Il naso europeo in giro per l’Italia

Il caso di Hasib Omerovich che si buttò dalla finestra per sfuggire alle torture. Le accuse di Romelu Lukaku e Paola Egonu, che hanno raccontano di essere stati vittime di episodi di razzismo. E le parole d’odio della politica, con un campionario di frasi che vanno da Matteo Salvini a Roberto Vannacci. Oltre ai «resoconti di profilazione razziale da parte della polizia». Che prende di mira «rom e persone di origine africana». In quella che potrebbe definirsi come «una potenziale forma di razzismo istituzionale». La Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa ha messo insieme fatti di cronaca e accuse precise nel dossier che ieri ha scatenato la reazione del governo e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accusando più la politica che la polizia. (Open)

Il Consiglio d’Europa ha evidentemente il naso e la memoria lunghi, molto più di noi italiani. Ha fiutato un clima politico maleodorante a riprova che, come spesso succede nella vita, le cose si vedono e si valutano meglio dall’esterno. Non prendo per buone ed assodate le critiche europee, ma qualcosa di vero e di preoccupante lo colgono. Evidentemente a livello nazionale siamo talmente abituati alla puzza di bruciato, da non accorgerci più dei rischi che stiamo correndo.

Nel bel mezzo dell’affaire Albania, con pesanti accuse da parte di diversi ministri del governo Meloni alle “toghe rosse”, il Consiglio d’Europa scatta una fotografia allarmante, quella di un’Italia in cui “il discorso pubblico è diventato sempre più xenofobo” e di una classe politica che “mina l’indipendenza della magistratura quando si occupa di casi di immigrazione”.

Il tempismo scelto dalla Commissione del Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) per pubblicare il rapporto adottato già il 2 luglio scorso è perfetto. Perché nelle ultime settimane la violenza del discorso politico nei confronti dei giudici si è impennata: non solo le furiose reazioni del governo alla sentenza del Tribunale di Roma che ha rimandato in Italia i 12 migranti destinati ai centri albanesi, ma anche la crociata di Matteo Salvini contro i giudici di Palermo per il processo Open Arms. (eunews)

Quindi secondo la Commissione del Consiglio d’Europa non è solo questione di polizia razzista, ma anche di politica che si occupa malamente di immigrazione, creando un perfetto assist alla montante xenofobia. Dubbi e perplessità di gravità eccezionale.

Affermazioni che hanno suscitato l’indignazione della premier Giorgia Meloni e lo “stupore” del presidente Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, in una telefonata, ha espresso al responsabile della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani, “stima e vicinanza” alle forze dell’ordine. La presidente del Consiglio ha sparato invece ad alzo zero contro le valutazioni dell’Ecri: “Le nostre forze sono composte da uomini e donne che, ogni giorno, lavorano con dedizione e abnegazione per garantire la sicurezza di tutti i cittadini, senza distinzioni, meritando rispetto, non simili ingiurie”. (ANSA.it – Europa)

Non mi sorprende la solita lumacosa e penosa reazione della premier, mentre mi stupisce lo stupore di Mattarella, che peraltro in questi giorni aveva già reagito in modo molto blando e formale agli attacchi governativi verso i magistrati. Non è, tra l’altro, anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura?

“Tra le istituzioni e al loro interno la collaborazione, la ricerca di punti comuni, la condivisione delle scelte sono essenziali per il loro buon funzionamento e per il servizio da rendere alla comunità”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo a Bari all’inaugurazione del terzo Festival delle Regioni e delle Province autonome.

“Vi sono, in particolare, dei momenti nella vita di ogni istituzione in cui non è possibile limitarsi ad affermare la propria visione delle cose –approfondendo solchi e contrapposizioni- ma occorre saper esercitare capacità di mediazione e di sintesi. Questo è parte essenziale della vita democratica poiché le istituzioni appartengono e rispondono all’intera collettività e tutti devono potersi riconoscere in esse”, ha detto il Capo dello Stato. (adnkronos)

Capisco l’imbarazzo e la preoccupazione del Capo dello Stato, ne ammiro l’equilibrio e la saggezza, ma ogni tanto non mi dispiacerebbe se facesse qualche intervento più spinto: i cittadini sono sicuro che lo apprezzerebbero.  Sarebbe auspicabile che parlasse meno in punta di forchetta e più in punta di coltello: non è questione di intromissione nella politica, ma di estromissione di atteggiamenti e comportamenti anti-costituzionali.

Quanto al discorso della Magistratura, non voglio santificarla perché ha certamente tanti difetti: Mattarella li conosce benissimo e preferirei che fosse lui a incoraggiarne l’autoriforma piuttosto che lasciarla nelle grinfie dell’invasivo potere esecutivo.

Tornando al fiume carsico della “xenofobia pubblica” mi viene spontaneo superare il fastidio di queste bacchettate europee per andare al merito delle questioni sollevate: i rimproveri possono imbarazzare, ma devono provocare reazioni positive. Di peccati in materia razzista ne abbiamo tanti: a livello privato e a livello pubblico. Ho il timore che la politica, anziché tentare di favorire una maturazione della mentalità popolare in senso solidale, ne cavalchi i peggiori istinti camuffandoli in senso orgoglioso e patriottico.

La vicenda dell’esportazione migratoria in Albania, al di là degli aspetti di irresponsabilità tragicomica e propagandistica nel comportamento governativo, può dare l’impressione alla gente di poter vivere chiudendo porte e finestre in faccia a chi è disperato. L’egoismo al governo!

Gli attacchi ai “magistrati rompicoglioni”, al di là della ignoranza e scorrettezza istituzionali, al di là, come sostiene Massimo Cacciari, della dimostrazione di debolezza cronica in capo alla politica, potrebbero essere funzionali ad un inquietante progetto di rovinosa riforma (anti) costituzionale: le derive del premierato autoritario, del regionalismo divisivo, della repressione a tutta canna ne costituiscono le avvisaglie.

Mentre dal livello europeo – pur tra contraddittorie sparate orbaniane alla viva il sovranismo, opportunistiche e gattopardesche strizzate d’occhio ursuliane, burocratiche e conservatrici difese dello status quo – si percepisce qualcosa di strano nel paesaggio italiano e si mette in qualche evidenza, a livello interno si finisce con l’accettare acriticamente tutto in nome di una governabilità illusoriamente conveniente. Una sorta di qualunquismo strisciante da cui non usciremo se non con un bagno di sangue fatto di lotta alla povertà, di scontri sociali, di rifiuto categorico ed intransigente delle esperienze del passato remoto, di avversione alla partitocrazia. Butteremo tanta acqua sporca. Ci rimarrà il bambino costituzionale!?

 

Tutta l’anti-immigrazione fa brodo

L’Italia manda in Albania sedici migranti che vengono dal Bangladesh e dall’Egitto, dando attuazione concreta, per la prima volta, al costosissimo (ma molto ammirato a Bruxelles) accordo tra Edy Rama e Giorgia Meloni. Esternalizzazione dei disperati, affinché il messaggio arrivi forte e chiaro: se provate a venire da noi finisce male. Deterrenza spiccia. Mezza Europa applaude – stai a vedere che si può fare davvero – l’altra metà osserva indispettita. I giudici italiani applicano una norma europea piuttosto facile da capire. Esiste una lista di Paesi considerati insicuri. Chi arriva da quei confini deve essere protetto. Egitto e Bangladesh sono in quell’elenco. Non esiste alcuna ambiguità, persino in Italia dove ogni parola è ambigua interpretabile e scivolosa. Morale: i sedici disperati tornano da noi con tanto di sentenza di accompagnamento e grandinata di polemiche. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, cresciuto nei tribunali, dice: «Se la magistratura esonda dobbiamo intervenire». Allarme, allarme, allarme. Rilanciato da Salvini, da Meloni («È difficile dare risposte al Paese quando si ha contro anche parte delle istituzioni») e persino dal moderato Tajani. L’intero governo si schiera contro le Toghe. Poteri dello Stato l’un contro l’altro armati. La pubblica opinione – noi – guarda sbadigliando perché allo spettacolino indegno è abituata da quarant’anni. Ma se volessimo prendere sul serio le parole di chi ci guida dovremmo pensare di essere sull’orlo di una guerra civile. (Andrea Malaguti – lastampa.it)

Ho preso a riferimento questa ricostruzione del tira e molla albanese per i migranti: mi è sembrata la più oggettivamente attendibile, che mi induce a porre qualche spietata riflessione.

Possibile che un governo metta in cantiere simili progetti senza verificarne preventivamente applicabilità giuridica, sostenibilità finanziaria ed efficacia programmatica? Persino qualcuno in Europa, per motivi ideologici o di opportunità politica, ha salutato l’accordo italo-albanese come interessante canovaccio su cui costruire un’accettabile gestione del fenomeno migratorio.

Possibile che, dopo l’insuccesso clamoroso, il ravvedimento operoso governativo sia costituito soltanto da una vergognosa caciara istituzionale (la magistratura considerata amica del giaguaro) e da una ridicola sanatoria legislativa (un decretino sui Paesi insicuri)? E pensare che la gente magari ragionerà così: almeno ci hanno provato…

Possibile che l’Europa stia a guardare e tolleri le malefatte italiane compensandole con quelle dei suoi partner? Possibilissimo che il saldo dei cadaveri migratori porti ad un vomitevole pareggio sulla pelle dei disperati.

Possibile che la raffazzonata e improvvisata politica migratoria serva a deviare l’attenzione degli italiani dai problemi impellenti della sanità e dell’istruzione? Un vittimismo oggi e uno domani servono a difendere la propria incapacità politica. Chissà cosa succederà se Matteo Salvini verrà condannato. Per quarant’anni ce lo troveremo al governo: nessuno oserà più toccare il martire di Open arms.

L’allertismo e il fancazzismo

Lungi da me fare del qualunquistico sciacallaggio o addirittura del gufaggio sulle ricorrenti e sconvolgenti disgrazie ambientali, che stanno sempre più connotando e precarizzando il nostro vivere. Vorrei solo di seguito riportare ad un costruttivo e fattivo atteggiamento ciò che rischia di diventare invece un devastante e rassegnato fatalismo, preceduto da uno stucchevole allertismo, sconfinante nell’allarmismo e seguito dai burocratici appelli allo stato di calamità naturale. Spero di non essere frainteso, ma la sincera partecipazione ai drammi di tanti miei concittadini mi induce a spietate (forse esagerate) considerazioni critiche sul contesto amministrativo entro cui avvengono i disastri alluvionali.

Lo stare all’erta nasce da una espressione del linguaggio militare che significava originariamente ‘stare su un’altura (per poter vedere in tempo l’arrivo dei nemici)’ e che poi ha acquisito il significato più generico di ‘stare attenti, vigili’.

Il susseguirsi continuo di variopinti messaggi di all’erta meteorologici lascia il tempo che trova se non è accompagnato da precise istruzioni e consigli comportamentali e sembra fatto soltanto su misura per sgravare di responsabilità gli amministratori pubblici competenti per materia e/o territorio. E allora ecco il rischio di scadere nel gridare “al lupo! al lupo!”, vale a dire nel dare allarmi per nulla, soprattutto se ciò avviene ripetutamente, creando pericoloso ed abitudinario scetticismo nei cittadini, salvo farsi trovare impreparati quando arriva la vera alluvione.

“Io ve l’ho detto, sappiatevi regolare…”: questo in filigrana il senso degli avvertimenti sparati “alla viva la protezione civile…”.  Così seccamente divulgati sono destinati a creare inutile e controproducente allarmismo con reazioni simili a quelle provocate nella moglie di uno storico ruspante meteorologo, esibito, tra il serio e li faceto, dalla Gazzetta di Parma, la quale, rispetto al brutto tempo previsto dal marito, si regolava di conseguenza, facendo sistematicamente il bucato quando sentiva, provenienti dal coniuge, previsioni di grandi piogge. Non è forse vero che un generico “stai attento” crea ansia e paura più paralizzanti che efficaci?

Penso che, complice il susseguirsi di eventi atmosferici assai invasivi e dannosi, ci sia la tendenza a ingigantire il minimo motivo di sospetto o di apprensione, creando uno stato di tensione provocato da notizie più o meno attendibili, anche perché la meteorologia è la non scienza per antonomasia. Non si fa un servizio alla collettività, ma si mettono solo le mani avanti per prevenire eventuali contestazioni a livello di errori ed omissioni.

I pubblici poteri farebbero meglio, anziché ripararsi dietro il generico dito degli o delle all’erta, a impegnarsi nella difesa e manutenzione del territorio, diventato un autentico colabrodo. Bastano infatti normali piogge stagionali per scatenare frane, smottamenti, allagamenti, esondazioni, etc. etc. Credo che solo in casi veramente preoccupanti sia utile la diramazione degli all’erta in quanto accompagnata da precise indicazioni sulla chiusura delle scuole, sui blocchi al traffico, sull’abbandono delle abitazioni, sul non uscire di casa, sul salire ai piani alti, etc. etc. Nei giorni scorsi a Parma sono stati diramati messaggi telefonici di all’erta. La mia immediata reazione è stata: cosa devo fare allora? Mi si dica qualcosa in più, altrimenti non serve a niente se non a coprire le spalle ai pubblici amministratori.

Lasciatemi poi nutrire qualche dubbio sul fatto che a fronte di uno straripamento torrentizio ci sia (quasi) sempre un quantitativo di pioggia annuale concentrato in pochissime ore. Qualche volta sarà così, ma non sempre. Un modo come un altro per scaricare le colpe sul buco dell’ozono, coprendo i propri buchi di gestione del territorio? Senza contare che il buco dell’ozono è anche e forse soprattutto colpa dell’uomo e quindi siamo al cane ecologico che si morde la coda.

Ai media non par vero di cavalcare queste situazioni, facendo cassa sulle emergenze vere o fasulle che siano. Anche questo è un malcostume che sta improntando tutta la nostra società e che non ha niente a che vedere con un’informazione corretta, completa e tempestiva.

Lasciamo perdere poi la stucchevole inflazione degli interventi grilloparlanteschi di scienziati e tecnici interpellati al riguardo. Mio padre sarebbe oltremodo d’accordo col mio scetticismoed aggiungerebbe: “Sì. I päron coj che al’ ostaría, con un pcon äd gess in simma la tävla, i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca’ sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”.

Nelle opere liriche si cantano spesso “allarmi-allarmi” (famosissimo quello del Trovatore di Verdi), accompagnati dai partiam-partiam…e tutti rimangono regolarmente in scena: chi è che va a combattere non è dato sapere. Per fortuna nel nostro vivere civile, mentre molti lanciano allarmi e dicono di partire con azioni di bonifica e risanamento che non si vedono, c’è chi combatte veramente la buona battaglia del salvataggio e del soccorso, vale a dire la protezione civile, l’unica istituzione che non mi mette ansia e mi concede un po’ di relativa tranquillità.

 

E vissero insieme indebitati e contenti

Il rapporto. Il mondo ha sempre più debiti: siamo oltre i 100mila miliardi di dollari. Allarme del Fmi: il debito pubblico raggiungerà il 93% del Pil globale entro la fine del 2024 e toccherà il 100% entro il 2030, un livello maggiore di quello rilevato durante la pandemia.

Gli Stati Uniti e gli altri Paesi in cui si prevede che il debito continui a crescere, tra cui la stessa Italia, oltre a Brasile, Gran Bretagna, Francia e Sudafrica, potrebbero dover affrontare conseguenze costose.

“Rinviare l’aggiustamento significherà solo che alla fine sarà necessaria una correzione più ampia, e aspettare può anche essere rischioso, perché l’esperienza passata dimostra che un debito elevato e la mancanza di piani fiscali credibili possono innescare reazioni avverse del mercato e limitare lo spazio che i Paesi hanno per confrontarsi con choc futuri”, spiega Era Dabla-Norris, vicedirettore per gli affari fiscali del Fmi.

Secondo l’analista, i tagli agli investimenti pubblici o alla spesa sociale tendono ad avere un impatto negativo molto maggiore sulla crescita rispetto ai sussidi meno mirati, come quelli per il carburante. Alcuni Paesi hanno spazio per ampliare le proprie basi imponibili e migliorare l’efficienza della riscossione delle imposte, mentre altri possono rendere i propri sistemi fiscali più progressivi tassando le plusvalenze e il reddito in modo più efficace. (dal quotidiano “Avvenire” – Paolo M. Alfieri)

A buon intenditor poche parole. I richiami del Fondo monetario internazionale calzano a pennello rispetto alla situazione italiana dei conti pubblici e delle sue preoccupanti prospettive socio-economiche. Ho però la netta sensazione che scivolino sui vetri del nostro scriteriato modo di governare.

Il Fmi, per dirla con Marcello Dell’Utri e parafrasando una sua celebre frase, per L’Italia può dire quello che vuole. È come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande.

Non prendo per oro colato le allarmistiche analisi di questo organismo pilastro tecnico del capitalismo mondiale, ma dal momento che, come sostiene Giorgio Ruffolo in un suo importante libro, il capitalismo ha i secoli contati, bisognerà pure farci un pensierino.

Non sono un rigorista perché ritengo che una linda tovaglia sulla tavola di uno Stato non garantisca affatto una dispensa piena di beni di prima necessità. Tuttavia occorre ragionare e non si può impunemente e continuamente vivere al di sopra delle proprie possibilità, scaricando i conseguenti problemi sui soggetti più deboli non in grado di arrangiarsi.

Il consiglio fondamentale emergente dall’analisi del Fmi riguarda l’utilizzo intelligente della leva fiscale e l’adozione di una razionale politica di tagli alle spese. Uso al riguardo una metafora di carattere famigliare. Se si è fortemente indebitati e si fa molta fatica a vivere dignitosamente, il buon padre di famiglia cosa fa? Propone a chi spende troppo di limitarsi e addirittura di contribuire con maggiori risorse al riequilibrio del bilancio in modo da garantire a tutti i componenti una vita sobria ma accettabile, in modo da tranquillizzare i creditori sulla solvibilità, in modo da investire un po’ di soldi per migliorare le condizioni di vita.

Se invece si prosegue all’insegna del “qualcuno pagherà” e del “si salvi chi può”, alla non tanto lunga si andrà a sbattere. Certo che il padre di famiglia dovrebbe essere credibile, dare il buon esempio, riuscire a convincere anche i più recalcitranti…Qui viene il brutto! Alla mancanza di senso della famiglia si aggiunge la scarsissima autorevolezza del capo che balla nel manico famigliare.

La metafora credo sia abbastanza trasparente. Ce n’è per tutti. Non snobbiamo quindi il Fmi, non facciamo finta che le cose, tutto sommato, vadano bene, non pensiamo di cavarcela all’italiana.  Uno scatto di responsabilità sarebbe indispensabile, anche se la botte dà il vino che ha e il vino, pur non essendo buono, purtroppo serve ad ubriacare i commensali.

Riprendo in amara conclusione la suddetta irriverente gag del nonno. Attenzione perché può anche darsi che le mutande del Fmi adombrino le braghe di tela dell’Italia.

 

Dove predomina il potere manca la politica

Arriveranno già nelle prossime ore a Bari direttamente dall’Albania. Con un decreto di espulsione, un potenziale ricorso in tasca e la possibilità comunque di rimanere in Italia e ritentare la carta dell’asilo. È la storia (rocambolesca) di un viaggio Italia-Albania andata e ritorno in meno di una settimana che si gioca sulla pelle di persone che hanno subito torture, ingiustizie e soprusi. È il destino dei 12 migranti che dopo essere stati trasferiti con il pattugliatore Libra della Marina militare prima nell’hotspot di Shëngjin e poi nel centro di prima accoglienza di Gjadër ora ritornano in Italia. La sezione immigrazione del tribunale di Roma non ha infatti convalidato il trattenimento dei migranti all’interno del centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader in Albania. I dodici migranti devono tornare in Italia. «Il diniego della convalida dei trattenimenti nelle strutture ed aree albanesi equiparate alle zone di frontiera o di transito italiane é dovuto all’impossibilità di riconoscere come “paesi sicuri” gli Stati di provenienza delle persone trattenute» spiegano i magistrati, facendo riferimento alla recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 4 ottobre 2024 a seguito del rinvio pregiudiziale proposto dal giudice della Repubblica Ceca. Per i giudici, Egitto e Bangladesh non sono Paesi sicuri.

(…)

Le prime stoccate alle toghe arrivano dalla Lega, già schierata a Palermo nel giorno dell’arringa di difesa del vicepremier Matteo Salvini nel processo Open arms, e da Fratelli d’Italia. L’ordinanza del tribunale di Roma è «inaccettabile e grave – si legge in una nota del Carroccio -. I giudici pro-immigrati si candidino alle elezioni, ma sappiano che non ci faremo intimidire». Toni aspri pure dal partito della premier: «Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria – lamenta un post sul profilo X di Fratelli d’Italia, in una grafica con una toga di colore rosso -. Alcuni magistrati politicizzati hanno deciso che non esistono Paesi sicuri di provenienza: impossibile trattenere chi entra illegalmente, vietato rimpatriare i clandestini. Vorrebbero abolire i confini dell’Italia, non lo permetteremo». 

(…)

La premier, in viaggio nel tormentato Medio Oriente e subito messa al corrente dal suo staff della pronuncia del tribunale capitolino, reagisce. «È molto difficile lavorare e cercare di dare risposte a questa nazione», lamenta da Beirut, «quando si ha anche l’opposizione di parte delle istituzioni che dovrebbero aiutare a dare risposte». Meloni definisce «pregiudiziale» la decisione dei giudici di Roma. (dal quotidiano “Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Lo scivolone governativo sulla paradossale strategia in tema di immigrazione non stupisce più di tanto: quando si vuole fare propaganda sulla pelle dei disgraziati non può che finire così. La soluzione albanese, frettolosamente e irresponsabilmente promossa a schema emblematico, crolla miseramente non appena partita. Fin qui l’ennesimo errore clamoroso dell’attuale governo.

Che preoccupa però è soprattutto la caciara che si è scatenata sui capisaldi dei rapporti istituzionali nella nostra democrazia: la messa in discussione della distinzione dei poteri e della conseguente autonomia della magistratura. Giorgia Meloni lamenta mancanza di collaborazione da parte dei giudici, che nei loro compiti non hanno affatto quello di collaborare col governo, ma quello di applicare le leggi e di garantire i diritti fondamentali delle persone. Non so se definirla ignoranza o arroganza, forse l’una e l’altra cosa insieme. Ne risulta la presunzione di intoccabilità del potere esecutivo, giustificata da una maggioranza (peraltro minoranza) di voti elettorali e da una maggioranza di voti parlamentari. Anche se Fratelli d’Italia avesse ottenuto il cento per cento dei consensi il discorso non terrebbe, perché, a maggior ragione sarebbero necessari i contrappesi istituzionale a salvaguardia della democrazia così come impostata dalla Costituzione.

Non merita nemmeno di essere preso in considerazione l’attacco leghista dal momento che è soltanto la miglior (?) difesa di Matteo Salvini a giudizio nel processo Open arms. La questione è comunque sempre quella della intoccabilità del governo e la strenua difesa del potere. Le istituzioni che, nello svolgimento delle loro funzioni osano direttamente o indirettamente andare contro il governo e i suoi componenti, vengono bollate come antipotere, come amici del giaguaro per dirla in modo colorito. Siamo solo agli inizi perché la madre di queste battaglie antidemocratiche è il cosiddetto premierato passando attraverso la riforma della magistratura, l’autonomia differenziata regionale ed altre simili amenità istituzionali.

Il tema attorno a cui ruotiamo è il “potere in democrazia”. Se si prova ad allargare la visuale geopolitica, c’è da rimanere sbigottiti.

Mi ha fatto impressione una constatazione ascoltata non ricordo da chi (forse Enrico Letta): negli Usa il candidato più quotato è Donald Trump, un personaggio che, oltre tutte le gravissime pecche accumulate in senso etico e politico, ha tramato contro lo Stato democratico, istigando i suoi simpatizzanti alla sollevazione violenta per la conquista del potere (riuscendo peraltro ad ottenere una sorta di impunità). É detto tutto. La scuola democratica americana? Ma fatemi il piacere.

Durante la recente puntata della trasmissione “Di martedì” su La 7 mi ha impressionato la ricostruzione fatta dal bravissimo giornalista Sergio Rizzo in ordine al sistema di potere di cui è protagonista principale e regista Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato. Ne esce un quadro inquietante di fronte al quale la collezione dei busti di Mussolini è una semplice goliardata. L’altra sera ho capito perché Giorgia Meloni lo abbia designato a ricoprire la seconda carica dello Stato: non tanto e solo per fare un piacere ai nostalgici della sua armata Brancaleone, ma per chiudere a livello istituzionale i cerchi del potere per il potere.

In Europa, pur non essendo delle mammolette, sono attenti a certe anomalie italiane. Forse non è un caso che stiano provando a rimettere in discussione la nomina di Raffele Fitto a componente della Commissione Ue (i socialisti sembra che battano un colpetto…). Come può un personaggio che non crede all’Europa (leggi gradimento di Orban nei suoi confronti) governarla in campo economico (la delega di Fitto riguarda infatti l’economia)? Il potere del governo italiano troverebbe un consistente appoggio a livello europeo in nome della mera rappresentanza nazionale a prescindere dalla politica e dai suoi schieramenti: il potere basato sul patriottismo antieuropeo. L’Europa diventa cioè una istituzione ingombrante da giubilare con l’aiuto di Orban e con la sponda opportunistica di Ursula von der Leyen.

Allarghiamo ulteriormente la visuale. Come è possibile che Netanyahu, rappresentante dello strapotere israeliano possa fare il bello e cattivo tempo senza che qualcuno osi metterlo in seria discussione? Lo preserva da tutto la forza del potere stesso, anche religioso, che lo rende inattaccabile. In parecchi mi hanno detto che negli Usa la politica è in mano a due lobby: quella degli omosessuali e quella degli ebrei. Si dice che gli elettori americani cattolici siano orientati a sostenere Trump in quanto lo considerano “l’Antidemonio”, che sventola la bandiera anti-abortista: tutto si tiene, roba da matti…

Domenica scorsa ho ascoltato Francis Coppola intervistato da Mara Venier: si poneva il problema del come mai la tanta cultura che esiste nel mondo non riesca a connettersi con la politica; fra di esse esiste una frattura insanabile. La risposta è nella concezione del potere che tutto assorbe e tutto strumentalizza.

Il potere della scienza e della cultura? Ci sarebbe da discutere sul concetto, ma soprattutto sulle porcherie dell’asservimento di cultura e scienza alla peggior politica. La cultura, che dovrebbe essere il modo di porsi di fronte alla realtà, sta diventando il mediatico modo di porsi al di fuori della realtà.

Che spaventa è la totale incapacità dei cittadini a reagire all’asfissiante morsa del potere esercitato, con l’aiuto decisivo dei media (vedi Rai in Italia), dalle destre, ma con le sinistre che sembrano andare per la tangente del mantenimento delle loro fette di potere più salottiero che popolare, con i valori democratici ridotti a divertimento innocuo per cittadini ingenui.

 

 

 

I giustizieri dell’inferno

Ha tentato un furto in un bar con un complice ma è stato affrontato dal proprietario e da un nipote che lo hanno ucciso a colpi di forbice. I due esercenti, di nazionalità cinese, sono stati arrestati dalla polizia con l’accusa di omicidio, e i trovano ora a San Vittore a disposizione della magistratura 

(…)

La giustizia però è già stata fatta sui social, in pochi minuti di processo sommario e senza appello: ma al morto. «La prossima volta eviti di rubare e vai a lavorare delinquente…Non ci mancherai», «A vedere il profilo e il tipo di persona, era inevitabile che facevi sta fine prima o poi, ben ti sta…», «Io sto con il cinese», «un delinquente in meno». C’è anche chi prova a mostrare un po’ di umanità: «Gioire per la morte di un ragazzo è qualcosa di raccapricciante. Si, ha rubato, si avrà avuto problemi con la giustizia ma è stato ucciso e fino a prova contraria non era armato, stava cercando di scappare. Qui siamo tutti bravi a giudicare, dietro la tastiera! Che tristezza, profonda!». (dal quotidiano “Avvenire”)

Inquietante l’episodio, tragico l’epilogo, agghiacciante la reazione sui social. Se si pensa di combattere la delinquenza a colpi di forbice vuol dire che stiamo diventando tutti delinquenti. Non mi permetto di giudicare le persone protagoniste di questo triste fatto, ma non posso esimermi dal riflettere sul far west che stiamo imbastendo. È questo il senso di sicurezza che vogliamo instaurare? Fondato sulla vendetta? Basato sul farsi (in) giustizia da soli?

Il mondo va così, forse è sempre andato così, le guerre ne sono la dimostrazione. Ma, per l’amor di Dio, non facciamoci contagiare dal clima di violenza che imperversa. C’è qualcosa di demoniaco in questa deriva. A livello personale l’unica risposta plausibile alla violenza delinquenziale è la non violenza della rettitudine e della conversione. A livello sociale la giustizia deve colpire i colpevoli, ma non li deve ammazzare. A livello politico guai a soffiare sul fuoco dell’insicurezza.

Qualcuno dirà che si tratta di buonismo. Può anche darsi, ma preferisco il mio “paradisiaco” buonismo al cattivismo dei giustizieri dell’inferno. Altri dirà che si fa presto a pontificare senza provare l’esperienza dell’esser colpiti dalla delinquenza altrui. Anche questo può essere vero. Infatti mi disgusta più la sbrigativa e vendicativa reazione a freddo dei social che l’eccesso reattivo a caldo da parte delle vittime del furto.

Vediamo almeno di condividere profonda tristezza, di portare pietoso rispetto per la morte di un ladro e di provare umano rincrescimento per la vita “rovinata” di chi ha subito il furto. In fin dei conti sono (e siamo) tutti vittime della violenza al di là degli errori commessi e delle relative attenuanti. Lasciamo che la giustizia faccia il suo corso, impegniamoci perché la società sappia migliorarsi, chiediamo alla politica di non infuocare i problemi, ma di affrontarli seriamente.

A me (non) interessa il (non) governo

Sul mio innato interesse alla politica la dice lunga un piccolo grazioso episodio che fece andare in visibilio mia nonna materna (lei così austera si addolciva con un nipote, che forse le assomigliava molto). Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora Orsolina. Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva ascoltare il giornale radio. Un giorno al termine del notiziario politico me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto, ma forse aveva anche fatto qualche pensiero su di me.

Ebbene, nella giornata di ieri ho ascoltato radio radicale (la diretta dal Senato dell’intervento del premier Meloni in vista del Consiglio d’ Europa), qualche sprazzo dei programmi de La 7 (in merito alla imminente e tanto pre-chiacchierata manovra economica del governo), la Rai (sull’entrata in funzione in Albania del centro per migranti). Non c’era più mia nonna ad ascoltare le mie reazioni, ma ho detto a me stesso: “Chiudi pure radio e televisione, perché a me interessa il governo, ma il governo in Italia non esiste…”.

Sulla politica italiana gravano tre enormi problematici macigni: una situazione pressoché disastrosa dei conti pubblici, un forte e inarrestabile flusso migratorio, un drammatico teatro bellico. Di fronte a questi nuvoloni nerissimi che si addensano sul cielo italiano, il governo dimostra la sua totale inconsistenza, evocando fasulli scenari rasserenanti: niente tasse, i migranti esportati in Albania, le guerre accettate come inevitabili inconvenienti.

Il bilancio dello Stato fa acqua da tutte le parti, però di lotta all’evasione non si parla e soprattutto non se ne fa nulla, di nuove tasse neanche ad ipotizzarne, nemmeno per i paperoni bancari a cui si chiede soltanto l’elemosina, la spending review non si prende in considerazione e si preferisce un taglio indiscriminato delle spese spalmato proporzionalmente sui centri di spesa ministeriali. Una manovra che lascia sostanzialmente le cose come stanno: il cittadino sprovveduto pensa di cavarsela così; il cittadino in difficoltà è rassegnato ad arrangiarsi; le banche possono stare tranquille; la Ue molto probabilmente, come si suol dire, la berrà da botte; il Fondo monetario internazionale farà i capricci ma verrà in qualche modo tacitato; i mercati finanziari guardano la botte piena e non si curano della moglie ubriaca e/o viceversa.

Il problema migratorio lo si affronta spacciando lucciole albanesi per lanterne europee: 16 profughi esportati a fronte di mille nuovi arrivi. È detto tutto! Si è passati dall’impossibile blocco navale al parolaio rimpatrio, dalla risolutiva (?) guerra agli scafisti alla criminalizzazione delle ong, dall’abusivismo migratorio ridotto a fonte di tutti i mali della delinquenza al fare finta di non vedere il delinquenziale sfruttamento dei migranti abusivi, dallo scaricamento del barile sulla Ue alle promesse di fare piazza pulita con tanto di demagogico respingimento al mittente dei disgraziati di turno. L’importante è dare l’impressione che il problema sia sotto controllo e, se qualcuno prima o poi si accorgerà del contrario, sarà tutta colpa della Ue e del buonismo di sinistra.

Quanto alle guerre si gira a vuoto attorno al demagogico appoggio all’Ucraina e all’acritica tolleranza verso Israele. Il tutto sulle orme degli Usa (Biden, Trump, Harris come dir si voglia), alla faccia di una diplomazia inesistente. E se, prima o poi, arriverà qualche schizzo di fango terroristico sarà tutta colpa dei pacifisti.

In estrema sintesi più che di malgoverno meloniano si può parlare di totale assenza governativa. Si è sempre detto che sarebbe meglio essere guidati da un balordo piuttosto che essere senza guida. Politica economica senza economia; politica migratoria senza migranti; politica estera senza opzioni di pace.

Stiamo giocando a mosca cieca. Dopo una selezione a sorte, un giocatore viene bendato (la “mosca cieca”) e deve riuscire a toccare gli altri partecipanti, che possono muoversi liberamente all’intorno. Il gioco è anche comico perché tutti gli altri tendono a fare smorfie e boccacce al malcapitato che brancola nel buio. Provate a proseguire la metafora e avrete una fotografia eloquente dell’attuale situazione politica italiana.

Gli scettici, non potendo darmi tutti i torti, mi rinfacceranno che anche i governi precedenti non brillavano per impegno e serietà. Risponderò “spannometricamente” che i governi del passato remoto post-bellico erano una roba discutibile ma seria, che i governi del passato prossimo, quelli della cosiddetta seconda repubblica sono stati prevalentemente improntati al malaffare del berlusconismo, quelli del post-berlusconismo, vale a dire del berlusconismo senza Berlusconi, sono il peggio del peggio, la sintesi progressiva dei mali. Ecco perché stiamo toccando il fondo della politica.

Se qualcuno insisterà, dicendo che tutto il mondo è paese, ribatterò che un mondo così malmesso come quello attuale non si sarebbe potuto immaginare. Giorgia Meloni è amica di Orban a livello europeo e di Trump a livello americano anche se fa finta di essere amica di Ursula von der Leyen e di tifare comunque per gli Usa. Si nasconde nel buio internazionale per illuminare il buio italiano. La corda che lega il sacco è l’opzione per i post-fascismi di casa nostra e di casa altrui.

E allora mi si dirà di smetterla di parlare di corda in casa dell’impiccato, di finirla una buona volta con gli allarmismi democratici antifascisti. In conclusione mi limiterò a ricordare quanto dice la Costituzione italiana.

Art. 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Art. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Chiedo: vi sembra che l’attuale governo italiano sia in linea con il dettato costituzionale? Mi pare che si possa considerare come una sorta di Penelope, che, facendo finta di governare, disfa la tela costituzionale e ammicca ai Proci. Per nostra fortuna questa tela è di tessuto molto resistente…e spero che prima o poi ritorni un Ulisse che sconfigga i Proci.

 

 

 

 

Gli extrasciocchezzai

Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che il concetto di “extraprofitto” è legato a regimi dittatoriali, e non è adatto alla situazione italiana. “Invece di imporre una tassa sulle banche, che spaventerebbe i mercati e gli investitori, il governo ha optato per un accordo con gli istituti di credito. Questo accordo permetterà allo Stato di ottenere liquidità senza penalizzare le banche, soprattutto quelle più piccole, e senza aumentare le tasse, una posizione che Forza Italia ha sempre sostenuto”. Tajani ha sottolineato che questa soluzione è stata concordata con buon senso e rappresenta un segnale positivo per l’economia. (dal quotidiano “La Stampa”)

I casi sono due: o Antonio Tajani crede che gli italiani siano stupidi oppure… Guai a chi oserà dire che ho dato dello stupido a Tajani. Stupidità a parte, la questione della tassa sugli extraprofitti è stata risolta alla Pappagone, giocando sulle parole.

Innanzitutto bisogna chiarire che una tassa è il corrispettivo che un privato deve a un ente pubblico per la fornitura di un bene o di un servizio specifico (ad esempio, le tasse scolastiche). Si distingue, perciò, dall’imposta, che rappresenta un prelievo privo di corrispettivo, rivolto a finanziare esigenze pubbliche di carattere generale. L’eventuale prelievo sugli extraprofitti di banche, assicurazioni, aziende farmaceutiche ed del settore energetico sarebbe quindi stata un’imposta.

Si è preferito trasformarla in un contributo volontario da concordare con gli interessati (stando alle indiscrezioni sarebbe tra l’altro non versato a fondo perduto, ma versato sostanzialmente a titolo di prestito in conto imposte differite), che peraltro si sono immediatamente dichiarati disponibili a trasformare il fisco in una entità con cui si scambiano favori finanziari o in una stranissima fondazione a scopo benefico: mentre per loro questo scambio di favori altro non è che un modo brillante per fare i propri interessi, sembra una solenne presa per i fondelli per quanti le imposte le pagano a prescindere dalla loro volontà, dal loro potere lobbistico e dal loro buon cuore. Se è vero, come è vero, che numerose aziende hanno fatto lauti affari in conseguenza dell’emergenza Covid, sembrerebbe oltremodo equo che pagassero un’imposta sugli utili straordinari realizzati. Il concetto di extraprofitto non è legato a regimi dittatoriali, ma ad un regime di equità fiscale come quello delineato dalla nostra carta costituzionale.

Le imposte poi non dovrebbero terrorizzare nessuno se non gli elettori del centro-destra a cui si sono fatte demagogiche promesse: se una forza politica si accorge di avere sparato promesse alla viva il parroco, o ha il coraggio di ritirarle o almeno di correggerle oppure bisogna procedere immediatamente a cambiare il parroco inopinatamente festeggiato. Come si possa fare a garantire l’incolumità fiscale a scatola chiusa è tutto da dimostrare e ancor più strano è come si possa fare a crederci dal momento che milioni di persone sono cascati nel tranello.

Sullo spavento dei mercati e degli investitori torniamo daccapo: o Antonio Tajani crede che gli operatori finanziari e i loro clienti siano dei cretini patentati oppure…  Guai a chi oserà dire che ho dato del cretino a Tajani. Cretinaggine a parte, le aziende beneficiate dal governo, che con loro non userà lo strumento fiscale ma il cesto delle elemosine, brinderanno assieme ai loro azionisti. Lasciamo perdere i mercati che c’entrano come i cavoli a merenda e gli investitori che dovrebbero essere spaventati da un governo che dice e combina simili corbellerie.

Sul fatto che questa vergognosa scappatoia, escogitata per salvare la faccia tosta trasformandola in faccia di bronzo, sia frutto di buon senso e rappresenti un segnale positivo per l’economia sono sinceramente strabiliato e torno daccapo: o Antonio Tajani crede che gli operatori economici siano incompetenti oppure… Guai a chi oserà dire che ho dato dell’incompetente a Tajani. Incompetenza a parte, il sistema economico andrà avanti o indietro a prescindere dalle penose performance governative, che più che al buon senso sembrano ispirate al buon divertimento.

Non posso credere che l’elettorato di centro-destra, in particolare quello sedicente più ragionevole, moderato e liberale, facente riferimento a Forza Italia, possa farsi incantare dallo sciocchezzaio tajaniano, che fa il paio con quello salviniano e con quello meloniano. Non mi illudevo, ma tutto dovrebbe avere un limite, invece una sciocchezza tira l’altra. Ritorno daccapo. Guai a chi oserà accusarmi di avere dato degli sciocchi a Tajani, Salvini e Meloni. Caso mai gli sciocchi utili idioti sono quanti li hanno votati, soprattutto quelli che non avevano interessi precisi e magari inconfessabili per farlo.

Il calcio fuori dal mondo

Italia-Israele sarà inevitabilmente una partita che si giocherà in un clima surreale. La conferma arriva dalle immagini di cecchini posizionati sulla copertura del Bluenergy Stadium, l’impianto di casa dell’Udinese. La guerra a Gaza e l’ultimo bombardamento israeliano (4 morti e 50 feriti nel campo sfollati ad Al Aqsa) hanno portato i servizi di sicurezza a intensificare le proprie misure di sorveglianza. E proprio in virtù del contesto in cui si giocherà la partita in tanti avevano chiesto l’annullamento della gara proprio per la paura che potesse accadere qualcosa vista la presenza della nazionale israeliana in Italia.

Già nelle 48 ore precedenti alla sfida intorno allo stadio dell’Udinese erano state posizionate transenne e chiusi accessi alle strade che conducono all’impianto di casa della squadra friulana. Sono stati infatti predisposti due sbarramenti di prefiltraggio per avvicinarsi allo stadio. La zona è stata chiaramente bonificata e controllata in ogni angolo come se fosse stata davvero attivato un sistema anti-terrorismo. La guerra di Gaza e il conflitto contro la Palestina allargato in Medio Oriente di fatto giustificano misure di sicurezza straordinarie in questo momento.

Nelle immagini diventate già virale sui social si vedono due uomini in mimetica che osservano dalla parte più alta dello stadio, ovvero il tetto della tribuna che caratterizza l’impianto di Udine, tutto ciò che accade. Un’immagine forte che racconta al meglio il clima assolutamente di tensione che si sta vivendo in queste ore attorno a questa sfida. Non è la prima volta che accade dato che anche in occasione delle partite in casa di Israele a Budapest, in campo neutro, erano presenti i cecchini sul tetto della Boszik Arena pronti a sorvegliare tutta la zona.

La città è stata letteralmente blindata in questi giorni con misure preventive attuate in caso di possibili attacchi. Forze dell’ordine e steward da fuori regione sono stati chiamati per gestire l’afflusso di persone e nel frattempo, si è svolta una manifestazione pro Palestina per le strade della città in questo pomeriggio aumentando ulteriormente l’allerta. Di fatto Italia-Israele si giocherà in un clima assolutamente inusuale che pare non avere davvero nulla a che fare con i sani valori dello sport, del divertimento e del puro agonismo. (da Fanpage.it)

Non sarebbe il caso che lo sport si fermasse di fronte a certi accadimenti come le guerre? Sicuramente se lo saranno chiesto in parecchi, me compreso. Nel nostro caso, dal calcio potrebbe arrivare un forte messaggio di pace e fratellanza?

Dal momento che lo sport non è un fenomeno asettico rispetto al contesto socio-politico in cui opera, dovrebbe sicuramente scegliere cosa fare di fronte alle guerre che imperversano al fine di porsi in netta controtendenza. Sarebbe bellissimo, ma richiederebbe che il mondo del calcio avesse in se stesso alcuni valori da proporre in alternativa alla violenza, mentre invece purtroppo ne contiene tutti gli ingredienti in perfetta conformità: esasperati profitti, malaffare, scorrettezze di ogni genere, etc. etc.

Come si può fare a dare un segno di pace dagli stadi dove imperversa la violenza in campo e sugli spalti, da un sistema pieno di illegalità e di compromissioni col peggior affarismo, da una realtà improntata all’egoismo e al successo ottenuto ad ogni costo?

Prima di protestare occorre sempre dare il buon esempio, altrimenti tutto diventa una parodia. Sarebbe stato bellissimo che la partita Italia-Israele non si fosse giocata in segno di contestazione e lutto. Ma lo spettacolo deve continuare, meglio far finta di essere patriottici, meglio cantare gli inni nazionali, meglio fare un po’ di retorica, meglio giocare a costo di blindare città e stadi dalla paura che possa succedere qualcosa di brutto.

È pur vero che lo sport non deve essere strumento di conflittualità politica, ma nemmeno esserne stanza di compensazione e di decantazione, una sorta di parentesi buonista e pacifica in mezzo a morti, lutti, e rovine. Ho avuto la tentazione di rifiutarmi di seguire in televisione la partita fra Italia e Israele, di fare uno sciopero calcistico di protesta contro la guerra in cui lo Stato di Israele sta letteralmente impazzendo e per cui lo Stato italiano non riesce a intraprendere nessuna significativa e concreta azione pacificatrice o almeno contenitrice.

Invece anch’io, da vigliacchetto qualsiasi, ho ceduto alla tentazione e mi sono guardato la partita, tanto il mondo va a rovescio e non potevo di certo raddrizzarlo. Però…

 

Il potere teme i buchi delle sue serrature

La premier Giorgia Meloni, sua sorella Arianna, l’ex compagno Andrea Giambruno. E ancora: i ministri Daniela Santanché e Guido Crosetto. E il procuratore antimafia Giovanni Melillo. Sono solo alcuni dei personaggi spiati attraverso il proprio conto corrente da un ex dipendente di Intesa San Paolo. Che è stato licenziato. E ora rischia un’indagine per aver violato dati sensibili. Il giornale Domani spiega che l’8 agosto scorso è arrivato l’esito del procedimento disciplinare nei suoi confronti. Ora c’è anche l’indagine della procura di Bari. Che potrebbe avere esiti esplosivi, mentre la premier ha commentato con una battuta su Twitter: «Dacci oggi il nostro dossieraggio quotidiano».

Tra gli spiati non ci sono solo personaggi politici, ma anche sportivi. La mole di accessi era enorme. E non avvenivano in seguito a segnalazioni dell’antiriciclaggio. Gli accessi abusivi ai conti correnti sarebbero stati quasi settemila. Tutti realizzati tra il 21 febbraio del 2022 e il 24 aprile del 2024. E avrebbero riguardato gli oltre tremilacinquecento clienti di 679 filiali di Intesa Sanpaolo, sparse in tutta Italia. Tra gli spiati anche il presidente del Senato Ignazio La Russa. E il candidato alla presidenza della Commissione Europea Raffaele Fitto. Oltre ai governatori Luca Zaia e Michele Emiliano, al procuratore di Trani Riccardo Nitti e a ufficiali dei carabinieri e della Guardia di Finanza. L’indagine è partita grazie alla sicurezza della banca, che si accorta di alcune anomalie. Una denuncia è arrivata da un correntista di Bitonto. A cui sarebbe stato riferito degli accessi informatici. (Open)

“Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore, va laggiù, va laggiù da quel vecchietto che si chiama diavoletto”. Si tratta di un adagio molto adottato nella prassi ludica infantile. Sulla stessa linea d’onda si collocava il grande Aldo Moro il quale sosteneva (riporto sinteticamente ed a senso le sue parole riferitemi da fonte attendibilissima): «Da che mondo è mondo le spie sono le peggiori persone esistenti nella società». Completo il quadro riportando una stupenda battuta di Guglielmo Zucconi, giornalista, scrittore e parlamentare: «In Italia vorremmo i servizi segreti pubblici». Infatti c’è nella società l’ansia di conoscere i retroscena: datemi un retroscena e vi solleverò un casino pazzesco. Aggiungo che personalmente non ho mai sopportato i libri ed i film di spionaggio: troppo lontani dalla mia mentalità e impossibili da capire nelle loro trame paradossalmente inestricabili. Ce ne sarebbe a sufficienza per stare alla larga dai recenti e clamorosi Datagate da cui emerge la triste realtà di un mondo controllato e indirizzato dalle spie, magari capaci di sottrarre la politica al controllo degli organi giudiziari ed istituzionali. Invece provo a sciorinare di seguito alcune brevi e lapidarie considerazioni, lasciando stare però il discorso politico dei servizi segreti che ci porterebbe molto lontano.

Ogni medaglia ha il suo rovescio. È così anche per il sistema “gruviera” dei dati personali memorizzati. Da una parte la sensazione, al di là degli episodi clamorosi emergenti, che in Italia si possa sapere tutto di tutti. In una simile situazione gli abusi sono naturalmente all’ordine del giorno e non è cosa ammissibile vivere in una sorta di deriva spionistica in cui la difesa della privacy si riduce ad una inutile e burocratica montagna di carte. Dopo di che un bel mattino si alza un bancario qualsiasi e comincia a raccogliere informazioni su Tizio e Caio, preferibilmente su personaggi in vista per diversi motivi, dalla politica allo spettacolo e allo sport, e magari ci se ne accorge dopo alcuni anni.

Si grida allo scandalo e alla persecuzione politica (Alessandro De Angelis su “La Stampa” la definisce paranoia da complotto a palazzo Chigi), si fa un po’ di vittimismo che non fa mai male, si mettono le mani avanti per eventuali porcherie che dovessero emergere, come se non bastassero quelle già abbondantemente emerse.

Confesso di avere crisi di amaro pianto di fronte a questi fatti: un mix di inconfessabile godimento per chi di notorietà ferisce e rischia di morire di notorietà e di sacrosanta vergogna per una società guardona, che si accontenta di sbirciare dal buco della serratura le malefatte private e pubbliche dei personaggi in vista.

Fin qui la prima psico-sociologica faccia della medaglia spionistica. Come detto, c’è però il rovescio, che definirei etico. Come mai si ha tanta paura di queste spiate? Evidentemente c’è qualcosa da nascondere. Manca la trasparenza e allora si temono le indiscrezioni. Forse tutti nella nostra vita abbiamo qualcosa da nascondere, non per questo dobbiamo preoccuparci più di tanto. Male non fare, paura non avere, dice un vecchio intramontabile proverbio. A giudicare dalla paura che suscitano queste indebite intromissioni si direbbe che ci sia molto male da nascondere. Se devo essere sincero, mi inquieta più questa indiretta deduzione che non la paradossale realtà dei buchi nel sistema informativo globale.