La luna di fiele

Al  termine di una giornata lunga e nervosa, il pacchetto di nomine per i vertici dell’Unione Europea passa nella notte ma con il distinguo italiano. Luce verde dunque del Consiglio Ue per la popolare tedesca Von der Leyen alla guida (per la seconda volta) della Commissione Ue, per il socialista Costa, portoghese, che guiderà i vertici dei Ventisette e per la liberale estone Kallas, indicata come Alto rappresentante per la politica estera.

Giorgia Meloni, però, presidente dei Conservatori europei (Ecr), prende le distanze da un accordo che vede protagonisti i leader popolari, socialisti e liberali. La premier si astiene su Von der Leyen, mantenendosi dunque le mani libere per votarla, eventualmente, nella seduta dell’Europarlamento di Strasburgo del 18 luglio. E dice “no” sia a Costa sia a Kallas, in quello che è stato – era una delle ipotesi della vigilia – un voto spacchettato sui tre diversi incarichi. La premier italiana supera Orban in radicalità: il leader magiaro infatti vota contro Von der Leyen, a favore di Costa e si astiene su Kallas. L’altro leader conservatore presente tra i Ventisette, il ceco Fiala, invece dice “sì” al pacchetto.

Dopo il voto, Palazzo Chigi ha fatto sapere che “nel quadro delle votazioni in Consiglio Europeo sulle nomine dei nuovi vertici, il governo italiano ha ribadito la propria contrarietà al metodo seguito nella scelta da parte dei negoziatori Ppe, Socialisti e democratici e Renew, esprimendo voto contrario ai candidati a presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa e a Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas. Per quanto riguarda la nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione Europea si è deciso per un voto di astensione nel rispetto delle diverse valutazioni tra i partiti della maggioranza di governo, e nell’attesa di conoscere le linee programmatiche e aprire una negoziazione sul ruolo dell’Italia”. (dal quotidiano “Avvenire” – Giovanni Maria Del Re e Marco Iasevoli)

Ma Giorgia Meloni non si era convertita alla Ue? Ma l’Italia, grazie ai successi di Giorgia Meloni, non era sempre più inserita e forte nel panorama europeo? Ma fatemi il piacere…

Un atteggiamento più insipido ed equivoco l’Italia non poteva adottarlo: una presa di distanza assurda, una sorta di minacciosa apartheid di cui i partner europei faranno risate a crepapelle, un regalo inaspettato ai traballanti leader europei, un vomitevole compromesso fra le nostrane forze, pardon debolezze di governo, un ridicolo pugnetto battuto sul tavolo di Bruxelles. Due nemici sicuri ce li siamo già guadagnati, un’improbabile amica sarà tutta da inventare. Molti nemici molto onore!

Tutti ricorderanno la barzelletta del marito che, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi fagh cme no vôja e stag chi!».

Sotto il letto ci si è ficcata Giorgia Meloni che pensa di ricattare i partner con un atteggiamento assurdo e ridicolo al fine di ottenere un vergognoso contentino a livello di Commissione europea. Non so se alla cena consigliare europea volteggiassero i fantasmi fascisti impersonificati dai Fratellini d’Italia, di certo emergeva un’Italietta di terza categoria allo sbaraglio, che pretendeva di fare un gol all’Europa schierata in difesa.

Non so se per Meloni tiri aria simile a quella che distrusse Berlusconi con una risata fra Sarkozy e la Merkel. La fortuna di Giorgia è che le risate di Von der Leyen sono inflazionate e Macron ha ben altro a cui pensare. Mi sembra comunque che la luna di miele giorgiana stia terminando.

 

 

Quando la metafisica cacciariana è troppo concreta

Cacciari: “Patetica l’opposizione unita senza un programma, non basta Bella Ciao”. Il filosofo sul parallelo con la Francia: «Meloni, a differenza di Le Pen, è una premier in carica che ha preso le distanze dal passato con pieno riconoscimento internazionale» (Titolo e sottotitolo dell’intervista rilasciata da Massimo Cacciari a Francesca Paci de “La Stampa”)

Posso condividere il provocatorio appunto mosso all’opposizione parlamentare, ma non condivido affatto la reiterata e sempre più immotivata sottovalutazione del pericolo neofascista insito nel premierato di Giorgia Meloni e nel sottobosco del suo partito, così come ritengo estemporaneo la gentile concessione di aver preso le distanze dal passato con tanto di riconoscimento internazionale.

Forse per Cacciari prendere le distanze dal fascismo significa elogiare apertamente la gioventù di Fratelli d’Italia, come appare dall’inchiesta scioccante di Fanpage, organizzazione che non è un’accozzaglia di pochi imbecilli, ma l’espressione di una diffusa e coltivata mentalità giovanile e senile, da cui Giorgia Meloni non riesce a distinguersi per motivi ideologici, politici ed elettorali.

Al pensiero Cacciariano risponde quello Mieliano (lo storico Paolo Mieli). Quest’ultimo riduce la questione neofascista alla solita menata dei ragazzacci da compatire e tuttalpiù da rimproverare con qualche scappellotto meloniano. Questi due autorevoli personaggi danno indubbiamente il meglio nelle loro discipline (filosofia e storia), ma, quando si avventurano nella critica politica, uno, sempre più spesso (e me ne dispiaccio sinceramente), fa la parte del bastian contrario e l’altro (è più forte di lui) dell’opportunistico oppositore di comodo. Se restassero nelle loro specialità farebbero bene a tutti: alla politica, alla storia, alla filosofia, ai media e a tutti quanti li leggono e/o li ascoltano.

Mentre la premier Giorgia Meloni si siede al tavolo del Consiglio d’Europa – non ho peraltro capito per proporre cosa se non fare da ventriloqua al Presidente Mattarella, che l’ha voluta aiutare, anzi ci ha voluto aiutare tutti, in un frangente molto delicato, con la frase sibillina “l’Europa non può prescindere dall’Italia” (forse, prudente com’è, se la poteva risparmiare, a meno che il contesto in cui l’ha pronunciata fosse più articolato e argomentato) – escono nuovi elementi a suo carico, inerenti il neofascismo della sua truppa giovanile: provo rabbia e vergogna anche perché la premier, a questi livelli di rapporti internazionali, ci dovrebbe rappresentare tutti, invece ci divide e presenta di noi una caricatura che ci fa tornare indietro di ottant’anni. Posso essere schifato? Lascio al professor Cacciari le sue teatrali elucubrazioni sdogananti e al dottor Mieli le sue presuntuose assoluzioni antistoriche.

L’irrinunciabile neofascismo peraltro non si limita soltanto a coltivare la memoria, ma a tradurre nell’azione di governo una cultura affatto democratica e affatto costituzionale. Ho troppa stima per Massimo Cacciari per pensare che gli siano sfuggiti i collegamenti fra tutta l’azione di governo meloniana e i presupposti ideologici che affondano le radici nel passato. Il pericolo quindi esiste e più il tempo passa e più lo si vede e lo si intravede.

Quanto al riconoscimento internazionale altro non è che il dito dietro cui Giorgia Meloni furbescamente si nasconde e per chi fa finta di concederglielo il modo altrettanto furbo per tenerla sulla corda e per escluderla nei momenti e nelle questioni topiche dall’area democratica occidentale. Siamo di fronte ad un’apprendista stregona, tollerata obtorto collo all’estero ed esaltata in patria (anche per colpa degli snobismi pseudo-culturali alla Cacciari).

Che serve mandare giustamente affanculo Italo Bocchino per essere complimentosi con Giorgia Meloni? Sarebbe meglio, tutto sommato il contrario. Bocchino è insopportabile, ma è parte integrante del gioco meloniano (basta ascoltare i suoi commenti ai contenuti dell’inchiesta di Fanpage, così come quelli degli esponenti politici di FdI nonché dei tanti giornalisti fiancheggiatori). Se volesse essere coerente, Cacciari dovrebbe mandare affanculo parecchia gente: basterebbe e sarebbe meglio che ci mandasse la premier (in modo magari elegante per non incorrere negli assurdi guai giudiziari in cui è incorso il professor Luciano Canfora), anziché sforzarsi di legittimarla inspiegabilmente.

Il sacrosanto attacco all’insufficienza politica della sinistra non val bene una messa all’altare democratico di Giorgia Meloni.  All’ipocrisia della nostra premier preferisco paradossalmente la sincerità di Marine Le Pen: votando questa i francesi sanno quel che votano, votando Giorgia gli italiani no. Il di più viene dal fascismo passato, presente e futuro.

 

Trasformismo al buio fitto

Mi sembra opportuno, oserei dire obbligatorio, osservare e valutare le dinamiche politiche in chiave europea, abbandonando una visione meramente nazionale a cui peraltro siamo troppo affezionati. In questo senso è utile ricordare come il maggior partito italiano (FdI) si sia posto alla vigilia delle elezioni europee, lasciando intendere, seppure con un certo cerchiobottismo, la propria preferenza per la costituzione di una maggioranza parlamentare di centro-destra che mettesse in minoranza i socialisti.

Niente di male anche se all’indomani dei risultati elettorali è cominciato il trasformismo: la voglia di inserirsi nei giochi di potere a prescindere dalle promesse elettorali, lasciando aperta la possibilità di svolgere il ruolo di stampella più o meno trasparente per la riedizione della maggioranza parlamentare uscente. Mai coi socialisti! Mai dire mai! Senonché i socialisti non vogliono bere nemmeno un caffè con Fratelli d’Italia: Berlusconi diede del kapò a Martin Schulz, Meloni si presenta accompagnata virtualmente da una patriottica nidiata di fascistoni.

Molti giudicano positivamente questo tatticismo ascrivendolo alla furbizia politica di Giorgia Meloni, senonché queste manovre di stampo andreottiano bisogna saperle fare, altrimenti se ne esce malissimo e magari con un pugno di mosche in mano.  Può darsi che tutto si risolva in un drappello di voti garantiti sottobanco in Parlamento con il contraccambio di un delegato di qualche peso in Commissione: si ipotizza un incarico per Raffaele Fitto.

Gli accordi a tavolino non vanno bene se il tavolino non consente di sedersi al governo italiano: mentre Giorgia Meloni esprimeva in Parlamento queste infantili e isteriche reazioni rispetto alla sua esclusione dai giochi europei di un certo livello, osservavo l’imbarazzo di Antonio Tajani aderente al Ppe protagonista principale al tavolino di cui sopra nonché quello di Matteo Salvini, bellamente scavalcato nei suoi pregiudizi antieuropei. Il governo italiano si presenta infatti politicamente diviso in Europa: un coretto a tre voci che suscita scherno e ilarità.

Staremo a vedere, ma queste figurette italiane in sede Ue non mi vanno a genio, mentre gli italiani bevono tutto senza fare una piega. Ci lamentiamo di una politica fatta di incoerenze e manovre poco trasparenti e poi subiamo o addirittura applaudiamo al pendolarismo meloniano tra Orban e Von der Leyen, ci accontentiamo di uno straccio di delega pesante, che rimane l’unico chicco d’uva raggiungibile dalla volpe Meloni (candidato ideale sarebbe Guido Crosetto con incarico tutto da stabilire).

È questo il protagonismo italiano in sede Ue? È questo il ruolo politico che l’Italia si è conquistata? Posso essere drastico e provocatorio? Tra i giochetti di Giorgia Meloni e i gioconi di Marine Le Pen preferisco i secondi: almeno c’è un po’ di chiarezza. Attenzione a non rimanere figli di nessuno…L’opportunismo va bene fino a un certo punto. Con un debito pubblico enorme che ci pesa addosso, con le “pataglie” sporche che dobbiamo nascondere, con tutti i problemi che abbiamo, non possiamo permetterci di giocare a fare gli europeisti a mezzo servizio. Ne va della credibilità italiana e delle nostre prospettive in seno all’Europa.

Se l’intelligenza politica dei nostri attuali governanti consiste nelle strizzate d’occhio a Ursula e nei baciamano di Orban, siamo messi veramente male. Non consoliamoci con le difficoltà di Macron alle prese con Marine Le Pen. Tutto sommato, invidio i francesi.

Guerra no, ribellione sì

Giorgia Meloni via Facebook accusa la sinistra di usare toni da «guerra civile», visto che dai pentastellati citano per lei piazzale Loreto – «mi vorrebbero massacrata e a te sta in giù», dice – e sull’autonomia (e le altre riforme in ballo come il premierato) la premier non fa sconti. «Contro tutte queste riforme, la sinistra, di ogni colore, è scatenatissima. Ci accusano di ogni possibile nefandezza. Sul premierato ci accusano di deriva autoritaria poi – la stoccata – si scopre che lo proponeva anche il Pds di Achille Occhetto circa 30 anni fa. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mentre Giorgia Meloni grida al lupo della guerra civile, io desidero ardentemente la ribellione civile contro il suo modo di governare e contro i contenuti sostanzialmente anticostituzionali della sua azione di governo. È riuscita a rendersi ancora più inaccettabile di Silvio Berlusconi: il che è tutto dire!

Quali sono i motivi che suscitano in me questa ribellione, che va al di là del semplice dissenso. C’è in filigrana sempre e comunque la questione del neofascismo, che non è soltanto nostalgia da parte delle sue truppe giovanili, che non è solo incidente da parte dei suoi sodali, che non è una vaga reminiscenza storico-culturale, ma un modo di interpretare la politica che si esprime ad ogni piè sospinto.

Il tema dell’ordine pubblico viene impostato col metodo della repressione; quello della socialità col metodo della divisione; quello economico col metodo del favoritismo; quello istituzionale col metodo dell’accetta; quello del dialogo col metodo della menzogna. Di fronte a questo scempio è più che normale una certa ribellione, che può assumere anche toni eufemisticamente ineleganti.

L’aggressività e la prepotenza al limite della violenza verbale, usate a piena gola dalla premier, innescano un clima di insofferenza reciproca, che non è affatto democratica, ma che diventa irresistibile.

Può essere significativo al riguardo il fatto che all’indomani di una netta sconfitta elettorale ai ballottaggi delle elezioni comunali il presidente del Senato Ignazio La Russa auspichi tout court un cambiamento della legge elettorale: della serie le regole democratiche me le faccio io e guai a chi ha il coraggio di contestarmi.

Il chiudere sempre i discorsi facendosi forza del consenso elettorale per tappare la bocca a chi osa dissentire non è certamente un atteggiamento democratico, a parte il fatto che il consenso non è poi così largo e convinto da giustificare questo strisciante trionfalismo.

Se non erro mi sembra che Winston Churchill sostenesse che la democrazia comincia il giorno dopo delle elezioni. In Italia lo si smentisce instaurando un clima elettorale permanente che distrugge la democrazia; ma non solo, si governa col pallottoliere, con l’occhio rivolto non al Paese intero ma alle fette sociali di riferimento. Questi, per dirla fuori dai denti, sono i presupposti per un regime autoritario con tanto di spregiudicato uso dei media.

Non mi interessa niente se Achille Occhetto fosse o meno d’accordo sul premierato. Il discorso è molto serio e preoccupante e non va svilito a livello di rinfacciamenti più o meno appropriati. Questa riforma così come viene posta e contestualizzata dall’attuale governo è un vero e proprio attentato alla Costituzione.

E poi si vorrebbe che le opposizioni usassero i guanti di velluto? che chi protesta lo facesse con la sordina? che chi dissente si rassegnasse all’instaurazione di un regime in via di progressiva combinazione antidemocratica?

Sarà bene che gli italiani si diano una mossa. Se andiamo avanti di questo passo scoppieranno ben altre proteste rispetto a quelle attuali fin troppo contenute. Almeno me lo auguro. Un netto e inequivocabile no alla violenza, ma un convinto sì alla protesta e, se necessario, alla ribellione civile. Toccherà alle forze politiche e sociali interpretare il malcontento non per stopparlo o assorbirlo, ma per trasformarlo in proposte alternative in difesa della costituzione e della democrazia.

Mors tua mors mea, vita tua vita mea

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

Siamo incamminati su questa strada. Per ora “accontentiamoci” di quanto sta succedendo in Germania come attestato dall’articolo di seguito parzialmente citato.

In apparenza è una buona notizia. Continental, impresa tedesca di componenti per auto, ha trovato un partner in cui ricollocare una parte degli oltre 7mila lavoratori in esubero a causa della crisi del settore. Peccato che operai e dirigenti, in particolare addetti all’innovazione, saranno assorbiti da Rheinmetall (di cui fa parte anche Rwm in Sardegna, i cui ordigni sono stati utilizzati, come hanno dimostrato varie inchieste, nella guerra in Yemen), colosso nazionale della Difesa, in pieno boom a causa del conflitto in Ucraina. Bank of America, in un recente rapporto, definisce la compagnia – insieme alla britannica Babcock – la più “promettente”, con un beneficio operativo dodici volte più alto della media del settore. Per quest’anno, l’azienda con sede a Dusseldorf prevede di incrementare il proprio giro d’affari del 40 per cento rispetto al 2023 quando il fatturato era stato di 7,2 miliardi di euro. Soldi provenienti, in parte, dal fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito dal governo tedesco nel 2022 per rimodernare l’esercito per adeguarlo al «cambiamento d’era», per parafrasare il cancelliere Olaf Scholz. «Dobbiamo essere preparati per la guerra», non si stanca di ripetere il ministro della Difesa, Boris Pistorius. Rheinmetall, dunque, si prepara a una fase di boom: nel 2023, le richieste hanno toccato il picco di 38,3 miliardi, il 44 per cento in più nel giro di dodici mesi. Per portare avanti l’espansione, il colosso si è messo alla ricerca di nuovo personale. Si parla di un aumento del 10 per cento dei 30mila addetti, il maggior piano di assunzioni dalla fine della Guerra fredda. (dal quotidiano “Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Economia di guerra, fondata sulle armi! Non sorprendiamoci quindi se le guerre non finiscono mai, sono un tormentone senza soluzione di continuità, tuttalpiù si può sperare in qualche pausa che prelude ad una ripresa ancor più forte delle ostilità. È la visione tragica ma realistica delle sorti del mondo. Ne siamo tutti più o meno responsabili: dalla ipocrita protervia dei governanti all’omertoso menefreghismo dei semplici cittadini.

La diplomazia è ridotta a vuoto rituale, che costituisce purtroppo un semplice rammendo rispetto agli sbraghi continuamenti procurati al nostro lussuoso ma sempre più sbrindellato abito funerario.

Non mi resta che rifugiarmi nell’insegnamento etico di mio padre, il quale ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: «Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?».

Di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Mio padre peraltro era in ottima compagnia e in perfetta sintonia con papa Francesco che a Redipuglia pronunciò le parole che riporto di seguito.

Qui e nell’altro cimitero ci sono tante vittime. Oggi noi le ricordiamo. C’è il pianto, c’è il lutto, c’è il dolore. E da qui ricordiamo le vittime di tutte le guerre. Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? É possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”.

 É proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere. Con quel “A me che importa?” che hanno nel cuore gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni.

Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto.

Mio padre e il Papa. E i politici? Come diceva spesso Giorgio La Pira, oggi gli unici realisti della politica sono coloro che credono nella pace; drammaticamente illusi sono coloro che credono di risolvere con i vecchi strumenti della violenza e della guerra gli inediti problemi dei nostri tempi.

Mi sono ripromesso di operare le mie scelte politiche in base al criterio della “pace”: ho recentemente votato in questo senso e continuerò a farlo a costo di astenermi o di esprimere voti apparentemente inutili o ininfluenti. Un principio radicale che rifiuta ogni e qualsiasi eccezione. Una irrinunciabile opzione etica che viene prima delle ricostruzioni storiche, delle analisi socio-culturali e dei ragionamenti politici.

A Marco Tarquinio, parlamentare europeo di fresca nomina, è stato chiesto di definire l’Europa in una parola. La risposta è stata “pace”. “L’Europa è pace o non è niente”. Mi permetto di essere pienamente d’accordo e di augurargli di rimanere fedele a questa radicale impostazione.

 

 

 

 

 

 

 

Biglietto da vergogna

Dall’01 gennaio 2022 al 31 maggio 2023 la Guardia di finanza ha individuato 8.924 evasori totali, esercenti attività d’impresa o di lavoro autonomo completamente sconosciuti al fisco, molti dei quali operanti attraverso piattaforme di commercio elettronico: il 54,8% in più rispetto ai 5.762 scoperti tra il gennaio 2021 e il maggio 2022.

Individuati anche 45.041 lavoratori in “nero” o irregolari. È quanto emerge dal bilancio operativo del Corpo reso noto in occasione del 249esimo anniversario della fondazione. Sempre negli ultimi 17 mesi, sono stati scoperti 1.246 casi di evasione fiscale internazionale, principalmente riconducibili a “stabili organizzazioni occulte, a manipolazioni dei prezzi di trasferimento, a residenze fiscali fittizie e all’illecita detenzione di capitali oltreconfine”. Le persone denunciate per reati tributari sono 19.712, di cui 438 arrestate.

Il valore dei beni sequestrati quale profitto dell’evasione e delle frodi fiscali è di 4,8 miliardi. Sono state avanzate 2.568 proposte di cessazione della partita Iva e di cancellazione dalla banca dati Vies nei confronti di soggetti economici connotati da profili di pericolosità fiscale. I 4.884 interventi in materia di accise hanno permesso di sequestrare oltre 2.000 tonnellate di prodotti energetici e di accertare oltre 383 mila tonnellate consumate in frode.

Quasi 83 mila sono stati, invece, i controlli doganali sulle merci introdotte sul territorio nazionale in evasione d’imposta, contraffatte o in violazione delle norme sulla sicurezza. Le attività di contrasto al contrabbando hanno portato al sequestro di 596 tonnellate di tabacchi lavorati esteri e alla denuncia di 895 persone, di cui 170 arrestate, mentre i controlli e le indagini contro il gioco illegale hanno permesso di scoprire 389 punti clandestini di raccolta scommesse e di verbalizzare 9.302 persone, di cui 465 denunciate. (AGI)

 

Alla fine del 2023 la Procura europea aveva all’attivo 1.927 indagini, con un danno complessivo stimato per il bilancio dell’Ue di 19,2 miliardi di euro, di cui il 59% (11,5 miliardi di euro, corrispondenti a 339 indagini) legato a gravi frodi transfrontaliere in materia di Iva. Ben 206 indagini attive erano relative ai primi progetti di finanziamento Next Generation Eu, con un danno stimato di oltre 1,8 miliardi di euro. Ciò rappresenta circa il 15% di tutti i casi di frode di spesa che ha coinvolto fondi Ue gestiti dalla Procura europea durante il periodo di riferimento, ma in termini di danno stimato corrisponde a quasi il 25%. Il numero – spiega la l’Eppo nel suo rapporto annuale 2023 – non può che aumentare, nel contesto dell’attuazione accelerata dei finanziamenti Next Generation Eu. Tanto più che dall’anno scorso è emerso come i gruppi della criminalità organizzata siano coinvolti in questo tipo di attività fraudolente legate ai progetti dei Piani nazionali di ripresa e resilienza. (dal quotidiano “Avvenire”)

Questo, al di là dei risultati elettorali e delle acrobazie diplomatiche, è il biglietto da visita del nostro Paese nei confronti dalla Ue. Da una parte presentiamo in modo clamoroso la macchia del neofascismo che in sede europea non viene giustamente sottovalutata e tollerata; dall’altra parte esibiamo un rosario di vergognose e sistemiche scorrettezze finanziarie.

Con quale credibilità ci sediamo ai tavoli europei per chiedere aiuti e comprensione? Con quale forza contrattuale tentiamo di ottenere alleggerimenti e rinvii del rigorismo? Con quale peso politico pensiamo di sostituirci all’asse franco-tedesca nel governo dell’Europa?

Dobbiamo renderci conto che le furbizie italiane vengono al pettine, ci squalificano e pregiudicano il nostro cammino politico, economico e finanziario all’interno dell’Unione europea. Altro che fare la voce grossa nella ricerca degli equilibri di potere a livello istituzionale. Altro che rivendicare un ruolo importante nel Parlamento, nella Commissione e nel Consiglio europei.

Temo che alle smargiassate di Giorgia Meloni i partner europei reagiscano con le espressioni usate nel Rigoletto dai cortigiani del duca di Mantova di fronte alle sparate del buffone di corte. Scuotono il capo e commentano fra di loro: “Coi fanciulli e coi dementi spesso giova il simular”.

Non so come stiano in materia di correttezza amministrativa gli altri Stati europei, so che l’Italia sta molto male. Paradossalmente e malignamente parlando, si può capire il legame degli attuali governanti italiani con i Paesi sovranisti dell’ex Unione Sovietica. Loro, come noi, portano a casa fondi e aiuti e poi in cambio riservano dinieghi politici, porcherie etiche e scorrettezze finanziarie.

O ci diamo una regolata o la regolata ci arriverà da Bruxelles. Cerchiamo almeno di essere umili e ragionevoli, di abbassare la cresta e magari di parafrasare Alcide De Gasperi all’indomani della fine della seconda guerra mondiale: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me…”. Impariamo dalla storia e dai nostri governanti di un tempo, che la sapevano molto più lunga di quelli attuali, capaci solo di alzare la voce per dire fregnacce.

Il caporalato questo conosciuto

Il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione della mano d’opera, specialmente agricola, attraverso intermediari (caporali) che assumono, per conto dell’imprenditore e percependo una tangente, operai giornalieri, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali.

Si tratta di un’autentica piaga esistente da sempre, che fa da corollario al sistema mafioso, sfruttando i soggetti più deboli e bisognosi di lavoro, fra i quali naturalmente sono compresi gli immigrati: queste persone sono trattate come oggetti da usare e poi, se del caso, da gettare nella spazzatura.

Non ci dobbiamo quindi scandalizzare: con ogni probabilità il recente caso dell’immigrato abbandonato come un cane dopo aver subito un gravissimo infortunio sul lavoro e morto molto probabilmente per omissione di soccorso, non è che la punta dell’iceberg.

Vengono tuttavia spontanee alcune riflessioni. La prima riguarda la farisaica diatriba sulla delinquenza messa in atto dagli immigrati fannulloni, ladri e stupratori, che nasconde tutto il nostro egoismo nel non volerli accogliere e addirittura la nostra volontà di sfruttarne le miserie per arricchirci illegalmente.

Mi pongo una paradossale e provocatoria domanda sul piano etico: è più grave la delinquenza dei poveri che attaccano i ricchi o quella dei ricchi che attaccano i poveri? Si dirà: la delinquenza è tale per tutti e verso tutti e da essa ci si deve difendere. D’accordo! Però, prima di criminalizzare tutti gli accattoni che disturbano la nostra quiete, dovremmo fare qualcosa di positivo verso questi soggetti e i loro bisogni, tra i quali quello del lavoro, possibilmente non in nero.

Mi pongo anche un’altra provocatoria domanda sul piano politico: l’atteggiamento della società verso gli immigrati è quello di respingerli direttamente (lasciandoli morire in mare) o indirettamente (dislocandoli nei lager libici o albanesi), di sfruttarne lo stato di indigenza, di trattarli “cme i rosp al sasädi”, di buttarli nelle braccia della criminalità organizzata? Non nascondiamoci dietro il “ditone” dell’Europa, perché l’Europa siamo noi e ogni Stato membro della Ue ha il suo modo di non accogliere gli immigrati.

Possibile che, dopo tanti anni, facendo finta di non capire che l’immigrazione non è un’emergenza ma un dato costitutivo della nostra vita sociale, non esista uno straccio di strategia per far fronte a questo fenomeno? Continuiamo a nasconderci dietro l’altro “ditone” dei numeri insopportabili, mentre in realtà la quantità degli immigrati sarebbe gestibilissima e potrebbe addirittura rappresentare una risorsa per le nostre società vecchie, sazie e disperate.

Quanto al caporalato, possibile che non si riesca a snidare questo andazzo criminale? Improvvisamente salta fuori il discorso dei controlli, che è l’ultimo anello della catena: scopriamo oggi l’acqua calda dell’insufficienza burocratica del sistema volto a combattere questa piaga. Il discorso è sempre quello della galera: galera per gli scafisti, galera per le loro vittime che se ne dovrebbero stare in patria a morir di fame, galera per gli sfruttatori e gli sfruttati che si “vendicano” a modo loro, galera per i delinquenti. In poche parole galera per tutti, salvo verificare che in carcere si muore come e forse più che per lavoro nero, che le carceri sono insufficienti a contenere tutta questa gente e che si rischia di fare la fine di quello storico e ingenuo derattizzatore che, dopo aver catturato un topo, non avendo il coraggio di ucciderlo, lo portava in aperta campagna e lo liberava. Tornato a casa ne trovava subito un altro e diceva tra il serio e il faceto: “Dio at maledisa, at si stè pu zvèlt che mi, at si rivè primma che mi…”.

Spero di non avere banalizzato un discorso gravissimo, ma illudersi di risolvere tutto dichiarando guerra agli sfruttatori mi sembra piuttosto velleitario: facciamo pure tutti i controlli del caso, potenziamo pure le strutture adatte allo scopo, incarceriamo i generali e i caporali, ma se non cambiamo mentalità, se non togliamo questi disgraziati dalle grinfie di un sistema malato, se non capiamo che la società non va difesa nei suoi ingiusti meccanismi ma cambiata e orientata verso la giustizia e la solidarietà, andremo solo a raccogliere quei rifiuti che non si possono riciclare e gridano vendetta al cospetto di Dio.

 

Amicizia sì, complicità no, omertà nemmeno

L’ufficio del Comitato internazionale della Croce Rossa a Gaza, circondato da centinaia di civili sfollati che vivono nelle tende, è stato danneggiato da proiettili di grosso calibro caduti nelle vicinanze”: subito dopo il bombardamento “22 corpi e 45 feriti sono stati portati al vicino ospedale da campo della Croce Rossa”. (Ansa)

Il concetto è talmente scontato da essere divenuto un modo di dire. ‘Non sparate sulla Croce Rossa’ è più di una frase comune: denuncia l’impossibilità – a meno di manifesta viltà – di scagliarsi contro gli indifesi. Ancor di più, di scatenare atti violenti contro chi presta il proprio servizio per portare soccorso a persone in pericolo disarmato, neutrale e indipendente. Da qualche anno a questa parte, il principio è messo in discussione con sempre maggiore frequenza. (Limes)

In questi giorni è successo a Gaza un fatto che dimostra la follia bellica da cui siamo circondati. Tutta colpa di Hamas? Ma fatemi il piacere! C’è una precisa responsabilità di Israele: stiamo andando ben oltre la vendetta, c’è la volontà di distruggere il popolo palestinese. La guerra si sta allargando al Libano e tutti stanno a guardare. L’episodio di cui sopra è emblematico: non c’è limite alla volontà di guerra.

Un tempo si usava un atro modo di dire per significare il paradosso di certi comportamenti: bestemmiare in chiesa! Considerato l’ebraismo, religione a cui si ispira lo Stato di Israele, potremmo dire: bestemmiare in sinagoga!

Ascolto narrazioni che continuano a giustificare il comportamento del governo israeliano. Anche per questo conflitto, come per quello tra Russia e Ucraina, chi osa protestare contro i crimini di guerra perpetrati da Israele viene immediatamente catalogato come tifoso di Hamas, come amico del giaguaro, come fazioso scambiatore delle carte in tavola.

Non vado oltre nei miei giudizi, mi rimetto al messaggio di Sergio Mattarella per lo Yom Haatzmaut, festa dell’indipendenza, inviato al presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, che di seguito riprendo da Sir Agenzia d’informazione.

 “Rinnovo la ferma condanna per l’atroce attacco terroristico del 7 ottobre 2023 e le espressioni del cordoglio della Repubblica Italiana e mio personale. Resta viva negli italiani tutti la speranza che gli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi di Hamas possano essere quanto prima restituiti alla libertà e all’affetto dei propri cari. È altresì indispensabile giungere a un’immediata cessazione delle ostilità nella Striscia di Gaza, anche per consentire il pieno accesso umanitario alla popolazione civile, da mesi stremata e bisognosa del sostegno della Comunità internazionale”. Lo ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, in occasione della ricorrenza dello Yom Haatzmaut. “I nostri Paesi – sottolinea il Capo dello Stato italiano – sono uniti da un legame profondo, fondato su valori comuni e cresciuto nel tempo grazie a un’ampia e diversificata collaborazione che ha promosso il benessere dei nostri popoli e una sempre più profonda conoscenza reciproca. È, questo, un patrimonio comune cui l’Italia annette la massima importanza, meritevole di essere preservato e consolidato. In questo giorno di giustificato orgoglio del popolo israeliano, assistiamo con grandissima preoccupazione ai drammatici sviluppi nella regione, sempre più segnata da violenza e tensioni. In tale contesto, desidero ribadire l’impegno dell’Italia affinché Israele possa esercitare in pace e sicurezza il proprio diritto inalienabile a esistere”.
“Auspichiamo che quanto prima il ciclo della violenza possa essere interrotto, che si riducano le tensioni – anche al livello regionale – e che si apra la strada ad un dialogo che porti ad una soluzione a due Stati, giusta, necessaria, sostenibile, in linea con il diritto internazionale”, prosegue Mattarella, parlando di “una soluzione che è nell’interesse di tutti e per la quale tutti dobbiamo impegnarci”.

Il nostro Presidente, dimostra come si possa essere amici di uno Stato, ma proprio partendo dall’amicizia si possa dire la verità, seppure in modo molto diplomatico, e auspicare la fine delle ostilità, senza dimenticare i torti e le ragioni di entrambe le parti in conflitto.

Se la risposta di Israele è quella di “sparare sulla Croce Rossa”, bisognerebbe forse ripensare anche alle amicizie al fine di evitare che diventino occasioni di omertosa neutralità.

 

 

 

 

Il potere è in guerra col pacifismo

In questi giorni mi sto ponendo due domande tra loro collegate: quanto ha influito sul voto europeo il malcontento popolare verso il clima di guerra imbastito dai poteri costituiti o comunque tollerato da essi? perché tanta ostilità, per non dire ostracismo, verso le idee riconducibili al pacifismo peraltro e purtroppo sempre più flebile?

Da tutti i sondaggi è emerso nel tempo che la gente rigetta ogni e qualsiasi tipo di guerra, ma lo fa superficialmente, in modo generico ed istintivo e non riesce ad esprimere ed incanalare politicamente questo sentimento: è contro la guerra, ma non è pacifista; subisce la guerra come una sorta di male necessario, influenzata dalla narrazione mediatica, attestata rigorosamente in difesa degli schemi di ragionamento bellicisti.

Probabilmente nell’astensionismo dilagante c’è anche in filigrana la presenza, a volte addirittura inconscia, di questa protesta. Credo che la protesta sia addirittura sboccata nel voto estremista di destra dal momento che la sinistra non riesce ad intercettarla. È un paradosso che mi disturba e mi angustia. Faziosamente stupida è la contestazione a chi di sinistra (come il sottoscritto) si trova a convergere sul tema della pace con formazioni politiche di destra: pur di evitare la guerra non mi faccio scrupolo a prendere un caffè pacifista persino col diavolo.

Il potere costituito, direttamente o indirettamente, irride alle ragioni della pace, ma sotto-sotto le teme e quindi scatena contro di esse tutti i cani mediatici per silenziarle, per squalificarle in partenza, per combatterle scorrettamente. D’altra parte cosa potrebbe fare se è vero come è vero che attorno alla guerra girano interessi enormi e fondamentali per il sistema e che sostanzialmente viviamo in regimi fondati sulla guerra, che detto fra parentesi la nostra Costituzione ripudia. Gli sporchi interessi valgono bene un’amnesia costituzionale!

Faccio due esempi: la candidatura nelle liste del PD di Marco Tarquinio e la presentazione della lista “Pace, terra, dignità” di cui è stato promotore Michele Santoro. Tarquinio è stato letteralmente massacrato in modo sleale a livello mediatico, facendolo passare per visionario, banalizzando e falsificando le sue tesi, mettendolo in ridicolo, considerando insanabile il contrasto con l’opinione prevalente, se non addirittura unica, del partito che gli concedeva ospitalità. Durante lo spoglio delle schede elettorali si percepiva chiaramente come tutti, più o meno, stessero gufando e si augurassero il suo flop, per mettere a tacere una voce scomoda. Fortunatamente Marco Tarquinio è stato eletto, ma con quante difficoltà!

La lista di Santoro, nonostante la notorietà del promotore, è stata quasi ignorata dalla stampa e dai media di regime e il suo scarso, anche se significativo risultato è stato accolto con un sospiro di sollievo e con atteggiamento grilloparlantesco.

Chi di pacifismo ferisce, di bellicismo perisce. Il tritacarne della guerra non risparmia chi si permette di dissentire. Guai ai pacifisti! E purtroppo non c’è alcuna differenza fra destra e sinistra: i partiti politici, persino i verdi in Germania, sono tutti, con rarissime eccezioni, allineati e coperti a sostegno delle guerre in atto. In Italia il movimento cinque stelle, che si è distinto sul discorso del reiterato invio di armi all’Ucraina e che ha inserito la parola “pace” sulle schede elettorali, è stato punito, probabilmente non solo per quello e in quanto il pacifismo non basta dirlo ma occorre saperlo fare e non strumentalizzarlo. Se permettete però un ragionamento assurdo, preferisco di gran lunga chi strumentalizza la pace a chi strumentalizza la guerra. La lista Santoro, pur mettendo in campo l’argenteria del pensiero pacifista, ha pagato l’inevitabile prezzo alla improvvisazione e al silenzio mediatico.

Torno per un attimo alla rilevanza della guerra sul comportamento elettorale dei cittadini europei. Probabilmente la gente non si rende ancora conto dei rischi che sta correndo l’intera umanità: stiamo viaggiando sul filo del rasoio di un conflitto nucleare, ma o non percepiamo questo catastrofico rischio o preferiamo rimuovere dai cervelli e dalle coscienze questo problema. Nemmeno il Papa, che gode, almeno superficialmente, di attenzione e simpatia, riesce a bucare il video e a scalfire la tesi della necessità della guerra.  Non lamentiamoci poi se l’Europa non conta un cazzo, se gli Usa fanno i cazzi loro, se la Nato pretende di fare i cazzi nostri (scusate la volgarità, ma quanno ce vo’ ce vo’).

 

 

La trappola dei Viganò

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti, è sotto processo per scisma da parte del Dicastero per la dottrina della fede. Lo ha comunicato ieri lo stesso presule sul suo account X pubblicando anche il decreto di citazione del Dicastero vaticano guidato dal cardinale Victor M. Fernandez.

Secondo tale decreto Viganò si sarebbe dovuto presentare – cosa che non ha fatto – ieri pomeriggio (o nominare un suo difensore) alle 15.30 per «prendere nota delle accuse e delle prove circa il delitto di scisma di cui è accusato (affermazioni pubbliche dalle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio Vaticano II)». Nel caso di mancata comparizione o di una difesa scritta presentata entro il 28 giugno, recita il decreto, l’arcivescovo «sarà giudicato in sua assenza».

(…)

Viganò viene accusato di non riconoscere la legittimità del Pontefice né quella dell’ultimo Concilio. L’arcivescovo Viganò in un lungo comunicato ha dichiarato di considerare le accuse rivoltegli «come un motivo di onore». «Credo – ha soggiunto – che la formulazione stessa dei capi d’accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi. Non è un caso che l’accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana “chiesa sinodale” è necessaria metastasi». Monsignor Viganò non ha mancato di paragonarsi all’arcivescovo Marcel Lefebvre che «cinquant’anni fa, in quello stesso Palazzo del Sant’Uffizio», venne «convocato e accusato di scisma per aver rifiutato il Vaticano II». «La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie, – ha dichiarato Viganò – miei sono i suoi argomenti dinanzi ai quali le Autorità romane non hanno potuto condannarlo per eresia, dovendo aspettare che consacrasse dei vescovi per avere il pretesto di dichiararlo scismatico e revocargli la scomunica quando ormai era morto. Lo schema si ripete…».

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Sulla vicenda è intervenuto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. «Monsignor Viganò – sono state le parole del porporato vicentino – ha assunto alcuni atteggiamenti a cui deve rispondere. È normale che la Dottrina della fede abbia preso in mano la situazione e stia svolgendo quelle indagini che sono necessarie per approfondire questa situazione stessa. Ha dato a lui la possibilità anche di difendersi». Il cardinale Parolin ha voluto aggiungere anche una nota a livello personale. «Mi dispiace tantissimo – ha detto -, io l’ho sempre apprezzato come un grande lavoratore molto fedele alla Santa Sede, in un certo senso anche di esempio, quando è stato nunzio apostolico ha lavorato estremamente bene, cosa sia successo non lo so». (dal quotidiano “Avvenire” – Gianni Cardinale)

Innanzitutto mi auguro che monsignor Viganò, nel formulare le proprie idee e nel lanciare le sue accuse, sia in buona fede, perché altrimenti sarebbe da squalificare in partenza senza appello. Lo spero per la sua coscienza e per la sua vita.

In secondo luogo, a prescindere dal merito delle tesi che gli vengono contestate, sono assolutamente contrario allo stile inquisitorio seppure riveduto e corretto a livello di Dicastero per la dottrina della fede. La Chiesa non può e non deve adottare simili procedure, tuttalpiù deve cercare testardamente di dialogare e, allorquando il dialogo diventa impossibile, deve interrompere il collegamento e la collaborazione, ma senza scomuniche o robe del genere. La carità cristiana non ha limiti anche se non si deve trasformare in buonismo, ma deve rimanere il leitmotiv della sinfonia ecclesiale.

In terzo luogo vorrei ricordare quello che disse Gamaliele, un rabbino ebreo del I secolo d.C., maestro di Paolo, prendendo le difese degli apostoli, quando comparvero davanti al Sinedrio (At 5,34-39 ) per rispondere alle implacabili inchieste scatenate contro i seguaci di Gesù i primi tempi dopo la sua morte: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (At 5, 38-39).

Vale anche paradossalmente per chi come monsignor Viganò le spara veramente grosse. Non ci sarà bisogno di scomodare l’ex Sant’Uffizio per snidare le falsità e le follie di un vescovo, che temo possa essere stato ed essere tuttora strumentalizzato contro l’impostazione pastorale di papa Francesco. Lo lascerei dire per vedere dove arriva e se c’è qualcuno dietro di lui che fa un gioco sporco. Nella Chiesa purtroppo c’è posto anche per queste cose: per evitarle vediamo però di non fare tuffi nel passato (forse è proprio quello a cui punta Viganò) e di non ricadere nel controproducente clima inquisitorio e intimidatorio.

Ricordiamoci cosa disse Gesù a Pietro che lo voleva difendere da chi lo stava arrestando: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». Sono sicurissimo che lo direbbe anche riguardo alla spada sguainata dal Vaticano contro Viganò.

Nel merito delle tesi di questo personaggio non mi sembra, nel modo più assoluto, il caso di entrare. Per me il problema non sta nel fatto che il Concilio Vaticano II sia un cancro, ma semmai il cancro consiste nell’averlo in parte devitalizzato e nel non averlo ancora adeguatamente accolto e attualizzato nella vita della Chiesa. Facciamo questo e poi i Viganò di turno potranno andare tranquillamente al diavolo senza bisogno di mandarceli con procedure punitive ad hoc.