Un irresponsabile tuffo dal Trumpolino

Il verdetto era atteso, adesso è anche ufficiale. Donald Trump è eleggibile alle primarie repubblicane in Colorado e così la sua corsa per diventare il candidato del Grand Old Party che sfiderà Joe Biden alle prossime Presidenziali sembra non avere altri ostacoli davanti. Mentre il tycoon continua a inanellare successi, interrotti solo dalla vittoria di Nikki Haley a Washington DC, le speranze dell’ex rappresentante permanente all’Onu di sconfiggerlo anche grazie alle sentenze dei giudici svaniscono di colpo. “Una grande vittoria per l’America”, ha esultato The Donald.

A mettere fine al dibattito è stata la Corte Suprema federale che, dopo il ricorso dell’ex presidente contro la sentenza del tribunale del Colorado, uno degli Stati che lo aveva considerato ineleggibile, ha deciso di ribaltare la decisione. Non era legittima, quindi, quella della corte statale di escluderlo dalla corsa alle primarie repubblicane per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill sulla base del 14esimo emendamento che vieta le cariche pubbliche ai funzionari coinvolti in insurrezioni contro la costituzione. La sentenza, adesso, farà da precedente anche per tutti gli altri ricorsi pendenti negli altri Stati. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Se questa è la democrazia americana, spero ci possa essere qualcosa di meglio in giro per il mondo, anche se non ci spererei troppo.  Siamo infatti in presenza di una sentenza politica emessa da una corte politicizzata. La giustizia negli Usa è molto politica-dipendente e quindi si intromette in modo smaccato nelle vicende politiche. Teniamoci ben stretta la nostra autonomia della magistratura: i giudici italiani avranno tanti difetti, ma non sono asserviti al potere politico.

Non so cosa avrebbe dovuto combinare Trump per essere ineleggibile più di quanto non abbia già combinato. Forse doveva ammazzare Biden e allora… A questo punto la palla è in mano agli americani, chi li capisce è bravo. Qualcuno reagisce dicendo che si arrangeranno. Nossignori, ci arrangeremo tutti, in primis noi italiani, cittadini di uno Stato storicamente e rigidamente allineato con gli Usa.

Dalle elezioni americane dei prossimi mesi non arriveranno solo schizzi, ma autentici diluvi. Faccio fatica ad immaginare cosa comporterà in tutto il mondo una nuova presidenza Trump: certamente una chiusura sovranista in un mondo che avrebbe bisogno di collaborazione e solidarietà fra gli Stati; un reflusso autoritario in un mondo che dovrebbe riscoprire il bello della democrazia.

Fino a qualche tempo fa osservando certe manifestazioni esteriori della società americana, pur con parecchie perplessità, finivo con l’esprimere un giudizio frettoloso ma speranzoso: sono americani, ma in fin dei conti sono democratici. Non mi sento più di rilasciare questa cambiale (quasi) in bianco. Negli Usa spira un vento anti-democratico di cui il miglior interprete è sicuramente Donald Trump.

Non è che Joe Biden brilli di democrazia anche se quattro anni or sono aveva dato qualche timida speranza: una grande delusione! E il partito democratico non riesce a trovare un candidato migliore, rischiando il disastro. Il giornalista Federico Rampini, grande esperto di cose americane, sintetizza brutalmente l’attuale corsa alla Casa Bianca come lo scontro fra un deficiente e un delinquente. Non c’è bisogno di spiegare chi sia l’uno e chi sia l’altro. Capisco il significato ed il realismo di questa iperbolica rappresentazione e mi permetto di aggiungere come gli americani stiano a guardare o addirittura arrivino a schierarsi follemente per l’uno e/o a deridere masochisticamente l’altro. Sembra un po’ la scena che mio padre descriveva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Non riesco a collocarmi cinicamente a metà strada fra i due contendenti. Nonostante tutto mi turerò il naso a distanza e farò il tifo al ribasso per Biden, ma solo perché putost che Trump (niént äd bón pighè in t’na cärta spòrca) è mej Biden (putost = “da lu a niént da sén’na…”).

Ci sono due passaggi elettorali che dal punto di vista dei rapporti internazionali ci interessano e ci coinvolgono: le elezioni del Parlamento europeo e le elezioni presidenziali americane. Quale Europa uscirà dalle urne? Molto probabilmente un’Europa nel segno della penosa continuità se non addirittura della sconvolgente novità (le destre, sull’esempio italiano, potrebbero sbancare o quanto meno entrare prepotentemente in gioco). Molto probabilmente gli Usa riveduti e scorretti in disgustosa salsa trumpiana.

E noi stiamo ad interrogarci come se la caverà Giorgia Meloni in questi scenari tanto problematici. Niente paura! Tutto sommato rischia di essere vincente su tutti due i banchi: l’Europa spostata a destra la vedrebbe protagonista non certo secondaria; gli Usa in mano a Trump la vedrebbero allineata e coperta. E, se per caso non ci fossero cambiamenti importanti, avrebbe in ogni modo un opportunistico posizionamento. E noi italiani? Chi è causa del suo mal pianga se stesso! Mio padre diceva pianga me stesso. Era uno strafalcione voluto, significativo e finanche profetico.

 

 

Un presidente nobile e una presidentessa miserabile

Mattarella: “Il presidente non è un re. Promulgare le leggi non vuol dire condividerle”. Il Capo dello Stato interviene anche per difendere la libertà di stampa. E fa intendere che è inutile tirarlo per la giacca appena un decreto approda al Colle (dal quotidiano “La Stampa” – Ugo Magri)

Ho l’impressione (da diverso tempo per la verità) che Sergio Mattarella sia costretto a fare da controcanto a Giorgia Meloni o, per meglio dire, al capo del governo in carica. Non passa giorno infatti che, di fronte alle governative sgrammaticature verbali e fattuali, il Presidente della Repubblica intervenga in difesa dello spirito e delle concrete disposizioni costituzionali nonché per precisare portata e limiti dei poteri istituzionali suoi e del governo.

Bisogna ammettere che la voce di Mattarella è l’unica veramente autorevole e credibile che possa contrastare lealmente il tendenziale strapotere governativo impersonificato da Giorgia Meloni. Gli attuali governanti lo hanno capito e cercano in tutti i modi di depotenziarlo e/o di disturbarlo e/o di screditarlo.

Il progetto di legge finalizzato all’introduzione del premierato mira sostanzialmente a spostare rilevanti poteri dal Capo dello Stato (rappresentante dell’unità nazionale ed eletto dal Parlamento) al capo del Governo (eletto direttamente dal popolo ma che, attuale Costituzione alla mano, non dovrebbe rappresentare l’unità nazionale bensì la massima autorità del potere esecutivo). Questo basilare concetto è stato autorevolmente esposto dal professor Tommaso Montanari, saggista e rettore dell’Università per stranieri di Siena.

Siccome questa riforma costituzionale molto probabilmente finirà nel cestino referendario (tanto rumore per nulla), ecco le pretestuose scaramucce tra palazzo Chigi e Quirinale giocate in punta di fioretto (?) che urtano la sensibilità dei cittadini e cominciano a disturbare anche lo stesso Mattarella costretto a precisare, a chiarire, a mettere i puntini sulle i.

A nulla valgono le rituali smentite meloniane – tirare il sasso e nascondere la mano è un giochino vecchio come il cucco -, che assomigliano alle infantili scuse di chi viene colto con le dita nella marmellata costituzionale. Negare l’evidenza è un sistema che non regge in democrazia, a meno che non si creda di vivere in una subdola e strisciante autocrazia.

Alle volgari stilettate di Palazzo Chigi fanno riscontro le garbate e contenute risposte del Quirinale, emergenti dalle parole, dalla correttezza, dall’intelligenza, dalla coerenza, dalla vita intera di Sergio Mattarella.

Prendiamo solo l’episodio più eclatante. Il presidente della Repubblica, stando alle sgangherate esternazioni del capo del governo, non avrebbe la dovuta considerazione per la funzione delle forze dell’ordine. Detta ad un uomo, che ha vissuto il dramma degli attacchi mafiosi fino alla morte del fratello, suona come una autentica blasfemia istituzionale. Il tutto perché ha osato ricordare che usare il manganello contro dei ragazzini non è il miglior modo per dialogare con le giovani generazioni.

E non finisce lì. Ogni giorno spunta un nuovo subdolo e penoso impeachment nei confronti di Mattarella, che dimostra fin troppa pazienza nelle sue reazioni. Sappia Giorgia Meloni che questa tattica non giova a nessuno. Mattarella non è un re anche se il suo tono può essere considerato regale. Meloni non è una regina e il suo tono assomiglia a quello di una romanesca pescivendola in libera uscita. Se proprio dobbiamo trasformare la repubblica in monarchia dovrei augurare lunga vita al re senza una simile regina fra i piedi.

 

Le torbide manovre degli spioni e le code di paglia degli spiati

Non è e non sarà una semplice indagine giudiziaria, tra l’altro con molti dei confini ancora da definire. Ma l’inchiesta di Perugia sul monitoraggio abusivo degli archivi informatici riservati di centinaia di persone – tra cui politici e vip – è destinato a diventare un caso di scontro politico. Non solo perché tra gli 800 accessi abusivi che, secondo la procura di capoluogo umbro, il finanziere Pasquale Striano in servizio alla Procura nazionale Antimafia ha eseguito nelle banche dati, compaiono molti politici o persone vicine al centrodestra.

Ma anche e soprattutto per il sempreverde dibattito sul confine della sfera della privacy (anche in ambito fiscale) anche quando si è un personaggio pubblico e sul diritto di cronaca. Perché infatti non è ancora del tutto chiaro perché il finanziere Striano abbia fatto centinaia di accessi abusivi (in alcune giornate anche più di 40), anche se per ora pare non siano stati creati veri e propri dossier. In alcuni casi sono state destinate – ritengono i magistrati – ad attività giornalistiche (tra i 15 indagati ci sono anche tre giornalisti del quotidiano “Il Domani”) e in altri per scopi non ancora chiari. Dagli accertamenti – l’indagine è ancora agli inizi – è intanto emerso però che Striano non ha ricevuto denaro a fronte dei presunti accessi illeciti alla banca dati. (dal quotidiano “Avvenire” – Alessia Guerrieri)

Abbiamo anche l’emergenza spie. Non ci facciamo proprio mancare niente. Che in Italia (non so all’estero) ci sia un sistema spionistico piuttosto allegro, diciamo pure all’italiana, è abbastanza noto e preoccupante. Nel caso in questione non ci si capisce dentro niente: perché sono state fatte queste incursioni nei sistemi informatici, da chi sono state decise ed eseguite, a quali banche dati si è fatto riferimento, quali sono stati i rapporti tra spie e stampa, quali e quanti di questi dati “rubati” sono venuti in possesso della magistratura etc. etc.

La domanda di fondo è se questo episodio dimostri o meno gravi falle nel sistema o sia semplicemente un caso di parziale e limitato impazzimento. Staremo a vedere in mezzo alla confusione che inevitabilmente si sta creando.

È indubbiamente inquietante il rischio che informazioni riservate vengano propalate per fini a dir poco opachi. Mi sembra che il sistema sia compreso fra due fuochi: da una parte le spie che approfittano per motivi inconfessabili delle informazioni a loro più o meno legittimamente accessibili; dall’altra i personaggi spiati appartenenti soprattutto al mondo politico (ma non solo), spaventati e con le loro code di paglia.

Non è bello avere sul capo la cappa spionistica, ma è pur vero che “male non fare, paura non avere…”. Sono molte le galline che cantano e danno l’impressione di avere fatto l’uovo.

Le spie ci sono sempre state, sono persone vomitevoli, forse le peggiori in assoluto. Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto.

A destra si grida sconclusionatamente al complotto, a sinistra si difende, a spada un po’ troppo tratta, la libertà di stampa. La politica c’entra sempre, in questo caso soprattutto per la strumentalizzazione vittimistica che si sta facendo del caso. Di personaggi chiacchierati nel governo ce ne possono essere. Lasciamo al Capo dello Stato la verifica preventiva, al Parlamento la fiducia possibilmente non faziosa, alla Magistratura l’indagine su eventuali reati, alla stampa la valutazione dell’interesse pubblico all’informazione prevalente o meno sul diritto alla privacy, al Governo stesso la vigilanza sui servizi segreti ed il loro problematico ambaradan senza pretendere che diventino pubblici.

Su tutto comunque, e fortunatamente, incombe il dettato costituzionale, che all’articolo 54 recita:

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Il primo comma è scritto anche per chi opera nei servizi segreti e per chi ha a che fare con informazioni riservate in qualsiasi modo e livello. Per evitare che diventino degli “spioni”.

Il secondo comma calza a pennello per chi è impegnato in politica e in funzioni pubbliche. In una parola per i potenziali “spiati” affinché sappiano regolarsi.

 

 

 

La resistenza a Putin si fa anche con le idee

Fiori e slogan ai funerali di Navalny, la folla urla: “Russia libera!” e Putin assassino!”. La folla circonda la chiesa e urla “Navalny! Navalny!”.  Tutti intorno alla chiesa dell’icona della Madre di Dio a Mosca, dove si sono svolti i funerali di Alexei Navalny. Presenti almeno 2-3 mila persone che hanno atteso fuori e nelle strade circostanti poiché l’ingresso in chiesa è stato consentito solo a poche persone, oltre ai familiari. Urlati slogan contro Putin. Alcune persone hanno lanciato fiori verso la bara al momento dell’uscita dalla chiesa dopo il funerale, mentre la folla intonava slogan come “la Russia sarà libera”. La folla ha poi seguito la bara al cimitero, che le autorità hanno disposto fosse uno diverso da quello richiesto dalla famiglia e distante circa mezz’ora a piedi. (dal quotidiano “La Repubblica”)

In una puntata del programma televisivo “otto e mezzo” su La 7, andata in onda nel marzo del 2022, è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro l’aggressione russa all’Ucraina (una posizione contro-corrente rispetto alle storiche compromissioni ortodosse col potere sovietico prima e russo oggi. “Brutta gente” sentenziava mia sorella…). Lilly Gruber al termine del suo intervento gli ha chiesto quali fossero le sue speranze. Lui ha risposto con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel. Il discorso di questo autorevole e per certi versi profetico sacerdote ortodosso lasciava chiaramente intendere come in Russia l’area del dissenso a livello culturale e politico fosse estremamente debole al limite della irrilevanza.

Ho continuato in questo periodo a osservare, da lontano e con gli occhi purtroppo offuscati dalla propaganda russa, la situazione, per scrutare se emergesse qualche spiraglio nella contrarietà a questa autocrazia sanguinaria, feroce e mafiosa. Mi è parso che l’opposizione sia purtroppo inconsistente e/o mediaticamente ovattata e/o brutalmente repressa. È indubbiamente difficile valutarne la presenza quando essa viene costretta alla clandestinità con misure di vera e propria persecuzione.

La morte di Navalny e i suoi funerali hanno probabilmente spinto le voci contrarie a farsi coraggiosamente sentire. L’omicidio di questo esponente dell’opposizione e i tentativi maldestri di occultare la verità stanno a dimostrare una certa qual debolezza del regime. Non so se possa costituire la preparazione o addirittura l’inizio di una riscossa, ma qualcosa di nuovo sta succedendo. Il sangue dei martiri mette sempre in difficoltà i detentori del potere oppressivo e spesso costituisce una sorta di scintilla da cui può scoppiare un vero e proprio incendio libertario e democratico. Speriamo sia così.

Come può l’Occidente favorire questo latente movimento contrario al regime? Ospitare la battaglia della moglie di Navalny è cosa buona e giusta, ma occorre certamente molto di più. Gl Usa e i Paesi Nato sono tutti presi dalla necessità di armare l’Ucraina per farne un avamposto di resistenza rispetto ai pericoli derivanti dall’estrema aggressività di Putin. Lo strumento delle sanzioni economico-finanziarie si è rivelato poco efficace se non addirittura controproducente. La strada diplomatica è stata poco battuta anche se sarebbe, nonostante le obiettive difficoltà, l’unica da perseguire convintamente, pazientemente ed operosamente. Rimarrebbe il discorso dell’appoggio alla resistenza interna alla Russia: discorso molto delicato e difficile, ma da non scartare. I pubblici poteri e le opinioni pubbliche occidentali possono e devono aiutare, senza presunzione di avere la verità democratica in tasca, coloro che in patria vogliono combattere questo regime.

Resto dell’idea che Putin vada stretto in una formidabile morsa diplomatica e politica più che continuare a puntare sulla guerra e sulle minacce, che fanno il suo insensato gioco, vale a dire quello del “muoia Putin con tutti i Russi, gli Ucraini e chi più ne ha più ne metta”.

 

 

Dall’amico Orban ci salvi Salis

“È sorprendente che l’Italia cerchi di interferire in un caso giudiziario ungherese”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó riferendosi al caso Salis, come si legge sull’account Twitter del portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs.

“Questa signora, presentata come una martire in Italia, è venuta in Ungheria con un piano chiaro per attaccare persone innocenti per le strade come parte di un’organizzazione di sinistra radicale.

Spero sinceramente che questa signora riceva la meritata punizione in Ungheria”, ha aggiunto Szijjártó che oggi a Roma ha incontrato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. (agenzia Ansa.it)

Il ministro ungherese trova sorprendente l’interferenza italiana, io trovo sorprendente il suo piglio anti-democratico oltre che la sua mancanza assoluta di diplomazia. Non voglio esagerare e generalizzare, ma questi Paesi post-comunisti si portano dietro un concetto di democrazia e libertà incompatibile col nostro e questo fatto mi conferma ancora una volta nella mia idea sulla eccessiva sbrigatività con cui furono accettati nell’Unione europea.

Non sono i giorni migliori per Giorgia Meloni. Dopo la batosta elettorale in Sardegna, deve fare i conti con certi suoi alleati piuttosto scomodi a livello europeo. Probabilmente Ilaria Salis sta diventando una spina nel fianco del suo governo: basta poco per mettere in crisi certe opportunistiche e strumentali alleanze.

Non so cosa effettivamente abbia combinato la Salis in Ungheria, ho intuito che abbia partecipato a proteste contro certi gruppi di estrema destra, finendo magari con l’aggredire o essere coinvolta nell’aggressione a militanti neonazisti (almeno questo è il capo d’accusa ufficiale). Non mi sembra una martire, ma una persona i cui diritti fondamentali sono stati clamorosamente calpestati e non credo sia una estremista di sinistra che si diverte a colpire cittadini ungheresi a vanvera. La storia degli opposti estremismi la conosciamo bene, non ce la deve insegnare il ministro degli esteri ungherese, che l’ha applicata prima ancora di conoscere le sentenze dei magistrati: è sempre stata la scusa per coprire la triste realtà del risorgente nazifascismo. Si dice infatti: sono condannabili gli estremisti di destra, ma anche quelli di sinistra non sono da meno. Il signor Szijjártó ha addirittura trasformato i simpatizzanti nazifascisti in persone innocenti che girano per le strade di Budapest.

Non mi vado di certo a impegolare in disquisizioni giuridiche, preferisco rimanere al significato politico della vicenda, rischiando magari di essere un “tantino” semplicista, manicheo, demagogico, fantasioso e provocatorio: non penso sia eticamente e politicamente riprovevole venire alle mani con dei neonazisti, è l’unico linguaggio che possono capire. Della serie “quanno ce vò ce vò”. In dialetto parmigiano, quando si osservano le sacrosante botte date a chi se le merita tutte, si dice: “Maledètta colà c’lé andäda par téra”.

Ilaria Salis poteva essere più prudente? Certo che sì, ma posso capirla nel suo giusto furore contro certi personaggi. Un tempo si gridava “fascisti carogne tornate nelle fogne”. Ilaria ha adattato in terra straniera lo slogan: “Neonazisti carogne tornate nelle fogne”.

E il ministro ungherese si preoccupa di punirla, perché ha osato alzare le mani su delinquenti politici (tali sono a mio giudizio quanti si schierano e militano a servizio dell’ideologia nazifascista)?  Meriterebbe almeno la concessione delle attenuanti della provocazione se non addirittura della legittima difesa. Il giustizialista Péter Szijjártó si vada a nascondere assieme al suo capo Orban con l’amica Giorgia.

I ministri Tajani e Nordio temono che intervenire in favore di Ilaria Salis sembri un’ingerenza nella gestione della giustizia in Ungheria oppure temono di disturbare un equivoco alleato del governo italiano? Si ha paura di creare un incidente diplomatico? Ma mi facciano il piacere… Facciano sentire a Orban e c. l’odore del cuoio, come si dice in gergo calcistico per giustificare il gioco pesante.

Chiedano la liberazione o almeno il trattamento umano e garantista per la nostra connazionale in modo fermo e intelligente, non lasciandosi impressionare da certe affermazioni aggressive che dimostrano tutta la natura “democraturale” del governo ungherese, capace di mettersi i diritti sotto i piedi.  Non è forse vero che il Parlamento europeo ha condannato gli sforzi deliberati, continui e sistematici del governo ungherese per minare i valori fondanti dell’UE? E allora non stiamo a sottilizzare per paura di interferire. Sante interferenze!

 

 

 

Una gonfiata al giorno toglie Giorgia di torno

Dall’entourage di Giorgia Meloni tengono a far sapere che la premier non ce l’aveva affatto col presidente della Repubblica, l’altra sera a Tg2 Post, quando s’è scagliata contro le istituzioni che negano ai poliziotti solidarietà e sostegno. L’eco della smentita ha raggiunto il Colle, ma non è chiaro se lassù vi abbiano creduto o meno. Qualche segnale fa propendere per il no. Del resto Meloni nell’intervista era stata piuttosto esplicita. «Io penso», aveva scandito, «che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi oggi rischia la sua incolumità per garantire la nostra». Ancora: «Non si può parlare delle forze dell’ordine solo quando qualcosa non funziona perché in tutti gli altri casi, in cui vi sono stati 120 agenti di pubblica sicurezza finiti all’ospedale, magari anche con stipendi inadeguati, nessuno ha detto loro grazie». Dunque ai piani altissimi del Palazzo ci sarebbe chi non prova alcuna riconoscenza, anzi tenta di fare il vuoto intorno alla Polizia. E visto che due giorni prima il presidente aveva condannato senza attenuanti l’uso dei manganelli nei confronti degli studenti, a chi poteva riferirsi la premier se non a lui?

(…)

Se si raccolgono gli umori dei Fratelli d’Italia e nella maggioranza parlamentare, sono in molti quelli che privatamente si sfogano contro Mattarella e lo accusano di avere esposto la Celere a possibili violenze di piazza. Anche questo rumore di fondo è stato captato dalle antenne del Colle. Meloni non è certo impermeabile a queste opinioni, e sono in molti a indicare la polemica contro la polizia come intempestiva, visto che il giorno seguente, la domenica, si svolgevano le elezioni in Sardegna, finite male per Fratelli d’Italia. A pesare sui rapporti meno fluidi con il Quirinale, però, nonostante gli sforzi di alcuni ministri, c’è anche la perdita di centralità a Palazzo Chigi dell’uomo che più di tutti curava le relazioni con il Colle: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

Definire Mattarella irritato non ne rispecchia lo stato d’animo. Chi frequenta quelle stanze lo descrive semmai «tranquillo e sereno». Ma più degli umori presidenziali è rilevante capire se, dopo l’attacco (per quanto smentito) della premier l’uomo del Colle si lascerà intimorire e in futuro, per evitare tensioni con il governo, sarà più cauto nell’esercitare il proprio ruolo di Garante. Chi meglio conosce il suo personaggio lo esclude categoricamente. In fondo, è l’argomento usato, Mattarella ci ha fatto l’abitudine, non è un pivello. Nei suoi nove anni da presidente più volte ha avuto a che fare con chi, “unto” dal popolo sovrano, s’è mostrato insofferente alle regole che a lui spetta far rispettare. Addirittura Luigi Di Maio e Giorgia Meloni chiesero nei suoi confronti l’impeachment allorché rifiutò la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. Ecco perché la previsione, dalle sue parti, è che Mattarella non cambierà rotta. E tornasse indietro, ridirebbe tutto quanto ha detto sull’errore di prendere a manganellate i ragazzi che manifestano liberamente. (dal quotidiano “La stampa” – Ugo Magri, Francesco Olivo)

Parto dalle ricostruzioni firmate da un quirinalista molto autorevole come Ugo Magri, che, fra l’altro, ho avuto il piacere di conoscere e nella cui attendibilità confido. Mi sembra che il suo pezzo, condiviso col collega Francesco Olivo della redazione Esteri-Economia, fotografi perfettamente la delicata situazione venutasi a creare nei rapporti tra i due palazzi istituzionalmente più rilevanti. Mi permetto soltanto di aggiungere un po’ di sale sulla coda della premier.

Che Giorgia Meloni si sia montata la testa è realtà sotto gli occhi di tutti. Deve però stare ben attenta, perché forse sta superando il limite di guardia sia a livello istituzionale che a livello mediatico. Andare contro Sergio Mattarella è una gara dura.

Se puntano a devitalizzarlo con la riforma del premierato o del presidenzialismo, dovranno fare i conti con un referendum dall’esito quasi segnato: il popolo italiano è allergico alle riforme costituzionali perché ci sente puzza di bruciato. Figuriamoci se ci fosse di mezzo Mattarella il cui gradimento popolare è sempre e comunque alle stelle. Se pensano di logorarlo trascinandolo in uno strisciante conflitto istituzionale, si sbagliano di grosso, perché Mattarella sta dimostrando di avere nervi d’acciaio e non si fa di certo impressionare da una dilettante allo sbaraglio. Se vogliono metterlo in difficoltà creando dei continui cortocircuiti istituzionali, sappiano che il Presidente della Repubblica è il garante della Costituzione ed usa questo invincibile strumento. Se intendono portare lo scontro politico fin dentro il Quirinale, dovrebbero sapere che Mattarella conosce la politica molto bene, certamente più della signora Cocomeri, dei suoi penosi leccapiedi e dei suoi insulsi pretoriani più o meno prezzolati.

Se si illudono di scalfire il consenso popolare di cui gode Mattarella, creandogli una sorta di contraltare mediatico, allestendo un ring su cui combatterebbero i due presidenti, quello del Consiglio e quello della Repubblica, con tanto di tifoserie al seguito, dovrebbero rendersi conto che contro il Capo dello Stato, così com’è configurato dalla Costituzione, ragion non vale.

Un giorno una rana vide in un prato un bue e, toccata dall’invidia per una così grande mole, gonfiò la sua pelle rugosa. Domandò poi ai suoi figli se non fosse più grossa del bue. Quelli risposero in coro: “Noooo”. Di nuovo, con uno sforzo maggiore, tese la pelle e chiese di nuovo chi dei due fosse più grosso. I figlioletti risposero: “Il bueeee”. Infine, mentre provò a gonfiarsi ancora di più, inspirò moltissima aria finché… BOOOOOM!

Probabilmente c’è una variante da introdurre alla favoletta di Fedro. I figli della rana potrebbero rispondere: “No, ma…”. E allora i tentativi di gonfiarsi andrebbero magari per le lunghe, ma l’esito finale sarebbe comunque ancor più devastante: l’esplosione potrebbe avere un effetto a catena fino a spazzare via tutto l’ambaradan di centro-destra.

Perché chi troppo vuole, anche in politica, nulla stringe e aggiungo…come tutto il mal degli attacchi subdoli a Mattarella non venga per nuocere.

 

 

 

 

Un robot agli Interni

Ho ascoltato con molta attenzione e riletto con altrettanta cura l’intervento alle Camere del ministro Matteo Piantedosi in ordine ai fatti di Pisa vale a dire riguardo all’intervento delle forze dell’ordine durante una manifestazione studentesca sbrigativamente definita pro-Palestina (quasi a volerla sminuire, retrocedendola in partenza a pretestuoso casino piazzaiolo).

Il tono di questa informativa era squisitamente burocratico e non coglieva la sostanza della questione: sono sinceramente stanco di questi ministri con poco cervello tecnico e niente cuore politico. Alla fine sembrava che non fosse successo niente di strano e pensare che le immagini di quell’evento hanno fatto il giro del mondo ed hanno costretto il Capo dello Stato ad intervenire magistralmente per mettere un po’ di cuore nell’ordine pubblico e chiarire come la “pace dei manganelli” non si addica ai rapporti fra Stato e giovani in “sofferto sfogo” politico.

Il ministro dovrebbe spiegare come si fa ad essere d’accordo con Mattarella e non dire nemmeno una parola di attenzione, dialogo e confronto civile verso i giovani che esercitano il loro sacrosanto diritto di protestare. C’è in ballo un concetto a dir poco parziale di ordine pubblico, che non tiene conto del dissenso e del come rispettarlo e contenerlo in limiti democraticamente accettabili e che si limita ad esorcizzarlo in un clima di caccia alle streghe e a reprimerlo in modo burocraticamente violento.

D’altra parte questo governo come prima sua uscita pubblica manganellò gli studenti all’Università La Sapienza di Roma dove alcuni appartenenti ai collettivi studenteschi avevano inscenato una protesta contro il convegno, organizzato da Azione Universitaria (sigla degli studenti di destra) dove erano attesi, tra gli altri, esponenti di Fratelli d’Italia (il deputato Fabio Roscani) e il giornalista Daniele Capezzone. “Fuori i fascisti dalla Sapienza”, lo striscione esposto da alcuni manifestati che volevano accedere all’evento ma sono stati contenuti dalle forze dell’ordine con cariche di alleggerimento. 

“Consideriamo inaccettabile la reazione della polizia”, scrisse allora la Flc Cgil. “I giovani protestavano pacificamente contro una conferenza sul ‘capitalismo buono’. Non tolleriamo mai che il dissenso venga represso con la violenza, e che questo avvenga all’interno dei luoghi della formazione. Chiediamo l’immediato chiarimento dell’accaduto a tutte le istituzioni, in particolare chiamate a fare chiarezza su chi ha autorizzato questo intervento violento”. (da “Il fatto quotidiano” dell’epoca)

Il buon giorno si vede dal mattino! Siamo proprio sicuri che a Pisa non si potesse fare altro che caricare brutalmente i giovanissimi studenti? Non si poteva tenerli sotto controllo a distanza? Non si poteva chiedere preventivamente un urgente incontro con i promotori della manifestazione anche se era stata comunicata in tempi non regolamentari? Non si poteva fare niente? Ho i miei dubbi! Forse vivo poeticamente fuori dalla realtà, ma ritengo che prima di passare alle conclusioni valga la pena sempre e comunque ragionare con la mente e col cuore. Vale anche per i capi del governo, i ministri degli interni, i questori e i capi della polizia.

Oltre tutto questi giovani avevano buonissime ragioni per manifestare in ordine alla sempre più sproporzionata ed aggressiva azione israeliana contro i Palestinesi. Sì, perché bisogna anche tenere conto delle motivazioni delle proteste: un conto è creare casino intorno agli stadi, un conto è protestare contro la guerra. E, guarda caso, con gli ultras del calcio si usa il guanto di velluto, mentre con chi osa mettere in discussione certi equilibri internazionali funzionali alle guerre si adotta il pugno di ferro (addirittura risulta che certi Stati abbiano vietato le manifestazioni contro Israele e a favore della Palestina).

Centinaia di morti, una strage, una parte che accusa l’altra: Hamas che accusa Israele, Israele che accusa la calca, la ressa e che invoca la legittima difesa. Quello che è certo è che centinaia di persone sono morte e molte di più sono rimaste ferite mentre aspettavano la distribuzione di aiuti alimentari a Gaza City. Ci sono anche delle immagini riprese da un drone. Si vedono centinaia di persone che vanno verso il convoglio con gli aiuti e circondano i camion. (dal quotidiano “L’Unità”)

Chiedo scusa ai miei pochi ma buoni lettori: considerando la paradossale strage compiuta contro chi nella striscia di Gaza sta morendo di fame, ho rivisto alla moviola le manganellate di Pisa. Si ammazza chi cerca scompostamente un aiuto umanitario e si manganella chi “scompostamente” grida contro la guerra che affama la gente di Gaza. Due facce della stessa medaglia. Siccome mi sento addosso la responsabilità delle stragi, sempre più bestiali, in Palestina (ci rendiamo conto: i soldati Israeliani sparano contro Palestinesi in coda per un pezzo di pane), siccome respingo sdegnosamente la strumentale accusa di essere pro-Hamas (quella che ignobilmente appioppano ai giovani studenti di Pisa), siccome non accetto le manganellate che spesso puzzano di repressione anti-democratica e dovrebbero essere evitate con estrema cura e sensibilità, siccome sento tanta nostalgia per le manifestazioni di piazza in difesa dei diritti e della pace, contro le ingiustizie e le povertà, non posso che scrivere e gridare (se ne avrò la pubblica occasione) “scompostamente” la mia più forte indignazione etica, la più ferma opposizione politica e la incontenibile vergogna per chi ci sta (s)governando in modo sostanzialmente autoritario.

 

Un governo poliziesco spiazza la polizia

Eravamo alla fine degli anni sessanta del secolo scorso. Ero segretario di una sezione della Democrazia Cristiana intitolata al partigiano cattolico “Giuseppe Vignali”, aderivo alla corrente della sinistra Dc di “Forze Nuove”, la sinistra cattolica sindacal-aclista di Giulio Pastore e di Carlo Donat Cattin. Durante un dibattito osai parlare di disarmo della polizia nei conflitti di lavoro (c’era una proposta di legge al riguardo di cui era primo firmatario il parlamentare democristiano Armando Foschi). Si scatenò un autentico pandemonio, alcuni iscritti inveirono contro di me al grido di “i cannoni alla polizia”; iniziò per me un calvario che culminò nella mia defenestrazione da segretario. Forse ero troppo di sinistra in un partito di centro che, nonostante quanto avesse teorizzato Alcide De Gasperi, faticava a guardare a sinistra.

L’atteggiamento della politica verso l’operato delle forze di polizia è sempre stato un tema caldo: si oscilla tra l’acritico e fideistico riconoscimento del ruolo e il sospettoso scetticismo nei riguardi dei tutori dell’ordine pubblico. La questione è ancora oggi più aperta e politicizzata che mai. Non c’è posto per un’analisi seria di pregi e difetti, di meriti ed errori.

Certi interventi a dir poco eccessivi, come quello ai danni degli studenti di Pisa, fanno sorgere non pochi dubbi sulla gestione faziosa dell’ordine pubblico. Immancabilmente vi è chi insorge a difendere pregiudizialmente la polizia respingendo ogni e qualsiasi se e ma. Poi arriva puntualmente l’episodio, come quello della volante della polizia assaltata da autonomi di centri sociali e anarchici, per liberare un compagno, e scatta la “martirizzazione” con conseguente indulgenza plenaria per tutti i peccati commessi.

“Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle Istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra. Qualche ora fa ci sono stati 50 autonomi dei centri sociali che hanno assaltato una macchina della polizia a Torino per liberare un immigrato che doveva essere rimpatriato: quanti di quelli che in questi giorni hanno attaccato le forze dell’ordine in modo indiscriminato vogliono anche esprimere solidarietà a questi agenti?”. Così il presidente del Consiglio.

E chi ha tolto il sostegno delle Istituzioni alla polizia? Il Presidente della Repubblica perché “ha fatto presente al ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli, ma sulle capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni e che con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”?

E chi non ha il coraggio di esprimere solidarietà agli agenti assaltati? Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “ha chiamato il capo della polizia per essere informato di quanto avvenuto e per esprimere solidarietà agli agenti della pattuglia aggredita a Torino, ribadendo fiducia e vicinanza” nei confronti delle forze dell’ordine: lo fa sapere il Quirinale.

Giorgia Meloni è pertanto servita. È lei che purtroppo non ha il coraggio di ammettere gli errori della polizia e del suo governo. Forse ha ragione, perché, se lo facesse, canterebbe un quotidiano ritornello contro la sua governativa armata Brancaleone.

Torno alla questione di fondo riguardante i comportamenti della polizia, che automaticamente, se vengono condizionati dall’aria che tira a livello governativo, rischiano di diventare faziosi e in odore di regime. Si può pertanto criticare le forze dell’ordine proprio perché se ne rispetta il ruolo e se ne apprezza la funzione.

In questa società, soprattutto dopo che al governo siede la destra, non si può ragionare: prendere o lasciare, a favore o contro, con me o contro di me, vale chi vince le elezioni e gli altri (che sono la maggioranza più o meno silente) si vergognino. In poche parole viene messo sostanzialmente in discussione il diritto al dissenso, aggirandolo persino con una populistica riforma costituzionale (premierato o repubblica presidenziale come dir si voglia).

Attenzione, perché questo modo di impostare la politica e il rapporto con i cittadini e le Istituzioni non può reggere e durare nel tempo, deve per forza di cose sfociare nello scontro fra autoritarismo, più o meno subdolo e strisciante, e resistenza, più o meno forte e attiva. La polizia si prepari…

 

 

L’autocompiaciuto Golia e i precari Davide

Esistono due luoghi comuni che si rincorrono nella storia della politica, atti a giustificare l’alternanza e la legittimazione nell’esercizio del potere della destra e della sinistra. Il primo risale alla banalità (?) della vita quotidiana famigliare: quando le cose vanno bene, tutto fa brodo e la destra serve a spartire i benefici, mentre la sinistra serve a imporre i sacrifici quando le cose vanno male. Il secondo, frutto di un concetto opportunistico della politica, riguarda la possibilità di conquistare il potere: la destra trova sempre il modo di compattarsi e di meglio raccogliere i consensi elettorali, mentre la sinistra trova sempre il modo di dividersi e di indispettire gli elettori perdendo in partenza una bella fetta di voti.

L’attuale fase politica sembra metterli entrambi in qualche discussione: le cose infatti in Italia non vanno per niente bene (povertà crescente, salari bloccati, lavoro assente o precario, sanità allo sbando, inflazione galoppante) eppure l’elettorato ha preferito affidarsi alla destra, che non gli impone sacrifici o meglio riserva i sacrifici ai poveri e manda assolti i ricchi; la destra si è presentata unita, ma sta litigando in continuazione al proprio interno, mentre la sinistra comincia a capire di fare muro contro la destra e di provare qualche intesa almeno a livello elettorale.

La recente consultazione elettorale in Sardegna è la timida riprova dello scombussolamento storico rispetto ai due suddetti luoghi comuni: i cittadini hanno preferito la candidata frutto della pur precaria unità a sinistra, credibile quale portatrice di speranza di cambiamento ed hanno bocciato la rissosa continuità della destra e la sua finta compattezza. La Sardegna ha preferito abbandonare le paradigmatiche illusioni di benessere offerte dalla destra e partendo dalla zeppa di problemi ha deciso di affidarsi a chi dà una pur pallida idea di saperli affrontare, si è lanciata nella scommessa di un pur rischioso bagno di concretezza e di competenza.

In Sardegna, anche se non ho il coraggio di sperarlo più di tanto, sono saltati gli schemi di potere della destra e gli schemi ideologici della sinistra. A una destra che ha guardato, fino all’inverosimile, all’ombelico della propria forza populista (il candidato è mio e lo gestisco io) ha fatto riscontro una sinistra che ha guardato verosimilmente alla propria debolezza popolare (il candidato è nostro e speriamo che se la cavi).

Davide ha sconfitto Golia? Sarebbe così bello che non oso nemmeno sperarlo. Giorgia Meloni si è improvvisamente destata dall’allucinogeno sonno del potere: i suoi amici (?) sotto-sotto ci stanno godendo anche se sembrano quei mariti che protestano e confabulano da sotto il letto; agli affezionati e prezzolati media è bastato poco per cominciare a dubitare della sua forza propulsiva; al popolo della destra-destra non rimane che rifugiarsi ancor più nelle nostalgie del passato; all’elettorato occasionale di destra sorge il dubbio atroce di avere commesso un errore (di avere usato troppo la brillantina Meloni).

Gli esponenti vari ed eventuali della sinistra si staranno preoccupando perché dovranno mettere insieme le loro fionde per tentare di abbattere le formidabili armi dell’avversario. Attenti a non fare, dopo la lunga dieta, un’indigestione unitaria a prescindere dai valori e dai problemi: di mancanza di senso tattico si finisce col morire, ma si può morire anche per eccesso di tatticismo. La prova non sta tanto nelle prossime elezioni regionali in Abruzzo, ma in quel che Alessandra Dotte riuscirà a fare. Per votare a destra basta poco, per votare a sinistra occorre molto. Ed ecco rispuntare dalla finestra i luoghi comuni che sembravano usciti dalla porta.

Prova di sala anti-democratica

È talmente goffa e clamorosa la sconfitta della destra alle elezioni regionali della Sardegna da insospettire gli osservatori più attenti e da bloccare sul nascere le illusioni della sinistra alle prese col suo campo largo. La vicenda ha tutto l’aspetto di una prova di forza interna alla destra (il centro non esiste in quella coalizione) per verificare la resistenza degli alleati rispetto allo spadroneggiamento della smisurata leadership meloniana.

Saremmo cioè in presenza del velleitario teorema del “qui comando io”. In matematica, si dice ipotesi nell’enunciazione di un teorema la proprietà che si suppone già vera e dalla quale, mediante la dimostrazione, si deducono altre proprietà che costituiscono la tesi. Nel nostro caso politico l’ipotesi sarebbe quella che Giorgia Meloni ha la stoffa del leader, ragion per cui a livello politico interno e internazionale si cercano altri elementi tali da legittimare la cosiddetta “capocrazia” meloniana.

La Sardegna è stata banco di prova di uno di questi elementi probatori, vale a dire la capacità di imporre candidature e di farle bere agli alleati e subire dagli elettori. La cosa non ha funzionato: gli alleati hanno chinato il capo obtorto collo, ma gli elettori evidentemente si sono ribellati e hanno risposto picche.

Quando si mette in scena un’opera lirica ci sono le prove: d’orchestra, di palcoscenico, di regia, d’assieme, ma prima ancora si fanno le prove di sala, al pianoforte coi cantanti che ripassano le loro parti sotto l’attenta supervisione del maestro concertatore. In Sardegna la maggioranza di governo ha tenuto una prova di sala ed è stata un autentico disastro. In teatro si cambierebbero in tutto o in parte gli interpreti, attualmente in politica al massimo si cambia un comprimario. Lo spettacolo è comunque andato in scena e il pubblico ha sonoramente fischiato. Magari scaricheranno le colpe sul sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, un candidato/comprimario che brillava di luce riflessa: era stato individuato da Giorgia Meloni e mandato allo sbaraglio per rompere i coglioni alla Lega che voleva ricandidare l’uscente Christian Solinas.  Non cambierà di certo il direttore d’orchestra e nemmeno cambieranno gli interpreti principali. Matteo Salvini continuerà a svolgere il ruolo di estemporaneo e inconcludente “trovarobe”, Antonio Tajani quello di comparsa di lusso.

Non mi interessa più di tanto l’eventuale piccola e masochistica vendetta leghista che tuttavia potrebbe aver avuto il suo peso sull’esito elettorale. Mi preme di più valutare se nel comportamento elettorale dei cittadini della Sardegna ci sia stato un rigurgito di sana e realistica presa di coscienza, che potrebbe rappresentare un messaggio per l’intero territorio nazionale.

Temo proprio di no. Propendo per un semplice incidente di percorso, per una sorta di momentanea indigestione di potere che si è sfogata nel vomito sardo: esperimento non riuscito, la prossima volta staremo più attenti, andremo più cauti, troveremo la quadra e tutto andrà a posto.

C’è stato indubbiamente un piccolo scricchiolio nel castello della destra al governo del Paese, ma non certo un terremoto tale da imporre una revisione sostanziale nella costruzione in atto. Dirò di più: potrebbe essere addirittura una sconfitta salutare per chi l’ha subita e negativa per chi ne ha usufruito.

Giorgia Meloni potrebbe tornare coi piedi per terra, rappacificarsi con gli alleati senza speculare troppo sulle loro debolezze, riprendere il feeling con gli elettori, somministrando loro un’ulteriore dose di qualunquismo, mentre invece il centro-sinistra potrebbe illudersi di avere risolto tatticamente le proprie debolezze strategiche.

Il popolo italiano non è né di destra né di sinistra, è soltanto allo sbando, si attacca alla prima ciambella di salvataggio che gli capita a tiro e prima di mollarla ci deve pensare due volte: la prima volta potrebbe essere quella della Sardegna, ma ne servono altre molto più convincenti e consistenti. Il mestiere della sinistra non è quello di fornire ciambelle o scialuppe di salvataggio, ma di insegnare a nuotare partendo da una piscina valoriale per poi affrontare il mare con una carta nautica fatta di diritti e doveri, la Carta Costituzionale!

Mi concedo un tuffo nel passato. Nel 2000 il governo D’Alema cadde dopo la sconfitta del centro-sinistra alle elezioni regionale, nel Veneto in particolare: altro mondo, altra sensibilità politica, altra situazione. Preferirei la debolezza politica di quei tempi alla prepotenza politica dei giorni nostri. Ma, come noto, io sono un nostalgico. Non faccio però saluti alla romana, ma mi permetto di rimpiangere il periodo in cui andare in crisi non era sintomo di mera debolezza, ma consapevolezza delle proprie responsabilità.