Mattarella ci ricarica le pile civiche e costituzionali

Durante la mia adolescenza ho avuto l’opportunità di imparare a pensare e a vivere sulla scorta di preziosi consigli civici da parte dei miei insegnanti. Oggi mi viene spontaneo ricordarne uno: il professor Flavio D’Angelo, che non amava la retorica e il patriottismo di maniera. Si chiedeva sarcasticamente: “Perché la gloriosa Marina? Non sono forse gloriosi anche gli insegnanti che fanno il loro dovere? E che dire degli operai che lavorano alla catena di montaggio? E di tutti coloro che fanno silenziosamente il proprio dovere?”.

Ebbene penso sarebbe più che soddisfatto delle parole contenute nel messaggio di fine anno del Presidente Mattarella, che riporto testualmente nel passaggio riguardante il delicato discorso del patriottismo.

“Nella quotidiana esperienza di tanti nostri concittadini si manifesta un sentimento vivo, sempre attuale, dell’idea di Patria.

Mi ha colpito, di recente, l’entusiasmo degli allievi della nostra Marina militare, su nave Trieste, all’avvio del loro servizio per l’Italia e per i suoi valori costituzionali. Come stanno facendo in questo momento tanti nostri militari in diversi teatri operativi. Ad essi rinnovo la riconoscenza della Repubblica.

Patriottismo è quello dei medici dei pronto soccorso, che svolgono il loro servizio in condizioni difficili e talvolta rischiose. Quello dei nostri insegnanti che si dedicano con passione alla formazione dei giovani. Di chi fa impresa con responsabilità sociale e attenzione alla sicurezza. Di chi lavora con professionalità e coscienza. Di chi studia e si prepara alle responsabilità che avrà presto. Di chi si impegna nel volontariato. Degli anziani che assicurano sostegno alle loro famiglie.

È patriottismo quello di chi, con origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità”.

Di fronte a Sergio Mattarella ho avuto l’impressione di tornare umilmente sui banchi di scuola ad imparare l’educazione civica. Sì, perché il suo discorso è proprio una lezione a trecentosessanta gradi. Davanti alle vere lezioni, prima di dissertare, si ascolta attentamente, si approfondisce e si impara. Ecco perché ho evitato accuratamente di seguire le reazioni dei politici. Ho ascoltato e riascoltato, letto e riletto il testo integrale dell’intervento magistrale del Capo dello Stato. Cercherò di farne tesoro. Lo ringrazio.

Consiglio a tutti di fare altrettanto, uscendo dagli schemi e tornando a ciò che viene prima della politica e ne dovrebbe costituire la base, vale a dire il senso civico rafforzato e alimentato dai valori contenuti nella nostra Costituzione. Quando Mattarella parla, in filigrana se non apertamente, si vede la Costituzione: prendere o lasciare…io la prendo e me la tengo ben stretta.

 

Il primadonnismo anti-parlamentare

Si potrebbe fare del 20 dicembre scorso, un venerdì, la data simbolo dell’irrilevanza del parlamento. In quello stesso giorno, infatti, ci sono state due votazioni emblematiche. L’aula della camera dei deputati ha votato prima la fiducia – l’ennesima – posta dal governo sulla manovra, nonché a sera il disegno di legge di bilancio nel suo complesso. Un provvedimento che ha visto prima marginalizzata la Commissione bilancio (le trattative sono avvenute tutte in sede ministeriale e politica, cioè extraparlamentare) e poi ammutolita l’aula, chiamata solo a sancire a scatola chiusa il provvedimento, senza nemmeno poterla discuterla. Non si dica modificarla, no, neanche esaminarne i contenuti.

A mezzogiorno, tuttavia, la camera ha votato e approvato anche un altro atto apparentemente distante: le dimissioni da deputato di Enrico Letta. L’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio ha preferito lasciare il parlamento per dedicarsi all’insegnamento. Questa volta in Spagna. Un addio che fa seguito a quello di molti altri deputati e senatori. Una fuga che per altro era iniziata già nella precedente legislatura.

Il primo a lasciare, in questa legislatura è stato Carlo Cottarelli, dimessosi dopo soli nove mesi di legislatura il 9 maggio 2023. Il senatore del Pd, anticipando in questo Letta, disse esplicitamente di avere la sensazione di essere ininfluente nelle decisioni politiche e anche nel dibattito pubblico dal suo scranno al senato, e di preferire la cattedra alla Cattolica. Ed in effetti da lì è più ascoltato. (dal quotidiano “Il manifesto” – Kaspar Hauser)

È innegabile che sia in atto una sorta di strisciante depauperamento e rimescolamento istituzionale, al punto da chiedersi se la nostra Repubblica sia ancora di tipo parlamentare. Le motivazioni sono diverse: il partitismo che allunga le proprie mani sulle istituzioni, non solo sul parlamento ma soprattutto sul parlamento; il governismo da tempo in atto, che vorrebbe addirittura sboccare in presidenzialismo o premierato forte; l’insofferenza dei parlamentari che, dopo aver sperimentato la durezza e il rischio di insignificanza e di irrilevanza mediatica del loro lavoro, fuggono in preda ad un incontenibile “primadonnismo” alla ricerca di spazi politici alternativi più incisivi e più spettacolari.

Alla base di tutto ciò c’è una mancanza di rispetto per le istituzioni e un protagonismo spinto della politica a livello leaderistico. I parlamentari, per dirla con un’espressione eufemisticamente poco elegante, non sanno dove tenere il culo: si fanno eleggere a Montecitorio o Palazzo Madama, poi scappano verso altri lidi, accampando ragioni poco plausibili e riconducibili più alla smania presenzialista che all’intenzione di incidere realmente nella vita del Paese.

Non ricordo chi fosse, ma un grande personaggio sosteneva che la democrazia si esercita non tanto con le elezioni, ma dopo le elezioni. Questa eloquente affermazione dovrebbe essere messa sotto il naso dei politici, che in questa confusa stagione non sanno dire e fare altro che sputare nel piatto parlamentare dove mangiano. Speriamo di non dovere convertire il nostro sistema in “pirlamentarismo”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora.

Se invece di sparlare di riforme costituzionali, di piangere sul latte versato durante i riti parlamentari, di scalpitare sugli scranni di deputati e senatori, di saltabeccare da uno studio televisivo all’altro, di rilasciare dichiarazioni stucchevoli e scontate, i nostri rappresentanti lavorassero sodo per varare buone leggi, scritte con professionalità e competenza, mirate ad affrontare le problematiche concrete, forse avremmo qualcosa di meglio rispetto ad un parlamento di chiacchieroni e di assenteisti che forniscono un perfetto assist all’astensionismo. Non mi preoccupa lo scontro anche duro sulle soluzioni dei problemi, ma mi scandalizza la polemica sul nulla; non mi disturba il richiamo alle ideologie, ma mi preoccupa la mancanza di idee; non mi da fastidio la contrapposizione valoriale, ma mi sconcerta l’assenza dei valori.

Ammetto che esista, anche nei miei auspici, un sottofondo di pericoloso qualunquismo, ma credo sia molto più grave il qualunquismo dei parlamentari che non fanno il loro dovere, rifugiandosi dietro polemiche sterili. Volete una dimostrazione? Le loro manierate pubbliche dichiarazioni partono sempre da un attacco frontale all’avversario e finiscono lì, senza alcun contributo (pro)positivo. Un difetto che purtroppo accomuna un po’ tutti i parlamentari a prescindere dalla loro collocazione politica.

Quando ho l’occasione di seguire qualche scorcio di seduta parlamentare, mi accorgo che il livello culturale e professionale di deputati e senatori non è poi così scandalosamente insufficiente. Allora mi chiedo: provate a lavorare alacremente e seriamente e chissà che non si riesca a cavare un po’ di sangue dalle rape. Restate al vostro posto, laddove, bene o male, vi hanno messo gli elettori, siate più obiettivi e soprattutto più attivi.

Sarebbe necessaria infine una costituzionale larga conventio ad excludendum nei confronti dei media, che non informano ma confondono le idee ai cittadini, promuovono i polemisti, santificano i furbi e penalizzano gli intelligenti. Invece purtroppo c’è la corsa ad occupare spazi mediatici a prescindere dagli scopi e dai contenuti: il gusto politico di apparire anziché di essere.

 

 

 

 

Gli auguri col trucco

Con il videomessaggio di auguri per le festività il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto giocare d’anticipo, con un tempismo perfetto anche se penoso, rispetto alle omelie natalizie papali e al discorso di fine anno del presidente della Repubblica.

Lo voglio riportare integralmente e commentare acidamente, contravvenendo all’imperativo natalizio che mi ero dato, vale a dire di essere buono con tutti.  Vorrà dire che poi, a maggior ragione, varcherò una qualche porta santa.

È la vigilia di Natale e voglio fare a tutti voi i miei auguri. E c’è chi anche in queste ore non riuscirà a stare a casa con i propri cari, che continuerà invece a essere al servizio di tutti. Penso alle nostre Forze armate, penso alle nostre Forze dell’ordine, penso ai medici, a tutti gli operatori sanitari e a quei lavoratori che sia nel pubblico che nel privato, anche in questo periodo di festa, garantiscono grazie al loro lavoro servizi essenziali ai cittadini. Grazie davvero per tutto quello che fate e che farete anche in questi giorni di Natale. 

Sta rubando il mestiere al Capo dello Stato. Sarebbe meglio che si ricordasse sempre di essere il primus inter pares dei ministri a servizio di tutti gli italiani e non solo della risicata minoranza di chi l’ha votata, invece di sparare invettive contro tutto e tutti.

E poi voglio ringraziare anche quanti, e sono tantissimi, che in questi giorni di festa doneranno una parte di loro stessi per essere al fianco di chi ha più bisogno, di chi è malato, di chi è solo, di chi sta vivendo un momento di grave difficoltà. Voi siete uno dei volti più belli di questa Nazione e io voglio ringraziarvi di cuore a nome dell’Italia per quello che fate, perché, come scriveva Flaubert: “il cuore è una ricchezza che non si vende e non si compra, ma si regala”. 

Siamo alle beatitudini meloniane…il papa avrà di che preoccuparsi…gli sta rubando il mestiere, anche se dovrà spiegare come concilia la sua politica col dettato evangelico, il suo rigore anti-migratorio con l’essere a fianco dei bisognosi, la sua faziosa indulgenza con quella plenaria del Giubileo, la grandezza di cuore con il considerare nemico chi osa criticarla.

Allora auguri a tutti, che questo tempo possa essere un’occasione di serenità, di speranza, di gioia, per guardare al futuro con ancora maggiore fiducia e ottimismo.

Allora come spiega l’inerzia governativa sui temi della guerra e della giustizia sociale? Non indossi i panni di operatrice di pace! Le stanno stretti… Semmai prima faccia un po’ di astinenza dalle carni muskiane, trumpiane e orbaniane. E, se volesse, anche un definitivo digiuno rispetto a certe tristi eredità del passato.

Ricarichiamo le batterie perché ci attende un 2025 altrettanto impegnativo, per continuare insieme a costruire un’Italia forte, ambiziosa, capace di guardare lontano e di puntare sempre più in alto. Auguri di cuore, buon Natale a tutti!

E qui “in cauda desiderium”. Non abbiamo bisogno di un’Italia forte e ambiziosa, ma di un’Italia giusta e aperta. Non abbiamo bisogno di guardare lontano per non combinare niente sui problemi attuali. Non abbiamo bisogno di puntare in alto per trascurare chi vive in basso. Buon Natale anche a lei, signora più potente che ci sia.

La benedizione natalizia del papa è definita “Urbi et Orbi”. Quella meloniana paradossalmente, non tanto…, la potremmo definire “bòti da orob” (come diceva, con un latinismo pramzàn, un mio dissacrante zio).

Il vangelo secondo Nordio

Le parole di Papa Francesco dopo l’apertura della Porta Santa a Rebibbia e l’idea lanciata ieri dal vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, sulla possibilità di “un indulto parziale” «per affrontare l’emergenza nazionale di un sovraffollamento carcerario di oltre 11mila presenze rispetto alla capienza prevista», hanno aperto un dibattito politico. Dalle opposizioni sono tante le voci che vorrebbero “un impegno per la tutela della dignità umana”. Ma dalla maggioranza non si registra alcuna apertura, posizione ribadita chiaramente dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un’intervista a Libero. «Amnistia e indulto» non sono la strada per risolvere i problemi delle carceri, a partire dal sovraffollamento ormai strutturale. Questi atti di clemenza, ha spiegato Nordio, «sono plausibili come segno di forza e di magnanimità, ma se vengono interpretati come provvedimenti emergenziali svuota-carcere sono manifestazioni di debolezza», che mandano un segnale di «impunità» e di invito «alla commissione di nuovi reati». Piuttosto, aggiunge il ministro, bisogna lavorare «all’umanizzazione della pena», prevedendo attività culturali, lavorative o sportive dentro il carcere o modalità diverse dai penitenziari per scontare il proprio debito con la giustizia. «Penso alle comunità o ad altre forme di detenzione domiciliare per tossicodipendenti o autori di reati di minore allarme sociale. Ci stiamo lavorando, ma non sono cose che si improvvisano».

Il ministro ha chiarito anche la posizione della maggioranza: «No, siamo tutti d’accordo che un indulto incondizionato sarebbe inutile e nocivo. Del resto è la stessa dottrina cattolica a insegnarci che il perdono non è gratuito, presuppone la confessione, la penitenza e il fermo proposito della redenzione. In termini laici, questi concetti si esprimono, come ho detto, con una umanizzazione della pena e la detenzione differenziata». (dal quotidiano “Il dubbio”).

Avevo previsto che le ricadute politiche del Giubileo sarebbero state stucchevoli, fuorvianti e strumentali. L’intervista del ministro Nordio ne è la riprova: una miscela delle solite buone intenzioni e del solito benaltrismo a cui si è aggiunto un ardito parallelismo fra dottrina cattolica e legislazione laica. Nel frattempo i suicidi in carcere continuano ad imperversare.

La politica si divide fra buonisti e rigoristi e tutto rimane bloccato. Il ministro della giustizia Carlo Nordio continua a deludere: è proprio vero che a livello governativo non basta mettere un tecnico (nel caso specifico un giudice) per risolvere i problemi. Nordio è condizionato dalla linea politica del governo di cui fa parte, da ex magistrato tende ad invadere il campo della magistratura, fa una confusione tremenda e non conclude un tubo.

Adesso si è messo anche a interpretare la dottrina cattolica sostenendo che il perdono non è gratuito mentre papa Francesco continua a ribadire inequivocabilmente che Dio perdona sempre tutto e tutti; equivocando fra penitenza e riparazione; scambiando la redenzione con la conversione. Suvvia, la fede cattolica non è il suo forte! Scherzi coi fanti e lasci stare i santi, anche se sulle carceri italiane non c’è da scherzare.

Il dibattito politico si è aperto convenzionalmente ma non convintamente, partendo dalle conclusioni e sparando chiacchiere alla viva il papa. Penso che i carcerati faranno bene a rivolgersi fiduciosamente ai sacerdoti impegnati in queste strutture e a impostare con loro un percorso umano e religioso di recupero. Se aspettano infatti la politica fanno in tempo a marcire nelle loro celle per poi uscirne dentro una bara o con la prospettiva di tornare a delinquere, ammesso e non concesso, come ha detto il Papa, che in carcere ci siano persone quantitativamente e qualitativamente più colpevoli dei cittadini benpensanti e perbenisti con tanto di “pataglia” sporca.

 

 

La democrazia spaventata e la diplomazia spatentata

«Fin dal primo giorno, da quando è arrivata la notizia dell’inaccettabile arresto di Cecilia Sala da parte delle autorità Iraniane, tutto il Governo, in primis il presidente Giorgia Meloni ed il ministro Tajani, si è mosso per farla liberare». Lo ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto su X. «Ogni persona che poteva e può essere utile per ottenere questo obiettivo si è messa al lavoro» ha aggiunto. «Le trattative con l’Iran non si risolvono, purtroppo, con il coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale e con la forza dello sdegno popolare ma solo con un’azione politica e diplomatica di alto livello. L’Italia lavora incessantemente per liberarla, seguendo ogni strada». (da ilsole24ore)

La dichiarazione del ministro della difesa assomiglia molto ad un invito a non disturbare il manovratore. Senonché bisognerebbe sapere se il manovratore è capace di guidare, dove vuole portare i viaggiatori e quale prezzo intende far pagare agli utenti del servizio e a tutta la cittadinanza.

Ho sempre avuto molta diffidenza verso la diplomazia: generalmente serve a coprire il nulla. Figuriamoci con gli attuali chiari di luna, in una situazione internazionale aggrovigliata come non mai, in un disordine totale e globale. E poi, se devo essere sincero, non mi fido di chi dovrebbe tenere i fili diplomatici, vale a dire dell’attuale governo italiano: queste eventuali operazioni non sono roba da dilettanti allo sbaraglio come il trio Meloni-Crosetto-Tajani, ma operazioni di alta acrobazia purtroppo senza rete protettiva.

Se poi, come sembra, l’arresto di Cecilia Sala rientrasse in uno scambio di prigionieri in cui sarebbero coinvolti gli Usa che avrebbero chiesto all’Italia di arrestare un “bombarolo” iraniano, la questione si complicherebbe non poco e verrebbe in primo piano la sudditanza governativa dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti a cui l’incolumità di Cecilia Strada non potrebbe fregar di meno.

Tutti zitti ad aspettare che i diplomatici facciano la frittata o comunque una ciambella senza buco? Una giornalista coraggiosa, impegnata sul fronte della difesa dei diritti umani non può essere semplicemente oggetto di scambio al peggior offerente. Forse meriterebbe qualcosa di più… Sensibilizziamoci almeno sull’importanza della libertà di stampa in democrazia, che in Italia viene da una parte abusata e dall’altra parte mal tollerata e attaccata. Convinciamoci che la pace non può essere perseguita nell’equivoco e magari calpestando i diritti delle persone più deboli fra cui le donne. Impegniamoci a testimoniare che la democrazia non è morta, ma forse la stiamo uccidendo anche con la realpolitik. Siamo proprio sicuri che stare zitti sia il modo migliore per aiutare Cecilia Sala?

Non ho risposte, ho solo tanti dubbi in mezzo alla certezza che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora, ed è bene che diventi sempre più un patrimonio da difendere con le unghie e coi denti da parte dei cittadini europei uniti e da rinverdire continuamente da parte dei governanti convinti europeisti.

A tal proposito l’Unione Europea, se fosse unita, forte ed incisiva, potrebbe dire all’Iran che l’arresto di Cecilia Sala è un affronto alle democrazie, una provocazione che a livello dei rapporti internazionali potrebbe significare isolamento e comportare il pagamento di costi molto alti per le istituzioni di stampo islamico che guidano questo Paese. Dopo di che potrebbero entrare in gioco le diplomazie, non al buio, ma alla luce di queste forse ingenue ma irrinunciabili premesse.

 

 

 

La geopolitica secondo Paperon de’ Paperoni

Usa. I miliardari dentro la Casa Bianca: ecco chi sono e cosa (non) faranno. Tra le persone scelte da Trump per il suo gabinetto ce ne sono quattordici che hanno patrimoni superiori al miliardo di dollari. Può il governo più ricco di sempre contrastare le disuguaglianze?

A gennaio prenderà il timone a Washington il governo più ricco nella storia americana. Saranno dunque i miliardari, e non l’americano medio che Donald Trump ha promesso di difendere, i veri vincitori della seconda presidenza del repubblicano? Se lo chiedono molti cittadini Usa, compresa un’associazione come “Patriotic Millionaires” che riunisce americani con almeno 5 milioni di capitale e chiede che i più benestanti paghino più tasse. Di certo la straordinaria presenza di ultraricchi nell’Amministrazione entrante solleva dubbi sul ruolo del denaro — e parliamo di enormi quantità di denaro — nelle decisioni politiche che saranno prese nei prossimi quattro anni negli Stati Uniti.

Le nomine fatte da Trump nelle ultime settimane creano già la sensazione di un forte allineamento fra soldi e potere. I 14 miliardari che sono stati prescelti per ricoprire posizioni di peso nel gabinetto conservatore hanno infatti tutti contribuito con somme a sette cifre alla campagna del tycoon, e sono stati ricompensati con incarichi di peso.

Anche il modo in cui Trump sta finanziando la fase di transizione e l’organizzazione delle cerimonie legate al suo insediamento a gennaio ha rafforzato l’impressione di un’economia di scambio particolarmente esplicita fra capitale e influenza politica che si sta instaurando nella capitale americana. Rompendo una tradizione storica, infatti, Trump ha rifiutato di mettere limiti alle donazioni della transizione e di rivelare i nomi dei donatori in cambio di 7,2 milioni di dollari in sovvenzioni federali, come hanno fatto tutti i presidenti da quando la regola è stata istituita. In sostanza, Trump può raccogliere fondi illimitati. Anche qui, le ricompense non sono tardate. Sebbene ufficialmente i biglietti per gli eventi legati all’inaugurazione del 20 gennaio siano gratuiti, questi sono molto difficili da ottenere. Ma chi ha donato 1 milione di dollari o raccolto 2 milioni di dollari per il comitato inaugurale si è visto promettere sei posti, incluso un ricevimento con i rappresentanti del gabinetto di Trump, cene con il presidente, il vicepresidente e le loro mogli.

A celebrazioni concluse e conferme ultimate, il patrimonio netto totale del gabinetto di Trump ammonterà a 382,2 miliardi di dollari, oltre tremila volte quello dell’attuale amministrazione Biden, e più del Pil di 172 Paesi. Per avere un’idea di quali saranno gli effetti di queste nomine sulla fetta più ricca della popolazione americana basta leggere la piattaforma di Trump. Il presidente designato non ha nascosto la sua intenzione di fare molto per i ricchi in termini fiscali, con proposte che porteranno a un aumento delle tasse per tutti i gruppi di reddito al di fuori del 5% dei più abbienti. Imprenditori e banchieri americani hanno inoltre già espresso entusiasmo per la promessa di deregolamentazione di Trump, soprattutto nel settore tecnologico. (dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari, New York giovedì 19 dicembre 2024)

In Cina hanno sposato il capitalismo economico col comunismo politico, negli Usa stanno combinando il capitalismo economico con la democrazia dell’inequità, in Russia il sistema politico ed economico è di stampo squisitamente mafioso, Israele galleggia alla grande e riesce a fare i suoi porci comodi. Non ci si capisce più niente, è tutto paradossale. E pensare che da queste superpotenze e dalle loro eventuali intese dipendono i destini del mondo. Mia madre direbbe: «I povrètt i volon fär i siòr e i siòr i volon fär i povrètt: podral andär bén al mónd?». E mio padre dal canto suo definirebbe il nuovo assetto governativo statunitense con un implacabile “Trump, l’amigh di milionäri”.

Da italiani possiamo andar fieri nel senso che sta venendo progressivamente a galla la profezia berlusconiana della politica come arte dei propri affari spacciata come conseguente capacità di fare gli affari del popolo bue.

È detto tutto! Non serve scomodare le scienze politiche ed economiche siamo alla canna del gas della democrazia. Come se ne esce? Senz’altro con le ossa rotte. L’unico possibile baluardo a questa storica e catastrofica deriva potrebbe e dovrebbe essere l’Europa se smettesse di essere un coacervo di interessi nazionali e diventasse un soggetto politico vero e proprio sulla scena mondiale.

Invece si intravede già la corsa europea a baciare le pantofole trumpiane e a incassare qualche assist dai miliardari americani al potere. Stringi-stringi l’unica speranza (?) è che i paperoni statunitensi si mettano a litigare fra di loro, che i cinesi vadano in confusione con le loro smanie neo-coloniali, che i russi restino schiacciati come comparse in mezzo alla commedia imperialista. Sperànsa di mälvestì ca fâga un bón invèron.

La guerra è crudeltà, per amor di Dio non aggiungiamocene

A Gaza non si combatte una «guerra» ma si compiono «crudeltà». Papa Francesco punta ancora una volta l’indice contro il governo e le forze armate israeliane – pur senza nominarle espressamente – per il massacro che stanno compiendo nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.

L’occasione è stata fornita, ieri mattina, dal tradizionale discorso in Vaticano per gli auguri di Natale alla Curia romana, quest’anno dedicato al «dire bene» piuttosto che criticare e mettere in cattiva luce gli altri. Ma prima ancora di cominciare, Bergoglio ha chiuso i fogli con il testo ufficiale e ha parlato a braccio. Prima per rendere noto che venerdì al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, è stato impedito di «entrare a Gaza, come avevano promesso» (le autorità israeliane in serata hanno comunicato l’autorizzazione a entrare nella Striscia).

Il papa ha poi denunciato l’ennesima strage compiuta dall’esercito di Tel Aviv: «Ieri (venerdì, ndr) sono stati bombardati dei bambini. Questo è crudeltà. Questo non è guerra», ha detto il pontefice. Che infine, nel discorso ai cardinali e ai prelati della Curia, citando Doroteo di Gaza (un monaco cristiano del VI secolo), ha ribadito: «Sì, proprio di Gaza, quel luogo che adesso è sinonimo di morte e distruzione, ma che è una città antichissima».

Il giorno precedente, durante una lunga intervista all’emittente argentina cattolica Canal Orbe 21, il papa aveva in un certo senso anticipato il tema di una guerra tesa all’annientamento indiscriminato delle persone che vivono a Gaza: «Quando ti trovi di fronte a una mamma con i suoi due bambini che passa per la strada perché è andata a prendere qualcosa a casa e torna alla parrocchia dove sta vivendo e la mitragliano senza motivo, quella non è una guerra, con le regole normali di una guerra. È tremendo». (Il manifesto – Luca Kocci)

Ho la netta convinzione che papa Francesco sia l’unico personaggio pubblico ad avere il coraggio di dire la verità che sta sotto gli occhi di tutti. Meno male che c’è papa Francesco a rompere quel muro di omertà su cui conta il governo israeliano.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano replica: “Le osservazioni del Papa sono particolarmente deludenti in quanto sono scollegate dal contesto reale e fattuale della lotta di Israele contro il terrorismo jihadista, una guerra su più fronti che gli è stata imposta a partire dal 7 ottobre”. “Basta con i due pesi e le due misure e con il prendere di mira lo stato ebraico e del suo popolo”. Parole durissime che mettono una ipoteca anche sui rapporti tra Israele e la Chiesa cattolica locale, che invece spera di poter continuare a condurre la sua azione pastorale tra i cristiani, sempre meno in Terra Santa, anche in Cisgiordania e nella stessa Gaza.

“La crudeltà – ha detto ancora il ministero degli Esteri – è quando i terroristi si nascondono dietro i bambini mentre cercano di uccidere i bambini israeliani; la crudeltà è quando i terroristi prendono in ostaggio 100 persone per 442 giorni, tra cui un neonato e dei bambini, e abusano di loro”. “Purtroppo il Papa ha scelto di ignorare tutto questo, così come il fatto che le azioni di Israele hanno preso di mira i terroristi che hanno usato i bambini come scudi umani”. (ANSA.it)

La difesa d’ufficio del governo israeliano non è affatto convincente. Non si può infatti continuare all’infinito a rispondere alla violenza con violenza ancora maggiore: la difesa israeliana appare spropositata, sconclusionata e crudele e non può essere considerata legittima. Sparare su dei bambini non è ammissibile mai e poi mai. La rappresaglia è una pratica schifosa, che tra l’altro gli ebrei hanno sofferto da parte dei nazifascisti, non è guerra, è crudeltà come ha detto papa Francesco. Il Vaticano conosce benissimo i termini della questione israelo-palestinese ed esprime una valutazione umanitaria incontestabile davanti alla quale bisognerebbe riflettere e non reagire scompostamente.

Inspiegabilmente l’Occidente non va oltre timidi inviti alla prudenza e alla ragionevolezza. Degli organismi internazionali Israele se ne frega altamente e da tempo. Probabilmente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca Israele si sente ancor più tranquillo nel suo pazzesco bellicismo. La voce del papa, a giudicare dalle stizzite risposte, infastidisce non poco. La verità fa male, ma bisogna pure che qualcuno abbia il coraggio di dirla.

Se devo essere sincero, mi trovo in perfetta sintonia con le opinioni papali. Mi toccano nel vivo della coscienza e non capisco come nessuno a livello politico reagisca positivamente, magari per timore del risorgente antisemitismo o ancor più per paura di andare contro lo strapotere economico, militare e tecnologico di Israele. Ci rendiamo conto che non si può tollerare oltre il massacro dell’intero popolo palestinese. Con i pochi che rimarranno in vita dopo la carneficina non si potrà certo pensare a stipulare accordi di pace: l’odio permarrà nel tempo e i superstiti non troveranno di meglio che buttarsi nelle braccia dei terroristi. Continuerà un conflitto che non si sa dove potrà andare a sfogarsi. È questo che vuole il governo di Israele!?

Il Natale del giorno dopo

Il Natale ha un’enorme portata laica nella sua essenzialità e semplicità. Tre elementi infatti emergono con evidenza e attualità provocatorie: l’alloggio al completo; l’annuncio ai pastori; la pace invocata dagli angeli.

A proposito di Giubileo, stiamo bene attenti a non aprire le porte per cancellare i nostri peccati, salvo chiuderle in faccia a chi non ha una casa, a chi non ha lavoro, a chi vive nell’assoluta precarietà: teniamo ben presente che in essi c’è il Natale, non certo quello sdolcinato e consumistico che ci attanaglia.

Le persone che hanno accolto il Natale sono stati i pastori, che venivano considerati gentaccia emarginata e disprezzata: anche oggi trionfano i nostri perbenismi ed i nostri schemi sociali. La generosità viene da gente da cui meno te l’aspetti e a cui spesso mettiamo i bastoni fra le ruote.

E poi, la pace. La dichiarano gli angeli, i potenti possono solo subirla: a significare che viene come un dono di Dio da accogliere con umiltà e impegno, da costruire quotidianamente e concretamente. Non è un invito alla diplomazia, ma a schierarsi dalla parte dei deboli e degli oppressi.

Ebbene questa provocatoria e indiscutibile essenzialità fa decisamente a pugni con l’enfasi liturgica che accompagna il Natale, accentuata quest’anno dalla “sbrodolata” giubilare, con la pompa magna della benedizione urbi et orbi con tanto di forze armate presenti, di inni nazionali, di papa acclamato come capo di Stato.

I contenuti dei messaggi papali contrastano con questo invadente e fuorviante contorno. Si continua a sostenere che il giubileo abbia un significato socio-politico in quanto prevede e comporta milioni di pellegrini-turisti e una capitale mobilitata al riguardo. Non sono d’accordo. Qualcuno vede addirittura nel Giubileo, che mobilita risorse e collauda strutture, un modo per superare le divergenze politiche, un miracolo di collaborazione tra le istituzioni. Giorgia Meloni ha inaugurato il sottopasso di Piazza Pia a Roma, alla presenza del sindaco, Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, l’amministratore delegato di Fs Stefano Donnarumma, l’arcivescovo Rino Fisichella e il cardinale Pietro Parolin. Per cortesia siamo seri e non facciamo del trionfalismo fuori luogo.

Dice papa Francesco: «Dio perdona sempre, Dio perdona tutto». E allora mi sono posto una domanda un tantino luterana: stiamo mettendo una sovrastruttura tradizionale sulla struttura portante evangelica col rischio di caricare religiosamente la base portante della fede? Forse sfondiamo una porta aperta, che però rimane stretta in senso evangelico. La porta stretta non è quella tramite la quale ci presenteremo a san Pietro, ma quella che dobbiamo attraversare per arrivarci. La porta stretta è la scelta di entrare ogni giorno nelle vie della giustizia, della misericordia, della fedeltà a Dio. In una parola si tratta della via della pace.

Al riguardo mi permetto di aggiungere di seguito il testo di una bella preghiera per la pace scritta dal cardinale Zuppi che ne consiglia la recita quotidiana.

“Signore, che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, che vieni sulla terra per portare luce nelle tenebre, dona al mondo la pace. Donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace. Donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Amen.”

Non dobbiamo quindi aspettare i risultati della diplomazia vaticana, utile ma non decisiva, non dobbiamo illuderci che il giubileo possa rappresentare una sorta di riscossa religiosa, non viviamo il Natale come la stalla di Betlemme trasformata nella reggia vaticana, non inneggiamo a Gesù Bambino bloccandolo rigorosamente nella sua umana ed emozionante piccolezza che ci affascina ma non ci coinvolge.

Lasciamoci provocare fino in fondo non per lucrare uno straccio di indulgenza più o meno plenaria, ma per sforzarci di vivere da cristiani autentici: un Natale sovversivo, che solo in questo senso diventa anche un Natale socio-politico.

 

Più povero di così…più indifferenti di cosà…

“Oggi in Italia – si legge nel Rapporto 2024 su Povertà ed esclusione sociale di Caritas italiana, pubblicato in vista della Giornata mondiale dei Poveri istituita da papa Francesco – vive in una condizione di povertà assoluta il 9,7% della popolazione, praticamente una persona su dieci. Complessivamente si contano 5 milioni 694mila poveri assoluti, per un totale di oltre 2 milioni 217mila famiglie (l’8,4% dei nuclei). Il dato, in leggero aumento rispetto al 2022 su base familiare e stabile sul piano individuale, risulta ancora il più alto della serie storica, non accennando a diminuire”. “Se si guarda infatti ai dati in un’ottica longitudinale – si legge ancora -, dal 2014 ad oggi la crescita è stata quasi ininterrotta, raggiungendo picchi eccezionali dopo la pandemia, passando dal 6,9% al 9,7% sul piano individuale e dal 6,2% all’8,4% sul piano familiare”.

Numeri che hanno dell’incredibile per un Paese civile e democratico come dovrebbe essere l’Italia, di fronte ai quali mi concedo una piccola trasgressione rispetto al solito taglio dei commenti ai fatti del giorno. Scelgo cioè di partire da un evento piuttosto “insignificante” per arrivare a trarne una morale politica e religiosa anche riguardo al tema della povertà da cui sono partito.

Sto per entrare nella chiesa dell’Oratorio dei Rossi in via Garibaldi e noto uno strano soggetto appoggiato al muro, a piedi nudi e sporchi, con lo sguardo fisso nel vuoto: un accattone sui generis che non chiede elemosina, un immigrato probabilmente clandestino rassegnato a vivere di taciti espedienti, forse una persona con seri problemi mentali.

Ho fatto qualche passo, poi sono tornato indietro per fare un tentativo di dialogo, ma ho capito che non sarebbe servito a niente. Allora ho pensato di entrare in chiesa e di verificare se qualcuno lo avesse conosciuto, ma soprattutto cosa si sarebbe potuto fare per aiutarlo in qualche modo. Non ho fatto in tempo: si è allontanato forse perché aveva capito di essere stato notato e aveva paura.

Avrei dovuto intervenire e provare a parlare con lui: sono stato incerto e lui non me ne ha comunque e giustamente dato il tempo. Ci ho riflettuto a lungo, prima, durante e dopo la messa a cui ho partecipato. Sono arrivato a due acide e demagogiche riflessioni.

La prima è di carattere politico. Nella nostra città il sindaco non è di sinistra? Se sì, dovrebbe occuparsi un po’ di queste persone e lasciare perdere le fanfaronate culturali in cui eccelle. Cosa avrebbe fatto davanti a un simile strano soggetto il sindaco Giorgio La Pira? Probabilmente lo avrebbe portato a casa sua per capire di cosa avesse bisogno e poi sarebbe magari intervenuto di tasca propria. Tanti anni fa a Firenze La Pira faceva così. Demagogia? Democrazia!

La seconda è di tipo religioso. Non sono forse un cristiano? Se sì, dovrei occuparmi di queste persone e lasciare perdere le forbite e vuote devozioni in cui mi esercito. Cosa avrebbe fatto in un caso simile san Francesco, che ricordiamo enfaticamente a livello liturgico? Lo avrebbe soccorso con la sua geniale semplicità e avrebbe ringraziato Dio per avercelo donato. Tanti anni fa ad Assisi e zone limitrofe san Francesco faceva così.  Sognante solidarietà? Vangelo!

Quando Michele Guerra si presenterà alle prossime lezioni, ci sarà qualcuno che gli chiederà cosa ha fatto per la povera gente?  E magari lo provocherà: “Ma tu non dovevi essere un amministratore di sinistra? Faresti meglio a cambiare mestiere o casacca…. Forse hai bisogno di essere adibito ai servizi sociali. Sì, perché l’indifferenza è un furto e quindi della tua rielezione ne riparleremo a pena scontata…”. Lui risponderà sventolando i risultati di un’indagine che lo considerava un ottimo sindaco. Gli ribatteranno che non si vota in base ai sondaggi, ma ai giudizi spassionati sulle scelte amministrative, quindi… meglio non ripresentare la candidatura.

Sicuramente quando, dopo la morte, mi accosterò al trono dell’Altissimo, il Padre Eterno mi chiederà conto. “Guarda, mi dirà, che in quel poveraccio c’ero io, e tu non hai avuto il coraggio di dirmi nemmeno una parola… Forse hai bisogno di un po’ di purgatorio. Meriteresti l’inferno, ma dal momento che sono misericordioso…”. Io proverò a scusarmi, affermando di avere recitato tante preghiere e di avere partecipato a tanti sacri riti. Ancora peggio e allora mi converrà stare zitto per non finire dritto-dritto all’inferno.

Non possiamo far finta di non vedere la povertà, pensare che non esista, che sia un’invenzione della politica di sinistra, che poi i poveri magari non li ha neanche in nota (vedi sopra), che sia un’opzione per poche anime belle e buone, che sia un fenomeno inevitabile da rimuovere mentalmente. La Caritas ce lo sbatte in faccia con i suoi report e quel poveraccio di cui sopra in carne ed ossa rientra negli scioccanti numeri in essi contenuti.

L’atlantismo ridotto a sciocchezzaio internazionale

La mia posizione è che l’Ucraina deve essere messa in una posizione di forza per poi decidere quando e come aprire i negoziati. Se ora iniziamo a parlare fra di noi che forma prenderà la pace, rendiamo la vita molto facile ai russi che potranno rilassarsi, fumare un sigaro e guardare il nostro dibattito in tv”. Lo ha detto il segretario della Nato, Mark Rutte, dopo l’incontro con il presidente lituano Nauseda. Rutte ha tuttavia precisato che nei regimi democratici “un certo grado di dibattito è inevitabile”. (Rai News.it)

Si tratta della perfida riformulazione della locuzione latina “si vis pacem, para bellum” («se vuoi la pace, prepara la guerra»). Si parte dall’idea che i rapporti fra le genti siano simili ad una partita a poker con la necessità di saper bluffare: vince chi tiene duro a costo di incendiare le sorti di mezzo mondo.

Questa è la posizione strategica della Nato, alleanza atlantica a cui noi aderiamo, molto spesso, acriticamente. Forse è opportuno fare una breve digressione storica (da Wikipedia), per capire il logorio bellico dell’atlantismo e la modernità pacifica del neoatlantismo.

L’atlantismo è la visione dello sforzo cooperativo tra l’Europa occidentale e le nazioni del Nord America (soprattutto gli Stati Uniti) in tema di economia, politica e difesa militare, con lo scopo dichiarato di mantenere sicure le nazioni partecipanti a questo sforzo cooperativo e proteggere i valori che li accomunano quali libertà individuale, democrazia, economia di mercato e stato di diritto.

La NATO è il luogo principale nel quale si discute e si prendono le decisioni su temi di interesse atlantico. In tale ambito vengono anche portati avanti progetti comuni. 

Il termine neoatlantismo indica una visione della politica internazionale che si diffuse in Italia nel secondo dopoguerra. Secondo questa visione, l’Italia doveva collaborare con gli Stati Uniti nella difesa dell’Occidente dalla minaccia comunista, ma doveva anche impegnarsi a dialogare coi paesi del Medio Oriente e del Terzo mondo, con l’obiettivo di conquistare al Paese una posizione strategica all’interno dello scacchiere mediterraneo. Fu uno strumento di tale politica il sostegno delle aspirazioni indipendentiste delle ex colonie francesi e britanniche. La migliore “arma” di questa nuova politica italiana fu il dialogo culturale, politico ed economico.

Un’applicazione del neoatlantismo fu la decisione di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, di siglare accordi petroliferi con l’Iran, che determinarono un notevole ribasso del prezzo della benzina. Fu tuttavia una politica non coronata dal successo. Tra le cause, la sopravvalutazione della posizione politica internazionale dell’Italia, la mancata accettazione dell’apertura a sinistra da parte del partito di governo, la Democrazia Cristiana, e la difficoltà di avere adeguate risorse finanziarie, che fruttarono più volte all’Italia le accuse di “dilettantismo” e di “inaffidabilità atlantica”.

Meglio il dilettantismo di chi batte difficili sentieri di pace che il professionismo di chi percorre collaudate strade di guerra. Meglio la tormentata inaffidabilità della scontata adesione degli yes-country.

In buona sostanza, la storia dovrebbe insegnarci a stare nell’alleanza occidentale con la schiena dritta, non supinamente attestati sulla visione che trova nella guerra il suo caposaldo e il suo assoluto marchingegno. Esattamente l’opposto di quanto da tempo sta facendo l’Italia, che col governo Meloni sta addirittura impostando la politica estera sul mero opportunismo di galleggiamento.

Al di là delle autentiche e contraddittorie sciocchezze propinateci da Mark Rutte resta il problema di elaborare una strategia di pace su cui innestare un serio e costante impegno diplomatico, che attualmente dovrebbe venire dalla Ue e, all’interno dell’Europa, anche e soprattutto dall’Italia, la quale nel tempo ha conquistato (grazie alle coraggiose intuizioni dei cattolici al potere) una considerazione internazionale, che va ben oltre il potere economico e militare del nostro Paese.

Forse l’ultimo personaggio politico italiano capace di incarnare, pur con tanti limiti e difetti, questo ruolo autonomo del nostro Paese sulla scena mondiale è stato Romano Prodi. Ecco spiegata “l’inspiegabile acredine” riservata a lui da Giorgia Meloni. Ricordate le fette di mortadella e i brindisi parlamentari esibiti in Parlamento dai berlusconiani alla caduta del governo Prodi? Siamo ancora lì!

Non c’è più Berlusconi, in compenso c’è Trump. La posso dire grossa? Mussolini stava a Hitler come Berlusconi sta a Trump. Cosa ci possiamo aspettare dall’attuale governo, se non una sbrigativa, acritica e masochistica adesione alle politiche di Trump via Musk. Questo è il neoatlantismo di Giorgia Meloni, ben tollerato da Ursula von der Leyen e dai traballanti dei dell’Europa disunita.

Una conclusione in musica: “È bella la guerraevviva la guerraevviva!” (la Forza del destino di Giuseppe Verdi).

Una conclusione consumistica alla maniera di Mike Bongiorno: “Grappa Trumpino sigillo nero (ogni riferimento a questo colore è puramente causale!)”.