Il laboratorio Italia con i tecnici organici

Il movimento cinque stelle ha molte caratteristiche in comune da una parte col berlusconismo, dall’altra col comunismo. La sua nascita come vero e proprio esperimento in laboratorio, la sua storia come azienda partito, il suo odio-amore mediatico, il suo leaderismo spinto, la sua spregiudicata ricerca del consenso, la sua invenzione di una classe dirigente improvvisata e pressapochista, manovrabile e strumentalizzabile, il suo percorso, anomalo ma insistito, verso il potere a tutti i livelli ne fanno, in un certo senso, una edizione riveduta e scorretta del berlusconismo. Il suo centralismo informatico, la sua pesantissima disciplina interna, le sue continue epurazioni e purghe, il suo anacronistico stile antisistemico, il suo oscillare tra la piazza e le istituzioni, il suo parlare stucchevolmente con un’unica voce, il suo negare l’evidenza, il suo richiamarsi alla differenza etica, ne fanno invece un movimento avvicinabile al comunismo italiano prima-maniera. Se chi lo ha votato crede di avere cambiato la storia politica italiana, ha sbagliato grosso, perché ha soltanto rimasticato il passato spacciato per futuro.

I metodi e gli stili della politica tradizionale vengono sdegnosamente rifiutati, salvo essere frettolosamente adottati quando le convenienze lo impongono: quel che era da rifiutare in blocco, viene rivalutato e riproposto dal movimento. Una sorta di invito ad accettare acriticamente quanto viene detto da un vertice, sgusciante ma ben presente, e a non soffermarsi su quanto viene fatto perché operato in nome di un fine superiore.

Il governo dei tecnici è un tabù, un tradimento della volontà popolare, una subdola difesa dei poteri forti, una manovra di regime. Non se ne deve nemmeno parlare! Salvo poi ricaderci dentro per indorare la pillola di un governo politicamente impresentabile. I tecnici tradizionali, quelli scelti da Napolitano o Mattarella, sono schiavi di regime, gente che lega l’asino dove vuole il padrone, mentre quelli organici al movimento vanno benissimo. Teorie gramsciane senza base ideologica e senza strategia politica.

Non so se un premier tecnico e/o i ministri tecnici saranno la ciliegina sulla torta di un governo combinato, più o meno come si faceva un tempo per i matrimoni di interesse. Non so se il presidente Mattarella accetterà questi tecnici organici in balia dei politici, i quali tirano il sasso e nascondono la mano. Non so se questi esponenti dell’intellighenzia di supporto saranno di gradimento a livello europeo, se sapranno mantenere il Paese in carreggiata evitando sbandamenti, se potranno garantire una navigazione tranquilla per il Paese. Una cosa so: avranno tali e tanti vincoli programmatici, provenienti da un accordo calato sulle loro teste, al punto da dover governare in nome e per conto dei due partner di maggioranza a cui rispondere ad ogni “pisciata di cane”. D’altra parte il cosiddetto contratto, se fosse stato stipulato da altre forze politiche, non sarebbe un inaccettabile compromesso, un vomitevole mercanteggiamento, un accordicchio fatto per guadagnare tempo e voti? Stipulato e firmato da Di Maio e Salvini diventa un compromesso ai più alti livelli, una risposta ai bisogni del Paese, un cambio di stile nella politica italiana.

I pentastellati puntano sul prerequisito dell’onestà, ammesso e non concesso che sia loro monopolio. Io preferisco puntare sul requisito della credibilità e della coerenza e questo non è certamente il loro forte. Quando si è disperati, si è portati a concedere fiducia al più abile degli imbonitori. Sul fatto che leghisti e grillini siano degli imbonitori non ho il minimo dubbio, sul fatto che gli italiani siano disperati mi permetto di dissentire. Avere dei seri e gravi problemi non vuol dire “buttare il prete nella merda”, consegnare il Paese in mano a dilettanti che si spacciano per professionisti, provare scriteriatamente a fare esperimenti. Che Casaleggio abbia concepito e portato avanti il movimento come esperimento è molto chiaro, ma che gli italiani trasformino il loro Paese in un laboratorio a servizio di Casaleggio e Grillo non posso accettarlo.

 

Gli elefanti in cristalleria

È inevitabile, almeno per me, fare collegamenti fra passato e presente, fra idealità e meschinità, fra le vette e i baratri della politica italiana. Manco a farlo apposta, proprio in questi giorni, si sono succedute occasioni per osservare con occhiali correttivi una sconfortante attualità politica: i quarant’anni dal sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta, il forum fiorentino sullo stato dell’Unione Europea, i 70 anni dal giuramento da Presidente di Luigi Einaudi. Non era tutto rose e fiori il passato, ma in esso troviamo, pur tra inevitabili contraddizioni e difficoltà, le scelte fondamentali per il cammino di crescita democratica del nostro Paese. Nella lezione morotea cogliamo i faticosi sviluppi della politica in continuità col disegno costituzionale e nella valorizzazione delle correnti ideali cattoliche, socialiste e laiche e della loro capacità di interpretare e orientare le spinte popolari; nella promozione e adesione al disegno europeo troviamo il senso di un grande avvenire di pace, integrazione, sviluppo e solidarietà; dalla lezione einaudiana traiamo insegnamenti preziosi per l’impostazione di una corretta e unificante vita delle istituzioni democratiche.

Si respira aria di esami. Dall’autorevole e credibile cattedra presidenziale Sergio Mattarella detta, con discrezione e convinzione, il ripasso storico e costituzionale degli insegnamenti e delle lezioni che ci sono state impartite nel tempo. Ha di fronte degli allievi piuttosto recalcitranti, che ritengono di avere la promozione in tasca in quanto ammessi all’esame a furor di popolo, che vogliono “scaravoltare” l’approccio alle materie partendo dalle esercitazioni pratiche senza studiare e approfondire la teoria, che pretendono la promozione con un populistico sei politico, che pensano di ottenere buoni voti solo screditando chi li ha preceduti sui banchi.

Dalla Presidenza della Repubblica parte l’invito a rispettare i principi fondamentali della nostra democrazia, in cui si rispecchia tutta la nostra storia ed in cui trova compimento l’unità nazionale. Ho la sensazione che i partiti, in via di tardiva e frettolosa ricerca di accordi a livello governativo, alzino le spalle e scuotano il capo, archiviando come vecchiume ingombrante quanto la storia “prepotentemente” ci insegna. Se Moro sta a dimostrare che i progressi politici si ottengono nel dialogo, nel confronto, nella mediazione tra le forze politiche presenti nelle sedi istituzionali preposte,  il  governo grillo-leghista nasce solo nel drastico e semplicistico richiamo alle pulsioni istintive della gente; se l’Europa unita è un dato ideale, storico e politico imprescindibile, coloro che si apprestano a governare il Paese intendono rimettere tutto in discussione cavalcando la pericolosissima onda del sovranismo di ritorno; se le istituzioni hanno una loro dignità e rappresentatività, gli apprendisti stregoni della democrazia diretta intendono bypassarle facendo un patetico, qualunquistico e precipitoso appello alle istanze popolari.

A livello di formazione della compagine governativa si vaneggia di contratti, di garanti, di patti a latere; per l’Europa si (s)parla di revisione dei trattati prima ancora di sedersi al tavolo per discutere; per quanto riguardo il rispetto del galateo istituzionale si stanno cercando nomi e personaggi da sottoporre alla ratifica di un capo dello stato retrocesso alla funzione di mero notaio delle volontà partitiche. Ci sono tutti i difetti della politica del passato, senza nemmeno un pregio. Se questo è il nuovo che avanza, non posso far altro che avvinghiarmi con tutte le mie forze al passato: quello degli Einaudi, dei De Gasperi, dei Moro, dei Pertini, dei Berlinguer, dei Napolitano, dei Mattarella. E Mattarella è l’ultimo dei giusti, ma non so se basterà a difendere la cristalleria dagli elefanti.

 

Angeli e demoni fra berlusconismo e grillismo

Uno dei capisaldi metodologici del fare politica di Silvio Berlusconi è da sempre quello di individuare un nemico largamente condivisibile su cui sfogare e orientare le viscerali contrarietà della gente. Il giochino ha funzionato per parecchio tempo verso i comunisti: scendo in politica per difendere l’Italia dai comunisti, disse nel 1994, cavalcando, in modo sbracato ma efficace, i rimasugli derivanti dal finto testimone, che una DC spenta e logora gli avrebbe passato. L’anticomunismo senza comunismo: un piccolo/grande capolavoro di idiozia propagandistica, bevuta a gola aperta dal popolo frastornato da tangentopoli. I nemici si allargarono un po’ troppo: i magistrati, i giornalisti, i sindacati, ma il regime berlusconiano, come del resto tutti i regimi, cadde rovinosamente implodendo davanti ai  problemi di carattere economico legati alla crisi del 2008 ed anni successivi.

Alle ultime elezioni dello scorso marzo il cavaliere ha tentato il colpaccio: ergersi a difesa rispetto al nuovo nemico, il grillismo dilagante, per certi versi somigliante al berlusconismo a livello di azienda-partito, di personalizzazione della leadership, di mediatizzazione della politica, di irregimentazione del consenso, di familizzazione del partito/movimento, di internazionalizzazione populistica. Non gli è riuscito per logoramento dell’immagine, per anacronismo conflittuale, per mutamento delle categorie politiche. È rimasto schiacciato fra i due populismi in voga: quello di casa sua interpretato dalla Lega di Matteo Salvini e quello più lontano interpretato dal movimento cinque stelle.

Chi di inimicizia ferisce, di inimicizia perisce: i pentastellati hanno frettolosamente eletto Berlusconi a loro nemico giurato, abbandonando o per lo meno sfumando la conflittualità verso il PD considerato l’asse portante del sistema. Credo lo abbiano fatto per due motivi tattici: per mettere in grave difficoltà il potenziale alleato leghista e per crearsi comunque fin dall’inizio un alibi per le difficoltà e le incapacità facilmente preventivabili. Se qualcosa non andrà per il verso giusto, sarà sempre colpa di Berlusconi, dei suoi colpi di coda, delle sue resistenze e complicità, dei suoi legami col passato, dei suoi ricatti verso la Lega. Il cavaliere si è visto sbattere in primo piano nella guerra al sistema, è diventato il nemico di pietra del grillismo governante, ha dovuto far buon viso a cattiva sorte pena la irrilevanza politica ed aziendale.

Se l’ignobile connubio tra leghismo e grillismo fallirà, non sarà per colpa di Berlusconi, ma per incapacità congenita, per confusione mentale, per contraddizioni insanabili, per scopertura degli altarini della protesta e dell’antipolitica, per debolezza culturale di un sovranismo di facciata dietro cui si nasconde un inquietante pressapochismo politico. I tromboni filo-grillini hanno già cominciato a menare il can per l’aia berlusconiana, fornendo alibi preventivi, seppure in negativo, all’operazione politica in via di allestimento. Se è vero che andare al governo col nulla osta di Berlusconi non è certo una partenza esaltante ed il miglior viatico, è altrettanto certo che l’onda d’urto forzitaliota non sarà determinante e decisiva per la vita del governo Salvini-Di Maio.

Nel 1994 gli esperti diedero sei mesi di tempo a Berlusconi per mettere le radici al governo del Paese, prima che la gente si ridestasse dal sogno: non fu proprio così, anche perché a distanza di 24 anni il cavaliere, anche se a corrente alternata, è ancora presente sulla scena politica, seppure un tantino (?) depotenziato e sminuito.  Qualcuno con troppa supponenza culturale applica analoghe previsioni al M5S: speriamo di non ritrovarci nel 2042 con i pentastellati fra i piedi dopo immani disastri e una sinistra eternamente divisa, indecisa e incapace di prendere il toro per le corna.

Al governo col placet dello psiconano

Mentre a Firenze il presidente Mattarella tesseva un alto elogio dell’Unione Europea, Matteo Salvini e Luigi Di Maio confabulavano su come tradurre il loro sostanziale antieuropeismo a livello di un (im)presentabile accordo di governo, raggiunto in extremis dopo aver farneticato di elezioni ferragostane e di finti ballottaggi. Devono aver capito che votare in Parlamento contro il Presidente della Repubblica per tornare alle urne in piena estate, dopo aver fallito completamento la mission, poteva essere un rischio troppo grosso da correre anche per chi si sente salvatore della patria a tutti i costi.

Sta probabilmente nascendo il più paradossale dei governi, che sintetizza tutte le contraddizioni della cattiva politica: clamorose divergenze programmatiche superate con lo specchietto delle allodole di un accordicchio populista al ribasso; contrasti ritenuti insanabili per mesi, superati in un baleno sull’altare delle mere convenienze reciproche; gli sbandierati interessi del Paese ridotti a merce di scambio al mercato dell’antipolitica. Come svolta innovativa non c’è male…Gli italiani se la sono voluta e adesso se la tengono.

C’è però un aspetto che mi diverte: il governo nasce dopo un’autentica gag recitata dal cavaliere in vena di scherzare. Silvio Berlusconi non si smentisce mai, la sua imprevedibilità non ha limiti. Ricordo quando decise improvvisamente e individualmente di votare la fiducia al governo Letta, il quale non credeva ai suoi occhi e rideva sotto i baffi, lasciandosi andare ad un commentino captato dal labiale: “Incredibile!”. Oggi, dopo aver demonizzato il movimento cinque stelle per tutta la campagna elettorale, dopo averne insolentito gli esponenti, ridotti a pulitori di cessi o a epigono hitleriani, dopo avere sdegnosamente respinto le censure politiche rivolte alla sua persona ed al suo partito, dopo essersi sprofondato in elogi verso Sergio Mattarella, dopo aver detto ripetutamente “mai con i grillini”, ritorna sui suoi passi, la beve da botte, e, con quel faccione sempre più simile ad una maschera di carnevale, trova il modo di concedere il via libera al tanto vituperato accordo tra Lega e Cinquestelle. Al governo con il nulla osta dello psiconano: il massimo per Beppe Grillo. Mi sembra sia il suggello ad un’operazione, che non segna la fine della seconda repubblica, ma forse la fine della politica. E qualcuno, spiazzato dallo slalom dimaiano, sta a sottilizzare, aspettando di vedere se il nuovo (?) governo avrà il coraggio e l’autonomia di programmare e adottare provvedimenti contro il cavaliere.

Siamo alla fiera delle incoerenze in nome del popolo italiano, che guarda, paga e tace, come il più sciocco dei mariti. Il bello però deve ancora venire. È solo l’inizio. Chi presiederà questo governo, chi ne saranno i ministri? Come verrà accolto dalla Ue e dai mercati finanziari? Mi ha colpito nei giorni scorsi un commento di un autorevole giornalista, Federico Rampini, il quale, alla domanda su cosa pensassero all’estero dell’Italia politica, ha risposto candidamente che non pensano niente, nella misura in cui il nostro Paese è perfettamente in linea con la deriva politica in atto, più o meno, in tutto il mondo.  In effetti cosa volete che ne dica Trump? Assomigliamo a lui sempre più. Cosa pensate che dica Putin? Assomigliamo a lui sempre più. Cosa pensate che ne dicano gli inglesi? Presto potremmo seguirli fuori dall’Europa? Cosa pensate che ne dica Macron? Ha già i suoi abbondanti grattacapi. E la Merkel? Le basta liberarsi alla svelta di Mario Draghi. E gli altri Paesi europei? Sono messi politicamente peggio dell’Italia.

Di Berlusconi risero, inevitabilmente e maleducatamente, la Merkel e Sarkozy. Oggi ci sarebbe da sbellicarsi dalle risa, se non che Sarkozy non ha più alcuna voglia di ridere, e Angela Merkel deve stare sotto traccia. Non c’è più Obama a cui accendere una candela. Resta solo Mattarella. Non lasciamolo solo!

 

Il martire del dialogo

In questi giorni in cui ho letto, ascoltato, visionato tanti ricordi su Aldo Moro in corrispondenza del quarantesimo anniversario della sua tragica morte, ma anche in concomitanza con le squallide vicende di una sconfortante contingenza politica, mi ero ripromesso di non cedere alla tentazione della nostalgia e di evitare l’impietosa lettura politica del presente sulle ali della rivalutazione storica del passato. Ho provato a resistere, ma, lo confesso, non ci sono riuscito.

Risparmio i facili e paradossali raffronti tra i leader odierni e quelli del passato, non mi avventuro in analisi comparate tra prima, seconda, terza, quarta repubblica, perché la Repubblica è una, è nata dalla Resistenza, è democratica e fondata sul lavoro, è frutto della coerenza, della sensibilità e della lungimiranza di esponenti politici cattolici e laici, democristiani, socialisti e comunisti, di cui purtroppo si è perso lo stampo umano e culturale.

Mi limito a due riflessioni. In un tempo in cui i rapporti sono freneticamente e presuntuosamente impostati sul clamore del nulla fatto identità, emergono grandiosamente lo stile e la cifra dell’opera di Aldo Moro, riconducibili sostanzialmente al “dialogo”, presupposto irrinunciabile nei rapporti tra gli uomini, tra le generazioni, tra le classi sociali, tra cultura e politica, tra partiti, tra Stati, tra religioni. Il dialogo con gli studenti, anche i più ribelli, con i lavoratori, anche i più rivoluzionari, con i partiti, anche i più incollati alle ideologie, con gli Stati, anche i più chiusi nella loro logica di potenza. Il dialogo, che, durante la prigionia di Aldo Moro, diventa probabilità di trattativa, come avviene durante le guerre per tenere aperto lo spiraglio della pace.

Sì, il dialogo! Che non è mai fine a se stesso, perché è onesto e attento ascolto delle ragioni altrui. Lui ne era il paladino e ne diventò il martire. Sono sicuro che tentò di dialogare anche con i suoi carcerieri, con i brigatisti, che non ci diranno mai cosa sia effettivamente successo in quei giorni: troppo grande la distanza abissale tra la cattiveria di un’assurda rivoluzione e la mitezza di una problematica riforma. Lo Stato in quei difficilissimi giorni non provò nemmeno a seguire Moro sulla strada del dialogo/trattativa, preferendo attestarsi sul primato assoluto del diritto dello Stato rispetto alla spasmodica ricerca dello Stato dei diritti. Non era paura, non era debolezza psicologica, non era puro spirito di conservazione, era uno stile di vita portato fino alle estreme conseguenze. Moro, vittima del dialogo, o meglio, vittima della mancanza di dialogo. Moro non muore disperato, basta leggera la lettera di addio alla moglie, in cui chiude in modo grandioso il cerchio della sua vita, mettendo ogni cosa al suo posto (la verità tutta intera, come dice il Vangelo).

La seconda riflessione mi viene suggerita dalla memoria che ne fece, a caldo, Amintore Fanfani, allora Presidente del Senato, portatore di una visione politica diversa, ma ugualmente apprezzabile nella sua profondità di pensiero e nella sua coerenza di comportamento.   Non a caso fu il democristiano che cercò di trovare qualche appiglio moroteo durante i giorni della prigionia, non a caso fu l’unico personaggio politico accolto alle esequie promosse dalla famiglia in forma drasticamente privata, non a caso era considerato, rispetto a Moro, l’altro cavallo di razza della leadership democristiana. Andò a prestito dalle parole che lo stesso Moro usò per ricordare il tragico attentato a John Kennedy. I giganti della storia passata che “si danno voce”, mentre i nani della storia presente “si danno nella voce”.

Il bis elettorale a rischio stecca

In questi travagliati giorni della politica italiana, dal momento che si avvicina con sempre maggiore probabilità una nuova ravvicinata consultazione elettorale con una campagna propagandistica ancora peggiore di quella da cui non siamo ancora totalmente usciti, ci si interroga sul grado di comprensione dell’elettore medio rispetto a quanto è avvenuto e sta avvenendo: perché si ritorna alle urne, chi ha la responsabilità dell’ingovernabilità, cosa vogliono fare i partiti al di là delle promesse, quali prospettive ha di fronte l’Italia, qual è il futuro del Paese nei rapporti con l’Unione Europea, quali problemi sono prioritari per l’interesse nazionale e via discorrendo.

Molti autorevoli commentatori temono che l’elettorato si possa fare ulteriormente sviare dalla rissa populista che sta montando: i partiti usciti vincitori (?) dalle urne del 04 marzo sosterranno di non essere stati messi in grado di  governare perché il sistema non vuole saperne di cambiare, giocheranno allo scaricabarile (prima hanno giocato a fare i primi in classifica, adesso cominceranno a  darsi reciproche colpe di immobilismo), chiederanno ulteriore forza per poter prender in mano la situazione, arriveranno quasi sicuramente a dare colpe al Presidente della Repubblica, ai poteri forti annidati a Roma e Bruxelles, a papa Francesco che continua a predicare accoglienza agli immigrati.

Non è sicuramente facile districarsi nella baraonda parolaia e quindi in molti sono portati ad assolvere l’elettore, smarrito tra ideologie morte e sepolte e un mondo in rapido e continuo cambiamento, dando la colpa alla politica sempre più difficile da capire e giustificando quindi il ripiegamento elettorale del cittadino su risposte troppo semplici a problemi troppo difficili. Non la penso così. Non bisogna avere la laurea in giurisprudenza per capire che, stante il nostro sistema istituzionale, si va ad eleggere il Parlamento, che dovrà poi legiferare ed esprimere un governo: non si vota per il premier, non si vota per un governo, si vota per eleggere i propri rappresentanti nelle due Camere e sono loro che dovranno mettere in moto tutto il discorso.

Non occorre un provetto giurista per sapere che il nostro sistema elettorale (salvo modifiche assai improbabili) è sostanzialmente proporzionale e quindi garantisce una certa rappresentatività, ma non l’automatica governabilità, e quindi chi esce premiato dalle urne non potrà automaticamente governare salvo il raggiungimento di alte percentuali di voti (allo stato attuale piuttosto improbabili).  Non è necessaria la laurea in economia con tanto di master per comprendere che per governare decentemente bisogna avere i conti in ordine, non perché lo esige la UE ma perché lo impone la diligenza del buon padre di famiglia, e che quindi certe sbandierate riforme sono irrealizzabili se non accompagnate da precise e realistiche coperture finanziarie.

Non ci vuole un esperto di rapporti internazionali per rendersi conto che l’Italia non è un’oasi in cui fare e disfare quel che si vuole, ma un vaso, forse di coccio, in mezzo a vasi, forse di ferro, e che quindi bisogna pensare di fare quel che si può. Non è necessario essere un sociologo per capire che il nostro sistema pensionistico deve necessariamente alzare l’età pensionistica in corrispondenza dell’aumento dell’età media delle persone e che quindi le promesse di mandare tutti in pensione il più presto possibile assomigliano a quelle di quel comiziante che arringava le folle con la prospettiva di lavorare un mese all’anno (al che il solito pierino chiese quando si sarebbero fatte le ferie…). Non necessita un esperto in materia demografica per prendere atto che i flussi migratori sono inevitabili e che non possono essere esorcizzati, non solo per motivi umanitari ma per ragioni oggettive: un conto è impegnarsi a governare questi fenomeni un conto illudersi di chiudere le frontiere, alzare muri, rimpatriare sic et simpliciter migliaia e migliaia di immigrati.

Non occorre un criminologo di fama per comprendere che il discorso della sicurezza, pur essendo una sacrosanta esigenza dei cittadini, non può trovare soluzione tramite la indiscriminata criminalizzazione degli immigrati, con la licenza di uccidere per il cittadino a rischio, con il semplice inasprimento delle pene, con le carceri ridotte a lager, con le ronde padane o con lo stato d’assedio. Il problema esiste, eccome, ma deve essere affrontato in un quadro realistico e non sui tavoli dei bar sport.

Per votare con buon senso e saggezza basterebbe mettere a frutto in positivo un decimo dell’acume che gli italiani dimostrano di possedere quando fanno la dichiarazione dei redditi o quando, comunque, aggirano con grande abilità e padronanza diversi obblighi di legge. Ritengo quindi che il voto pressapochistico non sia dovuto alle tecnicalità, alle lusinghe ed alle complicanze della politica, ma alla comoda e sbracata protesta, che oltre tutto, molto spesso, non viene da chi ne avrebbe veramente i motivi.  La gente deve capire che i problemi non si risolvono con una croce sulla scheda elettorale senza capire cosa sta dietro i problemi, dietro la scheda elettorale e quel che viene dopo le elezioni. Parole, parole, parole, diceva quella bella canzone di Mina. Votare, votare, votare, dice l’inconcludente refrain dei finti tonti dell’antipolitica.

 

L’incompiuta di Mattarella

Giudico un autentico capolavoro di realismo e diplomazia la soluzione proposta e messa in atto dal Presidente della Repubblica per uscire dal pantano in cui ci hanno sprofondato i cosiddetti vincitori delle recenti elezioni politiche. È riuscito a combinare l’esigenza di intervenire nella sua qualità di rappresentante e garante dell’unità nazionale e degli interessi del popolo italiana pur nel rispetto dei risultati elettorali e del ruolo dei partiti politici: varerà un governo definito di servizio, garanzia e neutralità, che dovrebbe rimanere in carica fino alla fine dell’anno in corso per far fronte agli impegni di carattere istituzionale, finanziario ed internazionale, formato da persone super partes e che non si dovranno candidare alle elezioni da tenere nei primi mesi del prossimo anno. Qualora il Parlamento non dovesse concedere la fiducia a questo governo, lo stesso guiderà il Paese alle immediate elezioni da tenere presumibilmente il prossimo autunno, considerata come demenziale l’ipotesi temporale del mese di luglio su cui i maggiori partiti sembrano scriteriatamente orientati.

Basterebbe questa richiesta del voto a luglio per squalificare l’atteggiamento irrazionale e testardo dei partiti, preoccupati soltanto di svuotare populisticamente al più presto il cassetto elettorale, che pensano si stia ulteriormente riempiendo di protesta e di antipolitica. Essi si sono già frettolosamente espressi contro le proposte del Colle e puntano a respingerle in Parlamento assumendosi la (ir)responsabilità di trascinare a forza il Paese verso l’incognita delle elezioni bis, che loro considerano una sorta di ballottaggio fra centro-destra a guida leghista e movimento cinque stelle: sì, un ballottaggio non fra due proposte politiche, fra due programmi di legislatura, fra due visioni politiche, ma fra l’estremismo facilone del “ghe pensi mi” e la generica protesta del “tutti ladri e tutti stupidi al di fuori di noi”.

Non sono convinto che il centro-destra e il M5S voteranno pregiudizialmente contro il governo messo in campo dal Capo dello Stato il cui profilo si preannuncia piuttosto elevato e garantista per l’Italia e l’Europa. Voglio vedere come giustificheranno dai banchi del Parlamento questo autentico sgarbo istituzionale, questa irrazionale rivincita, questo sclerotico modo di fare politica. Alla delicatezza presidenziale che tiene persino aperta la finestra verso eventuali accordi politici, dando la garanzia dell’immediato passo indietro del governo di garanzia, risponde la rozzezza di una classe politica ignorante e presuntuosa. Sono pertanto soprattutto curioso di vedere come reagiranno gli elettori di fronte a tanta impazienza nei loro confronti, considerati come un pallottoliere da maneggiare freneticamente, come una riserva di caccia da svuotare il più in fretta possibile, come una massa di pecoroni da trascinare verso il baratro. Spero in un risveglio di capacità critica da parte del popolo italiano. Tutto infatti ha un limite e penso che i fracassoni della politica lo stiano ampiamente superando.

Attendo con ansia di conoscere chi sarò chiamato a presiedere il governo e chi saranno i ministri, che dovrebbero condurci per mano nei prossimi pochi ma delicati e impegnativi mesi. Continuo ad aver fiducia in Sergio Mattarella. Sono sicuro che avrà altre frecce al proprio arco e le scoccherà al momento opportuno. Alle sue frecce ben mirate risponderanno le bombe gettate dai partiti alla viva il parroco. In mezzo c’è il popolo italiano. Riuscirà a capire da che parte sta la ragione? Spero di sì, anche se non ne sono affatto sicuro. Il rammarico sta comunque nel fatto che la sinfonia, composta con vena politicamente artistica dal Presidente, possa rimanere alquanto incompiuta. Un vero peccato!

Il tête-a-tête fra Salvini e Di Maio

Quando decisi, dopo sofferta valutazione, di dimettermi dal posto di lavoro che ricoprivo, per sopravvenute e comprovate incompatibilità di vedute, all’ultimo minuto, in zona-Cesarini per dirla con linguaggio calcistico, mi giunsero delle proposte da personaggi che, in buona fede tentavano di trattenermi senza averne l’autorità e il potere: ero tentato di ascoltarli, ma per fortuna mi venne in soccorso la saggezza di una collega, che mi stimava veramente e mi voleva molto bene, la quale mi consigliò di lasciare perdere e di decidere di testa mai senza farmi fuorviare da proposte confuse e illusorie. Seguii il consiglio e andai per la mia strada.

Mi è venuto spontaneo questo riferimento personale ascoltando la proposta di Luigi Di Maio, sparata, per continuare ad usare metafore calcistiche, nei minuti di recupero, forse addirittura quando l’arbitro ha il fischietto in bocca per chiudere la partita della formazione del nuovo governo. Si tratterebbe di un patto tra M5S e Lega, basato su due punti: evitare governi tecnici, che nascano al di fuori delle logiche di partito e che quindi non abbiano connessione col Paese reale, mettendo in campo “gente che metta testa e cuore in quello che fa”; scegliere il Presidente del Consiglio in un summit tra Salvini e Di Maio con disponibilità a ripiegare di comune accordo su terzi personaggi.

Ammetto che la più bieca abilità dialettica non faccia difetto al presunto leader grillino: la racconta bene, e fin qui niente di strano, il problema è piuttosto che una larga fetta di italiani ci crede e lo vota. Ma torno rapidamente ai punti di cui sopra. Sul fatto che per governare, così come per svolgere qualsiasi incarico professionale, serva testa e cuore, non ho alcun dubbio, ma mi sembra una fandonia bella e buona che questo prerequisito sia monopolio di Salvini e Di Maio e che sia oggettivamente da escludere in capo a personaggi non provenienti dalla politica in senso stretto ed eventualmente incaricati dal Capo dello Stato di dar vita ad un governo al di fuori della ristretta logica delle alleanze politiche.

Per fare un esempio: è connesso con gli elettori chi mette superficialmente e velleitariamente in discussione, a corrente alternata, l’appartenenza dell’Italia alla UE e/o all’Euro oppure chi può lavorare con preparazione, esperienza e competenza per rimanere agganciati in tutto e per tutto alla logica europea? Lasciamo quindi perdere questi richiami demagogici e populistici “alla testa ed al cuore”. Per poter mettere testa e cuore in quello che si fa, bisogna averli personalmente a disposizione e siccome non esistono apparecchi atti alla misurazione di questi elementi, meglio lasciar perdere…

Vengo al secondo punto: la scelta a tavolino del capo del governo, in un inquietante tête-a-tête fra Salvini e Di Maio. Qui andiamo decisamente fuori del seminato costituzionale e della conseguente e consolidata prassi: l’incarico è una prerogativa del Presidente della Repubblica che, a sua totale discrezione, sente al riguardo i rappresentanti delle forze politiche presenti in Parlamento. Quanto prefigura Luigi Di Maio suona oltre tutto come una provocazione bella e buona al Capo dello Stato, una sorta di paradossale inversione dei fattori che tende a cambiare il prodotto: anziché essere il presidente che mette i partiti di fronte alle loro responsabilità (cosa peraltro fatta ripetutamente con stile e misura indiscutibili), sono gli inconcludenti partiti a parlare sguaiatamente nella mano del presidente e ad ostacolarne e condizionarne le mosse.

Siamo proprio agli sgoccioli della democrazia, prigionieri dei tatticismi di chi non sa nemmeno dove sta di casa la politica. L’articolo uno della Costituzione recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. A proposito di forme e limiti non scritti recupererei a questo livello il criterio suggerito da Di Maio: per partire col piede democratico giusto, quando si vota, bisognerebbe usare la testa e il cuore. Non sono per nulla sicuro che gli italiani abbiano votato facendo funzionare gli organi suddetti, mi auguro recuperino quanto prima il pieno possesso delle loro facoltà mentali e sentimentali.

Il latte alle ginocchia

Non è il fatto del giorno, infatti è successo a Parma circa una settimana fa. Soprattutto non è un fatto rilevante. Una mamma allatta il suo bambino in uno spazio pubblico, il chiostro dell’Università, e viene invitata da una “solerte” addetta alla vigilanza a tenere un atteggiamento più discreto, vale a dire a coprirsi il seno o ad appartarsi per non urtare la sensibilità dei passanti. Scoppia il caso che diventa addirittura di carattere nazionale.

Bisogna proprio dire che a Parma e in Italia abbiamo tempo da perdere. Ci sono questioni che andrebbero risolte col buon senso e in questo caso mi sembra che tutti i protagonisti non l’abbiano usato: la studentessa che ha segnalato il caso come imbarazzante (cosa ci sia di imbarazzante nel vedere una donna che allatta suo figlio non mi è dato di capirlo); la vigilante che rimane interdetta (sono sempre sue parole) di fronte ad una mamma che, a petto scoperto, concede la poppata al suo bambino (facciamo tanto gli emancipati e poi ci scandalizziamo di fronte ad una donna che allatta: consiglio al riguardo di andare ad ammirare la Madonna della Steccata); i genitori che si sono rivolti alla “Gazzetta di Parma” per raccontare l’episodio di cui si sono sentiti vittime (forse più alla ricerca di facile pubblicità che di giustizia); la “Gazzetta di Parma” che ci ha fatto sopra i paginoni (i media non si smentiscono mai…).

La mamma colta in “flagrante allattamento” si è sentita discriminata; la vigilante colta in “penoso eccesso di zelo” si è sentita logorata da un’assurda polemica; l’associazione “Futura” che da trent’anni lavora per diffondere la cultura dell’allattamento al seno ha espresso «il rammarico per una mentalità che ancora persiste nella nostra società, che fatica ad accettare l’allattamento come una pratica naturale e spontanea, espressione della salute e dell’amore tra mamma e bambino» e la vicinanza alla coppia che ha subito la discriminazione. Reazioni sopra le righe! Meno male che è intervenuto in punta di piedi il rettore dell’Università, dando una lezione di sensibilità, stile e misura a tutti.

Che mi fa sorridere è la sottolineatura del fatto che questa donna allattasse a seno scoperto: vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse come si potrebbe fare ad allattare a seno coperto. Probabilmente si intenderebbe esigere la scopertura di una mammella alla volta e magari di ogni mammella solo il capezzolo. Altro che mutandoni per le ballerine in televisione negli anni della più feroce censura… Cerchiamo di essere seri. Siamo accusati di essere mammisti e poi ci scandalizziamo per una mamma che fa la mamma a pieno titolo e a seno scoperto (e dalli…).

Quando mi hanno segnalato il clamore suscitato dal caso, non volevo crederci. Poi mi sono documentato e mi sono chiesto: vale la pena che lo annoveri tra i miei fatti del giorno?  Ho ceduto alla tentazione, anche se, come noto, non dovrebbe fare notizia un cane che morde un uomo, ma un uomo che morde un cane. Nel nostro caso avrebbe fatto, forse, notizia un padre che allatta suo figlio a seno nudo. Una cosa è certa: mentre quel bambino si sarà goduta la poppata, a me è venuto il latte alle ginocchia.

 

 

 

I salotti televisivi e le soffitte istituzionali

Ricordo che mio padre, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”.

Il mondo è bello perché è vario e perché cambia, si capovolgono le situazioni anche se purtroppo la sostanza rimane abbastanza immutata. I media, quando non hanno l’obbligo, imposto dall’alto, di incensare il potente di turno, se lo vanno magari “liberamente” a cercare o addirittura si autoincensano al punto da tendere a sostituirsi al potere politico. È, più o meno, quanto sta succedendo durante la fase propedeutica alla formazione del governo italiano post-elettorale. Il cittadino ha ormai la pericolosissima impressione che i tempi e le scelte politiche siano dettati dagli studi televisivi in cui imperversano cronisti, editorialisti e politologi, in una sarabanda in cui le istituzioni sono relegate in un angolo e sembrano muoversi a bacchetta rispetto agli input mediatici. Come ha sottolineato acutamente Piero Fassino, un politico serio ed equilibrato, viene tristemente accreditata l’idea di una politica talmente mediatizzata al punto da prescindere dai poteri e dalle prassi costituzionali.

Tutti sono intenti a dare lezione di diritto costituzionale al Capo dello Stato, su come e cosa fare a livello di prassi, sulle scelte da operare nell’interesse del Paese. In Italia da tempo siamo tutti commissari tecnici della nazionale di calcio, ora stiamo diventando tutti presidenti della repubblica istigati da un sistema informativo drogato, autoreferenziale e fuorviante. Siamo arrivati a questo punto: votiamo sotto dettatura mediatica e poi aspettiamo il governo suggerito dai talk show televisivi. Questa è democrazia? Io direi piuttosto videocrazia!

Non se ne può più, anche perché gli studi televisivi sono zeppi di personaggi che tirano esclusivamente l’acqua al loro mulino. Ai due poli mediatici tradizionali, Rai e Mediaset – il   primo, sempre più confusa espressione dei partiti politici, l’altro, sempre più furbesco portavoce del berlusconismo e del suo impero – si è aggiunto quello concertato da La7 in combutta col Fatto quotidiano, aggregante gli scontenti del renzismo e i tifosi del grillismo, sotto la perbenistica copertura di un certo culturame e di un petulante passatismo. Non si capisce dove vogliano parare, se non, per dirla in modo triviale, a “pararsi il culo”, puntando opportunisticamente sui nuovi fantomatici equilibri e tentando di condizionarli se non di cavalcarli. Siccome il presidente Mattarella è, per sensibilità, competenza, esperienza coerenza e correttezza, fuori dai giochini politico-mediatici, sta diventando il bersaglio di quanti temono che la politica possa, in qualche modo, recuperare il proprio ruolo al di là ed al di fuori del circo equestre in cui tutti trovano pane e companatico.  Spero che il Capo dello Stato riesca a resistere a questa subdola opera di sgretolamento istituzionale: gode di molto consenso a livello popolare e mi chiedo come mai. Forse la gente, quando si allontana dal video e guarda direttamente la faccia pulita delle istituzioni, recupera un po’ di lucidità.