L’improvvisa ruminazione antimafiosa

Rita Dalla Chiesa indica Andreotti dietro la morte di suo padre: “Ucciso per un favore a un politico”. Rita Dalla Chiesa, ospite della trasmissione Rai “Tango”, parla della morte di suo padre, il generale assassinato a Palermo 42 anni fa. E parla di un politico che sta dietro l’omicidio. Pur non pronunciandone il nome (“c’è una famiglia, preferisco non farlo” dice Dalla Chiesa) il riferimento è inequivocabile, citando una frase che è sempre stata attribuita ad Andreotti: “Quel politico disse a mio padre che chi si metteva contro la sua corrente era un uomo morto”.

Devo innanzitutto ammettere che non ammiro più di tanto i famigliari delle vittime civili, che si buttano in politica lasciandosi, più o meno, strumentalizzare e utilizzando la scia tracciata dai loro congiunti. Discorso di carattere generale che vale anche per Rita Dalla Chiesa, ma non solo per lei, un andazzo che si verifica a destra e sinistra nel panorama politico italiano.

Fatta questa spietata, delicata e personalissima premessa, vengo alla confessione scoop di cui sopra, che, per la verità, non mi stupisce più di tanto.

Ho militato nelle file della Democrazia Cristiana, seppure molto lontano dalla corrente andreottiana, e posso testimoniare che all’interno del partito tutti sapevano dei legami di Giulio Andreotti con il mondo mafioso: si pensava non fossero diretti ma mediati, che fossero conseguenza di un approccio, pragmatico per non dire cinico, scettico per non dire omertoso, nei confronti della mentalità e dello stile mafiosi: Andreotti forse aveva la triste presunzione di riuscire a fare i conti  con una realtà da lui considerata imprescindibile e di contenerla alla meno peggio. Fin qui la vox populi democristiana.

Le vicende giudiziarie, a cui peraltro Andreotti non si è sottratto, hanno fatto emergere una realtà più gravemente complessa, pericolosa e compromettente, anche se la verità processuale è rimasta a mezz’aria tra prescrizioni di reato e assoluzioni con formula dubitativa e piena. Probabilmente gli era sfuggita di mano la situazione, non era riuscito a mantenere i taciti patti stipulati e “qualcuno” gliel’ha fatta pagare.

Nel recente e stupendo film di Marco Bellocchio sulla vicenda del rapimento e della morte di Aldo Moro, nella sua ipotetica confessione il prigioniero Moro ammette di avere sottovalutato e tollerato, in nome dell’unità e della necessità del partito, certe porcherie inammissibili che avevano sporcato la storia d’Italia e della Democrazia Cristiana. L’allusione a Giulio Andreotti era lampante.

Che a riprendere sbrigativamente il discorso dei rapporti tra mafia e Andreotti sia Rita Dalla Chiesa mi pone due questioni. Una comprensibilmente umana: la figlia che vuole fare un po’ di chiarezza sul sacrificio del padre, tirando in ballo, seppure in grave ritardo, chi ha avuto responsabilità nel mandare allo sbaraglio il generale. Lo posso ammettere ed accettare purché anche questo non diventi un esibizionismo piuttosto sgradevole. Le dichiarazioni di Rita Dalla Chiesa non possono avere riscontri oggettivi se non dalla narrazione dell’arcinota vox storica. Il resto quindi è patrimonio etico proveniente dal sacrificio del generale a prescindere dai sassi in piccionaia lanciati dalla figlia, che rischiano più di togliere che di aggiungere alla testimonianza del padre.

Una seconda riflessione piuttosto piccante è di carattere politico. Rita Dalla Chiesa si è mai accorta di fare parte di una forza politica nient’affatto esente da ombre in merito ai rapporti con il mondo mafioso? Se Giulio Andreotti era un politico spregiudicato, Silvio Berlusconi non era certo un ingenuo uomo di governo. E potrei continuare nella similitudine sul piano politico, storico e finanche giudiziario. Non lo faccio per carità e perché capisco che i legami famigliari possano fare premio sugli altri legami.

La pietra scagliata da Rita Dalla Chiesa non tiene conto dei peccati ascrivibili alla sua parte politica. E allora tutto perde mordente etico e significato storico. La fulgida testimonianza del generale Dalla Chiesa non ha bisogno di queste ricostruzioni, che sanno molto di ricerca di visibilità mediatica più che di verità storica.

 

L’irrispettosa compassione e la sdegnosa laicità

Gran Bretagna. Pregava vicino ai centri abortivi. Dopo l’arresto, scuse e risarcimenti. Si è chiuso con un risarcimento da 13mila sterline (circa 15mila euro) e pubbliche scuse della polizia la battaglia di Isabel Vaughan-Spruce, codirettrice dell’associazione March for Life Uk, per il diritto a pregare, in silenzio, per le donne che ricorrono all’aborto e per i bambini non nati. Libertà che le è costata già due arresti. Il primo risale a novembre 2022. La donna era raccolta in preghiera a 150 metri dalla Robert Clinic, una clinica per le interruzioni di gravidanza di Birmingham. Si era fermata all’esterno dalla “buffer zone”, la zona di cuscinetto creata per tenere alla larga i pro-life, quando è stata avvicinata dagli agenti della polizia delle West Midlands che, invocando il divieto a manifestare qualsiasi forma di «approvazione o disapprovazione» dell’aborto, l’hanno prima perquisita e poi arrestata. È seguito un processo che, a febbraio 2023, si è concluso con l’assoluzione. Poche settimane dopo, la situazione si è ripetuta

Un video diffuso dall’Alliance Defending Freedom, l’associazione conservatrice americana che ha assunto la difesa legale di Vaughan-Spruce, mostra chiaramente un agente che le si avvicina e le chiede: «Sta protestando?», “Sta pregando per i bambini non nati?». La donna gli risponde: «No, sto solo pregando in silenzio, nella mia testa, per chi sta soffrendo a causa dell’aborto». «Non lo può fare», l’ammonisce il poliziotto che, incurante delle precisazioni sull’esito del processo da poco concluso, l’arresta di nuovo. È a quel punto che è scattata la contro mossa: Vaughan-Spruce ha denunciato la polizia per due arresti illegittimi, detenzione arbitraria e violazione dei suoi diritti umani. Ne è seguita un’inchiesta di sei mesi che si è risolta a suo favore: la donna aveva ragione. Il dossier è stato chiuso e archiviato con tanto di scuse e risarcimento. «La preghiera silenziosa non è un crimine, nessuno dovrebbe essere arrestato semplicemente per i pensieri che ha nella sua testa – ha dichiarato l’attivista – eppure mi è successo due volte».

(…)

Il ministero degli Interni si è per adesso limitato a sottolineare che «è priorità di questo governo proteggere i diritti delle donne» e fare in modo che «l’accesso legale ai servizi di aborto sia sgombro da molestie e intimidazioni». (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

 

Parecchi anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione? Sareste disponibili a fare qualcosa di concreto in aiuto di chi si trova ad affrontare situazioni estremamente difficili?».

Don Andrea Gallo ammetteva con sofferto realismo e concreta carità: «Non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi risulta che durante un colloquio tra papa Giovanni Paolo II e monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo cattolico e attivista siriano, un personaggio controverso della vita religiosa e politica del Medio Oriente, sia stata presa in considerazione la drammatica situazione di monache stuprate per le quali si sarebbe posta l’eventuale possibilità dell’aborto. Monsignor Capucci era favorevole ad affrontare con grande flessibilità e realismo questi dolorosi casi. Il papa era drasticamente contrario ad ogni eccezione alla regola antiabortista. Ad un certo punto la tensione salì e il “trasgressivo” porporato chiese provocatoriamente al papa: «Ma Lei Santità crede di essere Dio?». Il papa, probabilmente preso alla sprovvista, non seppe rispondere altro che: «Preghiamo, preghiamo…».

È comodo pregare per o addirittura contro… È facile mettere a posto la coscienza snocciolando una cinquantina di avemaria e…chi ha il problema si arrangi… Non sopporto questo atteggiamento pseudo-religioso, lo giudico profondamente anti-cristiano. Negli Usa zelanti vescovi e cardinali volevano addirittura negare la comunione eucaristica a Joe Biden, reo di avere posizioni possibiliste sulla legislazione abortista. “Io non ho mai rifiutato l’Eucarestia a qualcuno” disse Papa Francesco. Lo ha ripetuto al Presidente degli Stati Uniti in persona, che qualche prelato del suo Paese vorrebbe bloccato da un diniego nel momento in cui si accosta al sacramento, causa la sua posizione sull’aborto.

Sul piano civile il diritto a pregare esiste tanto come il diritto ad abortire. Non sopporto che chi prega assuma l’atteggiamento presuntuoso e provocatorio verso chi esercita il diritto di abortire, così come non sopporto chi fa del diritto ad abortire una bandiera da sventolare contro chi si permette di sollevare problemi di coscienza per sé e per gli altri.

La preghiera è molto di più di un’arma di protesta politica contro la pur discutibile legalità, così come chi difende una legge non può considerare illegale la preghiera che non risponde ai canoni della legge. Sono due atteggiamenti settari, uguali e contrari nella propria intolleranza.

In questo caso, sotto sotto, chi prega ha la presunzione farisaica di essere dalla parte del giusto e di considerare peccatrici le altre persone; chi rifiuta sdegnosamente la preghiera altrui ha la presunzione laicista di considerare bigotte le altre persone.

Chi sono io per giudicare una donna che ricorre all’aborto e per farle cadere dall’alto una pelosa preghiera? Chi sono io per giudicare una persona che prega e metterne in discussione la buona fede? Posso ragionare con l’una e con l’altra con uguale rispetto e disponibilità al dialogo, togliendo di mezzo la presunzione e l’integralismo da entrambe le parti.

E se provassimo, come diceva don Andrea Gallo, a non incastrarci nei principi e ad affrontare le realtà con rispetto e solidarietà?!

 

 

La politica assente e la disperazione presente

Due dottori della guardia medica di Melito di Napoli sono stati aggrediti ieri sera da tre donne e due uomini dopo il rifiuto dei sanitari, un 31enne e una 38enne, di effettuare una visita domiciliare a un loro parente. Sul posto è intervenuta una pattuglia dei carabinieri. I due medici si sono recati autonomamente al pronto soccorso dell’ospedale di Giugliano in Campania per lievi ferite alla testa e al collo. L’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate sul suo profilo Facebook ha diffuso un video dell’accaduto. (dal quotidiano “La Stampa”)

Da tempo ho la sensazione che ai consensi di facciata verso l’attuale assetto governativo faccia da contraltare una forte insoddisfazione innescata soprattutto dalla grave situazione del sistema sanitario. Mi sono da tempo detto: prima o poi qualcosa dovrà capitare sul piano sociale.

Sta capitando e sta prendendo una brutta piega: purtroppo la protesta, non riuscendo a trovare sbocchi politici (la sinistra) e sociali (il sindacato), si sfoga in una sorta di ribellismo, che rischia di essere fine a se stesso o addirittura controproducente con la sbrigativa criminalizzazione di chi si lascia tentare dalla violenza.

Le tre forze della sinistra politica non sono credibili agli occhi della gente esasperata, che non ha più pazienza di aspettare il Godot dell’alternativa. Anziché creare i presupposti per un cambiamento politico, l’insoddisfazione rischia di provocare politiche ulteriormente reazionarie e repressive. C’è di che preoccuparsi seriamente.

Non è un caso che questi episodi di ribellismo avvengano in meridione laddove la conflittualità soffre particolari condizioni esplosive. Anche la prospettiva del regionalismo esasperato e discriminatorio offre un facile detonatore per le bombe sociali in attesa di esplodere. Non è detto che il fenomeno non possa allargarsi ad altre zone e ad altre problematiche.

É grande lo sconcerto per l’alluvione che si è accanita contro la popolazione romagnola. Ad essa si aggiunge l’agghiacciante polemica politica dello scaricabarile. Di questo passo ai cittadini disperati ed esasperati potrebbe rimanere solo la ribellione contro i pubblici poteri. All’indomani di un terremoto, davanti all’inerzia dei soccorritori, l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini non esitò a schierarsi dalla parte della gente contro le Istituzioni che non svolgevano il loro ruolo. Fu grande polemica, ma, come si dice, quando ci vuole ci vuole. Non mi dispiacerebbe che Sergio Mattarella alzasse la sua voce contro l’indegna gazzarra politica che si sta verificando: i problemi sono enormi e davanti ad essi il senso di responsabilità dovrebbe prevalere.

Conversando con un amico mi è venuto spontaneo un impossibile paragone. Moro al governo e Berlinguer all’opposizione non avrebbero mai dato un simile triste spettacolo come quello al quale stiamo assistendo. Ma, come noto, io sono un incallito nostalgico. Non insisto su questo tasto. In politica ho visto di tutto, ma allora c’era un limite a tutto. Oggi no!

Speriamo che la solidarietà fra la gente faccia scudo alle tentazioni ribellistiche che oso prospettare.

Sarebbe infatti più qualunquista la popolazione romagnola che smettesse di pagare le tasse e di osservare le regole oppure chi governa e litiga sulle colpe da assegnare al centro e alla periferia?

Di fronte a queste situazioni drammatiche la sinistra non può discutere sul sesso dei propri angeli, giocare a nascondino all’interno dei propri penosi recinti e non deve quindi dare l’idea dell’impotenza. Ha una grande responsabilità! Quella di comprendere, rappresentare e indirizzare il malcontento. E lo deve fare in fretta dando segnali concreti di interesse ed impegno. Altrimenti… La storia insegna che quando la sinistra non riesce a interpretare la società che soffre, questo vuoto viene riempito dalla demagogia di destra (leggi fascismo o roba del genere) o di sinistra (leggi terrorismo e/o violenza di piazza): oltre tutto le due derive si intersecano e finiscono col sostenersi a vicenda.

Fin qui la cruda realtà socio-politica. Poi, se dall’inferno della sanità terra-terra, ci spostiamo nel paradiso della sanità scientifica le cose cambiano.

Policlinico Gemelli (primo in Italia), Ieo, Rizzoli, Bambino Gesù, Monzino, San Raffaele, Gaslini: è la sanità italiana ai vertici. La classifica globale di Newsweek premia le eccellenze. Il Policlinico Gemelli di Roma è il miglior ospedale italiano per Ginecologia e Ostetricia, Gastroenterologia e Pneumologia secondo la classifica di Newsweek, collocandosi nella classifica mondiale al quarto posto nel settore Ginecologia e all’ottavo posto per la Gastroenterologia. Sia la Ginecologia che la Gastroenterologia del Gemelli risultano inoltre prime tra i Paesi dell’Unione europea. A certificarlo è la classifica sui migliori ospedali per specialità – la World’s Best Specialized Hospitals 2025 – stilata dal magazine americano “Newsweek” e giunta alla quita edizione, in collaborazione con Statista, una piattaforma di intelligence di dati globali.

Italia ai primi posti anche per l’oncologia: l’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano si colloca al nono posto a livello mondiale, al decimo l’Istituto nazionale tumori (Milano) e all’undicesimo ancora il Gemelli. Per la Cardiologia e la Cardiochirurgia, il primo classificato tra gli ospedali italiani è il Centro cardiologico Monzino (Milano), all’undicesimo posto nella classifica mondiale per la Cardiologia (mentre al 12° c’è l’Istituto San Raffaele di Milano) e al 23/mo per la Cardiochirurgia. Per l’Ortopedia l’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna è al nono posto a livello mondiale. E ancora: per la Pediatria il sesto posto nella classifica mondiale è occupato dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, seguito al settimo posto dall’Istituto Giannina Gaslini di Genova. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sono i misteri della nostra società. Alla miseria galoppante attestata dal crescente ricorso alle mense della carità rispondono la corsa agli “apericena” e l’assalto a ristoranti e pizzerie. Alla moltitudine dei poveracci che non si possono permettere nemmeno uno straccio di vacanza si contrappongono strade ed autostrade scoppiettanti di traffico vacanziero. La crisi dell’industria automobilistica si scontra con i tempi biblici di consegna delle auto a chi ha la possibilità di comprarle. L’occupazione cresce e il livello economico di vita cala. Ai misteri della fede si aggiungono quelli socio-economici. Forse si tratta dell’inganno globale della società capitalistica che ha i secoli contati. Dicono che anche gli immigrati rimangano vittime di questo inganno, con la differenza che loro sono disperati e noi siamo rincoglioniti e ci accontentiamo delle briciole paradisiache che cadono dalla tavola del benessere virtuale.

 

 

 

 

La preghiera batte le sottigliezze vaticane

Per Medjugorje arriva il via libera ai pellegrinaggi e al culto, dato che i frutti spirituali maturati negli ultimi quarant’anni sono eccellenti. Ma ciò non significa che ci sia una soprannaturalità dei fenomeni raccontati dai famosi “veggenti”. Su questo per il momento la Santa Sede non si pronuncia. Né che i loro messaggi siano da attribuire alla Madonna, come rivelazioni private. Letti nel loro complesso, e al netto di qualche elemento problematico, sono da considerare, come ha spiegato il prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede, «testi edificanti».
Sono queste in sintesi le conclusioni della Nota “Regina della Pace”, diffusa ieri per mettere comunque un punto fermo sulla dibattuta questione, che va avanti dal 24 giugno 1981, quando cominciarono le presunte apparizioni. Il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, approvato da Francesco lo scorso 28 agosto, non si pronuncia sulla soprannaturalità ma riconosce gli abbondanti frutti spirituali legati alla parrocchia-santuario della Regina della Pace e formula un giudizio complessivamente positivo sui messaggi pur con alcuni chiarimenti. Tra questi frutti spirituali, vi sono «le abbondanti conversioni, il frequente ritorno alla pratica sacramentale, le numerose vocazioni alla vita presbiterale, religiosa e matrimoniale, l’approfondimento della vita di fede, una più intensa pratica della preghiera, molte riconciliazioni tra coniugi e il rinnovamento della vita matrimoniale e familiare».
Tutto questo, viene ribadito, non implica «una dichiarazione del carattere soprannaturale» e dunque «nessuno è obbligato a credervi». (dal quotidiano “Avvenire” – Mimmo Muolo)

La gerarchia ecclesiastica ha sempre tenuto un atteggiamento di estrema prudenza di fronte ai fenomeni di eventuale carattere soprannaturale: ad una sacrosanta cautela verso il pericoloso bigottismo ha sempre fatto riscontro il clericale timore di perdere il potere monopolistico nei rapporti fra la creatura ed il creatore. Difficile stabilire dove arrivi il timore di fuorviare la devozione con un’inflazione di apparizioni, fin dove si tratti di scetticismo aprioristico, fin dove si scada nella paura sacerdotale di perdere carisma.

Certo che fa stupore e stridore la differenza tra la sobrietà, la semplicità e l’immediatezza delle apparizioni da una parte e la lungaggine burocratica delle procedure e delle inchieste messe in atto dai vertici ecclesiastici dall’altra parte. È pur vero che la speculazione commerciale è sempre in agguato e rischia di rovinare tutto.

Sembra che il Vaticano (il dicastero per la dottrina della fede) abbia assunto una posizione, molto politicamente mediana e poco coraggiosamente religiosa, della serie “sì ai pellegrinaggi a Medjugorje”, ma dicendolo piano in un orecchio alle migliaia di pellegrini che non si possono deludere. Sì al devozionismo, no al miracolismo!

Esiste una contraddizione: la devozione, nel caso di Medjugorje, nasce ed è basata sulle apparizioni; se cade l’autenticità delle apparizioni mariane, perde forza la devozione. D’altra parte troppo grande era il fenomeno per poter essere misconosciuto e allora si è scelto il compromesso. Se non vado errato anche la verità di fede dell’Assunzione al cielo di Maria in anima e corpo ebbe un abbondante e lungo preludio a livello di credenza popolare, quindi non sottovalutiamone il peso ed il significato.

Gli amici e conoscenti, che fin dall’inizio si erano recati a Medjugorje, mi dicevano che in quel luogo si respirava un’aria di forte spiritualità ben lontana dal fanatismo e si assisteva ad episodi non miracolosi in senso materiale (guarigioni, etc.), ma in senso spirituale (conversioni, ritorno ai sacramenti, fervente preghiera, etc.).

Da cattolico in strisciante odore di eresia azzardo il mio parere a prescindere dai burocratici pronunciamenti vaticani: non me ne frega (quasi) niente del dicastero della dottrina della fede, mi interessa pregare Maria vergine e quindi ben vengano i luoghi dove regna un clima di spiritualità che aiuta la devozione, senza stare troppo a sottilizzare sulle apparizioni, che qualcosa di straordinario pure avranno (altrimenti sarebbe già crollato tutto l’ambaradan), e senza lasciarsi scandalizzare dagli affari che circondano i santuari mariani di tutto il mondo (che andrebbero evitati, ma che non si riescono purtroppo ad eliminare).

Forse non è un caso che Maria abbia sempre scelto di apparire agli sprovveduti e abbia accuratamente schivato i sacri palazzi: sapeva e sa perfettamente che c’è più disponibilità alla fede da parte dei piccoli che da parte dei sapienti e degli intelligenti.

Ricordiamo la barzelletta che piaceva a don Andrea Gallo, con Gesù che non vuol saperne di andare in vacanza, ma per l’insistenza del Padre e dello Spirito Santo decide finalmente di andare in Vaticano, perché non c’era mai stato. A Medjugorje, evidentemente c’era andato…magari assieme a sua madre.

Mi risulta che Bernadette rispondesse con tanta semplicità ai suoi inquisitori in merito alle apparizioni a Lourdes: “Voi dite quel che volete, ma io l’ho vista!”. D’altra parte anche il cieco nato guarito da Gesù dovette sottostare all’inchiesta dei farisei. Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

A proposito di pratiche devozionali, certo, mi infastidiscono le abbondanti carezze riservate alle statue del Sacro Cuore e ancor più quelle alle statue della Madonna e ancor più quelle alle statue dei Santi: un devozionismo spicciolo che prescinde dai sacramenti, Eucaristia in primis. Non bisogna però sottilizzare troppo: solo Dio è in grado di valutare il fervore e la buona fede del nostro pregare. Vale in tutti i casi, Medjugorje compreso. Checché ne pensi e ne dica il ministro vaticano della fede.

A proposito, a quando lo sbaraccamento di queste sovrastrutture: non sarebbe il caso che chi ci lavora andasse a fare dell’altro, che so, ad aiutare i poveri e i sofferenti, a servire le comunità di base, a pregare assieme al popolo di Dio, a fare del bene, senza preoccuparsi troppo di certificare il bene fatto dagli altri?

 

Il PD che paga il Fitto alla patria padrona

Errare humanum est, perseverare diabolicum. Se il sì del Partito democratico (e dei Socialisti europei) al secondo mandato di Ursula von der Leyen è stato, a luglio, un gravissimo errore, un nuovo sì alla vicepresidenza di Raffaele Fitto rappresenterebbe ora un diabolico accanimento, e soprattutto certificherebbe l’incapacità del Pd di elaborare una prospettiva politica – e, prima, culturale – alternativa a quella che ha condotto l’Europa alla negazione stessa della sua ragione di esistere.

L’Europa nacque con una missione su tutte: sradicare la guerra dal continente, spegnendo per sempre il fuoco dei nazionalismi europei. Rinnegando tutto questo di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, invece di imporre subito le inevitabili trattative di pace (e di farsene sede e promotrice) l’Unione si è trasformata in una succursale della Nato, ha messo la guerra e le armi in cima alle sue ragioni sociali, e la sua presidente tedesca ha rispolverato una atroce retorica della vittoria che ha ridato diritto di cittadinanza a fantasmi osceni, che credevamo esorcizzati per sempre, almeno in Europa. Confermando Von der Leyen, i socialisti, e con loro il Pd, si sono schierati dalla parte della guerra, del tradimento dell’idea stessa di Europa: nel migliore dei casi, un chiaro segnale di impotenza politica.

Se ora il Pd decidesse di votare anche per il commissario Fitto “perché è italiano”, l’intera operazione assumerebbe un colore anche più nero, perché significherebbe soddisfare “lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo”. Sono, queste, parole del Manifesto di Ventotene (1941), altissimo programma morale per l’Europa che sarebbe nata dopo la guerra. Un suo passaggio centrale prendeva atto che “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Sembravano parole antiche: oggi tornano attualissime. (da “Il Fatto Quotidiano” – Tomaso Montanari – storico dell’arte e saggista)

Il partito democratico deve capire che una vera politica di sinistra non parte dalle casalinghe scaramucce con i parenti serpenti, ma dai massimi sistemi ideali e valoriali che oggi più che mai si chiamano pace ed Europa unita. Si potrebbe dire che il punto focale sia quello dell’Unione europea a servizio della causa della pace (e viceversa) e, come premessa e conseguenza, al di sopra dei nazionalismi e patriottismi riveduti e scorretti. Era stata ideata così e c’è bisogno di tornare allo spirito dei padri fondatori.

Ebbene, la nomina di Raffaele Fitto a commissario e vice-presidente della Commissione europea viene sbandierata dal governo italiano come una unificante conquista patriottica, mentre in realtà è il risultato di una velleitaria, soffocante e campanilistica azione antieuropea.

Il PD rischia di cadere nella ricattatoria trappola del vogliamoci bene per difenderci dall’Europa anziché rimanere dignitosamente e coraggiosamente ancorato alla visione salvifica dell’Europa cha abbatte gli steccati nazionali.

È ora di uscire dalla melassa unitaria guerrafondaia e sostanzialmente reazionaria di un lasciamoci reciprocamente in pace, ognuno a casa sua: europeisti fino a mezzogiorno, poi, quando si fa sul serio, tutti per uno e ognuno per sé. Mi permetto al riguardo una emblematica digressione estratta dai ricordi di vita parentale.

Alla vivacità socio-culturale di mio padre si aggiungeva occasionalmente quella di suo fratello, uno zio che veniva di rado a trovarci, partendo da Genova dove abitava con la sua famiglia e dove lavorava. Si inseriva perfettamente nel contesto familiare e portava il suo alto contributo al clima “battutistico”, anche perché aveva mantenuta intatta la verve parmigiana e continuava a padroneggiare l’uso del dialetto mischiandolo a volte con quello genovese. Ne sortiva una miscela esplosiva di sortite originali e accattivanti.

Quando tornava a Parma e incontrava gli amici di un tempo si ricreava immediatamente il rapporto cameratesco condito dai ricordi. Al termine di questi fitti dialoghi mio zio sparava quasi sempre una simpatica battuta. Al momento dei saluti rivolto all’amico di turno, dopo avergli dato una pacca sulla spalla e/o avergli stretto calorosamente la mano, diceva: «Veh, arcòrdot bén, quand at me vól gnir a catär…sta a ca tòvva».

 

La Commistione europea

In totale sono 40% di donne (11 su 27). La lista iniziale dei nominati dai governi ne contava appena il 22%, “del tutto inaccettabile” ha detto Von der Leyen, confermando i suoi numerosi interventi sui governi per cambiare i nomi. Il caso più recente è quello della Slovenia, con l’arrivo di Marta Kos al posto di Tomaz Vezel, che ha creato uno scontro interno tra opposizione e governo a Lubiana che ha portato al rinvio della presentazione del collegio, previsto per la settimana scorsa e ora in fase di soluzione. Quanto ai colori politici, ci sono 14 commissari del Ppe, quattro Socialisti (cinque se si considera anche Sefcovic, il cui partito Smer è membro sospeso del gruppo), cinque Renew (Liberali e macroniani), due conservatori e un indipendente. Se davvero il nodo sloveno sarà chiuso prestissimo, le audizioni dei commissari di fronte alle rispettive commissioni europarlamentari potrebbero cominciare già in ottobre, nel tentativo di arrivare al voto in aula sull’intero collegio lo stesso mese, in modo che la nuova Commissione Europea possa entrare in funzione il primo novembre. Altrimenti, scenario molto più probabile, si avrà uno slittamento di un mese. (dal quotidiano “Avvenire”)

A quanto pare, i criteri per la scelta dei commissari europei, sono stati la rappresentanza geografica, la parità sessuale e l’equilibrio politico. Molto difficile combinarli: ogni Stato-membro infatti è portato a privilegiare personaggi in grado di portare avanti le logiche e gli interessi nazionali; le quote rosa sono uno specchietto femminista per le allodole progressiste; l’appartenenza politica risulta molto sfumata e piuttosto debole. Non sono in grado di valutare il livello qualitativo dei componenti la Commissione, che tuttavia mi sembra abbastanza basso al punto da far temere un pesante ed ulteriore condizionamento della mastodontica struttura burocratica sulla traballante autonomia dell’organo di governo comunitario.

In estrema sintesi mi sembra che la debolezza istituzionale partorisca una politica comunitaria, che dovrebbe essere espressa dal Parlamento, ma che in realtà è frutto di equilibrismi geopolitici peraltro imbalsamati dall’assurda e paralizzante regola dell’unanimità.

I valori e le idealità, che dovrebbero essere espressi e garanti dai partiti, finiscono col non essere di fondo ma sullo sfondo: conseguenza immediata è la scarsa convinzione nei processi di vera integrazione e l’attestazione sulla pregiudiziale scelta confederale rispetto a quella federale.

Il parterre istituzionale europeo può essere brutalmente configurato nella stanza dei bottoni in cui entrano e comandano i Paesi forti per accedere alla quale però si passa da un’anticamera in cui ognuno grida e fa valere i propri interessi, bloccando le velleità decisionali dei maggiorenti, senza contare che la vera stanza di comando rischia di essere a latere, vale a dire quella tecnocratica e burocratica.

L’accordo politico tra i maggiori partiti (socialisti, popolari e liberali) assomiglia molto ad un patto di non belligeranza a garanzia di una vuota continuità e a costo di un assordante silenzio sulle troppo impegnative questioni sociali (politica migratoria in primis) e sugli inevitabili equilibri bellici (conflitti in atto e latenti).

Staremo a vedere cosa succederà quando il Parlamento dovrà votare la fiducia al Collegio: avrà la forza di verificare convinzione europeistica, rappresentatività politica, competenza ed esperienza programmatica dei singoli commissari e dell’intera commissione? Sarà una semplice ratifica con qualche marginale maldipancia?  Sarà un esercizio retorico con i dissensi ridotti a sfoghi populisti o demagogici? Sarà uno sfogatoio personale del dissenso a livello di belle coscienze?

La struttura istituzionale europea sembra fatta apposta per occultare il peso comunitario a favore di quello nazionale, per mettere la politica nel cassetto degli affari: conseguenza è la marginalità, sulle scene interna ed internazionale, di un gigante coi piedi di argilla. E tutti pensano di contare qualcosa, mentre in realtà non contano niente.  E i pionieri e fondatori dell’Europa Unita si scaravoltano nelle tombe su cui non rimane che piangere amaramente.

Il giardino degli orrori, la società dei disastri

Restano ancora molti punti da chiarire sulla triste vicenda dei due neonati trovati – a distanza di un mese – seppelliti nel giardino di una villetta a Vignale, frazione del Comune di Traversetolo, in provincia di Parma. Ieri una nota del procuratore della Repubblica, Alfonso D’Avino, ha rivelato che il lavoro investigativo procede incessante (indagano i carabinieri e il Ris, reparto investigazioni scientifiche, coordinati dalla pm Francesca Arienti), ma che si intende tutelare dall’attenzione mediatica i contorni della vicenda, sia per preservare il segreto di indagine sia la presunzione di innocenza. Pertanto la Procura indaga anche per «violazione del segreto» in relazione ad alcune notizie che sono state diffuse. Questi episodi rendono evidente quanto prezioso sia il lavoro che viene prestato perlopiù dai volontari delle associazioni, come il Movimento per la vita (Mpv), che si offrono sostegno alle donne alle prese con gravidanze difficili. Proprio il vescovo di Parma, Enrico Solmi, intervenendo sulla vicenda ha lanciato un «appello alla responsabilità nei confronti della vita di un neonato».
Il procuratore D’Avino, in relazione al neonato trovato morto il 9 agosto scorso, ha comunicato che nessuno era a conoscenza della gravidanza della ragazza, una giovane di 22 anni, nemmeno la famiglia e il padre del bimbo. La donna non è stata seguita da un ginecologo e avrebbe partorito da sola in casa, senza l’aiuto di nessuna figura professionale (ginecologo, medico di famiglia). La giovane sarebbe indagata con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Sembra infatti che il neonato fosse nato vivo e che sia deceduto dopo il parto, per cause che l’autopsia dovrà accertare. La giovane avrebbe ammesso di essere la madre di questo neonato, trovato nel giardino della casa dove vive con la famiglia. Il padre del bimbo, fidanzato da anni con la giovane e suo coetaneo, sostiene di non aver mai saputo della gravidanza, così come amiche e amici della ragazza. Ancora più oscuri i contorni del secondo ritrovamento nel giardino della stessa villetta, avvenuto sabato scorso, dei resti di un neonato che sembrerebbe antecedente al primo ritrovato, perché sarebbero state trovate quasi solo ossa, su cui si indaga con analisi anche genetiche. Difficile quindi per ora sapere di più. 

(…)

Per il presule responsabile della diocesi di Parma, «la comunità, sia civile che religiosa, è ora sgomenta, così dovrà verificare quanto sta in essa per educare e supportare il significato vero della maternità e della vita, come culmine di scelte consapevoli e di autentica relazione tra uomo e donna, nella valutazione di una retta scala di valori». Opportuno è allora ricordare il lavoro svolto in favore delle donne, che vivono una gravidanza inattesa o difficile, dai volontari del Movimento per la vita. Oltre alle “ruote per la vita” presenti in una quarantina di ospedali, dove è possibile lasciare il neonato in sicurezza, sono tanti i Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi nel nostro Paese. Esiste anche il servizio Sos-vita: un numero di telefono gratuito (800.813.000) attivo 24 ore su 24, e una chat sul sito http://www.sosvita.it/ a cui possono rivolgersi le donne. Infine, non si può dimenticare che in Italia la legge permette di partorire in anonimato, non riconoscere alla nascita il bambino, a cui viene assicurata l’assistenza necessaria e riconosciuto lo stato di abbandono in vista dell’adozione. (dal quotidiano “Avvenire” – Enrico Negrotti)

Mi pare che un po’ tutti non si preoccupino del dramma umano che sta dietro questi sconvolgenti fatti, ma di portare acqua al proprio mulino socio-culturale. I media sono i più immediatamente coinvolti in questo macabro gioco: propalano notizie alla ricerca dello scoop sempre più scoop, che porta alla sbrigativa criminalizzazione dei protagonisti.

La Magistratura si autocelebra a livello di indagini portate avanti a regola d’arte (?). Non tanto, a giudicare dalla fuga di notizie intervenuta, dalla mancata riservatezza e dalla conseguente confusione emergente.

La società civile si pulisce la coscienza accampando gli strumenti teoricamente atti ad evitare l’abbandono dei neonati indesiderati: l’aborto, che a monte sembra la panacea dei mali, si dimostra purtroppo un argine di carta assorbente, così come a valle non funzionano le ruote di scorta, i telefoni di emergenza, le chat di pronto intervento e tutto l’armamentario di pannicelli tiepidi messi in atto da una società che non vuole risolvere i problemi ma esorcizzarli.

La comunità religiosa trova clamorose conferme alla imprescindibile necessità del proprio impegno in difesa della maternità e della vita: discorso peraltro appaltato ai volontari che servono più a dimostrare il perbenismo clericale che non a dialogare costruttivamente con le donne prima, durante e dopo le loro gravidanze.

Il femminismo si lecca le ferite derivanti dalla colpevole sottovalutazione del ruolo maschile e di quello delle strutture famigliari e sociali: l’utero è mio e lo gestisco io. L’enfatizzazione dell’autonomia decisionale della donna finisce con l’isolarla e ributtarla nella piena bagarre psicologica.

Che la comunità, sia civile che religiosa, sia sgomenta, come osserva il vescovo di Parma, non sono in grado di valutarlo, ma mi permetto di nutrire seri dubbi: c’è tutta la superficiale e momentanea emozione di una città chiusa nel suo benessere/malessere.

Facciamo silenzio! Ognuno faccia umilmente i propri mea culpa, rendiamoci tutti conto che nessuno ha la coscienza a posto e tanto meno la ricetta in tasca, perché quando le scelte personali si fanno durissime subentra la paura che fa novanta e che spesso non viene arginata dal compagno di vita, dalla famiglia di origine, dalle strutture assistenziali pubbliche e private, dai valori etici che si sciolgono come neve al sole, dai rapporti umani che diventano sempre più inconsistenti.

Che una madre partorisca e poi sotterri nel giardino di casa il cadavere del proprio figlio neonato, “accompagnata” dall’incredibile e totale insipienza del fidanzato, dei famigliari, degli amici vicini e lontani, nell’assenza di ogni e qualsiasi supporto pubblico o privato, nella disastrosa solitudine che mette a tacere o comunque devia la propria coscienza, nella disperante fuga verso l’ignoto, è una realtà sconvolgente che tocca tutti i tasti più delicati della nostra esistenza. Forse bisogna ricominciare tutto daccapo…

 

 

Un po’ Francesco, un po’ Giovanni Battista

Il Papa non si nasconde quando gli chiedono dei diversi programmi dei due candidati alle elezioni americane. Ammettere l’aborto e respingere i migranti sono entrambi atteggiamenti «contro la vita». «Sia quello che butta via i migranti, sia quello che uccide i bambini». Ricordando poi che già dall’Antico Testamento c’era il dovere di proteggere gli stranieri, gli orfani e le vedove, sottolinea che respingere i migranti, non dar loro la possibilità di lavorare o trattarli come schiavi «è un peccato grave». Quanto all’aborto, «è un assassinio». «La scienza dice che nel mese del concepimento ci sono già tutti gli organi formati. Quindi abortire è uccidere un essere umano. Può piacere o meno la parola – sottolinea Francesco – ma questo è e bisogna dirlo chiaramente. La Chiesa non è chiusa perché non permette l’aborto. La Chiesa non lo permette perché significa uccidere». Come deve votare dunque un cattolico? «Nella morale politica – risponde Francesco – si dice che non andare a votare è brutto. E si deve scegliere il male minore. Chi è in questo caso il male minore, quella signora o quel signore? Ognuno in coscienza ci pensi e faccia così». (dal quotidiano “Avvenire”)

Anch’io modestamente ero recentemente arrivato al discorso del meno peggio riferito al voto dei cittadini americani chiamati a scegliere fra Donald Trump e Kamala Harris. Se la conclusione papale può essere saggia, non lo è il ragionamento che sta a monte.

Non si possono mettere sullo stesso piano le mele marce della politica anti-migratoria di Trump e le pere da sbucciare dell’abortismo di Harris. Sul piano squisitamente etico-religioso le due questioni possono anche essere, seppure forzatamente, accostate, ma una candidatura e un voto sono fatti politici, che comportano valutazioni più complesse e articolate.

Buttare via i migranti è una scelta immorale in senso pregiudiziale, che non può trovare alcun recepimento a livello politico. Il discorso dell’aborto è pure esso eticamente inaccettabile, ma, dal momento che comporta scelte individuali delicate e molto problematiche, non può essere ridotto sic et simpliciter ad un no secco ad ogni e qualsiasi regolamentazione.

A monte del respingimento dei migranti c’è una scelta dettata dall’egoismo sociale che diventa criterio di governo della società. A monte della regolamentazione abortista (preferisco non parlare di diritto all’aborto) c’è la considerazione dei motivi che possono comportare una scelta dettata da uno stato di necessità. Si potrà discutere sulla legislazione più o meno liberal, questo sì, ma come dice don Andrea Gallo, se una donna, dopo che ad essa siano state seriamente fatte presenti tutte le controindicazioni, opta per l’aborto, non è possibile alzare una barriera etica.

Non sono sicuro oltre tutto che abortire sia comunque e sempre una grave devianza morale: certamente siamo in presenza di una scelta non rivolta coraggiosamente alla vita, ma ogni caso fa storia a sé e va lasciato alla coscienza individuale, pur informata di tutti gli aspetti annessi e connessi e corroborata da appoggi ed aiuti sul piano sociale.

Ammetto che la posizione così drasticamente espressa da papa Francesco mi abbia dato una benefica scossa ed una spinta ad uscire dal mio eccessivo pragmatismo politico: sono sicuro che volesse soprattutto scuotere le coscienze e non certo fare un discorso squisitamente politico.

D’altra parte il tema dell’aborto era già stato affrontato dal papa con un taglio misericordioso, che preferisco di gran lunga a quello dogmatico e schematico emergente dalla conferenza stampa di cui sopra. Mi risulta che papa Francesco fosse stato molto possibilista col presidente Biden che si trovava sull’orlo della scomunica da parte dei vescovi statunitensi. E allora mi chiedo perché questa improvvisa ed enfatica dichiarazione antiabortista. Un contentino ai confratelli vescovi americani non certo teneri con papa Francesco?  La necessità di controbilanciare l’ostilità a Trump con una sonora bacchettata ad Harris? Un modo per quietare i fermenti tradizionalisti all’interno della Chiesa? Una mossa antipolitica per fare meglio politica su altri fronti (vedi Cina)? Mi fermo qui perché non è giusto fare un processo alle intenzioni. E poi, chi sono io per giudicare il papa?

Per Salvini la condanna etica è già scritta

Sei anni di carcere per il vicepremier Matteo Salvini, per aver impedito, nel 2019, lo sbarco a Lampedusa di 147 migranti soccorsi dalla nave della ong spagnola Open Arms. Il pm Calogero Ferrara ha formulato questa richiesta durante il processo per questi fatti.

Non ho la competenza per esprimermi dal punto di vista giudiziario e quindi lascio naturalmente che la giustizia faccia il suo corso. Men che meno azzardo l’ipotesi, subito sposata dal governo, che si tratti di un processo politico.

Ho letto che il pubblico ministero nella sua analisi è partito da una premessa: «C’è un principio chiave non discutibile: tra i diritti umani e la protezione della sovranità dello Stato sono i diritti umani che nel nostro ordinamento, per fortuna democratico, devono prevalere».

Preferisco quindi collocarmi nelle mie riflessioni sul piano etico e di conseguenza sulla più alta delle visioni politiche, vale a dire quella contenuta nella nostra Carta Costituzionale. Non v’è alcun dubbio che da questo punto di vista Matteo Salvini sia colpevole e ne risponderà in primis alla propria coscienza.

Quale la conseguenza oserei dire a livello prepolitico? Chi governa deve mettere al primo posto i diritti umani e quindi la difesa della vita sempre e comunque, soprattutto quella che viene messa in pericolo, come succede per i migranti in mezzo al mare. E chi vota e sceglie da chi essere governato deve fare altrettanto. Non c’è santa sicurezza che tenga. Non c’è difesa dei confini nazionali che possa giustificare il voltarsi dall’altra parte mentre persone disperate rischiano di morire affogate.

Il processo a Matteo Salvini ha questo significato a prescindere dalla punibilità del ministro sul piano giudiziario. Cerchiamo di difendere la nostra civiltà dagli attacchi spregiudicati e strumentali dei demagoghi, pronti a barattare la vita di decine di persone con il voto degli eticamente sprovveduti. Salvini, e non solo lui, opera, seppure indirettamente, (mi auguro che lo faccia in buona fede e/o per pura follia populista) una sorta di paradossale, tragica, sconvolgente e rovesciata decimazione: un immigrato lasciato morire in mare per dieci voti in più nelle urne.

Che tutto ciò ce lo ricordi la magistratura non dovrebbe scandalizzarci, ma semmai farci doppiamente morire di vergogna per aver perso completamente il senso democratico e per non essere più capaci di distinguere il sacro della vita dal profano della più cattiva delle politiche.

 

Un’attività governativa con scarso pro-Fitto

Nessun vicepresidente esecutivo al gruppo Ecr, dunque a Raffaele Fitto. Verdi, liberali e socialisti europei si schierano contro la eventuale scelta di Ursula von der Leyen di far rappresentare l’Italia da un esponente di spicco del governo a guida Giorgia Meloni. Non è una questione di lana caprina, ma un vero e proprio diktat della maggioranza uscita vincitrice alle recenti elezioni europee con Ecr all’opposizione. I tre gruppi, nella sostanza, avvertono Ursula von der Leyen che dare troppo spazio ai Conservatori può far venire meno il sostegno dei partiti che l’hanno votata.  La questione è tanto ingarbugliata e delicata che la von der Leyen ha rinviato la presentazione della nuova Commissione. (Giornale Radio – Daniele Biacchessi)

Le sottigliezze della politica italiana non tengono a livello europeo. In effetti è strano come al rappresentante di un partito (Ecr), che ha votato contro l’accordo di maggioranza, venga concessa una delega importante e addirittura una vice-presidenza esecutiva a livello di Commissione europea. Non si tratta di una ritorsione contro Giorgia Meloni, ma di un ragionamento molto lineare e difficile da smontare. In qualche modo ne usciranno, ma resta il problema dello splendido isolamento italiano che non mancherà di creare brutte conseguenze per il nostro Paese.

Le furbizie meloniane sono basate sul filo-occidentalismo, per meglio dire sul filo-americanismo, e sul filo-ursulismo. Quando bene o male la politica entra in scena, l’Italia è nuda. Non so cosa riuscirà a garanitre Tajani tramite la sua adesione al Ppe, non so fino a che punto terrà il patto femminile Ursula-Giorgia, non so come se la caverà il governo italiano con il nuovo presidente americano, non so soprattutto come uscirà l’Italia dal debito pazzesco che la condiziona.

Giorgia Meloni sta tentando addirittura di giocare di sponda con Mario Draghi, tornato in campo tramite lo sciorinamento delle sue analisi europeistiche; sta facendosi forte dell’aiuto a tutti i costi all’Ucraina di Zelensky; sta sperando che la nuova presidenza Usa mandi ancora baci e abbracci; sta sperando che il mal comune dell’economia europea diventi mezzo gaudio per le casse erariali italiane.

Sono tutti atteggiamenti tattici che lasciano il tempo che trovano. Nei rapporti con la Commissione Ue la politica non tarderà a farsi sentire; nei rapporti con l’Ucraina l’Italia è più vicina a Orban che agli altri partner europei (vedi l’uso delle armi ucraine in territorio russo); sia Trump che Harris saranno molto meno abbindolabili da parte italiana; il macigno debitorio non mancherà di gravare sui bilanci del nostro Paese.

L’unica speranza italiana è che i rapporti fra gli Stati facciano premio sulla politica, un modo per essere antieuropeisti. Ma la politica fatta uscire dalla porta è pronta e rientrare dalla finestra. C’è al riguardo il finestrino dei rapporti tra i partiti di governo: aumenta l’insofferenza meloniana verso l’autonomia forzitaliota sponsorizzata da mediaset, nonché la lontananza patriottica di Fratelli d’Italia rispetto al velleitarismo leghista di stampo vannnacciano.

Giorgia Meloni deve guardarsi da troppi potenziali nemici e da alcuni subdoli amici.  Molti nemici molto onore: appena qualcuno la critica diventa immediatamente un nemico. Il giochino dell’amico-nemico ha un limite e prima o poi il governo italiano ne farà le spese in termini di isolamento sempre meno splendido.