Lo ius pirlae

La riforma che non c’è. La Camera ha bocciato tutti gli emendamenti delle opposizioni sulla modifica della legge sulla cittadinanza, compreso quello di Azione che proponeva lo ius scholae, ovvero l’acquisizione della cittadinanza per i minori figli di immigrati dopo un ciclo scolastico di 10 anni. I no sono stati 169, 126 i sì e 3 gli astenuti. Anche Forza Italia ha votato contro. Gli azzurri hanno ribadito, con un intervento di Paolo Emilio Russo, che sono al lavoro su una proposta di legge in materia. «Si tratta – ha detto Russo – di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un un provvedimento che parla di sicurezza». Il voto è stato a scrutinio palese dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto. Tra gli emendamenti dell’opposizione bocciati, quelli del Pd sullo ius soli temperato e sullo ius scholae a 5 anni e quello di +Europa che riproponeva il referendum sulla cittadinanza. Pd e Avs hanno votato anche tutti gli emendamenti degli altri gruppi in materia. (dal quotidiano “Avvenire” – Danilo Paolini)

Siamo ad un bell’esempio di “Pirlamento”. La politica ridotta a mera copertura dei propri giochi elettorali, le istituzioni democratiche ridotte a sede di collaudo degli equilibri politici costruiti altrove. Forza Italia aveva sollevato nei mesi estivi il problema della cittadinanza agli immigrati, dichiarandosi disponibile all’introduzione del cosiddetto “ius scholae”, vale a dire alla concessione della cittadinanza a quei soggetti che abbiano compiuto in Italia un ciclo scolastico di 10 anni. A quanto pare si trattava di un ballon d’ essai, di una provocazione verso gli altri partiti della maggioranza, un modo per distinguersi: passata la festa, gabbato lo santo o, meglio, passato il contrasto politico gabbato il giovane immigrato. Resta soltanto una piccola spada di Damocle tenuta in sospesa da Forza Italia: non si sa mai…

Il fatto più grave però non è tanto la parodistica impostazione dei rapporti fra i partiti di maggioranza, ma l’autentico scempio istituzionale, vale a dire il Parlamento considerato come una pezza per i piedi del governo e il fondamentale gioco democratico fra maggioranza e opposizione vissuto come un ignobile tira e molla. La maggioranza, o almeno una parte di essa, infatti si dice disponibile al dialogo e al confronto con l’opposizione su temi etici che travalicano i perimetri partitici, salvo tirarsi indietro vergognosamente al momento cruciale; l’opposizione oscilla tra la contrapposizione globale e pregiudiziale e la disponibilità a trovare soluzioni largamente condivise. Quella dello ius scholae poteva essere un interessante esperimento fallito miseramente prima del nascere.

Attualmente in Italia esiste un governo di destra che non ha nessuna intenzione di aprire finestre di dialogo, che non sopporta le critiche anzi le esorcizza, che si sta preparando nei fatti al premierato, che litiga al proprio interno, ma trova sempre e comunque la quadra negli accordi di potere. Il Parlamento è un ingombrante e imbarazzante dipiù. Il governo ombra non esiste, esiste soltanto un governo che fa ombra a tutti.

Se i figli degli immigrati aspettano lo ius scholae, fanno in tempo ad ottenere la cittadinanza per altri motivi, alla faccia della loro tanto sbandierata integrazione.

Al rinvio (sine die?) della normativa riguardante lo ius scholae ha fatto vergognosa compagnia una novità perfettamente rientrante nella (in)sensibilità governativa. Niente più rinvio di pena per le donne in gravidanza o con figli di meno di un anno. L’eventuale differimento della carcerazione – quando il ddl sarà approvato definitivamente anche al Senato – sarà esaminato caso per caso dai giudici. È successo ieri alla Camera, nel corso delle votazioni sul “ddl sicurezza”. L’aula ha approvato l’articolo 15 che rende facoltativo – e non più obbligatorio – il rinvio della pena per le neo-madri detenute. Forza Italia, che inizialmente si era detta contraria, stavolta invece ha votato con Fdi e Lega. (dal quotidiano “Avvenire”)

Ma come è brava Forza Italia: si distingue nelle intenzioni per poi rientrare nei ranghi al momento del dunque. Il peggior modo di fare politica: dire e disdire, parlare bene e razzolare malissimo, tirare il sasso e nascondere la mano.  I berluscloni (termine acutamente inventato da Marco Travaglio) non si smentiscono mai: i forzitalioti giocano a fare i berluscloni buoni, i meloniani e i salviniani giocano a fare i berluscloni cattivi. Un modo come un altro per mettere alla prova il (poco) cervello degli italiani.

Mio padre alla domenica sera era preoccupato di chiudere drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose. L’unica eccezione era la lettura al lunedì mattina dell’opinione di Curti, pubblicata sul quotidiano locale, un commento essenziale ed equilibrato che finiva, quasi sempre, con la solita sconsolata espressione “un’altra partita da dimenticare”. E mio padre chiosava: “Pri tifóz dal Pärma a gh vól la memoria curta”.

La politica italiana in questi giorni, come detto sopra, ha vissuto a livello parlamentare una giornata da dimenticare. I tifosi smemorati della curva accanto al governo (sono tanti e non mollano) hanno di che esultare, mentre quelli della curva democratica devono scegliere: rassegnarsi ad avere la memoria corta se intendono solo galleggiare, lunga se desiderano sgombrare prima o poi le istituzioni dai pirla che le stanno occupando più o meno abusivamente.

 

 

La giustizia fai da te

«Ho appreso con vero sgomento quanto accaduto in via Coppino a Viareggio». Inizia così il commento dell’arcivescovo di Lucca monsignor Paolo Giulietti sul terribile omicidio consumatosi nella notte tra domenica e lunedì scorsi e costato la vita al 47enne di origine algerina Said Malkoun investito più volte da Cinzia Dal Pino imprenditrice locale 65enne. Impressionante soprattutto la dinamica dell’episodio criminale, immortalato da una telecamera di sicurezza. Vi si vede il Suv guidato da Dal Pino schiacciare l’uomo contro la vetrina di un negozio. A prima vista si sarebbe potuto trattare di un incidente dettato da imprudenza o distrazione. Subito dopo però il Suv aziona la retromarcia per investire ancora Malkoun altre tre volte fino a provocarne ferite mortali. A quel punto le telecamere inquadrano la donna scendere dalla vettura per recuperare la borsa che Malkoun le aveva rubato poco prima, per poi risalire in macchina e andarsene. Proprio lo scippo è stato alla base della reazione di Dal Pino che gestisce uno stabilimento balneare a Viareggio. «Quell’uomo mi ha minacciata con un coltello», avrebbe riferito la donna agli investigatori del commissariato di Viareggio e della squadra mobile dopo essere stata fermata con l’accusa di omicidio volontario. Ma accanto al corpo della vittima non è stata trovata alcuna arma. (dal quotidiano “Avvenire” – Riccardo Maccioni)

Davanti a questo inquietante fatto di cronaca mi è venuto spontaneo fare un azzardato collegamento con quelli riguardanti le azioni violente contro gli operatori sanitari. Il filo rosso che li collega potrebbe essere definito “quando la legittima difesa diventa legittima offesa”.

C’è una bella differenza tuttavia tra l’esasperazione di persone malate che vivono nell’indifferenza o nell’insufficienza delle strutture sanitarie pubbliche e quella di una persona che viene scippata e reagisce in modo a dir poco sconsiderato pur di recuperare il maltolto. Nei primi casi c’è in ballo l’incolumità personale messa a repentaglio da carenze sanitarie conclamate, nel secondo c’è la difesa del patrimonio dagli attacchi dei ladri.

Se, come già scritto nei giorni scorsi, mi sento di intravedere attenuanti psico-sociali riguardo alla violenza derivante dal profondo disagio delle persone quanto meno trascurate a livello sanitario, non riesco a trovarne per una violenza così brutale ammantata da legittima difesa (lascio che la giustizia faccia il suo corso e che la coscienza individuale scavi nel proprio intimo).

In tutti questi casi però chi governa ai vari livelli la nostra società dovrebbe fare parecchi “mea culpa”. Non si può infatti lasciare a se stessa la sanità sempre più incapace di assistere i malati, così come non si può continuare a seminare la zizzania dell’odio verso gli extracomunitari dipingendoli come potenziali delinquenti anziché sforzarsi di gestire in modo umanitariamente razionale il fenomeno migratorio.

Mi si dirà che il cittadino si sente indifeso rispetto alla delinquenza sempre più agguerrita ed aggressiva. Anch’io ad attraversare in orari serali certe zone cittadine mi sento psicologicamente in difficoltà, ma non penso che si possa reagire a questo disagio tollerando o addirittura incoraggiando la illegittima difesa o, se volete, l’eccesso doloso in legittima difesa.

Sono argomenti molto delicati che toccano la carne viva della nostra società. Stiamo bene attenti perché, così come si ipotizza e teorizza ante litteram la guerra giusta degli Stati aggrediti, si arriva a legittimare la difesa violenta di chi viene aggredito a livello sociale.  Conclusione: la globalizzazione del far west.

E nessuno pensa ad impegnarsi per sgombrare almeno un po’ il campo dalle motivazioni che muovono aggressori ed aggrediti. La nostra è la società che vuole sempre risolvere a valle i problemi delle alluvioni, usando, come sosteneva mio padre, “j èrzon äd cärta suganta”.

Chiudo, tanto per alleggerire la tensione, con una barzelletta inerente la paradossale legittimazione della violenza. Un marito uccide la moglie. Al processo il giudice vuole capire il movente del delitto: «Perché avete ucciso vostra moglie con un ferro da stiro?». Al che l’imputato risponde candidamente: «Parchè l’era adrè ciapär na brutta pìga…».

La democrazia del meno peggio

Un tempo (quando ero giovane e pieno di entusiasmo) mi sarei sicuramente alzato in piena notte per seguire in diretta il dibattito televisivo tra i due candidati alla presidenza degli Usa. Lo feci per molto meno, vale a dire per seguire la diretta radiofonica dello storico incontro di pugilato tra Benvenuti e Griffith.

Mi sto chiedendo se questo odierno mio forfait (non mi è passato infatti nemmeno dall’anticamera del cervello il pensiero di sacrificare due ore di sonno per visionare il duello tra Harris e Trump) sia dovuto all’inevitabile (?) logorio mentale intervenuto nella mia vita o anche e soprattutto a qualcosa d’altro.

Sono cambiato io, ma è ancor più cambiato il mondo e la politica che lo governa. Un mio amico sostiene candidamente di non ritrovarsi nel mondo attuale, di sentirsi come un pesce fuor d’acqua, di non riuscire assolutamente ad adattarsi agli schemi culturali e politici correnti.

Qualcuno dirà che si tratta di sintomi di incalzante vecchiaia: qualcosa di vero ci sarà, ma sono invecchiato io o è invecchiato il mondo al punto da non essere più seriamente vivibile?

Vengo al sodo: perché al sacrosanto schifo che mi provoca la sola visione di Donald Trump non fa riscontro una sacrosanta speranza ispirata dalla candidatura di Kamala Harris? Gli echi al duello televisivo non riescono a smuovermi da questa sorta di scetticismo globale: capisco che la vittoria di Trump sarebbe una autentica iattura, ma non trovo un po’ di fiducia nell’eventuale futuro targato Harris, se non quella di evitare il peggio.

Mi sforzo di individuare due motivi fondamentali. Il primo riguarda l’invecchiamento, speriamo non inarrestabile, della democrazia a livello di sistema: la personalizzazione esasperata della politica, che nulla ha da spartire col vero leaderismo, blocca la partecipazione critica e costruttiva ai processi decisionali. Il cittadino-elettore è diventato un corpo estraneo!

Il secondo è relativo al disordine mondiale tale da spegnere sul nascere ogni e qualsiasi luce in fondo al tunnel sintetizzabile teoricamente e concretamente nella guerra. In buona sostanza la situazione è tragica e non si vede chi possa invertirne la tendenza. Stiamo toccando il fondo e questo potrebbe essere persino un elemento positivo se si trovasse qualcuno che sapesse imprimere uno slancio di ripresa. Manca invece chi possa minimamente mobilitare le coscienze verso la rivoluzione del meglio che sconfigga lo status quo del sempre peggio.

Le penose e scontate schermaglie tra Harris e Trump non sono potenziali scintille capaci di incendiare qualcosa, ma soltanto le solite trovate mediatiche che non emozionano nessuno: una recita dal copione risaputo, ma dalle conseguenze sempre più drammatiche.

Non ho sentito una parola, non ho intravisto un concetto, non ho scovato un’idea che possa non dico convincermi, ma almeno emozionarmi. E la chiamano democrazia…

Questo scoraggiamento è ulteriormente alimentato dallo scetticismo, al limite dell’omertà, da parte dei governi occidentali cosiddetti democratici (Europa in primis): per loro sembra che questa o quello siano pari. Un cittadino qualsiasi può anche pensarlo, un governante no! Un po’ di spinta innovativa agli Usa potrebbe darla l’Europa. Ma esiste l’Europa?

“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” (Winston Churchill, da un discorso alla Camera dei Comuni, novembre 1947).

Non mi basta la democrazia del meno peggio, anche perché il male è molto profondo e radicato nelle coscienze che dovrebbero essere nel frattempo diventate più democratiche.

E allora cosa farei se fossi un elettore statunitense. Sarei tentato di astenermi, ma non lo farei. Troppo alta la posta in palio. Mi turerei il naso alla Indro Montanelli e voterei Kamala Harris.

 

Quando i pazienti diventano impazienti…

Gli incresciosi e reiterati fatti di aggressione a danno di operatori della sanità non possono essere considerati meri episodi di inspiegabile intolleranza in mezzo al mare di violenza della nostra società. Potranno essere anche questo, ma prima devono essere considerati il sintomo di un gravissimo malessere a livello sanitario. Il sistema sta facendo acqua e la reazione si sfoga sugli operatori sanitari e le loro insufficienze.

Quando una persona è esasperata se la prende col primo che gli viene a tiro e non ha purtroppo la freddezza, la lucidità e il tempo di risalire alle vere cause ed ai veri responsabili della situazione. La sanità è una potenziale polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro.

La sensazione da parte del malato e dei suoi famigliari è spesso quella di essere abbandonato a se stesso: purtroppo molte volte è la triste, sconfortante e preoccupante realtà.

Gli operatori sanitari, che venivano esageratamente santificati durante la pandemia, ora vengono demonizzati e aggrediti. Perché? Sono i soggetti schierati in prima linea che subiscono i giudizi e gli attacchi e rischiano di fare da paravento ai soggetti responsabili che sono al coperto.

Intendiamoci bene, anche l’etica professionale del personale sanitario non è granché, il sistema con i limiti economici ed organizzativi che impone, non aiuta medici e infermieri a lavorare bene, siamo assai lontani dai tempi in cui fare il medico e finanche l’infermiere era considerata una vocazione (quasi) sacerdotale. È pur vero, come diceva mio padre, che, se un medico sbaglia la diagnosi o la terapia, gli sono tutti addosso, mentre se compie un intervento-capolavoro non fa altro che il proprio dovere. Tuttavia il sistema non funziona e chi vi resta impigliato può anche avere reazioni violente: la pazienza ha un limite e negli ospedali di pazienza ce ne vorrebbe una quantità smisurata.

La risposta della politica è, come ormai avviene normalmente, repressiva: si parla di esercito, di daspo, di misure punitive per chi osa lamentarsi in modo esagerato. Non sono d’accordo! I problemi non si affrontano dal fondo. Occorrono scelte coraggiose da parte della finanza pubblica, serve uno sforzo organizzativo straordinario, è fondamentale incoraggiare e premiare la responsabilità degli operatori sanitari, bisogna ridare fiducia al cittadino che l’ha persa e, se ha risorse disponibili, si rivolge alla sanità privata, mentre, se non ha queste possibilità, si mette in fila aggiungendo ansia e sofferenze a quelle connaturali alla sua malattia.

Credo sia la scommessa fondamentale nei rapporti fra cittadino ed istituzioni, perché il cittadino è in una condizione di estrema debolezza e le istituzioni non possono approfittarne, gridando poi allo scandalo quando esplodono proteste violente. Bisognerebbe oltre tutto approfondire gli antefatti.

Non è giusto drammatizzare la situazione, anche se non è facile spiegarlo a chi, magari sotto colica, sta ore ed ore in attesa di un intervento medico. Non è giusto però nemmeno ridurre la situazione al comportamento esagitato di alcuni (im)pazienti.

Ognuno si assuma le proprie responsabilità a tutti i livelli, diversamente, è proprio caso di dirlo, non se ne esce vivi.

 

 

 

Il Conte senza Grillo

Il passaggio più velenoso Beppe Grillo lo ha lasciato nelle ultime righe di un intervento sul suo blog: nel caso in cui si metta mano a “elementi imprescindibili del M5s: il nome, il simbolo e la regola dei due mandati” non potrò che “esercitare i diritti che lo Statuto mi riconosce in qualità di Garante”.

Insomma, siccome con la Costituente si potrà discutere di tutto ma proprio di tutto, allora Grillo ha lasciato intendere di essere pronto per le carte bollate.

Questo sul piano legale. Sul piano politico, la lettura l’ha fatta l’ex ministro Danilo Toninelli, vicino al garante: “E’ già in corso una rottura. Il Movimento, oggi, è fatto da due partiti e Grillo l’ha palesato”.

 Mentre il fondatore sembra preparare la battaglia legale, i vertici del Movimento studiano il contrattacco: sui valori fondamentali del M5s e sulla interpretazione autentica dello statuto, il garante può al massimo esercitare una “moral suasion”, ha spiegato il parlamentare Alfonso Colucci, coordinatore dell’area legale del M5s. E poi, ha aggiunto, con accordi “contrattuali con il M5s coperti da riservatezza, Grillo ha espressamente rinunciato ad ogni contestazione relativa all’utilizzo del simbolo come modificato e come in futuro modificabile”.

Ma non è solo una questione di tribunali. “Ormai è chiaro come il sole – ha scritto Grillo – a ottobre vi troverete davanti a un bivio, costretti a scegliere tra due visioni opposte di cosa debba essere il Movimento 5 Stelle. La prima è di una politica che nasce dal basso, e non da politici di professione, la seconda è quella di Giuseppe Conte. Ad oggi non mi sembra si stia compiendo un’opera di rinnovamento, ma un’opera di abbattimento”. (ANSA.it)

I pentastellati sono ai ferri corti. Sono passati parecchi anni da quando pensavo che il M5S consistesse in Beppe Grillo e poco più. Il fondatore sembra voler tornare agli inizi per rivendicare una primazia sbiaditasi nel tempo. Al di là di tale questione genealogica non riesco a cogliere una vera e propria controversia politica. Il nome, il simbolo e i due mandati non bastano a significare un ruolo per e nel futuro del Paese.

Ho riconosciuto fin dall’inizio una funzione positiva a Grillo nell’aver dato una voce politica all’antipolitica: si rischiava una deriva qualunquistica molto pericolosa che venne almeno contenuta. Poi la prematura assunzione di responsabilità governative ha imposto il doppiopetto al movimento ed è quindi spuntato Giuseppe Conte a guidarlo in chiave istituzionale, abbandonando la piazza informatica e devitalizzando il dente dolente su cui batteva l’antipolitica.

Credo che Grillo abbia l’intenzione di mettere indietro le lancette dell’orologio pentastellato: impresa piuttosto ardua. Il rischio è che il M5S diventi un ring su cui il fondatore e il traghettatore se le diano di santa ragione, senza esclusione di colpi, ma senza progetti politici.

Grillo, anche per le sue vicissitudini famigliari, ha perso credibilità e mordente. Conte da parte sua dimostra di essere un capo costruito a tavolino: lo scontro è fra due leader immaginari. In mezzo una classe dirigente (?) polemicamente compatta ma politicamente sfilacciata. L’elettorato tende a scomparire consultazione dopo consultazione. Resta qualche impennata rispettabile sui temi della pace e della moralità.

Non basta per dare futuro ad un partito nato prematuro e messo a balia piuttosto asciutta. L’antipolitica è stata assorbita a destra dal velleitarismo meloniano; a sinistra si è rifugiata nell’astensionismo in attesa di tempi migliori.

Mio padre sosteneva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Forse nel M5S sta succedendo così: i rappresentanti istituzionali del movimento guardano i due contendenti e si limitano a sottolinearne le botte, mentre il marchese del Grillo sta duellando con un Conte decaduto e il Conte del piffero si sta spacciando per un marchese senza nobiltà.

 

Verdure Sanjulienne in agrodolce

L’epilogo dell’affaire Sangiuliano era molto prevedibile e quindi non stupisce più di tanto, rientra nella normalità (sic!) di questi tempi. Semmai stupisce che casi ben più gravi vengano tenuti aperti a bagnomaria.

Siamo davanti ad una pozza di latte versato più da Giorgia Meloni che da Gennaro Sangiuliano su cui la destra non ha nemmeno il coraggio di piangere tanta è la quantità di latte sparsa sul cammino governativo da arrivare alle ginocchia; la sinistra si accontenta di aver vinto una battaglietta qualsiasi contro un governo che una ne fa e cento ne pensa; i commentatori oscillano fra il garantismo di chi chiude la bocca ai critici in mancanza di reato e chi grilloparlantescamente rivendica il ruolo politico del gossip.

Non si è trattato di una parentesi rosa nel grigio-nero andazzo di un governo, ma forse dell’apostrofo rosa fra parole impronunciabili.

Non si è trattato di un incidente di percorso, ma del percorso alternativo adottato a causa dell’ultimo di una catena di incidenti.

Non si è trattato di un gesto di responsabilità, ma dell’unica via d’uscita rimasta dopo tante irresponsabilità: le dimissioni sono un bel gesto se non tardano troppo a venire, perché allora diventano uno sberleffo.

Cherchez la femme? No, cherchez la culture de gouvernement!

Non si è trattato di un piccolo diversivo pseudo-governativo, ma di un grande tran tran etico-politico-culturale.

Non si è trattato di una scappatella di evasione, ma di un maldestro tentativo di attaccamento al nulla.

Non si è trattato di un grande personaggio scivolato su una buccia di banana, ma di un piccolo personaggio che mangia troppe banane.

A giudicare dalla relativa velocità con cui Sangiuliano è stato sacrificato o non aspettavano altro per farlo fuori o gli hanno fatto pagare il conto di altri o non ne potevano più delle sue gaffe o era talmente debole da provare a lavare i panni sporchi in casa Tg1 e da piangere più nelle braccia di Giorgia Meloni che in quelle di sua moglie.

In mezzo a tanta gente arrogante e antipatica, ci poteva stare anche lui che, tutto sommato, non è né arrogante né antipatico, è solo piccolo e grigio (non sufficientemente nero…).

 

AAA Cercasi profeti di pace

In primo luogo, c’è bisogno di uscire dalla logica bellicista, che si picca di realismo, ma che è prigioniera di una gabbia di schematismi consequenziali e deterministi, che si sovrappongono alla realtà, con previsioni regolarmente smentite dal corso spesso imprevedibile della guerra. È necessario un recupero di buon senso e ragionevolezza. Occorre, cioè, guardare con realistica consapevolezza alla situazione di una guerra scellerata sempre più distruttiva e a rischio di entrare definitivamente in una spirale inarrestabile. La prima consapevolezza è che l’intensificazione (ed estensione) della guerra non è un vortice inesorabile. La storia non è mai predeterminata e le scelte delle donne e degli uomini possono modificare quelle che sembrano dinamiche irrefrenabili.

Nella guerra c’è spazio per l’iniziativa della società civile: per l’impegno umanitario, primo passo per la costruzione della pace, ma anche per una mobilitazione delle coscienze a favore della pace.

Nella guerra c’è spazio per la politica. Anzi, la riduzione della politica alla guerra è un’illusione, che conduce sovente a fallimenti. È della politica la responsabilità di non restare schiacciati dal presente bellico e di guardare al futuro. Durante la guerra si prepara il dopoguerra e quando non si fa si rischia di innescare processi devastanti (vedi Iraq). È tempo di pensare al futuro dell’Ucraina, come in parte già si è cominciato a fare. Ma c’è bisogno di iniziare a ragionare anche sull’architettura geopolitica del dopoguerra in Europa e su scala globale.

Prefigurare vie di uscita dalla guerra, anche per evitare costi umani e materiali enormi sempre più insostenibili dall’Ucraina, è una urgenza. Non è vero che quando sparano i cannoni si chiude ogni possibilità per l’azione diplomatica. In ogni guerra c’è stato un lavorio diplomatico alla ricerca di soluzioni. Nella guerra in Ucraina c’è spazio per la diplomazia, anzi forse è proprio questo il momento per l’iniziativa diplomatica. Consapevolezza realistica è abbandonare la insipiente alternativa: o guerra o diplomazia. Infatti, la diplomazia, se non serve a capirsi con i nemici, a che serve?

La via negoziale è tenuta aperta con pragmatismo dai militari, come attestano gli scambi di prigionieri, ma anche le conversazioni tra capi di Stato maggiore e ministri della Difesa di Russia e Stati Uniti. Le iniziative diplomatiche di Qatar ed Emirati Uniti, come anche della Turchia, hanno aperto canali di comunicazione tra Mosca e Kiev. Aprire canali di comunicazione, stabilire relazioni di fiducia è un investimento decisivo per poter immaginare percorsi di pace. In tale prospettiva anche l’iniziativa di diplomazia umanitaria della Santa Sede con la missione del cardinale Zuppi ha aperto uno di questi canali.

Questa guerra, come tutte, non è solo una partita che si gioca tra le due parti, ma è una vicenda di natura internazionale. Le prospettive di pace dipendono quindi anche dall’azione della comunità internazionale. Le iniziative in questo senso non sono di poco rilievo: una rinnovata attenzione cinese alla guerra russo-ucraina, le visite del premier indiano Modi a Mosca e a Kiev, mentre si attendono le elezioni del presidente degli Stati Uniti, sono segnali di una situazione in movimento, benché ancora incerto.

Insomma, l’attuale momento, sebbene possa non indurre a grande ottimismo, rivela la possibilità di iniziative diplomatiche di vario tipo e a vari livelli, che possono contribuire a configurare un percorso di pace, quantunque travagliato (ma potrebbe essere diverso?). È questo il tempo di audacia e creatività nell’iniziativa diplomatica a tutti i livelli. Per fare la pace bisogna darsi da fare e non crogiolarsi nell’irrilevanza o nella sterilità politico-diplomatica. (dal quotidiano “Avvenire” – Adriano Roccucci)

Ho recentemente avuto uno scambio di idee con un carissimo amico che, come me, aveva letto con grande interesse l’articolo dell’esperto Adriano Roccucci, ampiamente citato in premessa. Dopo averne giustamente apprezzato lo sforzo analitico, ci siamo impietosamente chiesti: quali sono gli spazi concreti per le urgenti iniziative di pace? Appellarsi alla diplomazia è cosa buona e giusta, ma rischia di rimanere la mozione degli affetti se non si propone qualche, seppur minima, via di concreto intervento diplomatico.

Esistono due approcci contrari al piatto e rassegnato bellicismo trionfante. Da una parte il richiamo etico-religioso all’imprescindibile binomio del perdono-preghiera: una strada apparentemente irreale, ma invece la più realistica e coinvolgente. Dall’altra parte l’appello alla diplomazia sostenuta dalla politica, spinta anche dalla mobilitazione della società civile (lo spazio sociale di intervento immediato di noi poveri mortali).

Non si intravedono sulla scena personaggi che possano fare sintesi o comunque farsi interpreti di questi aneliti pacifici.  Se è vero che la storia cammina con le gambe degli uomini è ancor più vero che la pace si può raggiungere solo con percorsi individuati e battuti dagli operatori di pace (che saranno chiamati figli di Dio).

Nel secolo scorso è vissuto un personaggio paradossalmente in grado di mettere d’accordo le preghiere delle suore di clausura con i colloqui portati avanti allo sbaraglio con i nemici dell’Occidente (Urss, Vietnam del Nord, etc. etc.). Si chiamava Giorgio La Pira, non era un visionario come molti tentarono e tentano ancora di considerare: una sorta di uomo in preda a Santa follia, dimenticando che la santità è folle e la follia serve a purificare e santificare il mondo. Egli si sforzò di portare la fantasia al potere: il potere senza fantasia non può che accettare logiche di guerra a tutti i livelli.

E se questo profilo profetico lo stesse attualmente incarnando il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei e uomo di fiducia di papa Francesco, prevedibilmente protagonista dei futuri assetti vaticani? Riporto di seguito una sua breve dichiarazione estratta da un’intervista rilasciata al quotidiano “Avvenire”: «Speriamo che la prossima commissione scelga di difendere le radici più profonde e vere dell’Europa che significano anche il ripudio della guerra e la scelta di trovare vie di soluzione alternative ai conflitti. Continuo a pensare che è necessaria una “Camaldoli per l’Europa”».

In poche parole ha toccato tutti gli elementi interconnessi, presupposto per lavorare ad un futuro di pace: la riscoperta delle radici europee, il ripudio della guerra, l’adozione di soluzioni alternative ai conflitti, l’impegno della Chiesa a diventare lievito per il mondo. Un intrigante mix fra religione e politica senza integralismi, ma anche senza timidezze.

Ricordiamoci che, per la Chiesa e per il mondo, i profeti non sono degli accaniti sognatori, ma dei convinti fustigatori delle derive fuorvianti e dei concreti indicatori di strade alternative, difficili ma imprescindibili.

Perché il mondo sta andando in rovina? Perché mancano i profeti e, se esistono, vengono osteggiati o ignorati o tuttalpiù accantonati con l’applauso.  Senza considerare tutti i falsi profeti che ci stanno regolarmente affascinando e ingannando.

 

Miopia di cuore e di cervello

«Per accompagnare il popolo nel cammino della libertà, Dio stesso attraversa il mare e il deserto; non rimane a distanza, no, condivide il dramma dei migranti, è lì con loro, soffre con loro, piange e spera con loro. Il Signore è con i migranti, non con quelli che li respingono». Il Pontefice ha anche esortato: «Pensate a Lampedusa, pensate a Crotone». Invece, ha lamentato il Papa, «c’è chi opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti. E questo, quando è fatto con coscienza e responsabilità, è un peccato grave». Perciò, «il mare nostrum, luogo di comunicazione fra popoli e civiltà, è diventato un cimitero. E la tragedia è che molti, la maggior parte di questi morti, potevano essere salvati. Non dimentichiamo ciò che dice la Bibbia, il monito “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai”». L’orfano, la vedova e lo straniero sono i poveri per eccellenza che Dio sempre difende e chiede di difendere. (dal quotidiano “Avvenire”)

Il Papa non va certo per il sottile e condanna senza se e senza ma la politica dei respingimenti. Anche i vescovi tedeschi mal sopportano i consensi all’estrema destra emergenti dalle recenti elezioni in Turingia e Sassonia e lo dichiarano senza mezzi termini in una lettera resa pubblica in cui esprimono preoccupazione per la deriva etno-nazionalista: «Nostro dovere difendere la dignità umana».

«Il fatto che le persone con un background migratorio siano ora preoccupate per la loro sicurezza, che molte persone stiano seriamente pensando di lasciare la Turingia o che le aziende stiano mettendo in discussione il loro futuro nel nostro land è inaccettabile». «Faremo la nostra parte per garantire che la Turingia e la Sassonia rimangano länder accoglienti e cosmopoliti. Il nostro compito più urgente è e resta quello di difendere la dignità umana, soprattutto a fianco dei deboli». Quindi un monito molto netto: «Il programma etno-nazionalista dell’Afd non è compatibile con la fede cristiana». Anche i vescovi della Sassonia hanno chiesto di «non dare spazio alle idee estremiste e nazionaliste nel nostro Paese». (ancora dal quotidiano “Avvenire”)

Per i cattolici dovrebbe essere sufficiente ascoltare la propria coscienza, che viene ulteriormente illuminata da pronunciamenti magisteriali inequivocabili. Il mio ragionamento è questo: l’accoglienza ai migranti dovrebbe essere un imperativo evangelico e biblico a prescindere dagli autorevoli pareri espressi dalla gerarchia. Ben vengano anche gli inviti papali ed episcopali se servono a riportare alla ragionevolezza certe derive ideologiche che si stanno facendo sempre più strada.

Fin qui la miopia delle coscienze cristiane e non cristiane.   C’è però un’altra miopia: quella dei cervelli prestati all’ammasso. Ci si illude infatti di risolvere i problemi migratori con i respingimenti e/o i rimpatri, accampando, fra l’altro, il falso argomento della delinquenza cui sarebbero dediti quasi tutti gli immigrati, soprattutto quelli che non lavorano e sono costretti a vivere ai margini della società.

È più che provato che la delinquenza è un fenomeno trasversale, che il saldo finanziario derivante dalla presenza migratoria è positivo per le nostre casse erariali, che solo tramite l’immigrazione gestita con lo scopo dell’integrazione nel nostro tessuto sociale si potrà far fronte alla crisi demografica e alle sue gravi conseguenze.

Quindi dovrebbe bastare usare il cervello per vincere certe assurde prevenzioni, ma non c’è peggior ignorante di chi non vuol imparare la lezione. Il flusso migratorio non si deve fermare per motivi di carattere umanitario, ma anche per ragioni di buonsenso civico e politico. Il cotone emostatico dei respingimenti non serve e non è degno di una convivenza che si voglia chiamare civile. Mettiamocelo bene in testa, anche se c’è chi fa di tutto per soffiare sul fuoco menzognero e sostanzialmente razzista.

Come si possa fare a dormire sonni tranquilli dopo aver espresso certe idee, dopo averle condivise nell’urna, dopo avere sbandierato certi programmi di autentica pulizia etno-nazionalista, non mi è dato di capire. Non facciamo finta che riguardi solo il neofascismo tedesco, francese, ungherese etc. etc. Nella bagarre razzista ci siamo dentro anche noi.

 

Il ministro poco San e molto Giuliano

Travolto dal terremoto mediatico Gennaro Sangiuliano ha provato a gettare la spugna e ha presentato le dimissioni a Giorgia Meloni. Lei però le ha respinte e per ora il ministro resta dov’è. Difficile dire per quanto tempo, perché anche se giura di «non voler ricattare nessuno», la vendetta di Maria Rosaria Boccia somiglia tanto a quella di chi, sedotto e abbandonato, decide di trascinare con sé l’oggetto del suo desiderio. Pare perfino provarci gusto, almeno a giudicare dal suo profilo Instagram, dove questa sera ha postato una confezione di popcorn poco prima dell’intervista del titolare della Cultura al Tg1(con il direttore Gian Marco Chiocci).

Lui, invece, è apparso provato, ha ammesso una «relazione di tipo affettivo», ma ha ribadito «in maniera categorica» che il suo dicastero non ha «speso un solo euro» per i viaggi dell’imprenditrice, affermando di non essere «ricattabile». Poi una serie di precisazioni sulle foto apparse in questi giorni, sui viaggi fatti assieme e sulla decisione «di interrompere il percorso di nomina di Boccia a consigliere per i Grandi eventi». Nessun rischio neanche per il G7 della Cultura perché l’imprenditrice «non ha mai avuto accesso a documenti riservati», al massimo a una «bozza di programma», quindi «non c’è alcun problema di sicurezza» per l’evento. Infine il capitolo più imbarazzante, con la conferma che è stata sua moglie a fare pressioni affinché interrompesse la frequentazione. E a lei che il ministro ha chiesto scusa in lacrime a fine intervista («la persona più importante della mia vita»), prima ancora che alla premier e ai suoi collaboratori. (dal quotidiano “Avvenire” – Matteo Marcelli)

L’episodio in questione (non certo il più grave fra i tanti successi a livello dell’attuale compagine ministeriale) pone innanzitutto il problema del rispetto della vita privata delle persone (comprese, a maggior ragione, quelle che facilmente finiscono nell’occhio del ciclone) e dell’opportunità di evitare l’insopportabile accanimento mediatico che sa tanto dello sbirciare dal buco della serratura.

Parto quindi dal massimo rispetto per le vicende personali di Gennaro Sangiuliano, senza alcuna ironia e senza scadere nel pericoloso gossip in cui si stanno esercitando un po’ tutti: gli fanno ingiustamente notare l’inadeguatezza politica illuminandola con le luci rosa di eventuali avventure sentimentali borderline.

C’è però un punto dolente che non può essere taciuto: fin dove le vicende private possono essere isolate dal contesto pubblico. La Costituzione italiana dà una secca risposta: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (articolo 54).

E allora un ministro non può prendersi un’infatuazione per una donna con la quale viene a contatto nella sua complessa tela di rapporti umani? Sì fintanto che questa rispettabile “cotta” non lo espone a rischio di favoritismi o addirittura di ricatti. Qui il discorso si fa delicatissimo e porterebbe a concludere che, se uno vuole impostare una vita sessualmente liberal, deve stare nel suo privato senza ricoprire incarichi pubblici.

È bigottismo? Forse sì, nel senso che è facile scandalizzarsi per le eventuali scappatelle di un ministro mentre tutta la società vive di rapporti sentimentalmente e sessualmente a dir poco criticabili. Nei Paesi anglosassoni si è molto rigidi e infatti le dimissioni vengono rassegnate in fretta e furia.

Si potrebbe dire che la società (condizionata dai media) guarda la pagliuzza nell’occhio dei ministri e trascura la trave nell’occhio del cittadino medio. Qualcuno sostiene che se ci si mette in questa logica del giudicare i politici in chiave moralistica non se ne esce vivi, lasciando intendere che è tale la confusione nei rapporti tra etica e politica da consigliare un velo di pietoso silenzio.

Come se ne esce? Con la dignità degli amministratori pubblici colti in fallo e pronti a farsi da parte. Con la serietà della pubblica opinione a non infierire, sparando, magari a casaccio, sul pianista di turno e tenendo la politica, per quanto possibile, al riparo dalle telenovele imbastite dai media.

Il ministro Sangiuliano mi sembra molto più censurabile per il modo approssimativo di fare politica e di propinare cultura di bassa macelleria che non per una eventuale scappatella extra-coniugale. Lo spirito è forte, ma la carne è debole. Purtroppo nel caso di Sangiuliano ad essere debole è prima e più lo spirito politico-amministrativo che la carne fatta di pulsioni sessuali difficilmente contenibili.

In cauda venenum: non vorrei che alla fine della fiera il governo Meloni facesse pagare a Sangiuliano il conto delle numerose trasgressioni etiche compiute fino ad oggi dai suoi vari componenti. Questo ministro, lo ammetto, mi sta diventando simpatico, perché così politicamente inadeguato da fare compassione e così umanamente fragile e normale da fare tenerezza.

 

L’indignazione dell’ora et dimitte

Ma a deflagrare in Israele è stata la protesta dei familiari dei rapiti. Come ogni sabato sera, migliaia si sono radunati in “piazza degli ostaggi” per chiedere le dimissioni del premier Benjamin Netanyahu e un accordo immediato per riportare a casa i 107 nella Striscia. Con una forma di protesta choc, il Forum dei familiari ha diffuso un video che denuncia la possibilità che le donne stuprate abbiano dato alla luce i figli dei loro aguzzini. Le autorità ne hanno bloccato la pubblicazione integrale: nella versione di 20 secondi, si vedono in bianco e nero l’interno di un tunnel, la sagoma di un corpo femminile e il profilo di un pancione; si odono urla di dolore e il pianto di un neonato. «Queste voci non sono solo nella nostra testa – è il messaggio –. Esistono nelle profondità dei tunnel di Gaza. A più di 9 mesi dal loro rapimento… Devono essere portate a casa. Ora». Con la riapertura delle scuole, stamani molti studenti indosseranno una maglietta gialla, il colore della solidarietà con gli ostaggi. (dal quotidiano “Avvenire” – Anna Maria Brogi)

Non so se l’accanimento terroristico di Hamas abbia raggiunto questi limiti e/o se gli orrori lasciati emergere o immaginare siano un mezzo per giustificare gli orrori reciproci, finendo col rendere soltanto l’idea del tunnel infernale in cui la guerra ci ha introdotto e in cui sembra non esserci possibilità di portare a più miti consigli chi vuole vendicare gli orrori commettendone altri e persino più brutali.

Già violentare una donna presa in ostaggio è qualcosa di orribile, se ci aggiungiamo la conseguente eventuale gravidanza della donna violentata scendiamo nella paradossale disumanità totale: non riesco nemmeno ad immaginare i passi successivi.

In questi giorni conversando al telefono con un mio cugino, persona particolarmente sensibile, non riuscivo a trovare parole sufficienti a descrivere l’orrore per quanto sta accadendo nel mondo nella indifferenza della politica e purtroppo anche di gran parte dell’opinione pubblica. E allora è emersa la principale reazione a come stanno andando le cose: l’indignazione!

Indignarsi non è un atteggiamento di comodo, ma dovrebbe essere il presupposto per reagire attivamente ad un andazzo inaccettabile. Sarebbe interessante vedere cosa si possa fare sul piano politico, sociale, relazionale e personale. Come sosteneva il mio carissimo medico nel suo ambito professionale, c’è sempre qualcosa da fare: vale per la salute fisica, ma forse ancor più per quella umana complessiva.

L’impegno a tutti i costi!  Ognuno di noi vive una diversa situazione di vita, ma tutti abbiamo il compito di costruire qualcosa di “buono” che è il modo migliore per demolire il “cattivo” che è in noi e fuori di noi. Qualche piccola goccia di pace la possiamo aggiungere per annacquare il mare di guerra che ci avvolge e ci sconvolge.

Sul piano religioso è ipotizzabile che solo Dio possa ricavare il bene dal male che stiamo combinando e allora vale la pena ascoltare cosa dicono gli uomini di Chiesa. L’unica arma per avviare processi di pace è il perdono. Tutti invece pensano solo alla vendetta pur mascherata da ricerca della giustizia. E, cosa ancor più grave, tutti si nascondono dietro la loro religione: vale per i musulmani, ma anche per gli ebrei.

Ha affermato il Patriarca Pizzaballa: «La comunità cristiana deve portare dentro il dibattito pubblico la possibilità del perdono. Forse ora non si può fare. Bisogna attendere e lavorare a livello personale, comunitario e pubblico». E ha aggiunto: «Parlare di perdono in Terra Santa non è un’astrazione. Giustizia, perdono, sono per noi parole importanti, difficili e che toccano concretamente la carne e la vita delle persone». Se questo può apparire astrazione agli occhi di chi non crede, per la fede cristiana non è così: essa «non può essere separata dall’idea di perdono. La fede è l’incontro con Cristo che ti salva e perdona», e Lui «sulla croce non ha atteso che si facesse giustizia per perdonare. Ha perdonato». Certo, «perdonare senza che ci sia dignità e uguaglianza significa giustificare un male che si sta compiendo.

Il perdono chiede dinamiche che vogliono tempo, un processo di guarigione e un tempo di riconoscimento del male e dell’ingiustizia commessa. Il perdono ha bisogno anche di una parola di verità… Non è semplice. Per un palestinese oggi perdonare significa giustificare quello che sta accadendo. Non può farlo. Deve attendere. Ma come pastore – ha concluso Pizzaballa – devo ricordare che la giustizia senza perdono diventa recriminazione. Può diventare vendetta. Lo scopo non è relegare l’altro in un angolo, ma superare questa situazione: e questo lo può fare solo il perdono». Credere nella forza del perdono è proprio di chi nella preghiera ha chiesto e ottenuto perdono da Dio: perciò la preghiera è e resta la grande scuola di umanità, dove imparare tutti ad accoglierci gli uni gli altri, a chiedere e offrire il perdono, a sentirci amati dal Padre di tutti per imparare a riconoscerci uniti dal Suo amore, più grande di ogni nostra misura. Anche così, “c’è rimasta solo la preghiera”, perché la fede sa che solo essa ci potrà salvare! (dal quotidiano “Avvenire” – Bruno Forte)