Il trumpismo, matematiche analogie e morbiliche involuzioni

Il rapporto tra musica e matematica è stato scoperto in tempi molto antichi, che risalgono al genio di Pitagora. Egli fu il primo a intuire l’esistenza di rapporti numerici tra le frequenze, e tramite questi costruì la prima scala musicale. Questo rapporto venne poi studiato da moltissimi scienziati, filosofi e musicisti.

Vuoi vedere che esiste anche un rapporto fra politica e matematica? Azzardo un provocatorio approccio algebrico. Berlusconi sta a Trump come Mussolini sta ad Hitler. Per essere più (in)delicatamente fenomenologici si potrebbe meglio affermare che berlusconismo sta a trumpismo come fascismo sta a nazismo.

Tutti sappiamo, storia alla mano, che Mussolini fornì ad Hitler gli spunti per ideologizzare il nazismo alla faccia di quanti pensano che il fascismo cadde semplicemente nelle grinfie del nazismo “autovocandosi” alla disfatta bellica.

Se sfogliamo l’album del berlusconismo troviamo parecchi tratti distintivi del catastrofico fenomeno trumpiano. Non mi prendo nemmeno la briga di elencarli tanto sono evidenti e incontestabili. Le tracce berlusconiane sono presenti un po’ in tutto il mondo, partendo purtroppo anche dall’Italia, tuttavia è negli Usa che è emersa da tempo questa eredità messa a frutto e rinverdita fino alla paradossale rielezione di Donald Trump.

Indro Montanelli sosteneva che il berlusconismo fosse una malattia virale da sopportare fino alla creazione degli anticorpi. Purtroppo, prendendo spunto dalla scienza medica, bisogna ammettere che i virus si ripresentano con le cosiddette varianti, a volte ancor più pericolose e difficili da combattere. È quel che sta succedendo in Italia, in Ungheria, in altri Stati sparsi nel mondo, fino ad arrivare alla conclamata epidemia statunitense con tanto di ricaduta.

Cosa si può sperare? Che il virus si indebolisca strada facendo e che possa essere contenuto con i minori danni possibili. Speriamo che la malattia trumpiana non venga sostituita da altre malattie altrettanto pericolose e dolorose. Mi riferisco, fuor di metafora, alla Cina a cui guardo con l’atteggiamento di chi si aspetta che possa scaturire qualcosa di buono dalla peggior fonte possibile. La Cina è più vicina di quanto pensasse Marco Bellocchio e potrebbe direttamente o indirettamente calmare i bollenti spiriti degli Usa. Non avrei mai più pensato, pur nel mio storico scetticismo verso gli americani, di arrivare a sperare nella Cina quale facitrice di equilibri geopolitici almeno accettabili a livello di sopravvivenza.

Donald Trump le ha sparate talmente grosse da essere costretto, strada facendo, a ridimensionarsi, perdendo credibilità nei confronti di chi sta nutrendo assurde aspettative nei suoi riguardi. C’è da augurarsi che, al fine di riuscire a tornare in sella, abbia fatto tali e tante promesse da rimanerne schiacciato. Quanto tempo ci vorrà all’elettorato statunitense per rendersi conto del disastro combinato? Probabilmente dovranno anche vincere la tentazione di negare l’evidenza per difendere la propria compromessa reputazione.

Forse l’illusione maggiore di cui sono rimasti vittime gli americani è la glocalizzazione: l’idea cioè di poter essere talmente forti da fregarsene del resto del mondo, la possibilità di sconfiggere la globalizzazione isolandosi dal contesto e chiudendosi nei propri confini culturali, sociali ed economici. I dazi sulle importazioni, la deportazione degli immigrati, i muri di vario tipo alzati contro tutto e tutti non serviranno a dormire sonni tranquilli, ma diventeranno un incubo da cui bisognerà prima o poi liberarsi.

Per superare la prima fase della malattia trumpiana furono necessari quattro anni di cazzate deflagrate in un clamoroso flop anti-covid. Con le ricadute le malattie si aggravano e diventa ancor più difficile guarirle. Non sarà così facile tornare indietro, ma non sarà nemmeno così facile andare avanti su una strada che porta al disastro.

Non vorrei che per portare Trump a più miti consigli occorressero bagni di sangue a livello bellico. Sono partito dalle analogie con fascismo e nazismo e concludo ritornandoci sopra. Fu necessaria una guerra mondiale per farli cadere anche perché l’unico modo di resistere per i regimi antidemocratici è quello di alzare continuamente l’asticella. La guerra ce l’abbiamo già, è probabile che il trumpismo muoia di pace ingiusta e inaccettabile, l’altra faccia della guerra.

 

L’attentato alle torri della democrazia

Sono tornato tempestivamente e virtualmente sul luogo del delitto di cui peraltro non mi sento affatto colpevole, ma parte lesa. Ho visto i resti ed ho cercato di ricostruire il “democricidio” perpetrato negli Usa. Ecco le mie prime sommarie valutazioni.

Nel settembre del 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle si pensava che la geopolitica fosse stata sconquassata e che il mondo ne dovesse risentire per gli anni a venire. Non fu proprio così. Adesso è capitato, non certo per puro caso, un attentato storicamente più sconvolgente, ben più politicamente profondo e culturalmente radicale

Credo che la rielezione di Donald Trump, a distanza di circa un quarto di secolo, abbia dato veramente un colpo mortale alla politica, ai suoi schemi, alle sue categorie, ai suoi valori e ai suoi principi: questo a livello statunitense, ma anche a valere per tutto il mondo. Trump riesce a capovolgere l’opinione di Winston Churchill, vale a dire: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Mi scappa detto invece che, anche e soprattutto per l’effetto trumpiano, la democrazia americana sia diventata la peggiore delle democrazie anche perché assomiglia sempre più alle peggiori forme di governo sperimentate finora”.

La divisione e l’autonomia dei poteri a livello istituzionale è una burla: negli Usa la Magistratura è agli ordini del Governo, il Governo è nelle mani del Presidente, il Parlamento non si capisce cosa faccia. E anche a casa nostra questo orribile schema non dispiace…

Il popolo vota alla boia, condizionato dalle lobby, fuorviato dai media, privato di effettive alternative politiche dal momento che i partiti non esistono perché si sono sciolti come neve al sole. E allora succede paradossalmente che i ricchi votino la sinistra, i poveri votino la destra e il ceto medio, come al solito, segua i ricchi. Il partito democratico non è più rappresentativo delle istanze delle classi disagiate, ma dei desideri chic dei benestanti. Il partito repubblicano è un’accozzaglia di interessi egoistici in cerca di protezione, declinati in senso populistico. In un simile mare paludoso galleggiano razzismo, nazionalismo, protezionismo, isolazionismo e sovranismo: ciambelle di sventura.

In senso globale la democrazia così malridotta è portata a convivere ed a complottare con i potenti regimi anti-democratici, perseguendo con essi la peggior pace possibile, quella dei sepolcri della prepotenza, della sopraffazione e della giustizia.

Trump, se tanto mi dà tanto, svenderà quel che resta dell’Ucraina a Putin, conferirà pieni poteri a Netanyahu per disegnare un medio-oriente riveduto e scorretto, troverà un modus vivendi con la Cina. La vittima di questo nuovo assetto geopolitico sarà l’Unione Europea, depotenziata verso l’esterno, divisa al proprio interno, indebolita a livello commerciale.

Il resto alle prossime puntate! E sarà penoso assistere alla corsa dei deboli verso l’uomo forte. Non so se farò in tempo a raccontare ai nipotini degli altri (visto che io non ne ho) come era la democrazia, come era difficile ma bella. Non mi crederanno!

 

 

 

Aspettando Trumpot o Harrisot

Donald Trump mette le mani avanti lasciando intendere che una sua sconfitta non potrà che essere frutto di brogli elettorali. Al contrario penso che una sua vittoria non potrà che essere frutto di masturbazioni elettorali da parte degli americani. Forse i riconteggi e i dubbi sulla regolarità delle procedure saranno il salvataggio in corner di Kamala Harris. Un vero e proprio gioco delle parti in commedia. Staremo a vedere…

Mi permetto anch’io di mettere le mani avanti osservando come, al di là di un assetto istituzionale democraticamente blasfemo, il sistema elettorale statunitense consenta una vera e propria commedia/sfregio al suffragio universale, introducendo due discutibilissimi meccanismi: un voto sostanzialmente pesato sulla popolazione dello Stato di appartenenza, un sistema maggioritario senza alcun correttivo. Risultato finale: un presidenzialismo frutto di populismo, un parlamento senza capo né coda, una giustizia politicizzata, un isolazionismo/sovranismo a livello internazionale.

In questi giorni, in cui guardo televisivamente con un certo interesse le partite di tennis, mi è venuto spontaneo fare un collegamento tra vittoria tennistica in base a set, games e singoli punti e vittoria elettorale americana in base ai grandi elettori nominati all’ultimo voto e assegnati in base alla popolazione dei singoli Stati.

Questo meccanismo consentì a Donald Trump nel 2016 di battere Hillary Clinton che aveva ottenuto quasi tre milioni di voti in più. I primi risultati sembrano assegnare la vittoria a Trump addirittura anche nel voto popolare, superando la contraddizione di otto anni fa.

Tra incongruenze istituzionali, assurdità del sistema elettorale, bipartitismo forzato, fasullo e sganciato da principi e valori, competizioni truccate da lobbismi vari, voti comprati al mercato e assegnati alla viva la libertà di voto, narrazioni culturali taroccate, percezioni sociali in contrasto con la realtà, si arriva ad una democrazia sostanzialmente malata, che rischia di infettare il mondo intero.

Cosa potranno partorire le elezioni americane se non una creatura concepita nella triste provetta del “sondaggismo” e fatta crescere in un utero preso in affitto dai poteri forti? Cosa cambierà nel dopo elezioni? In quest’ultimo periodo in molti si sono esercitati in queste previsioni geopolitiche. È finito il tempo in cui nutrivo aspettative e mi appassionavo conseguentemente: dai Kennedy in poi è stata una lunga e inarrestabile caduta, forse con l’intervallo di Barak Obama. Anche l’opzione per il partito democratico, che mi sembrava storicamente giustificata e politicamente obbligata, ultimamente si è indebolita al limite di una diversità di mera immagine.

In una società dove la politica è invertita, vale a dire dove i ricchi votano a sinistra e i poveri a destra, dove la destra sa il fatto suo e la sinistra sbaglia sistematicamente le battaglie identitarie confondendo la modernità di costumi con la giustizia sociale, tutto può succedere, ma alla fine ho il timore che non termini solo la democrazia ma, ancor più e prima, la politica stessa.

Qualcuno ha già pronosticato che finiremo col rimpiangere Joe Biden. Può darsi che vada così, al peggio non c’è mai fine. Possibile, mi chiedo, che in una società come quella statunitense non ci fosse di meglio rispetto a Trump e Harris? Ogni popolo ha i governanti che si merita, con la piccola aggravante che la pomata americana, a torto o a ragione, viene spalmata su tutto il mondo.

Ricordo come all’indomani dell’attentato alle torri gemelle si intravedesse un trio di governanti a dir poco inquietante: Bush, Putin e Berlusconi. La situazione non è cambiata di molto: con ogni probabilità avremo il trio Trump, Netanyahu, Putin, con Xi Jinping pronto a sedersi al tavolo per giocare a “Tresette col morto”, vale a dire una partita giocata formalmente in tre ma virtualmente in quattro. E l’Europa? Ridotta al ruolo di osservatore, zittito al primo tentativo di spiaccicare parola. Fuor di metafora una sorta di equilibrio fondato sulla libertà per ogni potenza di fare i cazzi propri.

Aspettando Godot è un’opera teatrale del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, nel quale due personaggi, Vladimir (Didi) ed Estragone (Gogo), si intrattengono in una varietà di discussioni mentre attendono il titolare Godot, che mai arriva. Anch’io mi sento in attesa del titolare della democrazia, che non arriva. Sono stanco di aspettare, anche se la speranza è l’ultima a morire, sì la sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

 

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Chi è senza peccato scagli la prima manciata di fango

La gestione del rischio deve entrare nella quotidianità delle amministrazioni locali. Ma vorrei dire di più: ogni pratica di pianificazione del territorio, di gestione e di governo, ogni normativa e ogni regolamento, ogni politica locale deve misurarsi con la questione climatica. Non possiamo definire criteri di densificazione edilizia senza fare i conti con la mappa delle isole urbane di calore. Non possiamo trascurare le aree verdi e naturali, le risorse idriche, il valore dei suoli se abbiamo compreso che l’unico rimedio e contrasto all’aumento delle temperature e ai rischi idraulici dipende da un corretto uso della natura. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Granata)

 

Negli anni in cui era alla guida della prima economia al mondo, Trump ha bollato il riscaldamento globale come «un’invenzione della Cina» e anche a questa tornata elettorale non ha lesinato nell’attaccare le politiche per il clima. La transizione verso l’auto elettrica? Porterà a un «bagno di sangue». Le pale eoliche? «Causano il cancro» e «uccidono le balene». L’aumento delle temperature? «Vanno su e poi vanno giù, il clima è sempre cambiato». Secondo un calcolo del New York Times, durante i suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha smantellato più di cento provvedimenti sul clima, comprese alcune norme per la tutela dell’aria, dell’acqua e degli animali introdotte da altri presidenti repubblicani. In più, ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, il documento firmato alla Conferenza Onu sul clima del 2015 che impegna i governi a contenere l’aumento della temperatura media mondiale «ben al di sotto» di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. (Open – Gianluca Brambilla)

 

La contestazione della gente spagnola, esasperata, disperata dopo l’alluvione e inevitabilmente spietata contro i pubblici poteri, va capita, ma soprattutto va metabolizzata a tutti i livelli e in tutti i sensi. La questione climatica è il problema dei problemi, mentre la classe dirigente a livello mondiale tende al negazionismo o nella migliore delle ipotesi si nasconde dietro parole generiche e programmi fumosi. Il recente cataclisma spagnolo nella sua sconvolgente tragicità ci impone un cambio di mentalità, un diverso approccio alla socialità e alla politica, un concreto ed immediato nuovo modo di governare. Non è un problema da ridurre ad una sorta di “allertismo” continuativo, che non va sottovalutato, ma è quasi impossibile da impostare e gestire tanto assomiglia al chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, e alle polemiche propagandistiche post-alluvionali.

Carlo De Benedetti su questo tema è molto schietto: sul clima ci stiamo ancora raccontando delle storie, il discorso riguarda tutti i governanti ampollosamente riuniti nei vari summit. Ammette onestamente di far parte di una generazione che ha gravissime responsabilità nell’avere letteralmente devastato il pianeta e di dovere chiedere scusa alle generazioni presenti e future per il danno arrecato al mondo intero. La salvaguardia dell’ambiente non era infatti una priorità, in passato non ci si è posti il problema.

L’inversione di tendenza è tutta da inventare.  La situazione odierna del pianeta è molto peggiore di quella del 2015, data in cui vennero assunti impegni regolarmente e clamorosamente disattesi. Giocare al rimbalzo sui tempi lontani serve a poco, meglio sarebbe che ogni Paese entro il 31 dicembre di ogni anno inviasse un pubblico rendiconto all’Onu sul rispetto di alcuni fondamentali parametri preventivamente individuati e altamente significativi riguardo al rispetto ed al recupero dell’ambiente naturale.

Il recente G20 ha segnato un discreto fallimento in quanto gli obiettivi fissati sono modesti e collocati in tempi lunghi. Bisogna cambiare l’approccio al problema, togliendolo dai fuorvianti tempi a venire per affrontarlo pragmaticamente in tempi ragionevoli e incentivanti.

Devo fare un onesto mea culpa, ammettendo di non avere avuto in passato e di non avere nemmeno al presente una grande sensibilità verso l’ecologia, restando vittima del comodo fatalismo e della illusoria priorità dei problemi sociali rispetto a quelli ambientali. Se da una parte occorre fare ammenda, dall’altra bisogna essere concreti togliendo il discorso dai salotti e portandolo nel vivo del tessuto economico-sociale, nelle regole del vivere civile e nella quotidianità delle pubbliche amministrazioni.

Molto convincente è quanto afferma Papa Francesco nella Enciclica “Laudato si’ sulla cura della Casa Comune”: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». I gemiti di sorella terra si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo. È gravissima inequità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale».

 

 

 

Il fascismo perde il pelo ma non il vizio

Il 31 ottobre del 1979 te ne sei andato piegato dalla fatica. Ricordo ancora il tuo mezzo sorriso, caro papà… dolce e gentile… L’altra metà te l’avevano portato via i due anni di lager nazista a Dortmund che avevi dovuto scontare per non esserti voluto piegare alla barbarie del nazifascismo». Con queste parole sui suoi profili social Vasco Rossi ricorda il papà scomparso. «Non ci crederai… ma sono tornati… lupi travestiti da agnelli… bulli. Arroganti e le facce ghignanti. Con i loro deliri… i loro dileggi… la loro propaganda… e la stessa ignoranza”, ha aggiunto Vasco nel post in cui si vede una foto del padre in divisa. “Io resto orgoglioso di te! Viva Giovanni Carlo Rossi… Papà Carlino!». (dal quotidiano “La Stampa”)

A questa stupenda e benefica (oserei dire sacrosanta) provocazione ha fatto seguito la meschina e infantile reazione dei politici sorpresi con le dita nella marmellata del neofascismo riveduto e scorretto e quella saccente e snobistica degli storici che non guardano la storia ma la punta del loro naso.

Tutto si riduce alla stucchevole diatriba sull’esistenza di un pericolo fascista. Non c’è per chi non lo vuol vedere anche perché è ben camuffato nell’autoritarismo del premierato strisciante, nella repressione spacciata per sicurezza, nell’egoismo spacciato per liberismo, nel razzismo spacciato per patriottismo, nell’insofferenza per i diversi spacciata per bigottismo perbenista pseudo-religioso, nel fisco vissuto come obbligo fastidioso da evitare spudoratamente, nella critica esorcizzata come sfogo anti-italiano, nello scontro politico considerato un demagogico vezzo tardo-comunista, nell’antifascismo relegato nell’album dei ricordi, etc. etc.

Non c’è peggior fascista di chi non vuol ammettere di esserlo stato e/o di ispirarsi, direttamente o indirettamente (quindi ancor più pericolosamente), ad esso nella prassi politica odierna, cadendo in questa tentazione nascosta o manifesta, improvvisa o insistente, passata ma sempre presente soprattutto se non si ha il coraggio di fare e chiudere i conti con essa.

Se poi alziamo lo sguardo e ci imbattiamo nel sovranismo dilagante o nel nazionalismo imperante, come li chiamiamo? Per me sono fascismo bello e buono. Bisogna intendersi: tutti i fenomeni autoritari nascono nell’indifferenza dei molti, nel fanatismo dei pochi e nel ribellismo dei coraggiosi che non si piegano e pagano di persona.

Mi è stata inculcata questa visione politico-culturale del fascismo e non voglio assolutamente liberarmene e ringrazio vivamente chi me la mantiene viva. Non sopporto chi mi vuole raccontare che non esiste alcun pericolo di marca fascista. Rispondo parafrasando una famosa dichiarazione di don Andrea Gallo: «Non mi curo di certe sottigliezze culturali e politiche perché mi importa solo una cosa: che la Costituzione italiana sia antifascista!»

 

 

L’arca di Trump

Sono impressionanti le opinioni americane emergenti dai reportage in clima preelettorale: autentici fiumi di volgarità egoistiche e di bestemmie antipolitiche che inducono a temere come inevitabile la vittoria di Donald Trump. Il clima statunitense è drammaticamente anti-democratico: ognuno per sé e Trump contro tutti.

Sono impressionanti le immagini provenienti da Valencia in clima alluvionale: autentici fiumi di fango che portano a distruzione e morte un’intera popolazione e che inducono a temere come inevitabile un disastro ecologico a pezzi così come sta avvenendo per la guerra.

Non è un caso che Trump sia un accanito negazionista dei cambiamenti climatici: lo straripante fiume trumpiano ha paura di quello alluvionale anche perché il recente uragano in Florida non è stato uno scherzo. Dalla natura infatti sembra uscire un grido disperato alla responsabilità di chi governa il mondo pena una sua progressiva autodistruzione.

Potranno le incombenti minacce ecologiche indurre tutti a più miti consigli e alla riscoperta della democrazia quale strada per difendere la natura e in essa gli uomini con i loro enormi problemi? Oppure gli uomini si chiuderanno ancor più nel loro penoso egoismo, sperando che il disastro possa riguardare qualcun altro?

In Spagna al fiume disperato di fango e di morte sta seguendo quello fiducioso dei volontari che reagiscono col potere umano allo strapotere della natura violata e diventata disumana: una sorta di attiva e dinamica Arca di Noè, che ci lascia un filo di speranza nel futuro dell’umanità.

Negli Usa ci potrà essere un fiume di democrazia che contrasti la folle alluvione antidemocratica incombente non solo sull’America ma su tutto il mondo? Oppure gli elettori americani si consegneranno e ci consegneranno al manicomio trumpiano?

Dove sono le folle oceaniche di americani che seguivano i comizi di Martin Luther King? Dove sono gli americani che credevano nelle nuove frontiere kennediane? Dov’è finita la politica con la “P” maiuscola in America e, per essere campanilisti, in Italia?

Stiamo per toccare il fondo o l’abbiamo già toccato? Mi auguro che sia valida la seconda ipotesi che potrebbe preludere ad un problematico (ri)scatto. Temo invece che possa essere un affondamento progressivo, a pezzi per dirla col Papa, da cui non si risale se non con tempi biblici che vivranno in qualche modo le nuove generazioni.

Il diluvio universale non aveva forse questo significato? Ma noi continuiamo a ballare, a cantare, a votare o a non votare come se niente fosse. In fin dei conti chissenefrega di Trump e degli alluvionati di turno…

 

Il pil…ancio truccato

I conti dell’Italia sono messi meglio di quanto possa sembrare. O almeno è questo quello che fanno pensare i giudizi delle agenzie di rating arrivati a tarda sera. S&P ha confermato il suo giudizio sul debito italiano, con un giudizio BBB/A-2 e outlook stabile, mentre pochi minuti dopo anche Fitch ha annunciato una conferma del rating italiano al livello BBB, con un outlook che però migliora, da stabile a positivo. Le Borse avevano già mostrato ottimismo sui giudizi in arrivo: lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi ha chiuso sotto i 118 punti base, ai minimi degli ultimi tre anni.

Secondo l’agenzia di rating americana S&P nel periodo 2024-2027 il Pil italiano crescerà in media dell’1% all’anno, con un ritmo migliore di quello del periodo pre-pandemia. Ma il merito è di fatto esterni e temporanei: «L’Italia si trova ancora ad affrontare sfide strutturali economiche sostanziali che probabilmente riemergeranno quando verranno meno sia lo stimolo derivante dall’incentivo fiscale “Superbonus” per le ristrutturazioni residenziali sia i fondi NextGeneration Eu» ricorda S&P. (dal quotidiano “Avvenire”)

Non mi avventuro nel groviglio di sigle economico-finanziarie e tanto meno mi sento in grado di entrare nel merito dei giudizi formulati dalle agenzie di rating. Mi limito a contrapporre a tali visioni, tutto sommato rassicuranti, i dati Istat sulla povertà in Italia.

Nel 2023 sono in condizione di povertà assoluta poco più di 2,2 milioni di famiglie (8,4% sul totale delle famiglie residenti, valore stabile rispetto al 2022) e quasi 5,7 milioni di individui (9,7% sul totale degli individui residenti, come nell’anno precedente).

L’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%, si ferma invece al 6,3% per le famiglie composte solamente da italiani.

L’incidenza di povertà relativa familiare, pari al 10,6%, è stabile rispetto al 2022; si contano oltre 2,8 milioni di famiglie sotto la soglia.

In lieve crescita l’incidenza di povertà relativa individuale che arriva al 14,5% dal 14,0% del 2022, coinvolgendo quasi 8,5 milioni di individui.

Appare evidente il contrasto fra i marker economici e quelli sociali. La spiegazione la trovo nel pensiero di Robert Kennedy, personaggio di cui sento una nostalgia profonda e inconsolabile.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo [Gross National Product]. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. (Robert Kennedy, Discorso sul Pil, 18 marzo 1968, Kansas University)

 

La reginètta dal marchè

Come trova Giorgia Meloni?

«Il peggio del peggio. Ha messo insieme ministri trucidi come Salvini, ideologici come la Roccella, e incompetenti, come quasi tutti».

Ma ha vinto le elezioni. Ed è ancora forte nei sondaggi.

«La Meloni è il frutto dell’impoverimento subìto dall’Italia in questi vent’anni. Ma di consenso ne ha sempre meno».

(intervista di Aldo Cazzullo a Carlo De Benedetti sul Corriere della Sera)

Migliore sintesi della portata politica di Giorgia Meloni e del suo governo non si potrebbe fare. Non aggiungo quindi niente di mio se non riportare un giudizio proveniente dal livello europeo: la nostra premier si muove alla Ue come una “reginetta”. Forse le lasciano l’illusione di esserla, visto come percorre altezzosamente i corridoi di Bruxelles: sembra la padrona e gli allocchi la ammirano e magari la votano anche.

Probabilmente le lasciano sfogare la sua smania di grandezza, poi, quando si fa sul serio, le cose cambiano. Una cosa è certa, per Giorgia Meloni l’Europa, che doveva essere la storica pietra d’inciampo, è diventata il rifugio in cui ripararsi dalle beghe italiane giornaliere. In Europa c’è poi il filo rosa con Ursula: due peggio sommati non fanno certo un meglio. Fatto sta che riesce a galleggiare sul mare europeo. Fino a quando non è dato sapere.

Altro punto di forza di Meloni è il rapporto con gli Usa. Cosa le succederà con il dopo Biden. Temo che Donald Trump non le riserverebbe le carinerie bideniane a meno che non la elegga a sfasciatrice della Ue, a sovranista anti-europea, incoraggiandola ulteriormente a rinsaldare l’asse preferenziale con Orban e c. In poche parole potrebbe svolgere la funzione di amica del giaguaro trumpiano.

Qualora invece nelle elezioni americane vincesse Kamala Harris potrebbe aspirare a fare la dama di compagnia della nuova presidente: fra donne ci si intende anche se magari ci si odia. Si costituirebbe una sorta di trio Lescano – Ursula-Kamal-Giorgia – ribattezzato dialettalmente come trio “lescandol”.

Se non erro esiste una commedia dialettale parmigiana intitolata “La reginètta dal marchè”: se la memoria non mi tradisce credo si tratti di un concorso per eleggere una miss dei poveri, una bellezza a livello di mercatino. Anche l’Europa pian-piano sta diventando solo un mercato e quindi va benissimo candidarsi a reginetta/miss della Ue. Mi sovviene la gustosa barzelletta delle miss che provocano un incidente stradale, investendo un anziano ciclista. Si presentano a lui: io sono miss Emilia, io miss Toscana… “E mi a són miss mäl” risponde il malcapitato.

Barzelletta per barzelletta faccio un’aggiunta. Giorgia Meloni si presenta agli italiani con tanto di corona e fascia dicendo: io sono miss Ue. E gli italiani commentano sconsolatamente: “E nuätor a sèmma miss mäl…”.

 

Il governo frettoloso fa i decreti ciechi

Sarà la Corte di Giustizia dell’Unione Europea a definire meglio i contorni del recente decreto legge sui “Paesi sicuri”. La sezione immigrazione del Tribunale di Bologna, esaminando il caso di un cittadino del Bangladesh, ha infatti ritenuto «sussistenti» i presupposti per un rinvio pregiudiziale alla Corte con sede a Lussemburgo, per chiedere quale sia il parametro «sulla cui base debbono essere individuate le condizioni di sicurezza che sottendono alla designazione di un Paese terzo come paese di origine sicuro» e se sussista «sempre l’obbligo per il giudice nazionale di non applicare le disposizioni nazionali in caso di contrasto con la direttiva che riguarda le procedure comuni». In pratica, il Tribunale bolognese chiede se l’ordinamento europeo continui ad essere prevalente. E fa esplicito riferimento, come detto, al Bangladesh, ricordando che i casi in cui si riscontra la necessità di una protezione internazionale sono legati all’appartenenza alla comunità Lgbtqi+, alle vittime di violenza di genere, alle minoranze etniche e religiose, senza dimenticare i cosiddetti sfollati climatici.

Lo spirito del decreto, suggeriscono i giudici, avrebbe quindi il carattere di «un atto politico, determinato da superiori esigenze di governo del fenomeno migratorio e di difesa dei confini. Paradossalmente si potrebbe dire che la Germania sotto il regime nazista era un Paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca: fatti salvi gli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, le persone di etnia rom ed altri gruppi minoritari, oltre 60 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile. Lo stesso può dirsi dell’Italia sotto il regime fascista. Se si dovesse ritenere sicuro un Paese quando la sicurezza è garantita alla generalità della popolazione, la nozione giuridica di Paese di origine sicuro si potrebbe applicare a pressoché tutti i Paesi del mondo, e sarebbe, dunque, una nozione priva di qualsiasi consistenza giuridica». (dal quotidiano “Avvenire” – Igor Traboni)

Certe pentole più si mescolano e più puzzano. Quando si parte male è difficilissimo rimettersi in carreggiata. Il governo prima di maramaldeggiare sulla pella dei migranti spediti in Albania doveva studiare bene la fattibilità della procedura non solo dal punto di vista etico, ma anche sul piano giuridico. Invece una gaffe tira l’altra e, come si dice in dialetto padovano, “xe pèso el tacòn del buso”. La materia è delicata e non si può affrontare con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristallerie.

Anche volendo prescindere dal merito del provvedimento di “esportazione migratoria”, rimane il punto dolente dei “Paesi sicuri”, da cui dovrebbero provenire i migranti in odore di rimpatrio o comunque di espulsione verso “lager transitori”. Chi lo stabilisce e in base a quali criteri? Non se ne esce vivi! O meglio non ne escono vivi i migranti che scappano dai loro Paesi.

Chi proviene dagli Stati sicuri non avrebbe infatti diritto alla richiesta di asilo e dunque viene trattenuto in un Cpr e allontanato dall’Italia. Il decreto, messo ora in discussione dal tribunale di Bologna, era arrivato dopo la decisione dei giudici del tribunale di Roma, sezione immigrazione, di non convalidare il trattamento di dodici richiedenti asilo, trasferiti nei centri in Albania e poi rientrati a Bari in seguito alla deliberazione della magistratura.

Fa sinceramente pena e vergogna la diatriba sull’accertamento dei motivi che spingono i rifugiandi alla fuga dai loro Paesi di origine così come la verifica della sicurezza di tali Paesi. Ci sarebbero i rifugiandi di comodo? Pensate un po’, gente che scappa disperatamente e mette a repentaglio la propria vita, abbandona tutto, paga cifre pazzesche a scafisti senza scrupoli, si sottopone ad un viaggio in condizioni disastrose senza alcuna garanzia di arrivare a destinazione e rischia di morire annegata. E tra questi ci potrebbe essere un disperato di comodo? Ma fatemi il piacere. Poi arrivano e nessuno li vuole accogliere. Tutti li scansano e li sballottano di qua e di là, come se fossero dei rifiuti da far sparire. Trattati “cme i rosp al sasädi”.

E questo sarebbe il buongoverno della destra reiteratamente premiato dagli elettori? E questa sarebbe la politica inattaccabile da parte della Magistratura? Non sono un aprioristico tifoso dei giudici, ma meno male che c’è la magistratura a bloccare provvedimenti senza capo né coda, visto che l’opposizione sa soltanto litigare al proprio interno, che la gente non ha il coraggio di reagire alle ingiustizie e di scendere in piazza e visto che siamo diventati tutti indifferenti davanti alle peggiori porcherie ai danni dei nostri simili.

 

 

 

Il Musk…io selvaggio della democrazia

Trovo semplicemente agghiacciante (anche se non sorprendente) quanto sta succedendo nella campagna elettorale americana: il miliardario Musk non si sta facendo scrupolo di comprare voti in favore di Trump tramite vere e proprie lotterie milionarie. Trump da parte sua non sta nascondendo l’intenzione di favorire spregiudicatamente l’impero economico di Musk. Un gioco al massacro democratico in cui è rimasta impigliata recentemente anche Giorgia Meloni: forse col riconoscimento che le hanno assegnato, l’hanno iscritta in pole position nell’albo del disonore dei già tanti estremisti del potere per il potere.

L’iniziativa mira a raccogliere almeno un milione di elettori negli stati in bilico, citati esplicitamente come gli unici in cui si potrà partecipare alla lotteria. Sono: Pennsylvania, Georgia, Nevada, Arizona, Michigan, Wisconsin e North Carolina. Chi firma la petizione deve fornire oltre al nome e al cognome anche un indirizzo e un numero di telefono, attraverso i quali potrà poi essere contattato non solo in caso di vincita, ma anche per ricevere sollecitazioni per votare per Trump. Come aveva già annunciato in precedenza Musk, ogni firmatario riceverà 47 dollari per ogni persona che convincerà a firmare la petizione, sempre negli stati in bilico. Tutti i partecipanti sono automaticamente iscritti alla lotteria, che assegnerà il premio giornaliero da un milione di dollari fino al 5 novembre. (il post)

Che la politica fosse inquinata, anche e soprattutto negli Usa, da forti collegamenti con gli affari, era cosa nota, ma forse stiamo raggiungendo l’impensabile. Da tempo mi chiedo fino a che punto un elettore, quando si reca al voto negli stati democratici occidentali, sia libero.

In Moldavia e Georgia sono in atto gli inquinamenti elettorali putiniani: la mafia post-comunista è all’opera per difendere con le unghie e coi denti i suoi miseri resti imperiali e sottrarli all’Unione europea, ricostituendo un velleitario blocco di coccio fra i blocchi di ferro (Usa e Cina) e/o proponendosi come Paese componente dei cosiddetti Brics (una sorta di anticapitalista resto del mondo).

Nel mondo occidentale la musica non è migliore. I media, controllati dal potere economico e/o da quello politico, condizionano l’elettore in modo pesante. Il dibattito politico è sostanzialmente inesistente. Le candidature vengono calate dall’alto. I partiti sono personalizzati. Qualcuno dirà che, tutto sommato, è preferibile la trasparente americanata del binomio Musk-Trump alle subdole manovre dei voti di scambio. Gli americani sono soliti fare le cose in grande quindi… Dobbiamo prendere atto che la democrazia, così come la si intende in occidente, è molto cambiata ed è molto inquinata. Bisogna accontentarsi oppure impegnarsi a costruire dal basso minimi percorsi di partecipazione, ricominciando tutto daccapo. La strada è in salita e la tentazione di astenersi è sempre più forte. L’astensione è funzionale alla fuga democratica e viceversa. Il gatto si morde la coda e i gatti diventano sempre più aggressivamente accattivanti o irritanti.

Alla luce del giorno il controllo del Paese più influente del pianeta è stato messo all’asta e verrà deciso dal più alto offerente. In piena trasparenza, i cittadini americani, dopo aver venduto per due spiccioli (uno sconticino qui, un abbonamento gratis là) i loro dati personali, hanno cominciato a cedere il loro voto per 47 dollari, 100 se hanno la fortuna di vivere nella decisiva Pennsylvania. Se non stupisce che Musk ci provi, stupisce quanto sembri tutto assolutamente normale. Forse 15 anni di contributi multimilionari ai candidati hanno svuotato di significato il gesto del voto. Forse l’era di YouTube e degli influencer ci ha insegnato a monetizzare tutto quello che possiamo, dai follower alla – perché no – preferenza elettorale. Ma la sensazione fastidiosa di queste ore è che senza fanfara gli Usa abbiano superato la soglia che separa la democrazia da qualcosa di infinitamente più infido. Il dizionario la chiama oligarchia. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)