Il Fico secco del moralismo politico

In quel di Napoli la collaboratrice familiare di Roberto Fico, novello presidente della Camera dei Deputati, darebbe una mano alla compagna dell’esponente grillino asceso alla terza carica dello Stato, ma lavorerebbe in nero in quanto amica di famiglia. L’interessata avrebbe invece confermato un vero e proprio contratto di lavoro con orari e turni. La “strabiliante notizia” delle Iene non mi sorprende e non mi scandalizza, non mi fa né caldo né freddo, non diminuisce e non aumenta la mia (disi)stima verso il M5S ed i suoi rappresentanti, non è una questione né di destra né di sinistra (ormai oltre alle mezze-stagioni i luoghi comuni si sono portati via anche le differenze fra destra e sinistra).

Il problema sta nel fatto che gli specialisti dell’anti-politica pongono una irrinunciabile pregiudiziale alla politica nel rigoroso rispetto delle regole etiche: se manca quello casca tutto il castello. E allora, come la mettiamo? Ammesso e non concesso che l’indiscrezione scandalistica corrisponda al vero, Roberto Fico, stando al moralismo di matrice grillina, dovrebbe dimettersi o almeno difendersi pubblicamente. Lo farà? Probabilmente finirà tutto in una bolla di sapone; resta il dubbio, non tanto sull’inquadramento previdenziale della colf in questione, ma sull’immacolata concezione del nuovo Presidente della Camera.

Se devo essere sincero non ne posso più di questo scandalismo da quattro soldi. Anche perché, dal momento che è palesemente pretestuoso e fazioso, si applica con cattiveria solo contro certi partiti mentre fa il mero solletico ad altri. Pensate cosa sarebbe successo a parti invertite: se alla Presidenza di Montecitorio fosse salito un esponente del Pd e fosse stato colto con le dita nella marmellata, cosa e quanto avrebbero sbraitato i cinquestelle, arrivando magari a chiedere una commissione d’inchiesta sulle colf di tutti i parlamentari di vecchia e nuova nomina.

Oltre tutto a volte si fa una certa confusione tra il sacrosanto diritto/dovere di un parlamentare ad occuparsi di certe questioni – vedi il salvataggio di un istituto di credito, di un’azienda, di un ente – che toccano comunque gli interessi dei cittadini elettori, e il lobbismo o addirittura l’interesse privato in atti d’ufficio o, ancor peggio, lo strisciante conflitto di interessi. Abbiamo tollerato contraddizioni pazzesche, abbiamo fatto finta per anni di non vedere la trave nell’occhio berlusconiano e oggi, improvvisamente, ci appassioniamo alle pagliuzze di tizio e caio.

Non intendo sottovalutare la questione morale, la pulizia etica, la trasparenza, la correttezza: esigenze giustamente sentite e sbandierate. Non sopporto tuttavia il tenere la politica sotto l’insistente ed insistito scacco e ricatto moralisteggianti. La questione morale si risolve alzando il livello della politica, non facendone un esercizio retorico di perbenismo formale. La vigilanza sul comportamento dei politici non si esercita con il qualunquistico pregiudizio e le gogne piazzaiole, ma facendo funzionare seriamente le istituzioni e gli organi di controllo.

Diverso tempo fa, quando stava emergendo alla grande il marciume della politica, un mio conoscente mi pose un quesito piuttosto retorico e provocatorio, ma comunque serio: è più qualunquista il politico che ruba o il cittadino che di fronte a certi comportamenti si schifa della politica in genere? Grande è la responsabilità di quanti svolgono pubbliche funzioni, ma grande è anche la responsabilità del cittadino, che giudica e non può e non deve farsi fuorviare dalla smania di fare d’ogni erba un fascio.   Attenti a non votare solo con le fedine penali in bella vista: a un politico si chiede di avere il certificato penale in perfetto ordine, ma anche di essere preparato, competente, capace, impegnato, esperto. Il governo degli onesti non è una utopia per imbecilli, come sosteneva Benedetto Croce. È soltanto una pregiudiziale esigenza su cui innestare tutti gli altri requisiti della classe politica.

 

 

Il bruco e la lumaca

Se l’idillio tra Salvini e Di Maio sembrava esploso con l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento, si è ben presto rivelato illusorio, si è trasformato addirittura in una rissa da cortile con pesanti e reciproche basse insinuazioni, con gli stracci che volano, con le carte bollate che fanno capolino, con risentimenti e minacce: sono bastati due mesi per mettere in crisi il paradossale matrimonio suggerito dagli elettori in vena di scherzare. Altro che divorzio breve!  Un’unione di fatto tra Lega e grillini? Una convivenza (in)civile? Non se ne fa niente! Si litiga di brutto prima ancora di cominciare a convivere.

Si tratta di un’ulteriore dimostrazione di come in politica due più due non faccia quattro, di come la politica, tutto sommato, sia una cosa seria ed assomigli molto di più ad una gara di trotto che non a un rodeo o, se preferite, al Palio di Siena. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, ma, siccome il latte lo hanno versato gli elettori, è inutile piangere. Si dirà che la politica italiana, e non solo italiana, ha dato tristi rappresentazioni di sé anche in passato, che non è la prima volta in cui assistiamo a teatrini dell’assurdo. Anche questo è vero, tuttavia un esile filo per uscire dal labirinto si intravedeva. Oggi non lo vedo. Fin dalla nascita del movimento pentastellato dubitavo che dietro la verve di Beppe Grillo non ci fosse niente: molto fumo protestatario e niente arrosto propositivo, tutti i difetti della politica senza alcun pregio dell’anti-politica, molte promesse e poche premesse, la botte strapiena di professionismo sarcastico e la moglie ubriaca di dilettantismo politico, sotto il vestito dell’onestà il nulla della capacità.

E che dire della lega post-bossiana: andava meglio quando andava peggio. Rimpiango e rivaluto la schietta e genuina spinta padana della Lega-nord, che aveva qualcosa di nuovo con cui provocare la politica, rispetto all’odierna deriva sovranista e filo-fascista, che guarda ad un triste passato per affrontare i problemi di oggi. Sul berlusconismo meglio stendere un velo pietoso: è fallito su tutti i fronti meno quello dell’impero economico del cavaliere.

Con tali premesse non poteva farsi nemmeno un matrimonio di interessi: troppo scanzonati i potenziali sposi. Figuriamoci un matrimonio d’amore… E allora siamo al punto di partenza, dopo che gli atleti sono stati squalificati per falsa partenza. Uno spettacolo indecente di fronte ad un elettorato sempre più svergognato. Se questa triste esperienza potesse servire?! Ma non sarà così. Anche perché il partito democratico ci sta aggiungendo del suo. Di fronte al rompete le righe di destra e cinquestelle, davanti ad una colpevole confusione dei vincitori (?) delle urne, i piddini non trovano di meglio che mettersi a litigare di brutto al proprio interno, quasi a voler lanciare un masochistico messaggio all’elettorato del tipo “meglio male accompagnati dai fanfaroni anti-sistema che soli con i piagnoni del sistema”. Nella bagarre interna al PD c’è poco di strategico e molto di ennesima conta interna, c’è tutta la vecchia politica che reagisce come una lumaca alle picconate dell’antipolitica e rischia di assistere impotente alla ingannevole trasformazione del bruco in farfalla. Invece di accreditarsi come lenti ma inesorabili protagonisti del nuovo con cui fare i conti, stanno riuscendo a presentarsi come testardi epigoni del vecchiume da scartare a priori. Un perfetto assist per rimettere in partita chi è “scoppiato” subito dopo il calcio d’inizio.

 

 

Il vuoto in cui siamo sprofondati

Non so quale sia la scaletta del Presidente della Repubblica in merito alla soluzione del governo per il Paese: starà seguendo sicuramente una sua logica costituzionale ed istituzionale. Mi fido ciecamente. Gli abbiamo consegnato una situazione post-elettorale da brivido e non possiamo pretendere il miracolo; abbiamo rotto il sistema politico e pretendiamo che Mattarella rimetta insieme i cocci? Sarà una gara dura. Vedo esaurirsi uno dopo l’altro i suoi passaggi e comincio a dubitare del suo asso nella manica, di quel governo del presidente in cui tanto speravo. Mi pare eloquente il suo discorso del primo maggio: «Non mancano le difficoltà nel nostro cammino. Tuttavia, dove c’è il senso di un destino da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese può andare incontro con fiducia al proprio futuro».

C’è il senso di un destino da condividere? Si riesce a distinguere il bene comune dagli interessi di parte? Nutro seri dubbi al riguardo. Che spaventa dell’attuale situazione politica italiana non sono i contrasti, le divergenze programmatiche, le visioni diverse. Guai se non fosse così. L’Italia, per dirla con Alcide De Gasperi, è zeppa di politici che guardano alle prossime elezioni, ma è sprovvista di statisti che guardano alle prossime generazioni. Qui sta il punto dolente, la piaga in cui il Capo dello Stato sta mettendo il dito.

Se i partiti ed i politici non riescono a guardare oltre il proprio naso, tutte le soluzioni governative rischiano di infrangersi contro un muro di reciproci veti o di cadere nel vuoto ideale e programmatico in cui siamo sprofondati. Provo a fare un esempio. Mettiamo il caso che Mattarella, finite le frecce al proprio arco rivolte ai partiti, tiri fuori la sua arma migliore: un governo di altissimo profilo tecnico-istituzionale per affrontare i rapporti con l’Europa e con il mondo, per impostare una politica di bilancio rigorosa ed equilibrata  tra risanamento dei conti pubblici e ripresa economica, per dare una spinta alla ripresa dell’occupazione legata alla crescita economica, per una gestione oculata del fenomeno migratorio, per un’attenzione fattiva ai problemi della sicurezza, per una riconsiderazione della legge elettorale.

Ammettiamo che riesca ad incaricare in tal senso un personaggio di grande livello e credibilità interna ed internazionale: tanto per non fare nomi, Mario Draghi, il quale riesca a mettere in piedi una squadra di governo all’altezza della situazione. Ne sarebbe capace. Ammettiamo che questo governo ipotetico governo si presenti in Parlamento e chieda la fiducia su un programma preciso e chiaro. Cosa succederebbe?

Il buon senso vorrebbe che la proposta fosse presa sul serio, mettendo da parte gli interessi di bottega, le vittorie e le sconfitte elettorali, i veti contrapposti, le pregiudiziali personali, i risentimenti e le vendette. Non lo credo possibile. Di Maio dirà che il Paese vuole il cambiamento e non un governo tecnico. Salvini sosterrà che si tratta dell’ennesimo attentato alla democrazia. Berlusconi si limiterà a chiedere un posto per Tajani. Il PD ricorderà il 2011 e non si vorrà svenare ulteriormente. Tutti avranno mille motivi per dire no al “governo del presidente”. L’elettore medio avrà il timore che dietro un tale governo ci siano pronte le solite stangate.  Mia sorella usava spesso un’espressione dilettale, che tento di tradurre: “Quando non ce n’è, non se ne può spendere”. Credo che Mattarella se ne stia rendendo conto e, a meno di miracoli, dovrà tenerne conto e dovrà ripiegare su soluzioni di basso profilo e di breve termine. Poi andremo alle elezioni: ci arriveremo arabi e ne usciremo turchi. Comunque un grazie di cuore al presidente Mattarella, che ce la sta mettendo tutta.

La storia che (non) si ripete

L’atteggiamento del partito democratico, se prescindiamo da inutili rivalse dialettiche e da evidenti incompatibilità programmatiche nei confronti del M5S, può essere ricondotto a due ragionamenti politici di fondo: da una parte chi (mi pare che l’antesignano di questa problematica tesi sia Giorgio Tonini) si preoccupa di non regalare definitivamente il grillismo all’antipolitica, ma di risucchiarlo beneficamente nel gioco politico contribuendo alla sua evoluzione e legittimazione democratica; dall’altra chi (soprattutto l’ex segretario Renzi) non vede altra possibilità al di là di un dialogo finalizzato alle riforme istituzionali (in primis una nuova legge elettorale). Meglio la sussiegosa presunzione o lo sdegnoso scarto?

La prima opzione assomiglia molto alla solidarietà nazionale di stampo moroteo, fatte le debite distinzioni di tempo e luogo; la seconda al patto costituzionale di demitiana memoria. Nei giorni scorsi mi sono già esercitato nel ricordo di queste strategie politiche contrapponendole all’insulso e sprezzante discorso tattico del contratto di governo portato avanti dai pentastellati. Probabilmente mi sto sforzando di spremere le rape, ma credo sia un tentativo per verificare se sotto la crosta dei meri tatticismi ci possa essere qualcosa di politicamente serio. Il livello del dibattito in corso, anche per colpa di una odiosa sarabanda mediatica, è decisamente basso e quindi mi sembra opportuno, nel mio piccolo, tentare di alzarlo, guardando avanti o indietro, a seconda dei casi.

Al suo nascere ho concesso al grillismo il merito di dare una qualche rappresentanza politico-culturale alla protesta, pericolosamente deviante verso il qualunquismo. Poi, strada facendo, questo connubio ha finito col ripiegare su una lisciata di pelo alla piazza usando la spazzola dell’antipolitica fine a se stessa. Ne è uscita una deriva protestataria premiata dalle urne, ma sostanzialmente sterile e orientata sostanzialmente alla demagogia di destra o di sinistra, come dir si voglia. Sarà possibile ricondurre alla ragione politica questo andazzo, senza esorcizzarlo, ma tentando di riportarlo sul terreno del dialogo e della collaborazione. Una bella scommessa! Si tratterebbe di ragionare partendo dai presupposti di un’azione di governo moderna: rapporto imprescindibile con l’Europa, rispetto dei vincoli finanziari e di bilancio, progresso sociale legato allo sviluppo economico, etc.

Se invece si dà per scontata l’impossibilità del dialogo politico occorre ripiegare su quello, non meno arduo, di carattere istituzionale: non saprei se venga prima l’uno o l’altro o se siano addirittura le due facce di una stessa medaglia. Sarebbe comunque già un bel passo avanti uscire dalle ripicche e dalle pregiudiziali per affrontare discorsi di strategia. È pur vero che questo Paese ha bisogno di essere governato, non però in senso avventuristico o al buio. Il centro-destra fa melina e ipotizza governi accattoni, di minoranza, che vadano col cappello in mano a raccattare consensi a destra e manca. Di Maio (a proposito, Grillo dove è finito?) vuol andare dal notaio per stendere il rogito delle buone intenzioni. Tutto sommato meglio ragionare di massimi sistemi. Si fa prima infatti a scendere che a salire, salvo scivoloni.

 

Velocisti, scalatori e passisti

I risultati elettorali delle recentissime consultazioni regionali in Molise e Friuli-Venezia Giulia, pur non avendo un grosso significato sul piano quantitativo – si tratta infatti di due piccole realtà territoriali – rispecchiano una tendenza relativamente nuova rispetto alle elezioni politiche del 04 marzo scorso: è in atto una sorta di ballottaggio tra centro-destra a guida leghista e M5S e in esso gli elettori tendono a premiare la Lega di Matteo Salvini, riconoscendo ad essa una sorta di primazia nell’interpretazione e nell’estremizzazione della protesta, colorandola nettamente a destra rispetto alla velleitaria ed equivoca bisessualità pentastellata (né di destra né di sinistra).

Gli italiani sembrano orientati ad abbandonare la scorciatoia grillina per andare sulla strada maestra salviniana. Come dire: quando si fa sul serio e il gioco diventa pesante, bisogna abbandonare il generico “vaffanculo” e puntare decisamente alla precisa e particolareggiata alternativa destrorsa. Gli italiani a furia di scherzare col fuoco stanno rischiando di incendiare politicamente il Paese. I pentastellati si meriterebbero questa lezione, che per ora si intravede soltanto, ma purtroppo l’Italia rischierebbe un bagno reazionario impensato ed impensabile fino a qualche tempo fa.

A destra il comico tentativo berlusconiano di ergersi a diga moderata, sta fallendo miseramente, anche perché Salvini, nonostante tutto, è portatore di un certo non so che di novità, mentre Forza Italia rappresenta il peggior dejà vu della storia recente. Il trionfo della destra estrema ha sempre coinciso col forte bisogno di legalità e sicurezza ed infatti sono questi i cavalli di battaglia della Lega, la quale riesce a cavalcare assieme l’ostilità all’immigrazione con la lotta alla delinquenza, facendo una confusione tremenda in cui tutti i gatti sono bigi e portano al pugno di ferro.

La suddetta pericolosa tendenza elettorale ridimensionerebbe la portata politica del fenomeno grillino ridotto progressivamente a folcloristico e goliardico rito protestatario e confinerebbe la sinistra nel salotto borghese del sociologismo datato e/o nei centri sociali dell’utopismo fragile, riducendola a questione da riciclati benpensanti e/o da rivoluzionari d’accatto. La sinistra deve smetterla di ostentare la puzza sotto il naso e di chiudersi a riccio nelle proprie certezze ideologiche, mentre i grillini dovrebbero capire di non avere nel modo più assoluto il monopolio dell’anti-sistema.

La Lega, per dirla con una similitudine ciclistica, ha il passo del velocista (o sprinteur o sprinter), che predilige gli sprint di gruppo ad altri tipi di arrivo, avendo le caratteristiche necessarie per cimentarsi al meglio in una volata; il M5S è uno scalatore, vale a dire un corridore specializzato nelle corse e nelle tappe in salita, in particolare quando le pendenze si fanno molto ripide; la sinistra riformista può essere assimilata ad un passista, un atleta che ha una particolare attitudine alle gare sui lunghi percorsi pianeggianti, perché è capace di mantenere a lungo un’andatura sostenuta e regolare.

Una prima risposta politica alla volata leghista potrebbe essere la combinazione politica fra scalatori e passisti, vale a dire tra un M5S in vena di faticose salite ed una sinistra in vena di lunghe autocritiche? Certo non bisogna puntare alla diga schematica e polemica (volatona di gruppo), ma dare risposte organiche (corse a tappe). L’errore più grande e grave sarebbe rincorrere il leghismo sul suo terreno preferito. Occorrerà togliere il terreno da sotto i piedi ai Salvini. In Francia è bastato, almeno per ora, Macron per ridimensionare e sconfiggere l’agguerrito lepenismo. In fin dei conti Macron, con il suo raffazzonato partito/movimento non è forse una miscela alla francese fra renzismo e grillismo? Sto vaneggiando? No, sto cercando disperatamente di non berla da bótte, per evitare le trappole in cui sta cadendo la maggior parte degli italiani.

 

La pace dei matti

Quando ho visto il dittatore nord-coreano piantare l’albero della pace, è partito in me un irrefrenabile senso di autocommiserazione: se ci siamo ridotti a puntare e sperare in una pace pilotata da simili personaggi, stiamo proprio freschi. Sembra infatti che stia scoppiando la pace fra le due Coree sotto l’alto patrocinio di Donald Trump.

Intendiamoci bene, i venti di pace sono ben accetti da qualsiasi parte provengano, ma un assetto mondiale messo nelle mani di squallidi personaggi non mi lascia affatto tranquillo. Se la convivenza pacifica è frutto di reciproche minacce e scaramucce, se è conseguenza del terrorismo di stato, se la quiete viene dopo la tempesta, non c’è da rallegrarsi e da tranquillizzarsi.

“Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) è una locuzione latina di autore ignoto, usata soprattutto per affermare che uno dei mezzi più efficaci per assicurare la pace è quello di essere armati e in gradi di difendersi. Il detto latino citato possiede anche un significato più profondo: quello che vede proprio coloro che imparano a combattere come coloro che possono comprendere meglio e apprezzare maggiormente la pace. Può anche significare, in maniera più sottile, che un espediente per tenere unito e concorde un popolo, e quindi poterlo governare meglio, è di creare un nemico all’esterno o al suo stesso interno (divide et impera).

Gira e rigira credo che la pace che ci stanno confezionando gli attuali potenti del mondo sia proprio una miscela esplosiva di equivoci, perfettamente in linea col paradossale detto latino di cui sopra.  Kim Jong-un sembra essersi improvvisamente stancato di giocare con gli esperimenti nucleari: «Perché dovrei tenere armi nucleari e vivere in condizioni difficili se invece ci incontriamo spesso con gli americani per costruire la fiducia reciproca e se promettono di mettere fine alla guerra e di non invaderci?». Trump vive di minacce a livello internazionale, fa persino la faccia dura agli alleati (vedi Angela Merkel), contesta gli accordi con l’Iran, pompa la strategia antipalestinese di Israele, strizza l’occhio a Putin lasciando intendere un patto di spartizione mondiale per poi bombardare la Siria: schizofrenie da cui difficilmente potrà sgorgare un processo di pace.

L’unico asset concretamente e seriamente pacifico potrebbe essere quello europeo: una comunità (una federazione) di Stati, che, dopo essersi combattuti in guerre disastrose, trovano finalmente un approccio di collaborazione economica e politica. Ma anche qui non mancano i contrasti e le divergenze al punto da mettere in seria difficoltà tutto l’impianto europeo e soprattutto da indebolire la presenza europea nello scacchiere internazionale.

Mia madre usava spesso un (quasi) proverbio dialettale: «Tùtt i matt i gan la sò virtù…». Sono sicuro che lo ripeterebbe davanti ai Kim, ai Trump, ai Putin ed alle loro poco credibili avance pacifiche. Si accontenterebbe cioè degli spiragli di pace che passa lo strano convento dei potenti. Mio padre invece, da antimilitarista incallito e disincantato, non si fiderebbe di questi giochi illusionistici.

La Corea del Nord chiuderà a maggio il sito dei test nucleari di Punggye-ri e lo “farà in pubblico”, attraverso un processo trasparente rivelato a esperti Usa e sudcoreani, con la presenza anche dei giornalisti. Così riferisce l’ufficio di presidenza di Seul. Intanto si apprende che sarebbero Singapore e la Mongolia le due opzioni per la sede del summit tra il presidente Usa, Trump, e il leader nordcoreano. Sembra quasi di sognare. Speriamo non si rivelino fake news.

 

Facciamo finta che…

Le differenze valoriali, politiche, tattiche e strategiche nel centro-destra sono clamorosamente stranote: al liberismo di Forza Italia corrisponde un egosocialismo della Lega, all’europeismo forzista fa da contraltare il sovranismo salviniano e meloniano, al moderatismo berlusconiano si contrappone l’estremismo leghista, dall’insistita smerdata del cavaliere verso i grillini (dai cessi di mediaset al profilo hitleriano, dal deficit democratico all’esproprio proletario) si distingue una testarda ed evidente attenzione di Salvini verso il M5S, dalla preoccupazione di salvaguardare un clima respirabile per le aziende Fininvest alla stravagante e forsennata prefigurazione di un clima rissoso e conflittuale, dall’opzione per un governo del presidente, che consentirebbe a Forza Italia di respirare, a quella per un rapido ritorno alle urne che accentuerebbe ulteriormente l’egemonia leghista sul centro-destra, da una netta preferenza al dialogo col PD, che Berlusconi non esiterebbe pragmaticamente ad aprire, alla stucchevole demonizzazione di Renzi e della sinistra.

In poche parole Matteo Salvini muore dalla voglia di fare il governo con i pentastellati e sacrificherebbe volentieri su questo altare l’alleanza con Forza Italia, considerata un’inutile palla al piede, ma non lo può dire e, tanto meno, fare. E allora si nascondono tutti dietro l’insistenza di un governo, che veda protagonista principale il centro-destra unito, sperando che i grillini si turino il naso ed accettino di scendere a patti col diavolo (leggi Berlusconi). Il cavaliere, con la sua logorroica verve anti-grillina, disfa sistematicamente la tela che Salvini tesse telefonicamente con Di Maio: in realtà è aperto uno scontro sulla leadership del centro-destra, che vede in precario equilibrio i contendenti in attesa della resa dei conti politica ed elettorale.

Se i contrasti del centro-destra emergono con una certa evidenza e vengono maldestramente coperti in faccia ad un elettorato distratto e confuso, quelli all’interno del M5S restano sotto traccia. Esistono due anime: quella barricadiera e protestataria che cavalca lo scontento ed il qualunquismo dilagante, quella cioè dell’anti-politica servita calda al bar sport, e quella in doppio petto istituzionale dei Fico e dei Di Maio, che ritengono giunto il momento di misurarsi nel governo del Paese, anche se la preparazione atletica svolta in periferia li ha resi politicamente gracili ed impreparati ad una simile sfida.  I cinque stelle sono al settimo cielo: hanno vissuto nel solito equivoco tra lotta e governo, tra piazza e parlamento, tra protesta e proposta, ma ora sta arrivando il redde rationem. Non so quanti grillini siano del parere di scendere a patti con “i nemici” pur di provare a governare. In un certo senso il responso elettorale li ha inchiodati ad un consenso troppo basso per assumere in proprio responsabilità di governo e troppo alto per rimanere in stand by contro tutto e tutti. Doveva, prima o poi, arrivare questo momento, forse è arrivato troppo in fretta e li mette in seria difficoltà al di là delle grossolane e trionfalistiche esultanze post-elettorali.

Mentre centro-destra e M5S fanno di tutto per nascondere ed ovattare i loro contrasti interni, nel partito democratico i panni sporchi si lavano in piazza: c’è in atto, fin dal giorno successivo alle elezioni, lo scontro fra la tonificante anima trattativista, impersonificata dagli esponenti della vecchia guardia, e l’opzione rigenerante isolazionista incarnata dalla nutrita e maggioritaria pattuglia renziana. Niente di male e soprattutto niente di nuovo sotto il sole. Che infastidisce è il tono sbracato e ultimativo, la radicalità, al limite dell’ideologia, di certi ragionamenti: da una parte l’ansia di recuperare frettolosamente e superficialmente una verginità identitaria a sinistra o di innescare una rapida rivincita, dall’altra parte la paura di rimanere isolati ed essere emarginati dai giochi della politica e del potere. Questa pregiudiziale diatriba sbattuta in faccia alla gente non accredita il PD come forza autenticamente democratica, che discute e decide apertamente, ma come coacervo di personaggi disperatamente in cerca d’autore, come un partito senza capo e senza coda. Ci sono momenti politici (e non solo politici) in cui il silenzio è d’oro o, almeno, in cui bisogna parlare poco e a tono, soprattutto sforzarsi di stare su questioni precise e trasparenti. La direzione del partito dibatterà animatamente sulla possibilità di aprire un confronto col M5S al fine di costituire un governo, ma sarà una discussione di puro principio. Se si resta ancorati a questo livello, non c’è dubbio che il dialogo coi grillini sia improponibile. Bisogna invece dire un sì o un no su qualcosa di eventualmente più concreto ed articolato. Rimanere inchiodati a scelte pregiudiziali è il peggior modo di (non) fare politica.

 

Dal patto costituzionale al contratto di servizio

Nel 1967, in pieno clima da guerra fredda, il democristiano Ciriaco De Mita elaborava una proposta di “patto costituzionale” al Partito Comunista Italiano: si trattava di cogliere, con il varo delle regioni a statuto ordinario, l’opportunità di distinguere i processi di revisione costituzionale dalle maggioranze parlamentari politiche: una sorta di sdoppiamento su due piani della politica italiana, il piano delle regole fondamentali aperto al dialogo col Pci, il piano governativo circoscritto alle maggioranze di centro-sinistra escludenti il partito comunista.

Non se ne fece nulla, anche perché il discorso del patto costituzionale veniva da una minoranza all’interno della DC, mentre il Pci non era maturo per abbandonare il suo splendido isolamento. Solo nel 1973 Enrico Berlinguer cominciò a parlare di compromesso storico, vale a dire della necessità di perseguire una strategia volta non solo e non tanto a raggiunge una maggioranza parlamentare di sinistra, ma un rapporto costruttivo tra tutte le forze popolari e progressiste del Paese.

Nel 1976 Aldo Moro tradusse il compromesso storico in solidarietà nazionale, vale a dire nella possibilità di sperimentare, seppure transitoriamente, formule di governo che coinvolgessero, in qualche modo, i comunisti, favorendone la piena e totale democratizzazione, per poi arrivare nella cosiddetta terza fase all’alternanza fra i due poli, uno popolar-moderato egemonizzato dalla DC e l’altro social-riformista guidato dal Pci: le due forze politiche fondamentali, che si richiamavano alla cultura, alla storia ed alla tradizione dei cattolici e dei socialisti. Quel processo politico fu disgraziatamente interrotto sul nascere a causa del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, il quale ne era il garante a trecentosessanta gradi.

Perché questa breve e semplicistica premessa? Perché il Movimento Cinque Stelle sta facendo al PD la proposta di un “contratto politico o di governo”: non un patto costituzionale, non un’alleanza di governo, ma soltanto un accordo sulle cose da fare nell’interesse degli italiani. Al di là della notevole abilità (?) lessicale, faccio effettivamente fatica a comprendere la portata di una simile avance e la sua fattibilità. Qual è infatti la differenza tra un contratto ed un’alleanza: il primo riguarda alcuni specifici ambiti e interessi e tenta di regolamentarli per filo e per segno; la seconda si allarga ad una visione condivisa e solidale di un campo molto più vasto ed impegnativo per le parti in causa. Mi risulta particolarmente difficile configurare un governo sulla base di un contratto limitato, che prescinda dall’alleanza politica, almeno tattica, fra i contraenti.

Ci si può infatti sforzare di individuare ed isolare alcuni problemi e la soluzione programmatica di essi, ma i bisogni della gente, che nella mentalità grillina vengono demagogicamente enfatizzati e considerati la base politica da cui partire e su cui lavorare, non possono prescindere da un contesto di carattere generale e dinamico entro cui bisogna governare quotidianamente affrontando le situazioni nel loro divenire e nei loro collegamenti con tutta la realtà interna, europea ed internazionale. In una ipotesi “contrattualistica” di governo, così come la intenderebbero i pentastellati, il presidente del consiglio sarebbe il capo-comico ed il regista, i ministri gli altri attori di un copione scritto e immutabile nel tempo e nello spazio.

Governare non è interpretare un copione, ma è un’arte da esprimere quotidianamente, tutt’al più ci può essere un canovaccio da condividere e su cui lavorare, ma non tutto può e deve essere previsto e calcolato in anticipo. E allora ogni volta che la situazione muta si ritorna al contratto per rivederlo? Credo si stia farneticando. Anche con tutta la buona volontà e l’apertura a metodi e contenuti nuovi, la politica è altra cosa ed effettivamente i grillini sembrano non averne l’indirizzo. Se questa è la base di partenza non vedo molti spiragli positivi per un governo M5S-PD. Ciò non significa chiudere pregiudizialmente il confronto, ma approfondirlo rigorosamente e seriamente.

 

 

Gli urlatori del PD

Non mi sorprendono affatto le perplessità e le titubanze degli esponenti del Partito Democratico riguardo un’eventuale alleanza di governo con il Movimento Cinque Stelle. Al loro posto ne avrei ancor di più. Che mi infastidisce non sono quindi i dubbi più che legittimi su una simile operazione politica: l’affidabilità di una forza politica, che ha demonizzato il PD in questi anni e che improvvisamente vuol dialogare e scendere a patti col diavolo, è certamente molto discutibile; la compatibilità del programma pentastellato con quello del PD appare decisamente problematica; la concezione della politica e della democrazia non sono affatto omogenee in queste due forze. Aggiungiamo pure che per i democratici una simile operazione appare elettoralmente poco opportuna, se non addirittura controproducente e foriera di ulteriori perdite di consenso.

La gara è certamente molto dura, ma tuttavia non sopporto la smania di protagonismo di tanti piddini, i quali sparano immediatamente i loro “no” a prescindere, scavalcando il già precario gruppo dirigente, peraltro guidato da un segretario molto serio ed equilibrato, Maurizio Martina, al quale in troppi parlano nella mano in attesa di aprire, quanto prima, una nuova fase congressuale, che appare quanto meno precipitosa. In questo senso è molto deludente l’atteggiamento rissoso di Matteo Renzi: l’ex segretario non ha la pazienza e l’umiltà di farsi momentaneamente da parte. Deve imparare dalla storia democristiana in cui il dibattito interno era spesso teso al limite della conflittualità, ma nei momenti topici si sapeva rimanere uniti e chi veniva da una sconfitta aveva il buonsenso di mettersi da parte. Ricordo Aldo Moro: quando la linea del partito si era fatta per lui inaccettabile, seppe andare in minoranza, farsi da parte e per un po’ di tempo fece politica con gli editoriali pubblicati sul “Giorno”. Altri tempi, altra autorevolezza, altro carisma, altro senso politico.

Sì, perché è proprio il senso politico che manca agli urlatori del PD. Si calmino, affrontino la situazione con spirito di servizio verso il Paese, stiano uniti, facciano un passo alla volta e poi ne discutano pacatamente negli organi di partito, senza lacerazioni, e decidano motivatamente sul da farsi. Gli elettori capiranno, anche perché non hanno digerito le divisioni interne, che hanno buttato benzina sul fuoco delle difficoltà di un partito di sinistra, che fa fatica a coniugare solidarietà e sicurezza, uguaglianza e competizione, lavoro e impresa, etc. etc.

Occorre un bagno tonificante per recuperare un disegno politico, che vada oltre la frettolosa, immediata e quindi impossibile riconquista del consenso e punti su una strategia di medio termine. I sì e i no buttati alla viva il parroco non mi convincono. C’è qualcuno che minaccia l’uscita dal partito nel caso in cui si dovesse fare un’alleanza col M5S: non si può stare in un partito con simili atteggiamenti ultimativi. Recuperino tutti la calma e la serenità necessarie, non abbiano fretta, facciano politica senza l’accetta e con il fioretto. Non si facciano contagiare dalla sindrome del “bar sport”. Sappiano fare i calcoli mettendo davanti a tutto gli interessi del Paese: l’elettore capirà e apprezzerà in ogni caso. Nel momento in cui i grillini cominciano, forse, a fare politica, non ributtateli nel ghetto dell’antipolitica, rubando loro il mestiere: si vada almeno a vedere le carte prima di chiudere i giochi.

L’ago della Resistenza nel pagliaio della politica

Quando ero impegnato concretamente in politica, a livello, seppure modesto, di partito e/o istituzionale, in occasione della celebrazione della festa della Liberazione, esprimevo tutta la mia forte sensibilità partecipando alle manifestazioni pubbliche unitarie, promosse da forze politiche diverse, accomunate dal richiamo ai valori della Resistenza, della lotta partigiana, dell’antifascismo. Da quando ho abbandonato l’impegno politico attivo, pur rimanendo sempre attento e partecipe rispetto alle vicende politiche, preferisco approfittare della ricorrenza del XXV aprile per approfondire e riflettere in senso culturale sui valori della democrazia alla luce dell’educazione ricevuta al riguardo. Lo faccio anche oggi, con un forte richiamo a due miei imprescindibili riferimenti familiari: mio padre Ernesto e mio zio Ennio sacerdote.

Di mio padre voglio ricordare gli insegnamenti, che ho peraltro riportato in due pubblicazioni contenute nel sito internet, impartiti quando in ancora tenera età gli chiedevo di spiegarmi cosa fosse stato il fascismo. Mio padre, prima e più che in senso politico, era un antifascista in senso culturale ed etico: d’altra parte era nato e vissuto in oltretorrente (come del resto anch’io e  ne vado orgoglioso), il rione dove si respirava la politica, dove i borghi, gli angoli, gli androni delle case parlavano di antifascismo, dove la gente aveva eretto le barricate contro la prepotenza del fascismo, dove la battaglia politica nel dopoguerra si era svolta in modo aspro e sanguigno, dove il popolo, pur tra mille contraddizioni, sapeva esprimere solidarietà.

Mio padre mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere (più provocatore che matto), il quale era solito entrare nei locali ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano dell’oltretorrente che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate.  Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva papà, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”. Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta.

Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così).

Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza, si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un ingenuo e sordo amico con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona. Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate, ma all’occorrenza…….

Il secondo riferimento riguarda le scelte di vita di mio zio Ennio sacerdote, il mio santo protettore. Partecipò, come convinto assistente-scout, al movimento delle aquile randagie, un’associazione cattolica segreta, che fece dell’antifascismo la propria coraggiosa cifra di testimonianza e comportamento. Si impegnò in operazioni delicatissime e rischiosissime di scambio fra prigionieri: i partigiani si fidavano ciecamente di lui e lo portarono in trionfo il XXV aprile del 1945; nascose ebrei mettendo a repentaglio la propria vita; fu addirittura arrestato e dovette trangugiare alcuni bigliettini compromettenti; il vescovo gli consigliò prudenza, ma don Ennio prima della prudenza metteva il coraggio della testimonianza. Non ho avuto la possibilità di conoscerlo, in quanto morì, ancora giovane, di un male tremendo pochi giorni prima della mia nascita.

Mi bastano questi ricordi per onorare quanti hanno resistito al fascismo, combattuto per la libertà e contro l’invasore. Il ricordo dovrebbe farsi politica viva: successe nel dopo-guerra con il patto costituzionale. Poi via via ci siamo un po’ tutti dimenticati della lezione resistenziale ed oggi effettivamente si fa molta fatica a ritrovare quello spirito nella battaglia politica. È il caso di provare comunque a rinverdire i valori e le scelte resistenziali. Sull’antifascismo non si può scherzare, anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna, rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre)  “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.