadini. Possibile, ad esempio, che di fronte ad una sanità che sanguina non si riesca a fare niente di significativo perché mancano le risorse. Le risorse si devono trovare! È questione di volontà politica. E vanno trovate laddove esistono, vale a dire nella enorme massa di redditi che sfugge dolosamente alla tassazione. Non voglio essere banale, ma il nocciolo della questione è questo, al di là della parametrazione del deficit al pil, della auspicabile esclusione dal computo delle uscite per investimenti e della revisione dei patti a livello Ue.

Mio padre non era un economista, non era un esperto di politica, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

E non mi si dica che aumentare le tasse fa male alla ripresa economica. Probabilmente fa più male tartassare la sanità pubblica inducendo larghe fasce di contribuenti a non consumare per risparmiare in vista di eventuali spese sanitarie non adeguatamente coperte. Le tasse vanno fatte pagare a chi non le paga senza aumentarle, direttamente o indirettamente, a chi già le paga. Anzi forse per certe fasce di contribuenti andrebbero diminuite e questo creerebbe domanda e darebbe impulso all’economia. O si mette mano al gravissimo problema dell’evasione fiscale o non si va da nessuna parte.

Il deficit è la differenza fra le entrate e le uscite; il debito, nella parte che preoccupa, è la somma dei deficit accumulati nel tempo, che viene coperta ricorrendo ai prestiti. Se viene meno la fiducia nella solvibilità dello Stato, i tassi di interesse sui prestiti aumentano, aumenta il deficit e aumenta il debito pubblico: è un gatto che si morde la coda. Il ministro Giorgetti veda di smettere di mordersi la coda e di cominciare ad affondare i denti nelle carni degli evasori.

Nella manovra di bilancio attualmente in discussione non si vede niente di simile: qualche illusionistico alleggerimento fiscale sui minori redditi da lavoro dipendente immediatamente azzerato dai crescenti costi sanitari da sostenere e niente più. Le agenzie di rating facciano il loro mestiere e forse lo stanno facendo con fin troppo garbo. Il problema sta nell’inerzia governativa che si somma alle crescenti difficoltà oggettive. Non so se siano più gravi gli effetti di guerre e pandemie o quelli provenienti dagli errori e dalle omissioni di coloro che non decidono e, se decidono, sbagliano le decisioni politiche.

 

La febbre tifoide nel conflitto israelo-palestinese

Come da enciclopedia Wikipedia, l’antisemitismo, per alcuni sinonimo di giudeofobia, è il pregiudizio, la paura o l’odio verso i giudei, cioè gli ebrei. Secondo la Working Definition of Antisemitism (“definizione pratica dell’antisemitismo”), dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali, “l’antisemitismo è quella certa percezione descrivibile come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette contro singoli ebrei o non ebrei, e/o contro la loro proprietà, contro le istituzioni comunitarie e contro le strutture religiose ebraiche”.

L’antisemitismo accusa frequentemente gli ebrei di cospirare ai danni del resto dell’umanità, ed è spesso utilizzato per incolpare gli ebrei di uno o più problemi politici, sociali ed economici. Trova espressione orale, scritta e impiega stereotipi sinistri e tratti caratteriali negativi.

Era prevedibile che il bestiale attacco di Hamas contro Israele avrebbe riportato a galla l’antisemitismo che covava e cova sotto la cenere, così come le simpatie verso il fanatismo religioso e verso il terrorismo. Preoccupano le reazioni violente che si intravedono anche in Europa e in Italia. È però inutile scandalizzarsi e gridare al lupo, sarebbe piuttosto importante invece ricercare i motivi di questo assurdo sentimento.

Non ho la presunzione di avere una spiegazione certa e compiuta, ma ritengo che molto antisemitismo dipenda e derivi, come reazione, dalla retorica santificazione dell’ebraismo, da una sorta di filo-ebraismo ante litteram. L’ostilità verso gli ebrei non si combatte dando loro sempre e comunque ragione, ma semmai dialogando con questo popolo ed il suo Stato e vedendone pregi e difetti. Chi osa evidenziare errori politici, sociali ed economici di Israele, soprattutto nei confronti della realtà palestinese, viene immediatamente bollato come negazionista della Shoa o come revisionista storico. Gli ebrei non sono riusciti a instaurare un clima di coesistenza pacifica con i palestinesi, condannandoli all’isolamento e all’ascolto delle sirene arabe.

Dall’altra parte si è portata avanti la strumentale uguaglianza fra Stato palestinese e terrorismo-fanatismo, regalando un popolo in disperata ricerca di spazio all’illusione di trovarlo nell’annientamento dello Stato ebreo.

La situazione geopolitica dei rapporti far queste due realtà non tiene, perché basata sulla prepotenza, sulla vendetta, sul risentimento, sull’odio fra le parti. Chi guarda alle ingiustizie che subisce il popolo palestinese è portato a sposarne acriticamente la causa inneggiando a tutto quanto può servire ad essa, violenza, terrorismo e fanatismo religioso compresi. Chi guarda alle violenze patite dal popolo ebreo, messo in discussione persino nel suo diritto ad avere uno Stato (argomento peraltro ambivalente), finisce col criminalizzare tutto ciò che può essere indistintamente riconducibile alle proteste palestinesi.

In buona sostanza credo che esistano due modi manichei di essere amici degli ebrei o amici dei palestinesi e ciò non aiuta chi ha idee confuse e quindi è portato a rifugiarsi nei pregiudizi storici, religiosi e politici. Proviamo ad affrontare i problemi in modo critico e costruttivo, forse toglieremo brodo di coltura all’antisemitismo, al filo-terrorismo, al fanatismo religioso.

Certo, in questo momento, di fronte alle violenze scatenate contro Israele, è normale che prevalga l’istinto a sposare aprioristicamente la causa ebrea, ma così facendo facciamo del male a tutti e ci inseriamo in una spirale di odio da cui non si esce se non sfogandosi con propositi di guerra e di vendetta.

 

Scommettiamo che…

Ma il calcio non ero uno sport? E lo sport non era una palestra per esercitare le virtù? Ai giovani non si consigliava di fare attività sportiva per stare lontano dalle brutte tentazioni? Tutte queste domande suonano quali imbarazzanti e satiriche denunce di un mondo malato in cui lo sport, e soprattutto il calcio, non è indenne da tutte le più gravi malattie.

Girano troppi soldi e siccome i soldi, fino a prova contraria, sono lo sterco del diavolo, abbiamo a che fare con un caleidoscopio di mali sempre più largo ed avvolgente: loschi affari, bilanci truccati, stipendi pazzeschi, ingaggi poco trasparenti, operatori senza scrupoli, partite truccate, evasioni fiscali, scommesse più o meno clandestine e adesso anche calciatori ludopatici in cerca di riscatto a cui ben si attaglia il detto parmigiano “a ozlén ingordi ag crépa al gòz”.

Non so fino a che punto il fenomeno calcistico potrà resistere, forse stiamo toccando il fondo del barile e forse non ce ne stiamo accorgendo a giudicare dagli stadi stracolmi e dall’interesse maniacale che le competizioni riescono ancora a scatenare.

Non voglio criminalizzare i pochi o tanti calciatori dediti alle scommesse, che, mi si dice, non significano automaticamente partite truccate, ma soltanto una contraddizione inaccettabile regolamenti alla mano. Sì perché il trucco è globale, c’è e si vede sempre di più.

Mia madre riprenderebbe le sue ingenue esclamazioni di fronte alla sarabanda degli uomini che ruotano attorno al calcio: “Co’ farisla tutta ch’la génta lì s’a ne gh’ fìss miga al balón?”.  Non avrebbero più pane per i loro denti, il castello crollerebbe rovinosamente ed in effetti qualche cedimento ha cominciato a verificarsi.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

Probabilmente oggi come oggi non prenderebbe più tempo fino al successivo turno di campionato, ma si troverebbe costretto ad affermare sconsolatamente: “Adésa n’in parlèmma pu”. Invece tutto prosegue come se niente fosse, fino al prossimo scandalo da archiviare sbrigativamente. Lo spettacolo deve continuare.

 

  

La miglior vendetta è ragionare di pace

La tentazione di Israele, lo hanno promesso molti dei suoi politici, è di ripetere il motto di un generale coloniale inglese: «Dimostriamo a questi selvaggi che possiamo essere più selvaggi di loro». Sarebbe un nuovo errore. E non solo perché l’immane strage subita non giustifica l’uccisione di donne, uomini e bambini palestinesi innocenti; ma perché è questo che le forze estremiste e i pasdaran si aspettano: avere migliaia di morti da mostrare nell’inferno di Gaza, per rendere impossibile ai Paesi arabi un nuovo ulteriore avvicinamento al governo di Gerusalemme; e, nel contempo, aver dimostrato ancora una volta di essere i soli a poter vincere gli invincibili. (dal quotidiano “Avvenire” – Riccardo Redaelli)

Se la reazione israeliana può essere comprensibile, occorre che il mondo occidentale (e non solo), oltre che esprimere la propria solidarietà, a volte piuttosto pelosa o di circostanza, faccia valere il diritto ad esistere di tutti in pace. Se è vero che stanno saltando come birilli tutti gli equilibri internazionali basati, più o meno, sul terrore, è altrettanto vero che sarebbe assurdo tentare di ripristinare altri equilibri sempre basati sul terrore.

Questo processo di pace, per il quale siamo all’anno zero, può, a mio paradossale giudizio, essere favorito da due elementi tattici e contingenti: quando non si sa a cosa attaccarsi, bisogna fare i conti con la triste realtà per poi provare a cambiarla, recuperando da essa ciò che di “buono” può passare.

Il primo di questi elementi è costituito dalla presenza assai pesante, forse determinante, della Cina nello scacchiere internazionale: questo clima di guerra mondiale ai cinesi dà sicuramente fastidio, tutti intenti come sono a comprare il mondo e a tessere un filo affaristico nei rapporti con gli altri Paesi. Ebbene, proviamo a fare affidamento sulla Cina, proviamo a dare un minimo di credibilità ad essa, apriamo un dialogo difficile ma non impossibile. So benissimo che il discorso ha notevoli aspetti paradossali, ma meglio farneticare di coesistenza affaristica pacifica che di pazzesca e continua guerra a tutto campo.

Gli Usa devono abbandonare il loro istinto egemonico e rassegnarsi a contrattare a tutto campo con la Cina. In questo momento sarà ancor più difficile considerata la sudditanza patita nei confronti di Israele e l’attivismo bellico della Russia, ma non vedo alternativa. Il tentativo di rompere il fronte arabo non sta riuscendo e allora non resta che farla cadere dall’alto di una alleanza tattica Usa-Cina. Anche l’Iran con tutti i suoi annessi e connessi dovrà darsi una calmata.

Il secondo elemento riguarda l’Europa e la sua capacità di fare politica: non deve assolutamente interrompere gli aiuti ai palestinesi, ma subordinarli a precise garanzie di utilizzo pacifico. Questo potrebbe significare una difesa da potenziali attacchi terroristici, ma soprattutto una credibile posizione di proposta per uscire in qualche modo dal tunnel.

L’Italia è sempre stata e deve continuare ad essere “amica” dei palestinesi comprendendone i drammi sociali e territoriali: una strada in salita, ma molto importante, oserei dire imprescindibile sul piano etico e politico. Gli Israeliani faranno fatica come non mai ad accettare un simile posizionamento, che, in fin dei conti, giova anche a loro.

Possono sembrare discorsi dettati da cinismo di fronte alle strazianti scene di guerra che ci stanno impressionando. Occorre un bagno di sano realismo tattico-diplomatico per poi puntare a faticosi e progressivi nuovi equilibri di pace.

Purtroppo non si vede nessuno, persona o istituzione, che abbia il carisma e l’abilità per provare a dipanare questa matassa sempre più aggrovigliata. Quanto al ruolo della Cina solo papa Francesco ne ha capito l’importanza e sta tessendo una sua tela di rapporti. Quanto al ruolo dell’Europa non vedo personaggi all’altezza della situazione. Solo la storia, la cultura, il patrimonio dell’Europa possono diventare un punto di partenza in cerca di equilibri nuovi e pacifici.

Aspettando Elly Godot

A sette mesi dall’elezione a segretaria del PD, alla luce dei sommovimenti correntizi e degli smottamenti che si verificano a livello di questo partito è opportuno tentare un bilancino dell’operato di Elly Schlein. La scelta delle elezioni primarie poteva apparire avventatamente interessante: una donna giovane, fuori in tutto dagli schemi tradizionali, capace di interpretare più la piazza che i salotti pur non provenendo da un’esperienza squisitamente popolare, una sorta di coraggiosa scommessa su un rilancio nuovista del PD.

Il punto focale non era tanto trovare la sintesi fra le correnti piddine, ma cercare di tradurre politicamente le sfide provenienti dal mondo, soprattutto giovanile, del cambiamento. Mi riferisco all’ambientalismo, al pacifismo ed al discorso dei diritti sociali e civili.

Per quanto concerne i rapporti internazionali c’era da sperare in una sorta di neo-atlantismo sollecitato oltre tutto dalle emergenze belliche, da auspicare una seria revisione, anche alla luce del dettato costituzionale, del ruolo italiano nel contesto delle alleanze e della realtà europea. Il discorso è finito prima ancora di partire: le armi all’Ucraina non si discutono, la Nato non si tocca, l’Europa va presa con le pinze.

L’ambientalismo e l’ecologia non sono affatto entrati nel dna del PD e non si ha la capacità di concretizzare proposte semplici e precise in questa materia, non riuscendo soprattutto a coniugare il rispetto per la natura con quello per le persone. Sì, perché anche la sensibilità ai discorsi sociali non ha trovato quel pathos che dovrebbe caratterizzare una sinistra degna di tal nome: non basta infatti il salario minimo, occorre scaravoltare la logica liberista e mercatista, senza demagogia ma con tanto coraggio e inventiva. La cartina di tornasole di questa carenza sta nella questione immigrazione liquidata col no ai muri meloniani, ma senza concreti, programmati e gestiti sì all’accoglienza e all’integrazione.

È imbarazzante dover ammettere che tutto o quasi tutto si è risolto nella pur sacrosanta attenzione alle problematiche lgbt, che fa molta giustizia di un passato inconfessabile e discriminante, ma poca apertura ad una vera rivoluzione valoriale generale.

Senza politica è normale che prevalga il correntismo, vale a dire la ricerca degli equilibri di potere all’interno del PD, che non si è fatto attendere e che lega ulteriormente le mani a Elly Schlein. Anche il macigno culturale del rapporto tra cattolicesimo democratico e socialismo non è stato minimamente rimosso e ci si è limitati alle solite definizioni di principio. Ambientalismo, pacifismo e socialità allargata dovevano essere il banco di prova per la fusione calda tra le due sensibilità, invece non si è proceduto in tal senso e si è preferito lasciare sullo sfondo la questione, facendone un alibi per emorragie di tesserati in cerca d’autore, verso quel patetico centro moderato dove tutto (non) si tiene.

E adesso? Il Paese avrebbe bisogno di sinistra anche se finge di accontentarsi di una destra purchessia. Le attese sono andate deluse, non si intravede alcun colpo di reni. Tutto rischia di finire nel problemino dei rapporti col M5S di Giuseppe Conte, nella inconcludente opposizione al governo Meloni, nella difesa di uno striminzito spazio elettorale in vista della ravvicinata consultazione europea. Una sinistra insomma che sa battere solo qualche colpetto che non impressiona nessuno.