Meloni, Bruck, Guerritore e…Salis

Meloni, invece, sarà premier. La prima premier donna. E questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini, tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca ad essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo. (intervista a Edith Bruck del quotidiano “La Stampa” del 27 settembre 2022)

In questi giorni Corrado Formigli nella sua “Piazza pulita” ha intervistato Monica Guerritore, donna di cultura e spettacolo, ponendole lo stesso quesito che era stato posto a Edith Bruck, scrittrice e poetessa sopravvissuta alla shoah, vale a dire un giudizio sulla portata politica innovativa della femminilità di Giorgia Meloni.

Monica Guerritore ha fatto riferimento al caso di Ilaria Salis, mettendo in rilievo come Giorgia Meloni non abbia fatto il suo mestiere di donna e di madre nell’affrontare la situazione carceraria di questa donna italiana e non le abbia quindi allungato con dolcezza femminile, che viene prima della politica, quella mano di cui Ilaria Salis avrebbe bisogno al di là della concreta evoluzione del suo delicato caso giudiziario.

Perfetto! Forse sarebbe il caso che Giorgia Meloni ascoltasse i pareri culturali di donne di alto livello e lasciasse al suo destino Daniela Santanché così come tutta la combriccola che ha intorno e che le sta dando una mano ad andare nel fosso.

Torno a Ilaria Salis.

Se Ilaria Salis si candida con Alleanza Verdi Sinistra alle elezioni europee e viene eletta, dovrà essere scarcerata. Poi l’Ungheria potrà chiedere al Parlamento Europeo un nuovo arresto. Che però si dovrà votare in Assemblea. Le regole infatti sono dalla parte della maestra di Monza accusata di lesioni aggravate a Budapest. E mentre il padre Roberto dice che ha ricevuto offerte anche dal Partito Democratico e che quella della figlia non sarebbe una fuga dal processo, i precedenti in Italia e in Europa dicono che l’insegnante italiana da 14 mesi in cella potrà uscire dal carcere soltanto se vincesse il seggio a Bruxelles. Ma dovrà comunque attendere in carcere l’esito delle elezioni. Perché mentre il suo difensore Gyorgy Magyar dice che nel paese l’immunità scatta nel momento della presentazione delle liste, per le candidature in Italia si applica la norma interna. (da OPEN)

Vuoi vedere che ho trovato l’ago nel pagliaio, vale a dire una motivazione per andare alle urne il prossimo giugno, invertendo la tendenza degli ultimi tempi? Il motivo che mi spinge a valutare positivamente la candidatura di Ilaria Salis non è solo di carattere umanitario, ma anche di carattere politico. Come ho già avuto modo di dire e scrivere può darsi che questa nostra connazionale si sia fatta trascinare in una rissa, ma innanzitutto bisogna vedere da chi è stata eventualmente provocata e poi, se è passata, come si suol dire, alle vie di fatto, ha tutta la mia comprensione: ha informato i nazi-fascisti che c’è ancora qualcuno disposto ad andare in galera pur di relegarli nelle fogne della storia.

Molto probabilmente voterò per Ilaria Salis, se sarà candidata nel mio collegio elettorale: glielo devo in nome del mio innato antifascismo e per dare una lezione politica a quanti fanno fatica a dichiararsi antifascisti.

Vorrei infatti lasciare perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Ilaria Salis sarà in grado di fare una bella provocazione a lorsignori.

 

 

 

  

 

La volpe-Conte e l’anatra-Schlein

“Veramente sono stufo di leggere che il M5S vuole prendere un punto in più del Pd, sta facendo una continua competizione sul Pd. Oggi, dalla Calabria, annuncio che se alle Europee supereremo il Pd non farò valere questo come motivo di leadership nei confronti del Pd. Quindi il mondo del Pd si rilassi d’ora in poi. Per me la leadership passa dai valori, dai principi che tu persegui, dalla legalità, dalla trasparenza, dalla lotta alla corruzione, dalla capacità di cacciare via la politica dalla sanità, da infrastrutture migliori”. Così Giuseppe Conte intervistato in studio a Radio Onda verde a Vibo.

 

C’era una volta una volpe che vagava tranquilla per il bosco. Aveva appena bevuto da un ruscello e si stava avventurando in cerca di cibo verso i campi coltivati, appena fuori dal paesello vicino. Era già mattina inoltrata e la fame iniziava a farsi sentire con sonori brontolii provenienti dal pancino. A un certo punto, dopo aver camminato per un po’, la volpe vide una bella vigna piena di bellissimi grappoli d’uva. Controllò che non ci fossero pericoli in vista e si avvicinò furtiva a uno dei grappoli, quello che le sembrava più vicino. Non c’era nessuno nelle vicinanze: era il momento perfetto per fare un bel salto e prendersi il grappolo! La volpe quindi prese la rincorsa e hop! Fece un balzo cercando di afferrare coi denti il grappolo, ma niente. Non ci arrivò. La volpe, allora, prese un po’ più di rincorsa e hop! Fece un altro balzo, ma anche questo non era abbastanza alto per riuscire ad arrivare al grappolo d’uva. La volpe allora provò a prendere una rincorsa ancora più lunga e hop! Niente, non arrivò a prendere il grappolo d’uva. Intanto il suo pancino brontolava sempre più dalla fame. La volpe provò e riprovò. Le mancava sempre un soffio per prendere il grappolo d’uva, ma non c’era verso, non riusciva. Stremata dalla fatica e dalla fame, la povera volpe guardò se nella vigna c’erano altri grappoli, magari più bassi, da poter prendere ma, niente, erano tutti più in alto di quel grappolo che lei aveva cercato con tutte le sue forze di acciuffare. La volpe diede un ultimo lungo sguardo al bel grappolo d’uva che tanto aveva sognato di mangiare e, per non ammettere di non essere riuscita nella sua impresa, si disse: “Meglio così, tanto di sicuro quel grappolo era ancora acerbo e mangiarlo mi avrebbe solo fatto venire mal di pancia.” Anche se sapeva benissimo che non era vero. Così, sconsolata e ancora più affamata, ritornò con la coda tra le gambe nel suo boschetto. Si mise a caccia di qualcos’altro da mangiare, cercando questa volta di adocchiare qualcosa che avrebbe sicuramente preso.

 

Le parole di Giuseppe Conte sul Pd? “Noi continuiamo a lavorare alla costruzione dell’alternativa alla destra anche forti della nostra comunità. Questa comunità merita rispetto e io non ho bisogno né di consiglio né di altro per fare quello per cui sono stata eletta”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein ha risposto in una conferenza stampa alla sede della Stampa Estera. (dal quotidiano “La Stampa”)

 

L’anatra Pluf era un’anatra molto sciocca che pensava di essere superiore agli altri. Aveva un aspetto fantastico ed era sempre pulita e vestita in modo impeccabile.
– Vieni, Pluf, vieni a giocare con noi nello stagno! – disse il tacchino, allegramente.
– Bah! Nello stagno? Cosa pensi che io sia, mio caro? Sono un’anatra distinta, te lo sei dimenticato? – rispose l’anatra superba. Stanchi di tanta presunzione, i suoi amici decisero di fargli un bello scherzo… Ah, ah! Un giorno, mentre erano tutti vicino a un piccolo ruscello che scorreva vicino al villaggio, uno di loro cominciò a correre urlando: – Aiuto, c’è il fuoco nella foresta, scappate! Senza esitare un attimo, PIuf si gettò per prima nell’acqua, vestita di tutto punto, tuffandosi di testa e rischiando anche di rompersi il becco contro il fondo. Immagina come è uscita dall’acqua… Coperta di fango e tutto bagnata! Sembrava una barbona. Tutti i suoi amici ridevano come matti. E lei, l’anatra presuntuosa, era proprio ferita nell’orgoglio… Ma questa fu una lezione perché, dopo quest’avventura, divenne molto più simpatica e tornò ad essere la semplice anatra che tutti avevano conosciuto e amato.

 

 

Tra santificazione e demonizzazione

Viva commozione, non solo ad Oderzo, il suo paese, per la morte di “mamma coraggio”. Voleva a tutti i costi avere, anzi donare un figlio. Azzurra Carnelos è morta il 13 aprile per un tumore al seno. Le era stato diagnosticato nel 2019. Lo aveva sconfitto una prima volta. Ma “il” male è tornato in forma più aggressiva. E Azzurra, quando l’ha scoperto, era incinta. Ha portato avanti la gravidanza, scegliendo di interrompere le terapie. Temeva infatti che le chemioterapie le impedissero di diventare mamma. Il bimbo raggiunge le 32 settimane e viene fatto nascere. Il figlio, Antonio, oggi ha 8 mesi. E ci si può solo immaginare come la mamma se lo sia coccolato.

(…)

Si dice commosso il vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Corrado Pizziolo. «Questa è una vera e propria pagina del Vangelo. Azzurra ha dato la vita per gli altri, per suo figlio. Ci raccogliamo in preghiera per lei, ringraziandola per questo grande dono: una lezione di vita che testimonia ancora della grande capacità di amore che vivifica tante nostre famiglie». Il vescovo esprime poi «tutta la sua vicinanza al marito, ai genitori, alla famiglia». E ringrazia pure loro per la «grande lezione di umanità dimostrata accompagnando Azzurra verso questa drammatica esperienza. Sì, è proprio vero – conclude -: non c’è amore più grande che dare la vita». (dal quotidiano “Avvenire”)

 

Sono sicuro di urtare la sensibilità di molti cattolici (anch’io sono indegnamente cattolico), ma non posso esimermi dall’esprimere, assieme all’ammirazione per l’eroica scelta di questa donna, una preoccupazione, oserei dire, universale. Non vorrei infatti che la giusta “santificazione” di Azzurra Carnelos suonasse come ingiusta “demonizzazione” delle donne che, per tanti e diversi motivi, arrivano alla scelta di abortire.

La difesa della vita è un principio non da enfatizzare in modo dogmatico, ma da concretizzare in modo caritativo. Esiste il diritto a nascere del concepito, ma esiste anche quello a vivere della madre. Chi stabilisce la priorità e la prevalenza dell’uno sull’altro se non la coscienza delle persone coinvolte (donna in gravidanza e uomo ingravidante), aiutate dalla vicinanza, comprensione e solidarietà della comunità?

Certamente Azzurra Carnelos ha dato la precedenza al nascituro, sacrificando il proprio diritto alla cura e alla vita. Mi sento un verme per tutte le volte che non ho saputo sacrificare nulla a favore della vita altrui compromessa in tanti modi e, se vogliamo, per non avere fatto nulla per aiutare le madri in difficoltà. Questa dovrebbe essere la lezione da raccogliere a livello di singoli e di comunità cristiana e civile.

Non mi sento però di spingermi a giudicare e tanto meno a criminalizzare le donne che arrivano alla decisione di abortire: non credo che nessuna di esse la adotti allegramente, ma con estrema sofferenza, che rischia di perdurare nel tempo.

Non accetto nemmeno l’enfatizzazione più o meno femminista del diritto ad abortire: diamo libertà alle donne, ma aiutiamole contemporaneamente e rispettosamente a scegliere per il meglio, che non è a priori né l’accettazione della maternità a tutti i costi, né il suo rifiuto senza valutarne i costi.

Ripeto quanto diceva don Andrea Gallo: mi sembra la geniale e laicamente evangelica sintesi del modo di affrontare il problema.  «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci sia stata presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al Papa: «Ma Lei, Santità, crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…». Mi sembra che pregare non basti, bisogna farsi su le maniche e condividere i drammi di una scelta, per far sì che, comunque ed in ogni caso, sia a favore della vita.

 

 

Non disarmiamo la cultura

Si moltiplicano in tutta Italia le manifestazioni degli Atenei contro le collaborazioni accademiche con Israele, una forma di protesta per la guerra scatenata da Tel Aviv sulla Striscia di Gaza negli ultimi sei mesi, subito dopo le stragi di Hamas del 7 ottobre scorso. La primavera delle università italiane si preannuncia caldissima, con l’università di Firenze e quella di Pisa che si uniscono alla richiesta di Torino e della Scuola Normale di boicottare il bando Maeci tra Israele e Roma. E mentre a Napoli un gruppo di studenti ha occupato il rettorato della Federico II di Napoli, mesi dopo un blitz analogo alla Orientale, a Roma si tengono flashmob e assemblee. (da “Open”)

“La ricerca scientifica è globale per natura. Pensare di costringerla in qualche gabbia di ordine politico è puro irrealismo. I veri scienziati finiscono col comunicare, confrontarsi, dibattere al di là di ogni norma venga loro imposta da fuori, magari fingendo di obbedirvi. Può piacere o no, ma lo spirito scientifico vola dove vuole. È patetico pensare che qualche occasionale ostacolo nel rapporto tra questo o quell’Ateneo possa significare qualcosa”. (da Huffpost – intervista a La Stampa rilasciata da Massimo Cacciari)

Siamo alle solite: combattere la guerra val bene un freno agli scambi culturali e scientifici? Servono alla causa della pace le sanzioni in questo campo? Sono portato a considerare la pace come un bene assoluto a cui si può e si deve sacrificare tutto. Ma che pace sarebbe quella garantita dalla mancanza di scienza e cultura? La pace dei sepolcri! La pace si alimenta proprio con il dialogo e il confronto culturale e scientifico. Penso abbia ragione Massimo Cacciari nell’auspicare un aumento degli scambi scientifici, scommettendo, almeno a medio e lungo termine, sul loro benefico effetto sulla politica, nonostante che la politica sia sempre pronta a strumentalizzare la scienza così come la scienza è purtroppo spesso pronta a farsi strumentalizzare.

Capisco gli ardori giovanili che si esprimono nella radicalizzazione dei rapporti, bene fanno i giovani a manifestare la loro repulsione verso il clima di guerra imperante nel mondo, ma interrompere gli scambi culturali è una contraddizione in termini. Intendiamoci bene, è inaccettabile ogni e qualsiasi intento di mettere la sordina alle sacrosante proteste dei giovani studenti e dei loro insegnanti, aggiungo come possa essere di giovamento far balenare il rischio di isolamento scientifico-culturale a certi Paesi per metterli di fronte alle loro responsabilità e alla loro dissennatezza bellicista. Ma, come si suole dire, un conto è parlare di morte un conto è morire: un conto è minacciare il boicottaggio delle collaborazioni accademiche, un conto è boicottarle.

Oltre tutto, come succede per le sanzioni economiche, si finirebbe col rafforzare l’orgoglio di questi Paesi e delle loro popolazioni, col danneggiare chi in questi Paesi dissente, con l’allargare il clima bellicista, con l’illudersi che per cambiare aria sia meglio espellere qualcuno dal consesso piuttosto che aprire le porte per far circolare aria pulita e genuina.

Mi permetto di spezzare una lancia a favore del dialogo a tutti i costi. Come sostiene con autorevolezza ed insistenza papa Francesco, i conflitti e le tensioni si risolvono con il dialogo.

Comprendo la buona fede di chi chiede la revisione di certi patti di collaborazione con chi si pone in una logica di guerra, ma la cultura non accetta regole di questo tipo e si finirebbe col gettare benzina culturale sul fuoco delle guerre. Meglio utilizzare l’acqua del dialogo anche se può sembrare troppo neutra e silenziata dal fragore delle armi.

 

 

 

La risurrezione di Bossi

«Alla Lega serve un nuovo leader, che vada nella direzione dell’autonomia, che rimetta al centro la questione settentrionale. Se Giorgetti potrebbe sostituire Salvini? Giorgetti è uno bravo, ma non dico niente se no lo massacrano. Se la base non approva i programmi, non vai da nessuna parte. Diventa una bolla di sapone». Le parole di Umberto Bossi non potrebbero essere più esplicite. (dal quotidiano “Avvenire”)

Un conto è immaginare le idee del leader storico, un conto è ascoltarle da lui direttamente: l’effetto è diverso e dirompente. Ho l’impressione che Umberto Bossi dica quel che il popolo e la dirigenza leghista pensano. La Lega non può andare avanti così, facendo il servo furbo/sciocco di Fratelli d’Italia, strizzando l’occhio alle destre europee, straparlando sui fatti internazionali, sposando cause perse come quella del ponte sullo stretto.

Fino alle prossime elezioni europee molto probabilmente non succederà nulla: il regolamento di conti avverrà dopo la quasi certa disfatta leghista. Saranno ancora in tempo per cambiare rotta? Ho seri dubbi. Dopo un simile snaturamento politico e dopo una tale deriva culturale recuperare il bandolo della matassa non sarà facile. La Lega, nonostante tutto e nonostante Salvini, mantiene un certo radicamento sociale al nord e una certa rappresentanza locale. Basteranno per ricominciare a fare politica seriamente?

Bossi ebbe il coraggio di rompere con Silvio Berlusconi, anche se poi si rassegnò più per motivi economici che politici. Chi verrà dopo Salvini avrà il coraggio di rompere con Giorgia Meloni, anche se poi dovrà conviverci in qualche maniera? Roba da alta acrobazia politica, che non mi riguarda e non mi interessa più di tanto, anche se ammetto di nutrire grande nostalgia per la genuina antipolitica di Bossi, molto meglio di quella di Grillo e di Salvini. Sono solo curioso di capire cosa farà l’elettorato leghista e prima ancora il popolo degli aficionados  e ancor prima i capetti ruotanti intorno al quasi cadavere.

Lo specchio delle brame di Netanyahu

“Abbiamo intercettato, abbiamo respinto, insieme vinceremo”, ha scritto Netanyahu su X. L’esercito israeliano ha dichiarato che le forze armate hanno abbattuto più del 99% degli ordigni iraniani. La TV israeliana Channel 12 ha citato un funzionario israeliano anonimo che annuncia una “risposta significativa”. Alcuni analisti ritengono che l’azione ordinata da Teheran offra il destro per l’operazione di terra a Rafah, nella Striscia di Gaza, dove sono ammassate 1,4 milioni di persone.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha parlato telefonicamente con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e ha riferito che l’Iran “considera la questione conclusa”. Il Segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha usato toni che sottintendono la necessità di abbassare i toni, spiegando che l’America non cerca un conflitto con l’Iran, ma non esiterebbe a intervenire per proteggere le forze armate Usa e preservare Israele. (dal quotidiano “Avvenire”)

Ho la netta impressione che la guerra in Medio Oriente non giri tanto intorno al problema arabo-israeliano, ma al corto circuito Biden- Netanyahu: questa sta diventando sempre più la guerra per la sopravvivenza politica del premier israeliano. L’Iran punta evidentemente più a logorare i nervi di Netanyahu che a difendere i palestinesi: non si spiega diversamente l’antipasto servito all’esercito israeliano.

Si calcola che l’Iran abbia lanciato complessivamente centinaia di proiettili – dicono fonti della difesa israeliana -, di cui almeno 100-150 droni e 40-60 missili. Incrociando varie fonti, il New York Times azzarda la stima di 185 droni kamikaze, del tipo Shahed 137, 110 missili balistici (superficie-superficie) ipersonici modello Kheibar e 36 missili da crociera tipo Paveh 351. Si tratta delle armi più sofisticate mai affrontate dalle difese israeliane oltre che le più numerose in un solo attacco, ma certamente non le più potenti nel temibile e variegato arsenale degli ayatollah. (da “Il Fatto quotidiano)

Evidentemente l’Iran sta dialogando con gli Usa, tagliando fuori Israele sempre più isolato nella sua condotta bellica demenziale: non può andarci fino in fondo per ovvi motivi di compatibilità internazionale e ripiega su una politica volta a difendere il ruolo israeliano nello scacchiere mondiale, nascondendosi dietro gli ostaggi e dietro la vendetta contro i terroristi di Hamas (finendo magari col dirottarli contro i Paesi europei).

Le guerre sono tutte stupide e ingiustificate, spesso supportate da megalomanie di personaggi squallidi e spregiudicati, ma questa forse sta superando i limiti: se Netanyahu avesse il buon gusto di farsi da parte, si potrebbe aprire un negoziato serio. Gli Usa, Biden in particolare, non se la sentono di scaricare questo alleato scomodo e impertinente: il perché non lo capisco e, se lo capisco, mi fa schifo, perché è tutto racchiuso negli equilibri del reciproco strapotere economico e bellico. I problemi razziali e religiosi fanno, come sempre succede, da specchietto per le allodole: a livello israeliano (i capi dell’ebraismo imperante) e arabo-iraniano (gli ayatollah e i capi mussulmani). Dietro c’è ben altro…

I trucchi ci sono e si vedono

La vendita dell’agenzia di stampa Agi sarà messa a bando di gara da Eni. La protesta dei giornalisti contro l’acquisizione da parte del gruppo Angelucci, proprietario di Libero, Il Tempo e Il Giornale ha portato alla decisione di seguire un percorso più trasparente da parte della partecipata di Stato. Angelucci è, secondo l’opposizione che ha fatto diverse interrogazioni, in conflitto di interesse perché parlamentare della Lega. Ed è leghista il ministro dell’Economia Giorgetti, che durante il question time la settimana scorsa aveva chiesto «la massimizzazione del profitto economico in caso di un’eventuale alienazione» dell’agenzia di stampa per soddisfare «i requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali». (dal sito del quotidiano “La Stampa”)

Questo fatto, ancora in divenire, racchiude in sé tutte le contraddizioni possibili a livello di sistema. Si parte con la privatizzazione di un’agenzia di stampa di proprietà sostanzialmente pubblica: prospettiva a dir poco inopportuna, che toglie questo importantissimo strumento informativo dalle pur relative garanzie di obiettività per buttarlo nel tritacarne del mercato già in preda alla schizofrenia di malcelati interessi meramente speculativi se non faziosamente politici.

Si passa attraverso la dichiarazione di interesse da parte di un soggetto in odore di monopolio, già proprietario di numerose testate editoriali, col rischio di inserire l’agenzia Agi in una logica distorsiva del mercato dell’informazione.

Oltre tutto questo soggetto essendo un parlamentare è in conflitto di interessi attuale e concreto a causa di una interferenza tra la sfera istituzionale e quella personale di un soggetto portatore di un interesse privato confliggente con l’interesse pubblico.

Che poi un ministro della Repubblica auspichi la massimizzazione del profitto nella vendita di un bene a funzione così delicata mi sembra cosa a dir poco discutibile sul piano istituzionale e inopportuna sul piano politico.

Infine non mi sembra sufficiente il soddisfacimento dei requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali per rendere opportuna una simile operazione. La si metta come si vuole, ma che un Ente di Stato decida di fare inopinatamente cassa alienando una prestigiosa agenzia di stampa non sta né in cielo né in terra se non in una brutale logica di asservimento dell’informazione al potere economico e, tramite questo, agli interessi del potere politico in combutta con quelli economici di parte. La somma di due interessi particolari non farà mai un piacere all’interesse pubblico.

Si sta cercando di mettere una pezza di stoffa concorrenziale nuova sopra un vestito politico-affaristico vecchio. Era molto meglio la sfrontatezza berlusconiana della ipocrisia meloniana.

È molto evidente che l’attuale governo sta affrancandosi direttamente o indirettamente dai vari meccanismi di controllo, si chiamino Parlamento, Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte dei Conti e Libera Stampa. Il potere esecutivo non gradisce i contrappesi previsti dalla Costituzione italiana, non vuole governare ma spadroneggiare. Finché il popolo glielo consentirà magari con elezioni truccate dal premierato.

 

I degasperiani fasulli

La testimonianza di De Gasperi “ci insegna la grande lezione di un cristiano, di un uomo di fede, un uomo di altri tempi. Un uomo che ha sempre saputo distinguere quello che significa un partito di ispirazione cristiana dalla inevitabile laicità dei comportamenti politici che un uomo di governo ha. Non è mai stato clericale. Non è mai stato succube delle indicazioni della Chiesa. Un uomo che ha difeso la dignità la politica con una vocazione spirituale fortissima”: così il senatore Pier Ferdinando Casini, presidente del gruppo italiano all’Unione Interparlamentare, a margine del convegno “De Gasperi, politico cristiano” alle Biblioteca Vallicelliana a Roma. “Sull’Europa De Gasperi ha detto prima di morire tutto quello che dovevamo fare nei 70 anni successivi e non abbiamo ancora fatto: la politica di difesa comune europea e la politica estera comune. Un vademecum da cui attingere in vista delle elezioni europee”, ha aggiunto. (Roma, 3 aprile 2024 – askanews)

La predica è molto buona, ma il pulpito è molto discutibile. Cedo la parola a mia sorella Lucia che di cattolici impegnati in politica se ne intendeva molto.

Al fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu, che ne eri il portaborse, sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda” (l’epiteto calza a pennello a Pier Ferdinando Casini n.d.r.). Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Sondaggi politici, il 37% degli italiani vorrebbe un partito cattolico. Soprattutto gli elettori di FdI e Forza Italia. Questo secondo la rilevazione Quorum per Demos, il soggetto politico che orbita nel centrosinistra vicino alla comunità di Sant’Egidio. Più di un italiano su tre è convinto che in Italia manchi un partito che si ispiri espressamente ai valori del cattolicesimo. Un po’ come era la Dc nella Prima repubblica: grande contenitore politico, trasversale e popolare. Una platea elettorale ancora oggi per nulla trascurabile, ma poco rappresentata: per il 27 per cento degli elettori nessun partito si fa carico delle istanze cristiane. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Mi auguro che questo pur interessante anche se ermetico sentimento filocattolico degli elettori italiani non trovi corrispondenza e rappresentanza in personaggi come Pier Ferdinando Casini e nei tanto chiacchierati rigurgiti centristi di cui lui potrebbe essere un (in)degno interprete.

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

Ebbene anche in politica si fa continuamente un gran parlare di centro, in questi giorni di vigilia elettorale europea il discorso si è intensificato, stando ai giornali, soprattutto nell’area cattolica, insoddisfatta della linea politica del PD, considerato un partito radicale di massa, e lontana dalle logiche della destra e dei partiti dell’attuale centro destra.

Riguardo ai centrocampisti cattolici alla Casini, che rischiano di infoltire il centrocampo senza dare sbocchi ad azioni di attacco, in base ad una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, potrei esprimermi così: “Al céntorcampista  l’é vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

Per andare verso una “Camaldoli europea”, invito fatto a più riprese dal cardinale Matteo Zuppi, «il primo passo, urgente e necessario, per favorire la pace è riprendere il sogno di Alcide De Gasperi, svanito 70 anni fa, di una difesa comune», dice Pier Ferdinando Casini. Parlamentare di lungo corso, con 11 legislature alle spalle, fermatosi a un passo dal Colle, è oggi senatore eletto come indipendente nelle liste del Pd. Ma qui l’ex presidente della Camera ed ex segretario dell’Udc parla con l’occhio lungo di ex presidente della commissione Esteri, e attuale presidente del gruppo italiano dell’Unione Interparlamentare, incarico che fu già di Giulio Andreotti e in seguito di Antonio Martino. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sarebbe interessante aggiungere tutti i giri di valzer compiuti da Casini nello schieramento politico italiano: da Forlani a Berlusconi il passo era molto lungo, ma per Casini fu molto breve. Ebbene oggi ce lo ritroviamo a sinistra, senatore eletto nelle file del PD nella Bologna rossa (in questo caso rossa di vergogna), a blaterare opportunisticamente in vista di non so quale futura carica politica da ricoprire (all’ultima nomina del Presidente della Repubblica l’abbiamo scampata bella, temo che al prossimo colpo rispunti Pierfurby: sarebbe una beffa colossale). L’abilità dialettica non gli manca, per la coerenza e la credibilità rivolgersi a chi conosce bene i suoi trascorsi. Certo nel piattume politico attuale un personaggio come Casini può anche permettersi il lusso di pontificare, di dare lezioni di europeismo, di farsi portatore dell’eredità degasperiana, di scherzare coi santi lasciando stare i fanti. Questa gente però assomiglia a De Gasperi, al massimo, nel pisciare (mi scuso per l’eloquente trivialità…).

In estrema sintesi: evviva i De Gasperi, abbasso i Casini!!!

 

E vo gridando unità

In realtà, al di là delle punzecchiature dialettiche più o meno velenose, le divisioni sono molto più di sostanza di quanto non appaia. E riguardano la natura stessa del sindacato, i limiti e obiettivi del suo agire. La Cgil di Landini ha scelto da tempo una linea movimentista e di impegno fortemente “politico” della confederazione. Costruendo una rete di alleanze con il mondo associativo – non solo di sinistra ma anche cattolico – sui temi della pace, della difesa della Costituzione e l’impegno su tutti i campi di politica sociale: dalla sanità (una manifestazione nazionale è già in programma per sabato 20) alla scuola passando per la precarietà e il lavoro. Fino alla scelta di promuovere quattro referendum contro il contratto a tutele crescenti, i contratti a termine, gli appalti e annunciarne altri due contro l’autonomia differenziata e il premierato se verranno approvati. Un programma “politico” – che non significa partitico – a tutto tondo, con la Cgil intenzionata a condizionare e di fatto guidare una nuova sinistra unita in opposizione all’attuale maggioranza di Governo.

La Cisl, invece, ha programmi certamente più aderenti alla tradizionale azione sindacale: contrattare tutto a tutti i livelli. E spingere per cambiare il sistema economico dal basso verso un modello partecipativo, che superi la dicotomia conflittuale tra capitale e lavoro.

Passando per un confronto “laico” con la maggioranza politica di turno. Ora, però, la confederazione di via Po rischia di scontare un isolamento e di essere percepita come troppo accondiscendente alle politiche delle forze di centrodestra. E finire divisa al proprio interno, ad esempio, tra un Nord che vede di buon occhio l’autonomia differenziata e un Sud che la teme.

Di per sé le due strade di Cgil e Cisl possono scorrere parallele senza scontrarsi pericolosamente. A meno che – a furia di dichiarazioni forti – non riprendano gli assalti alle sedi della Cisl e le intimidazioni ai suoi dirigenti, che si sono già visti purtroppo in passato. E che se si ripetessero non produrrebbero nulla di buono. Mentre i lavoratori per essere meglio tutelati – e festeggiare insieme – hanno bisogno innanzitutto di avvertire rispetto e stima reciproca tra le confederazioni. (dal quotidiano “Avvenire” – Francesco Riccardi)

“Sit a pòst coi sindacät?”: era un modo di dire per significare la durezza dello scontro con i sindacati dei lavoratori e la loro intransigenza nella difesa dei lavoratori stessi. La storia è ricca di contrasti nella strategia sindacale fra una linea diciamo pure “politica” e una linea diciamo pure “contrattuale”. Non sempre questa dicotomia ha coinciso con le sigle sindacali: a volte in passato la CISL, tradizionalmente più moderata, ha superato la CGIL. C’è stata poi l’epoca dell’unità sindacale su cui mi permetto di essere tuttora convintamente e culturalmente attestato. Fra i due modelli che sembrano riprendere corpo introdurrei il terzo modello, quello appunto dell’unità sindacale in un periodo caratterizzato dalla virulenza delle problematiche economico-sociali, dalla debolezza della politica e dalla deriva del tutti contro tutti.

Sono saltati tutti gli schemi, anche quelli partecipativi, e quindi è perfettamente inutile dividersi sui vecchi schemi superati dalla realtà dei fatti e nella mentalità della gente. La tentazione di scendere in piazza è forte (personalmente ci vivrei giorno e notte), ma probabilmente non risponde più alla sensibilità di chi vuol far valere le proprie sacrosante ragioni. L’arma dello sciopero è spuntata in una società liquida se non addirittura polverizzata. I bracci di ferro non portano da nessuna parte, a volte risultano addirittura controproducenti.

Ho grande stima ed ammirazione per Maurizio Landini, l’unico personaggio che evidenzia una passione coinvolgente, ma temo che rischi di sprecarla nell’impazienza della protesta, su cui la sinistra politica è assai carente, e nella smania di scalfire la scorza dura del conformismo, che si sta formando intorno alla destra.

Non dico di ripiegare su un comportamento corporativo e contrattualistico, sarebbe un perfetto assist a chi vuole fare a fette la società; ma nemmeno di puntare in modo velleitario sulla lotta politica, candidandosi ad un ruolo marginale e anacronistico di “lotta delle masse”.  Il sindacato fra l’altro ha molti equivoci alla base dei suoi iscritti e non deve solo tenere calda la partecipazione all’interno scaricando le tensioni nelle piazze. Così come non deve dividersi sul metodo trascurando il merito.

È un momento storico molto delicato e difficile, bisogna ricostruire (quasi) tutto: l’unità sindacale dovrebbe essere uno dei punti fondamentali di questa ricostruzione. Ho l’impressione che i lavoratori non credano più nel sindacato così come non credono più ai partiti. Le cosiddette forze intermedie hanno perso ruolo e consenso. Nessuno ha in tasca ricette facili: i partiti non devono snobbare i sindacati (considerandoli un male necessario) e i sindacati non devono rubare il mestiere ai partiti (pungolarli sì, ma non illudersi di sostituirli).

Gli scioperi (spesso più divisivi che generali) mi sembrano tentativi di recuperare fiducia dai lavoratori piuttosto che di incidere nel tessuto economico-sociale e nelle sue clamorose ingiustizie.

L’unica strada percorribile penso sia quella di individuare alcuni valori fondamentali e alcuni conseguenti obiettivi politici per costruire attorno ad essi condivisione e partecipazione, senza fughe in avanti e senza freni a mano tirati. La sanità e la sicurezza sul lavoro sono probabilmente i punti caldi da cui partire, che toccano tutti mettendo tutti a nudo nelle loro assolute necessità. Poi vengono anche l’occupazione, i salari, le pensioni, etc. etc. Partiamo in prima e non in quarta e viaggiamo insieme con molta pazienza (che non vuol dire arrendevole debolezza) e un pizzico di fantasia (per evitare schemi logori e superati).

 

I generosi del o nel pallone

Lorenzo Contucci, noto tifoso romanista, oltre che avvocato penalista ed esperto della difesa processuale dei tifosi, ha lanciato ieri una raccolta fondi per pagare la multa comminata dal Giudice Sportivo a Gianluca Mancini, pari a 5.000 euro “per avere sventolato un vessillo offensivo nei confronti della tifoseria della squadra avversaria durante i festeggiamenti post-gara sotto la propria curva”.

OLTRE 5.000 EURO IN MENO DI 12 ORE – Dopo 11 ore dall’inizio della raccolta fondi, sono stati già raccolti 5.885 euro, superando quindi la somma prevista. Questo il messaggio su Facebook di Lorenzo Contucci, con cui veniva presentata la raccolta fondi.

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Molti tifosi della Roma, di Curva e non solo, hanno chiesto di fare qualcosa per la multa di 5000 euro che il Giudice Sportivo ha dato a Mancini per aver sventolato la bandiera con il sorcio alla fine di Roma/Lazio 1-0.

Riteniamo che il derby di Roma sia anche feroce goliardia e becero sfottò e per questo, al di là del giudizio dei moralisti buffoni, diciamo a questi ultimi una sola cosa:

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Quindi, come da titolo, si invitano i tifosi romanisti che si rispecchiano in quello che ha fatto Mancini a versare un’offerta libera per arrivare all’importo di cui sopra per pagargli la multa.

Qualora il nostro Mancio non voglia o non possa ricevere l’importo che raccoglieremo, l’intera somma verrà data in beneficenza, come già fatto in passato per le mascherine con il logo ASR (per chi non si dovesse ricordare, l’intero ricavato venne devoluto al Bambin Gesù e ad un’altra associazione di volontariato sociale).

Naturalmente vi terrò personalmente aggiornati sull’andamento e sull’esito della raccolta.

IL ROMANISMO TRIONFERÀ SUL MORALISMO!

 (da “VOCE GIALLO ROSSA”)

Se devo essere sincero, da tanti anni non seguo il Parma calcio con interesse e partecipazione: il ritorno di Nevio Scala mi aveva illuso, ma purtroppo non è andata come avrei sperato. Ho smesso di seguire il Parma, quando era in auge sotto la cappella “tanziana”. Durante una combattutissima partita casalinga con la Lazio mi ritrovai a soffrire troppo e mi chiesi: ma cosa c’azzecco io col Parma di Tanzi, soffra lui… Fui facile “autoprofeta” e da allora non ho più messo piede allo stadio Tardini.

Mentre io rifiuto categoricamente di far parte di qualsiasi tifoseria, c’è chi del tifo calcistico fa (quasi) uno scopo di vita. Questione di gusti? No, questione di valori! Mi chiedo malignamente: se ai tifosi sfegatati della Roma un immigrato in gravi difficoltà allungasse una mano per chiedere aiuto, cosa direbbero e farebbero i “generosi” del pallone. Molto meglio aiutare chi ha ingaggi da nababbo (salvandosi in corner con la beneficenza di risulta) e oltre tutto si comporta da cafone qualsiasi per far piacere ad un consistente gruppo di scalmanati.

Su questo argomento mi permetto di sfoderare il pennello, ricevuto quale testimone da mio padre (io improbabile pittore voglio cimentarmi a dipingere la nostra società, perché, se è vero che da papà non ho ereditato la vena pittorica ed artistica, ho comunque imparato a sferzare i costumi contemporanei senza troppa pietà), e di intingerlo (facendo anche riferimento ad analisi socio-politiche di  alcuni pensatori)  nella cosiddetta “società liquida”, quella odierna senza riferimenti  culturali, sociali e politici, che tende a sciogliere valori ed ideali in un liquido asettico,  inodoro e insaporo, su cui galleggiare mollemente e pigramente, dove le persone vagano senza meta e senza storia (come pecore senza pastore).

Quella società liquida che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e matusamente (da matusa) ricostruirebbe a suo modo dicendo: “J giòvvon i vólon fär i generôz coi siòr e i traton da can i povrètt. Podral andär bén al mond?”.

Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci siano in queste immaginarie (non più di tanto) parole di mia madre è cosa difficile da calcolare; le ho buttate lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’.