Trattativa: chi nuotava nell’acqua sporca?

Ho vissuto con una certa angoscia la notizia, con la lettura del dispositivo, della sentenza della Corte d’Assise di Palermo, secondo cui la trattativa fra lo Stato e la mafia all’inizio degli anni novanta c’è stata. Lo Stato, tramite alcuni suoi alti funzionari, avrebbe sondato le cosche mafiose per cercare di interrompere la sequela di loro attentati, che stavano insanguinando e distruggendo il Paese. Non mi sento in grado di esprimere giudizi di carattere legale. Di fronte alla delicatezza di questo tema e di tale vicenda giudiziaria non mi esimo tuttavia dall’esprimere le mie idee: mi limito ad alcune osservazioni di carattere etico-politico, prendendo per buono quanto deciso dalla magistratura, seppure in primo grado di giudizio.

Può lo Stato venire a trattativa con la delinquenza? Su un piano squisitamente etico-giuridico si direbbe di no. E se e quando il rapporto con la criminalità organizzata diventa una vera e propria guerra? In guerra tutto dovrebbe essere possibile pur di evitare mali peggiori e ottenere risultati anche parziali. In guerra si scende a patti col nemico, si fanno armistizi, si tratta, senza riconoscere le pretese del nemico, senza cedimenti definitivi e senza dichiararsi per ciò stesso sconfitti.  Vale anche a livello del funzionamento statuale?

E chi dovrebbe decidere e gestire tali patteggiamenti segreti? Lo Stato medesimo? Qui sta il nodo dell’annosa inchiesta e dell’annoso processo: si è trovato il primo collegamento tra i vertici mafiosi ed alti funzionari statali, ma non si è trovata alcuna prova certa del collegamento tra detti funzionari (carabinieri) e le istituzioni (governo). Di qui la domanda: c’era qualcuno che lucrava su questi contatti, che aveva interessi a portarli avanti? Era un interesse generale dello Stato o erano interessi particolari di chi occupava lo Stato? I condannati tra le fila mafiose avevano un loro preciso disegno criminale, ma i funzionari statali a quale disegno facevano riferimento? Trattavano in proprio o a favore di chi? Non si sa. Si fanno supposizioni o illazioni, anche molto pesanti, ma non esistono dati certi.

Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per l’impegno della magistratura, che ha il coraggio di esporsi a vendette e rappresaglie, viene da chiedersi: ha senso imbastire una vicenda giudiziaria così monca e parziale, che rischia di screditare genericamente le istituzioni buttandole indistintamente nella pattumiera mafiosa? Purtroppo è sempre esistita una mentalità politica, che vive la mafia come una sciagura con cui fare i conti, una realtà da affrontare con pragmatismo al limite del cinismo. Non credo sia un atteggiamento serio e responsabile. Da qui a ritenere che la politica a livello istituzionale sia stata condizionata dalla criminalità e abbia trattato più o meno nascostamente con essa, ci passa molto strada.

Che nella società, politica e istituzioni comprese, ci sia del marcio è sicuro, ma non credo sia giusto e opportuno combattere il marcio spargendone gli effetti a vanvera. Attenzione a non buttare l’acqua sporca in cui nuotava la trattativa con la mafia assieme al bambino delle istituzioni, bisognose di rispetto. Quando si avvalora l’ipotesi che ci sia stata una trattativa tra potere mafioso e potere governativo si rischia grosso. O si dimostra questo teorema o si fa un pessimo servizio all’intero Paese.

 

Di Maio e la foglia di Fico

Non bastava una campagna elettorale lunga, insulsa e mistificatoria, non era sufficiente la stranezza di un voto uscito più dalla fantasia di un umorista prestato alla politica che dalle urne, non bastava la confusa volontà delle forze politiche vincenti ma numericamente bloccate su percentuali minoritarie, non bastava  l’incapacità a cercare e trovare compromessi di governo al più alto livello possibile, non bastavano le reciproche pregiudiziali sulle persone, non bastava l’indegna bagarre  post-elettorale portata fino alle stanze del Quirinale, tutto ciò non bastava, ci voleva la ciliegina sulla torta ed è arrivata.

Dopo il naufragio del presidente del Senato nel mare aperto del confronto tra Centro-destra e Cinque Stelle, si preannuncia un ulteriore passaggio nell’iter delle consultazioni del Capo dello Stato, vale a dire un incarico esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico per vagliare le possibilità di un accordo di governo tra M5S e Partito Democratico. Questa verifica prende atto della doppiezza del movimento grillino, più volte dichiaratosi disponibile ad un confronto anche col PD e vuole stringere i bulloni intorno a queste schizofreniche opzioni politiche.

Sul più bello il cosiddetto leader pentastellato Luigi Di Maio rilascia dichiarazioni che sembrano neutralizzare a priori i tentativi di Mattarella e dice: «Io credo fermamente nel fatto che con la Lega di Matteo Salvini si possa fare un buon lavoro per il Paese. Possiamo fare cose molto importanti. Questo è il momento in cui possiamo fare grandi cose. Ma c’è bisogno di venirsi incontro. Io ce la metterò tutta. Deciderà il Presidente Mattarella, ma se mi chiedete di Fico, ho solo cose buone da dire. Guardiamo a lui come una figura di garanzia che è stata in grado in questo momento di assicurare la sua imparzialità». Se questa non è una presa in giro verso il Presidente della Repubblica…

Cosa vuole fare il Movimento Cinque Stelle? Lo dica una buona volta ai suoi elettori, ma anche a tutti gli italiani. Vorrebbe tentare un accordo con la Lega, ma senza interferenze berlusconiane. Come se uno chiedesse la mano di una ragazza purché ripudiasse i propri genitori e parenti: una Lega rinnegata (sarebbe meglio dire rinnegante) e felice, per dirla con Madama Butterfly di Puccini. La ragazza recalcitra, anche perché rischia di essere disonorata e diseredata, ma il pretendente insiste. Il padre (leggi Berlusconi) lo manda a pulire i cessi, lo ritiene inaffidabile, ma quello insiste. Qualcuno molto autorevole (leggi il Presidente della Repubblica) gli sta cercando un altro buon partito al cui fascino il giovanotto (leggi Di Maio) non era del tutto insensibile, ma proprio mentre sta per iniziare la ricerca c’è un ritorno agli impossibili primi amori. Un gioco dell’oca che investe e squalifica le forze politiche, ma che trascina nel ridicolo persino il Presidente Mattarella, che però la sa molto lunga e forse manderà tutti a quel paese: i pretendenti ondivaghi, le ragazze che si specchiano, i genitori possessivi, i cercatori di matrimoni impossibili. Cambierà gioco, tirerà fuori le sue carte e le mostrerà. Il M5S non potrà più nascondersi dietro la foglia di Fico e dovrà finalmente uscire allo scoperto, lasciando la tattica dei due forni a chi se la poteva permettere nel passato. Resta quella ciliegina acida cui facevo riferimento: uno sgarbo istituzionale da parte di chi non ha alcun garbo. Un atto di bullismo verso il Quirinale!

I cessi voltagabbana di Berlusconi

“Nessun accordo con M5S, partito che non conosce la democrazia, formato solo da disoccupati. È un pericolo per l’Italia. È gente che non ha mai fatto nulla nella vita. Nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi. Seguo tutto con disgusto. Gli italiani hanno votato molto male”: così si è espresso Berlusconi anche in risposta alle pregiudiziali poste nei suoi confronti e nei confronti di Forza Italia dai pentastellati. Ho già scritto e ribadisco che con l’età il cavaliere forse ha raggiunto la pace dei sensi, non tanto sessualmente parlando, ma politicamente. Quindi, parla senza freni inibitori e senza troppi calcoli.

Lo stigma contro i politici fannulloni o mestieranti è sempre stato il suo cavallo di battaglia, che sotto-sotto ho sempre apprezzato, perché anche a me non sono mai piaciuti i politici senza preparazione ed esperienza professionali, quelli che chiacchierano e nella loro vita personale non hanno combinato niente. Ce ne sono in tutti gli schieramenti politici, a destra, a sinistra, al centro. Indubbiamente la natura estemporanea del movimento pentastellato, la selezione improvvisata della loro classe dirigente, la mancanza di una storia alle loro spalle, hanno accentuato l’ignoranza, l’impreparazione e la sprovvedutezza degli esponenti di questa forza politica. Innovare e ricambiare non vuol dire mettere   dei “buoni a nulla” al posto dei “capaci di tutto”.

Anche la piccata risposta del parlamentare grillino Morra a quanto affermato da Berlusconi con le suddette espressioni colorite, vale a dire “è meglio un pulitore di cessi che si guadagna onestamente da vivere che un colletto bianco amico di mafiosi”, pur nella sua comprensibile verve moralizzatrice, non coglie nel segno: per i politici l’onestà è un prerequisito e, se ad essa non si aggiungono altre doti ed altre qualità, rimane sterile e improduttiva di effetti per gli amministrati ed i governati. A parte il fatto che anche i grillini hanno i loro scheletrucci negli armadi, gli esponenti pentastellati impegnati a certi livelli stanno mostrando la corda. E non mi convince chi li vuole mettere alla prova, nonostante tutto, solo per il gusto di mandare a casa qualcuno o per lo sfizio di provare a mangiare una nuova pietanza, anche se proviene da una cucina poco raccomandabile.

Un altro cavallo di battaglia polemico di Berlusconi è da sempre stato lo sferzare il catastrofismo economico proponendo i bar, i ristoranti, le pizzerie, gli alberghi e i camping stracolmi di gente. Stando alle previsioni nel lungo ponte del 25 aprile si muoveranno quasi otto milioni di italiani, per un giro d’affari che vale 2,85 miliardi di euro. Per il 34,2% dei casi sarà un “super ponte”, che includerà 25 aprile e primo maggio. Limitatamente alla giornata del 25 aprile la spesa media pro-capite per il viaggio, comprensiva di tutte le voci, sarà pari a 385 euro.  Un mio carissimo e simpatico amico sosteneva che, se una persona è a corto di risorse e vuole effettivamente risparmiare qualcosa, non deve mettere nemmeno il naso fuori di casa, deve andare a letto. Bisogna prendere atto tuttavia che l’Italia, secondo i dati Eurostat è penultima in Ue per il livello di occupazione. Quindi le difficoltà ci sono, eccome. Berlusconi esagerava, riduceva il discorso economico ad analisi un tanto al metro, ma un fondo di verità nelle sue considerazioni spannometriche esisteva ed esiste.

Rimane un problema in capo a Berlusconi (magari fosse solo uno…): qualcuno penserà ai rapporti con la giustizia. Quello non è un problema, ma una triste realtà a cui gli italiani non hanno fatto caso per tanti anni, salvo accorgersene improvvisamente sotto l’impulso delle pregiudiziali dimaiane e della concorrenza salviniana: meglio tardi che mai. Il problema cui faccio riferimento è l’inguaribile “voltagabbanismo”. Un giorno i grillini devono pulire i cessi, il giorno dopo possono tranquillamente governare; un giorno si fa la corte al PD, il giorno dopo mai col PD; un giorno si lascia intendere che Salvini ha rotto “i cosiddetti” con il suo estremismo, il giorno dopo è il leader indiscusso del centro-destra. Prima o poi mi aspetto che, a parere di Berlusconi, i bar, i ristoranti, le pizzerie, gli alberghi e i camping diventino miseramente vuoti.

Torno brevemente alle valutazioni berlusconiane sull’attuale situazione politica ed in particolare al giudizio sul comportamento elettorale degli italiani (“hanno votato molto male!”). Per un capo di partito non è certo un bene insolentire gli elettori o mettere in discussione l’esito del loro voto. È un atteggiamento pericoloso e controproducente. Se il responso delle urne è negativo non si può ricorrere al “destino cinico e baro” di saragattiana memoria dopo la sconfitta elettorale del 1953: in un certo senso l’elettore, come il cliente in un negozio, ha sempre ragione. Tuttavia, siccome non sono un esponente politico, posso permettermi di dirlo apertamente: effettivamente gli italiani hanno votato male!

 

Le velleitarie e chiccose frecce della sinistra

Parecchi anni or sono Massimo D’Alema, con la sua solita verve dialettica, definì la Lega nord (allora si chiamava così) una costola della sinistra, una sorta di “voce dal sen fuggita poi richiamar non vale: non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì” (aforisma di Pietro Metastasio). Me ne sono ricordato dopo aver verificato di persona come parecchie persone storicamente legate alla resistenza, ideologicamente ispirate al comunismo, tradizionalmente elettori di sinistra, lo scorso 04 marzo abbiano scelto quasi istintivamente di votare la destra estrema (Lega) o il M5S.

Un fenomeno apparentemente inspiegabile dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Riflettendoci sopra e parlandone con amici ho trovato però due spiegazioni plausibili sul piano ideologico e politico. L’estrema sinistra ha inculcato nella mentalità dei suoi sostenitori, soprattutto i più accaniti e fegatosi, l’idea che per essere di sinistra occorra porsi in una pregiudiziale posizione conflittuale: la massa non può scalare gradualmente la difficile montagna del riformismo, ma deve rimanere con i piedi saldamente ancorati alla protesta, alla lotta ed alla conflittualità sociale. Se la sinistra abbraccia una strategia di governo si fa fatica a seguirla ed allora, in certi passaggi e periodi particolarmente difficili, viene la tentazione di spostarsi drasticamente a destra: quando si dice che gli estremi si toccano, non si è lontani dalla verità. La scelta “pazza” può andare verso destra, ma può anche prendere la direzione del movimentismo anti-politico ed anti-sistema: quando si ipotizza un governo tra Lega e Cinquestelle, anche sulla base di una comunanza di pulsioni elettorali, non si è lontani dalla verità.

Prendendo spunto dall’aforisma di Metastasio, si può dire che lo strale velleitario dell’anti-sistema non si può trattenere una volta che sia uscito dall’arco di una sinistra parolaia e barricadiera. Se questo può essere un motivo ideologico, ve n’è anche uno politico, vale a dire la ritrosia della sinistra ad affrontare certi nodi programmaticamente scomodi per rifugiarsi in una logica salottiera, la preferenza cioè verso una impostazione intellettualmente chiccosa a danno dei problemi reali sentiti dalla gente sulla propria pelle. Mi riferisco soprattutto ai temi dell’immigrazione e della sicurezza, che hanno favorito il travaso elettorale verso la Lega di Matteo Salvini, nonché ai temi dell’affarismo, della corruzione e della povertà, che hanno spinto un certo elettorato di sinistra verso il M5S.

Il frettoloso e velleitario tentativo di recuperare la situazione, affidandosi pretestuosamente al richiamo della foresta ideologica, perpetrato da Bersani, D’Alema e c., non ha fatto altro che creare ulteriore confusione, anche perché questi esponenti si sono nel tempo burocratizzati, hanno cioè imbalsamato la sinistra senza riuscire a portarla sul vero terreno del riformismo. Il renzismo, al di là degli errori e delle carenze di Matteo Renzi, è stato bloccato in questo delicato bivio: non è riuscito a dare l’idea di una vera e definitiva scelta riformista nella capacità di governo, rimanendo a metà del guado col cerino acceso in mano, finendo col non convincere i “riformisti” e irritando i “rivoluzionari”.

Nel linguaggio, nel metodo, nel centralismo, nel velleitarismo, nell’ambiguità ritroviamo parecchie analogie tra Lega, M5S e PCI: non sono mai stato un anti-comunista, ma devo riconoscere come gli errori storici di tale partito continuino a ripercuotersi sulla politica dei giorni nostri.  Non si riescono a richiamare le frecce del passato e non si riescono a scoccare quelle del presente. Un bel guaio!

 

La quiete di Mattarella dopo la tempesta grillo-salviniana

Mi hanno fatto decisamente sorridere le scandalizzate e grilloparlantesche reazioni di gran parte della stampa allo stallo, conclamato nelle trattative di governo tra centro-destra e M5S ancor prima che partissero. Tutti a certificare la incapacità e impreparazione delle forze politiche uscite vittoriose dalle urne a far seguire alle urla elettoralistiche una proposta di governo plausibile per il Paese. Stavano tutti in attesa: qualcuno aveva già il piede sul predellino del nuovo treno, qualcuno vi era salito da tempo, altri traccheggiavano per andare a vedere in mano a questi nuovi giocatori d’azzardo.

Dopo la corsa ad accreditarsi come amici dei nuovi eventuali futuri governanti, assistiamo alla precipitosa retromarcia per prendere le distanze da un’accozzaglia di incapaci, che hanno tutti i difetti delle cosiddette prima e seconda repubblica, senza ereditarne alcun pregio. Ci voleva ben altro della Casellati, la replicante berlusconiana promossa inopinatamente a ricoprire la seconda carica dello Stato, per ricucire la tela di Penelope (di giorno Salvini la tesse e di notte Di Maio la disfa). Il primo grande merito che potrà essere riconosciuto a Lega e M5S sarà quello di aver portato alla presidenza del Senato una indefessa seguace del cavaliere: per emarginare il “demonio” hanno cooptato una “demonessa”. Sull’altro massimo scranno parlamentare hanno portato il grillino Roberto Fico: un personaggio che un tempo avrebbe sì e no presieduto una sezione periferica di partito. Non c’è che dire, la terza repubblica è partita molto bene; se, come si dice, il buon giorno si vede dal mattino, il pomeriggio sta già segnando una ridicola impasse, per la sera non è dato fare previsioni, mentre la notte si preannuncia molto oscura.

Sia chiaro che non sto faziosamente gufando, ma solo verificando, in tempi ancor più brevi di quanto immaginassi, la pochezza di forze politiche, che si spacciano come innovative e portatrici di profondi e benefici cambiamenti epocali.  Cosa succederà dopo che la presidente del Senato ha esplorato su incarico del Capo dello Stato il campo di un eventuale accordo senza alcun risultato? Credo che il presidente Mattarella abbia capito fin dall’inizio la criticità della situazione, ma, a scanso di equivoci, la voglia far constatare da personaggi istituzionalmente sopra le parti, ma politicamente molto di parte (Casellati e Fico). Sono altrettanto convinto che finirà col puntare ad un governo del presidente (chiamiamolo così), molto autorevole nel premier e nei ministri fondamentali, capace di affrontare i maggiori problemi sul tappeto interno, europeo ed internazionale: un governo di fronte al quale, anche le forze politiche più recalcitranti avranno difficoltà a defilarsi o a nascondersi dietro atteggiamenti populistici.

E i grillini, i leghisti ed i loro elettori? Potrebbe succedere come nell’opera di Verdi Simon Boccanegra, composta su libretto di Francesco Maria Piave. Quando a Genova viene proposto Simone per la massima carica di Doge, molti si chiedono quale sarà la reazione. Il corsaro all’alto scranno… e i Fieschi (la potente famiglia nobile genovese)? Taceranno! Fu la risposta. La scelta si rivelò azzeccata, anche se il doge Simone ci lasciò le penne fra congiure di palazzo, vendette amicali e vicende familiari. Non penso possano esservi analogie politiche significative con l’attuale situazione politica italiana. Mi intriga soltanto quel “taceranno”, che potrebbe significare la quiete popolare indotta da Mattarella, dopo la tempesta populista scatenatasi nelle urne.

 

La cucina d’evasione o d’invasione

Prima o poi bisognerà smaltire la sbornia elettorale e speriamo di uscire indenni(?) dalla problematica del dopo-voto, che è fortunatamente nelle affidabili mani del presidente Mattarella.  Dall’indigestione elettorale passo quindi a quella che ogni giorno si rischia guardando i programmi televisivi: una girandola di trasmissioni dedicate al cibo e alla cucina, talmente insistenti e ripetitive da far passare l’appetito.

La televisione sembra darci uno stimolo eticamente riprovevole: vivere per mangiare! La buona tavola è certamente un valore da tutti i punti di vista: Gesù stesso non era un digiunatore di vocazione, amava mangiare in compagnia e per questo era considerato un beone e non si faceva scrupolo di pranzare con personaggi equivoci e chiacchierati.

Ricordo il gusto e la soddisfazione con cui mio padre al termine di una giornata lavorativa poteva sprofondare nella sua poltrona, accendere la lampada, inforcare gli occhiali e dedicarsi alla lettura del giornale con un’attenzione ed una concentrazione tali da fare invidia al fior fiore degli intellettuali. Mia madre si lamentava della sua eccessiva dedizione a questo rito culturale, ma lui non si distaccava dalla giusta e succulenta abitudine: solo il richiamo della cena pronta in tavola era in grado di interrompere il collegamento. Sì, perché il mangiare insieme per mio padre era la concretizzazione dell’unità della famiglia: su questo punto vigeva una sorta di intransigente regola, che solo a distanza di tempo ho potuto comprendere ed apprezzare appieno. “Magnèmma insèmma, po’ se vón al gh’à d’andär fóra al va”: unità nella diversità, insieme ma non legati, una concezione quasi religiosa del condividere il pasto, del sedere alla stessa tavola. Anche quando dopo parecchio tempo fu introdotta in casa Sua Maestà la televisione, il tubo catodico fu sempre tenuto rigorosamente lontano dalla cucina, dal locale dove si consumavano i pasti: se in TV trasmettevano un evento proprio irrinunciabile, si raggiungeva l’onorevole compromesso di anticipare l’ora del pasto per poi potersi trasferire in salotto ed assistere al programma televisivo. Altri tempi.

Oggi si parla di cibo, si cucina e si mangia continuamente in televisione. Evidentemente questi programmi di carattere culinario avranno alti indici di ascolto: una sorta di scacciapensieri, che va per la maggiore. Poi, per chi ingrassa ci sono le trasmissioni dietetiche; per chi fa indigestione ci sono i programmi di approfondimento medico-scientifico. Tutti affamati, tutti grassi, tutti malati, tutti spensierati, tutti perditempo intenti ad ascoltare le chiacchiere propinate da insulsi e penosi dibattiti ed a subire l’invadenza opprimente della pubblicità.

Tv pubblica e tv private, unite appassionatamente per addormentarci e trattarci da aspiranti coglioni. Ricordo come un caro amico, ai tempi della contestazione, si fosse giustamente scandalizzato dell’enorme spiegamento di forze di polizia a difesa delle “cagone e dei cagoni”, che si recavano alla prima del Regio. Aggiunse: «Togliamo la scorta ai politici e ad altri personaggi che rischiano la vita, per proteggere dal lancio di uova e ortaggi le scorribande dei finti melomani in abito scuro e lungo…». Il mio spirito sessantottino ogni tanto ritorna e me ne scuso. Si tratta di un parallelismo sottile, ma pertinente: ho richiamato questo episodio perché magari, dopo la stupida sarabanda televisiva di cui sopra, ci lamentiamo per i programmi “barbosi”, quelli culturali e storici e non esitiamo a sacrificarli sull’altare della ricreazione continua. Il dilettevole che soffoca l’utile. Non soccombono i programmi politici, perché anche la politica è finita nel tritacarne vanesio e ciarliero funzionale al sistema, compreso più che mai, a livello comunicativo e non solo, anche il trionfante M5S: evasione totale di cui quella fiscale è solo un aspetto.

 

 

 

 

I cocci alla vetrata

Durante il lungo conclave per l’elezione del papa che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXIII, in caffè dal televisore si poteva assistere al susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc.): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferì’ rispondere alla sua maniera: “I fan cme in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta! “.

Questo succedeva nel 1958, ma dieci anni prima molti italiani si posero il problema e preferirono non rischiare la Russia del diritto di voto ed esercitarono il diritto di voto in senso garantista, vale a dire per non tornare indietro rischiando di andare troppo avanti: scelsero di affidare il Paese alla Democrazia Cristiana, in quanto partito che segnava l’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale, all’area democratica e prometteva seriamente e credibilmente  il rispetto assoluto delle libertà conquistate dopo la caduta del fascismo. Dall’altra parte, Pci e Psi uniti in una folle alleanza di sinistra (al Pci non conveniva svenarsi per aiutare i socialisti, al Psi non faceva gioco appiattirsi politicamente sulla discutibilissima e pericolosissima strategia comunista) vennero sonoramente e storicamente sconfitti, in quanto portatori di una visione avventuristica del futuro dell’Italia.

Non voglio celebrare l’anniversario delle elezioni del 18 aprile 1948, anche se la storia meriterebbe di essere rivisitata con attenzione, ma fare un triste parallelo tra la prova di maturità degli italiani nel lontano 1948 e la performance dello scorso quattro marzo in cui gli elettori hanno dimostrato, a dir poco, una certa avventatezza, che a distanza di quaranta giorni sta già dando frutti negativi in termini di governabilità del Paese e affidabilità delle sue istituzioni. Non si può votare sull’onda emotiva dell’antipolitica o della protesta populista.

In data odierna il Capo dello Stato ha conferito un mandato esplorativo alla Presidente del Senato per verifica ed approfondire le possibilità di un accordo programmatico di governo tra il centro-destra e il M5S, le forze politiche uscite premiate dallo sconclusionato voto di marzo. Qualcuno fa risalire la situazione di stallo alla legge elettorale, sostanzialmente proporzionale, che ha creato i presupposti per un tripolarismo inconcludente e paralizzante. Certo il vigente sistema elettorale non è un toccasana per la nostra politica, ma anche nel 1948 vigeva un proporzionalismo addirittura puro e ciononostante i cittadini italiani seppero scegliere e dare la forza necessaria per innescare una governabilità basata sulla DC, che ebbe la lungimiranza di non chiudersi a riccio sugli allori, ma di scegliere la collaborazione con i partiti minori compatibili con la sua visione. La politica quindi non si risolve con le regole e queste non vengono prima della politica, ma dovrebbe essere l’esatto contrario.

Staremo a vedere cosa appurerà il Presidente del Senato di recente nomina: penso sia un passaggio obbligato, ma non risolutivo. Ci vorrà del bello e del buono per uscire indenni dal disastro combinato dagli italiani nelle urne. Abbiamo rotto senza pagare e ci illudiamo che i cocci siano di Mattarella. Anche le forze politiche hanno fatto di tutto per fuorviare gli elettori insinuando esagerate paure, infondate promesse e facili illusioni, ma alle elezioni bisogna che chi vota abbia capacità critica e buon senso, ciò che gli italiani sembrano avere smarrito.

 

 

Prodi aveva Bertinotti, Berlusconi ha i cretinotti

I casi sono due: o la politica ha raggiunto un livello talmente basso da consentire a Berlusconi di giganteggiare, oppure Silvio Berlusconi oltre al ridicolo lifting corporale è riuscito a farsene uno mentale. Sta dicendo e scrivendo cose di buon senso, che, in mezzo allo sbraitare degli altri, assumono una inopinata valenza. È vero che nella vita arrivano insegnamenti e lezioni spesso anche da persone verso cui non si nutre stima e considerazione: è così forse in politica dove mutano le situazioni e chi sembrava il diavolo rischia di diventare improvvisamente una spruzzata di acqua santa.

Alla battutaccia sulla precaria affidabilità democratica dei pentastellati, ha fatto seguito una breve analisi storica della propria azione politica: prima combatteva i comunisti e, aggiungo io, dopo essersi accorto che non esistevano, ha ripiegato sui populisti. Questi ultimi ci sono sempre stati e sempre ci saranno e però non sono solo nel M5S, sono anche e soprattutto nella Lega con cui Berlusconi è costretto a fingere di essere alleato, oltretutto di minoranza. Mi sembra un naufrago che lotta contro le onde populiste e tenta disperatamente di uscirne vivo. L’altro giorno, se devo essere sincero, ho solidarizzato con lui, relegato in un angolo da due cretinotti, Salvini e Meloni, suoi compagni di delegazione al Quirinale. Si sarà chiesto: ma chi me lo fa fare? Me lo sono chiesto anch’io e non ho trovato risposta se non nell’ego spropositato del cavaliere e nei suoi interessi aziendali che lo costringono a tenere botta. Un tempo c’erano i Bertinotti che creavano casino e imbarazzo a sinistra, oggi esistono i cretinotti che scompigliano i giochi della destra. Un parallelismo assai impietoso per Bertinotti: tutto sommato non lo merita, lo faccio solo per rendere l’idea.

Poi, tra una nuotata e l’altra, il cavaliere è arrivato all’auspicio di un governo autorevole, capace di mediare tra Usa-Mosca-Ue. In una lettera aperta al Corriere della Sera ha scritto: «L’Italia ha bisogno al più presto di un esecutivo nel pieno dei suoi poteri. I nostri alleati avrebbero il dovere e l’interesse di ascoltare. Di fronte a una situazione così complessa e drammatica non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra, ma di ragionare e di agire su una possibile soluzione. Per questo serve un governo autorevole sul piano interno e internazionale, interlocutore riconosciuto e capace di farsi ascoltare dalle maggiori potenze».

Credo che Berlusconi stia pensando a un governo di unità nazionale in cui lui e il suo partito troverebbero un ruolo politico al di là dei numeri. In questa logica diventerebbe un dato interessante quello che sembrava un altolà sprezzante: la presidenza del Senato alla Casellati, berlusconiana di ferro. Non so se stia lavorando alacremente per far fallire ogni residua possibilità di governo con i cinquestelle o se stia cercando il modo di eclissarsi elegantemente da una simile eventualità. Resta comunque un dato di fatto: non è in confusione mentale, forse non è mai stato così lucido, riesce ad esprimere concetti sensati in un clima da rissa verbale.

Dal momento che ha fatto sessanta, sarebbe opportuno tentasse di fare sessantuno. Ritirandosi dalla scena? In questo momento direi proprio di no, ma continuando a tenere un atteggiamento coerentemente ed obiettivamente volto a sostenere un governo serio. Il prerequisito posto continuamente dai grillini alla politica è l’onestà. Io preferisco la serietà: se ne sente un bisogno enorme e il fatto che Berlusconi faccia ragionamenti seri non è da disprezzare e nemmeno da sottovalutare. Forse ha solo fiutato l’aria e cerca di salire sul carro mattarelliano in procinto di partire? Può darsi, ma è sempre meglio un’opportunistica mossa equilibrata piuttosto di una testarda ed intransigente sparata.

La politica sotto attacco

Il 16 aprile 1988, esattamente trent’anni or sono e a dieci anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, le Brigate Rosse uccidevano il senatore democristiano Roberto Ruffilli, costituzionalista, studioso, consulente e intimo amico dell’allora segretario democristiano e presidente del consiglio Ciriaco De Mita. Dopo Moro, il quale preparava politicamente l’evoluzione del sistema partitico verso l’alternanza DC-PCI, anche tramite una propedeutica e transitoria collaborazione tra queste due forze politiche, che superasse lo scontro ideologico, Roberto Ruffilli stava portando avanti l’idea di una riforma costituzionale, soprattutto elettorale, che consentisse di creare i presupposti per una obiettiva scelta elettorale fra due blocchi, il cosiddetto bipolarismo, che togliesse al Psi, partito di minoranza, lo storico e sciagurato potere di interdizione rispetto ai due blocchi, che avevano funzionato e potevano continuare a funzionare come autentici pilastri ideologici e post-ideologici della democrazia italiana.

Le Brigate Rosse, anche nel caso della macabra esecuzione del forlivese Ruffilli, dimostrano una lucidità strategica che induce persino a dubitare della sua autenticità: le prime BR avevano la forza politica e militare per un attentato al cuore delle istituzioni impersonificato da Aldo Moro; le seconde BR hanno minore forza organizzativa, minore radicamento sociale, minore capacità militare e quindi ripiegano su figure poco difese e molto aggredibili, ma comunque emblematiche di una mediazione culturale verso il progredire della nostra democrazia nel senso del dialogo e del riformismo. Sarà veramente stata tutta farina del sacco delle BR? Sarà proprio un caso che, quando il sistema politico si evolve e si allarga, spuntano da una parte il terrorismo di matrice filo-comunista e dall’altra quello stragista di matrice filo-fascista, per interrompere, condizionare, rovinare questi passaggi delicati e complessi della nostra democrazia?

Di queste interruzioni storiche soffriamo le conseguenze anche oggi: dopo la morte di Ruffilli e dopo la fine del progetto demitiano, si è verificato il ritorno all’interno della DC di un blocco di potere e una saldatura conservatrice tra la Democrazia Cristiana e il Partito socialista, il cosiddetto CAF (patto di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani), che portò il sistema politico e partitico a galleggiare sulla corruzione e l’affarismo, sganciandosi sempre più da ogni e qualsiasi controllo democratico dentro e fuori dai partiti.

Il bipolarismo, senza la terza fase ipotizzata da Aldo Moro e senza i riferimenti costituzionali ed elettorali studiati da Roberto Ruffilli, è sbucato all’improvviso, a metà circa degli anni novanta, dalle ceneri della corruzione del sistema partitico ed è stato cavalcato dal berlusconismo dilagante a cui si è tardivamente e sporadicamente contrapposta una sinistra divisa e rissosa. Più o meno siamo ancora lì, con il bipolarismo finito nel tritacarne dell’anti-politica, vale a dire spiazzato dalla novità devastante del sorgere o del progredire di forze populiste, che stanno ulteriormente bloccando o deviando il percorso della democrazia.

Se le BR volevano prima suscitare la pretenziosa insurrezione armata dei comunisti veraci e poi limitarsi a rovinare l’evoluzione democratica del sistema, sono riusciti quanto meno a pesare non poco sulla storia politica italiana, accentuando ed allargando quella frattura tra politica e popolo che ci sta tuttora condizionando.  In questo momento di stallo a livello politico italiano sarebbe opportuno lasciar fare al Presidente della Repubblica, che, guarda caso, non è lontano dal filone storico-culturale di matrice cattolica a cui appartenevano Moro e Ruffilli. Chissà che non abbia la capacità politica e la saggezza democratica di riprendere, a distanza di tanto tempo, un percorso virtuoso interrotto, anche con gli attentati brigatisti, e mai portato avanti seriamente. Come? Non lo so, ma sotto-sotto ci spero ancora.

 

 

Le sconfitte che fanno storia

Oggi andiamo al bar sport, non per parlare di politica, come ormai fanno sistematicamente gli italiani, ma per parlare di…sport, ma non proprio e solo di sport. Esso è pieno di eventi storicamente rilevanti, che registrano sconfitte clamorosamente ingiuste, le quali hanno assunto un significato, che va ben oltre l’esito squisitamente tecnico. Tutti ricordano, per averlo letto, sentito raccontare o visto nelle sbiadite immagini d’epoca, il fatto della squalifica di Dorando Pietri alla maratona olimpica di Londra del 1908 (arrivò in testa alla corsa stremato in vista del traguardo e fu sostenuto dai giudici di gara e per questo escluso dalla graduatoria): la coppa d’oro offertagli dalla Regina Alessandra fu molto più importante della medaglia d’oro conquistata dal suo avversario Jonny Hayes, le immagini della sua impresa e del “drammatico” e commovente epilogo fecero il giro del mondo ed egli entrò nella storia dell’atletica leggera e dello sport in genere.

Rammento un vergognoso verdetto in un match di pugilato olimpionico: lo sconfitto, un simpatico atleta italiano di cui non ricordo il nome (non sono riuscito a recuperarlo), si aggirava sul ring e diceva sconsolatamente e piangendo: ho vinto io! In effetti aveva vinto per tutti, meno che per la disonesta commissione giudicante. Quell’episodio fece il giro del mondo e quel pugile, messo KO dall’ingiustizia sportiva, divenne un personaggio di successo.

E che dire della cosiddetta “Battaglia di Santiago”, l’incontro fra le nazionali di Cile e Italia ai campionati mondiali di calcio del 1962: il famigerato Ken Aston, col suo scandaloso arbitraggio, causò l’eliminazione dell’Italia, ma la nazionale italiana ottenne lustro e considerazione da questa famosa sconfitta, mentre quel poveraccio in giacchetta nera diventò l’emblematico zimbello di tutta la categoria arbitrale.

Analoga situazione si ebbe ai mondiali di calcio del 2002 con la partita Corea del sud-Italia vinta dalla nazionale di casa per 2 a 1, arbitrata da un ecuadoriano, che ne fece di tutti i colori per mandare a casa l’Italia, rendendosi protagonista (non unico) di un vero e proprio scandalo sportivo.

La vittoria del Real Madrid sulla Juventus, segnata da un assurdo rigore concesso nei minuti di recupero, passerà alla storia come ingiusta sconfitta della Juventus, già protagonista di una rimonta clamorosa che aveva ammutolito lo stadio Bernabeu. Gli spagnoli, gente seria, hanno esultato poco per questa vittoria “rubata”, al punto che Cristiano Ronaldo li incitava a festeggiare dopo avere trasformato il rigore, regalato da un arbitro in evidente stato di subordinazione psicologica rispetto all’importante club madrileno. Non c’era la Var, ma, se anche ci fosse stata, il rigore sarebbe stato confermato, non perché evidente, ma perché deciso “politicamente”: questa azione la si può guardare mille volte, ma restano infiniti dubbi e, a parti invertite, non avrebbe sortito l’effetto di un calcio di rigore (si chiama “di rigore” e si dice “c’erano o non c’erano gli “estremi” per concedere un calcio di rigore: quindi va assegnato con rigorosa certezza nei confronti di tutti). Non esce sconfitta la Juventus, ma la classe arbitrale che non rinuncia mai a schierarsi dalla parte del più forte: storia vecchia, che non riguarda peraltro solo lo sport.  Non vince il Real Madrid, ma la ragion di calcio.

La Juventus, dopo questa paradossale eliminazione dalla Coppa dei Campioni, è diventata più simpatica (almeno a me, che non sono certo un tifoso juventino): aveva quasi fatto un’impresa storica, recuperare tre gol in trasferta contro una squadra blasonata e zeppa di grandi giocatori, fra cui l’antipatico fuoriclasse padreterno Ronaldo, messo a tacere dopo l’exploit di Torino, ma sul più bello è stata zavorrata da un arbitro, che invece del cervello ha usato il sedere (non mi è mai stato molto simpatico Luigi Buffon, ma l’altra sera ha detto la verità in faccia a questo assurdo signore e davanti alle telecamere di tutto il mondo).

In cauda venenum. Ora la Juventus si renderà conto del danno fatto allo sport dalle tante ingiustizie arbitrali perpetrate a suo favore. Forse il club bianconero non era abituato a soffrire simili discriminazioni: in un certo senso, chi la fa l’aspetti. A proposito ricordo la prima partita del Parma in serie A allo stadio Tardini, nel 1990 proprio contro la Juventus: vinsero immeritatamente i bianconeri (2 a 1) con un rigore letteralmente inventato dall’arbitro Lanese per un inesistente fallo su Roberto Baggio. Era quasi inevitabile che la matricola Parma fosse immediatamente penalizzata. Seppe rifarsi, ma quella è una storia molto bella sul piano sportivo, ma sporcata dalle vicende giudiziarie del patron Tanzi, che non comprava gli arbitri, ma, senza voler infierire su di lui, faceva di peggio.