Adelante Conte, sed cum iudicio

La parola d’ordine è “cambiamento”. A parte il fatto che cambiare a volte non serve a nulla o addirittura significa peggiorare le situazioni, a parte il fatto che si può cambiare tutto per non cambiare niente, a parte il fatto che cambiare tanto per cambiare è solo un inganno, vediamo cosa effettivamente starebbe cambiando con la formazione del nuovo governo bicolore giallo-verde.

Innanzitutto si sarebbe partiti col piede giusto e cioè dal programma ridefinito “contratto”. Vorrei che mi si spiegasse quale governo non è partito dal programma. La mia memoria non mi aiuta: ho sempre sentito parlare, anche troppo, di programmi, poi magari regolarmente ridimensionati o disattesi, ma questo è un altro discorso, che solo il tempo rende noto. La novità quindi starebbe nel chiamarlo riduttivamente “contratto”?  Ma fatemi il piacere…

Altra novità sbandierata sarebbe quella di avere messo in primo piano i bisogni degli italiani e non gli interessi dei partiti. Ma cosa vuol dire? Cerchiamo di essere seri: la politica si serve dei partiti per interpretare e risolvere i problemi della gente. Dove sta la novità? Che gli interessi del M5S e della Lega coincidano con quelli del popolo italiano è tutto da dimostrare nei fatti, non basta proclamarlo a parole ed ancor meno non basta promettere l’impossibile. Quest’ultima sembra essere purtroppo la vera novità!

Poi ci sarebbe la novità del mandare a “cagare” l’Europa. E chi non vorrebbe mandare a quel paese il capo-ufficio che ti stressa, il vigile che ti multa, il coinquilino che disturba, l’insegnante che ti appioppa un quattro, persino il genitore che ti rimprovera continuamente. Solo che, se ci pensi un attimo, di tutti questi soggetti non puoi fare a meno e dal loro comportamento dipende anche il tuo. Ragion per cui bisogna impostare questi rapporti in positivo raccogliendone i frutti buoni, ricordando che di tutti questi soggetti si ha un gran bisogno.

Ulteriore grande novità consisterebbe nel non farsi condizionare dai conti della serva. In tutte le famiglie si discute, ognuno propone quel che più gli aggrada, ma poi bisogna fare i conti con le disponibilità e fissare, magari anche litigando, limiti, priorità, condizioni, patti. E chi non li osserva deve essere ripreso, senza che debba necessariamente minacciare di scappare di casa, sbattere l’uscio, gridare e imprecare alle regole. In questi giorni ho sentito rispondere in malo modo a chi si permetteva di chiedere dove si sarebbero trovati i fondi per finanziare le tante promesse. Ci sarebbero in ballo oltre cento miliardi. “Ma questi sono i conti della serva” si risponde piccatamente. Ma è la serva che fa la spesa e se non gli diamo i soldi sufficienti non ci può saltar fuori.

Dalle prime dichiarazioni del presidente del consiglio incaricato, Giuseppe Conte, si capiva chiaramente che il lungo iniziale colloquio col Presidente della Repubblica era stato improntato al tenere i piedi per terra, ad usare la diligenza del buon padre di famiglia, a non gettare via il bambino assieme all’acqua sporca, a non sfondare i bilanci, a non sottovalutare gli equilibri internazionali, a non mettere il carro davanti ai buoi. Qualcuno vaneggia e confonde le garanzie costituzionali esemplarmente interpretate da Mattarella con la difesa d’ufficio del sistema e dell’establishment. Sono le grida demenziali a cui purtroppo gli italiani stanno dando retta, confondendo capre e cavoli, novità e baggianate, fantasia e sogni, serietà e illusioni.

 

 

I conti di Conte e le pisciate ministeriali

Si dice che Il curriculum del presidente del consiglio incaricato, il professor Giuseppe Conte, sarebbe (il condizionale è più che d’obbligo) gonfiato con la partecipazione a fantomatici corsi universitari: in molti si sono scandalizzati, personalmente mi sono soltanto impietosito. Ammesso e non concesso che il nuovo premier abbia un tantino esagerato con le sue credenziali, da una parte la cosa fa tenerezza (roba da studentelli qualsiasi), dall’altra suscita la voglia di buttarla in ridere, o meglio di fare un po’ di sana ironia.

Vista la sua vena di prestigiatore/giocoliere forse avrebbe potuto sfogarla su un capitolo assai delicato e compromettente della sua futura azione governativa: avrebbe cioè dovuto inventare un particolare titolo di studio, la specializzazione nella quadratura del cerchio dei conti pubblici. Gli servirebbe molto più dei roboanti diplomi accumulati girovagando per le scuole e le università di mezzo mondo. Il programma che i suoi referenti politici gli stanno mettendo in mano è una patata bollente con la quale Conte rischia di scottarsi le dita: trovare oltre 100 miliardi di euro per coprire il libro dei sogni dell’imbambolamento degli italiani. Avrà a disposizione una coperta piuttosto corta con cui coprire i conti pubblici. Se la tirerà dalla parte dell’Europa, chiedendo ad essa deroghe e sforature, scoprirà i piedi degli italiani, che si troveranno impoveriti dall’andamento dei mercati finanziari; se la tirerà dalla parte del bilancio dello Stato, tagliando spese e promesse, scoprirà gli altarini dei suoi sponsor, che si troveranno costretti a rimangiarsi tutte le parole sparate alla viva il parroco.

Sembra ci sia pronto per lui un ministro che sa il fatto suo. Anche a lui non manca il curriculum, ma ha un piccolo difetto: non crede nell’Europa e soprattutto nell’Euro e ha un pessimo approccio con la Germania (roba a fronte della quale i geroglifici berlusconiani sul deretano di Angela Merkel sembrano languide carezze). Si chiama Paolo Savona: ha fatto di tutto un po’; se a Conte fa difetto l’esperienza politica, a lui manca la presentabilità europea. Come inizio non c’è male. All’esperto di storia nonché commentatore politico Paolo Mieli è stato chiesto: può l’Italia permettersi il lusso di inviare a Bruxelles un ministro dell’economia in rotta di collisione teorico/pratica con la Germania? La risposta, peraltro piuttosto scontata, è stata un secco e perentorio “no”. Io mi permetto di andare oltre: non vorrei che questi personaggi allo sbando finissero col rompere i coglioni anche a Mario Draghi, trascinandolo in una spaventosa deriva anti-italiana. Sarebbe la ciliegina sovranista sulla torta populista.

A proposito di Conte, qualcuno (Marco Travaglio per non fare nomi), barcamenandosi tra lo scandalismo sul curriculum e la comprensione verso il neofita, lo ha assimilato a Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi e Monti per dimostrare come anche costoro fossero dei novizi della politica. Mal comune mezzo gaudio. Travaglio sarebbe meglio che tornasse a fare il giornalista come gli ha insegnato Indro Montanelli, abbandonando la presunzione di essere un alto stratega della politica italiana. Ciampi era stato governatore della Banca d’Italia, Dini direttore dello stesso Istituto, Prodi presidente dell’Iri, Monti commissario europeo: carichette di seconda mano, stando all’analisi di Travaglio. Quanto a Berlusconi, lasciamo perdere…

Paolo Savona sarebbe il vero e choccante cambiamento del nuovo governo. Mi sovviene un episodio della fine degli anni sessanta. Anche nella Chiesa vi erano fermenti e venti di protesta. Nella mia parrocchia doveva venire in visita pastorale il vescovo e un velleitario   gruppo di giovani si poneva il problema di presentargli un segno provocatorio, una forte richiesta di innovazione, una spregiudicata manifestazione di novità. Il parroco, alquanto preoccupato della situazione, dopo avere ascoltato le deliranti idee di quei simpatici giovani, non seppe resistere e consigliò loro di fare una bella pisciata collettiva di fronte al vescovo. Più provocatoria di così! Ebbene, speriamo che a nessuno venga in mente di andare a pisciare ai summit europei e che Sergio Mattarella indossi il camice dell’urologo ed eviti simili eventualità.

 

Molti nemici, molto (dis)onore

Il regime fascista usava parecchi slogan per accalappiare il consenso popolare. Uno di questi diceva paradossalmente: “Molti nemici, molto onore”. Questa frase, che per la verità può essere interpretata in vario modo, per il fascismo voleva significare come la politica della fermezza, portata fino alle estreme conseguenze, paghi anche se rischia l’isolamento. Siamo all’opposto della coesistenza pacifica, una sorta di celodurismo e bullismo internazionali tornati molto di moda tramite il trumpismo, il putinismo, il sovranismo, il populismo e tutti gli ismi del genere, che altro non sono se non l’applicazione dell’egoismo a livello nazionale.

La nascita del nuovo governo Lega/M5S sta coltivando un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’Europa, improntato al rivendicazionismo, al risentimento, alla messa in discussione dei patti. Logicamente queste prese di posizione, tradotte in modo equivoco nel programma di governo, suscitano irritazione e preoccupazione nei partner europei e negli organismi dell’Unione. I pronunciamenti in tal senso, a loro volta, suscitano piccate reazioni italiane che li bollano come inaccettabili intromissioni, accrescono momentaneamente ed orgogliosamente il consenso e scuotono strumentalmente la pubblica opinione, ma alla lunga allontanano dal nostro Paese l’opinione pubblica europea, portandolo ad uno sterile e insensato isolamento.

I rapporti con l’Unione Europea possono essere impostati e vissuti in due modi: mostrando i muscoli, peraltro piuttosto flaccidi, per strappare, a dispetto dei santi, un rafforzamento della posizione italiana oppure partecipando con pazienza e convinzione alla vita delle istituzioni europee e cercando di rinegoziare eventuali nuovi equilibri, che aiutino l’Italia a risolvere i suoi problemi in un contesto di integrazione e collaborazione. Dal momento che nessuno può ritenersi autosufficiente, men che meno l’Italia, la strada è obbligata salvo esercitarsi in un demagogico duello senza capo né coda. È questa la principale incognita che accompagna la nascita del nuovo governo, alla luce dello “stranoto” euroscetticismo leghista e dell’inquietante cerchiobottismo pentastellato. Il contratto di governo non può che rispecchiare queste contraddizioni ed a nulla serve tranquillizzare al buio i partner europei; si sa benissimo che, quando l’interlocutore è agitato ed inquieto, è perfettamente inutile e addirittura controproducente invitarlo alla calma.

Abbiamo motivazioni e ragioni per essere critici: basti pensare all’inerzia europea sul problema dell’immigrazione, basti fare riferimento al rigorismo fine e a se stesso dei Paesi nordeuropei, al sussiego transalpino, al carrozzone burocratico invadente e prevaricante. Non sono sufficienti però a giustificare pericolose prese di distanza. Non è serio scaricare provocatoriamente sui conti pubblici le impraticabili promesse elettorali. Se si comporteranno così, non so quanta credibilità avranno i futuri governanti italiani quando si siederanno ai tavoli europei, da non snobbare o aggredire perché è su di essi che si gioca gran parte del nostro avvenire.

La parola prevalente a livello europeo verso il futuro governo è “preoccupazione”, soprattutto per l’eventuale inosservanza degli impegni assunti in materia di riequilibrio dei conti pubblici. Non saranno tutti stupidi o in mala fede coloro che lanciano questi allarmi. Potrà esserci un po’ di spocchia, ma sarebbe meglio rispondere con modestia e umiltà. Facciamoci molti amici, ci serviranno nel momento del bisogno e Dio sa quanto bisogno abbia l’Italia di essere aiutata.  Non ci serve un governo altero e presuntuoso, ma dignitoso e modesto, capace di collocare i nostri interessi in ambito europeo.

 

 

 

Un governo a rischio pirandelliano

Una delle gratificazioni presenti nel mio lavoro era quella di poter combinare la preparazione tecnica e l’esperienza professionale con la sensibilità dal punto di vista sociale (la cooperazione) e con l’impegno di carattere politico seppure non a livello partitico ma a livello di un’organizzazione imprenditoriale al cui servizio mi onoravo di operare (da funzionario). Ricordo come, assieme ai colleghi delle altre province, ironizzavo, durante certe riunioni, sul diverso profilo tecnico e politico imposto dagli argomenti affrontati. “Ora interrompiamo brevemente la riunione, dicevo, usciamo un attimo, ci cambiamo l’abito e poi rientriamo e continuiamo la riunione”.

Il mix tecnico-politico, probabilmente la cifra caratteristica del nuovo governo, non mi scandalizza affatto. Il problema sta nel fatto che la “tecnicalità” del presidente del consiglio e di alcuni ministri non servirà ad irrobustire la politica, ma a coprirne le contraddizioni e le magagne. Mi viene in mente la barzelletta del colloquio tra un avvocato e il suo cliente durante il quale vengono passati in rassegna i vari punti della causa. Il legale di fiducia, quando affronta i punti forti della sua impostazione, dice con una certa enfasi: «Qui vinco alla grande!». Quando arriva a toccare i punti più deboli, afferma sconsolatamente rivolgendosi al cliente: «Qui lei la prende in quel posto!».    E l’attonito e perplesso cliente ribatte: «Com’è questa faccenda? Quando si vince il merito è suo…quando si perde la prendo nel …. io…». Forse succederà così nel nuovo governo tra politici e tecnici, anche se molto probabilmente a prenderla in quel posto saranno gli italiani.

Non si tratta di un governo di cambiamento, ma di equivoco comunicativo. Il programma cambia e cambierà in continuazione: niente di male, ma il programma è diventato un contratto, e quindi per cambiare un contratto occorrerebbe la comune volontà delle parti, mentre nel caso in questione saranno soprattutto le bypassate condizioni oggettive di vario ordine a imporre un accordo camaleontico. Quello che non sarà possibile fare sarà colpa dell’Europa, dei poteri forti, del sistema in oltranzistica difesa, della tecnica prevaricante sulla politica. Ciò che verrà mantenuto sarà invece tutto merito dei partiti di governo e della loro volontà di innovazione. Quello che si sarebbe definito confusione programmatica viene spacciato per attenzione ai contenuti ed ai bisogni dei cittadini, che vengono prima dei vincoli e dei limiti oggettivi. Quello che si sarebbe spregiativamente bollato come inciucio, come accordo di potere tra forze diverse e talora persino alternative, viene rivalutato a compromesso ai livelli più alti, mentre in realtà il tutto avviene tra chi sostiene tesi opposte e trova il collante non tanto nella spinta degli elettori, ma nella opportunità di sfruttare l’aria che tira. Mi si perdonerà la digressione pirandelliana: sarà il governo del così è se vi pare, dei ministri in cerca d’autore, del giuoco delle parti, della recita a soggetto e speriamo non si arrivi al governo che non è una cosa seria.

Lasciateci lavorare! Ma certo, e chi lo potrà mai vietare. Il Presidente della Repubblica non lascia giustamente trasparire le sue perplessità: sta prendendo tutte le precauzioni del caso, come si fa quando si inizia una terapia piuttosto invasiva e piena di controindicazioni. Intende mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità, anche se mi sembra non possa andare molto oltre quel che faceva mio padre, quando saliva in un’auto guidata da una persona sconosciuta. Si fidava del prossimo con una giusta punta di scetticismo ed a chi gli forniva un “passaggio” in automobile, se si trattava di persona sconosciuta o che non gli ispirava troppa fiducia, era solito chiedere: “ Sit bon ad  guidar”. Naturalmente l’autista in questione rispondeva quasi risentito: “Mo scherzot?!”  E mio padre smorzava sul nascere l’ovvia rimostranza aggiungendo: “Al fag parchè se pò suceda quel, at pos dir dal bagolon”.

 

Guardoni di tutto il mondo svegliatevi!

Da bambino chiedevo conto ai miei genitori del loro comportamento in occasione del referendum Monarchia-Repubblica nell’immediato dopoguerra. Entrambi non nascondevano il loro voto: mia madre aveva votato monarchia, mio padre repubblica. Nel 1946 vivevano insieme da dodici anni, ma ognuno, giustamente, manteneva le proprie idee politiche e le esprimeva liberamente. Mia madre così giustificava la sua difesa dell’istituto monarchico: «Insòmma, mi al re agh vräva bén!». Non un granché come motivazione politico-istituzionale, ma mio padre non aveva nulla da eccepire. Taceva. Io non mi accontentavo e, da provocatore nato, chiedevo: «E tu papa? Cos’hai votato?». Rispondeva senza girarci attorno: «J’ ò votè Repubblica!». Allora mia madre controbatteva che comunque l’opzione repubblicana vinse con l’aiuto di brogli elettorali. A quel punto mio padre si chiudeva in un eloquente silenzio e aggiungeva solo: «Sì, a gh’é ànca al cäz, ma…». Mia sorella invece girava il coltello nella piaga e rivolta polemicamente a mia madre diceva: «Il re, bella roba! Ci ha regalato il duce per vent’anni, poi, sul più bello, se l’è data a gambe. E tu hai votato per il mantenimento di questa dinastia?». Papà allora capiva che la moglie stava andando in difficoltà, gli lanciava la ciambella di salvataggio e chiudeva i discorsi con un: «J éron témp difìcil, an e s’ säva niént, adésa l’é tutt facil…».

Di fronte al matrimonio, celebrato in pompa magna e accompagnato dall’entusiasmo dei sudditi, tra il principino inglese Harry, il secondogenito di Carlo e Diana, e Meghan Markle, ma soprattutto davanti all’eco mediatica di questo avvenimento con milioni di persone incollate al video, mi sono chiesto se tuttora non vinca l’ingenua e sentimentale opzione materna rispetto alla disincantata e ragionata visione istituzionale paterna. Perché la gente sente il bisogno di curiosare nelle vicende private di un erede al trono di Inghilterra? In un tempo dominato da scetticismo, non è strano questo morboso attaccamento alle teste coronate? Facciamo fatica ad andare a votare e poi perdiamo ore del nostro tempo a guardare con l’acquolina in bocca le parate regali inglesi. Si respira un’aria anacronistica e di evasione in una sorta di “bunga-bunga” collettivo. Ho provato una grande pena per il principe azzurro in alta uniforme e per la sua sposa di bianco vestita con strascico a non finire, per la famiglia reale impettita e scialba, ma soprattutto per la gente che si entusiasmava dal vivo e davanti al video.

Ricordo quando avevo l’occasione di assistere agli spettacoli lirici all’Arena di Verona: quanto mi infastidivano coloro che all’ingresso “sgolosavano” facendo ala agli “elegantoni” ed osservando la sfilata del pubblico vip. Potevano benissimo costruirsi qualche occasione alternativa, ma confondevano la cultura con l’ostentazione dell’evento culturale. Mi pare la stessa e solita solfa che ha visto prima i “poveri” inglesi buttare il prete nella merda di Brexit per poi esaltarsi alle nozze del principe. La mancanza di dignità dei poveri è ancor peggio dell’egoismo e dell’ostentazione dei ricchi. In Italia dobbiamo fare i conti con esponenti politici assai discutibili, però almeno ci è risparmiata la parata regale. Viva la Repubblica!

Un voto che sta andando di traverso

Mia sorella Lucia, tra le sue bonarie critiche che mi rivolgeva, inseriva caricaturalmente la mia tendenza all’ansia: mi definiva simpaticamente “l’eterno preoccupato”.  Con il progredire dell’età questa mia caratteristica si sta accentuando e rischia di passare da sofferto stimolo al miglioramento a pericolosa spinta alla rassegnazione.   La politica italiana mi sta dando una mano nel diventare sempre più preoccupato: gli ultimi sviluppi elettorali e post-elettorali mi stanno letteralmente spaventando.

Leggo e ascolto però che l’atteggiamento prevalente verso le prospettive di governo è quello della preoccupazione. Sono tutti preoccupati, magari per diversi e opposti motivi, ma comunque tutti decisamente preoccupati. L’Europa teme di perdere un partner importante; i mercati finanziari temono l’instabilità e il pressapochismo di un gruppo dirigente improvvisato e incompetente; gli operatori economici temono che il troppo volere del governo giallo-verde finisca nel nulla stringere a livello di ripresa economica seppur timidamente avviata; l’occidente teme che l’Italia possa scherzare col fuoco del putinismo; i sindacati dei lavoratori temono che la spinta sociale del nuovo governo si risolva in una demagogica e scriteriata spinta al non-lavoro; i partiti di sinistra temono una deriva populista in cui tutti i gatti sono bigi; i partiti di destra temono un ignobile connubio che confonda le carte in tavola; le burocrazie, italiane e internazionali, temono un clima da “liberi tutti” in cui regni sovrana la confusione; i commentatori politici, dopo una frettolosa apertura di credito, cominciano a temere la schizofrenia istituzionale; i giornalisti hanno interrotto il loro feeling con i nuovi barbari e temono di non riuscire a riposizionarsi.

Forse il più preoccupato di tutti sarà il Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale dei preoccupati. E si chiederà quel che mi chiedo anch’io nella mia ignoranza: ma allora, chi li ha votati questi signori che vogliono governare il Paese? Il Capo dello Stato dirà: chi me li ha messi tra i piedi? Dal quattro marzo non ho più un momento di pace: tutti mi tempestano di allarmi e di preoccupazioni! Domande legittime. Berlusconi ha ritrovato la fiducia in Mattarella dopo averne fatto il pretestuoso motivo per mandare all’aria il patto del Nazareno col PD renziano; ha fatto pace con Angela Merkel solidarizzando con i popolari europei terrorizzati dai populisti europei; muore dalla voglia di sostenere un governo tecnico di emanazione mattarelliana dopo avere fatto indigestione di quello montiano. Forse il Pd si ricompatterà di fronte alla deriva giallo-verde: e non è facile ricompattare il Pd…

A mio modesto parere molta parte dell’elettorato che ha sfogato nell’urna la sua protesta, si sta rendendo conto dell’errore commesso, ma è presto per ammetterlo. Non è facile riconoscere i propri errori, anche perché il clima politico è talmente confuso da giustificare tutto e il contrario di tutto. Mi chiedo ingenuamente: era così per la nascita dei governi precedenti? Non mi pare. I programmi ci sono sempre stati. Gli organigrammi pure. I conti pubblici hanno da sempre bisogno di quadratura. Cosa è cambiato? Perché tutti sono così preoccupati? Qualche motivazione seria dovrà pur esserci. Attenti però perché questo è un argomento delicato: i protagonisti di questo tentativo brancolano nel buio, ma tendono a giustificare le contrarietà e le preoccupazioni che li avvolgono come reazioni al cambiamento che si sta profilando. Sarebbe il sistema che si difende a denti stretti. Non sono io che non sono capace di niente, sei tu che non vuoi cambiare niente: questa la linea difensiva da cui non sarà facile affrancarsi.

Il politburo all’italiana

Da oltre due mesi sentiamo ripetere il ritornello che l’elettorato ha premiato due forze politiche, M5S e Lega, e che quindi questi due partiti dovrebbero governare il Paese. Siamo proprio sicuri che il nascente governo di coalizione sia in linea col voto del quattro marzo scorso? Non ne sono affatto convinto per tre motivi.

Il primo è di ordine costituzionale: gli elettori votano per eleggere i due rami del Parlamento, vale a dire gli organi che detengono il potere legislativo, non votano una formula di governo, non votano un premier, non votano un governo detentore del potere esecutivo. Per arrivare al governo si devono compiere ulteriori passi: la designazione di un presidente del consiglio da parte del Capo dello Stato, la nomina dei ministri sempre da parte del Capo dello Stato su proposta del presidente incaricato e il successivo ottenimento della fiducia dei due rami del Parlamento. Pretendere quindi che gli elettori indichino un governo è una forzatura al sistema istituzionale delineato dalla nostra Costituzione.

Il secondo motivo è di carattere elettorale: il sistema in vigore, sostanzialmente proporzionale, non garantisce affatto che il partito o i partiti più votati abbiano automaticamente la maggioranza per governare. Un partito o una coalizione, se vogliono avere la capacità di governare, devono conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Diversamente si dovranno trovare maggioranze a livello parlamentare su cui basare la fiducia ad una compagine governativa.

Il terzo motivo è di natura politica: chi ha votato il centro-destra e, all’interno di questa coalizione, la Lega, ha conferito ad essi un mandato politico a governare tramite un accordo (ridefinito, con una infelice formula privatistica, contratto) con il Movimento Cinque Stelle? Chi ha espresso il proprio voto barrando il simbolo pentastellato intendeva consentire politicamente che il M5S si alleasse con la Lega per governare l’Italia? Nessuno può dirlo con certezza. Stando ai sondaggi, che valgono in questo caso meno di una cicca frusta, la maggioranza degli elettori dei due partiti maggiori sarebbe favorevole all’accordo di governo tra Di Maio e Salvini. Non certo a tutte le condizioni, non certo a tutti i costi, non certo a prescindere da chi lo presiederà e da chi ne farà parte a livello ministeriale. D’altra parte i programmi elettorali, pur omogenei sul piano della illusionistica concretezza, risultavano assai distanti e per certi versi incompatibili e quindi gli elettori non dovrebbero aver preso in seria considerazione l’eventualità di un’alleanza fra il diavolo e l’acqua santa.

Ecco spiegati due perché: quello relativo alla demagogica, strumentale e inattendibile chiamata a raccolta delle truppe cammellate per sottoporre l’accordo di governo alla ratifica degli iscritti dei due partiti, tramite una populistica chiamata ai gazebo o tramite una cliccata di massa (?); quello riguardante l’istituzione di una sorta di politburo  all’italiana, la creazione cioè di una struttura parallela al Consiglio del ministri, il Comitato di Riconciliazione, organismo in cui regolare i dissensi nella cooperazione fra le due forze politiche o prendere nuove decisioni rispetto al contratto stipulato, formato dai vertici dei due partiti, dal presidente del consiglio e dai ministri competenti per materia.

L’assurdo referendum al buio è fatto apposta per dare una patente di democrazia all’avventata operazione politica, il Comitato di Riconciliazione è lo specchietto per le allodole: questi sono gli strumenti usati dai regimi per accalappiare il consenso senza una effettiva presa di coscienza dei problemi. Una sorta di referendum-plebiscito con la sola scheda del SÌ e l’introduzione di un organismo arbitrale di finta garanzia politica. Non sono due novità di cambiamento, ma due dimostrazioni di code di paglia lunghe un chilometro. I SÌ vinceranno con maggioranze bulgare? Ammesso e non concesso che il Comitato di cui sopra resti nel contratto, non si riunirà mai o, se si riunirà, legherà sempre l’asino dove vuole il padrone? E chi sono i padroni? Quelli che volete e sapete, certamente non gli elettori!

La volpe berlusconiana e l’uva salviniana

Il partito socialista italiano nella sua contraddittoria storia si è per molto tempo distinto per le alleanze ballerine che promuoveva: a livello periferico andava a braccetto con i comunisti (il cosiddetto frontismo), mentre a livello governativo centrale si alleava con la democrazia cristiana e i partiti laici minori. Con questo gioco dei bussolotti, nascondendosi dietro il dito del fattore K, i socialisti lucravano una rendita di posizione al centro ed in periferia, proponendosi come ago della bilancia negli accordi di potere. Il “fattore k”, dal russo Kommunizm (comunismo), fu utilizzato per la prima volta in un editoriale di Alberto Ronchey sul Corriere della Sera nel 1979 per spiegare il mancato ricambio delle forze politiche governative nella prima annosa fase dell’Italia Repubblicana. In primo luogo al partito comunista era interdetta la partecipazione al governo a causa dello stretto legame con l’Unione Sovietica. In secondo luogo in Italia il Pci era la seconda forza politica in Parlamento e ciò impediva ai socialisti ed ai socialdemocratici di raggiungere un numero di consensi sufficienti per rappresentare l’alternativa di sinistra.

La berlusconiana Forza Italia sta iniziando a fare un giochino simile: nelle regioni e nei comuni governa con la Lega di Matteo Salvini, mentre a livello centrale si rifiuta di appoggiare la coalizione grillo-leghista o dimaian-salviniana come dir si voglia. Il gran rifiuto assomiglia molto all’atteggiamento della volpe nei confronti dell’uva nella favola di Esopo: una volpe furba e presuntuosa che trovò una vigna dagli alti tralicci e, non riuscendo a raggiungere l’uva, lasciò perdere, dicendo fra sé e sé: “Pazienza, si vede che non era ancora matura, non mi va di spendere troppe energie per un frutto ancora acerbo”. In realtà, infatti, detto come va detto, sono stati i grillini a mettere un veto a Berlusconi e non il contrario come si sta sforzando di fare il cavaliere, squalificando (peraltro giustamente) il M5S quale movimento di analfabeti della politica e della democrazia, di fannulloni arrivisti, di incompetenti a tutto tondo, di avventuristi antieuropei, di dilettanti allo sbaraglio presentati da Salvini.

Si sta utilizzando (peraltro giustamente) il “fattore E”, Europa, per bloccare o comunque condizionare sul nascere le velleità di un governo sfasciacarrozze. Silvio Berlusconi, che nel 2011 gridava al golpe quando gli strali europei era indirizzati (giustamente) al suo governo, oggi fa l’europeista convinto, il moderato amico dei popolari europei, il rispettoso osservante degli accordi monetari e finanziari, il preoccupato difensore dell’europeismo italiano, il notabile di un centro-destra con tanti voti (peraltro prevalentemente non suoi), ma senza capo né coda.  Oltretutto Berlusconi, ringalluzzito dalla verginità riconquistata con la riabilitazione giudiziaria, dimentica che l’inaffidabilità evidente di questo (ancora) eventuale governo non dipende solo dalle enormi contraddizioni pentastellate, ma anche e soprattutto dalle clamorose ed estremistiche pretese leghiste e quindi dalla confusione che regna sovrana nel centro-destra: un casino che funziona (?) nelle regioni e che puzza di bruciato nelle istituzioni centrali.

Non so fino a qual punto l’ostilità berlusconiana verso i cinquestelle sia dovuta ad argomentazioni politiche o a motivi di opportunismo personale e aziendale. Operare questa distinzione nel modo di fare politica del cavaliere è impresa impossibile. Berlusconi va preso com’è. Montanelli lo considerava una malattia e si augurava che gli italiani si facessero, il più in fretta possibile, gli anticorpi. Non è successo dal momento che, politicamente parlando, è ancora piuttosto arzillo e pettoruto (arzuto e pettorillo come si dice in Boheme). Poi, parliamoci chiaro, è sopraggiunta un’altra malattia contagiosa, il grillismo, con tanto di untore (Matteo Salvini) e allora, quasi quasi, meglio un berlusconismo cronico di un grillismo acuto.

 

 

I gazebo e le cliccate

Ci vuole la pazienza di Giobbe a sopportare la trattativa M5S-Lega: Mattarella ha i nervi saldi, perché anche l’ultima trovata di sottoporre il contratto di governo al giudizio dei rispettivi elettori sa tanto di ulteriore lungaggine, ma soprattutto di pressione e interferenza inedite sul Presidente della Repubblica. Il ragionamento, al di là di inutili riti populisti, sembra essere quello di portare al Quirinale il risultato di queste consultazioni suppletive al fine di rendere indiscutibili i contenuti del contratto stesso e gli uomini che lo dovranno applicare. Il Quirinale diventa la stanza di compensazione notarile fra i gazebo leghisti e le cliccate grilline. Ridicolo e scorretto!

Una melina infinita che comincia veramente e rompere i coglioni. Probabilmente l’incertezza della trattativa consiglia ai due partiti una via di fuga da far pesare nella trattativa stessa. Sembra che Leghisti e Pentastellati si stiano preparando non tanto a governare il Paese nei prossimi cinque anni, ma a ripresentarsi presto alle urne con tutti gli argomenti volti a carpire per la seconda volta consecutiva la buona fede degli italiani: noi ce l’abbiamo messa tutta, ma…Finirà che la colpa sarà del presidente Mattarella, qualcuno sta già farneticando di calendari delle consultazioni taroccati al fine di creare difficoltà ai partiti. Robe da matti!

Questi signori hanno giocato a nascondino, poi al tiro alla fune, poi hanno ripreso i loro giocattoli e si sono ritirati nei loro cortili, improvvisamente hanno ripreso a giocare al dottore e pretendono che Mattarella li stia ad aspettare alla fine di questa kermesse ludopatica. Un tempo sarebbero stati coperti di insulti e sepolti sotto le risate, oggi vengono presi sul serio, ascoltati, vezzeggiati, corteggiati. Proviamo a pensare se la trattativa avvenisse fra Forza Italia e Partito democratico, ammesso e non concesso che avessero i numeri per supportare un governo. Sarebbero insultati come arnesi di regime riciclati sulla base di un ignobile connubio. Ciò che sta avvenendo viene invece spacciato come un cambio virtuoso di stile nei rapporti tra cittadini, partiti e istituzioni. In particolare viene enfatizzata come una novità assoluta la stesura del programma o contratto di governo:  di una cosa è sempre abbondata la politica, di programmi che, magari e purtroppo, rimanevano lettera morta.

Quanto tempo ci vorrà perché i cittadini italiani aprano gli occhi e si accorgano del disastro che hanno creato? Qualcuno all’indomani della consultazione elettorale pronosticava due anni di governo per arrivare a scoprire l’inganno. In mancanza del bagno governativo rivelatore è molto probabile che la recita possa continuare nell’immediato per poi costringere tutti a bere un governo grillo-leghista, a meno che l’Europa, i mercati, le forze economiche e sociali non comincino a spazientirsi ed a catapultarci nella fogna in cui stavamo precipitando nel 2011. A proposito, i leghisti erano al governo anche allora. Grideranno di nuovo al golpe dei poteri forti e dovremo magari supplicare Mario Monti ed Elsa Fornero di tirarci fuori dalla melma o dalla merda. Un tempo durante le manifestazioni di piazza si gridava: viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-tung!   Fra un po’ di tempo grideremo: viva Casaleggio, viva Grillo, viva Salvini! L’importante è gridare, il resto non conta.

La certezza delle ambiguità e l’ambiguità delle certezze

Il Presidente delle Repubblica non deve e non può accompagnare la soluzione della crisi di governo come un notaio che autentica e registra il contratto e lo affida ai rappresentanti delle parti contraenti per la relativa applicazione, ma non potrà fare a meno di prendere atto con scrupolo notarile delle divergenze sostanziali che sottendono al contratto stesso, rischiando di renderlo un pezzo di carta in cui è scritto tutto e il contrario di tutto. Non sorprende quindi che emergano difficoltà non tanto nel confronto fra M5S e Lega, ma nei rapporti con Mattarella nell’esercizio delle sue prerogative costituzionali.

Non credo che gli aspiranti partner di governo si mettano a litigare di fronte al Capo dello Stato, se non altro perché li riceve separatamente, ma sicuramente emergeranno le (insanabili) contraddizioni. In buona sostanza si scontrano due opposte concezioni della politica, che coinvolgono metodo e contenuti in una matassa aggrovigliata, difficilmente dipanabile se non nell’equivoco di un mandato elettorale frettoloso e generico. Il M5S balla il suo valzer delle ambiguità fatte sistema per accalappiare il consenso, per trovare sponde di potere e appoggi internazionali. Si pensi alle ondivaghe posizioni su temi fondamentali quali l’europeismo, l’immigrazione, i conti pubblici; si pensi agli strampalati posizionamenti nel Parlamento europeo; si pensi agli spregiudicati rapporti preferenziali con il putinismo e il trumpismo; si pensi agli atteggiamenti politici tarati esclusivamente sull’aria che tira a livello di sondaggi, con la coerenza ridotta all’opportunismo in chiave elettoralistica.

La Lega di Salvini balla la rumba delle certezze illusorie fondate sulle paure degli italiani: si pensi alle velleitarie smanie anti-immigrati, ai giochi di prestigio sulla legittima difesa, alla demagogica diminuzione delle tasse, all’antiriforma delle pensioni, alla revisione dei trattati europei. Siamo alla fiera dell’impossibile fatto certezza di fronte ad un elettorato stordito e attonito.    I cinquestelle lavorano di fino nel salotto delle ambiguità, i leghisti usano la clava nel bar sport delle certezze. Sarà una gara dura trovare la quadra. Ai sussurri dimaiani rispondono le grida salviniane. Il casino è inevitabile.

Come potrà vedere la luce “il contratto” tanto enfatizzato? E soprattutto a chi verrà affidato il compito di tradurlo nel quotidiano indirizzo di governo? Come potrà Sergio Mattarella, preoccupato di garantire al Paese un futuro di continuità nei rapporti   internazionali, affidare il governo ad un fiduciario salvinian-dimaiano? Come potrà il Capo dello Stato rassicurare i mercati finanziari consegnando il governo ad una banda di dilettanti allo sbaraglio? Come potrà il Presidente della Repubblica assicurare la copertura finanziaria nell’amministrazione dello Stato mettendo al governo del Paese chi fa dello sfondamento dei bilanci la propria cifra caratteristica? È vero che la politica è l’arte del possibile. La vera novità che si prospetta consiste però nel fatto di  trasformare la politica nell’arte dell’impossibile.