Il ping-pong sulla pelle dei disperati

Nel giorno in cui si fa un gran parlare della sconfitta sardagnola di Giorgia Meloni via Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari, per il gusto di andare controcorrente e per la necessità di fare qualche riflessione (possibilmente a freddo), preferisco affrontare la triste e sempre più impellente contingenza del problema del suicidio assistito, rinviando ai prossimi giorni il mio commento alle elezioni regionali in Sardegna. D’altra parte si può trovare in modo piuttosto macabro e, se volete, di cattivo gusto, una certa qual analogia fra la questione drammatica del suicidio assistito in senso propriamente esistenziale e quello in senso politicamente figurato degli italiani alle prese con una destra disperante: la meloniana batosta può rappresentare la cura palliativa alternativa al suicidio assai poco assistito degli italiani alle prese con la loro deriva destrorsa? Ne parleremo! Vado per ora sul vero e delicato problema di chi vorrebbe chiudere la propria esistenza per motivi assai più seri che non lo spadroneggiamento politico della destra.

Sulla delicatissima materia del cosiddetto “fine vita” la Corte costituzionale, da un lato, tutela l’autodeterminazione del malato nel «congedarsi dalla vita» con assistenza di terzi e, dall’altro, rispetta proprio il concetto di dignità della persona che non vuole il mantenimento artificiale in vita e il diritto di rifiutarlo. La Corte pone, tuttavia, dei criteri ben precisi perché sia depenalizzato il suicidio assistito ma ci sia tutela dagli abusi. Questi i criteri per tutelare dagli abusi: la persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili; tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale; pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Deve esserci il rispetto della normativa sul consenso informato, le cure palliative e la sedazione profonda continua. Devono essere verificate le condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del Ssn e sentito il parere del Comitato Etico territorialmente competente. (da quotidianosanità.it – Lucio Romano)

Il Parlamento a tutt’oggi non è stato in grado di legiferare adeguatamente e allora vige una sorta di situazione provvisoria caratterizzata appunto dai criteri fissati dalla Consulta. Quella del Parlamento è una manchevolezza gravissima ammantata di pretestuose motivazioni etiche, mentre in realtà si tratta di una cronica incapacità politica di affrontare laicamente il problema. Le regioni stanno cercando di ovviare al colpevole silenzio parlamentare con iniziative particolari volte a rendere agibile sul piano concreto quanto stabilito in linea teorica dalla Corte costituzionale.

In Veneto non è passata la legge, su cui si era impegnato il presidente Zaia, che stabiliva i modi e i tempi delle risposte ai malati, e le modalità di coinvolgimento delle Asl con tanto di squallida polemica politica trasversale.

Il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ha cercato di evitare un “Veneto bis”, anticipando il voto d’aula con una delibera di giunta regionale che dà applicazione alla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale. La delibera, infatti, dettaglia il percorso per il suicidio medicalmente assistito: la richiesta va inviata dal cittadino che desidera ricorrervi alla Direzione sanitaria dell’Ausl, che la passa alla Commissione di valutazione di Area Vasta, che effettuerà una prima visita al paziente. In 20 giorni questa dovrà produrre una relazione che invierà al Corec, il Comitato regionale per l’etica nella clinica. Quest’ultimo esprimerà un parere (non vincolante) entro sette giorni, mentre la Commissione stilerà la relazione conclusiva. Entro ulteriori 7 giorni, se la Commissione darà il via libera, si avvierà la procedura. Ma perché Bonaccini non ha portato la legge al voto dell’aula? «Semplicemente perché rischia di non avere voti sufficienti» osserva Valentina Castaldini, consigliera regionale di Forza Italia. (dal quotidiano “Avvenire”)

L’iniziativa emiliana ha scatenato un dibattito teoricamente interessante (?) fra palliativisti ad oltranza e possibilisti con moderazione, tra politici eticamente bloccati e amministratori laicamente disponibili: la questione rimane conseguentemente in una situazione di stallo con tante stucchevoli chiacchiere e nessun passo avanti.

La Consulta giustamente chiede al Parlamento di intervenire, il Parlamento fa orecchie da mercante etico, le Regioni si vedono costrette a coprire in qualche modo l’assenza di una normativa nazionale, ma rimangono vittime dello scontro etico-politico tra i partiti, all’interno dei partiti, nel mondo scientifico e in campo sanitario. Il tutto avviene sulla pelle di chi versa in situazioni di gravissime difficoltà psico-fisiche. Non sono un fanatico dell’iperattivismo e dell’autonomia differenziata delle Regioni, ma in questo caso mi sento di spezzare una lancia a loro favore. Tutto sommato, paradossalmente parlando, meglio il suicidio assistito a macchia di leopardo che il negazionismo opportunista e centralista.

La Chiesa Cattolica, tanto per cambiare e per (non) aiutare il legislatore e le autorità sanitarie, ci aggiunge il solito dogmatismo, mettendo del sale clericale sulla coda laica della politica. Anche il cardinale Zuppi, seppure in modo pastoralmente sofferto e teologicamente articolato, non riesce a trovare la quadra squisitamente e laicamente evangelica. Pensiamo proprio che il Padre Eterno sia così fiscale da sottilizzare davanti al dolore inumano dei suoi figli?

Scrive al riguardo Paolo Benciolini, ordinario i.q. di Medicina legale dell’Università di Padova, già presidente del Comitato Regionale di Bioetica della Regione Veneto, in un interessantissimo articolo pubblicato da “Viandanti.org”: «Devo dichiarare il mio forte sconcerto per una (categorica) affermazione contenuta nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (2020) “Samaritanus Bonus”. Nel capitolo dedicato al “discernimento pastorale verso chi chiede eutanasia o suicidio assistito, si afferma che “non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come una approvazione dell’azione eutanasica, come, ad esempio, il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Tale presenza può essere interpretata come complicità. Questo principio riguarda in particolar modo, ma non solo, i cappellani delle strutture sanitarie ove può essere praticata l’eutanasia, che non devono dare scandalo, mostrandosi in qualsiasi modo complici della soppressione di una vita umana”. Condivido il pungente commento di Corrado Viafora: “Si ha l’impressione purtroppo che in questo caso la logica del buon samaritano ceda il posto alla logica del sacerdote e del levita” (“Samaritanus Bonus. La dignità al centro”, Il Regno Attualità, LXV, 22/2020, p.665).

Non oso pensare cosa ne dirà chi, inchiodato ad un letto e/o attaccato a macchinari vari, desidera ardentemente soffrire meno o mettere addirittura fine alle proprie sofferenze. La palla rimbalza tra coloro che ipotizzano il “fine vita mai” e quanti non riescono a sviscerare la materia in modo da garantire i diritti ed evitare gli abusi: il ping-pong della serie “chi è disperato si tenga la sua disperazione”.

Al centro-destra (non tutto per la verità) non par vero di ergersi a paladino della difesa della vita strizzando l’occhio ai cattolici in vena di integralismo; il Partito democratico trova nel suicidio assistito il motivo per aggiungere un elemento ulteriore di litigio al proprio interno, temendo di rinunciare a quel che rimane dell’umanesimo cristiano e di trasformarsi in un partito radicale di massa (il rischio c’è a prescindere dal suicidio assistito). Il Pd fra l’altro ha da tempo una posizione unitaria possibilista sul fine vita, espressa in un disegno di legge che porta il nome di Bazoli, già approvato in un ramo del Parlamento nella scorsa legislatura: che lo riprendessero e lo portassero avanti con forza, sarebbe un modo ammirevole di recuperare identità e ruolo, ma scatterà il solito freno filo-clericale ed elettorale.

 

Mattarello vs manganello

Quei manganelli usati contro i ragazzi che partecipavano ai cortei pro-Palestina “esprimono un fallimento”. È la presa di posizione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che all’indomani delle violenze della polizia sugli studenti che manifestavano – 11 giovani sono rimasti feriti – ha deciso di telefonare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per sottolineare che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza”. Un messaggio chiaro, dopo le proteste da parte di opposizione e mondo universitario, che già venerdì sera sono scesi in piazza per esprimere solidarietà ai ragazzi e protestare contro l’atteggiamento della polizia.  (da” Il Fatto Quotidiano”)

Fortunatamente sono stato facile profeta: Sergio Mattarella ha battuto un bel colpo! Volendo fare un po’ di ironia, possiamo dire di avere il mattarello contro il manganello. In pochissime battute il Capo dello Stato ha dato una lezione agli attuali governanti, di cui il ministro Piantedosi è l’esponente più rappresentativo a livello di gaffe verbali e comportamentali.

C’è però un discorso molto più profondo e inquietante, riguardante la democrazia, le sue regole e i suoi contenuti. Il clima instaurato dall’attuale governo non è democratico: partendo dalla legittimazione elettorale, peraltro molto discutibile nella sostanza dei numeri, stanno mettendo sotto i piedi le Istituzioni (Parlamento, Magistratura, Corte dei Conti, etc. etc.), stanno insolentendo la stampa, stanno addomesticando la Rai e stanno soffocando sul nascere le eventuali proteste di piazza. La democrazia, per chi lo vuol vedere, è quindi imbrigliata.

Poi c’è la Costituzione: la guerra dovrebbe essere ripudiata, invece…; le Istituzioni dovrebbero avere la loro autonomia, invece…; i diritti dovrebbero essere rispettati, invece… Il discorso diventa molto, ma molto pericoloso. Su tutto poi incombe una riforma costituzionale che trasforma sbrigativamente la Repubblica da parlamentare a presidenziale.

Sono autentici manganelli politici che si stanno abbattendo sulla nostra democrazia. Saranno sufficienti i mattarelli a difenderci. Sarebbe opportuno darsi una mossa, prima che possa essere tardi. I giovani in piazza sono l’unica risorsa che vedo. La storia lo conferma. Non è un caso quindi che contro di essi, fin dall’inizio del governo di destra, ci sia un certo accanimento. Gli agricoltori si possono neutralizzare con un piatto di lenticchie fiscali, ma i giovani…

Disordine di governo, disordine di piazza

Durante un corteo di autonomi che a Roma ha ricordato Valerio Verbano (un giovane militante della sinistra extraparlamentare ucciso dai fascisti nel 1980 a Roma) è avvenuto il rogo di un manichino che raffigurava Giorgia Meloni. 

Cariche della Polizia alle manifestazioni di Firenze e Pisa pro Palestina. Sei studenti sarebbero rimasti feriti, e le immagini circolate su siti e social hanno fatto divampare le polemiche. Nel capoluogo toscano il corteo, composto da sindacati di base, studenti e comunità palestinese, era partito da piazza Santissima Annunziata per raggiungere, sfilando per il centro e piazza Ognissanti e ha poi proseguito il percorso sul Lungarno verso il consolato americano. A poche decine di metri era presente lo sbarramento delle forze dell’ordine; quando i manifestanti hanno provato ad avanzare sono partite alcune cariche. Il corteo ha poi fatto ritorno in piazza Ognissanti per gli interventi finali. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sarò esagerato, ma le ritengo le due facce della stessa medaglia: al disordine politico non può che fare riscontro quello sociale. L’attuale governo sta facendo di tutto per irritare la piazza con politiche assurde a tutti i livelli, dopo di che è pressoché automatico che la protesta possa degenerare. L’ordine pubblico va gestito con equilibrio e cautela e non con i manganelli a go-go. Da quello che ho potuto intuire mi sembra che non ci fosse assolutamente bisogno di un intervento così invasivo da parte delle forze dell’ordine.  Chi ha manifestato a favore del popolo palestinese ha tutto il mio consenso e quindi, se fossi giovane e se abitassi a Pisa, prenderei anch’io la mia dose di manganellate.

In un clima di tensione sociale non mi stupisco che possa essere bruciato un manichino raffigurante Giorgia Meloni. È grave? Sì, è grave, ma non senza se e senza ma. Se il capo del governo infatti tenesse atteggiamenti meno presuntuosi e meno provocatori, sarebbe un gran bene e forse non si esporrebbe al rischio di diventare oggetto di atti intimidatori. E poi non si può forse considerare il corteo romano di autonomi come la risposta alla manifestazione di Acca Larentia? La polizia se ne è guardata bene dall’intervenire contro i neofascisti, lo ha fatto con i giovani pro-Palestina. Inneggiare a Mussolini è forse meno grave e violento che “manichinizzare” la Meloni?

Torniamo ai manganelli. La politica estera del governo non interpreta l’umore degli italiani e quindi non c’è da stupirsi che soprattutto i giovani reagiscano scendendo in piazza, non per questo vanno attaccati: le scuse dei responsabili dell’ordine pubblico appaiono risibili. Non voglio ripetermi sull’aria che tira: i poliziotti sono uomini, che avvertono quale sia il clima politico nel nostro Paese, e anche a livello istituzionale si fa di tutto per rimarcare un clima di prepotenza e di restaurazione.

«Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Sergio Mattarella, risponde alle domande di un gruppo di studenti in visita al Quirinale, e si schiera a difesa di Giorgia Meloni. Tutto parte una manciata di ore prima. (dal quotidiano “Avvenire”)

Fa benissimo il Capo dello Stato ad intervenire, ma gradirei che lo facesse anche in difesa dei diritti dei manifestanti e per bacchettare gli interventi sproporzionati e sconclusionati delle forze di polizia. Lo avrà probabilmente fatto in via riservata, ma, dico la verità, non mi basta. Il suo richiamo rischia infatti di essere la mozione degli affetti se non dice nulla sulle cause e sulle responsabilità di un clima che sta diventando violento.

Da Mattarella aspetto anche qualche parola in più sulla situazione internazionale: non abbia paura di scavalcare il governo. Rappresenta o no, come recita la costituzione, l’unità nazionale? Non penso si tratti di una rappresentanza formale, ma sostanziale rispetto ai profondi sentimenti del popolo italiano, che è contrario alle guerre, che non accetta la realpolitik, che è stanco di vedere l’Italia appiattita sulla mera difesa degli equilibri internazionali.

Altro che bruciatura di manichini, nella striscia di Gaza sta avvenendo un massacro bello e buono! E anche alla guerra scatenata dalla Russia non si può reagire solo con l’inflazione delle armi fornite all’Ucraina. E smettiamola di promuovere pur sacrosante manifestazioni anti Putin per distogliere l’attenzione dalla carneficina palestinese eseguita dall’alleato israeliano.

Nessuna forza politica italiana ha il coraggio e la coerenza per intervenire in tal senso. Poi non stupiamoci che la gente, soprattutto i giovani vadano spontaneamente in piazza e non vadano troppo per il sottile. Se la polizia usa i manganelli non si può pretendere che i manifestanti abbiano nei loro zaini baguette croccanti e fresche di forno.

 

Mandatari con rappresentanza a perdere

In Commissione Affari costituzionali la Lega ha presentato due emendamenti per portare a tre mandati il limite per i sindaci nelle città con più di 15 mila abitanti e per i presidenti di regione. La proposta del terzo mandato sta dividendo i partiti che sostengono il governo Meloni, visto che sia Fratelli d’Italia sia Forza Italia sono contrari.

Il decreto “Elezioni”, approvato dal governo a gennaio, ha eleminato il limite dei mandati per i sindaci che si candidano nei comuni con meno di 5 mila abitanti, e ha aumentato a tre il numero di mandati consecutivi che un sindaco può coprire nei comuni tra 5 mila e 15 mila abitanti. Al momento la legge fissa per i comuni sopra i 15 mila abitanti un limite di due mandati consecutivi per i sindaci, ognuno della durata di cinque anni. Dunque un sindaco, dopo dieci anni alla guida di un comune, non può ricandidarsi. Nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, un limite simile non esiste, mentre è previsto in Portogallo e in Polonia. In base alle verifiche di Pagella Politica, a oggi i sindaci di città capoluogo di regione già al secondo mandato sono otto, tra cui Milano (con il sindaco Beppe Sala), Genova (Marco Bucci), Firenze (Dario Nardella) e Bari (Antonio Decaro).
Per i presidenti di regione la questione è più complicata. La legge stabilisce che il presidente di regione non può essere subito rieletto se ha svolto due mandati consecutivi. Ma questa disposizione non è stata recepita da tutte le regioni, ognuna delle quali ha una propria legge elettorale regionale. Il caso di cui si sta parlando di più in questi mesi è quello di Luca Zaia (Lega), presidente della Regione Veneto dal 2010. Zaia è stato rieletto nel 2020 per il terzo mandato consecutivo: questo è stato possibile perché il Veneto ha applicato il limite dei due mandati nel 2012, con l’approvazione della legge elettorale regionale. Siccome la legge non può essere retroattiva, il primo mandato di Zaia, quello tra il 2010 e il 2015, non è stato conteggiato nel computo totale. Da tempo Zaia difende la necessità di eliminare il vincolo del secondo mandato, per essere sicuro di potersi ricandidare alle elezioni regionali del 2025. Secondo alcuni osservatori politici, l’opposizione di Fratelli d’Italia all’introduzione del terzo mandato sarebbe spiegata dal tentativo del partito guidato da Giorgia Meloni di presentare un proprio candidato alla presidenza della Regione Veneto. Alle elezioni politiche del 2022 Fratelli d’Italia ha preso in Veneto più del doppio dei voti della Lega. (da Pagella Politica – Carlo Canepa)

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Così recita l’articolo 1 della Costituzione italiana.

In questi ultimi giorni abbiamo purtroppo verificato come la Repubblica italiana non sia affatto fondata sul lavoro, ma sulle morti dei lavoratori. Ora è la volta di verificare se le norme e i vincoli elettorali costituiscano forme e limiti con cui il popolo possa esercitare la sovranità.

Lasciamo perdere il caos esistente nei sistemi elettorali, uno diverso dall’altro ad ogni livello territoriale; lasciamo stare la questione del sistema proporzionale e di quello maggioritario, il primo vocato alla rappresentatività, il secondo alla governabilità e le loro miscele, che finiscono col garantire soltanto l’invadenza partitica, una delle cause della crescente disaffezione alle urne.

Il limite ai mandati è o meno funzionale all’esercizio democratico del voto popolare? A stretto rigore direi proprio di no. Perché non è possibile reiterare il voto senza alcun limite? Per evitare che l’eletto si attacchi troppo alla poltrona e diventi una sorta di monarca a vita? Per evitare che il popolarismo diventi populismo e che la democrazia si trasformi in democratura? L’intento può essere giustificato anche da una prassi piuttosto discutibile nell’esercizio del potere dove clientelismo e corruzione sono cifre purtroppo caratteristiche?

Credo tuttavia che il limite ai mandati sia una sorta di chiusura della stalla dopo che i buoi sono scappati. Infatti non mi piace, perché la democrazia è una cosa seria e il mandato si dovrebbe basare sulla fiducia fra mandante e mandatario, senza che qualcuno dall’esterno condizioni questa fiducia allo scorrere del tempo, introducendo un cronometro pseudo-democratico.

Se poi, come sta avvenendo, il tutto si riduce a schermaglie tra i partiti e alla ricerca di equilibrismi nelle candidature, il discorso diventa ancor più discutibile e oserei dire inaccettabile. Il limite ai mandati è attualmente uno scontro politico tra Giorgia Meloni, che vuol far valere la sua forza elettorale prima ancora di averla ottenuta, e Matteo Salvini, che vuol disturbare a tutti i costi il manovratore difendendo a priori le proprie posizioni acquisite sul campo.

La Lega ha nel radicamento territoriale e in alcune roccaforti dirigenziali periferiche i suoi punti di forza e quindi intende sfruttarli nella ricerca del consenso elettorale. Fratelli d’Italia è un partito molto debole nella classe dirigente (lo si nota tutti i giorni nonostante la presuntuosa invadenza della “capessa”) e quindi tende a inventare e pilotare dall’alto gli amministratori locali di sua diretta emanazione.

Discorso diverso per il partito democratico, anch’esso lacerato dalla questione dei limiti dei mandati governatoriali e sindacali. Questo partito è forse l’unico, per storia ed esperienza, ad essere dotato di una credibile, vasta e diffusa classe dirigente periferica. Paradossalmente questo tesoretto diventa pietra d’inciampo. Per il Pd il problema sta negli equilibri interni laddove tende ad essere troppo condizionante una dirigenza proveniente dal potere amministrativo locale nei confronti della dirigenza centrale, mai come in questo periodo spuntata all’improvviso senza alcun bagno identitario e sperimentale.

In conclusione la querelle non riguarda la difesa della democrazia dagli abusi dell’esercizio del potere, ma la connessione del potere più col sistema partitico che coi problemi e con le opzioni della gente. Per dirla brutalmente, la bravura dei sindaci e dei governatori passa dall’esame delle convenienze di partito a prescindere o addirittura in contrasto con i meriti acquisiti in vigenza della funzione amministrativa. Per Giorgia Meloni è ingombrante Luca Zaia col suo feeling elettorale veneto, per Elly Schlein è fastidiosa la provocatoria verve di Vincenzo De Luca e magari persino la conclamata virtù (?) emiliano-romagnola di Stefano Bonaccini.

Mandato è il contratto con cui una parte, chiamata mandatario, si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto di un’altra, chiamata mandante. In democrazia, mandante dovrebbe essere l’elettore e mandatario l’eletto. Senonché i partiti, anziché preparare e selezionare i mandatari da sottoporre al giudizio dei mandanti, finiscono col calare dall’alto i potenziali mandatari da prendere o lasciare; anziché orientare i mandanti registrandone i bisogni, finiscono col carpire l’input da essi strumentalizzandoli e suggestionandoli. Se il negozio giuridico-democratico è questo, limitarlo nel tempo ne aumenta l’inquinamento, perché toglie ulteriormente agli elettori le possibilità di verifica sul campo, imponendo la resipiscenza ed escludendo la concessione di una ragionata fiducia.

Robe dell’altro mondo

Julian Paul Assange è un giornalista, programmatore e attivista australiano, cofondatore e caporedattore dell’organizzazione divulgativa Wikileaks. Cos’ha fatto di male per essere da anni nei guai giudiziari e per rischiare l’estradizione negli Usa e conseguenti condanne ad oltre cento anni di carcere se non addirittura la pena di morte per “spionaggio” e “furto di informazioni riservate”?

Non ho colpevolmente seguito questa vicenda, ma mi sono fatto un’idea. Questa persona, in modo più o meno corretto, ha comunque avuto il coraggio di scoperchiare la pentola statunitense facendone fuoruscire il marcio, vale a dire le malefatte americane riguardanti le guerre in Afghanistan, in Iraq, il lager di Guantanamo e gli scandali e le uccisioni stragiudiziali con i droni in luoghi come il Pakistan.

Sono fermamente convinto di vivere in una sorta di democrazia virtuale all’ombra della quale esiste un mondo “altro” fatto di porcherie a tutti i livelli di cui gli Usa sono non unici ma notevoli protagonisti: non si tratta di cose di poco conto, ma di crimini di guerra ed altri misfatti sparsi nel globo terrestre.

È naturale che chi osa far emergere queste verità ultra-scomode rischi la vita. Noi galleggiamo su un mare di falsità spacciate per necessarie illusioni di verità. Capiamo di essere ingannati, ma, tutto sommato, ci viene bene così. Meglio becchi che bastonati.

Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica del nostro mondo.

Non ho idea di come finirà la vicenda Assange: è prigioniero a Londra e capirete se l’Inghilterra oserà fare uno sgarbo agli Usa negando l’estradizione. Ho l’impressione che nessuno abbia il coraggio di schierarsi: tutti attendono la legatura dell’asino dove vuole il padrone. Può darsi che trovino una soluzione che salvi le capre della più spudorata realpolitik e i cavoli della finta democrazia.

Certo questo sasso in piccionaia è arrivato da tempo e nulla è cambiato: un po’ di baccano e poi tutto come se niente fosse. Qualcuno fa un temerario parallelismo fra il caso Assange e il caso Navalny. Due modi formalmente diversi ma sostanzialmente analoghi di mettere gli scheletri negli armadi o meglio di scheletrire chi dà fastidio per poi ficcarlo negli armadi della addomesticata narrazione storica.

In fin dei conti che differenza c’è fra le assordanti cazzate di Matteo Salvini sulla inquietante fine di Navalny e l’assordante generale silenzio sul caso Assange? Salvini, per un piatto di lenticchie elettorali, nega l’evidenza; il resto del mondo, pur di stare seduto alla tavola imbandita, nega l’ingiustizia globale.

 

 

 

Verso una pax mafiosa

La morte di Alexei Anatolievich Navalny, attivista, politico e blogger russo, uno dei più noti oppositori del presidente della Russia, Vladimir Putin, duramente condannato ed incarcerato per motivi politici, non sarà mai chiarita nelle sue vere cause, ma è comunque chiara nella sua provenienza dal regime e nel suo significato politico. La Russia è caduta dalla padella comunista nella brace putiniana, in un regime che ha perfettamente assemblato tutti i difetti dei vari regimi anti-democratici possibili e immaginabili. L’invasione dell’Ucraina non è che una delle conseguenze.

Restano aperti alcuni inquietanti interrogativi sul passato, sul presente e sul futuro.

Il primo riguarda l’atteggiamento possibilista tenuto in passato dall’Occidente nei confronti di questa storico macellaio, che si chiama Vladimir Putin (non mi riferisco alle simpatie di Salvini che fanno parte del folklore geopolitico, ma a cose di ben altro livello ed altra portata). Era ingenuità democratica? Era piuttosto realpolitik? O era opportunismo affaristico internazionale? Di tutto un po’. Abbiamo dialogato e confabulato troppo con questo personaggio inqualificabile (senza peraltro concludere niente di sostanzioso) e non escluderei che lui abbia in mano importanti armi di ricatto verso chi oggi si sta schierando apertamente e fin troppo convintamente contro la sua Russia.

Adesso intendiamo metterci a posto la coscienza armando a dismisura l’Ucraina per farne carne atta a dimostrare la peraltro lapalissiana macelleria putiniana. È tardi! Ed è anche sbagliato sul piano tattico (meglio sarebbe costringerlo al confronto diplomatico e non mi si dica che sia impossibile) e sul piano strategico (non basta andare contro Putin, ma bisognerebbe stringerlo nella morsa Usa-UE-Cina).

Il secondo interrogativo riguarda l’opposizione interna al regime russo. Ho l’impressione che non ci sia granché né a livello culturale né a livello politico. Il delitto Matteotti, a cui assomiglia quello ai danni di Navalny, non fece scalpore perché il regime fascista era fortissimo e seppe metabolizzarlo con una certa facilità. Temo possa essere la stessa cosa per il regime putiniano: si è permesso un gesto criminale clamoroso e, se ciò mai dimostra una certa qual paura verso la nascita di un’opposizione strisciante, risulta emblematico anche e soprattutto di una prova di forza attualmente vincente (fino a quando non so).  Non capisco poi quanta credibilità effettivamente avesse Navalny e quanta presa potesse avere sulla popolazione russa: probabilmente darà più fastidio da morto che da vivo. C’è da augurarselo in modo un po’ troppo cinico.

La terza considerazione riguarda le caratteristiche fondamentali di questo regime. Credo che al di là degli schemi della democratura (elezioni e istituzioni burla), del populismo (un male antico e moderno), del sovranismo (la grande Russia) e chi più ne ha più ne metta, si tratti di una vera e propria mafia sistemica e totalitaria da cui è oltre modo difficile liberarsi culturalmente prima e più che politicamente.  Purtroppo, dal momento che ogni Stato alleato o competitor, anche quelli democratici occidentali, ha al proprio interno una sua mafia, risulta quasi impossibile attaccare quella russa i cui tentacoli molto probabilmente si spingono fino a quelle di casa nostra. Vedo cioè una drammatica piovra internazionale in cui Putin naviga a meraviglia.

Attenzione perché l’eventuale vittoria di Trump negli Usa potrebbe portare ad una sorta di armistizio mafioso con Putin ed anche la Cina potrebbe respirare a pieni polmoni mafiosi, attualmente disturbata dai casini bellici internazionali: una sorta di equilibrio globale mafioso, che potrebbe rappresentare la versione riveduta e scorretta della guerra fredda. E forse la mafia putiniana potrebbe uscirne indebolita e condizionata se non addirittura devitalizzata. Ecco ha che punto di sciagurate prospettive siamo arrivati.

 

 

 

Il cimitero pieno e il cantiere ubriaco

C’è un dato fra gli altri, nel gravissimo incidente sul lavoro di Firenze, dove sono morti in quattro, che merita una riflessione puntuale: la nazionalità delle vittime e dei feriti. Oltre a un italiano, tutti stranieri, nordafricani e rumeni.

Di solito si vede molta enfasi, nella comunicazione mediatica e governativa, sulla nazionalità degli autori di reati, quando sono immigrati, mentre subentra una strana afasia quando immigrate sono le vittime, in questo caso del lavoro.

La tragedia di Firenze purtroppo non è isolata. Nel 2023 su 1.041 morti sul lavoro 204 erano immigrati stranieri, il 19,6% del totale. L’incidenza è stata di 65,3 morti ogni milione di occupati, contro 31,1 per gli italiani. Più del doppio dunque, e mancano informazioni su quante vittime di cittadinanza italiana fossero di origine straniera.

Il fatto è che i lavoratori immigrati si concentrano proprio nei settori nei quali il rischio d’incidenti è più elevato: le costruzioni (150 vittime nel 2023), trasporti e magazzinaggio (109), attività manifatturiere (101). In Italia sono praticamente assenti dal lavoro pubblico e raramente accedono a lavori da colletti bianchi, meno esposti a rischi infortunistici.

In sostanza, a loro toccano le occupazioni contraddistinte dalle 5 P: pesanti, precarie, pericolose, poco pagate, penalizzate socialmente (ossia considerate di serie B o C da gran parte dell’opinione pubblica). (dal quotidiano “Avvenire” – Maurizio Ambrosini)

Anche in agricoltura non si scherza, basta leggere sempre sul quotidiano “Avvenire” una inchiesta sul lavoro degli immigrati a Castel Volturno: 11 ore nei campi, frustate e un trattamento inumano in base ai racconti-choc degli schiavi dei raccolti. Dieci i braccianti sfruttati; dalla loro denuncia le indagini per caporalato.

Sfruttati da quattro imprenditori agricoli campani ora indagati. I motivi sono sintetizzati in poche e drammatiche parole contenute nell’ordinanza. «Li costringevano a condizioni lavorative nei campi, per più di dieci ore, senza pausa e nonostante il caldo asfissiante, in totale assenza di misure di sicurezza, con esposizione a fonti di pericolo senza dispositivi di tutela, commettendo violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro tali da esporre i lavoratori a pericolo per la loro sicurezza e incolumità personale».

Non si può esorcizzare il fenomeno migratorio criminalizzando i migranti, facendo passare il messaggio che vengono in Italia a delinquere, a rubare il pane agli italiani, ad approfittare della propria posizione a livello assistenziale, ipotizzando una guerra fra poveri in cui vincerebbero gli stranieri, ed al contempo piangere lacrime di coccodrillo sulla loro morte nei cantieri di lavoro e sui trattamenti disumani cui vengono sottoposti.

È pura schizofrenia sociale! Altro che buonismo verso i migranti! Scarichiamo anche e soprattutto su di loro le nostre contraddizioni: è ora di finirla. Forse noi abbiamo più bisogno di loro di quanto loro abbiano bisogno di noi. E allora smettiamola di fare i furbi. Se il lavoro deve essere un diritto per tutti, se lavorare in condizioni di sicurezza è un diritto di tutti, il discorso vale a maggior ragione per chi parte da situazioni oltre modo svantaggiate per non dire disperate come quelle di molti immigrati.

 

La gamble tax

Col pil in calo si prevede un ulteriore buco da 10 miliardi nei conti pubblici. Bruxelles non chiederà una manovra correttiva, ma la frenata del Pil svuota le casse del Tesoro. Meloni spera in un ammorbidimento di Lagarde e si prepara ad accelerare sulle privatizzazioni (dal quotidiano “La Stampa”), dopo aver puntato sul (udite, udite…) gioco d’azzardo.

Ci risiamo. Il governo torna a utilizzare l’azzardo per coprire nuove spese. In particolare per le emergenze. Facendo spendere di più gli italiani, che già nell’azzardo hanno buttato via nel 2022 ben 140 miliardi, una cifra destinata ad aumentare nel 2023. Non una novità, visto che quasi tutti i governi lo hanno fatto, ma quello di destra-centro si ripete appena 6 mesi dopo un primo provvedimento. Nel decreto milleproroghe approvato dal Consiglio dei ministri di giovedì è contenuta la proroga della quarta estrazione settimanale di Lotto, Superenalotto, 10eLotto, Simbolotto e SuperStar prevista dal decreto legge 01 giugno 2023, n. 61 per finanziare la ricostruzione dell’Emilia Romagna alluvionata.

Doveva durare fino al 31 dicembre 2023, ma come prevedibilissimo perché già accaduto nel passato, è arrivata la proroga per tutto il 2024, con una motivazione molto più ampia. Infatti, come si legge all’articolo 3 comma 8 del decreto milleproroghe, «le maggiori entrate derivanti sono destinate al Fondo per le emergenze nazionali», gestito dalla Protezione civile. Dunque non solo per l’alluvione emiliano romagnola, ma per altre future emergenze. Una giusta causa, ma facendola pagare ai cittadini, incentivando l’azzardo che danneggia sia i cittadini stessi, salute e portafoglio, che lo Stato costretto poi a curare i giocatori patologici. (dal quotidiano “Avvenire” – Antonio Maria Mira)

Quando un soggetto è disperato per la sua penosa situazione economica dovuta ad errori (spese sbagliate) e omissioni (scarso impegno), si è soliti ricorrere alla vendita dei pezzi più pregiati del patrimonio (l’argenteria), dopo di che non rimane che ironizzare e consigliare: prova a giocare al lotto, chissà…

Oggi si parla sempre più diffusamente di privatizzare aziende statali in ossequio al dogma liberista secondo cui una minore presenza nello Stato nell’economia incentiverebbe la competitività. In realtà le economie miste dei Paesi occidentali prevedono molte aziende a partecipazione statale, per dirigere le quali è necessario un Piano economico nazionale che ne orienti l’operato verso il bene della collettività. Proprio quello che attualmente non accade in Italia. (MicroMega – Davide Passamonti)

Per i governi italiani, dopo aver venduto un po’ di aziende, non rimane che giocare al lotto di sponda: è un modo come un altro per non affrontare la piaga dell’evasione fiscale. La manovra economica 2024 sul fronte delle uscite prevede infatti di buttare dalla finestra le poche risorse disponibili finalizzandole a marchette propagandistiche e dal punto di vista delle entrate fa ricorso all’alienazione dell’argenteria di Stato e al “pizzo di Stato” sul gioco d’azzardo.

Si dirà, peggio per coloro che tentano scriteriatamente la fortuna. Dico io, peggio per chi lavora onestamente e paga regolarmente le tasse, che si vede preso in giro. A meno che, il governo non abbia fatto un paradossale ragionamento: chi evade le imposte avrà risorse in abbondanza per tentare la ulteriore fortuna, quindi freghiamolo e togliamogli la terra da sotto i piedi. Senonché chi gioca d’azzardo è generalmente un poveraccio che non sa dove sbattere la testa e allora il ragionamento crolla miseramente: al danno dei regali agli evasori si aggiunge la beffa dell’assistenza ai giocatori patologici.

Ritengo la riforma fiscale la madre di tutte le riforme, perché, se non si redistribuisce equamente il reddito (e la fiscalità ne è il principale, democratico e costituzionale strumento), non si potrà mai combinare niente di buono. Se non si parte col piede giusto, non si andrà da nessuna parte. È un argomento ostico, ma imprescindibile, che viene considerato impopolare, ma che invece dovrebbe essere il più popolare di tutti.

Probabilmente la lotta all’evasione fiscale viene data per persa e allora tanto vale cercare di darle un minimo di legittimazione (condoni), un po’ di onesta incentivazione (regimi forfettari e flat tax più o meno evidente) e fingere l’intransigenza (con impietose scorribande sui malcapitati di turno).

La mala-fiscalità è servita alla faccia della Carta Costituzionale: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’attuale governo di destra, socialmente parlando, sta, come dice Pier Luigi Bersani, tagliando il Paese a fette, “corporativizzando” il fisco (un fisco per ogni categoria sociale, morbido con quelle elettoralmente vicine, duro con quelle lontane) e, di conseguenza, puntando all’erogazione di servizi diversificati per fascia di contribuenti e ad una sanità in particolare altrettanto stratificata (privata di serie A per i ricchi, pubblica di serie B per i poveri), complice l’autonomia differenziata regionale.  Se questo non è fascismo…

Qualcuno fa dell’ironia sul “come sia bello pagare le tasse”.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison il tasi, as podriss där d’al polastor aj gat…».

 

 

 

Il patto delle spumarine

Nel 2021 c’era chi ipotizzava l’uscita dalla crisi grazie alla formazione di un governo composto da PD, LeU e M5S – che già sostenevano Conte – con l’aggiunta di Forza Italia, i cui voti sarebbero stati necessari per sostituire Italia Viva, il partito di Renzi che aveva innescato la crisi uscendo dal governo e dalla maggioranza. Di questa operazione non si fece nulla.

Di maggioranza Ursula si era parlato ancor prima nell’estate del 2019, per evitare di andare a elezioni dopo la crisi del primo governo Conte, nato da un accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Romano Prodi, in un articolo scritto per il Messaggero, aveva fatto un positivo ed esplicito riferimento all’ipotesi di un accordo tra PD, M5S e Forza Italia: «Forse bisognerebbe battezzare questa necessaria coalizione filoeuropea “Orsola”, cioè la versione italiana del nome della nuova presidente della Commissione europea». Alla fine però Forza Italia era rimasta unita al centrodestra, all’opposizione.

Anche oggi – vedi articolo di Marco Iasevoli sul quotidiano “Avvenire” di sabato 17 febbraio 2024 – si fa un’ipotesi, a metà strada tra la dietrologia e la fantapolitica, in base alla quale gli «scambi di cortesie» e i contatti tra le due leader, Meloni e Schlein, potrebbero preparare il terreno a un sostegno trasversale alla nuova Commissione Ue. Ne riporto di seguito i passaggi essenziali.

Insomma, se non c’è un vero e proprio “patto”, parola usurata e sempre precaria in politica, le due leader hanno la piena consapevolezza di un percorso a breve termine che le accomuna.

L’evidenza si è avuta pubblicamente con la “conciliazione amichevole” sulle mozioni inerenti il Medio Oriente. Il galateo istituzionale conta poco. I più attenti osservatori hanno notato un vero e proprio accreditamento e riconoscimento reciproco sull’agenda internazionale.

Se fosse questo l’unico terreno di incontro, sarebbe troppo poco per prospettare scenari più ampi. Ma i segnali, gli indizi, sono due. E il secondo è, dal punto di vista della politica interna, quasi più potente del primo. Riguarda il terzo mandato. Fratelli d’Italia, il partito della premier, si è intestata una battaglia che interessa molto, moltissimo la segretaria del Pd. Che in questa settimana, su un nodo spinoso, ha persino evitato di “sporcarsi le mani”. È stata infatti Fdi a respingere l’assedio della Lega per consentire un terzo mandato ai governatori, in funzione-Zaia nel Veneto. Il partito della premier adduce un motivo politico difficile da contestare: c’è un nuovo equilibrio nella maggioranza, la corsa alle Regioni dovrà rispecchiare il diverso peso di Fdi rispetto a Carroccio e Forza Italia. Ma l’interesse di Elly Schlein per la materia non è di minore peso. La segretaria deve schivare la mina di De Luca in Campania, evitarne la candidatura-ter perché da lì passa gran parte del messaggio di rinnovamento del Pd. Costi quel che costi. Ma il discorso del terzo mandato riguarda anche il presidente e rivale interno Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna. Insomma, mutue convenienze.

Il fatto che l’intensificazione dei rapporti avvenga a ridosso della campagna elettorale per le Europee apre a riflessioni. Il confronto televisivo è imminente, i due team si incontrano sempre più spesso. La prospettiva che entrambe siano candidate e omni-capilista dei rispettivi partiti è realistica. E le due euro-delegazioni potrebbero trovarsi dalla stessa parte, nel Parlamento Ue, quando si dovrà dare il via libera alla nuova Commissione, probabilmente al Von der Leyen bis. E condividere un governo europeo significa anche doversi parlare, giocoforza, sui grandi nodi istituzionali ed economici dell’Unione, a partire dalla “velocità” della transizione ecologica. Aver reso pubblico, evidente il dialogo Meloni-Schlein è un messaggio anche agli alleati reali e potenziali (Lega e M5s) che cercano di scavare consenso giocando ai limiti del campo, e anche oltre.

A prima vista mi sembra soltanto un piccante esercizio giornalistico: in buona sostanza Meloni e Schlein starebbero cercando il modo di risolvere i loro problemi di cucina casalinga andando a mangiare al ristorante europeo se non addirittura a quello internazionale.

Senonché la Ue dovrebbe essere una cosa seria e non un rifugio anti-missili leghisti, delucani e grillini. Giusto guardare all’Europa e al mondo intero, ma non per sfuggire ai problemi riguardanti gli equilibri interni o addirittura di coalizione o di partito.

La politica è fatta di strategie e tattiche. Di strategie ormai non se ne parla più, e da tempo, tutto si riduce a tattiche, che però lasciano il tempo che trovano e si riducono ulteriormente a mosse opportunistiche. Spero che Meloni e Schlein non si stiano reciprocamente montando la testa: tra donne ci si intende meglio? Dipende…nel caso mi sembra il patto fra due giovani nuore affinché intendano le suocere rompiscatole.

Nel discredito generale della politica ci mancava anche questa. Le due primedonne che calcano il palcoscenico e cantano in uno strano duetto per coprire le stonature indotte dalle loro scuole di canto. Ben venga la richiesta comune di cessate il fuoco nella guerra tra Hamas e Israele, ben venga il confronto corretto e leale (vado adagio ad usare la parola dialogo che mi sembra sproporzionata alla qualità delle interlocutrici), ben venga un’iniezione di femminilità nelle istituzioni (a patto che non sia pura civetteria politica), ben venga dare una calmata ai bollenti spiriti di Salvini e De Luca (anche se fra i due c’è un abisso culturale e politico).

Temo tuttavia che si tratti di uno scambio più di convenienze che di cortesie. Se andiamo avanti così, con la candidatura pigliatutto di Meloni e Schlein alle prossime elezioni europee e ancor prima con il loro duopolio mediatico-dibattimentale, se riduciamo la politica a bottega per le “spumarine” (in dialetto persone vane e leggere che pretendono di valere molto) di turno, rischia di affievolirsi la mia pur timida voglia di tornare a votare, a meno che il 25 aprile le due soubrette si presentino, mano nella mano, e facciano un profondo e silenzioso inchino a chi è morto per la politica, quella vera da cui loro (fatte pure le debite distinzioni e proporzioni) sono lontane mille miglia.

 

 

 

I coccodrilli del lavoro

“Nel 2023 ci sono stati mille morti sul lavoro e spesso questi incidenti sono prodotti dal sistema del subappalto e della logica degli appalti al massimo ribasso. Voglio ricordare però che è stato questo Governo a modificare il codice degli appalti e a reintrodurre il subappalto a cascata. È necessario che ci sia una reazione immediata e penso anche che sia necessario arrivare alla prossima settimana a un’iniziativa generale, che proporrò anche agli altri sindacati, perché non è più accettabile continuare a morire sul lavoro”. (Maurizio Landini segretario CGIL)

La contro riforma del Codice degli appalti che a marzo scorso ha reintrodotto il sub appalto a cascata ha una firma precisa: il vicepremier e ministro Matteo Salvini. Ieri la Lega ha definito le accuse della Cgil «disgustose» sostenendo che «le nuove norme sono state volute dall’Europa, tanto che l’Italia era a rischio infrazione, e nulla c’entrano con la tragedia». I fatti dimostrano il contrario: la commissione Ue chiedeva solamente che non ci fossero percentuali di subappalto predeterminate. È stato Salvini a decidere di liberalizzare completamente il subappalto, permettendo quello a cascata. (dal quotidiano “Il manifesto”)

Nonostante gli autorevoli e accorati appelli del Presidente della Repubblica il grave problema dei morti sul lavoro continua da imperversare. Tutti si commuovono, protestano, inorridiscono e nessuno fa qualcosa di concreto.

Non credo si tratti di una mancanza legislativa: la normativa esiste ed è fin troppo fiscale. Semmai sono carenti i controlli anche perché molto spesso si concentrano sugli aspetti burocratici e procedurali della materia non andando al sodo dell’effettiva funzionalità ed efficacia delle misure adottate.

Forse non è nemmeno un dramma ascrivibile all’insensibilità della politica: effettivamente in questo caso si può dire che destra e sinistra pari sono. Si succedono governi e ministri e i morti tendono ad aumentare. Certo il governo Meloni non brilla al riguardo, infatti si sente immediatamente colpito dalle critiche del sindacato e reagisce in modo scomposto ripiegando sulla solita polemica di stampo salviniano (ma lo facciano tacere una buona volta!).

Il problema è nel sistema economico: i committenti sono costretti, dalla tenaglia degli appalti al ribasso, ad affidare i lavori ad imprese a loro volta costrette a contenere il costo del lavoro per rimanere dentro i prezzi praticati e i lavoratori, anello debole della catena, sono costretti ad accettare ambienti e modalità di lavoro estremamente rischiosi.

Il discorso del ribasso è stato introdotto dopo tangentopoli: prima gli appalti erano al rialzo con tanto di creste fatte a favore dei partiti politici e a danno delle casse dello Stato. Come spesso succede si è passati da un’estremità all’altra con le gravissime conseguenze che stiamo registrando. Bisogna quindi rivedere il sistema introducendo disposizioni di salvaguardia sulla regolarità delle assunzioni e degli inquadramenti nonché sull’incolumità dei lavoratori.

Da una parte abbiamo le imprese costrette a lavorare sottocosto, dall’altro abbiamo gli operai costretti a lavorare senza protezione adeguata. Il discorso vale per i lavori pubblici, ma anche per il settore privato dove comunque trionfa la rigorosa legge del profitto. Una cosa è certa: non si può continuare con una simile carneficina.

Sergio Mattarella, lo scorso settembre ha detto con estrema chiarezza: “Le morti sul lavoro feriscono il nostro animo, feriscono le persone nel valore massimo dell’esistenza, il diritto alla vita. Feriscono le loro famiglie. Feriscono la società nella sua interezza. Lavorare non è morire. Il nostro Paese colloca il diritto al lavoro e il diritto alla salute tra i principi fondanti della Repubblica. Non è tollerabile perdere una lavoratrice o un lavoratore a causa della disapplicazione delle norme che ne dovrebbero garantire la sicurezza sul lavoro. I morti di queste settimane ci dicono che quello che stiamo facendo non è abbastanza. La cultura della sicurezza deve permeare le Istituzioni, le parti sociali, i luoghi di lavoro”.

La sinistra politica dovrebbe farne una questione e una battaglia identitaria e unitaria. La destra, attualmente al governo del Paese, dovrebbe almeno non allargare la falla degli appalti. I cattolici non cerchino di mettersi al centro della politica, ma mettano la difesa del lavoro al centro del loro impegno sociale e politico. Tutti smettano di spargere amare lacrime di coccodrillo e si diano da fare nei limiti del loro possibile.