Le chiacchiere non fanno farina costituzionale

“Mi fanno ribrezzo le persone che speculano su vicende di questo tipo, ma so di essere in netta minoranza anche all’interno del centrodestra. Oggi ho visto le dichiarazioni di un ministro di Forza Italia che di fatto, scarica Toti, dimenticando la storia del fondatore del suo partito e la persecuzione che subì. Queste cose non riesco a capirle e non le sopporto più”.

Sono un atto di accusa le dichiarazioni rilasciate in un’intervista, pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa, dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto. Un atto d’accusa rivolto non all’opposizione, cosa che non sarebbe una notizia, ma all’interno della maggioranza di governo, o, per meglio dire ad un partito della maggioranza e nello specifico ad un suo esponente, membro dell’esecutivo. Non fa nomi e cognomi, il ministro Crosetto, ma parla esplicitamente di un ministro di Forza Italia, dicendo, che le persone che speculano sulla vicenda giudiziaria che nell’ultima settimana ha travolto la Liguria e il suo presidente Giovanni Toti “gli fanno ribrezzo”.

Da quando il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – oggi in Noi Moderati, ma in passato esponente di primo piano di Forza Italia – è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di una maxi-inchiesta per corruzione della Procura di Genova, lo scorso 7 maggio, il ministro Guido Crosetto ha sempre assunto una posizione garantista e molto “scettica” nei confronti delle tempistiche con cui si è svolta la vicenda, ponendosi in “netta minoranza all’interno del centrodestra”.

Ma a chi sono rivolte le parole al vetriolo del Ministro della Difesa? Come dicevamo nell’intervista non viene fatto nessun nome, ma, i ministri di Forza Italia nell’attuale Governo sono cinque: il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, le ministre Elisabetta Casellati (Ministra per le Riforme Istituzionali) e Anna Maria Bernini (Ministra Università e Ricerca), poi ci sono il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin e infine il ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo.

Ebbene, riavvolgendo il nastro delle dichiarazioni rilasciate da esponenti di Forza Italia nella giornata di ieri – 11 maggio 2024 – l’unico ministro ad aver rilasciato dichiarazioni sul cosiddetto “Caso Toti” e sull’inchiesta di Genova, sembra sia stato il ministro Zangrillo. Potrebbe essere lui il destinatario delle accuse del Ministro Crosetto, o si riferiva a qualcun altro? Ma cosa ha detto nello specifico il ministro Paolo Zangrillo sul caso del governatore Toti?

“Non c’è assolutamente alcun dubbio sulla trasparenza del lavoro dei magistrati, e dobbiamo farli lavorare con serenità”. Ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, che poi ha aggiunto: “Sul caso Toti non c’è nessuna tensione. Noi siamo concentrati sul governo del Paese. Osserviamo con attenzione le vicende che stanno emergendo a Bari, a Torino e adesso a Genova, pensiamo che la magistratura debba fare il suo lavoro, e aspettiamo con fiducia che lo faccia. Poi ognuno è libero di esprimere le sue posizioni. Quello che mi auguro è che in tutti questi cantieri aperti si possa presto capire che cosa è successo”. 

Sono state queste le dichiarazioni che hanno fatto arrabbiare il Ministro Crosetto? Per onore di cronaca bisogna, però, anche sottolineare una generale freddezza delle dichiarazioni di solidarietà nei confronti del governatore Toti da parte di buona parte del centrodestra e non solo da parte di Forza Italia.

(da Tag24 Quotidiano Online e TELENORD.IT)

 

Il concetto etico, brutalmente espresso da Guido Crosetto, mi trova perfettamente d’accordo. Non ho mai sopportato e non sopporto chi prende opportunisticamente le distanze dagli amici in odore di peccato o di reato. Il discorso vale in tutti i campi e soprattutto in politica. Però non è accettabile neanche chi, per partito preso, li difende a costo di insinuare dubbi e di fare illazioni sulla magistratura inquirente.

Cosa sta succedendo infatti nel centro-destra: si risponde autorevolmente (ministri e alti esponenti di partito) alle inchieste, esprimendo scetticismo sulle tempistiche della vicenda giudiziaria, sia per quanto riguarda la vicinanza delle elezioni che per quanto concerne l’arresto disposto ad annosa distanza dall’inizio dell’inchiesta e ad alcuni mesi di distanza dalle richieste formulate dalla procura della Repubblica.

Nel merito dei capi di imputazione si prospetta una difesa fondata sul fatto che le dazioni liberali ottenute dal governatore Toti sarebbero state tutte regolarmente dichiarate come prevede la legge sul finanziamento dei partiti. Mi sembra un ragionamento semplicistico ed omertoso: lasciamo che sia il magistrato ad approfondire il contesto e verificare la correttezza dei comportamenti.

La concomitanza con la celebrazione del congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha innescato anche attacchi piuttosto forti alla Magistratura in materia di responsabilità civile dei magistrati stessi ed in materia di separazione delle carriere. L’Anm ha risposto ribadendo l’assoluta e imprescindibile difesa dell’indipendenza della Magistratura ed esprimendo quindi la propria contrarietà alla riforma in discussione.

Mi permetto di formulare di seguito alcune brevi considerazioni.

Mi sembra che la politica (in primis i ministri) dovrebbe osservare un religioso silenzio durante le inchieste a suo carico, senza ricorso manicheo a garantismo e giustizialismo. Invece purtroppo le galline cantano, dando l’impressione di aver fatto l’uovo o di voler speculare sulle presunte sporcizie del pollaio: tutti parlano e sparlano non facendo tra l’altro alcun piacere al collega finito sotto battuta.

In secondo luogo chi viene sottoposto ad indagini rilevanti in merito al ruolo istituzionale ricoperto dovrebbe dimettersi immediatamente per sgombrare il campo da ogni e qualsiasi confusione, per difendersi in modo appropriato e allontanarsi dalle invettive degli avversari, che magari speculano vergognosamente, dalle amicali difese politiche d’ufficio, che non valgono nulla, e dalle petulanti prese di distanza da parte dei grilli parlanti casalinghi, che valgono ancora meno.

In terzo luogo, per quanto riguarda i punti caldi della riforma della Magistratura, faccio riferimento all’autorevole parere del professore, avvocato ed ex senatore Giorgio Pagliari, espresso in occasione dei referendum sulla giustizia del giugno 2022, che partiva dalla necessità di una vera e radicale riforma e che, pur nella mia ignoranza, condivido pienamente.

“La situazione non può essere più tollerata per le troppe disfunzioni oggettive, che rendono inefficienti tanto la giustizia civile, quanto la giustizia penale. E per un contesto che porta troppa parte della Magistratura – in specie, quella inquirente – a pensare che autonomia e indipendenza significhino impunità e comunque libertà di usare gli strumenti a sua disposizione fino al confine dell’”abuso del diritto”.

I magistrati, infatti, sono gli unici dipendenti pubblici, che, in buona sostanza, non devono rispondere della loro azione sul piano della responsabilità civile. E, tra l’altro, questo consente, contro logica e principi, che la pubblica accusa, possa avviare indagini, chiedere l’arresto di persone e/o il sequestro preventivo di beni, senza essere chiamata a rispondere delle proprie azioni, che incidono sulla vita delle persone financo più delle sentenze definitive, neanche quando le stesse iniziative siano giudicate errate, prive di fondamento giuridico, da sentenze dei giudici penali.

Quanto alla separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante., così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero.

La Magistratura, attestandosi sulla difesa ante litteram della propria indipendenza e autonomia, rischia di ridurre ed impantanare i discorsi in un deleterio scontro istituzionale. L’Associazione Nazionale Magistrati si scaglia contro la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati: «La separazione delle carriere non è funzionale a garantire la terzietà del giudice, ma appare uno strumento per indebolire in modo sostanziale il ruolo del pubblico ministero e lascia presagire che venga agitata come strumento di ritorsione e minaccia nei confronti della magistratura. Non si può e non si deve pensare alla responsabilità civile come uno strumento di intimidazione per le toghe, perché magistrati intimiditi non sarebbero una garanzia per i cittadini sia quando si occupano di corruzione, sia quando indagano su mafia e terrorismo».

Il governo, dal canto suo, riduce tutto a una sorta di guerra contro la magistratura. Guido Crosetto, ministro della difesa vede “i Pm politicizzati che stravolgono le leggi”; Matteo Salvini, ministro degli Interni, afferma: «Vorrei sapere se ci fossero microspie negli uffici di qualche magistrato per quanto tempo continuerebbe a fare il magistrato»; Nello Musumeci, Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, afferma: «Da 30 anni la magistratura avanza in spazi non suoi, se avanza la magistratura arretra la politica, che ha perso autorevolezza delegando alla magistratura compiti propri politica. O recuperiamo l’orgoglio dell’esercizio della politica, o ricordiamo che è la politica che fa leggi o la magistratura avanza su un terreno non suo».

In conclusione, tutti dovrebbero darsi una “calmata costituzionale”, tutti dovrebbero rientrare rigorosamente nel proprio ruolo istituzionale, tutti dovrebbero assumersi le proprie responsabilità, tutti dovrebbero chiacchierare meno e lavorare di più per il bene della società e dei cittadini, frastornati e sempre più lontani dalla politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Don Patriciello e la trappola del populismo meloniano

Il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, si trova al centro di una controversia dopo aver fatto un commento durante una diretta su Facebook riguardante il parroco anti-camorra di Caivano (Napoli), don Maurizio Patriciello, definendolo «il Pippo Baudo di Napoli nord». Questo commento del governatore ha suscitato una forte critica da parte della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale ha descritto il commento come un “segnale allarmante”. “La Meloni ha presentato il suo progetto di riforma istituzionale del premierato e anche quello è stato un momento di grande commozione, almeno per me. È stato un momento di commozione vedere la Meloni che presenta il suo progetto a noti costituzionalisti, fra i quali ho notato in particolare Iva Zanicchi, Pupo. C’era anche ad ascoltare il progetto costituzionale un prete del nostro territorio, conosciuto come il Pippo Baudo dell’area nord di Napoli, con relativa frangetta. Sono momenti davvero imperdibili”, ha dichiarato De Luca durante la diretta sui social. 

Il riferimento è al convegno alla Camera sul premierato, al quale era presente appunto anche don Maurizio Patriciello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo nel Parco Verde di Caivano (Napoli). “Caro Presidente, caro fratello Vincenzo De Luca, la sua ironia nei confronti di un povero prete dell’area nord di Napoli, la stessa della quale lei ebbe a dire: ‘A Caivano lo Stato non c’è. Stop’ mi ha tanto addolorato. Se era questo che voleva, c’è riuscito”, ha commentato Don Patriciello. (la7.it)

Vincenzo De Luca ha indubbiamente, in modo graffiante, simpatico ma al limite dell’offensivo, il “vizio” di buttarsi senza freni nella polemica politica. Coglie la sostanza dei problemi, ma poi esagera e si fa prendere la mano. È clamorosamente successo in questo caso partendo dall’indecente presentazione smaccatamente spettacolare del progetto di premierato da parte di Giorgia Meloni a cui sono stati invitati personaggi di arte varia per partecipare al circo equestre della riforma anticostituzionale. Nella rete purtroppo, per un eccesso di zelo istituzionale, peraltro discutibilmente in atto da parecchio tempo, c’è caduto anche don Maurizio Patriciello, un parroco impegnato in prima linea contro la camorra.

Per giudicare l’episodio bisogna partire quindi dall’inizio e non dalla fine.

Nei giorni scorsi alla sala della Regina di Montecitorio si è tenuto il convegno “La Costituzione di tutti. Dialogo sul premierato”. Un convegno “voluto” dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e organizzato dalle Fondazioni Craxi e De Gasperi. Oltre a ministri e parlamentari, erano presenti in platea anche esponenti del mondo dell’impresa, dello spettacolo e dello sport. Tra di loro anche il parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello. (Rai News.it)

Credo che De Luca, in modo umanamente scorretto e politicamente esagerato, abbia voluto rimproverare a don Patriciello una certa qual vanitosa e protagonistica ingenuità, che lo sta portando a farsi strumentalizzare dalla premier, molto abile ad insinuarsi nelle pieghe e nelle piaghe sociali. Penso che De Luca non sia il solo a pensarla così, probabilmente lui ha avuto il coraggio di dire sguaiatamente ciò che molti pensano.

Un autorevole esponente parmense del cattolicesimo democratico, allorché arrivò a Parma il vescovo Benito Cocchi, con tanto di biglietto da visita dell’impegno mattutino ad accudire anziani, mi sconvolse facendomi presente come la storia della Chiesa sia piena di personaggi caritatevolmente ineccepibili ed evangelicamente fulgidi, politicamente conservatori o addirittura reazionari. Non sono in grado di valutare se la suddetta analisi storica sia attendibile, ma una cosa è probabile: l’indiscutibile, ammirevole e coraggioso impegno sociale di don Patriciello rischia di cadere nella trappola del populismo meloniano.

Questo sacerdote si difende chiedendo, a chi lo critica, cosa avrebbe dovuto fare alle prese con una situazione sociale drammatica se non lanciare un sos al governo. Forse era meglio se lo avesse lanciato al Presidente della Repubblica, forse era meglio se stava più lontano dalle telecamere, forse era meglio se non staccava immediatamente fiduciose cambiali in bianco al governo in carica. Capisco come del senno di poi sian piene le fosse e come dal di fuori sia facile disquisire a questo livello, ma la forma spesso diventa sostanza e, quando la socialità diventa politica, occorre stare ben attenti a non farsi, seppure involontariamente, strumentalizzare.

Cosa c’entra poi l’aiuto chiesto al governo con il partecipare ad un evento squisitamente politico e di parte come la kermesse costituzionale promossa da Giorgia Meloni a sostegno del suo premierato? Per accattivarsi la simpatia della premier? Per ingraziarsela a fin di bene?  Mai e per nessun motivo dalla parte del potere!

Ho grande rispetto per i preti che non stanno in sagrestia e hanno il coraggio di sporcarsi le mani affondandole nel sociale, ma devono stare attenti a non farsi prendere la mano non tanto dalla politica ma dai politicanti sempre in agguato.

Vado alla mia amicizia con don Luciano Scaccaglia e alle sue evangeliche provocazioni liturgiche. I gesti erano genialmente ed immediatamente allargati dal loro religioso simbolismo all’impatto esistenziale. Durante la celebrazione del Battesimo sull’altare venivano posti due riferimenti essenziali: la Bibbia e la Costituzione italiana. L’una chiedeva al cristiano la fedeltà alla Parola di Dio, l’altra al cittadino l’attivo rispetto dei principi democratici posti a base del vivere civile. Questo, secondo i detrattori del cavolo (resisto alla tentazione di usare un termine volgaruccio che lascio alla facile intuizione del lettore), anche altolocati, voleva dire fare politica in chiesa… Se, pertanto, fare politica in chiesa vuol dire affermare e testimoniare l’ancoraggio ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, don Scaccaglia faceva politica e faceva bene.

Quindi, per tornare a don Patriciello, mi guardo bene dal rimproverargli indebite intromissioni di carattere politico nel contesto della sua azione sociale, ma mi permetto solo di metterlo in guardia dal confondere la politica con le propagande di parte e di fargli presente come don Scaccaglia partisse dalla Costituzione e non da una sua maccheronica vignetta riformistica. Si potrebbe aggiungere anche qualcosa di molto più pesante del tipo “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Il fine giustifica i mezzi? Il premierato val bene un aiuto contro la camorra in quel di Caivano?

In conclusione mi sento di esprimere umana e cristiana solidarietà a don Patriciello, ma gli rivolgo anche il consiglio a sfoderare un pentecostale discernimento, a non farsi strumentalizzare e coinvolgere in sottili e catturanti manovre, che nulla hanno da spartire con l’anticamorra e con la giustizia sociale, a non farsi mettere magliette di parte, né, tanto meno, a farsi arruolare e difendere da chi sta a destra, non del Padre ma nell’emiciclo parlamentare.

A Vincenzo De Luca rivolgo un modesto invito a non sparare sul primo pianista a portata di mano a prescindere dalla musica che suona e dal pianoforte di cui dispone, guardando magari soltanto a chi lo coinvolge in politicante concerto.

 

Nel pantano del giorgismo o nel rivolo dello schleinismo

La festa dell’Europa, alla vigilia delle elezioni europee, fa riflettere pensosamente sul continente toccato drammaticamente dalla guerra in Ucraina. Amare l’Europa ma aver paura di Bruxelles. Sognare un continente forza gentile ma tollerare impulsi nazionalisti e localisti; sentirsi uniti ma pur sempre troppo diversi; ricercare regole sopranazionali ma essere riluttanti a completare l’edificio comune; apprezzare il mercato unico ma diffidare dell’euro; beneficiare della fine delle frontiere interne ma paventarne l’eliminazione; desiderare la fine delle guerre ma andare in ordine sparso a livello internazionale… l’avventura europea è una lunga lista di contraddizioni e indecisioni. Gli europei sono incerti e insicuri sul loro destino. Presi, come scrive Manent, «tra le loro vecchie nazioni e la nuova Unione Europea, si domandano, perplessi e in mezzo al guado, quale sorta di vita comune essi si augurano per loro stessi…». Forse non sono mai stati tanto esitanti come oggi sul da farsi. Grandi domande sorgono oggi sul futuro del continente, prima delle quali quella sulla pace. (dal quotidiano “Avvenire”)

È l’incipit di un editoriale di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, pubblicato su “Avvenire”, la cui lettura integrale consiglio vivamente a chi vuol guardare al futuro dell’Europa in modo serio ed impegnato.

Nella campagna elettorale in corso si parla di tutto meno che di Europa: viene vissuta come trampolino di lancio per misurare la profondità della piscina nostrana, per immergersi nella lotta sotto il pelo dell’acqua politica piuttosto sporca, per nuotare  senza sfracellarsi in mezzo agli enormi problemi che ci angustiano.

Questa insulsa e vuota pantomima, fatta apposta per indurre all’astensione i cittadini, oltre tutto e a ragione, schifati dai rapporti tra la classe politica e gli affari, toccherà il culmine col duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Due paroline sulle protagoniste. La Meloni mi fa rabbia, la Schlein mi fa compassione. Volendo paradossalmente tentare un parallelismo con le elezioni americane, assimilerei la Meloni a Trump e la Schlein a Biden. La prima rappresenta la sintesi di tutte le pulsioni-rifugio del nostro tempo: il populismo per rassicurare, il sovranismo per istigare, il personalismo per scantonare, il decisionismo per non decidere, il revisionismo per fare confusione, il protagonismo per eludere i problemi, l’arroganza per coprire il vuoto. La seconda rappresenta l’alternativa talmente leggera da non essere percepita, una sorta di “maanchismo” riveduto e scorretto: la pace ma anche il pedissequo allineamento alla Nato e agli Usa, la difesa dei palestinesi ma senza esagerare, lo sguardo all’Europa ma anche l’occhio puntato alle cucine nostrane, etc. etc.

Cosa potrà sortire dal confronto tra queste due presunte leader? Niente! Non le metto sullo stesso piano, una è estremamente pericolosa perché modernamente reazionaria, l’altra è estremamente deludente perché modernamente insignificante. Con Giorgia, politicamente parlando, non prenderei nemmeno un caffè, con Elly mi siederei a tavola, ma dopo l’antipasto sarei già sazio e disperato.

E allora meglio stare sul piano delle idealità proposte da Impagliazzo. I “padri” dell’Europa oltrepassando le profonde divisioni dei popoli, credettero in un destino comune. Nell’adempimento di tale disegno, Adenauer, De Gasperi, Schuman e altri, trassero ispirazione dalla loro fede. Quest’ultima illuminava l’ideale europeo e lo rendeva diverso da un negoziato di interessi contrapposti. Per i fondatori, l’Europa era il frutto di un cambiamento profondo di mentalità, di una sorta di conversione. Non si trattava di un compromesso ma di un metodo completamente nuovo, basato su valori peculiarmente cristiani: le virtù del sacrificio, della comprensione, della fiducia e dell’interesse comune. Da un punto di vista politico, quei cristiani europei furono orientati dall’universalismo della Chiesa.

Se però scendo sul terreno delle scelte politiche, mi sento solo, perduto e abbandonato. In questi giorni è tanto il rischio democratico che l’Italia corre da mettermi alla punta in difesa della democrazia e quindi in cerca di qualche motivazione per andare al voto dopo parecchio tempo. La sera del 23 maggio mi sono ripromesso di non seguire il duello dal timore che possa compromettermi le già scarsissime motivazioni a favore della partecipazione al voto. Farò in alternativa qualche lettura edificante e propedeutica all’europeismo autentico, risalente ai padri, per tentare di uscire dal tunnel e lasciar perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria.

L’ho già ricordato parecchie volte, ma forse vale la pena ripeterlo. Quando mia sorella andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del populismo, del sovranismo e del giorgismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: la costituzione italiana si può definire il compromesso politico ai livelli più alti, il prossimo voto alle europee si potrebbe configurare come il compromesso ai livelli più bassi. Vi scongiuro, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò l’Europa!

Ebbene il mio grido è stato ascoltato ed è arrivata un’autorevolissima risposta da un appello congiunto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i presidenti della Germania e dell’Austria, Frank Walter Steinmeier e Alexander Van der Bellen, pubblicato dal Corriere della Sera e rilanciato dal Quirinale con una nota, nel quale si chiede ai cittadini europei di andare a “votare”. “Il nostro ordine democratico liberale è profondamente legato all’unificazione europea: ancorandoci a una comunità europea di valori e di norme giuridiche, abbiamo presentato al mondo una convivenza basata sull’ordine democratico e sulla pace – osservano i tre presidenti -. Non sorprende che coloro che mettono in dubbio i principi democratici di base mettano in dubbio anche il progetto europeo”. Mattarella, Steinmeier e Van der Bellen scrivono che i loro tre Paesi “sanno che una volta raggiunta, la democrazia non è garantita. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno difese e consolidate, che la contrapposizione dei nazionalismi esasperati genera la guerra”. E che “rappresentare tali società significa ascoltare molte voci e unire molte opinioni. È quindi essenziale difendere le istituzioni e i valori democratici, le garanzie della libertà, l’indipendenza dei media, il ruolo delle opposizioni politiche democratiche, la separazione dei poteri, il valore dei limiti all’esercizio del potere”. (da Ansa.it)

Ringrazio di cuore, garantisco al momento una meditazione molto profonda (e pensare che qualcuno vuol ridimensionare il ruolo del presidente della Repubblica). Rifletterò a coscienza democratica aperta piuttosto che ascoltare inutili chiacchiere. Chissà…

 

 

La fedina penale dei politici e la fedina democratica della società

Dietro l’indagine a carico del presidente della Liguria Toti ci sta un problema politico grande come una casa. Non mi riferisco al pur pertinente dilemma “dimissioni sì-dimissioni no”, ma alla ben più consistente questione inerente al rapporto fra politica e affari.

Giovanni Toti sostiene non tanto di non aver percepito liberalità (?) da imprenditori e affaristi, ma di averle regolarmente dichiarate e rese pubbliche come prevede la normativa in materia. Il suo ragionamento difensivo è questo: se questi rapporti finanziari si svolgevano alla luce del sole, significa che non potevano nascondere niente di losco e di illecito. Il discorso ha una sua rilevanza che però, sul piano giuridico, non può andare oltre un elemento difensivo anche se non decisivo. Poteva infatti comunque avvenire lo scambio fra dazioni e favori: questa sembra essere la tesi che sottende le indagini e i capi d’imputazione.

Al di là del fatto se possano o meno essere giustificazioni plausibili, rimane in ogni modo il dato politico di un governatore di regione che si fa aiutare in campagna elettorale e nella sua attività propagandistica da personaggi portatori di precisi interessi economici e potenzialmente richiedenti favori e protezioni. In questo caso salta l’autonomia della politica che diventa più o meno ostaggio dell’affarismo imperante e condizionante. Il lobbismo diventa avvolgente, preciso e concreto.

Faccio un rapido ma eticamente sensibile richiamo alla mia esperienza politica. Al mio indiscusso leader, il senatore parmense Carlo Buzzi, qualche suo “amico di corrente” (ebbi infatti per diversi anni l’opportunità’ di partecipare al comitato di coordinamento della sinistra D.C. parmense di “Forze Nuove”) rimproverava di non tenere rapporti lobbistici con gli ambienti confindustriali parmensi: Buzzi rispondeva che non aveva mai rifiutato il dialogo a nessuno, ma da qui ad instaurare rapporti preferenziali o cose del genere… Atteggiamenti che qualcuno definiva esagerati, puritani, ma che io, molto modestamente, giudico più che giusti anche se gli crearono rischi di emarginazione, di poca considerazione sui media locali etc. Certamente Buzzi non era interlocutore dei cosiddetti poteri forti, a nessun livello.

Chi fa politica deve essere attento ad evitare compromissioni di qualsiasi tipo col mondo degli affari, pena il coinvolgimento, magari anche involontario, in questioni poco trasparenti o addirittura censurabili. Non mi interessano tanto gli aspetti giudiziari, peraltro importanti e delicati, ma la credibilità della politica nei confronti dei cittadini-elettori. Credo che non sia l’unica ragione del disamore elettorale, ma certamente sul fenomeno dell’astensione pesa largamente questa sfiducia indotta dal miscuglio politica-affari, che sta diventando anche l’esagerato e per certi versi qualunquistico motivo dell’allontanamento dei cittadini dai partiti politici.

D’altra parte, come ho più volte detto e scritto, è da considerare più qualunquista il cittadino schifato dalle compromissioni dei politici con gli affari oppure un esponente politico che nell’esercizio dei suoi poteri istituzionali cade nell’equivoco e clamoroso rapporto fra interessi pubblici e privati?

Non ha importanza decisiva se, come spesso è accaduto, le inchieste giudiziarie non hanno portato a conclusioni rilevanti: mi fa piacere per gli interessati, anche perché non provo alcun gusto a vedere i politici in galera. Resta la realtà di una politica molto invischiata nell’affarismo: questa è almeno l’idea che si fa il cittadino, messo peraltro di fronte al bivio, che da una parte porta al disinteresse e alla conseguente supina accettazione del tran-tran del così fan tutti e, dall’altra parte, al rifiuto della politica, anticamera pericolosa di sbocchi anti-democratici.

Questo mi sembra il nodo politico, che viene prima e dopo le inchieste (dovrebbero essere più insistenti e meno episodiche), i processi (dovrebbero arrivare in tempi stretti), le dimissioni (non risolverebbero, ma aiuterebbero almeno a fare un po’ di chiarezza), le testarde resistenze (servono solo ad aumentare i sospetti), le speculazioni (sono autentiche manciate di fango sulla politica) , i garantismi e i giustizialismi a corrente alternata (peggio che andar di notte…), le polemiche (servono soltanto a fare deleteria confusione), le accuse di ingerenza alla magistratura (incredibili se provengono addirittura da un ministro della Giustizia), lo sciacallaggio mediatico (il tritacarne moderno che costituisce un perfetto assist al qualunquismo), le gogne populiste (il capro espiatorio non è mai servito ad eliminare i peccati), le difese d’ufficio (lasciano il tempo che trovano), le sconcertanti diatribe di piccolo cabotaggio (un modo per sollevare polveroni funzionali al sistema).

La risposta sta nella capacità del sistema partitico di auto-emendarsi: la democrazia non prevede alternative (i movimentismi dell’antipolitica stanno in poco posto), non consente scorciatoie (il premierato butta via il bambino assieme all’acqua sporca), non permette la dicotomia fra istituzioni e cittadini, chiede un cambio di passo e un confronto sulla riscoperta delle basi su cui poggia (partendo dal dettato costituzionale).

 

 

 

 

 

Chi semina bigottismo raccoglie tempesta

Contestazioni agli Stati Generali della Natalità quando la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha preso la parola e in platea sono stati alzati dei cartelli che formavano la scritta: “Decido io”. A contestare la ministra è stato un gruppo di studenti. Non appena la Roccella ha preso la parola sono partiti i fischi e cominciate le urla che hanno impedito che svolgesse il suo intervento.  A quel punto la Roccella rivolta ai manifestanti ha preso il microfono e ha detto: “Ragazzi ma noi siamo d’accordo, ma nessuno ha detto che qualcun altro decide sul corpo delle donne, proprio nessuno”. Ma la contestazione è proseguita. Una delle manifestanti ha parlato brevemente al microfono, ma poi è stata interrotta dall’organizzatore Gigi De Palo dicendo: “Questo però è un monologo”. Quindi mentre la contestazione proseguiva proprio De Palo ha deciso di dare la parola ad altri ospiti, posticipando l’intervento della Roccella che ha abbandonato prima il palco e poi l’Auditorium.  I lavori stanno proseguendo ma in sala la situazione non è ancora tornata alla normalità.

“Sono certa che la segretaria del Pd Elly Schlein, tutta la sinistra, gli intellettuali – Antonio Scurati, Roberto Saviano, Nicola Lagioia, Chiara Valerio, ecc. -, la ‘grande stampa’ e la ‘stampa militante’ che abbiamo visto in queste ore mobilitata in altre sedi, avranno parole inequivocabili di solidarietà nei miei confronti dopo l’atto di censura che mi ha impedito di parlare agli Stati generali organizzati dalla Fondazione per la Natalità per svolgere il mio intervento e anche per rispondere ai contestatori-censori e interloquire con loro”. Così la ministra per la Famiglia e la Natalità Eugenia Roccella in un post su Fb. (Ansa.it)

Riprendo di seguito quanto ebbi occasione di scrivere parecchio tempo fa.

A proposito di Eugenia Roccella, deputata e allora sottosegretaria al Welfare nel governo Berlusconi, che si schierò, a fini meramente demagogici, contro la sentenza sull’interruzione dei trattamenti sanitari a Eluana Englaro, dirò che, durante la mia breve frequentazione di una casa di riposo in cui era ricoverata mia sorella, di fronte a certi drammatici casi di sopravvivenza forzata, mi venne spontaneo esclamare ripetutamente, rivolto alle operatrici impegnate in queste pratiche assistenziali e alle prese con difficoltà enormi: «Andate a chiamare Eugenia Roccella, lei sì che se ne intende e vi può aiutare…». Mi guardavano e non capivano. Forse pensavano che l’ambiente mi stesse contagiando.

Le persone più gravemente malate di quella casa di riposo saranno probabilmente nel frattempo decedute, ma Eugenia Roccella è ancora lì sui banchi parlamentari a pontificare ed a sparare cazzate sul testamento biologico: «È una legge ideologica, che apre all’eutanasia. L’alimentazione artificiale serve a mantenere in vita chiunque, non è una terapia. Se gliel’avessero tolta, Fabo avrebbe potuto morire anche in Italia». Andasse a quel paese, lei e tutte le Roccelle del mondo!

Se questa è la mia stizzita intolleranza rispetto alla mentalità di Eugenia Roccella, posso capire quella dei giovani di ambo i sessi alle prese con una ministra il cui curriculum mi permetto di riportare.

Eugenia Roccella, la nuova ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, come è stata rinominata dal governo Meloni la carica che in precedenza era associata alle Pari opportunità e alla Famiglia, ha una storia politica piuttosto insolita, iniziata tra i Radicali e il movimento femminista e arrivata a posizioni ultraconservatrici vicine a quelle delle organizzazioni per la cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Roccella ha definito l’aborto «il lato oscuro della maternità» e una «scorciatoia che non dovrebbe più esserci», la pillola abortiva RU486 «un enorme inganno», il matrimonio un «momento cruciale che dà valore alla differenza sessuale» e le unioni civili la via verso «la fine dell’umano».

Ha 68 anni, è nata a Bologna il 15 novembre del 1953 ed è figlia di Francesco Roccella, uno dei fondatori del Partito radicale, e della pittrice femminista Wanda Raheli, militante del Movimento di Liberazione della Donna (MLD). Iniziò a sua volta il suo impegno politico come militante radicale e femminista, aderendo all’MLD, con cui pubblicò nel 1975 il libro “Aborto: facciamolo da noi” a sostegno dell’aborto libero e gratuito. Partecipò a battaglie e manifestazioni contro la violenza di genere e per le pari opportunità. Nel 1979, senza venire eletta, si candidò col Partito radicale alla Camera. Si laureò in lettere e fece un dottorato.

La sua trasformazione in una delle esponenti più convinte del conservatorismo cattolico italiano avvenne a partire dagli anni Novanta. Abbandonò per diversi anni la politica attiva, e, quando la riprese, aveva assunto posizioni radicalmente contrarie a quelle della sua militanza giovanile. Lasciò i Radicali sostenendo che le loro battaglie conducessero alla «distruzione dell’individuo» in nome di «un’idea di libertà senza limiti» che in ultimo avrebbe portato a «un’illibertà assoluta». Diventò editorialista del quotidiano della CEI, Avvenire, sostenne il cosiddetto Family Day, grande manifestazione a favore della cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Scrisse e pubblicò libri contro l’aborto, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) – quelle che permettono di avere figli a chi non può averli naturalmente – e in particolare contro quelle di tipo eterologo, basate cioè sulla donazione esterna di gameti (le cellule sessuali, ovuli o spermatozoi). 

Entrò in parlamento nel 2008 con il Popolo della Libertà, fu rieletta nel 2013 e poi nel 2018 e alle scorse elezioni con Fratelli d’Italia. Fu sottosegretaria al ministero della salute del quarto governo Berlusconi (2008-2011), posizione dalla quale emanò delle nuove linee guida per la legge 40/04, quella che norma la PMA, tornando a imporre il divieto di diagnosi preimpianto sull’embrione eliminato qualche anno prima dalla ministra della Salute Livia Turco. Roccella definì allora la diagnosi preimpianto, che serve a individuare la presenza di anomalie cromosomiche o di patologie genetiche negli embrioni prima che vengano trasferiti nell’utero, una «selezione genetica», spingendosi oltre la più accettata definizione di “diagnosi genetica”.

Roccella ha sostenuto che l’omotransfobia «non è un’emergenza», che la richiesta di riconoscimento pubblico delle unioni civili da parte delle persone dello stesso sesso non venga avanzata per ottenere dei diritti ma per chiedere una «forma di legittimazione sociale» da lei ritenuta superflua e non necessaria.

Anche sul suicidio assistito, l’eutanasia e la libertà di scegliere come terminare la propria vita Roccella ha posizioni retrograde. Quest’estate ha per esempio sostenuto che la battaglia per l’eutanasia ha l’obiettivo culturale di «distruggere l’idea di intangibilità della vita» e di fare della morte un diritto del singolo. Anni fa, in relazione al caso di Eluana Englaro, sostenne che esisteva un «lungo movimento sotterraneo che avrebbe voluto condurre all’eutanasia senza nemmeno passare dal parlamento, senza interpellare i cittadini in alcun modo». Ha detto di apprezzare e condividere la visione della Chiesa, in particolare come sistema che ha «sempre valorizzato e accolto il femminile, attribuendo significato e importanza all’etica della cura» (agenzia Ansa).

Se il diritto di parola è indiscutibile, quello al dialogo bisogna saperselo faticosamente conquistare, soprattutto se una persona riveste importanti cariche di governo. Se una ministra porta avanti posizioni eticamente rigide e oserei dire “bigotte”, non può pretendere rispettoso ascolto. Niente di strano e di scandaloso quindi nella contestazione ad Eugenia Roccella. Non accetto l’approccio integralista della ministra alle delicate problematiche etiche che affronta all’interno di un governo, che oltre tutto la sta strumentalizzando sui due punti “Dio e famiglia” dello slogan politico-programmatico di fascistona memoria a cui viene aggiunto quello della “Patria” (a questo ci pensano la premier Meloni e i suoi sodali).

Non faccia la vittima, assuma atteggiamenti ragionevoli, si renda conto di reggere il lume ad un governo reazionario a trecentosessanta gradi, riscopra la bellezza della laicità dello Stato che non è affatto incompatibile con la fede, si metta in condizione di confrontarsi con tutti, impari da tanti cattolici che hanno saputo distinguere la loro testimonianza cristiana dalla loro azione politica e vedrà che nessuno la insolentirà.

Meno male che i giovani hanno ancora il coraggio di protestare contro questo governo e i suoi assurdi ministri, contro il bellicismo imperante, contro le ingiustizie e in difesa dei diritti. Non sposo aprioristicamente le loro rivendicazioni, ma le considero con interesse, attenzione e spesso con solidarietà (anche nel caso delle proteste contro Eugenia Roccella, da cattolico credente e praticante quale sono).

 

 

 

Piove, primadonnismo ladro

Parafrasando uno storico messaggio pubblicitario direi così: “Credevo che il balletto della politica fosse insopportabile finchè non ho visto quello del giornalismo”.

l giornalista Enrico Mentana torna a punzecchiare Lilli Gruber dopo il botta e risposta dell’altra sera e minaccia le dimissioni.

«Ieri sera siamo andati un po’ lunghi con il telegiornale, era una giornata cruciale, importantissima: la prospettiva di pace in Medioriente, la tragedia di Casteldaccia, vicino a Palermo. In più come ogni lunedì c’erano i nostri sondaggi e l’appuntamento con il Data Room di Milena Gabanelli. Come ogni lunedì siamo andati un po’ lunghi, me ne scuso con i telespettatori. Un po’ lunghi, come era prestabilito e concordato con chi dirige questa rete», dice Mentana chiudendo il tg di oggi. Chi ci ha seguito, Lilli Gruber, perché non mi piace di far finta di non sapere nomi e cognomi, ha avuto parole molto sgradevoli e offensive nei confronti del sottoscritto. Io mi siedo qui da 14 anni per fare questo tg, non ho mai offeso volontariamente nessuno e tantomeno i colleghi che lavorano su questa rete. Gradirei reciprocità a questo riguardo e gradirei da parte dell’azienda per cui lavoro che non ci fosse il mutismo che accompagna questa vicenda da 24 ore. Domani sera vedremo se c’è stato qualcosa, altrimenti trarrò conclusioni e dirette conseguenze».

Ad accendere lo scontro, l’altra sera, lo sforamento di Mentana, che Lilli Gruber, conduttrice di «Otto e mezzo» ha così commentato, proprio a inizio – ritardato – del programma. «Buonasera e benvenuti alle 20.46, non alle otto e mezzo. L’incontinenza è una brutta cosa, scusateci di questo ritardo». (dal quotidiano “La stampa”)

Forse a La7 si sono montati la testa. La Rai, sempre più abbarbicata al potere politico di cui è diventata, come non mai, mera cassa di risonanza, ha regalato a questa rete privata la possibilità di svolgere monopolisticamente il ruolo di coscienza critica del potere. Questo ruolo di per sé teoricamente contraddittorio (il monopolio della critica è la pur elegante fine della critica stessa) viene coperto tuttavia in modo abbastanza intelligente e documentato anche se un po’ troppo scoperto: devono stare attenti a non fare il controcanto della narrazione pregiudizialmente filo-governativa con quello del racconto rigorosamente anti-governativo. Il pericolo è di schiacciare l’utente in una kermesse “disinformativa” in cui si conoscono in anticipo le due versioni contrapposte di una verità di là da venire.

Esagerate e di cattivo gusto sono le reciproche comparsate dei conduttori dei programmi: rischiano di autocelebrarsi in uno stucchevole scambio di elogi. “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia).

Piano piano siamo penosamente arrivati alle gelosie e alle punzecchiature fra primedonne catodiche. Intendiamoci bene: Lilly Gruber ha perfettamente ragione ad apostrofare come “barbatlòn” (chiacchierone) il collega Enrico Mentana, insopportabile ed inascoltabile nella sua incontenibile logorrea, così come Enrico Mentana non ha tutti i torti a non accettare le pietre da chi non è certamente senza peccato. Non c’è che dire una bella gara fra giornalisti malati di protagonismo.

È pur vero che, come diceva sarcasticamente mio padre, l’importanza uno se la deve dare da solo, perché se aspetta che gliela diano gli altri…Però non bisogna esagerare e forse, ripeto, ho l’impressione che qualcuno si sia montato la testa.

I “pavoneggiamenti” fanno parte della nostra misera società: la politica li ritualizza, oserei dire che attualmente li istituzionalizza, ricorrendo in tal senso all’aiuto mediatico, alle trasmissioni televisive in particolare. L’enfatizzazione della politica la si può fare in senso elogiativo, ma anche in senso spregiativo: il risultato rischia di essere ugualmente negativo in capo al cittadino-elettore.

Prendiamo ad esempio le castronerie del generale Vannacci: se ne parla troppo, mentre meriterebbero soltanto un velo di pietoso silenzio. Ma andiamo anche molto più su: il “giorgismo” della Meloni ha oscurato i drammi delle guerre in atto (quelle vere, non quelle tra Meloni e Schlein e ancor meno quelle tra Gruber e Mentana); il gossip imperante ha retrocesso in coda ai Tg un importantissimo intervento del Presidente della Repubblica all’Assemblea Generale dell’Onu (niente a che vedere con le trotterellate meloniane seguite con tanto immeritato rispetto).

Adesso ci si mettono anche i giornalisti ad autocelebrarsi, diventando una sorta di “ladri di Pisa del protagonismo informativo”: fingono di litigare (di giorno) di fronte ai telespettatori per saccheggiare concordemente ed impropriamente (di notte) l’audience allo scopo del proprio successo professionale.

Durante la mia modesta partecipazione alla gestione del teatro dell’opera lirica mi sono imbattuto in parecchie primedonne, al femminile ed al maschile: in teatro il “primadonnismo” ci può anche stare. Nel teatrino della politica ci sta molto meno. In quello giornalistico diventa solo un’antipatica gara al furto della ribalta. Dovrei quindi essere maggiorenne e vaccinato contro gli impropri e deleteri “primadonnismi”: invece anche oggi ci sono cascato. Di fronte alle schermaglie Gruber/Mentana il più bel tacer sarebbe stato il miglior commento scritto. Chiedo umilmente scusa!

 

 

L’indifendibile impuntatura israeliana

“La proposta di Hamas sul cessate il fuoco non soddisfa le richieste essenziali di Israele”, ha affermato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo la riunione del gabinetto di guerra, che ha deciso all’unanimità di continuare con le operazioni a Rafah per “velocizzare il rilascio degli ostaggi”. 

Tuttavia, in una nota del governo israeliano si legge che Israele invierà una delegazione in Egitto “per massimizzare la possibilità di ottenere un accordo su termini accettabili” in merito al cessate il fuoco a Gaza. Anche il ministero degli Esteri del Qatar ha annunciato l’invio di una delegazione al Cairo martedì.

Nonostante l’ora tarda, a migliaia gli israeliani sono scesi in piazza per chiedere al governo di accettare i termini dell’accordo di cessate il fuoco sul tavolo. Circa mille persone si sono radunate presso il quartier generale militare di Tel Aviv, mentre un centinaio di manifestanti hanno marciato verso la residenza di Netanyahu a Gerusalemme con uno striscione che recitava “Il sangue è nelle tue mani”. Piccoli raduni sono stati segnalati anche in altre città di Israele.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo che Hamas aveva accettato la proposta di un cessate il fuoco da parte di Egitto e Qatar. Secondo quanto dichiarato dai funzionari del gruppo radicale palestinese, il piano prevedeva tre fasi, ciascuna di 42 giorni, con un cessate il fuoco, la ricostruzione di Gaza, il ritorno degli sfollati alle loro case e un accordo per lo scambio di prigionieri. 

Un funzionario israeliano ha detto che non è chiaro quale proposta Hamas abbia accettato, dato che alcuni dei termini sembrano differire sostanzialmente da quelli mostrati dai mediatori a Israele e concordati dal governo israeliano la scorsa settimana.

Il punto che continua a dividere maggiormente le parti è la permanenza del cessate il fuoco, pretesa da Hamas in cambio del rilascio degli ostaggi, categoricamente negata da Israele, che vuole riservarsi il diritto di riprendere l’azione militare per “distruggere definitivamente” l’ala militare del gruppo palestinese.  

In ogni caso, secondo Haaretz, la versione di accordo accettata da Hamas non include la richiesta immediata di un cessate il fuoco permanente, ma modifica altri elementi della proposta egiziana, come la richiesta di liberare 33 ostaggi nella prima fase. Inoltre toglierebbe a Israele il diritto di veto sul rilascio dei detenuti palestinesi in cambio. (euronews)

Giriamola come vogliamo: la posizione di Israele è indifendibile e inaccettabile da tutti i punti di vista etico, storico, diplomatico e politico.  Da giorni si era capito che Netanyahu non accettava alcun accordo con Hamas, perché vuole semplicemente distruggere Hamas assieme alla Palestina, che purtroppo si è affidata disperatamente ma insensatamente ad esso, regalando ad Israele il pretesto per affondare definitivamente i colpi.

La disgustosa melina in atto sul cessate il fuoco suona come una presa in giro per il mondo occidentale fatto da tanti suoi alleati (in primis gli Usa), che si vedono costretti a fare i salti mortali diplomatici pur di non affermare apertamente un netto dissenso nei confronti della folle politica israeliana. Sono penose e pretestuose le posizioni di chi testardamente finge di giustificarla, accampando le scuse della portata terroristica dell’attacco subito, del diritto ad esistere dello Stato di Israele e il risorgente antisemitismo: stiamo andando ben oltre ogni e qualsiasi plausibile legittima difesa, ma superiamo ampiamente anche i limiti di qualsiasi ritorsione e/o rappresaglia.

Anche il tentativo di screditare le proteste che si stanno allargando nei Paesi occidentali, accusandole di equivoca faziosità lasciano il tempo che trovano: un conto è pretendere l’esplicita e inequivocabile condanna di Hamas, un conto è squalificare un movimento che mette in discussione la liceità di una guerra follemente impostata da Israele.

Il mondo arabo, nelle sue varie sfaccettature, si vede costretto a chiudere le già strettissime aperture verso accordi almeno a breve termine. Israele sta regalando le pur minime disponibilità arabe ad Hamas. Se è vero che la pace si tratta con i nemici, Netanyahu oltre che allargare il campo nemico a tutta la Palestina e ai Paesi arabi, mette le mani avanti e insolentisce di fatto gli amici in modo da scompigliare le carte e pregiudicare, sul nascere o ancor prima di nascere, ogni tentativo di cessate il fuoco. Per Israele si tratta di una resa definitiva dei conti, che potrebbe aprire inquietanti scenari bellici globali.

Fin qui ho valutato le sconcertanti contraddizioni diplomatiche in cui si è infilato Israele. Ma bisogna guardare anche la storia. Come scrive su MicroMega Cinzia Sciuto, “quello che conta è non ignorare il fatto che da 76 anni milioni di palestinesi vivono in campi profughi. Ci sono ormai più generazioni di palestinesi nati nei campi, che la loro “casa” non l’hanno mai vista ma solo sentita dai racconti dei parenti. Riconoscere il dolore e la rabbia che la nakba ha provocato in intere generazioni di palestinesi è doveroso, e anche i più convinti amici di Israele non possono in tutta onestà esimersi dal farlo. Così come non si può non vedere la natura coloniale dell’occupazione della Cisgiordania”.

Per non parlare degli aspetti etico-politici. Sempre Cinzia Sciuto afferma: “Materia di discussione politica attualissima è – deve essere – la natura della democrazia israeliana, il profilo etno-nazionalistico che ha deciso di darsi definendosi “Stato ebraico” nonché l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza (da cui Israele si è sì ritirato nel 2005, ma che di fatto ha continuato a controllare sotto molti punti di vista, e che comunque oggi ha nuovamente occupato) e ovviamente il massacro che sta perpetrando da sette mesi. Tutti questi sono temi che devono poter essere liberamente dibattuti, senza che la discussione venga costantemente riportata sul piano della legittimità o meno dell’esistenza stessa di Israele se non, peggio, dell’antisemitismo”.

Termino ribadendo che da qualsiasi punto di osservazione la si giudichi, la tattica israeliana risulta inaccettabile e perseguibile se non come genocidio almeno come eccidio. E continuo a chiedermi come possa essere possibile che nessuno riesca a riportare alla ragione uno Stato: né le pur deboli opposizioni interne, né le prese di distanza di autorevoli esponenti della cultura ebraica, né le prese di posizione dell’Onu, né la probabilità di incriminazioni da parte della Corte Penale Internazionale, né i reiterati e quasi accorati appelli alla moderazione da parte degli Usa, né la prospettiva di non avere più la fornitura di armi americane, né le proteste dilaganti nel mondo occidentale, né il rischio del rimontante antisemitismo, né l’eventualità di provocare la morte dei restanti ostaggi nelle mani di Hamas, né la quasi certezza dell’isolamento a livello mondiale, valgono a moderare le velleità belliche dello Stato di Israele.

 

 

Il sistema-Saturno che mangia i lavoratori

Ricordo come un autorevole amministratore di Enti Pubblici, in una interessante intervista, sollevasse parecchi anni or sono non pochi dubbi sulla privatizzazione dei servizi, sostenendo nostalgicamente come un tempo il sindaco sollevando la cornetta del telefono potesse intervenire sulla gestione di questi servizi essenziali per il cittadino.

La privatizzazione dei servizi pubblici è storicamente motivata da esigenze di efficienza economica e di contenimento della spesa pubblica. Volendo estremizzare il discorso dell’osservatorio a posteriori, mentre l’utente non vede l’efficienza, i bilanci pubblici si sono alleggeriti scaricando i costi sulle aziende appaltatrici, che, a loro volta, non hanno garantito l’efficienza sperata e hanno sacrificato economicamente e organizzativamente le condizioni dei lavoratori al fine di quadrare i magri bilanci conseguenti alle gare d’appalto vinte a condizioni molto risicate.

I pubblici poteri non sono in grado di garantire il controllo delle situazioni gestionali, le aziende private sono vittime del mercato e per sopravvivere violano spesso le regole riguardanti l’inquadramento economico-normativo dei lavoratori e la loro sicurezza. Su tutto incombe la logica del profitto: questa è la base etica che sottende, senza limiti e senza ritegno alcuno, alle anomalie di un sistema-Saturno che finisce col divorare i propri figli.

Se questa logica è difficile da combattere nel nostro sistema capitalistico inteso in senso lato, l’ente pubblico non può e non deve perseguirla per interposta persona. Un circolo vizioso in cui lasciano le penne molti lavoratori, l’anello debole di una catena che oltre tutto tende sempre più a irrigidirsi e irregimentarsi in conseguenza delle crescenti ristrettezze dei bilanci pubblici, della concorrenza in un mercato cannibalizzato e di un governo a dir poco rinunciatario sul piano dei rapporti sociali.

Questa è la forse semplicistica analisi sistemica in cui mi sento di collocare il dramma delle morti e degli infortuni sul lavoro, che sta assumendo dimensioni impressionanti e inquietanti soprattutto nel fitto sottobosco degli appalti al massimo ribasso e a cascata. Qui il sistema si tinge particolarmente di politico ed è tale da coinvolgere persino una sorta di auto-omertà, vale a dire il tacito e forzoso protagonismo passivo dei lavoratori, condizionati dall’esigenza di sbarcare comunque il lunario e di sorvolare masochisticamente sui propri rischi sperando magari nella buona sorte.

Dalla parte pubblica, con la scusa della sburocratizzazione e del risparmio di risorse, si tende ad accentuare il sistema degli appalti e a favorirne, direttamente o indirettamente, gli aspetti più rischiosi e incontrollabili. Nutro seri dubbi che la situazione, come al solito, possa essere affrontata partendo dalla fine del ciclo, vale a dire dai controlli da parte degli organi ispettivi o addirittura dal sistema sanzionatorio a carico di chi non rispetta le norme anti-infortunistiche. È la solita illusione di riuscire a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Tutto serve, ma se non si comincia dalla disfunzione e dall’inequità del sistema, sarà molto difficile fermare l’autentica emorragia delle morti sul lavoro.

Mi si dirà che non serve partire dai massimi sistemi, che non si può tornare indietro nella storia e che bisogna pragmaticamente affrontare le situazioni, palleggiandole fra la fatalità degli eventi, la ricerca delle responsabilità a livello giudiziario, la punizione esemplare dei colpevoli di comportamenti scorretti e il controllo preventivo che individui le clamorose punte di irregolarità.

Per il poco di esperienza professionale che mi ritrovo non credo sia sufficiente potenziare il sistema dei controlli che finiscono col burocratizzare l’ambaradan e creare una pletora di obblighi più o meno formali in cui guazza il disordine sostanziale. Ancor meno fiducia nutro nella criminalizzazione delle aziende e degli imprenditori, anche se c’è sicuramente annidato nel sistema un andazzo criminal-mafioso che incrocia anche ed in modo significativo il fenomeno migratorio.

Non ci si può affidare agli ispettori del lavoro e ai giudici, aspettando da essi il miracolo del lavoro sicuro. Il governo, costi quel che costi, può e deve rimettere ordine nel sistema. La sinistra politica deve porre questo enorme problema in assoluta priorità, riscoprendo la propria capacità di riprogettare un sistema economico-sociale moderno, ma equo e solidale. Su questi piani si gioca e si misura il riformismo della sinistra. Il sindacato deve fare ammenda di scelte sbagliate a livello corporativo e salariale e puntare la sua lotta sull’appassionata, prioritaria e intransigente difesa del lavoro.

Si tratta di un tema basilare su cui riprendere il discorso della concertazione di ciampiana memoria, abbandonando lo scontro fra opposte demagogie, la tendenza alla ineluttabilità del fenomeno, gli economicismi datati, gli utopismi fragili e i protagonismi assurdi. Se è vero come è vero, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, mettiamoci al lavoro per rifondare la Repubblica sul lavoro e non sull’autonomia differenziata per fare un piacere a Salvini e c. e sul premierato per fare un piacere a Meloni senza c.

 

 

Il sasso landiniano nella piccionaia piddina

Il cosiddetto jobs act è stato il tentativo legislativo portato avanti nel 2015/2026 dal governo allora guidato da Matteo Renzi, segretario del PD, in ordine alla “disideologizzazione” e modernizzazione del mercato del lavoro, che, introducendo maggiore flessibilità, avrebbe dovuto portare a maggiore occupazione.

Non sto a incaponirmi in una demonizzazione di questo provvedimento, ma devo purtroppo prendere atto che non ha sortito gli effetti sperati e ha comportato una ulteriore precarizzazione del lavoro.

Non ho approfondito il significato e la portata dell’iniziativa della CGIL volta all’abrogazione per via referendaria delle leggi riguardanti appunto il jobs act nel suo complesso: mi propongo di farlo rispolverando anche le mie conoscenze scientifiche (?) in materia.

Per ora mi pare che possa rappresentare un bel sasso in piccionaia e solo Dio sa di quanti sassi ci sarebbe bisogno per smuovere la piccionaia di un sistema economico-sociale sempre più ingiusto e discriminatorio.

Il PD è in chiara difficoltà fra l’adesione all’iniziativa sindacale e la più o meno aperta sconfessione delle politiche portate avanti in passato dal partito in senso riformista (?). Elly Schlein ha superato perplessità e indugi, ha deciso di firmare i referendum, lasciando comunque agli esponenti del partito la libertà di aderire o meno. Si tratta della formula della libertà di coscienza allargata a temi non proprio di stretta pertinenza “valoriale”.

La posizione di Elly Schlein ha comunque immediatamente e oserei dire inevitabilmente innescato polemiche tra le componenti del partito più radicali e quelle riformiste. Forse era meglio se si fosse aperto un dibattito serio all’interno del partito per cercare una linea al riguardo, anche se ammetto la necessità di rispondere in tempi stretti alle provocazioni sindacali e del movimento cinque stelle.

Non so se questa materia possa essere effettivamente lasciata in bilico nel dibattito politico di partito e se possa diventare materia di vera e propria deflagrazione all’interno degli organismi e anche fra gli iscritti al partito.

Il partito democratico, come sostiene la segretaria, è un partito plurale che assembla opinioni diverse su temi anche rilevanti pur riconducibili ad una comune visione progressista della società. Dovrebbe essere compito della dirigenza del partito perseguire la giusta combinazione tra pluralismo culturale e linea politica. Non vedo sinceramente l’autorevolezza e la credibilità per un simile delicato ruolo né in Schlein né in altri. È l’iniziale scommessa costituente del PD, che non ha trovato risposte adeguate nella fusione fra diverse culture e storie. L’incompiutezza del processo di fusione si continua a ripresentare ad ogni piè sospinto: finora ha prevalso la ragionevolezza partitica rispetto all’istinto movimentista. Non so fino a quando. Questa accelerazione impressa da Elly Schlein potrebbe causare qualche pericolosa enfatizzazione delle divisioni.

Non nascondo che esista una sorta di revanchismo rispetto alla passata segreteria di Matteo Renzi, fomentata anche dall’interessato, che mira scopertamente a spaccare il PD per appropriarsi delle componenti più moderate. Non sono inoltre molto favorevole alle logiche referendarie, che, volenti o nolenti, non si capisce mai se tendano a supplire alle manchevolezze dei partiti presenti in Parlamento o se intendano dare ad essi un’utile scossa.

Il passaggio politico che si sta aprendo è molto delicato e merita prudenza di valutazione associata a coraggio di iniziativa: due elementi apparentemente in contrasto, ma siamo sempre lì, la politica dovrebbe essere in grado di coniugarli e renderli compatibili. Non invidio Elly Schlein, che sconta tuttavia i propri errori e soprattutto i propri limiti. Non fa parte della storia della sinistra italiana, non proviene dalle culture a monte del PD, non interpreta un comune sentire dell’elettorato potenziale di questo partito. Per sua stessa ammissione, è arrivata di soppiatto e ha vinto proprio per questo. Adesso però viene il bello… e forse non ci si può girare intorno all’infinito.

Difesa comune sì, riarmo comune no

Guardando anche al rapporto tra UE e Stati Uniti nell’anno della campagna elettorale statunitense e alla vigilia di vertici fondamentali sia per l’Unione che per l’Alleanza, il capo dello Stato ha voluto sottolineare la necessità per l’UE di “elevare il livello del suo impegno, e a farlo con urgenza”.

Per Mattarella, “è una riflessione che oggi si incentra sulla creazione finalmente di una difesa comune, dopo i tentativi senza risultati alla fine del secolo scorso”, perché spesso la UE è stata una “mera spettatrice di avvenimenti di cui subiva gli effetti negativi”.

Secondo il capo dello Stato, “dotare l’Unione Europea di una autonomia strategica superiore consentirà alla NATO di essere più forte, proprio in ragione della complementarietà fra le due Organizzazioni, con il rafforzamento di uno dei suoi pilastri, oggi più fragile”. Più fragile “perché il ridotto stato di coordinamento e integrazione produce limitate capacità pur a fronte di grandi impegni finanziari”, ha proseguito il presidente della Repubblica, secondo cui la rimozione di questa condizione “andrebbe a beneficio di tutti in un mondo irreversibilmente contrassegnato dal ruolo di grandi soggetti internazionali”.

Infine, Mattarella ha citato Luigi Einaudi, il quale riferendosi all’Europa, nel 1954, ricordava che lo spettro delle decisioni per i Paesi del continente si riduceva a “l’esistere uniti o lo scomparire”.

“L’esperienza dell’Alleanza Atlantica ci conferma il valore di una storia che, in 75 anni, non ha mai tradito l’impegno di garanzia a beneficio dei 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia. Un valore che conferma l’importanza del multilateralismo fatto proprio dalla nostra Repubblica”, ha concluso Mattarella. (da Euractiv)

L’alto monito di Mattarella mi colpisce e mi interroga. Tutto è perfettamente, storicamente e geopoliticamente in linea. C’è però un però. Difesa comune sì, ma riarmo comune no. Se difendersi assieme vuol dire spendere e spandere in armi, stanziare fondi enormi a danno degli enormi problemi sociali che ci angustiano, accarezzare una logica di equilibrio bellicista, non ci sto. Non è questa l’Europa a cui guardo e che desidero ardentemente.

È pur vero che anche i pionieri e i fondatori dell’Europa unita mettevano in assoluta priorità la difesa comune, ma era un’altra epoca, venivamo da una guerra mondiale basata sullo strapotere di una nazione, avevamo bisogno di garantirci una pace facendo blocco comune.

Anche oggi sarebbe importante avere un esercito comune purché consenta di razionalizzare, modernizzare e risparmiare nella difesa: nutro seri dubbi al riguardo, vuoi per i nazionalismi più o meno sotterranei duri a morire, vuoi perché basare il patto europeo sulle armi non mi convince affatto.

Si sente la necessità di un’Europa unita che parli un linguaggio comune, che conti qualcosa nello scacchiere internazionale e che non si limiti a fare da cassa di risonanza agli Usa e alla Nato. Però non partirei dalle armi, ma da una politica sociale (pensiamo al problema migratorio) ed economica comune.

Nei giorni scorsi in concomitanza con la celebrazione della festa della Liberazione si è riproposto il dibattito sul parallelismo tra la resistenza al nazifascismo e quella dei popoli, come l’Ucraina, all’invasore di turno. Rifuggo dalle semplificazioni storiche e preferisco attestarmi sul risultato fondamentale della guerra di liberazione, vale a dire il raggiungimento della pace basata sulla democrazia e viceversa, consacrato nella Costituzione che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Gli schemi bellicisti vengono quindi categoricamente superati e ribaltati: l’Ucraina doveva e deve essere difesa in ben altro modo rispetto al reiterato e scriteriato invio di armi da parte soprattutto degli Usa, vale a dire ricorrendo alla diplomazia a livello internazionale sulla base dei trattati in vigore, con una politica concordata e portata avanti a livello Ue, con l’intervento dell’Onu, al di fuori di ogni e qualsiasi logica imperialista.

La fine del nazifascismo doveva rappresentare l’instaurazione di un regime globale di pace, libertà e resistenza a qualsiasi assetto bellicista, in cui gli intenti imperialisti avrebbero dovuto trovare il contrappeso automatico ed efficace nel patto democratico delle nazioni. Non è andata così e non sta andando così anche perché l’Occidente ha sempre confuso la difesa dei popoli proditoriamente invasi con il perseguimento di una politica di potenza inquadrabile nella guerra fredda e/o negli equilibri tra i “grandi” della terra. Si trova sempre un motivo per guerreggiare, mentre non si fa nulla per prevenirne le cause.

Mio padre sosteneva che quando si tratta di armi e di eserciti è facile trovarsi d’accordo, molto più difficile quando si parla di pace, di giustizia sociale e di progresso. Non vorrei che prendessimo la strada apparentemente più facile e comoda, che non so dove porti. Anzi lo so e non la vorrei proprio percorrere. Alle prossime elezioni europee voterò soltanto per chi mi darà sufficienti garanzie per una politica di pace. Altrimenti mi asterrò, perché non voglio avere alcuna responsabilità civile e morale in merito alle derive belliciste di cui è pieno il mondo. Caso mai, anziché scrivere “Giorgia” sulla scheda seguendo il narcisistico consiglio della signora “Cocomeri”, scriverò “Pace”.

Sarò un poeta, un idealista, un sognatore, ma sempre meglio sognare la pace che concretizzare, seppure razionalmente, i presupposti della guerra.