Un tiepido bagno giovanilista

Sarà perché non sopporto le radunate oceaniche, sarà perché ho un concetto troppo aristocratico della vita, sarà perché non accetto la spettacolarizzazione di tutto per coprire la disperazione del nulla, sarà perché la conversione religiosa la concepisco come un cammino interiore e non come una kermesse esteriore, sarà perché la mediatizzazione degli eventi porta con sé, sempre e comunque, il rischio di svuotarli di contenuto, sarà perché il cristianesimo non è fatto per le masse ma per il “piccolo gregge”, sarà perché il giovanilismo è una trappola per i giovani e un’illusione per gli anziani, sarà perché non esiste la Chiesa dei giovani ma la Chiesa dei poveri, sarà perché temo che il giubileo sia soltanto una mano di vernice sui muri screpolati delle inesistenti comunità cristiane, sarà perché la sfilata delle categorie sociali e generazionali è roba da regime, sarà perché ho poca fiducia nei giovani in quanto li vedo appiattiti sui falsi valori più che impegnati sui veri valori, sarà perché sono vecchio e guardo poeticamente al futuro con troppa nostalgia del passato, sarà perché concepisco la fede come attenzione alle piccole (grandi) cose e non come tensione  verso i grandi (piccoli) successi, sarà perché un milione di giovani mi dà più preoccupazione che soddisfazione, sarà perché l’aggiornamento della Chiesa non dovrebbe consistere nel somigliare di più al mondo ma nel cercare di cambiarlo, sarà perché nei giovani faccio fatica a cogliere la sacrosanta contestazione verso le ingiustizie e le contraddizioni della società, sarà perché non vedo alcun collegamento fra la politica e l’impegno giovanile, sarà perché intravedo nella Chiesa il tentativo di riciclarsi coi giovani anziché di rinnovarsi coi poveri, sarà per tutti questi motivi che resto piuttosto perplesso e scettico verso il tanto osannato recente giubileo dei giovani, celebrato a Roma in una esagerata sarabanda di spettacolari iniziative.

Ripiego sugli insegnamenti paterni. Mio padre, con la sua abituale verve ironica, così sintetizzava lo scontro fra generazioni: «Quand j’éra giovvon a säve i véc’, adésa ch’a són véc’ a sa i giovvon…». Intendeva sdrammatizzare gli insopportabili schemi sociologici, che ci assillano con le loro sistematiche elaborazioni dell’ovvio. D’altra parte è come nella vita di coppia. Quando non c’è accordo, qualsiasi parola o azione è sbagliata. Meglio tacere e non fare nulla. È quanto, in fin dei conti, molti “falsi criticoni” desiderano ardentemente. Concludeva rassegnato: Con chil bàli chi, mi an so mai…».

Aveva un suo modo di rapportarsi coi giovani, non era assolutamente implacabile nelle critiche verso di loro, ma non gliele risparmiava: intendeva ricondurli al senso di responsabilità, senza inutili accanimenti più o meno terapeutici. Tipico al riguardo l’atteggiamento nei confronti delle loro, anche piccole, trasgressioni, davanti alle quali reagiva non tanto con fastidio, ma con pragmatico spirito educativo. Esordiva dicendo: «Dónca, ragas, a són stè gióvvon anca mi…» e poi articolava i suoi eventuali e razionali rimproveri.

La politica vezzeggia i giovani fintanto che non si vede fortemente contestata: la contestazione scarseggia, ma meno contestazione c’è, più reazione repressiva sorge.

La religione vuole inglobare i giovani per irrobustire le ginocchia vacillanti delle Chiese: se e quando dovessero fare sul serio, scatterebbero le trappole del tradizionalismo e del clericalismo.

D’altra parte, per dirla con una frase fatta, il futuro è nelle mani dei giovani. Sarà poi vero? Preferisco metterlo nelle mani di Dio e in tutti coloro, giovani o vecchi, che si sforzano di impostare un rapporto sano con il futuro, che è fatto di anima, e quindi cercano di mettere un po’ di anima nel futuro! (padre Ermes Ronchi).

 

 

 

Le finte sicurezze del nazional-populismo

Con una recente sentenza la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che un “paese di origine sicuro” deve essere tale per tutti gli abitanti e su tutto il suo territorio. Ha detto anche che gli stati membri dell’Unione Europea possono decidere autonomamente quali paesi considerare “sicuri”, ma che i giudici nazionali devono avere la possibilità di contestare questa definizione, nel caso in cui ritengano che non sia in linea con le direttive europee.

Questa decisione era molto attesa in Italia: a chiedere alla Corte di pronunciarsi erano stati proprio dei giudici italiani, che negli scorsi mesi si erano opposti alla decisione del governo di Giorgia Meloni di ampliare la lista dei “paesi sicuri” includendo anche paesi come l’Egitto e il Bangladesh. Le domande di asilo presentate dai migranti che arrivano da questi paesi possono essere esaminate con una procedura accelerata, che si svolge in modo più rapido e sommario e soprattutto permette di detenere i migranti nei centri in Albania mentre aspettano l’esito. Inserire un paese nella lista di quelli considerati “sicuri” rende inoltre più facile respingere le richieste di asilo delle persone che provengono da quel paese, e quindi espellerle.

L’espressione “paese sicuro” fa riferimento a un concetto ben preciso, contenuto in una direttiva europea del 2013, che chiarisce le procedure da seguire per esaminare le domande di protezione internazionale presentate dai migranti che arrivano in un paese dell’Unione Europea. Riassumendo, secondo la direttiva un paese può essere considerato “sicuro” se rispetta le libertà e i diritti civili e ha un ordinamento democratico.

Ogni paese dell’Unione può decidere autonomamente quali paesi considerare “sicuri”, sulla base di alcuni criteri fondamentali. Nel tempo questo ha creato varie storture. Da anni, per esempio, il governo italiano considera “sicuri” paesi dove il rispetto dei diritti umani è quantomeno opinabile: come la Tunisia, governata da un regime illiberale che da anni porta avanti una campagna di discriminazione nei confronti delle persone che provengono dall’Africa subsahariana.

L’interpretazione data oggi dalla Commissione è quella che già usavano molti giudici. Nonostante questo il governo italiano aveva interpretato la norma in modo diverso, definendo come complessivamente “sicuri” anche paesi che non lo sono su tutto il loro territorio, o lo sono solo per alcune categorie di persone. La Corte ha dato torto a questa interpretazione, e ragione invece alle decisioni dei giudici che negli scorsi mesi hanno bloccato il trasferimento dei migranti nei centri in Albania.

Il diritto dell’Unione Europea ha preminenza su quello italiano, come sancito anche dalla Costituzione, e quindi il governo dovrà per il momento adattarsi a questa decisione.

La Corte però ha fatto anche presente che questa interpretazione varrà solo fino a giugno del 2026, quando entrerà in vigore il nuovo e discusso Regolamento sulla procedura d’asilo, che modifica le procedure per gestire i richiedenti asilo nel momento in cui si presentano alle frontiere dell’Unione. Fra le altre cose, il nuovo regolamento ridefinisce il concetto di paese sicuro nell’articolo 59 ed elimina proprio la necessità che un paese sia considerabile tale in tutte le sue regioni e per tutte le categorie di persone. Un migrante arrivato nell’Unione potrà inoltre essere detenuto e incanalato nella procedura accelerata anche se nel paese in cui è arrivato viene accolto meno del 20 per cento delle richieste d’asilo dei suoi connazionali.

Il governo italiano ha criticato la sentenza, sia la parte in cui stabilisce che un giudice nazionale possa esprimersi in merito alla lista dei “paesi sicuri” stilata dal governo, sia quella sull’interpretazione della definizione. In un comunicato ha detto che passerà i dieci mesi mancanti all’entrata in vigore del nuovo regolamento a «cercare ogni soluzione possibile, tecnica o normativa» per portare avanti la sua politica. (ilpost.it)

Mia madre, ingenuamente ma acutamente, metteva in discussione se ai migranti convenisse venire in Italia per essere trattati “cme i rosp al’ sasädi”. Gira e rigira infatti non li vuole nessuno, vengono considerati sostanzialmente come soggetti indesiderati da rimpatriare al più presto a costo di scatenare infiniti conflitti fra governo e magistratura, fra norme Ue e nazionali, fra sicurezza nei Paesi dove i diritti vengono praticamente calpestati e sicurezza nel nostro Paese patria (?) del diritto.

Ad una persona che fugge disperatamente dal proprio Paese affrontando rischi mortali non si risponde con il dettato costituzionale – il diritto di asilo in Italia è sancito dall’articolo 10 della Costituzione, che stabilisce che uno straniero, a cui sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge – si risponde con cavilli da azzeccagarbugli pur di mandarla a casa previa detenzione nei lager transitori.

C’è voluta la Corte di giustizia europea per chiarire principi lapalissiani ignorati e/o aggirati vergognosamente dal governo italiano.

Oltre dimostrare la mancanza di senso etico i nostri governanti ignorano o fanno finta di ignorare i principi giuridici elementari, non accettano la preminenza delle norme europee su quelle nazionali e non riconoscono la funzione dei giudici nell’applicazione della legge.

Non so quale di questi aspetti sia il più grave: sono tra di loro collegati e costituiscono i principi base del nazional-populismo sempre più imperante.

Non mi faccio illusioni, tra dieci mesi il nuovo regolamento comunitario salverà le capre egualitarie con i cavoli discriminatori. Nel frattempo il ministro della (in)giustizia italiano continuerà ad implementare una serie di cazzate da ex-magistrato opportunista, fazioso e rovinoso.

La gente continuerà a credere che l’immigrazione sia una piaga da combattere in quanto colpevole di tutti i nostri mali. Persino Lucia Annunziata usa un linguaggio equivoco al riguardo: “Non c’è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l’immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima “accoglienza” di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro”.

Anche dovendo ammettere che l’immigrazione comporti problemi non si deve partire dalla paura di essere minacciati, ma semmai dalla solidarietà con chi soffre, dai reciproci vantaggi, dal rispetto dei diritti che non può e non deve mettere in competizione i poveri tra di loro.

Mentre la destra fa la sua demagogica battaglia securitaria, la sinistra non riesce a coniugare le sicurezze nostrane con quelle dei migranti e tenta di recuperare il tempo perduto e la propria incapacità politico-programmatica teorizzando “l’accoglienza sì ma non troppo”.

L’immigrazione, come la guerra, è un tema così divisivo da buttare all’aria gli schemi politici tradizionali. Per farla breve ammetterò di non riuscire a votare il partito democratico anche e soprattutto perché lo vedo a dir poco timido su questi temi che invece richiederebbero sensibilità umana e coraggio culturale prima e più che abilità politica.

Un governatore in confusione

“Ho deciso di dimettermi, ma ho deciso anche di ricandidarmi, ho deciso di dire ai calabresi: siate voi a scrivere il futuro della Calabria, siate voi a dire se la Calabria si deve fermare o se questo lavoro deve proseguire. Tra qualche settimana, quindi, si andrà a votare, e saranno i calabresi a decidere il futuro della Calabria, non altri”. È l’annuncio a sorpresa fatto sui social dal presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Nel corso della prossima settimana Occhiuto formalizzerà la decisione di dimettersi dall’incarico. Dopo la presa d’atto del Consiglio, sarà stabilita la data delle elezioni.

Occhiuto ha parlato in un video registrato nel cantiere della costruenda metropolitana di Catanzaro annunciando le sue dimissioni, ma anche la volontà di ricandidarsi, facendo riferimento alle tante opere in corso e all’inchiesta della procura di Catanzaro che lo vede indagato per corruzione. “Ma perché quando qualcuno cerca di fare qualcosa di buono in questa Regione, tanti altri – ha detto – che godono solo per il fallimento della Calabria – vorrebbero fermarlo? É quello che sta succedendo oggi in Calabria. Ho deciso di portarvi qui, di farvi vedere questo cantiere, il cantiere della metropolitana di Catanzaro. Ma avrei potuto portarvi in tanti altri luoghi della Calabria – a Sibari, nell’ospedale della Sibaritide; a Vibo, nell’ospedale di Vibo; a Palmi; nei cantieri degli aeroporti; in quelli della SS106 – per farvi vedere quante opere si stanno realizzando e quante opere oggi si vorrebbero fermare. Chi vorrebbe fermarle, la magistratura?”.

“No, io – ha continuato Occhiuto – non ce l’ho con la magistratura. Non cambio idea: ho sempre detto che in una Regione complicata come la Calabria i magistrati devono fare il loro lavoro serenamente. D’altra parte, io ho chiarito ogni cosa, non ho nulla da temere dall’inchiesta giudiziaria. Sapete con chi ce l’ho? Ce l’ho con tutti questi politici di secondo piano, tutti questi che in politica non hanno mai realizzato nulla per la Calabria in tanti anni. Ce l’ho con questi odiatori, con queste persone arrabbiate con la vita, che tifano per il fallimento della Calabria, che quasi sono contenti quando si parla male della Calabria. Ce l’ho con questi che utilizzano l’inchiesta giudiziaria – ha affermato Occhiuto – come una clava per indebolire o per uccidere politicamente il presidente della Regione: non sarà così. Però devo considerare anche quello che sta succedendo nella mia amministrazione. Guardate, io penso che in un Paese civile nessuno debba dimettersi perché riceve un avviso di garanzia, nessuno. Però nella mia amministrazione oggi sta succedendo che è tutto bloccato: nessuno si assume la responsabilità di firmare niente, tutti pensano che questa esperienza sia come quelle precedenti.

Negli ultimi 30 anni in Calabria – ha aggiunto – nell’ultimo anno o nell’ultimo anno e mezzo di legislatura i presidenti venivano coinvolti in un’inchiesta giudiziaria, poi magari venivano archiviati, finiva tutto quanto in niente, però venivano decapitati politicamente, e si fermava la legislatura. Anzi, per un anno si parlava soltanto di questo. La Calabria non se lo può consentire. La Calabria – conclude – ha avviato un percorso che finalmente la sta facendo diventare una Regione che non è più in ginocchio rispetto alle altre Regioni d’Italia”. (AGI – Alessandro De Virgilio)

La questione si può sintetizzare con una battutaccia: mi dimetto, anzi mi ricandido. Non mi sento di entrare nel merito delle inchieste della Magistratura a carico del presidente della Calabria e non ho elementi per giudicare politicamente il suo operato. Mi limito a sottolineare le sue sorprendenti contraddizioni.

Penso che le sue dimissioni abbiano o dovrebbero avere lo scopo di farsi da parte per lasciare che la giustizia faccia il suo corso, di poter meglio difendersi e di consentire alla regione Calabria di essere regolarmente amministrata senza spade di Damocle sulla testa degli amministratori.

Che senso ha quindi ricandidarsi immediatamente alle prossime imminenti elezioni senza che la questione giudiziaria sia stata minimamente chiarita?  Non vedo il nesso logico fra le due decisioni, se non maliziosamente pensare che faccia finta provocatoriamente di dimettersi, anche se il giochetto vittimistico mi sembra un po’ troppo scoperto.

C’è poi una contraddizione di carattere istituzionale grande come una casa: cosa vuol dire che decideranno i calabresi? Mi sembra fin troppo chiaro che siamo in piena deriva populista travolgente la funzione della Magistratura sull’onda del potere popolare.

Allora il buon Occhiuto ha fiducia o no nella Magistratura, si rimette o no alle sue decisioni. Se sì, vale a dire se le sue dimissioni hanno un senso di attesa fiduciosa, dovrebbe mantenersi fuori dalla battaglia politica, se no non avrebbe dovuto dimettersi e rimanere al suo posto fino al termine dell’iter giudiziario.

Due indizi fanno una prova, due contraddizioni fanno un gran casino!  Non so se Roberto Occhiuto abbia violato il codice penale e non so se abbia bene amministrato la regione Calabria, penso stia facendo parecchia confusione che non fa bene né a lui, né alla Calabria,  né alle istituzioni tutte.

Una sventagliata etica in faccia ai governanti in calore

Dell’intervento del presidente Mattarella alla tradizionale cerimonia del ventaglio, di cui consiglio una lettura integrale, vorrei cogliere una sorta di leitmotiv, come succede nelle migliori sinfonie.

Da una lettura frettolosa e superficiale di questo discorso si può trarre l’impressione sbagliata e strumentalizzante della benzina inopportunamente buttata sul fuoco dell’incendio mondiale: è la lettura del Cremlino, e non solo, con le scomposte conseguenti reazioni pseudo-diplomatiche.

Se ci limitiamo a osservare la situazione geopolitica con gli occhiali deformanti del realismo sgovernante, restiamo indubbiamente colpiti e finanche irritati. Se invece inforchiamo coraggiosamente gli occhiali della coesistenza pacifica dei popoli, non possiamo che trovarci in perfetta sintonia etico-politica col nostro presidente della Repubblica, il suo sforzo di leggere il passato e ipotizzare il futuro partendo dagli aneliti e dalle speranze popolari, il tentativo di riportare continuamente la politica e la diplomazia dal chiuso dei palazzi all’aria aperta delle piazze.

A mio giudizio Sergio Mattarella si sforza di leggere la storia distinguendo i governanti, i loro tragici errori e i loro comportamenti inaccettabili, dai sentimenti profondi dei popoli che anelano alla pace. Il criterio vale per tutte le drammatiche situazioni: Russia-Ucraina, Israele-Palestina, Usa-resto del mondo, Europa-Nato-Riarmo, Italia-europeismo scettico-occidentalismo di maniera.

Non vien forse spontaneo a tutti chiedersi come sia possibile che il popolo russo sopporti, dopo tutte le esperienze sofferte, un’autocrazia imperialista e bellicista; come sia possibile che il popolo ebreo accetti di trasformarsi da perseguitato a persecutore; come sia possibile che il popolo palestinese affidi il proprio riscatto ai terroristi di Hamas;  come sia possibile che il popolo americano consegni le chiavi del Paese più importante del mondo nelle mani  di un pazzo-delinquente; come sia possibile che gli europei accettino supinamente di acconciarsi a una politica di belligeranza continua; come sia possibile che gli italiani mettano una pietra sul passato resistenziale per accettare di essere guidati dal fascisteggiante nulla del cosiddetto centro-destra.

La Costituzione italiana in tutta la sua filosofia etica, culturale, politica, sociale ed istituzionale, è l’esempio di come si debba correttamente coniugare l’azione dei governanti con la volontà popolare tramite una rigorosa distinzione dei poteri e il presidente della Repubblica a garantirla per gli interessi democratici del popolo.

E allora fa benissimo il Capo dello Stato a dire le verità scomode in faccia al mondo, senza indulgere al catastrofismo, ma provocando scossoni di ritorno ai principi fondamentali da porre alla base della coesistenza pacifica.  Ce n’è per tutti!

Mi sembra opportuno riportare di seguito un passaggio del discorso di Mattarella, che ha suscitato, come già successo in passato, le ire del Cremlino.

“Nel settembre del 2021 questi saloni hanno ospitato l’annuale riunione tra i Presidenti di Repubblica dell’Unione Europea senza compiti di governo.

Nel corso delle discussioni, il Presidente di allora della Finlandia – Sauli Niinisto – comunicò a quanti eravamo presenti che, considerato che il 2025 – quest’anno – sarebbe stato il cinquantesimo dalla Conferenza di Helsinki del 1975 sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, la Finlandia avrebbe promosso una nuova Conferenza per esaminare lo stato della cooperazione nel Continente e definirne criteri di sviluppo.

Alla base di questo annuncio vi era l’orgogliosa rivendicazione della possibilità per la Finlandia di svolgere, nuovamente, questo ruolo perché neutrale.

Dopo cinque mesi, la Finlandia ha chiesto, con determinazione, di entrare nella Nato, di cui oggi fa parte.

Perché l’aggressione della Russia all’Ucraina ha cambiato la storia d’Europa.

Quel grande Paese, che tale rimane, malgrado le gravi responsabilità che la sua attuale dirigenza si è assunta di fronte alla storia, e sulla cui collaborazione avevamo nutrito ampia fiducia nell’Unione Europea, ha assunto sempre più una sconcertante configurazione volta allo scontro di potenza militare”.

Se Putin si incazzerà, tanto meglio perché vuol dire che il nostro capo dello Stato sa colpire nel segno e toccare nel vivo anche durante la “frivola” cerimonia del ventaglio.

Riporto anche le testuali dichiarazioni di Mattarella sulla situazione dei rapporti tra Israele e Palestina.

“Sul Medio Oriente è persino scontato, purtroppo, affermare che la situazione a Gaza diviene, di giorno in giorno, drammaticamente più grave e intollerabile; e speriamo che alle pause annunziate corrispondano spazi di effettivo cessate il fuoco.

Due mesi addietro, in una delle occasioni più solenni del Quirinale – l’incontro, per la nostra Festa nazionale, con gli ambasciatori che rappresentano in Italia i Paesi di ogni parte del mondo – dopo avere ricordato l’orrore del barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre di due anni fa, con tante vittime tra inermi cittadini israeliani e con l’ignobile rapimento di ostaggi, ancora odiosamente trattenuti, ho sottolineato come sia inaccettabile il rifiuto del governo di Israele di rispettare a Gaza le norme del diritto umanitario, ricordato pochi giorni fa – appunto – da Leone XIV.

Ho aggiunto, in quell’incontro, che è disumano ridurre alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani e che è grave l’occupazione abusiva, violenta, di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. Ho espresso l’allarme per la semina di sofferenza e di rancore che si sta producendo, che, oltre ad essere iniqua, contrasta con ogni vera esigenza di sicurezza.

Quel che è avvenuto nelle settimane successive è ulteriormente sconvolgente. Sembra che sia stata scelta la strada della guerra continua e ovunque, dimenticando che la guerra suscita nuove schiere avverse, nuovi reclutamenti di nemici, indotti anche dal risentimento, dalla frustrazione, dalla disperazione.

L’incredibile bombardamento della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza è stato definito un errore.

Da tanti secoli, da Seneca a Sant’Agostino, ci viene ricordato che “errare humanum est, perseverare diabolicum”.

Si è parlato di errori anche nell’avere sparato su ambulanze e ucciso medici e infermieri che si recavano per dar soccorso a feriti sui luoghi più tragici dello scontro, nell’aver preso a bersaglio e ucciso bambini assetati in fila per avere acqua, per l’uccisione di tante persone affamate in fila per ottenere cibo, per la distruzione di ospedali uccidendo anche bambini ricoverati per denutrizione.

È difficile, in una catena simile, vedere una involontaria ripetizione di errori e non ravvisarvi l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente.

Una condizione raffigurata, in maniera emblematica, dal bambino ferito, accolto con sua madre in un ospedale italiano, dopo aver perduto il padre e nove fratelli – tutti bambini – nel bombardamento della sua casa”.

Non so quale sarà la reazione di Netanyahu alle chiare analisi critiche di Mattarella: probabilmente farà finta di niente. Un modo per fregarsene dei popoli anzi per proseguire nella marcia contro i popoli.

Di fronte al virtuoso comportamento del nostro presidente della Repubblica cosa diranno i protagonisti della nostrana politica del pesce in barile nonché fautori della riforma anti-costituzionale in discussione in Italia? Abbozzeranno e andranno avanti per la loro strada che porta al disastro. Mal comune mezzo gaudio!

 

 

C’era una volta Pichetto

«Non me l’aspettavo — ammette candidamente il ministro dell’ambiente, Gilberto Pichetto Fratin — perché ero abituato a un modello americano con altri presidenti, su un filone di solidarietà». Poi confessa l’inconfessabile: «Per noi probabilmente sarebbe stata più conveniente Kamala Harris, non scopro l’acqua calda oggi». Il giorno dopo l’accordo sui dazi, il ministro indicato da Forza Italia torna sull’intesa tra Stati Uniti ed Europa.

Specificando che «probabilmente era difficile fare di più. Essendo il dazio sulle esportazioni europee, è una tassa aggiuntiva che si aggiunge a un’altra, la svalutazione. Ma l’impatto sarà da valutare, per ora c’è il 15% su un comunicato stampa», spiega intervenendo in provincia di Vicenza all’evento “PiazzAsiago”. Poi torna sugli Usa: «Gli americani si dicevano orgogliosi di esser parte di un paese che ha dato la vita dei propri figli per salvare gli altri. Noi siamo stati liberati dagli americani, poi è arrivato Trump, ed è il presidente, ha il consenso degli americani, ha avuto il voto popolare, fa gli interessi degli Usa e non i nostri». (repubblica.it)

Le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin non sono del tutto sorprendenti: in politica non si dice (quasi) mai quello che si pensa, qualche volta succede il contrario. Una simile ammissione non può comunque passare inosservata: troppo profonda per essere sottovalutata, troppo concreta per essere accantonata, troppo formalmente autorevole per essere giubilata.

Nel mio piccolo, allorquando mi è capitato di essere in contrasto con chi capeggiava l’organismo di cui facevo parte, cercavo di chiarire la situazione e, se il contrasto rimaneva, mi ritiravo in buon ordine. Allora, se Pichetto Fratin non ha raccontato una barzelletta ed è convinto di quanto ha detto, chiarisca qual è il rapporto del governo italiano con gli Usa di Trump e, se del caso, si dimetta. Darebbe una dimostrazione personale di serietà e coerenza, lancerebbe un benefico sasso in piccionaia, comporterebbe un rigurgito di credibilità per il suo partito di provenienza che ne è piuttosto sprovvisto.

Un tempo le dimissioni si sarebbero imposte. Sul piano politico molto più giustificate di quelle del povero Sangiuliano, della sfrontata Santanché (Santa de ché?), dell’invadente ferroviere Lollobrigida e di tutti i ridicoli ministri e sottosegretari del governo Meloni.

Oggi invece non succederà proprio niente. I casi sono due: o Pichetto non conta un cazzetto oppure farà come un Gigetto qualsiasi e cioè farà marcia indietro con tanto di ritrattazione auspicata da Meloni (che magari sarà un po’incazzata) e un po’ di cenere sul capo imposta da Tajani (che non conta un cazzo).

Sia chiaro che non me ne frega niente, però… Non mi resta che riddor e bévrog sóra. Mio padre, giocando sull’equivoco tra sóra e sôra, aggiungerebbe: “Sì e frä…”.

 

 

Genocidi a gogo

«Non avremmo mai immaginato di scrivere questo rapporto, ma negli ultimi mesi abbiamo visto una realtà che non ci ha lasciato nessuna scelta se non quella di riconoscere la verità: Israele sta commettendo un genocidio». Lo ha detto in ebraico, arabo e inglese la presidente dell’Ong B’Tselem, Orly Noy. È la prima volta che due Ong israeliane, B’Tselem e Physicians for Human Rights (Phr), utilizzano la parola genocidio per descrivere le politiche attuate dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese nella Striscia di Gaza. L’occasione è stata la pubblicazione di due studi che raccolgono una considerevole mole di dati, testimonianze e documenti, presentati alla stampa riunitasi nella sala conferenze dell’hotel Ambassador, nel quartiere di Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est.

«Per ventidue mesi gli ospedali sono stati attaccati, ai pazienti sono state negati trattamenti salva-vita e gli aiuti sono stati impediti. Questo è un chiaro modello volto alla distruzione di un popolo. È nostro dovere di medici affrontare la verità e fare tutto ciò che è in nostro potere per proteggere i nostri colleghi, che a Gaza rischiano la vita per salvare le persone in condizioni impossibili», ha affermato Guy Shalev, direttore esecutivo di Phr.

Il nostro genocidio e Distruzione delle condizioni di vita: una analisi medica del genocidio di Gaza, da ieri disponibili in rete, sono due report di 88 e 65 pagine, rispettivamente. Entrambi, sostengono i rappresentanti delle due Ong, sono attraversati dallo stesso schema di fondo: la lunga storia di violenza, discriminazione e isolamento cui sono stati sottoposti i palestinesi nel regime di occupazione militare ha creato le condizioni perché il sistema politico, culturale e sociale israeliano, innescato dall’attacco terroristico del 7 ottobre, reagisse con pratiche che chiaramente esulano dal diritto internazionale, fino all’estrema conseguenza del genocidio. Le ricerche affondano nel passato e paventano un’estensione dei metodi utilizzati nella Striscia alla Cisgiordania, già parzialmente in atto. (da “Avvenire.it – Luca Foschi)

La cruda verità era nota da tempo per chi la voleva vedere, ora è impossibile chiudere gli occhi o voltarsi dall’altra parte dopo un simile rapporto steso da istituzioni più che attendibili e credibili appartenenti al mondo ebraico. Dopo di che i governanti occidentali, italiani in primis, continueranno a fare i pesci in barile? Le astuzie diplomatiche, i pianti coccodrilleschi, gli alibi hamasiani stanno in poco posto.

Si impongono precise iniziative a livello internazionale anche se i pulpiti da cui dovrebbero venire le prediche non sono purtroppo credibili. Come fa l’Europa a pressare Israele se coltiva progetti riarmisti e bellicisti? Come fanno gli Usa a mettere in riga Netanyahu dopo averlo ricevuto con tutti gli onori e averlo aiutato in una sporca guerra imperialista? In molti si chiedono come sia possibile che il governo israeliano spadroneggi la situazione, facendo orecchie da mercante persino verso coloro che osano chiedergli un alt alla carneficina in atto. In un mondo governato dall’egoismo tutto è possibile e tutto è ammissibile: non si può togliere nemmeno un pezzo al castello bellico, perché potrebbe cadere e allora si scoprirebbero tutti gli altarini, le complicità, le omertà, le vigliaccherie.

D’altra parte non c’è solo Gaza se nel mondo 673 milioni di persone soffrono la fame. Secondo l’annuale rapporto Sofi diffuso dall’Onu al vertice di Addis Abeba, la quota di persone che soffre di insicurezza alimentare è dell’8,2%, ma resta drammatica la situazione in Africa.

E allora il difetto sta nel manico che sgoverna il mondo. Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda e per evidenziare come la questione fosse e sia talmente colossale da lasciarci veramente senza respiro.

In assenza di forti posizioni etico-politiche capaci di mettere all’angolo i governanti di Israele e chi li sostiene direttamente o indirettamente a tutti i livelli, riprende a funzionare l’insensata trappola dell’odio che si sfoga a vanvera.

Torna l’allarme antisemitismo in Italia. Un turista francese di religione ebraica ha denunciato di essere stato aggredito in un’area di servizio a Lainate, in provincia di Milano, mentre si trovava con il figlio di sei anni. Secondo il suo racconto, alcune persone lo avrebbero riconosciuto come ebreo per via della kippah che indossava e lo avrebbero prima insultato e poi colpito, gridando frasi come “Free Palestine” e “Assassini”. L’uomo ha ripreso parte dell’episodio con il cellulare e il video è rapidamente diventato virale sui social. Nelle immagini si sentono chiaramente alcune persone rivolgersi a lui dicendo: «Palestina libera», «Qui non è Gaza, siamo in Italia» e «Assassini». Sul caso sta ora indagando la Digos, che ha acquisito le registrazioni delle telecamere di sorveglianza presenti nell’autogrill per ricostruire l’accaduto e valutare eventuali ipotesi di reato.

Immediata la reazione della comunità ebraica. «L’aggressione a una famiglia francese perché di religione ebraica avvenuta in un area di servizio su un autostrada milanese al grido di “Free Palestine” ci segnala per l’ennesima volta come l’antisemitismo sia in forte crescita nel nostro Paese» il commento del direttore del museo della Brigata ebraica, secondo cui lo slogan «sta sostituendo la frase “Allahu Akbar” detta dai terroristi». «Esprimo a nome di tutta la Comunità Ebraica di Roma la nostra indignazione, il nostro sconcerto e la piena solidarietà alla Comunità Ebraica di Milano per l’aggressione antisemita avvenuta all’Autogrill dell’Autostrada Milano Laghi» ha tuonato il presidente Victor Fadlun. «Ci appelliamo alle istituzioni, alla politica e alla società civile per dare una risposta comune e porre un argine a questa inquietante deriva antisemita» ha aggiunto. E la politica ha subito risposto, con condanne biaprtisan, a cominciare da quella del presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha parlato di un episodio «inquietante e inaccettabile». (da “Avvenire.it” – redazione attualità)

Parliamoci chiaro: l’antisemitismo è un male antico duro a morire anche perché chi ne soffre fa di tutto paradossalmente per accentuarlo e attualizzarlo. Sarà semplicistico, ma mi sento di dire a malincuore: chi semina genocidio raccoglie antisemitismo.

 

Il mondo in mano a pazzi e sciocchine

L’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi è stato raggiunto: la tariffa base per l’Ue sarà del 15% e non del 30%, come minacciato precedentemente da Washington. Ma l’Europa dovrà acquistare dagli Usa 750 miliardi di dollari di energia. Oltre a “un’enorme” – anche se ancora non precisata – quantità di armi. Rimane tutto invariato per quanto riguarda gli scambi commerciali di acciaio e alluminio, per i quali i dazi sono confermati al 50%. “Considero positivo che ci sia un accordo, ma se non vedo i dettagli non sono in grado di giudicare al meglio”, ha commentato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le opposizioni, dal Pd ai 5 stelle, attaccano l’intesa: “Doveva essere zero a zero sui dazi, invece Ursula e la pontiera Meloni rimediano una disfatta bella e buona”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Al solo pensarci mi vengono i brividi. Abbiamo trattato sui dazi e il compromesso lo abbiamo ottenuto con l’acquisto di armi: roba da matti! Meglio mettere in crisi le imprese o creare i presupposti per ulteriori guerre? Questo il dubbio amletico proveniente dall’incontro fra un pazzo criminale e una sciocchina qualsiasi.

Se questa è la politica, meglio lasciar perdere, meglio un “laissez faire” globale. Nel ’68 credevo che tutto fosse politica, oggi mi devo ricredere perché la politica non conta niente, contano le armi e gli sporchi affari che si costruiscono su di esse. Comincio a diventare un qualunquista politico o un demagogo etico? A chi mi legge l’ardua sentenza…

Non merito non aggiungo niente, Trump e Von der Leyen hanno già detto tutto. Faccio volentieri a meno di conoscere i dettagli, per non angosciarmi ulteriormente. Li lascio alla valutazione della sciocchina nostrana.

Tutto è perduto fuorché la coscienza

L’ultimo in ordine di tempo è stato il giovane paracadutista Dan Mandel Phillipson, che si è sparato durante un periodo di addestramento in una base nel sud di Israele ed è morto in ospedale pochi giorni dopo. Prima di lui il riservista Daniel Edri si era dato fuoco in un bosco nei pressi della città di Safad dopo aver trascorso un lungo periodo di servizio a Gaza. «Dopo quello che aveva visto non riusciva a liberarsi da un terribile tormento interiore», ha spiegato sua madre alla tv israeliana. Dai primi di luglio, in appena due settimane, sono già quattro i soldati dell’Idf (le Forze di difesa israeliane) che si sono tolti la vita. Quello dei suicidi nell’esercito – ben diciannove dall’inizio di quest’anno, il numero più alto di sempre – è un fenomeno spesso taciuto o minimizzato che si unisce all’aumento allarmante delle diserzioni determinando una vera e propria emergenza. Non una falla tecnica o strategica ma una profonda perdita di fiducia negli apparati dello Stato. Le operazioni in corso a Gaza ormai da quasi due anni e la conseguente catastrofe umanitaria stanno facendo vacillare il morale dei soldati aggravando la grave spaccatura interna alla società israeliana.

Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. Le testimonianze di chi ha vissuto l’esperienza diretta parlano di un impatto devastante. Soldati tornati a casa che non riescono a scrollarsi di dosso l’incubo delle operazioni, delle perdite, delle decisioni impossibili. E così, molti scelgono di non tornare più in servizio, non per diserzione ma per una forma di resistenza silenziosa alla guerra che li ha cambiati per sempre. A ben poco è servito il fatto che l’Idf abbia attivato una linea telefonica di supporto psicologico attiva 24 ore su 24 e aumentato il numero di specialisti in salute mentale disponibili.

(…)

Le diserzioni nei ranghi dell’esercito – ufficialmente non codificate – crescono in modo esponenziale sotto forma di assenze non giustificate o di atti di disobbedienza: soldati che rifiutano di presentarsi in servizio, che trovano il modo di sottrarsi a un ulteriore tour, che si sentono traditi da un sistema che non tutela chi ha già dato tutto. E si moltiplicano anche le petizioni che chiedono la fine dei combattimenti e dipingono la campagna di Gaza come priva di obiettivi chiaramente realizzabili, accusando il governo di aver fatto trapelare la promessa di un accordo sul rilascio degli ostaggi solo per giustificare un prolungamento del conflitto. L’ultima lettera, promossa dal gruppo pacifista Soldiers for the Hostages, è stata inviata qualche settimana fa a Netanyahu, al ministro della Difesa Katz e al capo delle forze armate con la firma di una quarantina di alti ufficiali dell’Unità 8200 dell’Idf, i quali hanno annunciato che non parteciperanno più a operazioni di combattimento «chiaramente illegali» spiegando che il governo sta conducendo a Gaza una guerra «infinita e ingiustificata». (da avvenire.it – Riccardo Michelucci)

Le più moderate proteste contro la guerra, condotta spietatamente da Israele, si limitano a chiedere che siano risparmiate almeno le vittime fra la popolazione civile (si sta arrivando alle incredibili sparatorie sugli affamati in cerca di cibo): appelli minimalisti ma irrealisti, considerata l’attuale assetto dei teatri bellici, l’impatto incontrollabile delle armi utilizzate e la sempre più bestiale geometria, in cui partendo dall’ipotesi che in guerra tutto è lecito si arriva alla conseguente logica tesi di sparare anche sulla Croce Rossa.

Ironia della sorte: più che le silenti vittime palestinesi sono forse e paradossalmente gli obiettori militari israeliani a mettere a nudo le atrocità e le insensatezze della guerra in atto, che lascerà una impronta indelebile di odio e rimorso, una scia infinita di ferite inguaribili.

Saranno forse più i disagi dei vincitori che la disperazione dei perdenti ad imporre una fine o almeno una tregua a questa guerra. Netanyahu, prima o dopo, oltre che con la propria coscienza, dovrà fare i conti col disagio dei reduci. La storia purtroppo insegna che ciò comporta il rischio di ulteriori sconvolgimenti socio-politici e di nuove guerre: un gatto che si morde la coda.

Papa Francesco ha ripetutamente espresso il concetto della guerra in cui tutti sono perdenti e tutto è perduto.  Mio padre, ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra, reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: “Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?”.

Fra tanta disperazione bipartisan quale può essere l’unica speranza? Che i rimorsi di coscienza prevalgano sui desideri di vendetta, che la constatazione dei disastri possa scuotere gli animi al fine di evitarne altri. Credo molto più alla massa critica delle coscienze che alla mobilitazione delle diplomazie.

Il grande merito di papa Francesco è stato quello di puntare a “turbare” l’animo delle persone, cattoliche e non, con la provocatoria forza d’urto evangelica, piuttosto che riformare le strutture ecclesiali ad intra e influire sugli equilibri internazionali ad extra con le pur necessarie iniziative vaticane.

Ecco perché sono tanto in ansia rispetto al nuovo Papa: adotterà ancora l’arma dell’umana evangelica debolezza o ripiegherà su quella della diplomatica ecclesiastica forza? Saprà parlare direttamente ai poveri del mondo o si limiterà a raccomandarli ai potenti?

 

 

I tempi favorevoli agli umili non sono mai maturi

Nella Striscia di Gaza è in corso “una catastrofe umanitaria” che “deve finire subito”. È quello che affermato Regno Unito, Francia e Germania alla fine di una call fra i leader Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. L’appello sembra una risposta indiretta al governo d’Israele che aveva negato la carestia in corso a Gaza, nonostante le denunce dell’Onu e di altre organizzazioni internazionali. “Noi chiediamo al governo israeliano di revocare immediatamente lo stop alla consegna di aiuti e di consentire urgentemente alle Nazioni Unite e alle Ong umanitarie di svolgere il loro lavoro per combattere la carestia e la fame”, continua la dichiarazione. Una posizione che arriva nel giorno in cui la Francia di Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. Una mossa che ha spinto numerosi parlamentari in Gran Bretagna e in Italia a mettere pressione ai rispettivi governi. Oggi, sulla tragedia in corso a Gaza si è espresso anche Josep Borrell, che dal 2019 al 2024 è stato alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. “Noi europei, che predichiamo il rispetto del diritto, siamo complici. Le Nazioni Unite sono paralizzate dal veto. Europa è incapace di arrivare a un accordo” su sanzioni a Israele “perché la Germania e altri paesi continuano a opporsi negando la realtà per i loro complessi di colpa del passato”, ha detto, spiegando di avere “perso la speranza che l’Europa reagisca” davanti alla mattanza sulla popolazione di Gaza, dove i civili vengono uccisi nei campi rifugiati mentre sono in fila per il pane e i bambini muoiono di fame. L’Europa resta inerte davanti alla carestia che sta uccidendo nella Striscia, “mentre seimila camion con medicine e alimenti sono bloccati alla frontiera dall’esercito israeliano”. Una situazione che, dice, “come europeista mi produce un’enorme tristezza”. “Li stanno uccidendo come topi quando vanno a cercare cibo. Non sto esagerando”, ha assicurato l’ex capo della diplomazia europea, deplorando il blocco israeliano a causa del quale “ci sono due milioni di persone che muoiono di fame”. Nel suo intervento a Cadena Ser, Borrell cita la Germania che, imbrigliata nel senso di colpa per il nazismo, “nega la realtà”. (da “Il Fatto Quotidiano”)

Josep Borrell Fontelles è un politico, ingegnere aeronautico, economista e docente spagnolo, membro del PSOE. È stato dal 1º dicembre 2019 al 1º dicembre 2024 Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.  Non è l’ultimo arrivato! Finalmente una visione chiara che fotografa una situazione vergognosa e un invito ad uscire dai tatticismi e dalle menate diplomatiche.

Ho l’impressione che la Germania sia prigioniera della propria impresentabile storia, il Regno Unito tenti di risalire in corsa sul treno europeo e la Francia esibisca il suo solito sterile protagonismo. Il loro appello è meglio del silenzio, ma è poco più di una vocina del sen fuggita o, se volete, un timido tentativo di affrancarsi dal controllo Trumpiano.

L’Italia sembra tagliata fuori da queste mosse diplomatiche: troppo azzardate per essere praticabili, troppo incaute per essere ingoiate dai trumpiani di casa nostra. La linea di Meloni sulla Palestina: «I tempi non sono maturi. Due popoli due Stati sia un punto di arrivo». Cosa aspettiamo ad agire che la Palestina non esista più? Un punto d’arrivo richiederebbe anche un punto di partenza: da dove incominciamo?

Ecco il recente messaggio inviatomi dal carissimo amico Pino: “Non dimentichiamo il parroco di Gaza, è quello che più si sporca le mani perché rischia la sua vita restando lì: un santo padre Romanelli. Umile, semplice, eroico senza nessun atteggiamento da eroe. Io mi devo impegnare di più a pregare per chi vive in quell’inferno, perché sono preso di più dai sofferenti che sono qui e che hanno a che fare con me. Bisognerebbe andare sul posto e vedere di persona: ti coinvolge di più (vedi cardinale Pizzaballa). Ci siamo abituati troppo a vedere immagini di sofferenza in tv”.

Aggiungo che, non avendo la possibilità di recarci in mezzo ai disastrati, dobbiamo accontentarci di andarci almeno col cuore. Il percorso dovrebbe partire dalla pietosa osservazione, per passare alla incontenibile indignazione, poi all’aperta e coraggiosa denuncia, poi alla solidarietà con chi soffre, poi alla preghiera, poi alla politica che, come sosteneva Paolo VI, è la più alta forma di carità: Giorgio La Pira è forse l’unico personaggio che è riuscito a fare tutto questo virtuoso percorso.

Mia sorella andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Chissà come soffrirebbe per i bambini di Gaza! Poi però aggiungerebbe parole infuocate di condanna contro i governanti di Israele: le pronunciò anche in tempi non sospetti al rientro da un viaggio in Terra Santa.

Questi sentimenti di sofferta partecipazione al dramma palestinese sono abbastanza diffusi nella gente così come la repulsione alla guerra e ad ogni forma di riarmo. Perché i nostri governanti non se ne fanno minimamente carico? Ricordo un recente intervento parlamentare di Gianni Cuperlo con un appello alla premier Meloni ad interpretare questo sentimento popolare quando si siede ai tavoli dei potenti, che prima o poi “saranno rovesciati dai troni” (magnificat di Maria).

Forse Giorgia Meloni non ha nemmeno voglia di sedersi a quei tavoli. Magari teme che vengano rovesciati non da Dio, ma da Trump…

 

 

 

 

 

 

Il ditone giustizialista e il ditino scacciapensieri

L’ex sindaco di Pesaro ed ex presidente di Ali, Autonomie Locali Italiane, figura di spicco del centrosinistra marchigiano, ha reso noto di essere destinatario di un avviso di garanzia nell’ambito dell’indagine “Affidopoli”, che riguarda presunti affidamenti irregolari effettuati dal Comune di Pesaro durante il suo mandato. A comunicarlo è stato lo stesso Ricci, che in un video diffuso sui social ha espresso stupore e delusione, ribadendo al contempo la propria convinzione di non aver commesso alcun illecito.

L’inchiesta, avviata circa un anno fa dalla procura, si concentra su una serie di affidamenti diretti effettuati dal Comune di Pesaro durante l’ultima amministrazione Ricci, per un ammontare complessivo superiore ai 500mila euro.

I fondi, secondo gli inquirenti, sarebbero stati assegnati a due specifiche associazioni senza passare attraverso gare pubbliche o procedure comparative, come invece previsto in linea generale per l’utilizzo di risorse pubbliche.

Gli interventi finanziati comprendevano iniziative culturali e simboliche, tra cui la realizzazione di un murale in onore della senatrice a vita Liliana Segre, volto a promuovere la memoria della Shoah, e l’installazione di una grande scultura a forma di casco, dedicata al pilota Valentino Rossi, destinata a celebrare il legame del territorio con il campione motociclistico.

A Ricci, tuttavia, non viene attribuito alcun arricchimento personale: le contestazioni mosse dalla procura riguardano esclusivamente un presunto vantaggio in termini di consenso politico. In altre parole, l’ex sindaco – secondo l’ipotesi accusatoria – avrebbe potuto trarre giovamento in termini di immagine e popolarità dalle opere realizzate e dagli eventi finanziati, rafforzando la sua posizione pubblica in vista di future competizioni elettorali. 

Una tesi che Ricci ha già definito “curiosa” e “infondata”, negando qualsiasi tipo di strategia orientata a ottenere visibilità attraverso l’utilizzo delle risorse comunali.

Nel suo intervento, Ricci ha chiarito di non aver mai gestito personalmente gli affidamenti pubblici, delegando tali responsabilità ai dirigenti competenti: «In quindici anni da amministratore, ho sempre riposto piena fiducia nei miei collaboratori. Non ho mai seguito direttamente le procedure di assegnazione», ha affermato, aggiungendo di non avere mai ricevuto alcuna segnalazione su presunte anomalie.

L’ex primo cittadino ha anche sottolineato di non aver avuto rapporti diretti con le associazioni coinvolte: «Non le conoscevo, né ho mai interagito con loro». La contestazione avanzata dai pm, che fanno riferimento a un’ipotetica “utilità politica”, viene definita da Ricci “piuttosto singolare” e completamente priva di fondamento. «Non ho mai pensato di ottenere consenso attraverso questi atti. Se qualcuno ha commesso errori, e lo si dovesse accertare, io per primo sarei parte lesa».

Non è mancata una riflessione sul tempismo dell’avviso, recapitato a poche ore dall’ufficializzazione del voto regionale. «Un anno di indagini, e proprio il giorno dopo l’annuncio delle elezioni mi arriva questa comunicazione. È difficile non notare la coincidenza. Mi amareggia e mi lascia interdetto», ha dichiarato Ricci, visibilmente provato.

Nonostante la situazione, l’ex sindaco si è detto sereno e determinato ad affrontare la vicenda con trasparenza. «Non ho nulla da nascondere. Continuerò a metterci la faccia, come ho sempre fatto. La politica per me è impegno civile, dedizione e confronto, non certo opportunismo». (lentepubblica.it)

Credo che la procura competente abbia agito con un certo qual accanimento giudiziario: non vorrei che si fosse aperto un vero e proprio ciclo di emulazioni fra procure per vedere chi ne incastra di più. Sarà la ricattatoria concomitante risposta preventiva alla riforma della giustizia?

Queste maliziose insinuazioni sono ben lungi dal criminalizzare la magistratura e beatificare la politica, ma mi vengono spontanee in un rissoso clima di confronto tra potere politico e potere giudiziario: un incrocio istituzionale molto delicato.

Superati i possibili reciproci veleni, vorrei svolgere due riflessioni. Mi sembra innanzitutto che l’accusa rivolta a Matteo Ricci sia assai poco rilevante sul piano giuridico e basata soltanto su presupposti etici, rispettabilissimi ma troppo generici e poco concreti. Che la politica tenti di utilizzare l’amministrazione della cosa pubblica per accaparrare consensi e ottenere appoggi è cosa vecchia come il cucco anche se a dir poco criticabile. Di qui a intravedere sempre e comunque la gatta che ci cova… Un po’ più di rigore giudiziario e di obiettività indagatoria non guasterebbero.

Devo però essere altrettanto sincero nel considerare debole la difesa di Matteo Ricci laddove nasconde la propria assoluta estraneità dietro il comportamento dei funzionari alle sue dipendenze: non so se possa scattare o meno una sorta di responsabilità oggettiva, ma comunque gli amministratori pubblici devono essere attenti agli atti dei loro uffici. Altrimenti, mi spieghino cosa ci stanno a fare e cosa fanno. Le solite chiacchiere programmatiche?

Sono stanco di sindaci (compreso il tanto osannato ed argenteo sindaco di Parma) che danno aria ai denti, elaborando progetti a raffica e ad impatto zero sulle effettive necessità dei cittadini (soprattutto quelli con gravi problemi). Dimostrano di non avere in mano la macchina amministrativa ed al contempo di avere scarsa sensibilità umana e sociale: allora può sorgere il dubbio che agiscano per motivi squisitamente “politici”. Dovrebbero essere i cittadini stessi a farlo presente, ma purtroppo sono imbambolati dai media, dalle polemiche di partito e dalla sfiducia dilagante. Ecco allora spuntare il giustiziere della notte, la procura che va alla ricerca del pelone nell’ovetto usando magari l’occhio del bue.