Santi e santini

La causa accidentata di Frassati, santo nonostante le fake news. Il cammino verso gli altari del giovane torinese fu rallentato da una serie di dicerie che si rivelarono false riguardo alla correttezza del suo rapporto con le ragazze. (dal quotidiano “Avvenire” – Emilia Flocchini)

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa. Non sono quindi molto interessato ai processi di beatificazione e santificazione e, se stesse in me, quanti operano a livello della Congregazione delle Cause dei Santi li manderei volentieri a farsi il mazzo in qualche parrocchia periferica, a diventare cioè loro stessi santi facendo il lavoro “sporco” senza indagare sulla santità altrui.

A proposito di questa premessa sul mio scetticismo in ordine alla valanga di Santi per i quali in Vaticano si fa un gran sgomitare per l’accesso agli altari, aggiungerò le battute pesanti che scambiavo con mia sorella Lucia: “An so miga, ien tùtt sant, sarala po’ acsi?”. Si potrebbe dire “scherza coi santi e lascia stare la santità”. Non si dice forse “at magnè un sant?” (cioè un santino) a chi se ne sta buono e zitto in disparte senza dare fastidio? La santità riservata a chi non rompe i coglioni, vale a dire a chi non devia dagli schemi clericali?

E pensare che ho un Santo fra i miei parenti più stretti, mio zio Ennio sacerdote, che funziona a meraviglia come mio protettore: recentemente alla luce della sua vita e morte mi è stato suggerito di provare ad intentare una causa di beatificazione. Ho risposto quasi sdegnosamente: «E che bisogno c’è di mettere mio zio Ennio sugli altari? Io ce l’ho vicino e guai a chi me lo tocca…».

Ma il paradosso in ordine a Pier Giorgio Frassati viene dai dubbi sollevati in merito alla sua vita sentimentale e sessuale. Capirai… E se anche fosse vero che aveva un comportamento disinvolto con le ragazze, sarebbe meno santo? Per me lo sarebbe ancor di più e i bigotti sarebbero serviti. Io la chiamo dissertazione sul sesso degli angoli o, se volete, bigotta masturbazione sulla castità obbligata.

Poi c’è persino la questione dell’esumazione del cadavere, che lascerebbe intendere una sua morte apparente per il fatto di avere le mani nei capelli. Altro che avvocati del diavolo, qui siamo agli avvocati del cavolo che dimostrano l’accanimento contro questo giovane: se fosse stato sepolto vivo, cosa avrebbe dovuto fare se non reagire scompostamente ad una così drammatica situazione?

La vera e propria inflazione di Santi è dovuta probabilmente al tentativo di rendere compatibile la scelta di fede con la vita moderna. Ci vuole ben altro. Gli esempi servono a capire la lezione se però prima la lezione evangelica è stata ben spiegata, approfondita, masticata e digerita, altrimenti…

Una cosa è apprezzabile: fino a qualche tempo fa la santità sembrava monopolio clericale. I laici erano ridotti a ruolo di comparse. Qualcosa si è mosso, ma preferirei che i laici votassero per la scelta dei vescovi e, perché no, per l’elezione dei papi. Adesso smetto perché sto esagerando, anche se chi mi vuole intendere credo che mi abbia capito. Spero che Pier Giorgio Frassati e tutti i Santi preghino per noi a prescindere dal loro più o meno accidentato cammino verso gli altari e dalle chiacchiere più o meno pertinenti intorno alla loro santificazione.

In cauda ancora un po’ di venenum: i Santi saranno soddisfatti di avere un posto sugli altari e nel calendario liturgico o non gliene potrà fregar di meno? Lo capiremo appieno nell’aldilà.

 

 

 

 

 

Non abortiamo la tolleranza e il dialogo

Il convegno «Ascoltare la vita», in programma martedì sera nell’aula 200 dell’Università Statale di Milano, aveva per sottotitolo «Storie di libere scelte». Queste storie, però, nessuno dei presenti le ha potute sentire, perché un gruppo di ragazzi ha deciso che non avevano diritto di essere raccontate. Con una contestazione iniziata nel momento esatto in cui era stata invitata a parlare Soemia Sibillo, direttrice del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli, alcuni studenti del collettivo «Cambiare rotta» hanno fatto irruzione nell’aula, a suon di tamburelli, grida e bestemmie. Diversi loro amici si trovavano seduti tra i banchi e avevano assistito al primo intervento in scaletta, quello di Costanza Raimondi, assegnista di ricerca in bioetica alla Cattolica di Milano. Primo e unico dell’intero convegno, perché non c’è stato modo alcuno di proseguire.

«Mi avevano appena passato la parola – commenta Soemia Sibillo –, quando si sente picchiare forte alla porta dell’aula. Alcuni giovani sono entrati gridando slogan e bestemmie, con il chiaro intento di boicottare l’incontro, che era stato organizzato da loro coetanei della lista “Obiettivo Studenti”. Il più esagitato a un certo punto ha preso una bottiglietta dal tavolo dei relatori e l’ha rovesciata in testa a uno degli organizzatori. L’acqua è andata a finire anche sui cavi dell’impianto audio video, si sono spente le luci e il proiettore ha smesso di funzionare. Io avrei dovuto far vedere ai presenti la testimonianza di una mamma che ha accettato di portare avanti la gravidanza nonostante avessero diagnosticato al suo bambino una grave malformazione cardiaca, suggerendole l’aborto terapeutico. Ma non è stato possibile». (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Sartea)

Non ammetto l’intolleranza, che è la negazione della democrazia sul piano politico, del rispetto della persona sul piano umano e del dialogo sul piano sociale. Nessuno ha la verità in tasca, men che meno gli sciocchi energumeni dell’Università Statale di Milano.

Chi teme un clima clericale e bigotto entro il quale collocare la delicata problematica riconducibile al tema dell’aborto, rischia di cadere nell’uguale e contrario atteggiamento. Di fronte ad una problematica, a volte addirittura drammatica, gravidanza, non c’è un’unica risposta valida in tutti i casi.  Riporto di seguito quanto diceva don Andrea Gallo a chi lo interrogava sul problema dell’aborto.

«Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi permetto di sviluppare e parafrasare il pensiero di questo profetico sacerdote nella certezza che sarebbe perfettamente d’accordo.

«Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una donna che, nonostante i gravi rischi della sua gravidanza, vuole portarla avanti facendosi carico di tutte le conseguenze, sai cosa faccio? La aiuto in tutti i modi possibili nella sua coraggiosa decisione, non tanto in base al teorico principio del rispetto della vita, ma al concreto imperativo dell’umana solidarietà».

Ogni caso fa storia a sé e va affrontato nel dialogo fra le persone, che non vuol dire calare dall’alto soluzioni dogmatiche e pregiudiziali, ma cercare insieme soluzioni che rispettino, nei limiti del possibile, i diritti e i doveri di tutti, quelli della madre, quelli dal padre, quelli del nascituro, quelli dell’intera società.

In questo contesto costruttivo ha senso ascoltare tutte le esperienze, senza giudicarle, senza metterle in graduatoria, senza facili demonizzazioni e santificazioni in senso religioso e in senso laicista, quelle di donne che hanno deciso di abortire e quelle di donne che hanno deciso di non abortire. Questo non è pilatismo, ma disponibilità al dialogo e all’incontro con tutti in vista del reciproco aiuto nel superamento delle difficoltà.

Ecco perché mi sento in dovere di riportare quell’esperienza umana che non si è voluta ascoltare al suddetto convegno.

Nel video mai proiettato in aula, una giovane donna di nome Lourdes racconta la sua storia. Il giorno dell’ecografia morfologica, assieme al suo futuro marito Henry scopre che il piccolo che aspettano ha il cuore sinistro ipoplasico. I medici prospettano loro l’interruzione della gravidanza e descrivono le tre operazioni, una più rischiosa dell’altra, a cui si sarebbe dovuto sottoporre il bimbo se fosse riuscito a nascere, per sperare di sopravvivere.

«Quando sono arrivati da noi, la futura mamma era in lacrime, ma è stata l’unica volta che l’ho vista piangere – racconta la direttrice del Cav Mangiagalli –. Fatta la scelta di tenere il bambino, Lourdes ha dimostrato a tutti un coraggio e una forza incredibili, che non sono venuti meno nemmeno nei lunghi mesi in cui il suo bimbo è stato ricoverato in terapia intensiva al Niguarda, dove è nato e ha subito numerosi interventi a cuore aperto».

Il Cav ha sostenuto la giovane coppia, che viveva in una stanza condivisa con altre persone, procurando un alloggio dove affrontare con maggior serenità questa gravidanza. Subito dopo il parto, i neo genitori sono stati accolti in un altro appartamento, in zona Niguarda, per facilitarli nel loro andare e venire dall’ospedale dove Liev Logan ha lottato per vivere, vincendo la sua battaglia perché ora sta bene.

«Sarebbe stato impossibile affrontare tutto ciò da soli», afferma Lourdes nell’intervista video. «I nostri genitori sono lontani, in Perù. Qui è il Cav Mangiagalli la nostra famiglia». (ancora dal quotidiano “Avvenire” – Anna Sartea)

Sono cattolico, ma non mi sono mai lasciato imprigionare negli schemi dogmatici e nei principi religiosi. Mi sforzo di essere attento ai problemi degli altri e di allungare la mano con grande rispetto e discrezione, senza giudicare per non essere giudicato. Ho cercato di farlo nel mio impegno cristiano a livello individuale e comunitario, nella mia vita professionale, nei rapporti sociali, nella mia partecipazione attiva alla vita politica. In contrapposizione ai miei innumerevoli difetti e limiti, tutti mi riconoscono un po’ di umana sensibilità.  Di fronte al tema dell’aborto cerco di capire, di ascoltare e di non giudicare. L’ho fatto anche in questa sede.

Papesatan papesatan Aleppo

Otto anni dopo la cacciata sotto i bombardamenti russi pro-regime di Bashar al Assad, le forze di opposizione siriane tornano ad Aleppo. Un esercito vero e proprio di circa 60mila soldati, nato dal raggruppamento di 13 bande divise, sfiduciate e poco collaborative tra loro. Ad Aleppo le forze lealiste se ne sono andate senza combattere, se non qualche scambio di fuoco in periferia, e ora che i ribelli puntano Hama le forze militari di Assad battono in ritirata seppure il presidente siriano ribadisce: «Sconfiggeremo i terroristi». Filoturchi, jihadisti, ex militanti di al Qaeda: chi c’è dietro l’avanzata elle forze ribelli in Siria? Un coacervo di gruppi che negli ultimi cinque anni hanno messo da parte le differenze per ribaltare il regime. Approfittando della debolezza di tutti i suoi alleati. Dall’Iran a Hezbollah alla Russia, i principali artefici della vittoria di Bashar al Assad ormai otto anni fa nella guerra civile scoppiata in Siria nel 2011 sono ora impegnati nei loro conflitti. Mentre l’esercito nazionale è sfibrato e sfiduciato da una guerra che non è mai veramente finita.

(…)

L’attacco si inserisce nella lunga timeline della guerra civile in Siria, mai esauritasi. Un conflitto che negli ultimi anni è diventato a bassa intensità ed è sparito dai radar dell’opinione pubblica internazionale anche per l’esplodere di altri conflitti. Ma in Siria si consuma da 12 anni l’attrito tra potenze per l’egemonia regionale. Qui operano in varie forme Stati Uniti, Russia, Iran, Israele, Libano, solo per citarne alcuni. E proprio per questo i ribelli hanno trovato ora il momento adatto per dare una spallata al regime. Nel 2016 furono decisive le bombe russe e le forze iraniane per cacciare gli oppositori da Aleppo e mettere in cantina i sogni di ribaltare il regime. Ora i bombardamenti della Russia avvengono per proteggere la ritirata e arginare l’avanzata dei ribelli. Dopo cinque anni di addestramento e la tessitura di una rete para-diplomatica, da Idlib è arrivato l’ordine di attaccare approfittando dell’indebolimento di tutti gli alleati di Assad. Le milizie di Hezbollah sono tornate in Libano per fronteggiare Israele. I russi sono impegnati in Ucraina. Gli avamposti iraniani sono stati distrutti dai bombardamenti israeliani. Quindi Tel Aviv ha avuto un ruolo fondamentale nell’indebolimento di due alleati su tre del regime siriano, distruggendo anche depositi di armi e fortezze, ma certo non auspica una presa del potere in Siria da parte dei jihadisti. (da OPEN online)

 

La guerra continua: le battaglie si susseguono, una tira l’altra, spuntano come i funghi dal momento che il terreno è ben preparato e coltivato. Ad Aleppo abbiamo una eloquente sintesi delle spinte e controspinte belliche: la concreta dimostrazione che la spirale della violenza è inarrestabile.

Anche la diplomazia rischia di rimanere completamente devitalizzata di fronte ad un simile impazzimento generale. Abbiamo seminato vento e raccogliamo tempesta. Nessuno riesce ad esprimere e proporre un piano di pace, troppe variabili dipendenti e oserei dire nessuna variabile indipendente da cui partire.

Tutto sommato la meno invischiata negli equilibri politici è l’Europa che però è la più danneggiata sul piano delle migrazioni e sul piano commerciale. Come può fare ad essere elemento di propulsione e non di arretramento? L’unica strada è quella di trovare una fortissima unità interna, di esprimere una classe dirigente degna di tale nome, di prendere la leadership dell’Occidente e di tessere la tela di un nuovo equilibrio internazionale.

Occorre però coltivare la fantasia della pace e abbandonare l’aridità della guerra, bisogna credere nell’impossibile a rischio di essere considerati visionari. Non vedo altre possibilità: ognuno deve fare la sua parte coraggiosamente per non farsi imprigionare nell’inevitabilità della violenza.

Non so andare oltre queste riflessioni anche se mi rendo perfettamente conto della loro relatività al limite della velleità. Però accettare questo mondo con rassegnazione è molto peggio. La realpolitik mi ha stomacato e non riesco che a vomitare sogni, forse più poeticamente che politicamente.

Mi sia consentita di chiudere con una speranzosa nota religiosa: “Ci serve doppia attenzione per vegliare sul nuovo che nasce, sui primi passi della pace anche tra di noi. E sul grammo di luce che si posa sul muro della notte di queste guerre infinite” (padre Ermes Ronchi).

 

Ai giudici l’ardua sentenza

Gino Cecchettin ha atteso 24 ore per far sedimentare le emozioni e soprattutto l’indignazione che ha provato nel sentire le parole del difensore di Filippo Turetta pronunciate nell’arringa nell’aula della corte d’Assise di Venezia dove è in corso il processo all’assassino della studentessa. E ha espresso parole dure; inedite per chi, come lui, finora non aveva voluto esprimere valutazioni ma solo auspicato che si facesse giustizia. «Mi sono nuovamente sentito offeso, e la memoria di Giulia umiliata», sono le parole con cui il papà di Giulia ha chiuso il post affidato ai social.

«La difesa di un imputato è un diritto inviolabile – ha scritto Cecchettin – ma credo sia importante mantenersi entro un limite dettato dal buon senso e dal rispetto umano. Travalicarlo rischia di aumentare il dolore dei familiari, e di suscitare indignazione in chi assiste». Un riferimento specifico alle parole che l’avvocato Giuseppe Caruso ha pronunciato martedì per chiedere che non venissero applicate a Turetta le aggravanti che lo porterebbero dritto all’ergastolo, in particolare quella della premeditazione, come chiesto dal pm: «Giulia Cecchettin – ha sostenuto in aula il legale – non aveva paura di Filippo Turetta. Andava da uno psicologo, ma non ci risulta che fosse per la relazione con Filippo. Nessuno dubita che Filippo fosse ossessionato da Giulia ma i tanti messaggi da “relazione tossica” non possono essere relativi alla loro relazione prima dell’ottobre 2023». E ancora, sull’efferatezza del delitto e il numero infinito di coltellate inferte alla povera Giulia: «Filippo era in preda a una tempesta emotiva […] Non è Pablo Escobar». La replica dei legali del giovane non s’è fatta attendere: «Come difensori siamo assolutamente certi di non aver travalicato in alcun modo i limiti della continenza espressiva, e di non aver mancato di rispetto a nessuno». (dal quotidiano “Avvenire” – Giulio Isola)

Sono diverse e delicate le questioni riguardanti la pena con cui dovrebbe concludersi il processo Turetta per l’omicidio di Giulia Cecchettin.  Innanzitutto viene in primo piano il discorso dell’ergastolo e della sua compatibilità con il principio costituzionale della rieducazione del condannato. Lecito che lo abbia sollevato la difesa dell’imputato, ma non è certamente questo il momento opportuno per affrontare un simile argomento a livello legislativo sotto l’effetto choc di un processo per un tremendo delitto. Il tema è di fondo ed è comunque da riprendere in sede culturale e parlamentare senza farsi influenzare dalle contingenze processuali.

Altro tema è quello dei limiti legali ed etico-professionali del sacrosanto diritto alla difesa: anche questo troppo delicato per essere affrontato a margine di un processo in corso di svolgimento. Mio padre, nel suo esagerato ed ingenuo giustizialismo, di fronte agli autori di certi efferati delitti, teorizzava addirittura la condanna dell’avvocato difensore, che osava trovare giustificazioni ed attenuanti per il colpevole. Al di là del paradossale istinto esternato da mio padre, non sono in grado di stabilire se la difesa di Filippo Turetta abbia varcato i confini del lecito. Entrare in questa materia è pericolosissimo e preferisco limitarmi a ritenere che la giustizia la esercitino i giudici senza comprimere alcun diritto dell’imputato salvo che nella foga difensiva vengano commessi ulteriori reati.

Arrivo però al dunque, vale a dire alla riflessione che mi viene spontanea alla luce della pubblicazione delle espressioni usate dal padre di Giulia Cecchettin. Perché utilizzare a fini mediatici il dolore e l’angoscia di un padre? Non ha senso, la cosa non è rispettosa del dramma umano vissuto da questa persona, così come non ha senso chiedere, in certi casi, se i parenti delle vittime siano disposti a perdonare. Sono questioni da lasciare scrupolosamente al di fuori del diritto di cronaca e all’interno delle coscienze personali.

Mi dispiaccio del fatto che “Avvenire” abbia fatto questa inopportuna e sgradevole scivolata giornalistica: dare in pasto all’opinione pubblica le emozioni del padre di una vittima di tanta violenza è un pessimo servizio alla verità. Un minimo di discrezione non guasterebbe. È pur vero che Gino Cecchettin ha dato prova di molta serietà, ma sarebbe meglio lasciarlo in pace con il suo dramma rivissuto nell’aula di Corte d’Assise. Questi interventi mediatici non fanno altro che allargare le ferite, stuzzicare la curiosità della gente e parlare nella mano dei giudici: non giovano alla ricerca della verità e della giusta punizione dei colpevoli.

 

 

Il centro-destra fra plàti e patonón

Le spaccature nel centro-destra (sostanzialmente destra-destra, ma di fatto armata brancadestra) non si contano più, non si riesce nemmeno a starci dietro, tanto sono numerose ed eclatanti. E il governo sembra non fare neanche una piega (fino a quando?). Nella, tanto ingiustamente bistrattata, prima repubblica i governi andavano in crisi per molto meno…

Non si riesce a comprendere se questa conflittualità sia dovuta a motivi politici o di pura spartizione di potere o di mera concorrenza elettorale o di irresponsabile gioco al massacro o di scelta di marciare divisi per colpire uniti. Di tutto un po’. Fatto sta che non ci si capisce più niente: non vorrei essere nei panni dell’elettore di destra, ma probabilmente a questo elettorato le cose, tutto sommato, vanno bene così.

Tatticamente parlando, Matteo Salvini ha parecchie gatte da pelare in casa propria: gli imprenditori dell’est non gradiscono lo sperpero di fondi pubblici sul ponte dello Stretto; i governatori regionali esigono spazio e continuità; i nordisti desiderano un pieno ed effettivo ritorno all’identità degli inizi; la base è fuorviata dalle vannacciate varie ed eventuali. E allora cosa c’è di meglio che alzare i toni dello scontro nel centro-destra per ritrovare un po’ di quiete fra le mura leghiste.

Antonio Tajani vuol fare il moderato, ma ha sul collo il fiato degli interessi di Mediaset e dintorni: basti pensare alla farsa degli extra-profitti bancari e a quella più recente del canone Rai. Alla fine tutto si riduce alla necessità di mostrarsi come il poliziotto buono che finisce col fare il gioco di quello cattivo. Se devo essere spietato direi che Forza Italia sta facendo la parte dell’utile idiota, vale a dire sta tenendo un tipico atteggiamento di ipocrita dabbenaggine o di abile furberia mascherata da ingenuità, buona fede e false intenzioni.

Giorgia Meloni lascia fare, sopporta un clima di perenne ricreazione che potrebbe trasformarsi in cagnara dell’ultimo giorno di scuola, riservandosi la leadership di questo coacervo di pecoroni: i suoi punti di forza stanno nel panorama internazionale, che però sta rapidamente evolvendo e scoprendo gli altarini di una politica altalenante e strumentale. La presidenza Trump mette a soqquadro i rapporti internazionali su cui si basano ruolo e tattica meloniani. Qui potrebbe cascare l’asino. Qui potrebbe iniziare lo spogliarello di Giorgia, presto fatto: sotto il vestito niente. Qui potrebbe bastare un giudice qualsiasi che grida: la regina è nuda!

Altro punto di forza del melonismo è il potere costruito e difeso a denti stretti con una stringente ed asfissiante strategia mediatica, che potrebbe cominciare a dare qualche segno di debolezza o cediemnto: mi riferisco ai precari equilibri sul mercato, ad una informazione che potrebbe sfuggire di mano, agli improbabili ma possibili risvegli sociali (i focolai di malcontento non mancano e prima o poi non basterà la repressione…), al fatto che un conto era l’elegante pugno berlusconiano un conto è l’insopportabile pugnetto meloniano (il primo la sapeva molto più lunga…e non è un caso che non gradisse la presunzione della seconda).

Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plàti par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Manca questo terzo incomodo che sappia rovinare il giochino. E pensare che basterebbe poco. La sinistra invece preferisce esercitarsi nella stessa direzione con la differenza che non possiede il collante dell’informazione drogata e della furba (?) capacità di sintesi tattica.

Ne esce un clima da “tutti contro tutti” in cui a rimetterci è il cittadino illuso o deluso: le due facce della stessa medaglia in tasca all’elettore sempre più distante per non dire assente.

 

 

 

Il conflitto sociale andante ma non troppo

La politica non è rimasta a guardare e a vario titolo sono diversi i parlamentari intervenuti a favore di uno dei due fronti contrapposti. La segretaria del Pd Elly Schlein è stata tra i più attivi e ha denunciato la «sordità del governo rispetto alle istanze della Cgil e della Uil», stigmatizzando «il rifiuto ad ascoltare le loro ragioni e la forzatura di negare il diritto allo sciopero che è un diritto costituzionale». Poi la “benedizione” alla protesta di oggi: «Un grande sciopero di cui condividiamo le ragioni e saremo al loro fianco». Attacchi simili anche dal M5s e da Avs, mentre lo schieramento opposto ha difeso in ordine sparso sia il governo sia il Garante. Esercizio in cui si è distinto il vicepresidente leghista del Senato, Gian Marco Centinaio, che ha sparato dritto su Landini, colpevole di «usare lo sciopero per le sue ambizioni politiche». (dal quotidiano “Avvenire”)

Che lo sciopero sia un evento divisivo è scontato, però bisogna verificare dove avvengono le divisioni. Che lo sciopero sia un diritto costituzionale è verità incontestabile, però bisogna vederne ed eventualmente discuterne l’opportunità. Che la manovra economica del governo sia inconsistente, contraddittoria e oserei dire provocatoria è facilmente accertabile, però bisogna chiedersi se lo sciopero, tatticamente parlando, serva a mettere il governo con le spalle al muro.

Parto dalle divisioni. La prima riguarda le confederazioni sindacali: la Cisl non ha aderito e non è un fatto marginale. Credo che questa divaricazione nel mondo del lavoro sia piuttosto grave anche perché parte da un diverso modo di rapportarsi col governo: chi ritiene indispensabile una contestazione forte e generale verso il governo attuale, chi ritiene utile comunque proseguire nel dialogo e nel confronto partendo dalle poche cose buone contenute nella manovra economica e tenendo conto dei limiti oggettivi imposti dalla finanza pubblica.

La seconda divisione è fra i lavoratori che protestano e i cittadini che vengono messi in evidenti difficoltà dallo sciopero: mi riferisco soprattutto agli utenti dei servizi pubblici e al fatto che sono i soggetti più deboli a soffrire le immediate conseguenze di una generale astensione dal lavoro. Uno sciopero generale finisce cioè per creare disagi a quei cittadini già puniti direttamente o indirettamente dallo sgovernare del centro-destra. Un autogol? Temo, almeno in parte, di sì.

La terza divisione avviene tra il mondo del lavoro e l’opinione pubblica, che fa molta fatica a capire la situazione sociale e tende a buttare tutto nella “pandana” della carenza di mezzi finanziari, della responsabilità dei governi passati e delle difficoltà internazionali. Tutti fattori che, pur nella loro evidente realtà, non possono giustificare le colpe di chi ci sta malamente governando.

La quarta divisione si registra in campo politico. Mentre il governo tende a squalificare o addirittura a “criminalizzare” il comportamento dei sindacati dei lavoratori, l’opposizione di sinistra ne sposa acriticamente e strumentalmente le ragioni. L’autonomia del sindacato rispetto ai partiti è un valore conquistato ed irrinunciabile, pena la perdita di credibilità e di efficacia. Un governo alla canna del gas si oppone aprioristicamente al sindacato inimicandoselo strumentalmente; l’opposizione, debole e divisa, sfrutta la scia e il coraggio del sindacato. Non ci siamo!

Arrivo al punto dell’opportunità o meno di proclamare lo sciopero generale, strumento molto delicato da usare con intelligenza strategica ed abilità tattica. Mi permetto di nutrire qualche dubbio sull’utilità dello sciopero del 29 novembre scorso. Temo che abbia creato confusione e, in fin dei conti, abbia rafforzato il governo, al quale non par vero di nascondere le proprie magagne dietro il nemico sindacale che avanza. Il sacrosanto discorso della rivolta sociale è molto più profondo, difficile e complesso ed è l’alternativa totale o parziale al discorso della concertazione di ciampiana memoria: non partiamo quindi lancia in resta e per la tangente!

Da una parte quindi massimo riguardo al valore delle lotte sindacali e dall’altra massima cautela per non passare da reazionari. Stiamo attenti a non cadere nelle trappole del pansindacalismo e del disfattismo. Due episodi tratti dalla mia vita possono aiutare al riguardo.

Eravamo nei primi mesi del 1969, avevo in tasca un fresco e brillante diploma di ragioniere, avevo appena incominciato a lavorare al centro elaborazione dati della Barilla, ero stato assunto in prova, c’era lo sciopero generale di solidarietà per i dipendenti della Salamini, azienda che stava per fallire. Ricordo con emozione il caso di coscienza che mi si poneva: aderire allo sciopero comportava qualche rischio non essendo ancora dipendente a titolo definitivo, gli stessi sindacalisti interni mi avevano concesso di comportarmi liberamente, i colleghi anziani facevano strani discorsi sull’opportunità di uno sciopero a loro avviso inutile, gli impiegati più scettici temevano di danneggiare ingiustamente la Barilla per colpa della Salamini. Credevo nel sindacato, nella solidarietà tra lavoratori, nello sciopero come diritto e come strumento di lotta, mi importavano i lavoratori della Salamini. che stavano rischiando il loro posto e non mi preoccupava il fatto di creare problemi al mio datore di lavoro. Alla fine andai a lavorare col “magone” dribblando il cordone sindacale posto all’ingresso della fabbrica. Mi è tornato alla mente questo piccolo episodio della mia vita in concomitanza con la riproposizione del dibattito sullo sciopero generale di questi giorni.

«I gh’ la fan» diceva mio padre fra sé, seduto davanti al video, ma in seconda fila, come era solito fare, per dare libero sfogo ai suoi commenti al vetriolo senza disturbare eccessivamente. Stavano trasmettendo notizie sulle battaglie sindacali a tappeto. Mi voltai incuriosito, anche perché, forse volutamente, la battuta, al primo sentire piuttosto ermetica, si prestava a contrastanti interpretazioni. «Co’ vot dir? A fär co’?» chiesi, deciso ad approfondire un discorso così provocatorio e intrigante. «A ruvinär l’Italia!» rispose papà in chiave liberatoria, sputando il rospo. Badate bene, mio padre era un antifascista convinto, di mentalità aperta e progressista, un tantino anarchico individualista: tuttavia amava ragionare con la propria testa e si accorgeva, fin dagli anni settanta, che la strategia sindacale può esagerare e compromettere il quadro socio-economico. Provocatoria testimonianza valida oggi più che mai.

Sulla regolamentazione del diritto di sciopero si discute da tempo immemorabile: non credo che questo problema si possa risolvere a suon di precettazioni e di ricorsi al Tar.  Serve un cambio di mentalità socio-politica, che vedo molto improbabile nei soggetti attualmente sulla scena italiana. Le forze sociali devono ritrovare il loro ruolo e la politica deve aprirsi ad esse. Le forze politiche devono rientrare nel gioco democratico per dare alla società garanzie di indirizzo e guida. Questa è la cornice di un quadro da dipingere e non da imbrattare.

 

 

Un secco e motivato no alle scorciatoie repressive

Prima notte di quiete nel quartiere milanese del Corvetto tra martedì e mercoledì dopo tre notti di tensioni e di vandalismi seguiti alla morte del 19enne Ramy Elgaml, avvenuta in un incidente su uno scooter guidato da un 22enne tunisino mentre i due giovani erano inseguiti dai carabinieri, domenica mattina alle quattro in via Ripamonti. Piazza Gabriele Rosa l’altra notte era presidiata da sei blindati del reparto Mobile della polizia, con altri tre mezzi che stazionavano in piazzale Lodi a supporto. Questo è o più o meno il programma delle notti blindate al Corvetto per i prossimi dieci giorni, secondo quanto stabilito dalla questura e dalla prefettura.

Oltre allo spiegamento della forza pubblica, a placare gli animi però hanno contribuito le dichiarazioni delle persone più direttamente colpite da questa vicenda, i familiari del 19enne morto. «Noi rispettiamo la legge italiana. La Repubblica italiana è un secondo Paese per noi. Lui si sentiva più italiano che egiziano, non parlava nemmeno quasi l’arabo. Voglio solo la verità per mio figlio. Io non c’entro niente con i disordini e non voglio che quello che è successo l’altra notte in strada venga accostato a noi. Noi con la violenza non c’entriamo», ha ripetuto il padre di Ramy, Yehia Elgaml, dissociandosi dai disordini dell’altra notte. «Il fatto che siano stati indagati sia i l carabiniere che l’amico di Ramy alla guida dello scooter per noi significa che le ricerche proseguono a 360 gradi e questo ci dà fiducia», ha aggiunto il genitore, egiziano, da 11 anni in Italia, residente in una casa popolare del quartiere, in via Mompiani, insieme alla moglie e il figlio maggiore, e dipendente di un’azienda di pulizie.

«Io con la famiglia stiamo restando a casa. Basta violenza – è il suo appello -. Non va bene. Va contro la volontà di verità e fa solo confusione. Il Corvetto è un posto tranquillo. Hanno fatto casini per il loro amico, per chiedere giustizia, ma non sono cattivi. Senza Ramy siamo rimasti senza più cuore, è stato preso il mio cuore. Quando però arriverà la verità per lui, vorremmo fare una manifestazione pacifica tra i ragazzi di tutti i quartieri. Un cammino per la pace. Vogliamo far vedere agli italiani il nostro lato positivo», ha concluso il genitore, affermando anche che la salma non verrà espatriata in Egitto, dove vivono un altro fratello e una sorella di Ramy, ma rimarrà «vicino a papa e mamma». Parole che sono piaciute al sindaco di Milano Beppe Sala, che ha invitato i genitori e la fidanzata del 19enne morto a Palazzo Marino. (dal quotidiano “Avvenire” – Simone Marcer)

Ho volutamente aspettato a commentare questo increscioso fatto, in attesa che si calmassero le acque molto agitate e per rifletterci sopra. Finalmente si può ragionare. Superiamo emozione, commozione, rabbia, violenza e intolleranza. Non cadiamo nella trappola delle scorciatoie repressive così come stiamo attenti a non indulgere agli stucchevoli sociologismi datati.

Ci sono alcuni fattori che devono concorrere alla pacificazione degli animi dopo il bruttissimo episodio milanese. Inizio dalla fine vale a dire dall’ordine pubblico: va gestito con molta fermezza, ma con altrettante serietà e moderazione senza dare l’idea di una guerriglia per le vie periferiche di Milano. I protagonisti della vicenda, comprensibilmente e tragicamente colpiti dall’accaduto, devono spegnere i bollenti spiriti per far posto alla volontà di civile e solidale convivenza. Le pubbliche autorità devono accertare la verità dei fatti senza giustizialismi del giorno dopo, ma per riportare il tragico episodio alla realtà e per trarre da essa utili indicazioni per il futuro. La politica non strumentalizzi, non butti benzina sul fuoco, non cavalchi i disagi e le proteste, ma li assuma come impegno ad affrontare i problemi che stanno a monte di queste situazioni delle periferie cittadine.

I familiari del giovane morto nel tragico incidente stanno dando il buon esempio a tutti, la loro testimonianza è molto importante, non lasciamola passare inosservata per ripiegare sulla conflittualità fine a se stessa. La nostra società è piena di problemi, che non si risolvono con le maniere forti, ma con la pazienza che è la virtù dei forti.

Chiudo con un ricordo politico personale. Ero segretario di una sezione cittadina della democrazia cristiana. Aderivo ad una correte della sinistra sociale. Durante un dibattito assembleare usci il tema del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro. Un iscritto cominciò a gridare: “Mi a la polisia ag dariss i canòn!!!”. Purtroppo interpretava un sentimento diffuso di intolleranza, molto simile, se vogliamo, a quello odierno. Non vorrei che qualcuno auspicasse di dare alla polizia licenza di sparare e di intervenire senza pietà su chiunque turbi l’ordine pubblico. Allora persi la segreteria della sezione (poco male…). Oggi potremmo perdere la bussola della convivenza civile.

 

L’Europa strappa l’Italia, l’Italia cuce la peggior Europa

Con 370 sì, 282 no e 36 astensioni, la plenaria del Parlamento europeo ha approvato con voto palese la squadra della nuova Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen. La leader popolare tedesca ottenne a luglio, con un voto segreto, il mandato a formare la Commissione con 401 sì.

La seconda Commissione presieduta da Ursula von der Leyen è stata approvata dal plenum del Parlamento europeo con appena 10 voti in più rispetto alla maggioranza assoluta degli aventi diritto, che è di 360 eurodeputati su 720. Un dato pari al 51,39% degli aventi diritto, il peggior risultato di sempre nella storia europea.  

Tra gli eurodeputati italiani che hanno votato contro la Commissione Ursula bis, gli eletti indipendenti nella lista del Pd, Cecilia Strada e Marco Tarquinio. Contrari anche tutti i 10 eletti italiani del gruppo Left di cui fanno parte esponenti di Sinistra italiana e del M5S. Sempre contrari i 3 eurodeputati Verdi: una di loro era assente per maternità. Infine compatto il no della truppa degli 8 leghisti del gruppo dei Patrioti. In totale quindi 52 eurodeputati italiani hanno votato sì e 23 no. (ANSA.it Europa)

Nella votazione di cui sopra la politica italiana ha vissuto una clamorosa spaccatura a livello dei partiti della maggioranza di governo nonché nei partiti di opposizione. Il centro-destra registra l’ennesimo strappo leghista (prima o poi qualcosa dovrà pur succedere…), la sinistra si divide anche su questo voto (è un fatto grave!).

Si sono creati due livelli incomunicabili fra Roma e Strasburgo: sugli indirizzi politici ha fatto premio il timore di essere dipinti davanti all’opinione pubblica come anti-italiani. Il PD ha avuto paura di apparire come portatore di disfattismo europeo. A Giorgia Meloni non è parso vero di accreditarsi come terza gamba della zoppicante Ursula. Forza Italia ha presentato la sua faccia truccata con fondo tinta di spudorato “moderatume”. In buona sostanza la politica non conta in Europa o per meglio dire contano i politicanti, i tatticismi, gli europeismi di maniera.

Mi sento di esprimere ammirazione e solidarietà a Cecilia Strada e Marco Tarquinio per il loro coraggioso voto in dissenso col gruppo di appartenenza. Se i parlamentari europei ragionassero con la propria testa nell’interessa dell’Unione, le cose andrebbero meglio. Cosa abbiamo votato? Un Parlamento di pecoroni o di persone capaci di esprimere maggioranze politiche serie non dettate da convenienze nazionalistiche?

L’unità europea non si costruisce sulla base di accordicchi per tirare a campare: oggi più che mai l’Europa ha bisogno di un cemento arduo ma indispensabile, per non soccombere ad assetti internazionali stravaganti quanto drammatici.

Cosa potrà mai combinare di buono una commissione sfilacciata e tenuta insieme da una presidente senza carisma, competenza ed intelligenza? Si nota peraltro un netto peggioramento rispetto alla Commissione uscente, al peggio non c’è mai fine.

Non posso dire chissenefrega, perché l’Europa fino a prova contraria è casa mia e non gradisco sentirmi estraneo alla sua impostazione politica. Alle ultime elezioni europee avevo partecipato al voto e questa è la risposta della stragrande maggioranza degli eletti italiani.

Non so quante volte ho già avuto modo di scriverlo, ma non posso esimermi dal ricordarlo ancor oggi. Mia sorella lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi. Probabilmente avrebbe apprezzato il voto di Cecilia Strada e Marco Tarquinio e niente di più.

 

 

 

 

Il giubileo fisichelliano

Roma, 1 ott. 2010 (Apcom) – Prima il video con la barzelletta sugli ebrei, poi un altro che immortala sempre Silvio Berlusconi che racconta una barzelletta su Rosy Bindi con bestemmia finale. Il sito dell’Espresso pubblica il breve filmato, 32 secondi, del presidente del Consiglio che, in visita in Abruzzo dopo il terremoto e prima del G8 – quindi tra aprile e luglio del 2009 – incontra alcuni militari. Nel video manca l’inizio della barzelletta, ma si capisce comunque la situazione, ovvero una serata danzante: “Il cavaliere va dalla ragazza” scelta per ballare, “lei si presenta con il nome di un fiore al femminile”, e l’uomo “risponde con il nome del fiore al maschile e si balla”. Quindi, racconta Berlusconi, “un uomo si avvicina a una ragazza, ‘Margherita’. E lui ‘Margherito’, poi un altro si avvicina a un’altra ragazza, ‘Rosa’ e lui ‘Roso’. Un altro va verso Rosy Bindi, un po’ coperta nell’ombra, lei dice ‘Orchidea’ e si tira in avanti, lui la guarda e dice ”Orcod…'”, con Berlusconi che simula lo spavento dell’uomo alla vista di Bindi, tra le risate dei presenti. Al termine della barzelletta, Berlusconi rivolge un invito ai presenti: “Oh, nessuno mi tradisca…”. Invito non raccolto.

 

 

Roma, 2 ottobre 2010 (Quotidiano Nazionale) – Sul presidente del Consiglio grava un dovere “di sobrietà e di rispetto”, sottolinea il direttore di ‘Avvenire’ Marco Tarquinio, in un editoriale con il quale commenta le ultime battute del premier Silvio Berlusconi. “Ci mancava solo la bestemmia – si legge sul quotidiano dei Vescovi italiani- dentro la barzelletta del premier, mentre un altro video ci ha proposto un Silvio Berlusconi che giochicchia con consunti stereotipi sugli Ebrei”.

Ad ogni modo non tutti, nella Chiesa cattolica, sono ostili a Berlusconi per la barzelletta con bestemmia. Per monsignor Rino Fisichella, presidente del neonato Pontificio consiglio per la rievangelizzazione dell’Occidente (è ormai prossima la pubblicazione del ‘motu proprio’ del Papa che ne definisce i contorni) è necessario evitare di strumentalizzare le situazioni politiche: “Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose”, afferma il presule, avvicinato dai giornalisti durante un convegno a Pisa.

E la ‘protagonista’ della barzelletta con bestemmia, Rosy Bindi, si mostra amareggiata: “Fin da piccola mi hanno insegnato a non pronunciare il nome del Signore invano. È una profonda, intima convinzione della mia fede, un segno di rispetto verso me stessa e gli altri e una regola di buona educazione. Sarò all’antica, ma mi amareggia profondamente e mi turba constatare che per un pastore della mia Chiesa ci sarebbero occasioni e circostanze nelle quali è possibile derogare anche dal secondo comandamento”, spiega Bindi in una nota.
“Basta solo valutare il contesto per giustificare espressioni sguaiate, irriverenti e persino blasfeme – aggiunge – anch’io penso che contestualizzare fatti e parole sia importante: aiuta a interpretare meglio gli eventi, a capire le responsabilità, a distinguere tra azioni volontarie e involontarie, tra reato e peccato. La contestualizzazione è in fondo un esercizio di laicità ma potrebbe diventare relativismo. Se è così, c’è qualcosa di contraddittorio e profondamente diseducativo nel minimizzare la blasfemia del premier”.

 

Quanto al felpato ma insopportabile filoberlusconismo a prova di bestemmia messo in campo da monsignor Fisichella, mi sovviene un simpatico, eloquente ed anonimo reportage di un sacerdote, che raccontava di un penitente che nell’accusa dei propri peccati inserì anche la bestemmia, al che il confessore reagì chiedendo: “Ma lei bestemmia molto?”, lasciando intendere di voler capire i contorni di questo peccato. La persona in questione rispose laconicamente: “Una cosa giusta…”. “Adesso c’è una cosa giusta anche per le bestemmie…” commentò il sacerdote. La contestualizzazione invocata da monsignor Fisichella se non è zuppa è pan bagnato.

Perché ho impietosamente richiamato l’imbarazzante episodio della bestemmia berlusconiana (imbarazzante più per Fisichella che per Berlusconi…)? Perché l’illustre presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, sta pontificando sull’imminente Giubileo. Infatti chi meglio di lui può spiegare la misericordia divina elargita a tutti i peccatori, soprattutto ai potenti che fanno gioco alla Chiesa.

Non dimentichiamo che le indulgenze sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso della scissione luterana. Forse il monsignore berlusconiano non è l’uomo giusto per parlare di giubileo. Farà scaravoltare Martin Lutero nella tomba. Forse si scaravolterà nella tomba anche Piergiorgio Welby a cui furono negati i funerali religiosi per avere avuto il sacrosanto coraggio di staccare il respiratore della tortura.

La stessa Chiesa che negò i funerali a Piergiorgio Welby, ospitò quelli di uno dei boss della Magliana ed ha ospitato quelli del boss Casamonica. Non solo: nei giorni in cui Ruini proibì la funzione per Welby, nella cattedrale di Santiago del Cile vennero celebrati i funerali di Pinochet, uno dei peggiori macellai del ventesimo secolo.

Quindi, se giubileo ci deve essere, non diamolo da propagandare ai Fisichella di turno, ma lasciamolo gestire al Padre Eterno, Lui di indulgenza sì che se ne intende.

 

La pseudo-pace anti-femminista

Il mondo, dicevamo, ha altro a cui pensare e la realpolitik suggerisce che bisogna sacrificare molta verità e molta giustizia se si vuole continuare a dialogare, perfino con i tiranni, per evitare guai peggiori. Accade con i taleban, perché non si può stare a guardare mentre si affacciano nuove fruttuose alleanze con Cina e Russia per lo sfruttamento delle miniere, e dunque si organizzano incontri sotto l’egida dell’Onu (Doha, 30 giugno) eliminando sia la presenza di donne sia la discussione dei dossier sul rispetto dei loro diritti. Cancellate.

Accade con l’Iran, e non da oggi. Le diplomazie stanno lavorando incessantemente per convincere gli ayatollah a soprassedere ai propositi di vendetta contro Israele per l’uccisione del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, sul loro territorio il 31 luglio. Giusto dialogare, ma come? E dimenticando cosa? Intanto il regime ha mano libera all’interno: così non desta il giusto scandalo il fatto che Narges Mohammadi, eroina della resistenza, premio Nobel per la pace 2023, nei giorni scorsi sia stata picchiata nel carcere di Evin, che non possa incontrare i suoi avvocati e che abbia iniziato uno sciopero della fame che ne mette a repentaglio la sopravvivenza. Né suscita orrore così come dovrebbe la triste vicenda di Arezou Badri, 31enne madre di due bambini, che dal 22 luglio giace in un letto d’ospedale, paralizzata a causa dei colpi d’arma da fuoco che l’hanno bersagliata mentre guidava, a capo scoperto, la sua auto nel nord del Paese.

E accade anche in Medio Oriente dove gli stupri feroci compiuti dai terroristi di Hamas nell’attacco del 7 ottobre 2023 sulle donne israeliane hanno fatto il paio con le atroci sofferenze inflitte a centinaia di migliaia di mogli, madri, sorelle, figlie di Gaza; dolore innocente, presto dimenticato, superato da nuove emergenze, da nuove diplomazie, da nuovi tentativi di mettere a tacere gli orrori.

La Guerra cancella le guerre ingaggiate contro le donne in molti Paesi del mondo. Nell’indifferenza di tutti gli altri. (dal quotidiano “Avvenire” – Antonella Mariani)

La donna è sempre stata discriminata a tutti i livelli e in tutti i sensi: su questo punto si sono sempre trovati tutti d’accordo, Regimi, Stati, Chiese, etc. etc.

È molto intelligente l’analisi di cui sopra: persino la ricerca della pace diventa un pretesto per trascurare i diritti delle donne. Come volevasi dimostrare: non si sta cercando la pace, ma un suo surrogato che resisterà fino al prossimo sternuto del dittatore di turno.

La pace senza giustizia non esiste e, se il prezzo per raggiungere una tregua qualsiasi è quello di accantonare i diritti, stiamo creando i presupposti per nuove guerre rivedute e scorrette. Respiriamo a fatica in una stanza angusta dove scarseggia l’ossigeno (richiesto dai diritti) e ci illudiamo di resistere rinunciando ed espellendo certi diritti anziché aprire la finestra per farli entrare.

L’obiezione che viene portata a questi inconfutabili ragionamenti è la cosiddetta realpolitik. In cosa consiste? Nel fatto che certi diritti sono più diritti di altri, che il compromesso non si può cercare fra i diritti (sarebbe una contraddizione in termini), ma fra gli interessi e che quindi alcuni diritti possano essere sacrificati sull’altare degli interessi forti.

Temo che questa impostazione di infimo profilo possa trovare ulteriore spinta nella presidenza di Donald Trump: un accordicchio con Putin non mancherà (tra simili ci si intende…), un equilibrio che andrà bene a Russia e Usa, con il peloso assenso cinese e con l’omertoso placet europeo; ad una guerra tra Russia e Nato sulla pelle degli ucraini non può che seguire una finta pace, che soddisferà un po’ tutti meno gli ucraini malamente governati da un irresponsabile Zelensky.

La potentissima lobby ebrea non mancherà di presentare il conto a Trump. Quindi, in medio-oriente carta bianca a Israele per portare a termine la pulizia e poi si vedrà: un accordicchio con i Paesi arabi si troverà (tra magnati ci si intende…). Solo il Papa avrà qualcosa da ridire. Parlando della crisi mediorientale Francesco ha evidenziato che «a detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se si inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali». Israele si è infuriato; i Paesi occidentali stanno a guardare e piangono tuttalpiù lacrime di coccodrillo; bisogna reprimere senza pietà chi protesta a favore del popolo palestinese; chi osa parlar male degli ebrei è un antisemita.

È storico l’aneddoto del padrone e del garzone. Il primo assaggia una bottiglia di vino e sentenzia che non va bene per il suo giovane aiutante: troppo brusco e forte! Ed accompagna questa lapidaria sentenza con un eloquente “brrr”. Il giovanotto non accetta la situazione e furbescamente risponde: «Cal spéta un minud…parchè a voi fär “brrr” ànca mi».

Le donne, rappresentanti emblematiche dei soggetti a rischio guerra/pace, in diverse parti del mondo stanno provando a fare “brrr”, ma la stanno pagando molto cara nell’indifferenza ideologica di troppi e addirittura nella pragmatica rassegnazione di tutti. L’aspetto paradossale sta nel fatto che per uno straccio di pace si stracciano le donne.