…e le bombe cadenti sulla Siria

“L’Italia non ha partecipato a questo attacco militare (…), con gli Usa la nostra alleanza è molto forte; a loro forniamo tradizionalmente supporto logistico, ma in questo caso abbiamo insistito che il supporto non poteva significare che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria. Quella di stanotte è stata un’azione circoscritta, motivata dall’uso di armi chimiche (…), non può e non deve essere l’inizio di un’escalation”. Così ha dichiarato il premier italiano Gentiloni, informato immediatamente dell’attacco alla Siria, portato avanti dagli Usa in stretta collaborazione con Francia e Inghilterra, il quale si tiene in contatto con Esteri e Difesa e con i vertici militari.

La mia opinione è nettamente e pregiudizialmente contraria agli interventi armati comunque giustificati: non servono a nulla, se non a chi fabbrica e vende armi, a chi vuole mostrare muscoli e faccia dura a livello internazionale, a chi intende recuperare il favore popolare a livello nazionale. L’intervento armato in Iraq fu motivato dalla presenza di armi atomiche, poi fu dimostrato che tali arsenali non esistevano, Saddam Hussein fu spazzato via, ma l’Iraq è un paese distrutto anche e soprattutto dall’attacco dell’Isis. In Libia fu fatto un intervento clamorosamente esagerato e intempestivo, promosso dalla Francia per ragioni di recupero di prestigio e consenso a livello interno: la Libia è nel caos totale.  Siamo al repetita non iuvant. La storia non insegna nulla, ogni volta si sostiene che le condizioni sono diverse rispetto ai disastri precedenti, ma stringi-stringi le situazioni sono analoghe e gli errori si ripetono all’infinito. Al di là delle sporche motivazioni economiche, esiste l’illusione che gli attacchi militari possano scoraggiare il potenziale nemico dal prendere iniziative di guerra: è esattamente l’opposto in quanto scattano spirali incontrollabili e partono processi di intensificazione e diffusione della guerra.

E l’Italia? Costituzionalmente parlando, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Fin qui la drastica scelta di principio contro la guerra. Poi vengono le alleanze internazionali e la ragion di stato e allora bisogna fare i salti mortali per saltarci fuori. La dichiarazione di Gentiloni sopra riportata è un capolavoro di diplomazia: l’Italia non ha partecipato all’attacco contro la Siria, non ha fornito nemmeno basi logistiche al riguardo (meno male…); l’alleanza con gli Usa è forte (ma non c’è mai il coraggio di dissentire apertamente e preventivamente da certe iniziative improvvisate e sconclusionate sul piano diplomatico e inqualificabili dal punto di vista etico); l’azione contro la Siria è circoscritta (che sia circoscritta è tutto da dimostrare, bomba chiama bomba, si comincia a parlare di attacchi iraniani a Israele, mentre la Russia dice, un po’ stucchevolmente, che l’attacco non rimarrà impunito); i bombardamenti sono motivati  dall’uso di armi chimiche e chirurgicamente volti alla distruzione degli arsenali (le bombe intelligenti esistono solo a tavolino o, se volete, a computer); la botta contro la Siria non può e non deve essere l’inizio di una progressiva intensificazione del conflitto (buttare la benzina sul fuoco non può che aumentare le fiamme).

In buona sostanza l’Italia non è d’accordo con Trump e con i suoi precipitosi cobelligeranti (Francia e Inghilterra), ma…è come quella ragazza che era incinta appena un pochettino, oppure come quel marito che stava sotto il letto per far valere le proprie ragioni. Dovrei disturbare mio padre e citarlo, ma l’ho già fatto tante volte. Mi limito ad una battuta polemica: l’Italia di fronte alle situazioni più incasinate non riesce a prendere posizioni nette e coerenti (è difficile ma bisognerebbe almeno provarci), ma per dirla in dialetto parmigiano manda questo messaggio agli alleati: va’ avanti ti che a mi am scapa da riddor. Questa volta poi abbiamo persino la scusante di non avere un governo nel pieno dei suoi poteri: per questo, potrebbe essere anche meglio, viste le prospettive che abbiamo dinanzi (Salvini fa il penoso anti-americano, ma soprattutto filo-russo, Di Maio gioca a fare il fragile statista in chiave Onu, Berlusconi fa il saputello pesce in barile).

I macigni pendenti sulla Casa Bianca…

Ho letto le agghiaccianti anticipazioni del libro in cui James Comey, ex capo del Federal Bureau of Investigation, l’Fbi, dà giudizi sul presidente americano Donald Trump, dopo essere stato da esso licenziato in tronco nel maggio 2017 per non essersi piegato al suo volere, quello di chiudere in fretta le indagini sul Russiagate. Ammettiamo pure che questo altissimo funzionario abbia il dente avvelenato, ma le cose che scrive sono di una gravità eccezionale.

Comey paragona l’atteggiamento di Trump per ottenere lealtà nei suoi confronti a quello di un vero e proprio boss mafioso: “un boss in completo controllo”, circondato da una cerchia di persone che lo assecondano in silenzio, vincolati a un giuramento di fedeltà. “La sua leadership è guidata esclusivamente dall’ego”, scrive l’ex capo del bureau investigativo, spiegando come fin dal primo incontro che ebbe col tycoon, alla Trump Tower nel gennaio 2017, Trump sembrò “ossessionato” da un dossier in particolare: quello in cui l’ex spia britannica Christopher Steel afferma come Mosca abbia in mano materiale per ricattare il presidente americano.

Materiale che scotta, come incontri con prostitute in un hotel di Mosca nel 2013. In particolare, spiega Comey, Trump gli chiese di indagare sul presunto video in cui il tycoon veniva ripreso nella camera d’albergo dove alcune prostitute urinavano sul letto dove avevano dormito Barak e Michelle Obama. Squallide questioni.

Sia chiaro non mi scandalizzo, posso immaginare che sia quasi un fatto di galateo offrire ai capi di stato ospiti la compagnia di prostitute di alto bordo: ciò può essere avvenuto in Russia prima ancora che Trump diventasse presidente. Il problema non è la moralità di Trump, ma il fatto che sia così facilmente ricattabile da una potenza straniera, che addirittura pare abbia brigato per farlo eleggere presidente, potendo poi avere più di un appiglio per condizionarlo.

Questo signore è presidente Usa pur avendo ottenuto due milioni di voti in meno della sua avversaria: non mi si dica che ciò è frutto del sistema elettorale americano. Sarà così, ma se uno viene eletto grazie ad una simile stortura antidemocratica, avrebbe l’obbligo di dimettersi e andare a casa in fretta. Su di lui pesano come macigni, dubbi in merito alla correttezza nei rapporti internazionali, ogni giorno si apprendono notizie che accreditano la Casa Bianca come un covo di trafficanti e mestieranti, che vanno e vengono a seconda degli umori presidenziali. La politica americana è diventata un tira e molla su importantissimi argomenti di politica interna e internazionale.

“Vi sembra che sia un ragazzo che ha bisogno di andare con le prostitute?”, avrebbe detto Trump. Poi cominciò a parlare di tutti i casi in cui diverse donne lo accusavano di molestie sessuali, al punto che Comey lo interruppe per tranquillizzarlo al riguardo. Le molestie sessuali sono molto più gravi degli eventuali rapporti con le prostitute. Resta il fatto che un personaggio di tale livello non può essere invischiato in simili avventure, ricattabile a destra e manca, costretto a pressioni su funzionari titolari di inchieste giudiziarie. Stupisce la bonarietà con cui il popolo americano sopporta simili situazioni: eravamo abituati a ben altro rigore al limite del bigottismo. Gli americani non mi piacevano quando giocavano a fare i moralisti, non mi piacciono quando si divertono a seguire i populisti. Evidentemente hanno voluto (una minoranza…) questo presidente e se lo tengono stretto.

Il problema è che lo hanno regalato anche a noi. Non mi entusiasma la vendetta di Comey, avrebbe dovuto prendere immediatamente le distanze senza attendere l’esonero d’imperio: le sue dichiarazioni sono infatti indebolite dalla posizione poco limpida tenuta in tutta la vicenda. Trump però dovrebbe avere il buongusto di chiarire fino in fondo la propria situazione: lo deve agli americani, ma anche a tutto il mondo, così fortemente condizionato dall’esercizio del suo potere. Bill Clinton fu messo in croce per molto meno. Richard Nixon al confronto fu costretto alle dimissioni per peccati veniali.  È inutile negarlo, ci sono analogie notevoli con la storia di Silvio Berlusconi. Stiamo facendo storia. Forse l’abbiamo sempre fatta: Mussolini ispirò Hitler. Berlusconi ha anticipato Trump. Magari la moglie Melania farà come Veronica, gli darà il ben servito. Non ho la vocazione a rovistare sotto o sopra le lenzuola di alcuno, men che meno di questi personaggi pubblici, di cui mi interessano ben altri profili di carattere politico. Sarebbe infatti assai meglio che il ben servito glielo dessero gli Americani, rinsaviti dopo il loro penoso avventurismo, aiutati da un impeachment di cui si torna insistentemente a parlare.

 

Il nonno in mutande

Durante l’ultima fase politica della vita di Francesco Cossiga, quella di “picconatore”, improntata alla disinibita, simpatica, acuta, ma sconclusionata e logorroica, denuncia dei mali della politica, Marcello Dell’Utri, con una delle sue celebri frasi, diede una definizione folgorante dell’ex presidente della repubblica: «Ormai Cossiga può dire quello che vuole. È come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande».

Dell’Utri, personaggio per il quale, nonostante tutto, non riesco a nutrire che simpatia, è probabilmente rimasto impigliato nel lavoro sporco di alto livello fatto per Berlusconi, con la piccola differenza che lui è in carcere anche se gravemente ammalato, mentre il suo storico leader è ancora in pista, più bello e più superbo che pria, per dirla con Ettore Petrolini. Probabilmente, se avrà la forza di osservare televisivamente il comportamento di Berlusconi, ripeterà anche per lui l’impietoso e colorito giudizio speso per Cossiga.

Che dire infatti dell’estemporanea uscita berlusconiana quale chiosa alle dichiarazioni del centro-destra al termine del colloquio con il Presidente della Repubblica? Berlusconi è stato protagonista, a suo modo. Si è seduto accanto al Capo dello Stato; è stato il primo a presentarsi davanti ai microfoni all’uscita della Vetrata, relegando il capo-delegazione Salvini a mero lettore di una dichiarazione scritta sotto dettatura; ha tenuto platealmente il conteggio dei paragrafi del velleitario programma di governo, ma soprattutto è stato l’ultimo ad andarsene dopo aver attaccato frontalmente i Cinquestelle, senza citarli direttamente, irritando Salvini, tutto compreso nel ruolo dialogante con il M5S e col suo leader di cartone Luigi Di Maio.

Berlusconi ha detto, rivolto ai giornalisti: «Fate i bravi, sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l’abc della democrazia. Qualcuno dovrà pur spiegare queste cose alla gente…». Era o almeno ricopriva il ruolo del nonno in mutande del centro-destra, che dice quel che pensa a costo di rovinare la festa. Non saprei dire se in mutande ci sia Berlusconi o la coalizione del centro-destra dilettantescamente allo sbaraglio. Fatto sta che i nonni in mutande, anche se un poco sclerotici, hanno il coraggio di sputare certe imbarazzanti verità, mettendo spudoratamente in crisi tutta la famiglia.

Il cavaliere si è preso la libertà di dire quel che molti, compreso il sottoscritto, pensano: il M5S è inaffidabile dal punto di vista democratico e inconsistente sul piano politico. Il fatto che questo movimento abbia mietuto un largo consenso non lo toglie dal pericoloso limbo in cui è imprigionato. Certo la predica viene da un pulpito paradossalmente non credibile e squalificato, ma per Berlusconi potrebbe valere la parafrasi del detto riferito ai preti: pensate a quel che dico e non guardate a quel che ho fatto… Davanti ai giornalisti si è presentato in mutande, se ne è fregato altamente del galateo di coalizione e di quello quirinalizio, non si è preoccupato di rompere le uova nel paniere salviniano, ha avuto un colpo di reni per ritornare in pista. A suo modo è riuscito a riconquistare il centro della scena. Se il più credibile della famiglia è il nonno in odore di arterio-sclerosi, immaginiamoci cosa saranno e faranno gli altri. Di fronte al centro-destra del 1994, quello di Dell’Utri e c., Massimo D’Alema dichiarò apertamente in Parlamento di rimpiangere la tanto osteggiata e vituperata Democrazia Cristiana. Oggi, nel mio piccolo, davanti al nuovo centro-destra di Salvini e c., ammetto onestamente di rimpiangere il berlusconismo prima maniera, quello autentico. Puzzava di fascismo, ma almeno se ne avvertiva l’odore. Oggi non ci si capisce più niente.

 

 

Le mosse degli asini e dei cavalli

Siamo alla seconda manche delle consultazioni al Quirinale. La pausa di riflessione sembra non aver giovato alla ricerca della quadra fra le forze politiche ritenute vincitrici della recente consultazione elettorale: ognuno vuol essere più vincitore degli altri, tutti vogliono cambiare tutto e si è scatenato la corsa a chi è più rivoluzionario, tutti rivendicano la leadership del futuro governo, resta aperta la questione se sia più importante e basilare il 31% del M5S o il 37% della coalizione di centro-destra, la Lega discrimina il PD, i pentastellati discriminano la berlusconiana Forza Italia e puntano a spaccare il PD al quale peraltro propongono di aprire un dialogo.

Dire che la situazione sia incartata è dire poco. Tutti chiedono tempo, sperando che si smussino gli angoli e si possa arrivare per reciproco sfinimento ad una soluzione. Tutte le combinazioni politiche sembrano impossibili ed allora si comincia a profilare un governo, variamente definito, che prescinda in parte dai rapporti di forza e consenta di guadagnare tempo e governabilità in vista di prossime elezioni alquanto ravvicinate: governo a termine, di tregua, di transizione, del presidente, istituzionale, tecnico, balneare, della non sfiducia, delle astensioni, etc.  etc.

Sarebbe un governo presieduto da una figura terza rispetto agli esponenti di partito, capace di gestire i nodi più urgenti, in grado di colmare pericolosi vuoti di potere, sufficiente per mantenere una presenza attiva negli organismi europei ed internazionali. Questa eventualità capovolgerebbe le strategie e le tattiche: il M5S, che vuole dividere gli altri, probabilmente si dividerebbe al proprio interno; la Lega che vuole egemonizzare il centro-destra si troverebbe spiazzata da Forza Italia; il PD propenso ad un periodo rigenerante di opposizione verrebbe messo alla punta; i vincitori si chiamerebbero fuori in tutto o in parte, mentre i perdenti tornerebbero a galla. Berlusconi, sempre più patetico nel suo protagonismo d’accatto, per la terza volta sosterrebbe un governo non suo (successe con Dini e con Monti), ma si consolerebbe per la situazione di relativa calma verso l’Europa, i mercati e l’economia, che gioverebbe non poco agli affari delle sue aziende (sono sempre state il vero obiettivo della sua azione politica). Il PD vedrebbe rivalutata la sua esperienza governativa e superato il suo splendido isolamento. Gli elettori farebbero ammenda, non piangerebbero sul latte versato e magari si prepareranno a versarne ancora di più, vagheggiano ulteriori follie da sfogare nelle urne.

Devo ammettere di ritenere questa prospettiva, fra le tante, quella meno invasiva e più seria. Non so se Sergio Mattarella avrà il coraggio di sparigliare i giochi fino a questo punto, se prenderà in contropiede tutti con una mossa del cavallo prevalente su quelle degli asini, se troverà corrispondenza negli interlocutori europei e stranieri, se avrà un certo consenso dalle forze economiche e sociali. Rispetto al 2011, anno del governo tecnico varato da Napolitano, le situazioni sono cambiate anche se una certa qual somiglianza ci può anche stare. L’unico serio rischio potrebbe essere quello di incallire ulteriormente l’elettorato in una opzione anti-establishment e quindi di traghettare il sistema politico italiano verso un bipartitismo imperfetto dell’anti-sistema. È vero che le elezioni dovrebbero essere una extrema ratio da evitare o almeno da praticare dopo averle provate tutte, ma prima o poi alle elezioni bisognerà tornare, dopo che i demagoghi avranno soffiato sul fuoco e i problemi finiranno con essere responsabilità di chi ha governato senza un preciso mandato elettorale. Mattarella e i suoi consiglieri sapranno valutare questi rischi e decidere per il meglio.

 

Come Dracula all’Avis

La situazione politica italiana non promette niente di buono. Tutti guardano al Quirinale sperando che Sergio Mattarella possa estrarre il coniglio dal cilindro: ha sicuramente il cilindro dell’esperienza, le mani svelte della sensibilità politica, la flemmatica convinzione di un ottimo prestigiatore, ma se il coniglio non c’è non c’è. Tuttalpiù potrà scoprire i giochi di prestigio dei partiti, oppure indurli a cambiare gioco, da quello dell’oca con inevitabili ritorni daccapo al bingo (tombola) dei numeri elettorali che non portano da nessuna parte.

Proviamo, solo per un attimo, ad ipotizzare un governo M5S-Lega, tutto sommato voluto, seppure indirettamente, dagli elettori. Presidente del Consiglio sarebbe Luigi Di Maio il quale forse non sa nemmeno dove sta Palazzo Chigi, tanto è la sua idiosincrasia col Palazzo. Vice-presidente non potrebbe che essere Matteo Salvini: dirà sempre il contrario del presidente, perché è abituato così e gli riesce anche bene. I ministri spettanti al M5S dovrebbero essere quelli noti e anticipati con un colpo di mano al Presidente della Repubblica prima delle elezioni: sono tutti fior di scienziati, esperti e tecnici sottoposti ad un test di fede grillina. I ministri di espressione leghista occuperebbero, stando agli irrinunciabili desiderata salviniani, gli Interni (per varare un piano di rimpatrio generale per tutti gli extra-comunitari in sovrappiù), l’Agricoltura (per sganciarla dai penalizzanti meccanismi comunitari), Economia e finanze (per introdurre la flat tax), la Sanità (per rendere facoltativi i vaccini), la Giustizia (per consentire di sparare a vista per legittima difesa).  A Di Maio, data la grande autorevolezza del premier a livello internazionale, andrà anche l’interim del Ministero degli Esteri. Consiglio comunque a tutti di esercitarsi nella previsione dei nomi degli occupanti delle varie caselle ministeriali: un giochino istruttivo, che però magari era meglio fare prima di recarsi al voto, ma ci si può divertire ancora.

Un quadro su cui fare dell’ironia, consapevoli che comunque, come quasi sempre succede, la realtà sarà peggiore di qualsiasi immaginazione. Al manuale Cencelli si sostituirà il manuale Casaleggio. Il manuale Cencelli, dal nome di un funzionario DC che lo aveva elaborato, è diventato un’espressione giornalistica, spesso usata in senso spregiativo per alludere a nomine ed assegnazione di ruoli politici o governativi effettuate in una mera logica di spartizione, in assenza di meritocrazia, tra esponenti dei vari partiti o correnti in proporzione al loro peso elettorale. Il manuale Casaleggio prevede invece l’assegnazione di incarichi politici sulla scorta di sondaggi operati sul web a livello degli iscritti e simpatizzanti al M5S: una manciata di voti bastano e avanzano per andare in Parlamento.

In questo periodo ho scelto di astenermi dalla lettura della stampa quotidiana, riducendo all’osso anche la visione e l’ascolto dei dibattiti a carattere politico: una benefica dieta per pensare e riflettere senza essere influenzato dai media. Ho tenuto solo un filo di collegamento tramite la rubrica “Stampa e regime”, l’ottima rassegna stampa di Radio Radicale e proprio in essa ho colto il cenno ad un corsivo di Andrea Marcenaro su “Il foglio” (“Andrea’s version” si intitola la caustica rubrichetta).

Lo riporto di seguito fedelmente: “Certo non sono pochi i motivi per cui lamentarsi, qui in Italia, ma pensate a Israele, dal momento che nel prossimo mese di maggio le Nazioni Unite si organizzeranno nel modo seguente: l’Arabia Saudita presiederà il Consiglio per i diritti umani; l’Iran presiederà la Commissione Onu per i diritti delle Donne; la Turchia supervisionerà le organizzazioni non governative per i diritti umani; Jean Ziegler, il fondatore del “Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo”, presiederà il comitato consultivo per i diritti umani del Palazzo di vetro e la Siria presiederà la Commissione Onu per il disarmo, armi chimiche incluse. Sursum corda dunque, amati compatrioti, Di Maio ci farà una pippa”.

 

 

La chimica dei fantocci e la chirurgia delle Onu

Spirano venti di guerra e c’è da preoccuparsi non poco. Non mi riferisco alle ridicole scaramucce verbali tra Salvini e Di Maio: è da oltre un mese che non fanno altro e non riesco a immaginare come la prenderanno i loro elettori. Guardo invece alla Siria che è diventata la triste sintesi delle tensioni di tutti i guerrafondai del mondo. Mi fanno persino sorridere le scandalizzate reazioni al probabile uso di armi chimiche: la guerra è guerra e se ci si mette in questa logica non ci sono limiti.

Mi si potrebbe controbattere che il mondo è sempre stato così e sempre lo sarà. Non accetto questa colpevole rassegnazione che finisce col portare acqua al mulino della guerra continua. Mi sto chiedendo tuttavia perché in me, in questa fase storica, sia molto più forte il senso di insicurezza e di angoscia. La situazione nello scacchiere internazionale è certamente molto complessa ed intricata, sono saltati gli schemi, alla guerra fredda si è sostituita la guerra strisciante, ma c’è un elemento che mi sconvolge e tende a togliermi ogni e qualsiasi speranza: all’equilibrio fra Usa e Urss basato sul terrore si è sostituito l’equilibrio fra Usa e Russia basato sulla follia di personaggi squallidi come Trump e Putin.

Ad un’America demenzialmente consegnata a un cretino vestito da presidente risponde una Russia tristemente messa in mano ad un post-comunista che riassume in sé il peggio del comunismo e del populismo. Il fantoccio siriano Assad, come spesso è accaduto nella storia, è soltanto lo sfogo di tutti gli impulsi di guerra presenti, la marionetta dietro cui si nascondono i burattinai. Intanto comunque l’Onu fa la barba al palo della porta guerresca.

Cosa farà la Gran Bretagna? Quel che ha sempre fatto! La guerra, dandola pedissequamente su agli Sati Uniti! Cosa farà la Francia? Quel che ha sempre fatto! I propri comodi! Temo che al riguardo Macron non sia molto diverso da Sarkozy. Cosa farà l’Europa? Niente, non riuscendo ad esprimere un minimo di strategia. Cosa farà l’Italia? Non sono in grado di rispondere. Certamente meglio di quanto abbia fatto in passato, portando il Paese ed il mondo alla seconda guerra mondiale. Aggiungiamoci la mina vagante di una Cina sempre più vicina. Per non parlare del terrorismo di matrice islamica che fa da copertura e paravento a tutte le operazioni più sporche, alle alleanze più strane, alle strategie più invasive.

Il presidente americano Donald Trump ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo francese Emanuel Macron per continuare a coordinarsi sulla risposta “all’atroce uso di armi chimiche in Siria”.  I due leader hanno espresso il desiderio di “una ferma risposta” da parte della comunità internazionale sul caso. Così sto leggendo su televideo. Da queste notizie non mi sento affatto tranquillizzato. Qualcuno dà a Obama la responsabilità di non essere intervenuto per tempo in Siria. Io personalmente rimpiango Obama e le sue titubanze, anche perché le smanie interventiste, anche quelle apparentemente motivate dall’uso di armi chimiche, sappiamo benissimo dove ci portano: ad allargare i conflitti e a ridurre i già ristrettissimi margini per un minimo di coesistenza pacifica. Non fu la detenzione di armi nucleari il motivo per scatenare la guerra contro l’Iraq? Poi si scoperse che questa dotazione non esisteva. Le guerre giuste non esistono, ma non esistono neanche quelle opportune o quelle che vengono fatte quale male minore. La guerra è sempre e comunque il male maggiore, il male assoluto.

Sono partito irridendo alla guerra tra i vincitori delle ultime elezioni con il sempre più probabile sbocco di un governo di tregua tra (quasi tutti) i partiti, promosso da Sergio Mattarella nella sua funzione di Presidente della Repubblica. Sarà un po’ la nostra Onu, che forse riuscirà a mettere in un angolo Salvini e Di Maio. Peccato che la vera e propria Onu non sia in grado di mettere in un angolo Trump e Putin.

 

 

Il banco di prova pensionistico

Secondo i dati dell’INPS le pensioni private sono 17,88 milioni, di queste il 70,8% (12,8 milioni) sono inferiori a 1000 euro. Per le donne la percentuale di pensioni al di sotto dei mille euro sale al 86,6%, mentre globalmente quelle inferiori a 750 euro sono 11,1 milioni. Si tratta di pensioni singole e non dell’importo totale spettante a ogni pensionato, che può godere di più trattamenti.

Sono dati che fanno riflettere, ma che devono essere interpretati correttamente. Bisogna innanzitutto ammettere che le pensioni basse corrispondono a basse o inesistenti contribuzioni degli interessati. Alcune categorie di lavoratori autonomi, quasi tutte, hanno in passato avuto una bassa contribuzione dovuta ad aliquote nettamente inferiori rispetto ai lavoratori dipendenti nonché all’evasione contributiva dovuta all’occultamento dei redditi da lavoro autonomo. Per dirla in modo brutale artigiani, commercianti e imprenditori agricoli hanno risparmiato a livello contributivo e tale risparmio ha creato ulteriore reddito accantonato o reinvestito nell’impresa. Non si può limitarsi a vedere il dato finale, ma occorre contestualizzarlo nella vita lavorativa della persona. Credo poi, anche se non ne sono sicuro, che nei suddetti numeri siano da comprendere anche le pensioni minime per lavoratori a scarsa contribuzione e le pensioni sociali per lavoratori senza contribuzione.

Non sono certamente dati confortanti perché, nonostante le suddette precisazioni, da essi emerge una copertura pensionistica piuttosto bassa per molti individui. Visti in prospettiva poi creano ulteriore preoccupazione alla luce dell’innalzamento dell’età pensionabile e alle difficoltà lavorative per le nuove generazioni.

Nei facili proclami elettorali, con la coda degli slogan in vista della formazione del nuovo governo, l’aumento delle pensioni è uno dei cavalli di battaglia: meno tasse e più pensioni!  E chi non è d’accordo? Probabilmente le casse erariali, che non lo consentono, se non in modo ragionato, articolato, scaglionato e riequilibrato. Esistono pensioni troppo alte e pensioni troppo basse: inserire meccanismi di aggiustamento non è facile, ma non dovrebbe essere impossibile, anche se probabilmente il ridimensionamento dei trattamenti da nababbo servirà a creare un equilibrio etico e non basterà a quadrare i conti economici dell’INPS se non in minima parte.

Dovrebbe trattarsi di uno di quei problemi che impongono di uscire dalla demagogia per puntare alla concretezza delle soluzioni serie e praticabili. Lasciamo stare per il momento la riforma elettorale, che porterebbe solo ulteriori conflittualità e chiuderebbe tutte le forze politiche nei propri fortini. Provo a superare il mio motivato e forte scetticismo su cui sto spargendo fiumi di inutile inchiostro e vengo al sodo che più sodo non si può. Se proprio il M5S e la Lega vogliono cominciare a fare sul serio, escano dalla genericità delle loro clamorose intenzioni ed inizino a proporre soluzioni agibili: dopo un bagno di umiltà e concretezza potranno chiedere dialogo ed eventuale appoggio.  Riuscirà il nostro eroe Mattarella ad imporre l’uso della ragione a chi non vuol saperne di ragionare? A chi in questo modo punta a governare tenendo spalancata la porta della irresponsabilità, che rende intangibile l’innocenza dei peccatori incalliti?

Governo a partiti alterni

Tutti i giorni, anche per idiote pompate mediatiche, nasce l’ipotesi di un nuovo governo diversa da quella del giorno precedente. Il M5S, oltre ad avere raccolto una notevole messe di consensi elettorali, è abilmente riuscito a conquistare il centro della scena e lo mantiene lanciando improbabili proposte di accordo a destra e manca. Il sistema politico ruota attorno ai grillini: non avrei mai più pensato che l’Italia potesse cadere così in basso. La lunga parentesi berlusconiana, pur interrotta qua e là, mi aveva culturalmente sfiancato; sembrava nel 2011 che l’aria fosse definitivamente cambiata, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, ecco spuntare il grillismo, prima sottovalutato e visto come un diversivo (un simpatico amico di mio padre sftrafalcioneggiava confondendo il diversivo col detersivo), poi accolto effettivamente come un detersivo per pulire il sistema politico, poi rilanciato come risposta populista alle proteste della gente, poi usato come sfogatoio o sfigatoio dell’antipolitica, poi preso veramente sul serio e beneficiato di un largo consenso elettorale, che lo ha consacrato come protagonista politico di una fase storica, sconclusionata, ben lungi dal concludersi senza vittime.

Il pendolo grillino un giorno va verso il centro-destra a trazione leghista, un giorno verso il PD a trazione antirenziana, non mi stupirei se il M5S arrivasse a chiedere udienza a Berlusconi e il giorno successivo a fare ammenda con Renzi. Tutto a loro è concesso come se niente fudesse. Ma oggi mi va di prendere in considerazione il gran busillis del Partito democratico: ruolo di opposizione? voglia di ritornare a respirare aria governativa? cura ricostituente dai banchi della minoranza? ritorno in campo per non perdere la condizione atletica? sdegnosa e orgogliosa attesa del cadavere altrui? paura di perdere quel treno che potrebbe non passare più? gran rifiuto fatto per viltà identitaria? battuta di sacrificio operata per smuovere la classifica che piange? Sono le domande con cui il PD viene continuamente sollecitato e persino corteggiato da chi, dopo averlo disprezzato, ora sembra disposto a comprarlo.

Il PD non deve imprigionarsi nella diatriba, piuttosto autoreferenziale, consistente nel dubbio amletico se per recuperare identità, ruolo e considerazione sia meglio un bagno rigenerante all’opposizione o una magnanima disponibilità ad assumere qualche responsabilità di governo nonostante la consistente perdita di consenso alla propria leadership, alla propria linea politica, alla propria esperienza di governo. Forse varrebbe la pena partire dagli interessi del Paese: serve in tal senso e in questa fase un impegno del PD? Non è tanto questione di baciare o meno il rospo grillino, di atteggiarsi, come sta facendo forse Matteo Renzi, a pseudocincinnato o di arrendersi al buonismo di una sinistra che non esita a tagliarsi i…per far dispetto alla moglie, di fare il bel gesto di generosa disponibilità ante litteram o di chiudersi in casa a leccarsi le ingiuste ferite.

Il PD deve fare politica, vale a dire verificare oggettivamente se esistano o meno le condizioni per uscire dall’isolamento in cui sembra averlo messo il responso elettorale. Il PD è cioè compatibile con le prospettive governative che si stanno profilando? Esistono margini di dialogo costruttivo con le altre forze politiche? Ci sono spazi per un compromesso ai livelli più alti? Considerata la storia, la vocazione, la cultura e l’esperienza di una sinistra di governo come il PD, non vedo sinceramente spiragli di luce all’orizzonte oscurato dalle nubi grilline e leghiste. La parola che meglio esprime la posizione del Partito democratico è incompatibilità con il resto delle forze parlamentari così come uscite dalla consultazione elettorale. Un tempo, a livello matrimoniale, ci si separava per incompatibilità di carattere e dietro questo motivo se ne nascondevano dei ben più importanti e imbarazzanti. Nel caso del PD l’incompatibilità è molto profonda e non è sanabile con un generico, precipitoso e opportunistico armistizio. Vale la pena prenderne atto, smettendo di litigare al proprio interno, recuperando capacità di dialogo, d’iniziativa e di selezione della propria classe dirigente. Fare politica non vuol dire automaticamente partecipare al governo del Paese: oggi prevale e viene prima la necessità di rispondere da sinistra ad un mondo che cambia ed ha bisogno di sinistra, non per cavalcare demagogicamente le frustrazioni della gente, per riciclare slogan o per agitare anacronistiche bandiere,  ma per rispondere concretamente ai bisogni di una società cambiata e che fa molta fatica a cogliere il debole messaggio della sinistra, coperto dal frastuono del populismo e dalle grida della destra estremista.

Patti impossibili, amicizia molto breve

Quando due persone decidono di sposarsi o comunque, come si fa prevalentemente oggi, di convivere, dopo la iniziale passione amorosa, verificano una comunanza (non vuol dire identità) di idee e valori e poi presumo (non ho infatti esperienza diretta) un sostanziale accordo (non significa reciproca subordinazione) sugli obiettivi della vita in comune. L’ho presa su larga per arrivare al chiacchierato punto dolente degli accordi (qualcuno li ha brutalmente ridefiniti contratti) in vista della formazione di un governo.

Tutti giustamente dicono, anche se molti poi fanno sistematicamente il contrario, che prima delle formule, delle combinazioni, degli schieramenti dovrebbero venire i contenuti di un programma: metodologia ineccepibile in tutti i campi e a tutti i livelli, compresa la politica e la gestione del Paese in tutte le sue articolazioni.

In questi giorni si parla insistentemente di individuazione di pochi e precisi punti programmatici su cui costruire accordi, possibilmente duraturi di governo. Non sono certo favorevole ai programmi sbrodolatamente onnicomprensivi che finiscono con l’essere libri dei sogni. Non accetto però nemmeno la lapidaria individuazione di obiettivi civetta, come sta avvenendo per l’eliminazione della legge Fornero (sta per pensioni più facili e più alte), per l’abbassamento delle tasse (fino alla cosiddetta tassa piatta, ossia proporzionale sui redditi), per il contenimento dei migranti (mandare a casa chi non è un rifugiato e ancor prima possibilmente bloccarlo all’ingresso), per dare un lavoro a tutti (ai giovani in particolare), per garantire mezzi minimi di sostentamento a tutti (si chiami reddito di cittadinanza, di inclusione, di assistenza o roba del genere).

Se non si va giù una mano di vanga, tutto è bello e possibile, ma illusorio, e quindi un governo costruito su simili fondamenta al primo ostacolo o inconveniente è destinato a crollare miseramente. Ma ammettiamo pure che si riesca a sviscerare alcuni punti programmatici ed a fissarne precise connotazioni e compatibilità, l’azione di governo non finisce lì, c’è tutto il largo spettro degli impegni ulteriori, ci sono tutte le novità emergenti dall’evoluzione e involuzione delle situazioni interne ed internazionali, c’è il quotidiano che non è mai solo ordinaria amministrazione, ma soluzione di problemi nel momento in cui assumono contorni variegati, mutevoli e particolari. Per tornare alla similitudine matrimoniale, dopo aver deciso di vivere in una città può succedere che cambino le esigenze familiari e/o quelle professionali in modo tale da imporre di ripensare la residenza se non addirittura la convivenza. Si può decidere in linea di massima di non avere figli, ma se poi, per caso, arrivano, cosa si fa? Si abortisce o si cambia l’approccio al tema della fecondità matrimoniale? In poche parole, dopo aver stilato un programma di massima o di minima, bisogna affrontare la vita in comune che non smette mai di riservare sorprese e novità.

Tornando ancora al discorso governativo, oltre e prima “dell’dem programmare” ci dovrebbe essere un “idem sentire”, vale a dire una comunanza, almeno relativa, di valori e di idee, tali da garantire un minimo comune denominatore. Sinceramente non intravedo niente di ciò facendo un’analisi obiettiva delle forze politiche italiane attualmente in campo. Non esiste nemmeno la base di partenza, la concezione politico-istituzionale su cui e da cui prendere le mosse: si potrebbe quindi anche decidere insieme di comune accordo di andare a Milano, ma sul mezzo di trasporto da utilizzare, sull’orario di partenza e di arrivo, se viaggiare in prima o seconda classe, su come utilizzare il tempo di percorrenza e cose di questo genere casca immediatamente l’asino. I tre raggruppamenti in campo non hanno un concetto comune di democrazia, di solidarietà, di giustizia, di libertà: cosa possono programmare insieme? È pur vero che la politica è l’arte del possibile, ma non è la ricerca dell’impossibile!

Il forno inceneritore della politica

Il Presidente della Repubblica, in vista della formazione del nuovo governo post-elettorale, sta svolgendo egregiamente il suo compito, non di notaio o arbitro, ma di garante della corretta politica nelle Istituzioni. Al termine del primo giro di consultazioni ha spiegato con chiarezza ed obiettività come si prospetta la situazione: non avendo nessun partito o raggruppamento fra partiti la forza parlamentare necessaria per esprimere e sostenere un governo in solitario, occorre formare una coalizione partendo dal dialogo sui contenuti e così trovando le eventuali necessarie convergenze. Ha invitato quindi ad effettuare questa ricerca ed a prospettargli quella formula di governo che possa avere la fiducia del Parlamento.

Nella cosiddetta prima repubblica questo era il metodo adottato per garantire un governo di coalizione al Paese e, seppure con una certa fatica, si riuscivano a trovare gli accordi, non sempre duraturi e magari piuttosto instabili, sulla base dei quali si gestiva il potere esecutivo. Il compito di perseguire ciò era soprattutto della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa che, dialogando con le altre forze, trovava i compromessi da mettere alla base dei governi del Paese.

Questo metodo la DC lo adottò anche nei momenti in cui avrebbe potuto fare a meno di alleanze, in base alla convinzione che più larga e rappresentativa è la maggioranza di governo e più esistono i presupposti per affrontare e risolvere i problemi. In certi momenti la DC, tramite i suoi più spregiudicati e manovrieri esponenti (Giulio Andreotti), arrivò persino a ipotizzare la cosiddetta regola dei “due forni”, intendendo con ciò come essa fosse disponibile a dialogare ed accordarsi ora con l’uno ora con l’altro sulla base di intese di programma, ma anche di spartizioni del potere. In altri momenti sempre la DC, tramite il suo esponente più illuminato e lungimirante (Aldo Moro), elaborò l’ipotesi delle “convergenze parallele”, su cui si tende oggi a fare inutile ironia: quel discorso infatti, tramite una paradossale espressione geometrica, voleva significare come la politica non sia una scienza esatta e come si possano trovare convergenze su alcuni punti programmatici pur partendo da visioni ideologiche e politiche diverse. Io l’ho sempre intesa come ricerca del compromesso ai livelli più alti possibili nell’interesse del Paese, il cui esempio emblematico resta la Costituzione Italiana.

Perché oggi è così difficile, al limite dell’impossibile, cercare e trovare seriamente accordi fra le forze politiche? Perché la politica non è alla base di esse: questo è il vero ed iniquo paradosso, non quello delle convergenze parallele di cui sopra. Questa è la causa per cui persino la teoria dei due forni diventa ridicola, inapplicabile ed assurda. Di alcuni partiti la sostanza è costituita dall’antipolitica e la loro identità e costruita prevalentemente sull’aprioristica e violenta contrapposizione con gli altri, sulla scorta di una pregiudiziale inimicizia con le altre formazioni e/o con esponenti di tali formazioni. Dopo di che la ricerca di accordi diventa l’inciucio, la spartizione delle poltrone, la gestione del potere risulta fine a se stessa: senza politica non si può fare politica. Mattarella ha provato a spiegarlo agli attuali protagonisti, ma molti di essi, probabilmente i più votati dai cittadini, non sono culturalmente attrezzati per un simile discorso, per cui egli rischia di far del bene agli asini e di averne in contraccambio dei calci.

Non è credibile e agibile la improvvisata e pretestuosa disponibilità del M5S a confrontarsi alternativamente col PD o con la Lega. Non è nella mentalità, nella prassi e nel metodo dei grillini e del loro elettorato. È solo l’alibi per poter dire un domani: noi ci abbiamo provato, gli altri si sono rifiutati. Ricordo una volta in cui, durante l’assemblea di una cooperativa che stava modificando lo statuto, un socio propose di inserire una clausola eccessiva di gradimento, la quale svuotava sostanzialmente di significato il principio della porta aperta. Il notaio cassò quella proposta portando ai soci un esempio assai eloquente. Disse, cito a memoria: «Non si può scrivere che per diventare soci di una cooperativa occorre saper fare un doppio salto mortale…». Luigi Di Maio non può fare preventivamente le analisi dell’onestà e della rettitudine degli interlocutori per poi sceglierli e interpellarli: questa non è politica, questa è antipolitica, motivata magari da intenzioni populisticamente apprezzate, ma obiettivamente paralizzanti.

Non si può trattare l’avversario come un nemico sul piano etico e poi provare a discutere di contenuti. Non si possono mettere sullo stesso piano forze diametralmente opposte, dicendo “questa o quella per me pari sono”. Anche l’ardita metodologia dei “due forni” rimaneva pur sempre in un ambito di interlocutori con i quali esisteva un minimo ma importante zoccolo duro comune a livello di scelte fondamentali.  Oggi più che di due forni in cui cuocere il pane politico, credo si possa parlare di forno inceneritore della politica. Operare come sta facendo scriteriatamente il M5S potrà anche consentire di giungere ad un superamento dell’impasse (ho molti dubbi…), potrà portare alla conferma ed all’allargamento dei consensi nel breve periodo, ma gli inciuci squalificheranno e indeboliranno ancor di più le prospettive nel medio e lungo periodo, i problemi rmarranno irrisolti ed il quadro sempre più compromesso. A Mattarella temo non resti altro che continuare a predicare nel deserto. Predica oggi, predica domani, chissà…