Papa Francesco e la papessa Giorgia

Colpaccio Meloni: “Papa Francesco sarà presente al G7 dedicato all’IA”. L’annuncio della premier in vista del vertice a presidenza italiana: “Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale”

«Sono onorata di annunciare oggi la partecipazione di Papa Francesco ai lavori del G7 nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale». Così la premier Giorgia Meloni in un video in cui illustra i temi che saranno affrontati dalla presidenza italiana del G7.

«Ringrazio di cuore il Santo Padre per aver accettato l’invito dell’Italia. La sua presenza – sottolinea ancora Meloni – dà lustro alla nostra nazione e all’intero G7. È la prima volta, nella storia, che un pontefice partecipa ai lavori del Gruppo dei 7 e il Santo Padre lo farà nella sessione “outreach”, quella aperta anche ai paesi invitati e non solo ai membri del G7. Sono convinta che la presenza di Sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale», continua Meloni.

«Sul presente e sul futuro» dell’intelligenza artificiale «si misurerà, ancora una volta, la nostra capacità, la capacità della comunità internazionale di fare quello che il 2 ottobre 1979 un altro Papa, san Giovanni Paolo II, ricordava nel suo celebre discorso alle Nazioni Unite: “L’attività politica, nazionale e internazionale, viene dall’Uomo, si esercita mediante l’Uomo ed è per l’Uomo”. Questo sarà sempre il nostro impegno e il nostro cammino», ha poi spiegato Meloni.

La presenza del Papa è di certo un gran colpo politico per la premier che sta investendo molto sulla riuscita del suo primo G7. D’altra parte, proprio sull’Ai, Meloni aveva fortemente criticato la nomina di Giuliano Amato alla guida della Commissione Ai per l’informazione favorendo l’ascesa di un altro uomo di chiesa, quel padre Benanti che oggi guida quella stessa commissione nonché unico italiano membro del Comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.

Consigliere di Papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia, Benanti lavora da anni allo sviluppo di un framework etico per le intelligenze artificiali lavorando sui concetti di algoretica e algocrazia. Insomma, il legame tra Meloni e il Vaticano sembra aver trovato un canale di dialogo privilegiato proprio sui temi dell’Ai, il tema del futuro prossimo, se non del presente. (ildubbio.news)

Dispiace che la coraggiosa azione pastorale di papa Francesco possa essere strumentalizzata a fini di smaccata propaganda politica, ma in Vaticano conoscono molto bene questi rischi e potrebbero stare un po’ più attenti. La notizia, come minimo, doveva essere data in assoluta priorità dalla sala stampa vaticana, mentre invece è diventata uno scoop meloniano. Questo sul piano del metodo.

Nel merito il Papa dovrebbe essere attento (e chi lo circonda ancora di più) a non dare l’idea di una qualche combine etico-politica col governo italiano. Lungi da me l’idea di un papa confinato sulle materie squisitamente religiose, ma attenzione a non farsi strumentalizzare.

Tutti sappiamo come la linea pastorale di papa Bergoglio sia di netta contestazione rispetto al mondano andazzo bellicista più o meno pilotato proprio dai governi del G7. Che la partecipazione al prossimo vertice non metta quindi la sordina alla voce papale, facendo ammainare le auspicate e progressiste bandiere bianche della guerra per sventolare quelle integraliste e reazionarie dell’etica.

Ai grandi (?) della terra non par vero di inglobare direttamente o indirettamente la Chiesa cattolica nelle loro manovre: non vorrei mai che all’indecente azione di supporto al regime putiniano svolta dalla Chiesa ortodossa (almeno la parte più invischiata col potere) facesse riscontro un abbraccio etico tra il pastore gerarchico cattolico e i lupi occidentali travestiti da pecorelle.

Il “Dio, patria e famiglia” di Giorgia Meloni trova attualizzazione in un patriottismo antistorico (cosa ben diversa dall’unità popolare auspicata dal presidente Mattarella), in una revanche patriarcale e antifemminista (cosa ben diversa da un assetto sociale basato sui principi costituzionali), in una riscoperta piuttosto bigotta della tradizione religiosa (cosa ben diversa dall’ispirazione cristiana di democristiana memoria).

La ciliegiona sulla torta potrebbe essere proprio, nel presente e ancor più nel futuro, un ostentato quanto impalpabile feeling tra un premier eletto dal popolo ed un papa relegato al ruolo di agit prop etico-politico. In fin dei conti sarebbe la elegante ripetizione dello schema della Russia di Putin legata al patriarca Kirill.

La dico grossa, potrebbe essere, per quanto riguarda l’Italia, un nuovo subdolo e strisciante concordato tra lo Stato della nuova destra politica e la Chiesa della rivincita etica. Gesù Cristo aveva ben presente questi rischi, li evitò accuratamente a costo di andare in croce. Poteva benissimo fare una capatina al G2 dell’epoca: Erode e Pilato alla ricerca di equilibri di potere. Il Kirill-Caifa sarebbe stato soddisfatto e rimborsato. Invece andò molto diversamente…

Ben diversa fu nel 1965 la partecipazione di Paolo VI all’Assemblea generale dell’Onu nel ventennale della fondazione: l’Onu (Istituzione rappresentativa di tutti gli Stati della terra) è cosa ben diversa dal G7 (un forum intergovernativo composto da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America, nazioni sviluppate il cui peso politico, economico, industriale e militare è ritenuto di centrale importanza su scala globale); la fine sensibilità politica di Montini è cosa ben diversa dalla ingenua generosità di Bergoglio;  Maha Thray Sithu U Thant, segretario generale dell’Onu  nel 1965, era un personaggio diverso da Giorgia Meloni, presidente di turno del G7.

Apprezzo la (quasi) masochistica verve di un papa che si lava evangelicamente la bocca coi grandi della terra, ma questi signori sono molto più furbi di lui e sono capaci di tutto. “Siate dunque prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe” (Matteo 10,16). Sono certo che papa Francesco sia semplice come una colomba. Nutro qualche dubbio, nonostante lo Spirito Santo, sulla sua capacità di essere prudente come un serpente, che sappia cioè dirigere con astuzia il pensiero contro le sue trappole.

 

 

Disinformati e drogati di banalità

L’attuale situazione italiana dell’informazione è assai compromessa: siamo schiacciati tra l’invadenza governativa (come non si ricorda a memoria d’uomo), l’insofferenza alle critiche (come succede nei regimi e nei pre-regimi), la smobilitazione strisciante del sistema pubblico (Rai ridotta senza alcun ritegno alcuno a cassa di risonanza del potere politico), l’omologazione opportunistica al potere (bisogna pur vivere…), la costrizione a bere l’amaro calice della narrazione ad opera del montante regime (e la chiamano libera informazione).

A questa penosa deriva va aggiunto uno dei difetti della nostra società, da ascrivere al pressapochismo culturale se non all’ignoranza petulante di quanti parlano dentro i microfoni, vale a dire la sistematizzazione dei fatti banali e precari.

Morale della favola, anche ammesso e non concesso che si possa accedere in qualche modo, a spizzichi e bocconi, ad una informazione degna di tale nome, ci si imbatte in contenuti comunque fuorvianti e paralizzanti.

Se posso confessare una mia spregiudicata opinione, devo ammettere di nutrire poca stima nei confronti di tre categorie di esperti, studiosi (scienziati?): psicologi, sociologi ed economisti. Spero di non offendere o irritare nessuno perché di paradossi si tratta. Gli psicologi hanno sempre ragione in quanto, per il dritto o per il rovescio, in un modo o nell’altro, in un senso o nel suo contrario, trovano sempre una spiegazione, piuttosto campata in aria, e nessuno è in grado di confutarla. I sociologi, come detto più autorevolmente da altri, si dedicano, più o meno abilmente, alla elaborazione sistematica dell’ovvio, fanno una fotografia, più o meno nitida, della situazione. Gli economisti elaborano teorie che si rivelano sempre e sistematicamente sbagliate: in parole povere non ci pigliano mai.

Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I pàron coj che all’ostarìa con un pcon äd gèss in simma la tävla i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”

Forse sono stato poco “complimentoso”, ma un po’ di verità in quel che ho detto c’è, eccome, e mi serve per sviluppare brevemente il discorso da cui sono partito: siamo schiavi, soprattutto a livello mediatico, della sistematizzazione del precario, vale a dire dell’inganno consistente, per dirla brutalmente, nel farci credere che “gli asini volano”.

Un primo eclatante esempio lo prendo dai commenti calcistici che inondano le reti televisive e radiofoniche, soprattutto nei pre, post e durante-partita o in sostituzione della partita stessa (vale per la Rai che non ci fa vedere in diretta il calcio giocato per risparmiare, ma che ci somministra quello (s)parlato, spendendo un patrimonio in compensi a cronisti e commentatori).

Ogni turno di campionato comporta l’elaborazione sistematica di una teoria calcistica fondata sulla vittoria di una squadra o sulla prestazione di un calciatore, che viene puntualmente smentita nella partita successiva. Come se niente fosse, si elabora una nuova teoria che si rivela infondata e via di questo passo. Fino a qualche settimana fa Maurizio Sarri era un grande allenatore, oggi è diventato un buono a nulla da sostituire per disperazione.

Non si vuole capire e ammettere che il calcio è bello perché è vario e imprevedibile, ma guai a considerarlo tale: comporterebbe la disoccupazione o il riciclaggio di frotte di commentatori costretti a cambiare mestiere.

È così anche in politica. Prendo l’esempio dai fatti elettorali di questo periodo. Le elezioni regionali della Sardegna hanno innescato la teoria della battibilità del centro destra e della competitività del centro-sinistra: discorso puntualmente smentito a distanza di pochi giorni. Come se niente fosse, dopo i risultati delle elezioni in Abruzzo, il centro-destra è tornato invincibile e il centro-sinistra è ritornato una sconclusionata accozzaglia di partiti senza meta.

Voglio però affondare ulteriormente il coltello nella piaga. Forza Italia, prima di queste due tornate elettorali era considerato come la vedova inconsolabile di Silvio Berlusconi, un partito senza leader e senza spina dorsale con inarrestabile calo di consensi: il servo sciocco di Giorgia Meloni capace di mettersi in tasca Antonio Tajani e di usarlo come uno straccio per pulirsi le scarpe. Ebbene, in Abruzzo Forza Italia ha aumentato i voti rubandoli (a detta dei bene informati) alla Lega per decenza elettorale, al M5S per fuga di alcuni dirigenti, addirittura al partito democratico per insofferenza nei confronti dell’estremismo schleiniano (non ci posso credere). Ed ecco che questo partitino è diventato improvvisamente la casa dei moderati, la forza politica centrale capace di togliere consensi alla destra e alla sinistra, dopo avere elaborato il lutto ed essersi rilanciata intorno al silenzioso carisma di Tajani.

Non so cosa succederà dopo le prossime elezioni europee, magari Forza Italia ritornerà a percentuali da prefisso telefonico, ma intanto si è parlato a vanvera e qualcuno magari ci avrà anche creduto.

Molto più grave e cruenta è la narrazione bellicista che ci viene propinata: la inevitabilità della guerra in un gioco perverso di azioni e reazioni come se lo sbocco finale fosse l’equilibrio geopolitico e non il rischio di catastrofe universale. Alla invasione si deve rispondere per forza e per sempre con l’impiego di tutte le armi possibili e immaginabili; alle provocazioni bisogna rispondere con vendette senza scrupoli e senza razionalità. Siamo alle prese con la banalizzazione della guerra, che non è da esorcizzare come il male dei mali, ma da accettare come il male minore.

Se la sociologia è l’elaborazione sistematica dell’ovvio, nei commenti politici siamo alla sistematica teorizzazione del banale e alla sistematica stabilizzazione del precario. Se questa si chiama informazione… Non stupiamoci se la gente non ci si raccapezza più e non va a votare, se i tifosi si sfogano pretendendo che la loro squadra vinca e giochi bene (e chi perde e gioca male ci dovrà pur essere, così come chi governa male e fa male l’opposizione). Troppe futili chiacchiere e poche serie riflessioni. Dario Fo diceva che “il pubblico di oggi è drogato di banalità”.

Le eccezioni confermano la regola ed anche le eccezioni pretendono magari di diventare regola. Varrebbe forse la pena di ignorare i giornali e spegnere i televisori. Finiremmo inevitabilmente nei social. Dalla padella alla brace. Evviva la democrazia informata!

Mattarella e il professore

Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, in un’intervista al Corriere del Veneto sostiene che non abbia senso parlare di antifascismo in questo momento storico e, di conseguenza, «non serve a niente chiedere di dichiararsi antifascisti». 

Secondo Cacciari «è inevitabile che in campagna elettorale si possa cercare ogni mezzo per colpire l’avversario, ma dal punto di vista culturale e storico non serve a nulla, non esiste alcun pericolo fascista».

«Il mondo contemporaneo non presenta blocchi sociali né interessi di classe che portino a totalitarismo. Non vuol dire che sia una democrazia perfetta ma non ci sono forme autoritarie, nessun pericolo di totalitarismi fascisti, come sono stati quelli del Novecento. È solo propaganda fatta quando destra e sinistra non hanno altri argomenti». 

«Chi è veramente fascista oggi è un povero scemo, fuori dalla realtà: magari qualcuno c’è ma sono pochi. E di sicuro non Meloni. L’ha capito lei e quasi tutti i suoi dirigenti. Antifascismo è diventato una parola vuota da quando non è più declinata o incarnata in dei progetti. È come dire che bisogna essere sempre onesti, o che la mamma è buona. Sono concetti generici».

 In Italia c’è ancora bisogno di parlare di Resistenza e fare Resistenza?
«Sì, come no. Ma anche qui, non contro Mussolini o un’invasione. È una resistenza rispetto a un sistema politico incapace di fare l’interesse materiale del proprio Paese, non contro qualcuno che ti assale, ma per imporre la linea nell’interesse del Paese. Ma c’è più bisogno di una vera opposizione, a mio modesto avviso».

«Cosa farò il 25 aprile? Non lo so, al momento penso niente. Spesso ho tenuto dei discorsi, anche di recente. Sono stato in luoghi simbolici della storia di quegli anni, anche a Marzabotto. Ho parlato di storia, una storia che pesa, che ha ferito, che ha diviso gli italiani e massacrato l’Europa. È un passato che bisogna conoscere». (da Globalist.it)

 

«Senza memoria, non c’è futuro», ammonisce Sergio Mattarella, «il 25 aprile è per l’Italia una ricorrenza fondante: la festa della pace, della libertà ritrovata, e del ritorno nel novero delle nazioni democratiche». Il presidente della Repubblica a Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo, per ricordare l’eccidio del 29 giugno 1944, per rappresaglia sulla popolazione inerme, oltre 200 persone, terzo nel tragico computo delle vittime nelle stragi nazifasciste. Il suo è un appello a fare della Festa di Liberazione un evento plurale, unificante e irrinunciabile. Cita Aldo Moro: «Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico». Nel citare questo celebre discorso di Moro a Bari, del 21 dicembre 1975, pronunciato in occasione di un incontro dell’Anpi per il Trentennale della Resistenza, è chiaro il riferimento alle recenti polemiche divisive. Non a caso aggiunge a braccio una citazione per Giacomo Matteotti, figura finita al centro dello scontro sul caso Scurati: «Il fascismo aveva in realtà, da tempo, scoperto il suo volto, svelando i suoi veri tratti brutali e disumani. Come ci ricorda il prossimo centenario del suo assassinio». (da “Avvenire.it”)

 

Allo snobistico e professorale giudizio di Massimo Cacciari risponde il presidenziale, coraggioso e unificante messaggio di Sergio Mattarella. Sinceramente non capisco l’ostinazione di Cacciari nel sottovalutare il pericolo di un ritorno, seppure in forme diverse, a derive autoritarie nel nostro Paese. Così come non accetto che l’antifascismo sia da considerare un concetto vuoto, generico e superato nel tempo: il Presidente della Repubblica ne dà la giusta, equilibrata ed emozionante versione. Sì, perché la politica ha bisogna di riscoprire i sentimenti della storia e le lezioni che da essa derivano. Come non ribellarsi ancor oggi di fronte alla ferocia nazifascista e come non commuoversi di fronte al coraggio e al sacrificio degli antifascisti della prima, seconda e terza ora.

Sarebbe come se ci preoccupassimo di ristrutturare e riammodernare le abitazioni di un fabbricato senza prima verificarne la tenuta e la validità delle fondamenta. Non è tempo perso e tanto meno impiegato in nostalgiche e fuorvianti memorie di un tempo che fu.

Mi permetto di parafrasare un passo della prima lettera di san Pietro Apostolo: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il fascismo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella democrazia”.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…». Poi si lasciava andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini, usando questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Dobbiamo continuamente sorvegliare le radici del nostro albero democratico se vogliamo che produca frutti buoni, altrimenti il rischio è di trovarsi, prima o poi, con una cesta di prodotti apparentemente accettabili, ma sostanzialmente avariati, guasti e immangiabili. E sarà tardi anche perché i filosofi dell’inutilità dell’antifascismo saranno spariti o forse piangeranno sul benaltrismo versato.

 

 

 

 

Il sale cattolico mantiene il suo sapore

Più formazione agli agenti di polizia penitenziaria e più attività educative e di formazione professionale per i detenuti minori finiti in carcere soprattutto per reati di sopravvivenza. Questa è la ricetta per abbassare la tensione e dare un futuro diverso ai ragazzi di don Gino Rigoldi, cappellano emerito del “Beccaria” che prova a fornire alcune spiegazioni sul contesto in cui è maturata l’inchiesta sulle violenze che hanno portato all’arresto di 13 agenti di polizia penitenziaria.

 

Quanto ai 5 stelle, sono un partito che è nato e ha avuto successo sull’onda di un’emozione, quella di dare una spallata alla cosiddetta politica della “casta”. Oggi, però, di emozioni ne abbiamo anche troppe. Dinnanzi a quel che succede nel mondo, servono al contrario delle rassicurazioni, rispetto a una politica che salvi la sanità, che rimetta al centro la scuola, il problema della casa e del lavoro, che operi per un fisco più equo. Io noto che quando c’è da costruire, da pensare in positivo il Movimento non c’è, ancora latita, diventa forza evanescente. Se il Pd ha dei problemi oggi, M5s ne ha dieci volte di più. Se avessero buon senso, i leader del centrosinistra costituirebbero una comune squadra di lavoro che analizzi i problemi che riguardano tutti i cittadini. Ma non lo si fa. (Romano Prodi)

 

L’Europa è stata creata da tre cattolici che più cattolici non si può: non solo De Gasperi, ma anche Schuman e Adenauer, tutti animati da un’etica comune. L’Europa è nata dal profondo richiamo alla pace che veniva soprattutto dal mondo cattolico. C’era una comunanza di pensiero, che è la stessa che ho poi ritrovato ad esempio nei miei primi colloqui con Helmut Kohl, quando ci ritrovammo, nonostante le diverse appartenenze politiche, a riflettere sulle comuni letture fatte di Romano Guardini, filosofo che sapeva cogliere i legami della vita spirituale con la realtà quotidiana. Essere il lievito nella società è essenziale in questa fase di sbandamento ideologico. (Romano Prodi)

 

Il vero rischio che vedo è l’isolamento della politica, quasi tutta, dal sentire popolare soprattutto su questo tema cruciale (la pace). Penso che chi porta avanti un’altra linea sui conflitti in corso, linea che sta accompagnando e non frenando l’orribile saldarsi dei pezzi della «guerra mondiale a pezzi» in un mondo segnato da disuguaglianze anche feroci, dovrà fare i conti con la realtà. Ovvero dovrà chiedersi come costruire pace e disarmo. E a quel punto si scoprirà che quanto anch’io vado dicendo e documentando da tempo, e con più intensità negli ultimi due anni, non è una provocazione, ma un contributo per una risposta politica a un dramma di cui possiamo e dobbiamo cambiare i prossimi atti e, soprattutto, il finale. (Marco Tarquinio)

 

“Non ho paura delle camice nere! Ho paura della deriva autoritaria di molti governi in Europa”, così Rosy Bindi sulla censura per il monologo di Antonio Scurati.

 

Ieri mi sono sentito toccato nel vivo dalla noncuranza civica del cattolicesimo organizzato, oggi, dopo il “peccato”, faccio la “penitenza”, sentendomi provocato dalle parole e dai giudizi di alcuni autorevoli cattolici, di cui riporto il pensiero tramite brevi stralci di articoli e interviste pubblicate dal quotidiano “Avvenire” e, per quanto riguarda Rosy Bindi, dal programma “Otto e mezzo” de La 7, personaggi che sono stati impegnati o che si stanno impegnando in politica e nel sociale: don Gino Rigoldi, Romano Prodi, Marco Tarquinio e Rosy Bindi.

Non sono un integralista, non lo sono mai stato e men che meno lo sono oggi, ma devo ammettere, con un certo speranzoso interesse, che il pensiero cattolico progressista (a cui ho sempre fatto riferimento nei miei impegni politici, culturali e professionali) mantiene intatta tutta la sua freschezza e validità di contenuti. I media danno poco spazio a questi contributi, tentati da una caricatura laicista, che nulla ha da spartire con una sana e dialogante laicità. Sui temi fondamentali il cattolicesimo democratico ha molto da dire: se ne prenda atto. La politica prenda spunti culturali e non punti elettorali.

Attenzione alle strumentalizzazioni di ogni tipo: mi preoccupa soprattutto quella proveniente dalla destra e dalla sua penosa ed anacronistica riproposizione del “Dio, patria e famiglia”, che ha già combinato sufficienti disastri in passato. Non sono nemmeno propenso alle nostalgiche riesumazioni pseudo-democristiane pur riconoscendo la portata storica di questo partito in cui ho militato aderendo alla corrente della sinistra sociale. Non credo sinceramente alla ventilata e fantasiosa ipotesi della rinascita di un partito più o meno confessionale di cui la gente sentirebbe la necessità valoriale, anche perché sento spirare dietro l’angolo l’aria reazionaria in materia dei cosiddetti diritti civili, che porta a ricostruire inutili steccati ideologici dietro cui quanti soffrono continuano a soffrire in nome di una contrapposizione fine a se stessa.

Sul futuro del Partito democratico e della sua disponibilità all’ascolto e alla valorizzazione del patrimonio ideale e valoriale proveniente dalla cultura e dall’impegno politico dei cattolici democratici e progressisti, nutro parecchie perplessità. Non sono tanto preoccupato delle sbandierate questioni dell’aborto, del suicidio assistito, delle adozioni da parte delle coppie omosessuali e nemmeno della teoria del gender, ma della (in)capacità di recuperare una vocazione popolare e sociale così poco presente nell’agire politico della sinistra.

Non vedo però alternative all’orizzonte e soffro questa sbrigativa insensibilità che finisce col marginalizzare colpevolmente la cultura cattolica, che doveva essere uno dei filoni su cui basare la vita di questo partito. Forse però lo scetticismo e le perplessità dovrebbero essere accantonate e sgrossate a livello di impegno concreto. Sono troppo vecchio e logoro per seguire questo indirizzo e quindi vivo alla giornata: leggo, scrivo, rifletto, faccio tanta fatica a votare e spero di non essere passibile del drastico giudizio che mi rifilò un caro amico all’indomani del mio precoce pensionamento. Dopo avere ascoltato i miei affannosi e patetici propositi di impegno a livello sociale e culturale, mi disse apertamente e simpaticamente: “Ho capito, non fai un cazzo…”.

Ecco perché mi sforzo almeno di valutare con molta attenzione (anche se non sufficienti a sbloccare il mio personale Aventino) le coraggiose motivazioni di Marco Tarquinio espresse nella già citata intervista ad “Avvenire”, nel momento in cui ha deciso di accettare la candidatura a parlamentare europeo nelle liste del Partito democratico senza nascondere le difficoltà dei rapporti tra cattolici e Pd: “Oggi c’è una crisi in questo rapporto, una crisi seria. E credo che sia indispensabile affrontarla lontano e fuori da vecchi schemi e pregiudizi che inducono sovente al non ascolto reciproco. Credo che anche questo sia un compito collettivo, al quale ciascuno deve contribuire per la sua parte. Sono convinto che la comunità politica nata dall’incontro tra il solidarismo cattolico e quello della sinistra di matrice socialista non possa fare a meno dell’apporto ideale e concreto dei cristiani. Il cambiamento in corso nel Pd è un’occasione da non perdere. Sia per rinvigorire l’infrastruttura etica e programmatica, sia per sviluppare politiche che servano la vita vera della gente vera. È così che si può chiedere credibilmente ai cittadini il timone del Paese e costruire alleanze efficaci”.

 

 

 

L’Azione Cattolica in un’altra piazza

Oltre 50mila persone, provenienti da 200 diocesi, 600 i pullman che sbarcheranno a Roma. Sono i “numeri” dell’incontro nazionale dell’Azione Cattolica con il Papa, in programma il 25 aprile in piazza San Pietro sul tema “A braccia aperte”. In video collegamento, dopo il discorso del Papa – ha annunciato mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ac, a proposito dell’evento che verrà trasmesso in diretta da Rai Uno – interverrà il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. In piazza anche il cantante Giovanni Caccamo e l’attore Neri Marcorè. L’appuntamento del 25 aprile, ha spiegato mons. Giuliodori, “è frutto di un percorso, un cammino di consuetudine che lega l’Ac ai Pontefici, soprattutto dal Concilio in poi. Con Papa Francesco questo legame è stato ulteriormente confermato e consolidato, come in occasione dei 150 anni dell’associazione. Quello del Santo Padre sull’Ac è un pensiero forte e incisivo che ci incoraggia molto: le sue sono sempre parole non di circostanza, ma che stimolano e provocano”. L’evento del 25 aprile si colloca, inoltre, all’interno del percorso sinodale tracciato dal Sinodo sulla sinodalità e dal Cammino sinodale della Chiesa italiana: “Papa Francesco – ha commentato Giuliodori – ha scosso l’umanità dal suo torpore, chiamando alla responsabilità che tutti abbiamo di fronte al Creato. Ha promosso percorsi di apertura a tutti i livelli e l’Ac è fortemente interpellata su questo tema”. Sarà la Fratelli tutti, in particolare, la piattaforma su cui si snoderà l’evento del 25 aprile: “Non è scontato, in una stagione di grandi chiusure come questa”. “Una delle più grandi questioni del Sinodo è come la Chiesa riesca ad incidere della storia”, ha ricordato l’assistente generale di Ac: “Il laicato è la grande sfida, e l’Ac è in prima linea proprio come associazione laicale a servizio della Chiesa”. L’incontro con Papa Francesco farà da prologo ai lavori della XVIII Assemblea nazionale elettiva dell’Ac, “Testimoni di tutte le cose da lui compiute”, che si solverà a Sacrofano, presso la Fraterna Domus, dal 25 al 28 aprile. Mille i delegati, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che eleggeranno il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2024-2027. Tra gli ospiti dell’assemblea i cardinali Parolin, Farrell, Semeraro, Zuppi e Grech. (Sir – agenzia d’informazione)

Massimo rispetto per l’Azione Cattolica: ne ho peraltro fatto parte per tanti anni, dall’infanzia al raggiungimento della maturità. Massima attenzione al contributo che questo movimento ha dato e può dare alla storia della Chiesa. Massima considerazione per la partecipazione al percorso sinodale. Massima ammirazione per la mobilitazione e l’impegno ecclesiale di tanti cattolici.

Mi permetto però di porgere una domanda: nell’anno ci sono 365 giorni (nel 2024 i giorni sono addirittura 366), era quindi proprio opportuno sovrapporsi alla celebrazione della festa della Liberazione, oggi più che mai ricorrenza civile importantissima per la vita democratica del Paese? Ho acceso il televisore e mi sono imbattuto nel raduno oceanico di A. C. in piazza San Pietro: pensavo di assistere alle manifestazioni del 25 aprile invece… Non sarebbe stato meglio per quei cattolici partecipare alle celebrazioni resistenziali, che peraltro ricordano la lotta, il sacrificio e la morte anche di tanti sacerdoti e laici?

Non è che si è finito col fornire, seppure involontariamente, un perfetto assist a quanti vogliono glissare sull’antifascismo, contrapponendo la stracolma cattolicissima piazza San Pietro a tutte le piazze in cui si sono radunati gli italiani per dare un rinnovato senso alla nostra democrazia nata dalla Resistenza?

Mia sorella Lucia, che si riteneva una cattolica adulta, capace pur con tutti i suoi limiti e difetti, di discernere in campo politico e non solo, era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda”. Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando chiacchiere bigotte e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Non voglio dire che l’Azione Cattolica sia catalogabile tout court nelle devianze a cui alludeva mia sorella. Resta tuttavia un’occasione persa, forse l’ennesima, per compiere un atto laico di assoluta fede nei valori resistenziali e costituzionali che stanno alla base della nostra Repubblica, peraltro in linea con la popolare e clericale (purtroppo non sempre, soprattutto a certi livelli) adesione dei cattolici alle lotte partigiane e all’antifascismo. Invece è emersa, seppure indirettamente, l’immagine di una cattolicità ripiegata su se stessa. Ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di uscire dagli schemi ecclesiali per inserirsi, da cattolici, in quelli civili.

 

 

 

Spigolature antifasciste di vita vissuta in Oltretorrente

Nel periodo in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch?”.   “Beh”, rispose in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?”.  Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione, ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli”. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

Mio padre era figlio dell’Oltretorrente, il rione dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà.

Ne conosceva tutti gli abitanti, contava moltissimi amici nel quartiere, ne aveva frequentato le osterie (dove si osava parlar male del fascismo e di Mussolini), le barberie (luogo allora di ritrovo e del gossip più antico e leale), aveva cantato e discusso di musica nei covi popolari e verdiani, aveva respirato a pieni polmoni un’aria sana e democratica e quindi non poteva farsi intossicare dal fascismo. A proposito di osterie mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto), che era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’Oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.

Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Tutto più o meno così ed è così, in forme e modi più moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli, anche oggi in Italia.

Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un ingenuo e sordo vecchio amico con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona (non c’era sostanziale differenza…). Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’Oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate ed all’occorrenza…

I “pirlamentari” europei sotto il letto di Strasburgo

Via libera del Parlamento europeo al nuovo Patto di Stabilità, con nessuno dei principali partiti italiani che ha votato a favore del provvedimento. Questa settimana a Strasburgo si svolge l’ultima sessione plenaria dell’eurocamera prima delle elezioni di giugno. Una maratona legislativa in cui sono messi ai voti quasi 90 provvedimenti o risoluzioni, comprese le nuove regole sulla governance economica dell’Unione europea, storicamente una delle questioni su cui è più complicato riuscire a mettere d’accordo tutti e 27 gli Stati membri. Tra chi oggi ha dato luce verde al nuovo Patto di Stabilità non c’è nessun partito italiano, con Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico che si sono astenuti. Contrari Movimento 5 Stelle e Verdi, che hanno descritto le nuove regole sulla governance economica come «il ritorno dell’austerità in Europa». Solo tre italiani hanno votato a favore.  (Open)

 

Via libera al Patto di stabilità, l’Italia non lo vota. Centrodestra e Pd si astengono. Gentiloni: ‘Un buon compromesso’. Una votazione rapida, con una maggioranza che non lascia spazio a dubbi ma nella quale spicca un grande assente: l’Italia. Il nuovo Patto di stabilità e crescita è all’ultimissimo miglio prima di entrare in vigore e ha incassato, a Strasburgo, il via libera definitivo del Parlamento Ue. Il testo cambia le regole del gioco nella governance economica mantenendo da un lato i parametri del 3 e del 60% per il deficit e per il Pil ma concedendo dall’altro dei piani di rientro più graduali per i Paesi ad alto debito. (Ansa.it/Europa)

 

Il fatto è paradossale. I partiti di governo sconfessano in sede europea l’operato del governo italiano. Il Partito democratico sconfessa in sede europea l’operato di Paolo Gentiloni commissario di espressione piddina per gli affari economici e monetari.

In un sistema politico serio il governo italiano dovrebbe dimettersi in quanto privo di fiducia riguardo al suo comportamento in sede europea laddove ha concordato un patto, peraltro di grande importanza, successivamente non approvato dagli esponenti parlamentari europei appartenenti ai partiti che sostengono il governo in Italia. Sembra uno scherzo, un gioco dei bussolotti, una presa per i fondelli in chiave elettorale.

Tutti ricorderanno la barzelletta del marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!». Ebbene i parlamentari europei di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono ficcati sotto il letto di Strasburgo con un rigurgito di nazionalismo da mostrare agli elettori. Europeisti forzati nei rapporti governativi, europeisti in libera uscita nei rapporti parlamentari. La presidente Meloni non fa nemmeno una piega, forse le va bene un messaggio subliminale euroscettico da inviare ai partner europei. Il ministro Giorgetti fa buon viso politico a cattiva sorte governativa, forse gli va bene vomitare per interposto leghismo il rospo ingoiato per realpolitik. Come ne esca la coerenza italiana è facile da immaginare: i soliti italiani che non si sa da che parte stanno.

Anche il Pd e Gentiloni non ne escono bene, ne escono anzi malissimo con un goffo e penoso corto circuito: il commissario dovrebbe chiedere al suo partito a che gioco si sta giocando; il partito dovrebbe chiedersi se sia accettabile sparare a Strasburgo sul proprio pianista. Ironico il commento del commissario italiano Paolo Gentiloni, che dice: “La politica italiana si è unita sul Patto di Stabilità”.

Morale della favola: è la politica, stupido!  In politica tutto è consentito, cosa non si fa per conquistare voti e cosa non si fa per votare i buffoni di turno. E io dovrei recarmi alle urne il prossimo giugno per eleggere i “pirlamentari” europei? Ma fatemi il piacere… Povera Italia e povera Europa!

 

 

Il programma antelucano potenzialmente maggioritario

La Basilicata, insomma, consegna a Pd e M5s lo spettro di diventare strutturalmente minoritari. E se dopo la Sardegna pareva plausibile che alle Europee la somma dei partiti delle due coalizioni potesse allinearsi, ora questa prospettiva sembra sparire. Soprattutto con la crescita di Forza Italia che va a calmierare le perdite del Carroccio. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli)

Mi permetto di non essere d’accordo, innanzitutto perché attualmente in politica non c’è (purtroppo) nulla di strutturale: gli scenari sono intercambiabili, sembra di essere in palcoscenico durante un intervallo fra gli atti della rappresentazione teatrale.

In secondo luogo la debolezza dei partiti di sinistra non è un destino cinico e baro, ma una conseguenza logica della mancanza di un programma serio di governo, che prenda le mosse dagli enormi problemi della gente, del rifugiarsi in tattiche elettorali snaturanti, evasive e controproducenti (la candidatura di Elly Schlein o addirittura il suo nome accanto al simbolo), del giocare a rincorrersi su temi divisivi piuttosto che cercare convergenze su temi condivisibili (la gara al più pulito anziché la comune battaglia allo sporco dell’ingiustizia e delle povertà).

Come ha argutamente, ma forse lapalissianamente, sostenuto Lina Palmerini, editorialista del Sole 24 ore, il programma della sinistra è già fatto ed è sotto gli occhi di tutti e del suo potenziale elettorato: i punti salienti sono il ripristino e la valorizzazione della sanità pubblica, il perseguimento dell’equità fiscale, la sicurezza del lavoro e la sua sprecarizzazione, la lotta alle povertà, etc. etc. Dovrebbe bastare unire questi punti e la proposta agli elettori sarebbe pronta da votare.

L’alternativa non consiste tanto nella contrapposizione delle classi dirigenti e delle candidature personali, ma nelle politiche socio-economiche diverse da quelle di destra e nel conseguente recupero di fiducia dalle classi sociali meno abbienti o comunque insoddisfatte. Ed è quanto manca al potenziale elettorato di sinistra per uscire dallo scetticismo, dall’astensionismo sterile e finanche dall’illusionismo destrorso.

Sono anch’io collocabile in questo scomodo parterre, vedovo di una sinistra credibile, in attesa di un matrimonio se non d’amore almeno di interesse.

Il PD e il M5S sono estremamente carenti su questo piano, fanno opposizione in modo strumentale e polemico alla destra, ma in realtà si fanno paradossale vicendevole opposizione. Le uniche due eccezioni ideologiche alla politica pragmatica di una sinistra credibile sono l’antifascismo e il pacifismo. Il primo non è roba vecchia ma modernissima e fondamentalissima. Il secondo non è roba da sognatori, ma da politici a mondo tutto tondo.

Resto in attesa delle regole socio-economiche costituenti una verace politica di sinistra e delle suddette eccezioni alle regole. Diversamente la prova d’esame rischia di diventare strutturalmente e costantemente rinviabile alla prossima sessione.

 

L’inopinata invasione di campo ursuliana

Mario Draghi ed Enrico Letta, due ex premier italiani, sono stati incaricati dalla presidente uscente della Commissione europea Ursula von der Leyen di “servire” l’Europa. Il primo con una proposta su come rendere competitiva l’Europa nel nuovo ordine, o forse disordine, mondiale. Le anticipazioni sono state tanto prevedibili – per chi ascolta e legge l’ex presidente della Bce al di là e oltre l’incarico a palazzo Chigi – quando choccanti: “Proporrò cambi radicali per avere un’Unione europea adatta al mondo di oggi e soprattutto domani. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e autonomi, su una Difesa Ue integrata e su una posizione di leadership”. Un appello che dovrebbe far riflettere: “L’Europa agisca unita, non c’è più tempo da perdere”. Draghi divide, non per quello che dice ma per quello che potrebbe andare a fare a Bruxelles, alla guida della Commissione o, meglio ancora, del Consiglio. “Draghi? Anche no – ha detto ieri Salvini spazzando via ogni ipotesi. “La Lega ha già fatto i suoi sacrifici con Draghi e l’abbiamo anche scontata. Poi non so cosa voglia fare, però abbiamo già dato”.

Letta, siccome fa meno paura perché meno ingombrante – viene commentato in Italia solo da Pd e dintorni. Eppure, anche la sua ricetta per potenziare il mercato unico europeo è necessaria all’Europa che nascerà dal voto del 9 giugno. Tanto che a Bruxelles i 27 ne hanno discusso ieri ben più del previsto, fino a pomeriggio inoltrato, in cerca di una sintesi. Di un compromesso. Il famoso numero 3. Von der Leyen ha promesso: “Le relazioni di Draghi e Letta ispireranno le linee guida del prossimo mandato”. Meloni ha esaltato il fatto che entrambi dicono che l’Europa “va cambiata”. Come se fosse una novità o il programma di una parte e non dell’altra. La premier ha elogiato il lavoro di Letta perché “ci sono spunti molto interessanti, che coincidono con l’azione di governo” ma un veloce fact-checking dimostrerebbe in fretta il contrario. “Siamo contenti che si parli di un italiano per ruoli di vertice. Ma parlare ora di Draghi è pura filosofia” ha tagliato corto. Se ne parla, e non da oggi, nei vertici e nei bilaterali europei, vietato farlo in Italia. Perché divide, perché parte il tifo da stadio. Soliti inutili giochi delle coppie. Che rifiutano il buon senso del numero 3. (da “Il Riformista” – Claudia Fusani)

Invece di essere non dico onorati ma almeno interessati, le forze (meglio dire le debolezze) politiche italiane fanno orecchie da mercante a chi tira in ballo due personaggi come Mario Draghi ed Enrico Letta. Non ho idea dove voglia parare Ursula von der Leyen, chiamando in causa Draghi e Letta: non so se voglia neutralizzarne prematuramente le eventuali velleità oppure collocarli nel suo pensatoio in vista di una riconferma alla guida della Commissione europea. Fatto sta che “nemo propheta in patria”. Draghi è stato a suo tempo giubilato dai partiti italiani in quanto temevano che potesse rovinare il loro già pessimo incipit politico. Letta era stato chiamato dal Partito Democratico non si è mai capito bene il perché, forse per coprire gli altarini con il suo innegabile prestigio: operazione fallita.

Sono entrambi due panchinari di lusso, soprattutto Draghi. Ursula ha detto loro di svestire la tuta e di iniziare a scaldarsi? È bastato per impensierire la destra e la sinistra: per cortesia non disturbiamo i manovratori. Giorgia Meloni vuol consolidare il suo protagonismo internazionale e non vuole certo fra i piedi un personaggio come Draghi. Salvini deve salvare la faccia e magari teme che Giorgetti possa ricominciare a sentire le sirene draghiane. I democratici si arrovellano nel dualismo PD-Cinque stelle: Draghi e Letta metterebbero a nudo la loro inconsistenza leaderistica e programmatica. Su tutti incombe la questione morale e guai se dovesse spuntare qualche personaggio in grado di voltare pagina.

Probabilmente qualcuno avrà telefonato alla Von Der Leyen dicendo: “Ma cosa ti sta frullando nel cervello? Lascia perdere e soprattutto lasciaci in pace!  Ne parleremo dopo le elezioni, adesso per cortesia non romperci i coglioni. Lascia che gli italiani votino sulle nostre bagatelle che con l’Europa c’entrano come i cavoli a merenda; non scompigliare le carte in tavola”. A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre.

 

In do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär

Ritengo che il miglior modo per celebrare la festa della Liberazione dal nazi-fascismo sia quello di inserirla nel clima politico odierno: una sorta di contestualizzazione rovesciata.

Resistenza (nel cuore e nel cervello) e Costituzione (alla mano), impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre)

in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

E in effetti parecchi sintomi di ritorno politico ad uno sconvolgente passato si colgono al volo, basta aprire occhi e orecchie. Ultimo e probabilmente non ultimo, la censura da parte della Rai del monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile, che lo scrittore avrebbe dovuto leggere durante la trasmissione «Che sarà» su Rai3 alla vigilia della Liberazione. Lo riporto di seguito integralmente.

 

“Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sotto-casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.

In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.

Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?

Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).

Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.”