Eccesso fazioso in legittima anti-mafia

La rete dei rapporti mafiosi in quel di Bari sembra essere piuttosto fitta e di conseguenza per chi ne vuole star fuori e /o la vuole combattere il compito è difficile e gravoso. Da quanto si può intuire l’amministrazione comunale è stata lambita da certi giochi delinquenziali, ma non sembra che possa esserne stata protagonista.

Mi sovviene una simpatica precisazione del grande Giberto Govi, che in una sua bellissima commedia dimostrò la grande differenza esistente fra essere vicini a qualcosa e l’esservi dentro: un conto è abitare vicino alle carceri, un conto è viverci dentro da recluso. Mi sembra che la mafia giri intorno al consiglio comunale di Bari, ma non trovi in esso agganci precisi e consistenti.

Ragion per cui appare un tantino esagerato il provvedimento ministeriale che ha istituito una commissione d’inchiesta finalizzata all’eventuale scioglimento del consiglio comunale di Bari per infiltrazioni mafiose.

Il centro-destra ha sempre rifiutato certi provvedimenti giudiziari ad orologeria, vale a dire volti ad influire sull’andamento della politica, salvo cascarci dentro durante il suo esercizio del potere. Esiste il dubbio atroce che si voglia disturbare la campagna elettorale del sindaco di Bari, sputtanando la sua amministrazione e rovinando la sua immagine di sindaco anti-mafia. Il discorso appare troppo politicizzato, proceduralmente anomalo e stranamente coincidente con scadenze elettorali per poter essere obiettivo ed imparziale.

Si vuole forse compromettere il discorso della moralità della sinistra, dopo avere tentato di colpirne la cosiddetta egemonia culturale con una spavalda e vomitevole strumentalizzazione della Rai, dopo averne messo in discussione il buongoverno a livello regionale nel post-Sardegna, dopo averne sminuita la superiorità a livello di classe dirigente, dopo aver cercato di occupare tutti gli spazi di potere debordando spesso dai confini istituzionali?

Il centro-destra ostenta forza e sicurezza, ma probabilmente si sente molto più debole e diviso di quanto non appaia e soprattutto teme che la luna di miele con l’elettorato possa cominciare a scricchiolare. Ecco quindi la necessità di fasciarsi la testa ancor prima di cadere o di far cadere gli altri in modo da confondere le proprie cadute attuali e future.

L’opportunità di sciogliere il consiglio comunale di Bari per connivenze mafiose è troppo ghiotta per non essere sfruttata, anche perché la vicenda rischia comunque di lasciare un segno squalificante in De Caro e nel suo partito a livello locale e nazionale, vale a dire il partito democratico.

Il consenso al centro-destra si fonda sostanzialmente sul “così fan tutti”, sull’acqua passata che non macina più, quindi tanto vale provare la destra estrema: il fascismo non esiste più, tutti fanno i loro comodi, affidiamoci a questa manica di dilettanti capaci in modo deteriore di dare dei punti ai professionisti. Una sorta di corsa al tanto peggio tanto meglio, che porta al populismo, al sovranismo, al qualunquismo e all’astensionismo.

Le prossime elezioni europee saranno un banco di prova molto importante: il tranello consiste nel portare la gente a votare su tutto meno che sull’Europa. Ce la stanno mettendo tutta (ci hanno provato persino con Mattarella mettendolo contro la polizia) e la vicenda del comune di Bari, volenti o nolenti, si inquadra in questa deriva istituzionale, che, come sostiene acutamente Romano Prodi, ha il suo sbocco ideale nel premierato nazionale, accompagnato, aggiungo io, dai “premieratini” regionali e finanche comunali. Siccome non hanno classe dirigente, tanto vale tessere un rapporto diretto e plebiscitario con l’elettorato. Stavo pensando a Putin…

 

Fascisti senza beneficio di inventario

Durante la seduta del senato a Palazzo Madama per il dibattito in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2024, sui banchi del governo sedeva Isabella Rauti, senatrice della Repubblica per Fratelli d’Italia e dal 2 novembre 2022 sottosegretario di Stato al Ministero della difesa nel governo Meloni.

Lungi da me scaricare sui figli le colpe dei padri, ma, dal momento che Isabella Rauti ricorda orgogliosamente il padre e ne rivendica l’eredità politica o, quanto meno, non la rifiuta, mi corre l’obbligo morale di ripassare la storia recente in merito alla vita di Pino Rauti, che fu parlamentare con il MSI per cinque legislature.

Pino Rauti è un personaggio che per molti versi, e in molte occasioni, si è collocato al di fuori delle regole democratiche dell’Italia repubblicana: perciò ancora oggi un ricordo positivo della sua eredità storica è oggetto di controversie e contestazioni.

Pino Rauti, diminutivo di Giuseppe, nacque a Cardinale (Catanzaro) il 19 novembre 1926. Suo padre lavorava come usciere al ministero della Guerra, a Roma, dove i Rauti si trasferirono quando Pino aveva pochi mesi. Da bambino ricevette un’educazione rigidamente fascista e a 17 anni partì per aderire alla Repubblica sociale di Salò, il governo fascista che si costituì in Lombardia sul finire della Seconda guerra mondiale collaborando con gli occupanti nazisti.

In quel periodo Rauti venne catturato prima dai britannici e poi dai francesi, mentre era arruolato nella legione straniera spagnola. Rientrato in Italia, dopo la guerra, aderì contemporaneamente al Movimento Sociale Italiano e al gruppo clandestino dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria). Negli anni Cinquanta e Sessanta si dedicò all’attività politica pubblica, partecipando a dibattiti e incontri, ma sin da subito la sua attività principale fu teorica e intellettuale.

Semplificando, le idee di Rauti si ispiravano alle opere degli intellettuali Julius Evola e Massimo Scaligero, e teorizzavano una dottrina di destra intransigente, antiliberale, antidemocratica e anticomunista. Tra le altre cose Rauti era sostenitore di un razzismo “spirituale”, ossia legato non a fattori biologici ma culturali, e in funzione di questo razzismo criticava le rivendicazioni post-coloniali. Era fortemente critico sia del comunismo che del capitalismo occidentale, ma nonostante questo prese le parti degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam.

Il raccoglitore primario di queste idee divenne Ordine Nuovo, nata prima come corrente dell’MSI nel 1954 e poi come Centro Studi con un proprio organo di informazione. Le continue divergenze con le altre correnti del partito, e in particolare con il segretario Arturo Michelini, portarono Rauti a uscire dal partito nel 1957, rendendo Ordine Nuovo un organismo autonomo con un gruppo sempre più nutrito di militanti, che negli anni Sessanta presero una piega sempre più sovversiva. Il simbolo di Ordine Nuovo era l’ascia bipenne, la stessa del fascio littorio, simbolo del regime fascista.

Nel 1968 Rauti partì per la Grecia assieme ad altri 51 esponenti di destra, fra cui Stefano Serpieri, agente dei servizi segreti, e Stefano Delle Chiaie, che aveva fondato da qualche anno un altro movimento eversivo di estrema destra, Avanguardia Nazionale. Lo scopo del viaggio era imparare tutto sulle tecniche di infiltrazione, a spese del governo greco. Poco tempo prima, infatti, ad Atene c’era stato il colpo di stato nel quale era stato instaurato il cosiddetto “regime dei Colonnelli”.

Con l’arrivo alla segreteria del MSI nel 1969 di Giorgio Almirante, Rauti rientrò nel partito. Ordine Nuovo venne sciolto nel 1973, e alcuni suoi aderenti vennero condannati per ricostituzione del disciolto Partito fascista. Nel 1972 intanto Rauti era stato arrestato per due attentati ai danni di due treni, avvenuti l’8 e il 9 agosto 1969. Successivamente l’incriminazione si estese all’attentato di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno. Nel 2010 venne nuovamente processato anche per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974. Nessuna di queste indagini e di questi processi portò a condanne per Rauti.

 

Nel 1987 si candidò a segretario dell’MSI, ma venne sconfitto da Gianfranco Fini; poi nel 1990 sconfisse a sua volta Fini e diventò lui segretario, tuttavia sotto la sua guida l’MSI ebbe risultati elettorali pessimi, perciò si dimise e tornò di nuovo Fini. Rauti commentò così la svolta moderata del congresso di Fiuggi, quando dal MSI nacque Alleanza Nazionale: «Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato». L’eredità politica di Alleanza Nazionale fu raccolta poi da Fratelli d’Italia nel 2012.

Nel 2004 Rauti fondò il MIS, Movimento idea sociale, che alle elezioni raccolse solo lo 0,1 per cento. Morì nel novembre 2012. I funerali si tennero nella basilica di San Marco, a Roma. Il passaggio della sua bara venne salutato con il braccio teso da molti presenti. (Il post – quotidiano on line)

Cosa voglio dire con questa memoria storica? Tutto e niente! Che al Senato e al Governo della Repubblica siedano persone direttamente e addirittura familiarmente collegabili ad un vergognoso passato fascista mi disturba, suscita in me un moto di ripulsa. Sul piano giuridico non esiste ostacolo (anche se ci sarebbe molto da discutere), sul piano morale lasciamo perdere, sul piano politico non lo posso accettare. E pensare che Fratelli d’Italia, il partito che attualmente va per la maggiore, è farcito di personaggi che non solo rifiutano di considerarsi antifascisti, ma che hanno collegamenti ideali e politici col fascismo. Povera Italia!

Ma il fascismo non esiste più! Già, me ne ero dimenticato.

 

Chi non risica cultura rosica barbarie

Alla fine di due giorni ad altissima tensione, la comunità scolastica dell’Istituto comprensivo “Iqbal Masiq” di Pioltello, hinterland milanese, prova a scrollarsi di dosso il peso delle tensioni che hanno travolto il dirigente scolastico Alessandro Fanfoni. Impresa non facile, stando anche alle parole dello stesso preside, riferite da un collaboratore: «Non me la sento di parlare, in questo momento». Dopo aver subito minacce via social, ora il professor Fanfoni ha paura. Il motivo? Aver previsto la sospensione delle lezioni il prossimo 10 aprile, giorno di fine Ramadam, festa importantissima per i musulmani. Religione cui appartiene oltre il 40% dei bambini della scuola, che si trova in un territorio ad alta densità immigratoria ed è intitolata al dodicenne pakistano ucciso nel 1995 per il suo impegno contro lo sfruttamento del lavoro minorile. A maggio scorso, quando la decisione è stata presa, all’unanimità, dal Consiglio d’Istituto, mai il preside avrebbe immaginato di finire in mezzo a una bagarre politica in piena regola. (dal quotidiano “Avvenire”)

Qualche tempo fa viaggiavo su un bus urbano sul quale la presenza di immigrati era a dir poco preponderante. Mi venne, più istintiva che spontanea, una riflessione ad alta voce: “Di questo passo la nostra cultura dove finirà?”. La domanda coinvolse una gentile e distinta signora italiana vicinissima alla mia postazione. Mi rispose laconicamente: “Dipende tutto da noi…”. Questa affermazione conteneva tali e tante verità da richiedere ulteriori approfondimenti, che non ho potuto effettuare con la persona evidentemente disponibile al dialogo solo perché era in procinto di scendere dal bus; feci appena in tempo a dirle: “Ha perfettamente ragione…”.

Di fronte a una società sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa possiamo adottare due atteggiamenti: chiuderci in una strenua quanto fantomatica difesa del nostro patrimonio oppure aprire un dialogo con chi è portatore di altro patrimonio.

Il mio grande amico e maestro Gian Piero Rubiconi mi ha insegnato e testimoniato che tutto può e deve fare cultura e di conseguenza tutto deve essere condiviso, finanche, diceva lui, le ricette gastronomiche. Era depositario di una stupenda raccolta discografica. I suoi amici lo invitavano a non divulgare troppo i pezzi della sua preziosa collezione per non svalutarla. Lui imperterrito metteva a disposizione di tutti quanto poteva offrire a nutrimento e a godimento della loro passione. La cultura se non è aperta non è cultura, se non è globale non è cultura, se la vogliamo difendere la perdiamo, se la vogliamo gelosamente custodire la condanniamo all’irrilevanza.

La dobbiamo mettere in gioco e naturalmente dobbiamo accogliere, seppur criticamente, ma con rispetto e curiosità, anche quella proveniente dagli altri. Se andiamo in campo religioso il discorso è lo stesso: tutti hanno da insegnarci qualcosa e dobbiamo metterlo in condizioni di farlo. Starà a noi discernere. Questo non è relativismo, è dialogo. Certo non dobbiamo rinunciare a nulla, se non alla pretesa di essere autosufficienti.

Il teologo Vito Mancuso dice: «Lo specifico della nostra epoca è la decadenza spirituale quale appare dalla progressiva perdita di fascino della religione, fino al punto di poter ipotizzare che, per la prima volta nella storia, homo sapiens per lo meno in occidente non sarà più homo religiosus. Ma attenzione: tutto ciò non è dovuto all’umanità occidentale divenuta empia e relativista, ma alla sua religione che non ne ha saputo accompagnare l’evoluzione spirituale ed etica».

Eugenio Scalfari sosteneva: «Questo dialogo (tra credenti e no, n.d.r.) riguarda anche e forse soprattutto i non credenti, la predicazione di Gesù ci riguarda, l’amore per il prossimo ci riguarda, le diseguaglianze intollerabili ci riguardano. Un Papa rivoluzionario ci riguarda e il relativismo di aprirsi al dialogo con le altre culture ci riguarda. Questa è la nostra vocazione al Bene che dobbiamo perseguire con costante proposito».

Ben vengano quindi le serie occasioni offerte agli islamici di professare e testimoniare la loro fede. Non vedo cosa ci possa essere di pericoloso. Non si tratta di rinuncia ma di rilancio.

L’ufficio regionale scolastico per la Lombardia ha chiuso, probabilmente definitivamente, il caso della scuola di Pioltello, per la quale il consiglio di istituto, in ragione di una elevata percentuale di stranieri, aveva deliberato la sospensione delle lezioni il prossimo 10 aprile. Non un giorno qualunque ma quello in cui i seguaci dell’Islam celebrano la fine del Ramadan. “Sulla base delle risultanze dell’accertamento ispettivo disposto dall’Usr per la Lombardia, sono state evidenziate talune irregolarità della delibera assunta dal consiglio d’istituto”, si legge nel comunicato diffuso dall’Usr.

Nei giorni scorsi, il preside dell’istituto comprensivo aveva giustificato la delibera del consiglio con una circostanza di fatto, in base alla quale la scuola sarebbe comunque stata quasi vuota in quel giorno. Questo in ragione di una percentuale di studenti di fede musulmana che si aggira attorno al 40%. Ma questa non sembra essere una ragione valida per procedere con la sospensione delle lezioni, pertanto il direttore generale dell’ufficio scolastico regionale ha “invitato il dirigente scolastico, nella sua qualità di garante della legittimità dell’azione amministrativa della scuola, a valutare la disapplicazione della delibera”. Nella nota, quindi, si rimanda alla “possibilità dell’annullamento in autotutela da parte dello stesso Consiglio d’istituto, al fine di assicurare il rispetto delle disposizioni in materia”. (da “Il Giornale.it)

Le disquisizioni di carattere burocratico le lascio volentieri a chi si vuol nascondere dietro il dito della propria penosa presunzione. Così come non ha senso la pretesa di combattere l’integralismo altrui con l’integralismo nostrano. Ci rimettiamo tutti.

Corrado Augias, giornalista e scrittore ammette oggettivamente: «Nei secoli passati è accaduto anche in Europa che frange oltranziste s’impegnassero a sterminare eretici, streghe, posseduti dal demonio, bruciandoli vivi o gettandoli in carcere. C’è voluto molto tempo, grandi mutamenti e una profonda rivoluzione dei costumi perché questo cessasse. Oggi il cristianesimo è tornato a una mitezza di tipo evangelico ed è semmai fatto oggetto, in alcuni Paesi, di sanguinose persecuzioni. Nell’Islam questa evoluzione tarda».

Sarebbe però errato se, dopo avere registrato questo ritardo storico, squalificassimo tutto l’Islam senza appello. La tentazione della ritorsione non porta da nessuna parte, incallisce tutti nei propri errori e impoverisce tutti. Il dialogo richiede coraggio e assunzione di rischio. Anche in questo caso vale il famoso detto “chi non risica non rosica”.

Certo comunque che la lingua batte dove il dente duole, vale a dire sul discorso dei rapporti fra Islam e violenza. Al riguardo rimando al lavoro di ricerca contenuto tra le pubblicazioni consultabili nel sito. Basti il titolo a sintetizzare un discorso di complessità e delicatezza estreme: “Il paradosso: l’amore ci divide…la violenza ci accomuna”. Abbiamo davanti un cammino di speranza carico di incognite e contraddizioni: sarebbe oltre modo sbagliato rinunciare al dialogo per paura di compromettersi in una materia esplosiva. Sul dialogo grava tuttavia un macigno, che non deve renderlo impossibile, ma stimolante e chiarificatore: la compatibilità fra fede e violenza.

Non voglio improvvisarmi in una problematica e forse impossibile analisi comparata fra Vangelo e Corano, ma vedo una grande differenza: mentre chi osserva il Corano rischia di trovare la “giusta causa” alla propria violenza omicida, l’unico rischio che corre il cristiano autentico è l’opposto, vale a dire quello di subire passivamente la violenza altrui. E, se me lo permettete, tra i due rischi preferisco di gran lunga il secondo, con buona pace dei rivoluzionari di tutti i tempi.

 

 

 

La corsa al sepolcro imbiancato di Forza Italia

Mia sorella Lucia, nella sua innata chiarezza di pensiero, sosteneva che in politica (e non solo in politica), quando una persona esprime incertezza e dice di collocarsi a metà strada vuol dire che è vocato a schierarsi a destra e, prima o poi, lo farà. Io aggiungo un’altra teoria ben più provocatoria: chi ha fatto e fa dell’anti-sinistrismo ad ogni piè sospinto non lo fa in difesa della democrazia, ma in funzione del suo più o meno gonfio portafoglio.

Di queste tesi peraltro ricche di prove storiche mi è sovvenuto in questi giorni di tira e molla calendiano e renziano. La Basilicata ha finalmente chiarito: i centristi di Renzi e Calenda salutano Pd e 5 stelle e con la soddisfazione di Tajani decidono di sostenere Vito Bardi, il candidato del centrodestra. (vedi il quotidiano “Avvenire”)

A nulla valgono i pretesti accampati: è dal giorno dell’insediamento del governo Meloni che questi signori rompono i coglioni (ci fa pure la rima!). Muoiono dalla voglia di sgattaiolare a destra passando dal fantomatico centro. Lo fanno in Basilicata, ma non mancheranno di farlo in tutta Italia.

Matteo Renzi è da quel dì che sogna un trionfale ingresso in Forza Italia: si dovrà accontentare della benedizione di Antonio Tajani (in mancanza dei cavalli trottano gli asini). Pensa di impossessarsi di questa area per diventarne il leader, togliendole le ultime scorie del berlusconismo e dandole una prudente e critica dignità più terzaforzista che filo-meloniana. Carlo Calenda è in cerca d’autore: non è d’accordo nemmeno con se stesso e, gira e rigira, troverà pace nel sepolcro imbiancato di Forza Italia.

A quel punto i moderati di Maurizio Lupi diventeranno improvvisamente degli estremisti e dovranno fare buon viso a cattiva sorte, abbandonando ogni pretesa autonomistica e rientrando nei ranghi forzitalioti.

Finalmente un po’ di chiarezza in funzione del bipolarismo. Mio padre concepiva il gioco democratico in modo secco e inequivocabile: destra o sinistra, per lui il resto veniva dal maligno. Non aveva tutti i torti e forse oggi brinderebbe alla chiarezza, seppur affievolita dai poli che non sono partiti tout court.

Il campo dell’alternativa al centro-destra perderà potenziali consensi? Forse le perdite al centro saranno ampiamente compensate dai recuperi a sinistra provenienti dall’area astensionista.  E poi, diciamola tutta: che razza di strategia può mai essere quella che dipende dagli umori di personaggi come Renzi e Calenda? Andassero a rompere i coglioni a Giorgia Meloni, glieli regalo molto volentieri.

È vero che gli Italiani sono confusi, ma non credo si lasceranno incantare più di tanto dalle sirene calendiane e/o renziane. E se anche fosse…

Mio padre si fidava del prossimo con una giusta punta di cautela e scetticismo; a chi gli forniva un “passaggio” in automobile era solito chiedere: “Sit bon äd guidär”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”.

 

 

I laghetti moralistici, il mare papale e il pantano curialesco

Una piccola e breve premessa: mi piace da morire il Papa quando parla e agisce coraggiosamente in nome della pace, mi piace molto meno quando disquisisce moralisticamente in materia sessuale (mio padre smorzerebbe i miei ardori dicendo: “Bizògna stärog a ríddor e cridär).

Parecchi giorni or sono, durante una trasmissione televisiva Lucetta Scaraffia, una storica e giornalista cattolica che ragiona con la propria testa, presentando un suo libro, ha fatto un’affermazione piena di onestà intellettuale e in controtendenza rispetta alla narrazione storica anti-cattolica in tema di sessualità. Ha infatti ammesso che la tanto bistrattata enciclica di Paolo VI, la “Humanae vitae”, l’ultima scritta da papa Paolo VI e pubblicata il 25 luglio 1968, volta a specificare la dottrina sul matrimonio così come definita dal Concilio Vaticano II, non è stata quel rigurgito reazionario che molti considerano (magari senza averla letta), ma è stata profondamente innovativa, perché ha ammesso per la prima volta la possibilità di un controllo delle nascite, seppure con metodi naturali (d’altra parte a quei tempi le pillole anticoncezionali erano universalmente  assai discusse a livello di salute della donna).

Ho avuto modo di leggere in passato qualche pagina della suddetta enciclica e ne sono rimasto colpito per la sublime considerazione della sessualità e del matrimonio, anche se effettivamente non avevo colto lo spirito innovativo evidenziato, coraggiosamente ma obiettivamente, da Lucetta Scaraffia. Purtroppo siamo rimasti più o meno alla “Humanae vitae”, dalla quale sono passati ben oltre cinquant’anni. I tempi sono questi! Il cardinale Carlo Maria Martini ipotizzava che la Chiesa fosse rimasta indietro di duecento anni…

Dove voglio arrivare? A dire che gli insegnamenti della Chiesa vanno approfonditi, contestualizzati, evangelizzati, non buttati immediatamente nel bidone della spazzatura più o meno bigotta, ma sottoposti al vaglio della critica evangelica. È un consiglio che rivolgo innanzitutto a me stesso: il mio incontenibile e debordante spirito critico andrebbe usato con equilibrio (non sempre ci riesco, anzi…).

Manco a farlo apposta proprio in questi giorni papa Francesco si sta misurando con la tematica del sesso. Dopo avere ammesso la benedizione delle coppie di fatto e omosessuali è tornato sulla materia per precisare, ma anche per allargare il discorso (dove ci sta il più ci sta anche il meno). Mentre le precisazioni sembrano una camomilla somministrata agli intemperanti conservatori, intenti soltanto a disturbare il manovratore, l’allargamento del discorso è molto interessante ed edificante, anche se forse ancora un tantino precettistico e dottrinale (un vizio duro a morire).

«Nel cristianesimo – ha spiegato Francesco – non c’è una condanna dell’istinto sessuale. Un libro della Bibbia, il Cantico dei Cantici, è uno stupendo poema d’amore tra due fidanzati. Tuttavia, questa dimensione così bella della nostra umanità non è esente da pericoli. In sostanza, la lussuria è «dopo la gola, il secondo “demone” che sta sempre accovacciato alla porta del cuore». E «mentre la gola è la voracità nei confronti del cibo, questo secondo vizio è una sorta di “voracità” verso un’altra persona, cioè il legame avvelenato che gli esseri umani intrattengono tra di loro, specialmente nella sfera della sessualità». Bisogna guardarsi dunque da «una gestione malsana della sfera sessuale», perché la lussuria può avere conseguenze molto negative «anzitutto perché devasta le relazioni tra le persone». Con un riferimento implicito ai femminicidi il Papa ha infatti proseguito: «Per documentare una realtà del genere è sufficiente purtroppo la cronaca di tutti giorni. Quante relazioni iniziate nel migliore dei modi si sono poi mutate in relazioni tossiche, di possesso dell’altro, prive di rispetto e del senso del limite? Sono amori in cui è mancata la castità: virtù che non va confusa con l’astinenza sessuale, bensì con la volontà di non possedere mai l’altro».

In altri termini, «amare è rispettare l’altro, ricercare la sua felicità, coltivare empatia per i suoi sentimenti, disporsi nella conoscenza di un corpo, di una psicologia e di un’anima che non sono i nostri, e che devono essere contemplati per la bellezza di cui sono portatori. La lussuria, invece, si fa beffe di tutto questo: depreda, rapina, consuma in tutta fretta, non vuole ascoltare l’altro ma solo il proprio bisogno e il proprio piacere; la lussuria giudica una noia ogni corteggiamento, non cerca quella sintesi tra ragione, pulsione e sentimento che ci aiuterebbe a condurre l’esistenza con saggezza. Il lussurioso cerca solo scorciatoie: non capisce che la strada dell’amore va percorsa con lentezza, e questa pazienza, lungi dall’essere sinonimo di noia, permette di rendere felici i nostri rapporti amorosi».

La seconda ragione per cui la lussuria è un vizio pericoloso, ha spiegato ancora il Pontefice, è che «tra tutti i piaceri dell’uomo, la sessualità ha una voce potente. Coinvolge tutti i sensi; dimora sia nel corpo che nella psiche; se non disciplinata con pazienza, se non iscritta in una relazione e in una storia dove due individui la trasformano in una danza amorosa, essa si muta in una catena che priva l’uomo di libertà. Il piacere sessuale è minato dalla pornografia: soddisfacimento senza relazione che può generare forme di dipendenza».

Ecco dunque che «la battaglia contro la lussuria, contro la “cosificazione” dell’altro, può essere un’impresa che dura tutta una vita. Però il premio di questa battaglia è il più importante in assoluto, perché si tratta di preservare quella bellezza che Dio ha scritto nella sua creazione quando ha immaginato l’amore tra l’uomo e la donna. Quella bellezza che ci fa credere che costruire una storia insieme è meglio che andare a caccia di avventure, coltivare tenerezza è meglio che piegarsi al demone del possesso, servire è meglio che conquistare. Perché se non c’è l’amore, la vita è triste solitudine».  (dal quotidiano “Avvenire”)

Finalmente non si guarda più dal buco della serratura delle stanze da letto, non ci si perde nel ginepraio della morale sessuale che tanto male ha fatto a tutti, non ci si intrufola sotto le lenzuola dei cattolici, ma si inneggia all’amore da cui tutto prende significato. Non siamo ancora arrivati al capovolgimento di certe logiche, ma si respira un’aria nuova, merito di un papa di 87 anni, che ha deciso di fare incazzare i bigotti e i conservatori di cui son piene le fosse della cattolicità.

Mi prendo la libertà di aggiungere una regoletta mutuata da mio padre: quando adottava una decisione importante, quando aveva la necessità di interfacciarsi con qualche ambiente difficile, non si faceva condizionare dal freno minimalista, ma tendeva sempre al meglio, dicendo: «Bizoggna fogäros in ‘t al mär grand».  I papi, che non finiscono mai di stupire, sono molto meglio della marmaglia che li circonda. E allora guardiamo a loro piuttosto che al codazzo di teologi e moralisti che li circonda. Nonostante tutti i condizionamenti, hanno il coraggio di pensare col loro cervello e di parlare con il loro cuore.

Degli ultimi papi ho una mia originale idea riguardo al loro atteggiamento verso la Curia, gli intrighi e gli equilibri vaticani. Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento strutturale e ripiegava su quello della mente e del cuore. Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni. Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape vaticane. Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna: si dice che il suo azzimato segretario lo sconsigliasse insistentemente di rassegnare le dimissioni, invece…

Papa Francesco ha rinunciato fin dall’inizio a riformare profondamente le strutture, accontentandosi, si fa per dire, di guardare sempre e comunque al Vangelo. Non è del tutto vero. Volete un esempio?

Il ruolo delle donne nella Chiesa è stato tra i temi al centro della riunione del Consiglio di cardinali, il cosiddetto C9 che si sta riunendo in Vaticano alla presenza del Papa. A guidare la riflessione dei porporati sulla presenza femminile sono state le testimonianze di suor Linda Pocher, figlia di Mara Ausiliatrice, docente alla Pontificia facoltà di scienze dell’educazione Auxilium, della consacrata nell’Ordo Virginum di Verona Giuliva di Berardino e della reverenda Jo Bailey Wells vescovo della Chiesa d’Inghilterra e segretario generale della Comunione anglicana. Come noto il C9 è un organismo istituito da papa Francesco il 28 settembre 2013 con l’obiettivo di coadiuvare e consigliare lo stesso Pontefice nel governo della Chiesa cattolica e nella revisione della Costituzione apostolica Pastor Bonus circa l’assetto della Curia Romana. (dal quotidiano “Avvenire”)

Se le donne pensano di ottenere un ruolo significativo nella Chiesa da questo organismo, possono mettersi tranquillamente il cuore in pace e rimanere ingessate in serie B. Sembrerebbe meglio il mare grande papale dei laghetti artificiali dove confluiscono fiumi e torrenti della melina cattolica.

Ma non esageriamo. Volete un altro esempio? Lo stile sinodale dovrebbe essere un’antica opzione della Chiesa cattolica, recentemente rinverdita da un pletorico, tortuoso e piuttosto inconcludente percorso di rinnovamento “democratico e partecipativo”. Senonché… mortus!

É stata cancellata dall’ordine del giorno dell’Assemblea plenaria dei vescovi della Germania la votazione dello statuto del Comitato sinodale, prevista inizialmente per la prossima settimana. Lo ha confermato il portavoce della Conferenze episcopale tedesca, Matthias Kopp alla Kna, l’agenzia di stampa dei vescovi di Germania. Una decisione che appare come diretta conseguenza della lettera con cui il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin e due capi dicastero della Curia Romana (i porporati Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, e Robert Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi) avevano chiesto il 16 febbraio scorso ai vescovi tedeschi di soprassedere all’iniziativa.

Il confronto in corso con la Chiesa cattolica in Germania segna dunque, per il momento un punto a favore del Papa, che già da ottobre aveva avvertito, in una missiva ad alcune teologhe, della sua contrarietà a tale organismo. Nel darne notizia, Vatican News evidenzia che il progetto di approvare gli statuti di un Comitato sinodale (costituito a novembre), teso a preparare a sua volta l’introduzione di un Consiglio direttivo e decisionale è «frutto del processo di riforma del Synodale weg, il discusso cammino sinodale tedesco avviato nel 2019». L’organismo riunirebbe 27 vescovi e diversi laici per continuare le discussioni e assumere eventuali decisioni sui temi dell’autorità ecclesiastica, del ruolo della donna, della morale sessuale e della vita sacerdotale. (dal quotidiano “Avvenire”)

Volete un altro esempio ancora?

Cancellare le differenze tra uomo e donna oggi significa «cancellare l’umanità»: ecco perché l’ideologia gender è «il pericolo più brutto». È questo il monito lanciato da papa Francesco durante l’udienza con i partecipanti al Convegno internazionale «Uomo-donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni» promosso dal Centro di ricerca e antropologia delle vocazioni (Crav) e che si tiene in Vaticano nell’Aula del Sinodo. Parlando a braccio il Pontefice ha ringraziato i presenti per il tema scelto per l’incontro e ha messo in guardia dall’ideologia del gender, «che annulla le differenze». «Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale – ha poi annunciato Francesco -; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non mi sento in grado di affrontare questa delicata tematica, ma il tono papale mi sembra semplicistico e sbrigativo, volto più a rassicurare i tradizionalisti che a porsi in dialogo col mondo senza essere del mondo.

L’attuale pontefice, quando sembra sganciarsi dalle logiche curiali e tradizionali per ragionare con la propria testa, è la volta che ricade nell’equilibrismo gerarchico deludendo le aspettative e spegnendo gli entusiasmi. In una recente intervista rilasciata a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha sgattaiolato sul tema dell’innovazione strutturale, affermando che la riforma più importante è quella dei cuori. Molto meglio è andata nell’intervista alla radio televisione svizzera: gli riesce meglio parlare di pace che di sesso.

Ha recentemente fatto una rapida incursione nella dottrina con la dichiarazione “Fiducia supplicans”, che apre alle benedizioni per coppie “irregolari”, comprese le coppie omosessuali.  Non l’avesse mai fatto. Si è scatenata una rissa teologica. Ha parlato di pace a tutti i costi e si è scatenata la reazione politica. Vorrà dire che quando intenderò affrontare certi delicati discorsi oltre che al pensiero del Papa, farò ricorso al Vangelo, non certo a quei signori con lo zucchetto bianco, rosso o paonazzo, che pretendono di insegnare come e quando si fa sesso e non certo a quei maître à penser che vogliono dimostrare che la guerra in certi casi (quelli che fanno comodo a loro) ci vuole.

 

 

Un passo avanti (in Sardegna) e uno indietro (in Basilicata)

Ennesimo colpo di scena nella corsa alle regionali in Basilicata, sicuramente non l’ultimo. Domenico Lacerenza, il primario di oculistica del San Carlo di Potenza scelto dal Partito democratico, Movimento 5 Selle, +Europa e Alleanza Verdi Sinistra, ha ritirato la sua candidatura. «Dopo un’attenta riflessione voglio comunicare la mia rinuncia alla candidatura a Presidente della Regione Basilicata», ha spiegato il medico, «è una decisione presa con assoluta serenità e anche nell’interesse delle forze politiche che hanno voluto propormi. Avevo dato la mia disponibilità, ma non posso non registrare le reazioni che ci sono state in seguito». Sul passo indietro di Lacerenza è intervenuto anche Giuseppe Conte, che ha parlato così a margine di un incontro a Ercolano: «In Basilicata si è scatenato il tiro al piccione sulla persona che avevamo trovato, che aveva i requisiti giusti e che ora sembra aver rinunciato». Secondo il leader dei 5 stelle, l’ormai ex candidato del fronte progressista in Basilicata è stato «impallinato, come con me quando divenni presidente del consiglio». Per dirla in altre parole, Lacerenza sarebbe stato vittima di «giochi di corrente, giochi locali».

Dopo l’annuncio di appena tre giorni fa da parte dei big della coalizione, Azione aveva detto chiaramente che non avrebbe sostenuto Lacerenza, preferendo portare avanti un’altra strategia con il suo referente locale, Marcello Pittella. Anche diverse personalità del Pd lucano avevano espresso le proprie perplessità per la scelta del primario, fino al dietrofront di sabato 16 marzo. Lacerenza era il nome di compromesso scelto dopo il niet dei 5 Stelle ad Angelo Chiorazzo, prima scelta dei dem sul quale non vi erano veti di Azione. Nonostante ora abbia fatto un passo indietro Lacerenza, non è detto che si trovi un’intesa per un’edizione lucana del campo largo. Il primo commento dopo il ritiro del medico è del leader di Azione Carlo Calenda, non certo tenero: «Dilettanti allo sbaraglio. Altro capolavoro politico di Conte con Pd a rimorchio». (Open – Ugo Milano)

Ho recentemente ricordato come la politica cammini sulle gambe degli uomini e delle donne: di qui a scatenare autentici tormentoni sulla scelta dei candidati alle elezioni regionali in Basilicata la distanza è lunga. Non ho precisa conoscenza della situazione, ciononostante mi butto (pericolosamente) sulle impressioni, anche se esiste un detto parmigiano che recita “i ‘daviz jen cme j insònni”, vale a dire che le impressioni sono un po’ come i sogni.

Da una parte mi sembra di vedere la solita manfrina di Carlo Calenda con la sua equivoca Azione, che, detta brutalmente, non sa dove appoggiare il sedere. Se vogliamo ideologizzare il discorso, dobbiamo sconsolatamente ammettere che questo illustre ed intelligente signore non rappresenta la corrente del pensiero liberale, che potrebbe e forse dovrebbe costituire un importante interlocutore se non addirittura un alleato cultural-politico della sinistra. Anche le altre terze forze presenti sullo scacchiere politico non mi convincono e non mi sembrano in grado di portare un contributo importante e qualificante: mi riferisco a +Europa di Emma Bonino (alla quale va tutta la mia simpatia e comprensione) ed a Italia Viva di Matteo Renzi, imprigionata nei giochetti di potere del suo sempre più logorroico e inconcludente leaderino (che delusione!).

Dall’altra parte esiste un ulteriore cortocircuito: Giuseppe Conte non può continuare a considerare l’alleanza di centro-sinistra come un gioco tattico per conquistare (o perdere) visibilità e voti, magari a danno degli alleati. Non ha retroterra culturale e storico, non ha classe dirigente (Alessandra Todde in Sardegna è la bella eccezione che conferma la regola), non ha la statura del leader (ha avuto fortuna e furbizia nel raccogliere il testimone da Beppe Grillo). Deve solo avere pazienza, tentando di qualificare la politica del centro-sinistra sui punti per i quali mantiene una certa credibilità (ricerca di assetti pacifici a livello internazionale e rigore nella gestione della cosa pubblica).

In mezzo non invidio la difficile navigazione di Elly Schlein, che ha recentemente sposato la causa unitaria della sinistra (in attesa del centro che forse non ci sarà mai) a dispetto di tutti i santi, interni, esterni e internazionali. Deve però imporre piccoli e calibrati passi in avanti agli interlocutori, senza fare o subire fughe e improvvisazioni, come sembra essere successo in Basilicata.

Alla fine in Lucania uno straccio di accordo verrà trovato con o senza Calenda. Ricordiamoci però che il civismo politico è un discorso importante ma  complesso, i candidati civici non si inventano, si scelgono dopo attente valutazioni e, se proprio non esistono, meglio ricadere nella dignitosa routine politica: piuttosto che rischiare l’indigestione da pietanza fantasiosa meglio ripiegare sulla minestra che passa il convento.

Immersi nella palude bellicista

“Credo che la Nato non debba entrare in Ucraina” e “mi auguro che non accada” che un Paese vada a combattere lì. “Entrare e fare guerra alla Russia significa rischiare la Terza guerra mondiale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervistato da Bruno Vespa al salone LetExpo di Verona, ribadendo che è escluso che le truppe italiane vadano in Ucraina. (Ansa.it)

L’intervento di Tajani è una secca risposta a Macron, che per la verità aveva lanciato l’idea estrema di un intervento diretto nel conflitto russo-ucraino. Lui stesso si è accorto della follia e ha fatto marcia indietro durante l’incontro con Scholz (“Nessuna escalation”), ripiegando sull’invio di armi a lungo raggio.

Penso abbia ragione Massimo Cacciari che definisce queste scaramucce quale mera e rituale propaganda bellica. Tajani quindi ha chiuso una porta chiusa. Di questo passo resta comunque il rischio di una terza guerra mondiale.

Purtroppo siamo in mano a nessuno, in particolare l’Unione europea sta fallendo e tradendo completamente il suo ruolo politico-diplomatico, preferendo armare acriticamente l’Ucraina e rinunciando ad ogni e qualsiasi iniziativa di intromissione pacificatrice.

L’unico personaggio che ha il coraggio di dire la verità è papa Francesco. Sul piano politico falsano il suo pensiero, annoverandolo addirittura fra i putiniani, facendo finta di non capire come l’unica strada per uscire dal tunnel sia una trattativa preceduta e accompagnata dall’ammissione che nessuno è in grado di vincere la guerra (una insensatezza a trecentosessanta gradi) e quindi come occorra alzare “bandiera bianca” nel senso di scendere ragionevolmente e convintamente a patti col nemico. Sono convinto che il Papa abbia parlato a nuora perché suocera intenda.

Le nuore, fuor di metafora, sono l’Ucraina e la Russia. La diplomazia ucraina ha risposto con scetticismo se non addirittura con fastidio, invitando il Papa a recarsi in visita nel loro Paese: evidentemente i governanti ucraini ritengono una posizione di comodo quella assunta nelle stanze vaticane e fanno fatica a credere nella sincerità della vicinanza del Papa, troppo distante e troppo equidistante. “La Chiesa sta insieme alle persone, non a 2500 Km di distanza, mediando virtualmente tra qualcuno che vuole vivere e qualcuno che vuole distruggerci. Molte mura di case e chiese, un tempo bianche, ora sono bruciate dai proiettili russi. Questo parla in modo eloquente di chi deve fermarsi affinché la guerra finisca”.

I vescovi greco-cattolici ucraini del Sinodo permanente, riuniti in questi giorni negli Stati Uniti, hanno scritto una dichiarazione, dopo le anticipazioni dell’intervista rilasciata da Francesco alla Radio televisione svizzera.  «Per chiunque sia sul campo in Ucraina – si legge nella dichiarazione – è chiaro che i cittadini ucraini sono feriti ma indomabili, stanchi ma resilienti. Gli ucraini non possono arrendersi perché arrendersi significa morte». I vescovi sottolineano come «nella mente di Putin non esistono cose come l’Ucraina, la storia e la lingua ucraine, e la vita della Chiesa ucraina indipendente. Tutte le questioni ucraine sono costruzioni ideologiche, adatte a essere sradicate. L’Ucraina non è una realtà ma una mera “ideologia”. L’ideologia dell’identità ucraina, secondo Putin, è “nazista”». E, chiamando “nazisti” tutti gli ucraini, «Putin li disumanizza. I nazisti (in questo caso gli ucraini) non hanno il diritto di esistere».

Sono posizioni che portano dritti-dritti all’auto-shoah, davanti alle quali mi inchino, che però considero esasperate, anche se comprensibilissime, e soprattutto irresponsabili per chi regge una nazione ed ha in mano la vita di milioni di persone.

L’altra nuora, l’aggressiva-belligerante Russia di Putin, abbozza, ma sgattaiola. “Papa Francesco si sarebbe rivolto più all’Occidente che a Kiev, quando ha fatto il suo appello perché si trovi il «coraggio della bandiera bianca» con l’invito a negoziare un accordo di pace. Ne è convinta la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova che all’Ansa ha commentato le dichiarazioni di Bergoglio alla Tv svizzera che hanno scatenato la dura reazione di Kiev: «Per come la vedo io, il Papa chiede all’Occidente di mettere da parte le sue ambizioni e ammettere che si è sbagliato – dice all’Ansa – noi non abbiamo mai bloccato i negoziati». La versione di Zakharova è che secondo lei «ogni esperto, ogni politico, ogni diplomatico oggi capisce che – la situazione in Ucraina – è in un vicolo cieco». Ed è per questo, spiega che «molti diplomatici e Paesi chiedono negoziati». E ribadisce che il Papa parlerebbe solo all’Occidente a proposito della necessità di negoziare con Mosca «perché tutti nel mondo capiscono che l’Ucraina non è indipendente, che il regime di Kiev è sotto la pressione dell’Occidente».

La suocera del caso è effettivamente l’Occidente, che ha reagito come detto sopra e più avanti, con imbarazzo strategico misto a fariseismo culturale e irresponsabilità politica. V’è addirittura chi specula sulle differenze di pensiero fra il Papa e il suo segretario di Stato cardinale Parolin (tra questi Paolo Mieli a “Otto e mezzo”, facendo eco al proprio giornale, il “Corriere della sera”), come se in Vaticano, su un argomento così complesso e divisivo, non dovesse esistere un minimo di dialogo al proprio interno (cosa che, come osserva Massimo Cacciari, esiste in tutti gli Stati, Usa in testa).

Il tutto per evitare di assumersi le proprie responsabilità da parte della politica e non solo. Lucio Caracciolo, insigne esperto di geopolitica, intravede la formazione sul territorio di una linea difensiva ucraina parallela a quella russa: sembrerebbe la base per una tregua, invece…

Sono sinceramente patetici i massimi esponenti degli Stati appartenenti alla Ue, visto che la Ue è ben lontana dall’avere una voce unica: si incontrano, si abbracciano, si scambiano cordiali saluti, mentre alle loro porte c’è una guerra che ci coinvolge tutti. Sanno solo schierarsi in modo manicheo dalla parte ucraina, perpetuando la vera guerra, vale a dire quella tra Occidente e Russia, di cui l’Ucraina fa solo da avamposto, assolvendo la macabra funzione di carne da cannoni.

Le pubbliche opinioni vengono regolarmente distratte su altri problemi, i media si allineano (salvo rare eccezioni) alla narrazione dello scontro di civiltà democratica, il Papa viene considerato poco più di uno sclerotico vestito di bianco che pretende l’impossibile sventolio di bandiere bianche, chi osa assumere posizioni dettate dal buonsenso e dalla ragionevolezza è relegato ad amico del giaguaro putiniano, per non parlare dei pacifisti esorcizzati come autentici demoni da precipitare nell’inferno delle illusioni.

Il già citato giornalista Paolo Mieli sostiene che fra tutti gli Stati europei quello che ha tenuto una posizione più chiara e coerente è l’Italia, grazie a Mattarella, Draghi e Meloni. Toglierei subito dal mazzo Sergio Mattarella, che anche in questi ultimi giorni si sta smarcando dal coro bellicista e si sta pronunciando insistentemente per una forte azione europea di pace.

Un richiamo a fare di più per la pace, e a farlo come Europa, nel segno di San Benedetto. Sergio Mattarella, parlando a Cassino alla cerimonia commemorativa dell’ottantesimo anniversario della distruzione della città da parte degli Alleati, ricorda le parole di Paolo VI che «vent’anni dopo quei drammatici eventi nell’inaugurare la ricostruita Abbazia, volle tributare alla figura di San Benedetto il riconoscimento di essere Patrono dell’Europa. “Messaggero di pace – lo definì – realizzatore di unione, maestro di civiltà”. La nuova Abbazia ha la stessa vocazione ma ambisce anche a essere prova di un’accresciuta consapevolezza degli orrori delle guerre e di come l’Europa debba assumersi un ruolo permanente nella costruzione di una pace fondata sulla dignità e sulla libertà. Ne siamo interpellati», ammonisce il capo dello Stato, a chiarire, ove ci fossero dubbi, che si sta parlando dell’oggi e non solo in chiave di commemorazione.

Parole che vengono dopo il forte richiamo a fare di più per la pace venuto da papa Francesco che Mattarella non cita, ma è chiaro il nesso fra la tradizione cristiana dell’Europa e la sua vocazione alla pace, proprio nel segno di San Benedetto, in un contesto in cui invece si levano voci, come quella del presidente francese Macron, che, viceversa, chiedono un aumento dell’impegno bellico da parte europea.  (dal quotidiano “Avvenire” – Angelo Picariello)

Draghi nel suo irrinunciabile filoamericanismo ha conferito solo dignità ed equilibrio alla posizione europea in merito all’aggressione russa e alla conseguente guerra difensiva dell’Ucraina: non è andato oltre. D’altra parte non si poteva e non si può chiedere ad un tecnico, seppure illustre, prestato alla politica, di assumere coraggiose posizioni in materie così delicate.

Giorgia Meloni, che in passato si era puntigliosamente, a volte in modo addirittura sbracato, distinta rispetto al coro occidentale ed europeo, non ha trovato di meglio che sfruttare opportunisticamente l’emergenza bellica per appiattirsi sulla più acritica delle strategie occidentali, coprendo in tal modo le perplessità sulla sua identità democratica e sulla sua capacità di governo.

Andiamo adagio quindi a fare di ogni erba un fascio pur di sposare la linea bellicista occidentale, come sta facendo l’autorevole Paolo Mieli. Non ce l’ho con lui, anche se mi infastidisce il suo costante opportunismo: l’ho preso a riferimento solo per rappresentare in esso la palude pseudo-culturale in cui facciamo il bagno, messi a nudo dalle guerre in corso.

Che dire? Se ci piace, andiamo avanti così e vinca il peggiore a prezzo della catastrofe. Speriamo che poi non si dica spudoratamente che il Papa poteva fare di più.

 

   

 

Fiasco per fisco o fisco per fiasco

Il governo italiano ha varato nuove misure per rendere il sistema della riscossione fiscale più efficiente ed equo, introducendo importanti cambiamenti che mirano a snellire la montagna di debiti fiscali e ad assistere i contribuenti in difficoltà.

Una delle principali novità è l’allungamento dei tempi per saldare i debiti con il fisco. Ora i contribuenti avranno la possibilità di dilazionare il pagamento dei debiti fino a un massimo di 120 rate mensili, anziché le 72 attuali, estendendo così il periodo di rimborso fino a 10 anni. Inoltre, coloro che hanno debiti superiori a 120.000 euro e dimostrano di essere in una situazione di temporanea difficoltà finanziaria potranno beneficiare immediatamente di questo piano di pagamento dilazionato.

Una delle novità più significative è lo “stralcio automatico” delle cartelle non riscosse entro 5 anni. Questa disposizione mira a semplificare la gestione delle cartelle e a fornire un sollievo ai contribuenti, eliminando i debiti non riscossi entro un determinato periodo di tempo.

Il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, ha sottolineato che queste misure sono volte ad aiutare coloro che vogliono onorare i propri debiti ma che si trovano in difficoltà finanziarie temporanee. Ha anche assicurato che il governo continuerà a combattere contro coloro che cercano di eludere il pagamento delle tasse.

Il nuovo decreto attuativo della riforma fiscale, approvato dal Consiglio dei Ministri, prevede anche la possibilità di raggruppare i crediti per codice fiscale, semplificando così la gestione delle cartelle e permettendo ai contribuenti di avere un’unica cartella per tasse e multe.

L’obiettivo principale di queste misure è quello di ridurre il debito fiscale accumulato, che ha raggiunto quota 1.200 miliardi di euro. Inoltre, si mira a prevenire la creazione di nuovi debiti fiscali simili in futuro. (da “Fortune Italia”)

Il governo con questi assurdi provvedimenti porge un’altra (questa volta pietosa) carota a chi non paga le tasse e appioppa indirettamente una ulteriore bastonata a chi le paga (magari con grandi sacrifici).

Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge, per questo”. Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al convegno sul fisco alla Camera. «Lo Stato amico non viene raggirato, questa è la nostra scommessa» ha sottolineato la premier. «È un momento storico complesso a livello internazionale. Ma le crisi diventano un’occasione» e «ci viene imposto di dare risposte coraggiose e strutturali. E il fisco è una di queste materie” ha proseguito. “Non abbiamo amici a cui fare favori, non aiutiamo i furbi, ma solo gli italiani onesti che pagano le tasse. E anche gli italiani onesti che si trovano in difficoltà meritano di essere aiutati e messi in condizione di pagare ciò che devono» ha detto Meloni.

Il riferimento è a Tommaso Padoa Schioppa, all’epoca Ministro delle Finanze del Governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, uomo dotato di forte senso di responsabilità, competente e rigoroso, che tentò di mettere ordine nei conti statali. In una intervista fece affermazioni di grande buonsenso e di notevole spessore etico: “La polemica anti tasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”.  Non c’è proprio niente su cui ironizzare da parte di Giorgia Meloni, ma semmai da riflettere con umiltà.

Sono belle le dilazioni? Certo, ma solo per chi le può ottenere. Non i lavoratori dipendenti, i pensionati e quanti vengono tassati alla fonte, che, avendo magari bassi redditi e conseguenti grosse difficoltà finanziarie, non possono avere queste agevolazioni.

Sono belli i colpi di spugna? Servono solo all’amministrazione finanziaria a coprire le proprie inefficienze, a pulire i residui di bilancio, non certo ad impostare e gestire equamente il fisco, dando dei premi a chi fa il pesce nel barile delle tasse e lasciando intendere a tutti i contribuenti che il fare i furbi viene premiato con ovvi incentivi all’evasione.

Non riesco sinceramente a capire con quale faccia tosta la premier possa adottare queste misure fiscali, spacciandole per un aiuto agli italiani onesti. Con quella bocca può dire ciò che vuole… “Verrà un giorno…” disse fra Cristoforo a don Rodrigo nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Forse verrà il giorno in cui gli italiani apriranno gli occhi e le orecchie. Per ora ci teniamo questi assurdi governanti che – mi si scusi il modo di dire piuttosto irriverente ma legato al calendario liturgico – vogliono farci credere che Gesù Cristo è morto di freddo ai piedi.

E il ministro Giorgetti, competente per materia? Mi piacerebbe tanto parlargli a quattrocchi per verificare cosa ne pensa. Molto probabilmente è costretto a fare buon viso a cattiva sorte, vale a dire la sorte di dipendere da un triste binomio governativo, l’asse dei ladri di Pisa, Meloni-Salvini, che di giorno litigano per rubarsi i voti a destra e di notte architettano provvedimenti populisti per lisciare il pelo agli italiani, ingenui o furbastri a seconda dei casi.

Ritengo la riforma fiscale la madre di tutte le riforme, perché, se non si redistribuisce equamente il reddito (e la fiscalità ne è il principale, democratico e costituzionale strumento), non si potrà mai combinare niente di buono. Se non si parte col piede giusto, non si andrà da nessuna parte. È un argomento ostico, ma imprescindibile, che viene considerato impopolare, ma che invece dovrebbe essere il più popolare di tutti.

Probabilmente la lotta all’evasione fiscale viene data per persa e allora tanto vale cercare di darle un minimo di legittimazione (condoni, dilazioni, colpi di spugna, etc.), un po’ di elegante incentivazione (regimi forfettari e flat tax più o meno evidente) e fingere l’intransigenza (con impietose scorribande sui malcapitati di turno).

La mala-fiscalità è servita alla faccia della Carta Costituzionale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’attuale governo di destra, socialmente parlando, sta, come dice Pier Luigi Bersani, tagliando il Paese a fette, “corporativizzando” il fisco (un fisco per ogni categoria sociale, morbido con quelle elettoralmente vicine o più protestatarie, duro con quelle lontane) e, di conseguenza, puntando all’erogazione di servizi diversificati per fascia di contribuenti e ad una sanità in particolare altrettanto stratificata (privata di serie A per i ricchi, pubblica di serie B per i poveri), complice l’autonomia differenziata regionale.  Se questo non è fascismo…

Come detto, qualcuno insiste con l’ironizzare sul “come sia bello pagare le tasse”.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tùtti i paghison il tasi, as podrìss där d’al polàstor aj gat…».

Il paradossale gioco salviniano

È un complotto, detta in soldoni. L’apertura delle inchieste ai danni di Roberto Vannacci per danno erariale: solo un modo per provare a mettergli i bastoni tra le ruote, per rovinargli la reputazione. Lo pensano in parecchi nella Lega, lo pensano le persone più vicine al generale. La vicenda, per certi versi, conferma la narrazione fatta di sé dal militare stesso: un personaggio scomodo, che dice cose semplici ma scomode per le élite; quindi da provare a silenziare, in un modo o nell’altro. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Non c’è che dire, un esempio di rispetto per le Istituzioni che in questo caso si chiamano Ministero della Difesa. Non esiste più alcuna religione istituzionale, nemmeno uno straccio di galateo politico: un partito di governo e il suo leader (la Lega e Matteo Salvini) sconfessano apertamente l’operato di un Ministero al cui vertice sta un esponente di altro partito di governo (Crosetto di Fratelli d’Italia). Il tutto avviene per difendere l’eventuale candidatura al Parlamento europeo di un generale, che scrive per vendere cazzate ai qualunquisti bontemponi, che parla per dare aria ai denti.

Il comunicato del Quirinale sulle cariche della polizia antisommossa contro gli studenti che venerdì manifestavano in favore della Palestina è uno dei più duri pubblicati da quando il governo sovranista è in carica. «Il presidente della Repubblica ha fatto presente al ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni», si legge nella nota pubblicata ieri nel primo pomeriggio. (…)

«Le parole del presidente si leggono ma non si commentano». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha preferito non ingaggiare uno scontro con il Quirinale il giorno dopo le dure parole del presidente Sergio Mattarella che ha criticato l’operato del Viminale e delle forze dell’ordine di venerdì scorso a Pisa e Firenze. «Certo è sempre meglio che non ci siano scontri. Poliziotti e carabinieri sono quotidianamente vittime di violenza fisica e verbale. Anche in quella piazza. Se mio figlio andasse a urlare “sbirro coglione” poi se la dovrebbe vedere con me, ha aggiunto Salvini a margine della scuola politica della Lega dove era intervenuto. «Chi mette le mani addosso a un poliziotto o a un carabiniere è un delinquente», continua Salvini. E conclude: «Quello che non accetto è la messa all’indice della polizia italiana come un corpo di biechi torturatori. Anche perché, se si va in piazza con tutti i permessi, senza insultare, senza sputare senza spintonare, non si ha nessun tipo di problema. Bene ha fatto Piantedosi a dire “faremo tutti gli approfondimenti del caso”». (dal quotidiano “Domani”)

Non c’è che dire, una volgare presa di distanza dal Capo dello Stato e una aprioristica e controproducente difesa d’ufficio delle forze di polizia. Anche in questo caso Matteo Salvini piscia fuori dal pitale governativo dal momento che il suo collega ministro degli Interni condivide le parole di Mattarella e la Polizia di Stato ha aperto un’inchiesta sui fatti di Pisa.

Viene spontanea una domanda: Matteo Salvini c’è o ci fa? Questo signore, volenti o nolenti, è ministro della Repubblica e addirittura vice-premier del governo attualmente in carica e si permette il lusso di sparare continuamente cavolate politiche.

I cortigiani del duca di Mantova, quando Rigoletto osa protestare clamorosamente per il rapimento e lo stupro della figlia, dicono: “Coi fanciulli e coi dementi meglio giova simular…”. L’antefatto è diverso: Salvini è lui che stupra la Costituzione e poi protesta se qualcuno la difende. Probabilmente uguale la reazione disincantata di amici e avversari, di chi cioè lo ritiene un fanciullo o un demente.

La Lega di Salvini sta diventando un fenomeno folkloristico da baraccone ben lontano dal movimento indipendentista delle origini ai bei tempi di Bossi e c.  Ma costoro governano il Paese, programmano grandi investimenti infrastrutturali, riformano la Costituzione, svolgono un ruolo a livello europeo ed internazionale. Interpretano un comune sentire degli italiani anche se poi non ne raccolgono significativamente il voto.

Non so sinceramente se sia più pericolosa la verve di Matteo Salvini o quella di Giorgia Meloni. Una bella gara! Agli italiani piace più la seconda ed ecco allora che Salvini deve accentuare ancor più i toni della sua musica. Dice e disdice in continuazione, straparla interpretando tutti i peggiori “malpancismi”, si candida a rappresentare il qualunquismo più colorito e becero. Non riesco a capire se si accontenta di svolgere il ruolo di buffone di corte, che tuttavia raccoglie qualche favore dal principe o dalla principessa, oppure se, come si suol dire, fa lo stupido per non pagare dazio.

Al momento lo lasciano fare: forse lo usano come paravento goliardico o come cane da attacco. Gli amici di partito lo sopportano anche se li sta portando alla rovina: resta un mistero la muta accondiscendenza degli Zaia e dei Giorgetti sul piano politico, di una certa fascia di imprenditori del nord sul piano sociale e di una diffusa dirigenza sul piano pubblico amministrativo.

A proposito della rappresentanza territoriale, che dovrebbe avere un significato di radicamento della Lega, le recenti debacle, sarda e abruzzese, la mettono seriamente, forse addirittura drammaticamente, in discussione (la Lega nazionale si sta rivelando strada facendo un autentico fallimento politico-identitario), anche se qua e là occorre rilevare un modo di fare politica perfettamente in linea con Salvini, che non è poi così isolato e tanto meno un battitore libero.

«In via Mosso c’erano transessuali che sputavano sangue infetto alle forze dell’ordine». Hanno scatenato una bufera politica le frasi pronunciate da Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega a Milano. L’esponente locale del Carroccio, che ricopre anche il ruolo di segretario provinciale della Lega, stava commentando durante una seduta del consiglio comunale i fatti avvenuti nei giorni scorsi in via Padova, dove ci sono stati alcuni tafferugli tra polizia e manifestanti dei centri sociali. Carlo Monguzzi, consigliere di centrosinistra, ha definito la zona di via Padova «un modello di integrazione». Parole a cui Samuele Piscina ha replicato così: «Considerare via Padova un modello di integrazione è un’aberrante mistificazione della realtà. In via Mosso una amministrazione a guida Lega e centrodestra ha voluto una cancellata che abbiamo dovuto imporre, perché c’erano i transessuali che sputavano sangue infetto alle forze dell’ordine. Questo era quello che succedeva. C’erano spaccio e prostituzione». (agenzia “Open”)

Quanto agli alleati, che potrebbero usarlo come molosso da combattimento, facciano attenzione, perché a volte i cani sbranano i loro padroni che ne sottovalutano la ferocia. Può darsi che il leader leghista abbia addirittura attaccato e sbranato la coalizione in occasione della recente consultazione elettorale in Sardegna in difesa del suo identitario Christian Solinas.

Qualcuno sostiene che Salvini sia anche un po’ volpe, quando si dice contrario al blocco del terzo mandato che distoglierebbe Luca Zaia dal ruolo di governatore del Veneto: lo farebbe solo per tenerselo lontano ed evitare una pericolosa concorrenza alla guida del partito. Quanto al discorso dell’autonomia regionale differenziata sembra un furbesco alibi storico verso le origini separatiste e nordiste della Lega prima maniera, riprese in considerazione dopo il misero tramonto dell’ipotesi di un partito nazionale.

Giorgetti imprigionato nel disastro dei conti pubblici, Zaia confinato in Veneto, la pancia leghista accontentata nel migliore dei casi con la deriva regionale autonomistica e nel peggiore dei casi con la volgarità dei razzismi e dei bullismi, Meloni costretta ad abbozzare per non perdere i voti leghisti consistenti a livello parlamentare anche se in disastroso calo nelle urne, tutto ciò considerato Salvini può tentare di continuare a fare il suo gioco. Rien ne va plus! Anche se il Corriere della sera ha recentemente titolato così: “Lega, mugugni a Nord-Est «Cambiamo segretario». E già si parla di Fedriga”.

 

 

Giorgia Meloni alla Canossa Bianca

Tappa al resort Mar-a-Lago di Palm Beach ma non alla Casa Bianca. È l’agenda del viaggio che ha portato il premier ungherese, Viktor Orbán, negli Stati Uniti. Il leader del partito Fidesz ha infatti incontrato il repubblicano Donald Trump ma non il presidente democratico Joe Biden.

Trump e Orbán si considerano da tempo “buoni amici”. Era il 2019 quando l’allora presidente accoglieva in pompa magna il titolare del governo di Budapest. Il primo ungherese a rimettere piede alla Casa Bianca dopo 14 anni. In quella circostanza il tycoon si spinse persino a dire: “E’ come me, un po’ controverso, ma va bene…”. Nelle foto dell’incontro avvenuto venerdì in Florida i due leader, pura coincidenza, sono vestiti in modo identico: abito blu, camicia bianca, cravatta azzurra. Al tavolo del confronto sono stati portati i temi cari a entrambi tra cui, a precisarlo è stata una nota dell’ufficio stampa trumpiano, “l’importanza fondamentale di confini forti e sicuri per proteggere la sovranità di ogni nazione”.

“Viktator”, per usare l’appellativo affibbiato a Orbàn da Jean-Claude Juncker, l’ex presidente della Commissione Europea, ha spesso espresso la speranza di vedere l’amico Trump di nuovo alla guida degli Stati Uniti. “Rendi di nuovo grande l’America, signor Presidente!”, ha scritto in un post sui social al termine della visita. Aggiungendo: “Torna e portaci la pace!”. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

Appena il tempo di dubitare sulla ricandidatura di Ursula von Der Leyen a guidare la Commissione europea, di esprimere preoccupazione sul futuro politico della Ue, di spargere scetticismo verso l’esito delle prossime elezioni europee, ed ecco apparire sulla scena autentiche prove euro-atlantiche di antieuropeismo spinto.

Questo sì che si chiama parlar chiaro. Si profila un’alleanza tra sovranisti di qua e di là dall’atlantico, una combutta visibilmente anti-democratica tra un europeo a Palm Beach ed un americano a Budapest, una prospettiva di pace a misura del più forte, un gioco allo sfascio dell’Unione europea, una immagine plastica del trumpismo nei suoi riflessi internazionali.

Eravamo ai tempi delle prove di Brexit, la propensione scozzese verso l’Unione europea, sfociò in rabbia e trovò, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Come riferì Pietro Del Re, inviato di Repubblica, nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump apparve in tv, tutti i clienti si avvicinarono allo schermo. Poi, tutti assieme cominciarono a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo era senz’altro pig, porco. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere… perché la storia si sta ripetendo. Allora Trump soffiò sul fuoco dell’uscita della Gran Bretagna, oggi soffia su quello dell’antieuropeismo orbaniano e sul maligno venticello filo-putiniano proveniente da Budapest.

Molto tempo fa la Gazzetta di Parma ospitava le previsioni del tempo formulate tra il serio e il faceto da uno strano e barbuto personaggio (mio padre l’aveva soprannominato “Al barbón”).

I satelliti sono impiegati anche per le previsioni meteo che, a volte ci azzeccano, altre meno. Anni fa, il «satellite meteo» parmigiano proveniva da Reno di Tizzano, si chiamava Amelio Zambrelli, conoscitore atmosferico, che si rivolgeva ai parmigiani sulle colonne della Gazzetta precedendo e concludendo le sue previsioni con due personalissimi leit motiv: «sappiatevi regolare» e «secondo il mio acume». Che poi ci azzeccasse o meno, è un’altra cosa, fatto sta che il buon Amelio ce la metteva proprio tutta per indovinare un incombente temporale, le insidiosissime grandinate (croce dei contadini), oppure le prime nevicate che imbiancavano le colline e portavano l’aria gelida in città che, rotolando giù dai monti, arrossava naso e orecchi ai parmigiani. (Gazzetta di Parma – Parma di una volta – Lorenzo Sartorio)

Ebbene, non so se Amelio Zambrelli sia ancora in vita (glielo auguro di cuore), non so se gradirebbe cimentarsi in previsioni geo-politiche, forse, in vista dei futuri scenari internazionali, si rifugerebbe nel suo personalissimo avvertimento: “Sappiatevi regolare”.  E gli italiani, fregandosene altamente degli avvertimenti zambrelliani, siccome “‘l è mej stär in-t-i primm dan”, si stanno affidando ad un’amica di Trump e di Orban, vale a dire alla statista che attualmente passa il convento politico del Paese, Giorgia Meloni. Al resort Mar-a-Lago di Palm Beach ci mancava solo lei… Mettiamo le mani avanti?! E se poi vincesse Joe Biden? Il nostro premier andrà alla Canossa Bianca e darà un bacio alla pantofola del presidente americano, che, bontà sua, risponderà con qualche senile carineria.