Il ben dell’intelletto

«Non siamo i nostri regimi». Comincia così la lettera aperta scritta in persiano, ebraico, inglese e francese da ventuno intellettuali e attivisti iraniani e israeliani «nell’arco di una giornata», come racconta Lior Sternfeld, uno degli autori. In dieci giorni di offensiva i sottoscrittori sono diventati oltre 2.100.

Nella lista figurano la Nobel per la Pace, Narges Mohammadi, il difensore dei diritti umani Mehrangiz Kar, l’ex parlamentare della Knesset, Mossi Raz, e il presidente dell’Accademia delle scienze e delle lettere di Gerusalemme, David Harel.

Con l’attacco Usa a Teheran di domenica, il loro grido di pace si fa ancora più forte. «No, non siamo i nostri regimi. Confondere popoli, Paesi e governi è un grosso errore. Nel caso dell’Iran, poi, data la confusione nelle cancellerie internazionali al riguardo, è macroscopico», sottolinea Sternfeld, docente di storia e studi ebraici alla Penn State University, tra i maggiori esperti di questioni iraniane. L’anno scorso, il docente ha partecipato, a margine dell’Assemblea generale Onu, a una riunione con il presidente Masud Pezeshkian, divenendo il primo cittadino israeliano a incontrare pubblicamente un leader della Repubblica islamica. «Il fraintendimento più grossolano nei confronti di Teheran riguarda l’opposizione interna».

L’opposizione agli ayatollah non solo esiste ma include gruppi consistenti della società. La sua ostilità nei confronti del regime non si traduce, però, nel sostegno agli interventi bellici di Israele e Usa. Gli iraniani non vogliono essere salvati da Benjamin Netanyahu o da Donald Trump. Al contrario: sono consapevoli che la guerra condotta da potenze straniere produrrà danni incalcolabili al proprio Paese. E qui viene il punto cruciale. Buona parte del popolo dell’Iran non ama gli ayatollah ma sì ama – e profondamente – la propria nazione. E non vuole vederla precipitare in una spirale di violenza senza fine, come è avvenuto in Iraq, Afghanistan o Libia. O cadere ancora una volta ostaggio di una dittatura sanguinosa. Hanno sperimentato sulla propria pelle i danni collaterali degli interventi occidentali. (dal quotidiano “Avvenire” – Lucia Capuzzi)

Come si fa a non essere d’accordo con i firmatari di questa lettera aperta? I raid non portano democrazia: così è titolata l’intervista di cui sopra. Esattamente il concetto opposto a quello blaterato da Trump e Netanyahu e subdolamente condiviso dall’Occidente di lor signori.

Visto che abbiamo perso il ben dell’intelletto, meno male che qualcuno ci aiuta a ritrovarlo, non certo nelle opache sedi politiche (al riguardo, la seduta del Parlamento italiano, che non merita più di una trista parentesi, è stata una sfilata di burocrati senza cuore e con poco cervello: di quanto ho sentito salvo l’intervento di Gianni Cuperlo), ma nel pensiero di chi ragiona e di chi soffre.

 

 

Burattina di Trump, burattinaia degli italiani

Via gli studenti stranieri da Harvard. L’ultima trovata di Donald Trump è un nuovo attacco all’Università più prestigiosa al mondo, che proprio accogliendo nelle sue aule ragazze e ragazzi da ogni angolo della terra ha costruito la sua reputazione. Una decisione giustificata con la motivazione di combattere l’antisemitismo. In realtà, un passo in avanti nella crociata contro quell’America liberal e progressista che il presidente detesta, cortesemente ricambiato. (La Stampa – Francesca Schianchi)

Forse non ci rendiamo conto del pericolo che sta correndo la democrazia: sì, perché purtroppo il “la” per l’esecuzione della sinfonia (anti) democratica, volenti o nolenti, lo danno gli Usa.

Davanti ai drammatici scenari di guerra che giorno dopo giorno si fanno più allarmanti, c’è chi si diverte a depistare il dibattito, ponendo il (falso) problema sul chi sia, fra Trump e Netanyahu, il burattino e il burattinaio: si accettano macabre pirandelliane scommesse. Propendo per la teoria dei reciproci burattini/burattinai. Il vero problema però è che il mondo è diventato un teatro di burattini.

In questo momento storico occorrerebbe tenere la spina dorsale ben dritta per non ascoltare le sirene d’oltreoceano. Invece, mentre l’Europa balbetta diverse lingue, tutte peraltro poco democratiche, l’Italia sta recitando la parte della spugna che assorbe opportunisticamente la dottrina Trumpiana, fatta di razzismo, discriminazione, egoismo, nazionalismo, etc. etc.

Adesso c’è di mezzo anche la scusa dell’antisemitismo, che serve a mettere la sordina all’indignazione sempre più larga e profonda verso la vergognosa politica israeliana. Trump ha concesso a Netanyahu una vera e propria licenza d’uccidere e quindi come può fare la più trumpiana fica del bigoncio europeo a rispettare una storica linea di politica internazionale che riusciva a combinare l’amicizia col popolo israeliano con l’attenzione e la solidarietà verso il popolo palestinese e il mondo arabo-musulmano?

E pensare che, al di là delle sacrosante motivazioni etiche, la politica estera italiana in passato ci ha preservato dall’impatto del terrorismo islamico, a dimostrazione che al terrorismo non si deve fare una guerra armata ma disarmata, al fine di rimuoverne le cause consistenti principalmente nel consenso dei disperati.

Invece stiamo sprofondando in un’acritica linea di collaborazionismo con Trump e Netanyahu: non si tratta di una passeggera ventata antistorica legata soltanto a squallidi personaggi, ma rischia di diventare un nuovo progressivo assetto geopolitico a prescindere dai valori e dai principi della tradizione democratica occidentale.

Trump non rappresenta soltanto la propria sete di potere a livello nazionale, personale e castale, ma una nuova cultura, vale a dire un diverso modo di intendere la vita politica e sociale: ecco spiegato l’accanimento verso le università, vale a dire le sedi dove l’eredità del sapere si combina con l’ansia della ricerca culturale e con l’ardore giovanile dell’impegno civile.

Netanyahu non è un incidente di percorso nella storia di Israele, ma incarna una mentalità profonda, diffusa e condivisa. Nemmeno la folle gestione della questione degli ostaggi è riuscita a innescare una consistente protesta nella popolazione israeliana.

Non ho idea cosa possa occorrere alle società americana e israeliana per smascherare gli inganni di cui sono prigioniere più o meno consapevoli.

Quando in Italia scattò la trappola del berlusconismo qualcuno sosteneva che occorresse una trentina d’anni per farne scoppiare le contraddizioni e preparare una classe dirigente alternativa. Di anni ne sono passati una cinquantina e siamo ancora impantanati nel berlusconismo riveduto e scorretto.

Persino la religione è coinvolta in questi autentici disastri anti-democratici, preferendo la compromissione col potere alla contestazione del potere: di qui la mia apprensione per il papato di Leone XIV, partito più sul piano dell’impossibile dialogo che su quello dell’aperto e fattivo dissenso. Riuscirà un papa americano a resistere all’attuale coinvolgente e ingannevole americanismo? Riuscirà a mettere i paletti all’ecumenismo (Chiesa ortodossa putiniana) e al confronto interreligioso (ebraismo guerrafondaio), non tanto dal punto di vista dogmatico, ma sul piano della prassi pacificatrice nei confronti delle coscienze, delle comunità e del mondo.

Non è un caso che la gerarchia cattolica statunitense abbia rilasciato qualche sciagurata cambiale al trumpismo, giustificata con l’anti-abortismo e il ritorno ai tradizionali e discriminatori schemi etici, mentre la gerarchia ebraica è da sempre addirittura parte integrante del sistema di potere israeliano, che ha in Netanyahu non una scheggia impazzita ma un interprete credibile e pertinente.

In questo pericoloso crocevia della storia attuale, quale ruolo può giocare l’Europa, che sembra più impegnata a guadagnare tempo che a decidere sulla fedeltà ai propri fondanti valori e principi. L’unico personaggio che si sforza di toccare questa fondamentale problematica è il nostro presidente della Repubblica.

“Un attore globale deve saper governare sfide strutturali di portata globale, stabilendo rapporti strutturati e proficui con tutti i Paesi del mondo”, ha insistito Mattarella. L’Europa, ha ricordato in ogni tappa della sua missione di due giorni a Bruxelles, vive un periodo di transizioni internazionale che porterà a nuovi equilibri. Un periodo segnato da guerre che portano “instabilità” e “sofferenza umana”.

E “se l’Ue sarà assente o inefficace negli scacchieri” internazionali, “altri attori prenderanno il sopravvento in queste aree del mondo, come stanno palesemente cercando di fare, sostituendosi all’Europa”, ha scandito il presidente della Repubblica. Senza tralasciare – con riferimento implicito agli Usa – il compito dell’Ue di tessere reti, in un periodo “di dichiarata sfiducia da diverse parti sul valore dell’apertura dei mercati. Quanto più le istituzioni comunitarie si dimostrano trasparenti e efficienti, tanto più se ne rafforza l’indispensabile consenso sociale”, ha rimarcato Mattarella. (ANSA.it)

Purtroppo alla tanta convinzione di Mattarella fa riscontro la vergognosa titubanza di Giorgia Meloni, che non è assolutamente in grado di rappresentare e interpretare le aspirazioni del popolo italiano, ma si accontenta di fare la burattina di fila in un’orchestra intenta a suonare la marcia funebre della democrazia e della pace.

Per proseguire nella metafora: qual è la differenza fra burattino e marionetta? Il burattino è manovrato dal basso dalle mani del burattinaio che infila la mano all’interno del burattino, usando il pollice e il medio (o il mignolo) per muovere le braccia, mentre l’indice sostiene la testa. In questo modo, il burattinaio può controllare i movimenti del burattino, facendolo parlare, camminare, e compiere altre azioni.

Una marionetta invece è animata tramite una serie di fili fissati al suo corpo e collegati a una struttura di controllo chiamata “croce” o “bilancino”. Il marionettista, muovendo questa croce con una mano, può tirare i fili e far compiere alla marionetta movimenti complessi, come camminare, parlare, gesticolare e persino esprimere emozioni.

Giorgia Meloni assomiglia più a un burattino o a una marionetta? E chi è il burattinaio e il marionettista che le dà vita? Trump e/o Netanyahu? Chissà chi lo sa!

Alla nostra premier basta lisciare il pelo alla sua qualunquistica minoranza popolare e parlamentare, dandole l’illusione di stare vicino ai manovratori del treno che viaggia sul binario del disastro. Il discorso si allarga: gli italiani sono burattini o marionette peraltro di secondo livello, vale a dire burattini o marionette non nelle mani di un burattinaio o di un marionettista, ma di un burattino/marionetta che li bastona fra le amare risate di un’assurda platea?

 

 

 

 

La giungla delle Nazioni

Non mi ha sorpreso l’entrata in guerra degli Usa contro l’Iran: era nell’aria e d’altra parte, quando ci si mette in una certa perversa logica, non ci si può fermare, bisogna andarci fino in fondo, salvo almeno il diritto/dovere di chiamarsi fuori da parte di chi non è d’accordo.

Mi hanno invece sconvolto le deliranti, oserei dire diaboliche, dichiarazioni di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu.

Il commander in chief ha parlato per soli tre minuti, con tono serio e solenne. Prima ha fatto il bilancio dell’operazione, assicurando che “i siti nucleari chiave iraniani sono stati completamente e totalmente distrutti” con “massicci attacchi di precisione” in quello che ha definito “uno spettacolare successo militare”. Quindi ha lanciato un nuovo ultimatum a Teheran, affermando che il futuro dell’Iran è “pace o tragedia” e che ci sono molti altri obiettivi che possono essere colpiti dall’esercito americano. “Se la pace non arriva rapidamente, attaccheremo quegli altri obiettivi con precisione, velocità e abilità”, ha minacciato. Poi su Truth ha avvisato la Repubblica islamica che “qualsiasi ritorsione dell’Iran contro gli Stati Uniti sarà contrastata con una forza molto superiore a quella di questa sera”. Il presidente ha detto anche di aver fatto un “lavoro di squadra” con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. (ANSA.it)

In un video pubblicato in inglese, il premier israeliano Netanyahu ha ringraziato il presidente degli Stati Uniti, Trump, per l’attacco agli impianti nucleari iraniani. “La decisione di Trump e coraggiosa e cambierà la storia”, ha affermato il primo ministro. “Io e il presidente Trump diciamo spesso, ‘la pace attraverso la forza’. Prima viene la forza, poi viene la pace. E stasera il presidente Trump e gli Stati Uniti hanno agito con molta forza”. (Televideo)

Viene consacrato uno sconvolgimento totale nei rapporti fra le nazioni: che vale è la forza, il diritto internazionale non esiste e non valgono nulla le istituzioni ad esso preposte; la pace non si ottiene col dialogo e con la diplomazia, ma con la forza. Non contano più nulla i valori della democrazia e della coesistenza pacifica, nemmeno la ricerca di una qualche compatibilità degli interessi nazionali, che conta è la forza bruta.

A dirlo e metterlo in pratica non sono due personaggi qualsiasi, ma il presidente della più grande potenza mondiale che domina l’Alleanza Atlantica e di un Paese che in passato qualcuno sognava di far entrare addirittura nell’Unione europea, coi quali siamo alleati. Bisognerà pure, a livello europeo ed italiano, prenderne atto e agire di conseguenza.

Il popolo europeo e quello italiano sono d’accordo con questo cambiamento storico, tale, a mio giudizio, da mettere in discussione alleanze, assetti e collaborazioni internazionali? Non sono più ammessi tatticismi, opportunismi, ambiguità ed omertà. È in gioco il destino dell’umanità e non la sopravvivenza del governo Meloni!

 

 

 

 

 

 

 

Il diritto alla non sofferenza

Il risultato dello scrutinio è stato accolto dalla lobby eutanasica britannica, con Humanitas Uk e Dignity in dying in prima linea, come una «vittoria storica per la compassione, la dignità e la libertà di scelta». Slogan gridati dagli attivisti che hanno atteso l’esito del voto a Parliament Square. Dall’altro lato della piazza, il mondo pro-life in allarme per i rischi legati all’applicazione di una legge «profondamente difettosa e pericolosa». Che costringe la rete degli hospice a una profonda riorganizzazione tutta da disegnare. «Siamo preoccupati per il futuro delle cure palliative – ha dichiarato l’arcivescovo John Sherrington, responsabile per le questioni di bioetica della Chiesa cattolica di Galles e Inghilterra – soprattutto perché l’esperienza suggerisce che, in assenza di protezioni esplicite, gli hospice potrebbero essere obbligati a collaborare con il suicidio assistito. Se ciò accadesse, il futuro di molte istituzioni cattoliche potrebbe essere a rischio». «Non perdiamo la speranza – ha però incoraggiato – e continuiamo a combattere”. (dal quotidiano “Avvenire” – Angela Napoletano)

Innanzitutto non condivido i toni allarmistici usati dal quotidiano cattolico per affrontare questa delicata materia. In Inghilterra hanno finalmente varato una legge per regolare un problema intorno al quale in Italia si gira a vuoto tra opportunismi clericali, scontri istituzionali, dibattiti etici che lasciano il tempo che trovano.

In secondo luogo non ritengo che l’eutanasia sia materia di scontro ideologico tra lobby: non è una vittoria e una sconfitta per nessuno, men che meno per le istituzioni cattoliche impegnate nelle cure palliative.

Al centro del discorso c’è la persona umana, della quale, come diceva don Andrea Gallo, «sulla base di una scelta chiara e consapevole, bisogna rispettare il diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita».

La Chiesa e i credenti facciano il loro “mestiere” della carità e della solidarietà a chi soffre, senza imporre soluzioni dogmatiche e senza scadere nel dolorismo a tutti i costi; lo Stato faccia buone leggi a servizio di chi è in gravi difficoltà, offrendo soluzioni diverse a seconda delle scelte operate a livello di coscienza individuale. Il resto è fuffa giocata sulla pelle di chi soffre.

Volendo rimanere sul piano etico-religioso, mi sono sempre chiesto come il Padre eterno accoglierà un suo figlio che abbia deciso di interrompere la vita perché “non ce la faceva più a vivere”. Si scandalizzerà? Lo manderà all’inferno? Gli rimprovererà questa dolorosa scelta? Ma fatemi il piacere…lo abbraccerà, lo bacerà e gli dirà: “Finalmente sei arrivato dopo tanto soffrire!”.

Probabilmente il Padre Eterno avrà invece qualcosa da ridire su quanti vogliono mettere sulle spalle di chi soffre una soma insopportabile e su coloro che non fanno niente per aiutare fino in fondo chi soffre salvo, nel peggiore dei casi, nascondersi dietro il teorico rispetto della vita e, nel migliore dei casi, offrire la somministrazione delle cure palliative.

 

 

 

L’essenziale protagonismo resistenziale

Mentre a Bruxelles si vedevano alcuni dei referenti politico-militari delle minoranze, dall’altra parte dell’Atlantico si è recato Abdullah Mohtadi, leader dell’altro movimento curdo, il più noto e organizzato “Partito Komala del Kurdistan iraniano”. È volato negli Stati Uniti «per ribadire la posizione di pieno sostegno a un Iran non nucleare», ha detto. Le coincidenze, per chi conosce quel labirinto minato che è il Medio Oriente, non esistono. Due giorni fa Mothadi inviava ai suoi sostenitori un messaggio in parte da decifrare. Gli incontri americani «si sono svolti a Capitol Hill (il Parlamento Usa, ndr) e con osservatori dell’Iran al di fuori del governo statunitense». A chi si riferisse, se ai sauditi o ad altre entità, non ha voluto precisarlo. Una cosa però il leader curdo, che ha rimproverato l’Europa per essersi fatta da parte, ha voluto ripetere per rassicurare chi teme che possa scoppiare una guerra interna tra diverse fazioni fino a tracimare specialmente fino al confine turco: «Siamo a favore di un Iran democratico, dei diritti dei curdi e della pace con i nostri vicini».
Argomenti ribaditi ieri da Maryam Rajavi, presidente eletta del “Consiglio nazionale della resistenza iraniana”. «La soluzione a questa guerra e a questa crisi risiede nel rovesciamento e nel cambiamento di questo regime da parte del popolo iraniano e della sua resistenza», ha detto davanti al Parlamento Ue, invocando il riconoscimento «della lotta del popolo iraniano per rovesciare il regime». I tempi stringono, a giudicare anche dalle parole di Abdullah Mohtadi, che ha lasciato gli Usa con un saluto sibillino: «La prossima settimana sarà importante». (dal quotidiano “Avvenire” – Nello Scavo)

Ho molti seri dubbi che la guerra israeliana contro l’Iran possa favorire un repentino e positivo cambio di regime: la storia, almeno quella dopo il secondo conflitto mondiale, insegna esattamente il contrario. Ai regimi dispotici, combattuti e abbattuti dall’Occidente per mero opportunismo, hanno fatto seguito situazioni confuse e tutto sommato ancora peggiori: gli esempi si sprecano dalla Libia all’Afganistan.

Anche le forze contrarie ai pasdaran costituiscono purtroppo un’accozzaglia assai difficile da interpretare e da aiutare dall’esterno. Una cosa è certa: soltanto da una loro forte presa di coscienza e da una loro profonda volontà di cambiamento può dipendere una nuova pagina di storia in senso autenticamente democratico. Sono loro a dover dettare tempi e modi a cui fare riferimento per eventuali interventi esterni mirati e non sconclusionati, motivati e non strumentali, rispettosi e non utilitaristici.

Israele e gli Usa non mi sembrano affidabili per operazioni così delicate e complesse, non hanno il rispetto dei valori democratici e si muovono in base ad interessi contingenti o comunque al di fuori del diritto internazionale. Come può infatti ristabilire in uno Stato l’ordine fondato sul rispetto dei diritti fondamentali chi li viola sistematicamente a casa propria e a livello internazionale? Non vorrei che gli oppositori iraniani si appoggiassero a chi li vuole soltanto strumentalizzare per poi magari mettere in piedi un regime che risponde più ai “liberatori” che ai “liberati”.

Faccio fatica ad intravedere il protagonismo unitario indispensabile per una resistenza da parte delle forze di opposizione iraniane, una sorta di Comitato di liberazione che dialoghi e collabori con gli Stati veramente amici e non con quelli che fanno finta di esserlo.

Faccio ancor più fatica a vedere nell’Occidente, guidato da Netanyahu e Trump, l’interlocutore affidabile e pronto a ritarare la propria azione sulle esigenze della popolazione iraniana. E il resto del mondo arabo quale ruolo potrà avere al di là dei meri opportunismi economico-commerciali? Per non parlare di eventuali interferenze russe…

La Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale era dotata di valori democratici unitari e gli alleati condividevano nella sostanza l’antifascismo e l’antinazismo: se tento un parallelo non trovo attualmente i valori e principi su cui basare un’azione simile. Intendiamoci bene, non è che gli Usa fossero dei benefattori, avevano tutto il loro interesse ad appoggiare la Resistenza, però c’era una comunanza ideale che faceva da substrato alla guerra di liberazione. Contro l’Iran non è proprio così.

Non escluderei drasticamente che dal male della guerra scatenata da Israele possa sortire un’occasione per voltare pagina, purché cessi il massacro dei Palestinesi e le nuove pagine, quella palestinese e quella iraniana, le scrivano gli interessati veramente democratici ed autonomi. Al momento mi sembra il libro dei sogni!

 

 

 

Le bombe e le balle nucleari

Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, ha dichiarato in un’intervista all’emittente statunitense CNN che, fino ad oggi, l’Agenzia non ha trovato nessuna prova dell’esistenza di un programma organizzato da parte dell’Iran volto alla costruzione di armi nucleari.

Grossi ha spiegato che, malgrado l’attenzione internazionale rivolta alle capacità nucleari iraniane, “non abbiamo osservato prove che indichino un movimento strutturato verso la produzione di armamenti nucleari”.

Alla domanda sul tempo che sarebbe necessario all’Iran per ottenere un’arma nucleare, Grossi ha risposto: “Senza dubbio, non è una questione imminente, ma non possiamo nemmeno dire con certezza che si tratti di anni. Queste rimangono solo ipotesi, ed è per questo che affermo che, in realtà, non lo sappiamo”. Il direttore dell’AIEA ha inoltre sottolineato che, nonostante alcune limitazioni, l’Agenzia continua a monitorare la situazione e a riferire quanto è in suo possesso. “Fino a questo momento, i nostri rapporti non contengono indicazioni di un piano coordinato per dotarsi di armi nucleari”, ha ribadito.

Quando venerdì scorso Israele ha lanciato la sua serie di attacchi contro l’Iran ha dichiarato di averlo fatto perché in possesso di prove secondo le quali la Repubblica Islamica si stesse avvicinando rapidamente a un punto di non ritorno nella sua corsa all’ottenimento di armi nucleari; gli attacchi dello stato ebraico sarebbero stati quindi necessari per prevenire tale risultato.

Tuttavia le valutazioni dell’intelligence statunitense sono giunte a una conclusione diversa: non solo l’Iran non starebbe attivamente perseguendo un’arma nucleare, ma sarebbe anche a tre anni di distanza dalla capacità di produrne e utilizzarne una.

Un alto funzionario USA interpellato dalla CNN ha però ammesso che l’Iran è tecnicamente “quasi pronto” e, qualora decidesse di costruire una bomba, avrebbe le risorse per farlo. I danni inflitti finora da Israele sembrano aver ritardato il programma iraniano solo di qualche mese. L’impianto di Natanz è stato colpito duramente, ma Fordow – la struttura sotterranea più protetta – è rimasta intatta.

Secondo esperti militari, Israele non ha la capacità tecnica per colpire Fordow senza armi e supporto aereo statunitensi. “Se vuoi davvero smantellare quel programma, serve un attacco americano o un accordo diplomatico”, ha dichiarato Brett McGurk, ex diplomatico USA. Questo crea un dilemma di non semplice soluzione per l’amministrazione Trump, che sta cercando di evitare un coinvolgimento diretto ma sa che Israele, da solo, non può distruggere l’intero programma nucleare iraniano. (Fanpage.it)

E allora come la mettiamo? Forse è giunta l’ora di finirla e di ammettere apertamente quel che (quasi) tutti hanno capito: Israele vuol fare piazza pulita dei Paesi disturbatori della sua imperialistica quiete, il resto sono balle etiche (salvare il mondo dall’atomica in mano ai cattivi iraniani, balle politiche (cambiare il regime anti-democratico e teocratico dei pasdaran), balle economiche (difendere gli interessi occidentali su approvvigionamenti energetici, scambi commerciali, etc.), balle internazionali (garantire equilibri di coesistenza pacifica).

Netanyahu (a proposito di democrazia non si è ancora capito se disponga di un serio e valido consenso) si sta comportando da autocrate tanto quanto i suoi amici di merende, vale a dire Putin e Trump. I diritti calpestati in Iran sono garantiti in Russia, negli Usa e in Israele? Cosa vogliono esportare gli israeliani e gli americani capeggiati da personaggi che stanno liquidando il diritto a livello interno e internazionale?

Cosa ci sta a fare l’Europa? Lo sgabello per i piedi trumpiani e/o la quarta colonna della politica israeliana? Come ha recentemente affermato Massimo D’Alema, non riesce a difendere i propri valori, ma nemmeno i propri interessi.

E l’Italia, tra le ridicolaggini di Tajani, le sceneggiate di Meloni e le puttanate di Salvini, cosa sta combinando? Non sta forse dilapidando un patrimonio storico fatto di azioni diplomatiche verso i Palestinesi e i Paesi arabi?

E Donald Trump cosa ci riserva (si accettano scommesse sulla sua entrata in guerra): parecchi anni fa gli Usa avevano concordato un accordo con l’Iran, ora se lo è rimangiato dando naturalmente la colpa ad Obama che l’aveva costruito, a Biden che lo ha gestito male e agli iraniani che non l’hanno rispettato. Ma non è così: la diplomazia non esiste più, esiste la legge della jungla, dove tutto è giustificabile ed ammissibile.

La montagna del recente G7 ha partorito il topolino di un vergognoso compromesso che ha tenuto insieme il no ad un Iran dotato di armamenti nucleari (al momento non le ha!), il diritto di Israele a difendersi (da cosa?), la ripresa dei negoziati (detto da chi li ha fatti saltare?) e udite-udite un cessate il fuoco a Gaza (esiste ancora la striscia di Gaza?).

Avete notato come si pavoneggiava Giorgia Meloni? Non sa fare altro… Dovrebbero andare tutti (incapaci, incoerenti e delegittimati) a nascondersi e invece…

 

 

La ragión la s’ dà ai cojón

«Concordo con papa Leone quando afferma che il mondo dovrebbe essere liberato da ogni minaccia nucleare e che il modo migliore per prevenirla è il dialogo». L’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Yaron Sideman, segue passo dopo passo il nuovo Pontefice. Compresi i suoi appelli a fermare le armi in Medio Oriente. Più volte Leone XIV ha fatto riferimento a Gaza. Ora l’invito alla «responsabilità» e all’«incontro» rivolto a Tel Aviv e Teheran per evitare l’escalation. 

(…)

«Israele non ha intrapreso una guerra con l’Iran, ma un’operazione militare volta a eliminare un’imminente minaccia esistenziale portata avanti dal regime iraniano. In linea di principio, la guerra dovrebbe sempre essere considerata l’ultima opzione, ma ciò non significa che non sia affatto valida, qualora tutte le altre fallissero»

(…)

«Un regime, come quello iraniano, dotato di capacità nucleari militari rappresenta una chiara minaccia per Israele ma anche per l’intero Medio Oriente. La storia ci insegna che, quando un regime minaccia la nostra esistenza, dobbiamo prenderlo sul serio»

(…)

«Israele sarà l’ultimo a introdurre tali armi in Medio Oriente. Siamo un Paese che sostiene i valori della vita e della libertà. Però ci troviamo di fronte a regimi che santificano e glorificano la morte e diffondono terrore e distruzione nel mondo. Questa è la giusta prospettiva. Basta guardare la carneficina che l’Iran sta compiendo ora colpendo deliberatamente i civili israeliani con missili balistici convenzionali. Immaginate se quei missili fossero dotati di testate nucleari…».

(…)

«Mentre l’Iran sta prendendo di mira le aree densamente popolate, Israele colpisce le infrastrutture militari e gruppi terroristi. L’unico obiettivo di Israele in Iran è agire contro le armi nucleari e l’arsenale di missili balistici. Iran e Hamas sono in perfetta sintonia. Entrambi invocano apertamente la distruzione di Israele e fanno parte di una mortale asse del male, guidata dall’Iran, che include anche Hezbollah e gli Houthi nello Yemen. Entrambi lavorano per raggiungere il loro comune intento, come dimostrano la carneficina di Hamas del 7 ottobre 2023 o gli attacchi di Teheran contro Israele nei vari anni, inclusi quelli missilistici non provocati proprio l’anno scorso. Iran e Hamas sono anche solidali finanziariamente, poiché l’Iran è un importante sostenitore finanziario di Hamas e le fornisce i mezzi per portare avanti le sue attività terroristiche contro Israele».

Giudico questa intervista rilasciata dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede utilizzando due espressioni dialettali molto eloquenti: “bècch äd fér” e “la ragión la s’ dà ai cojón”.

Stando alla faziosa analisi del diplomatico, Israele sarebbe il regno del bene che combatte contro quello del male: storicamente le vittime sono diventate vittimiste. La realtà è molto più complessa e ingarbugliata. Come minimo anche Israele ha le sue colpe: la morte a Gaza di centinaia di bambini a cosa è dovuta se non a una pazzesca e smisurata vendetta? Sono forse vittime del caso?

Quando mio padre commentava la morte di una persona di cui non si riusciva a trovare la causa e per la quale non si individuava nemmeno l’esecutore materiale dell’eventuale delitto, concludeva sarcasticamente: «As védda che quälcdòn al gà preghè un cólp…».

La guerra giusta non esiste, è sempre sbagliata. Mi rifaccio al giudizio papale. «…è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”. Non dico bombardare, fare la guerra. “Fermarlo”. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati… una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto…» (papa Francesco).

Il becco di ferro consiste nel propinare un’incredibile ricostruzione dei fatti spacciandola per verità: non è possibile accettarla. La verità è che ormai, come sostiene il filosofo Massimo Cacciari, non esiste più un ordine internazionale e quindi ogni Stato costruisce una verità a suo uso e consumo secondo la realpolitik ridotta a mera legge del più forte, facendo poi credere addirittura che l’aggredito sia l’aggressore e viceversa.

Quanto al dare ragione al Papa per poi smentirlo clamorosamente nelle parole e nei fatti è una vecchia storia ben sintetizzata appunto nel detto parmigiano “la ragión la s’ dà ai cojón”.

Sappiano i governanti di Israele che in Vaticano ci sono personaggi che la sanno molto più lunga di loro, che sanno discernere e separare le verità dalle falsità anche senza essere infallibili e che non sono affatto coglioni a cui concedere contentini dialettici.

Per cortesia, almeno non prendiamoci in giro. Dialoghiamo, ma ammettendo le proprie responsabilità, altrimenti il dialogo è fra sordi.

A volte, per segnare marcatamente il distacco con cui seguiva i programmi TV, mio padre si alzava di soppiatto dalla poltrona e quatto-quatto se ne andava. Mia madre allora gli chiedeva: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata rispondeva quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Era un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”; l’altro risponde: ” No vagh a lét”. E l’altro ribatte: “Ah,  a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

 

 

 

 

 

 

Un mondo che cammina su Trump…oli

La sua prima dichiarazione al summit è stata infatti la condanna dell’allontanamento della Russia dal consesso dopo l’annessione della Crimea nel 2014. «È stato un errore, non avremmo avuto la guerra, se Putin fosse stato membro non avremmo avuto la guerra — ha detto il tycoon, che già nel 2018 si era espresso per la riammissione di Mosca, provocando un’alzata di scudi degli alleati —. Passiamo molto tempo a parlare della Russia e Putin non è al tavolo, il che rende le cose molto più complicate. Putin parla solo con me perché è stato offeso quando è stato cacciato dal G8, anche io lo sarei, è stato altamente offensivo».
Trump ha aperto alla possibilità di invitare la Cina («perché no, è la più grande economia nel mondo dopo gli Usa — ha detto il tycoon — non sarebbe una cattiva idea, se qualcuno lo suggerisse») dando l’impressione di essere più interessato a discutere con i leader assenti che con quelli presenti. (da “Avvenire” – Elena Molinari)

Sono molto scettico sulle riunioni del cosiddetto G7, mio padre sarebbe oltremodo d’accordo ed aggiungerebbe: “Sì. I päron còj che all’ostarìa con un pcon äd gèss in simma la tävla i mètton a pòst tùtt; po’ set ve a veddor a ca’ sòvva i n’en gnan bon äd fär un o con un bicér…”.

Purtroppo però non è solo questione di incapacità, che quasi sempre va di pari passo con l’arroganza e la presunzione, ma di “affari di Stato”, nel senso che ognuno punta agli affari del proprio Paese se non addirittura agli affari suoi personali.

Partendo da questo presupposto non si può che arrivare al disastro internazionale che stiamo vivendo. Donald Trump sta trascinando tutti in una logica perversa: nessuno ha il coraggio di reagire, pendono tutti, più o meno, dalle sue labbra e si adeguano.

Netanyahu sta facendo il lavoro sporco per conto di Trump, per lo meno col suo tacito assenso, e allora la verità non si può dire. Putin è interlocutore imprescindibile di Trump e allora non lo si può disturbare più di tanto. Xi Jinping è un potenziale partner di Trump e allora meglio lasciar fare a lui eventuali accordi sporchi con la Cina.

Si sta creando una banda criminale a cui vengono consegnati i destini del mondo, anche perché il resto del mondo sta a guardare e a subire, illudendosi di poter mangiare le briciole che cadono dal tavolo dei potenti.

Possibile che l’Europa non abbia uno scatto di dignità e non trovi nella sua pur travagliata storia un qualche appiglio valoriale e culturale per essere protagonista di un risveglio politico a livello internazionale?

Possibile che nessuno abbia il coraggio di condannare apertamente il massacro perpetrato ai danni dei palestinesi?

Possibile che nessuno abbia l’intelligenza politica per capire che il proditorio attacco all’Iran non ha alcuna giustificazione plausibile se non quella di disegnare il Medio Oriente ad uso e consumo israeliano?

Possibile che gli europei accettino supinamente di essere sostanzialmente esclusi dagli assetti di potere a livello internazionale, giocando un ruolo da meri comprimari?

Possibile che tra i governanti degli Stati europei sia in atto la gara a svolgere nel migliore dei modi il ruolo di “port coton” nei confronti di Re Trump?

Possibile ascoltare analisti e politici di fama capaci soltanto di giustificare un andazzo che ci porta alla rovina? Mi riferisco, ad esempio, a Mario Monti: non ci doveva salvare dal disastro berlusconiano? A posteriori si può ben dire che stavamo freschi allora e stiamo freschi oggi! Non era un caso che Berlusconi fosse amico di Putin, proprio come oggi è Trump…

Possibile che non ci sia un manipolo di deputati europei capaci di occupare la sede del Parlamento di Strasburgo fintanto che questo ridondante organismo di facciata non pronunci parole chiare e intenzioni serie contro Israele e la sua politica?

Possibile che un gruppo di parlamentari italiani non provi vergogna dei silenzi italiani e non occupi Palazzo Chigi fino a che Giorgia Meloni non abbia il buongusto di pronunciare qualche frase dettata almeno dalla coscienza se non dai doveri di Stato?

Tutte cose possibili e inaccettabili. E la faccenda non è ancora finita! Ne vedremo delle belle, ma forse nemmeno un missile che colpisse i Palazzi romani della politica ci potrebbe svegliare. Sì, perché ci sarebbe subito qualcuno che darebbe la colpa ai pacifisti, i quali ci isolerebbero e fuorvierebbero con i loro sogni di piccolezza.

 

 

 

Papa Leone indietrista, ma solo un pochettino

Nelle scorse ore ha destato curiosità l’introito arrivato a Papa Leone XIV da parte dello Ior, la “banca del Vaticano”. Un dividendo importante frutto degli utili fatti registrare dall’Istituto per le Opere di Religione. Ora, invece, un’altra questione ha suscitato interesse per quanto concerne il Pontefice. Prevost, infatti, ha ricevuto i Nunzi tra cui era presente anche “padre” Georg Gänswein, segretario di Papa Benedetto XVI ed ex prefetto della Casa Pontificia che in passato non aveva avuto un feeling ottimale con Bergoglio con il quale c’erano state diverse polemiche.

A seguito di quella pubblicazione, viste anche le tempistiche – solamente pochi giorni dopo il funerale del Papa emerito – Francesco aveva cercato di tenere a bada ogni discussione salvo poi rilasciare nel libro intervista con il giornalista Javier Martinez Brocal ‘Il Successore’ parole di accusa verso lo stesso Georg accusato di aver avuto una “mancanza di umanità e nobilità d’animo” per quelle anticipazioni nel giorno dei funerali di Ratzinger.

In questa ottica, l’incontro avvenuto in Vaticano tra Papa Leone XVI e Georg sa tanto di “smacco” a Francesco. Il Corriere della Sera, edizione Roma, infatti, ha parlato di un faccia a faccia breve con tutti i Nunzi ma ha anche sottolineato come questo sia stato “caldo” e “formale”. Nello specifico con Gänswein “si è intrattenuto un po’ di più, sorridendogli e quasi abbracciandolo”.

Secondo quanto riferito dal quotidiano, questa situazione potrebbe far pensare “che per l’attuale Nunzio Apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, possa finalmente aprirsi uno spiraglio per un rientro in Vaticano”, dopo le tensioni e le polemiche del passato con Bergoglio. Al momento non sappiamo se si possa essere trattato solo di un comportamento cordiale da parte di Prevost verso Georg o se dietro possa esserci di più ma senza dubbio l’incontro ha suscitato grande attenzione.

Conversando con alcuni amici ho ammesso di non avere ancora elaborato il lutto per la morte di papa Francesco. Elaborare il lutto significa affrontare il processo di accettazione e trasformazione del dolore causato dalla perdita di una persona cara. Questo processo, che può essere lungo e difficile, permette di elaborare le emozioni intense che si provano, come tristezza, rabbia, colpa e senso di vuoto. L’elaborazione del lutto aiuta a integrare la perdita nella propria vita, a trovare un nuovo equilibrio emotivo e a riprendere a vivere con serenità.

Ebbene evidentemente non mi sono ancora ripreso dal trauma, mi sento vedovo di Bergoglio e pensare che non sempre ero d’accordo con le sue posizioni, anche se le accoglievo sempre a coscienza aperta, come si fa con un padre.

Ho sempre avuto un atteggiamento ipercritico nei confronti della Chiesa pur sentendomi in essa a pieno titolo e papa Francesco era lì a garantire la mia appartenenza e a rassicurarmi nel comportamento spesso trasgressivo, non per giustificarlo a priori, ma per capirlo. In poche parole ero e sono un cattolico borderline, tentato di andarmene, ma deciso a rimanere nonostante tutto e, durante questi ultimi quindici anni, nella consapevolezza di avere un padre che mi accettava per quello che ero.

La situazione mi si è cambiata e sento di avere perduto un punto di riferimento indispensabile: lo deduco da tante giornaliere impressioni, da tanti indizi che temo finiscano per costituire una prova della discontinuità di papa Prevost rispetto a papa Bergoglio. Prima durante e dopo il conclave si sono sprecate buone intenzioni di rimanere nel solco della pastorale bergogliana: alle parole rassicuranti fanno seguito scelte piuttosto equivoche.

Mancava solo l’azzimato padre Georg Gänswein, allontanato giustamente da papa Francesco per i suoi comportamenti assai poco sinceri e leali. Non entro nel merito, perché mi riferisco a un discorso complessivo di cui l’eventuale riavvicinamento col segretario di papa Ratzinger non è che un piccolo elemento.

Si tratta infatti di un rosario di segnali in netta controtendenza, prontamente colti da certa stampa anti-bergogliana o comunque filo-prevostiana. Mi si dirà che sono piccoli fatti, magari strumentalizzati, da non sopravvalutare: d’accordo, ma…

Temo la normalizzazione vaticana con un ritorno al tradizionalismo, che vuol dire quieto vivere in nome di una finta ma comoda unità.  Si sta componendo un furbo e articolato mosaico “indietrista”.

Se è vero, come è vero, che io non ho ancora elaborato il lutto, v’è chi lo ha superato con molta velocità e quasi con sollievo. Mi sono ripromesso di individuare testardamente tutte le mosse contrarie all’eredità bergogliana, così, tanto per (non) divertirmi a ritornare nelle ristrettezze del mio (non) sentirmi Chiesa. Sarò pronto a ricredermi, a fare ammenda, a chiedere scusa, persino a gridare evviva papa Leone.

 

 

Dalla padella degli ayatollah alla brace di Netanyahu

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto un appello agli iraniani, invitandoli a unirsi contro il loro regime, dichiarando che Israele ha lanciato in Iran “una delle più grandi operazioni militari della storia”.

“Stasera, desidero parlare con voi: orgoglioso popolo dell’Iran. Siamo nel mezzo di una delle più grandi operazioni militari della storia, l’operazione ‘Rising Lion’. Il regime islamico, che vi ha oppresso per quasi 50 anni, minaccia di distruggere il mio Paese, lo Stato di Israele. L’obiettivo dell’operazione militare israeliana è quello di rimuovere questa minaccia, sia quella nucleare che quella missilistica”, ha dichiarato Netanyahu.

“Ed è giunto il momento per voi di unirvi attorno alla vostra bandiera e alla vostra eredità storica, LOTTANDO per la vostra libertà contro un regime malvagio e oppressivo. Non è mai stato così debole. Questa è la vostra opportunità DI ALZARVI e far sentire la vostra voce. Donna, vita, libertà. Zan, Zendegi, Azadi”. (da askanews)

Mia sorella Lucia, quando si immedesimava nelle lotte per la democrazia condotte in tanti Paesi con particolare riferimento alla condizione femminile, concludeva con un’affermazione a metà strada fra la disperazione e l’orgoglio: «Se vivessi in certi Paesi, mi sarei già fatta ammazzare non so quante volte, dal momento che non so stare zitta di fronte alla prepotenza e al sopruso perpetrati da un regime». Lo diceva anche e soprattutto per le donne i cui diritti vengono calpestati, come succede in Iran.

Un mio amico più volte mi ha espresso la sua fiduciosa speranza che i regimi arabi possano cadere sotto i colpi non violenti delle donne: sono perfettamente d’accordo, perché le donne hanno una forza d’urto culturale ben più importante delle armi.

Mi sono messo presuntuosamente nei panni degli iraniani e in particolare delle iraniane contrari al regime che li opprime: come reagirei di fronte alle pretestuose avance israeliane miranti ad esportare in Iran la democrazia delle bombe?

Accantonerei la realpolitik di Netanyahu e mi concentrerei su ben altre strategie e tattiche di opposizione non violenta. Come può essere attendibile un soggetto che mi propone di fare un salto nel buio? Avrei il timore di passare, come si suole dire, dalla padella alla brace.

Oltre tutto simili appelli avranno sicuramente ed esattamente l’effetto contrario, vale a dire quello di compattare, in difesa degli ayatollah, le fila degli iraniani convinti o incerti e quello di mettere in ulteriore rischiosissimo imbarazzo gli oppositori al regime.

Quale credibilità democratica può avere un governo che sta letteralmente massacrando il popolo palestinese e tentando di eliminare tutti i Paesi concorrenti al fine di poter spadroneggiare sui territori confinanti, già peraltro parzialmente e illegittimamente occupati.

Netanyahu sta tendendo trappole opportunistiche all’intero Occidente, sta tendendo mani sporche di sangue ai pur oppressi iraniani, ergendosi a salvatore della sua Patria cancellando quella altrui.

Credo che l’unico linguaggio ammissibile per solidarizzare con i popoli mediorientali, iraniani compresi, sconvolti dalle guerre, oppressi da regimi antidemocratici, fuorviati dalle scorciatoie terroristiche e ingannati dalle sirene israeliane, sia quello emergente dalla marcia della Pace Marzabotto-Monte Sole, vale a dire un appello perché le donne e gli uomini delle istituzioni, in Italia e in Europa, ricostruiscano una politica di pace e agiscano per fermare l’escalation, salvare e proteggere gli innocenti. Tra le richieste rivolte al nostro governo e alla Ue ci sono: la sospensione di ogni cooperazione militare e dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, il ripristino del sostegno a Unrwa per i profughi palestinesi, il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina, la convocazione di una Conferenza di Pace sotto l’egida Onu. (dal quotidiano “Avvenire”)