Invertendo l’ordine degli equivoci la politica non cambia

Il governo Conte (alias Salvini-Di Maio) nasce in mezzo agli equivoci e non poteva essere diversamente. Segna l’alleanza (?) fra due partiti disomogenei in quasi tutto meno che nel voler cavalcare la piazza. Non è né di destra né di sinistra, ma in realtà è dominato a livello di leadership e in senso politico dalla Lega, che lo connota inequivocabilmente a destra. È un governo di lotta e di protesta, ma è zeppo di doppiopettisti, che ne sfumano alquanto i toni barricadieri. Dovrebbe essere un governo politico, ma è infarcito di tecnici, a partire da chi lo presiede. Si presenta come un governo di “contratto”, il che lascerebbe pensare ad un programma preciso e stringato, mentre invece si basa su un autentico libro dei sogni e come tutti i sogni ha quindi una tessitura confusa, inconcludente e fuorviante.  Si propone come governo del cambiamento, ma è nato all’insegna della peggior logica compromissoria in mezzo a veti incrociati, ripicche, trasformismi e furbizie. Vorrebbe essere una risposta alle paure dei cittadini, mentre in realtà le aumenta, le alimenta e le strumentalizza. Punta, sul filo del rasoio dell’incostituzionalità, al filo diretto coi cittadini scavallando le istituzioni, ma poi finisce con l’essere di fatto un imbroglio comunicativo degno dei peggiori regimi autoritari. Si pone l’obiettivo di alzare il livello qualitativo della politica, ma invece offre un’immagine dilettantesca ed improvvisata nei programmi e nei protagonisti. Nasce nell’ideologia sovranista e populista, ma non ha il coraggio e la possibilità di andarvi fino in fondo e si rifugia nel tira e molla tra europeismo, antieuropeismo ed euroscetticismo.

Tuttavia l’equivoco più curioso consiste nel suo populismo, vale a dire nel puntare sul disamore verso la politica con parole d’ordine roboanti quali “onestà”, “sicurezza”, “lavoro”, “concretezza” e simili. È un governo che “pattona” l’Italia e la tratta da paese di serie B pur vagheggiando una promozione in serie A. Ebbene, quando i rimproveri, sostanzialmente identici ai propri, arrivano dall’esterno, vale a dire da autorevoli esponenti europei, vengono sdegnosamente rinviati al mittente. In fin dei conti cosa ci chiedono dall’Europa? Di essere più onesti, più impegnati, più seri, più razionali. Apriti cielo! Scatta l’orgoglio nazionale: come si permettono, si guardino allo specchio, si puliscano la bocca, si vergognino, etc. etc.

È pur vero che siamo tutti portati ad accettare con fatica i rimbrotti a livello familiare ed a respingere quelli che arrivano dagli estranei. Se posso permettermi di andare contro corrente, tutto sommato mi sento però di dare più ascolto alle bacchettate europee che non a quelle grillo-leghiste. Scandalosamente concedo maggiore attenzione alle disposizioni dell’amministratore del condominio che non a quelle dei miei finti parenti: dalle prime so almeno come difendermi, verso le seconde mi sento piuttosto disarmato e frastornato.  In poche parole la dico grossa: preferisco Juncker e Oettinger a Salvini e Di Maio.  Ho detto, clamorosamente e brevemente, tutto!

Ucci ucci sento odor di fascistucci

Durante il filo diretto con gli ascoltatori, che Radio Popolare 99 – un’emittente radiofonica parmigiana degli anni settanta riconducibile alla sinistra extra-parlamentare –  teneva per ore e ore in compagnia di Feffirino Ghirarduzzi, un simpatico personaggio espressione della nostrana cultura popolare ed anti-clericale, chi osava contestare le filippiche contro il capitalismo dello stato clerico-fascista veniva immediatamente e seccamente bollato come amico del giaguaro: «Ti ho riconosciuto, sei un/una fascista…». Non intendo quindi (s)cadere nel vizio, tipico di un certo culturame dell’estrema sinistra, di esorcizzare l’avversario politico quale espressione riveduta e corretta del fascismo.

Bisogna tuttavia riconoscere che il popolo italiano non ha sviluppato a dovere gli anticorpi derivanti dalla devastante malattia patita nel ventennio: i motivi sono di carattere psicologico (rimane in noi la tentazione di sfogare nel pubblico le frustrazioni private), di tipo storico (la vera resistenza fu un fenomeno d’élite, divenne un fatto di popolo solo durante la guerra), di livello esistenziale (i fascisti ebbero il modo di riciclarsi, mentre le nuove generazioni non riescono a comprendere il pericolo tuttora latente), di carattere culturale (il fascismo non è stato adeguatamente studiato nella sua portata, ma frettolosamente archiviato).

È quindi giusto affermare solennemente, come avviene nel testo della Costituzione, che la Repubblica italiana è nata dalla Resistenza, ma bisognerebbe aggiungere che la Resistenza non deve finire mai. La nostra democrazia, ben strutturata e corazzata a livello istituzionale, soffre una certa debolezza sul piano politico. Si fa un gran parlare di prima, seconda, terza repubblica. Anche se queste schematiche catalogazioni della nostra storia recente lasciano il tempo che trovano, effettivamente il periodo che va dal varo della Costituzione fino a tangentopoli ha una sua connotazione: la democrazia alimentata e protetta dall’ideologia cattolica e da quella comunista, con la classe dirigente proveniente da queste due scuole di pensiero e di azione. Questo è stato l’ombrello protettivo contro ogni e qualsiasi risorgente fascismo, si chiamasse brigatismo nero o rosso, stragismo di stato o mafioso, golpismo militare o nostalgico, anticomunismo viscerale o spionistico, etc. etc.

Quando il sistema catto-comunista ha traballato sotto i colpi della corruzione dilagante, il popolo italiano è andato in confusione e si è affidato, mani e piedi, al primo venditore ambulante che passava: mi riferisco a Silvio Berlusconi ed al suo ventennio, peraltro forse non ancora completamente terminato. Il virus latente del fascismo riprese vigore mutando, come avviene per quelli impossibili da estirpare, le sue caratteristiche ed i suoi effetti. Proseguendo in questa spannometrica analisi storica, temo che, sostanzialmente esaurita la carica anti-democratica berlusconiana, passate, frettolosamente e senza lasciare tracce indelebili, le speranzose parentesi prodiana e renziana, forse stiamo rischiando di scivolare ancora una volta nel gorgo fascista senza accorgercene. La risorgente malattia assume i toni del moderno (?) populismo, del sempre accattivante sovranismo, del camaleontico nazionalismo, dello strisciante razzismo, del clericalismo senza clero, delle paure del diverso, del disagio sociale e del conseguente qualunquismo, della criminalizzazione dell’avversario, della estremizzazione dei toni e del linguaggio, delle scorciatoie di una fantomatica democrazia diretta. Il tutto truccato con improbabili aperture sociali, con l’illusoria fornitura di sicurezze impossibili, con la riproposizione di steccati anti-storici, con la coltivazione di egoismi di varia natura.

Penso di non essere il solo a intravedere questi pericoli e a temere l’ammiccamento, quasi inconsapevole, verso moderne derive autoritarie ben condite a livello comunicativo. Il governo giallo-verde assomiglia molto a una grigia giubilazione delle istituzioni democratiche e ad una sorda interpretazione delle ansie popolari. Qualcuno dirà che si tratta di allarmismi maniacali, sarà…ma sento una puzza, che mi ricorda quanto mio padre mi raccontava. Io infatti non sono in grado di ricordare quel che non ho vissuto, ma la memoria è fatta anche di educazione ricevuta.

Il governo truccato

Il popolo italiano sta scherzando col fuoco: si è reso conto di abitare una casa piuttosto insoddisfacente, scomoda, difficile da utilizzare e allora, dopo aver provato a ristrutturarla con esiti incerti ma soprattutto con prospettive dai tempi troppo lunghi, ha deciso di “cambiare casa” affidandosi istintivamente a chi gli ha fatto credere che un nuovo appartamento fosse dietro l’angolo e bastasse poco per costruirlo. Niente manutenzione straordinaria, niente conservazione, niente ristrutturazione, si riparte da zero, distruggendo il vecchio per erigere il nuovo.

Così è andato al voto del 04 marzo scorso con l’incarico a due studi tecnici diversi che proponevano soluzioni diverse anche se per certi versi simili. Un’occhiata sommaria ai progetti di massima, una strizzata d’occhi, una decisione avventata: ci pensino loro, semmai cambieremo in corso d’opera. Prima di partire coi lavori il Presidente della Repubblica, chiamato costituzionalmente a sovrintendere, si accorge che i progettisti la pensano in modo troppo diverso, non trovano la quadra ed allora decide di soprassedere, di prendere tempo, incaricando qualche tecnico di collaudata esperienza per manutentare al meglio la casa, prima che gli italiani abbiano l’opportunità di riprendere in modo approfondito il discorso della nuova casa.

Ad un certo punto i due progettisti temono di perdere l’incarico e cercano disperatamente di trovare un accordo, ma arrivano soltanto alle modalità per distruggere il vecchio edificio, si limitano a improvvisare la demolizione. Il sovrintendente ne prende atto, ma ad un certo punto scopre che esiste un forte rischio di danneggiare gli edifici circostanti, di allargare un po’ troppo il discorso e pone un alt: l’edificio europeo non si tocca, non se ne è parlato, non si può procedere senza licenza, occorre cautela, limitiamoci a progettare il progettabile, poi si vedrà…

Niente da fare: o tutto o niente! Prendere o lasciare. O così o pomì! Dobbiamo battere il ferro intanto che è caldo. Diversamente torniamo dai committenti e chiediamo cosa ne dicono: siamo sicuri che ci daranno l’ok per allargare il progetto fino al punto da cambiare il quartiere residenziale in cui abitare. Il sovrintendente prende atto a malincuore e torna all’ipotesi del tecnico della manutenzione ordinaria. Resta il forte dubbio che i progettisti non avessero affatto le idee chiare sul come procedere, che avessero presentato in fretta e furia un progetto di massima e che si fossero resi conto immediatamente dell’inagibilità dello stesso pena la perdita dell’incarico. E allora con un pretesto piuttosto malizioso e capzioso hanno buttato “il prete nella merda”, cercando addirittura di buttare nella merda il sovrintendente reo di avere lucidamente scoperto le loro manchevolezze e incertezze.

Tutto a quel punto faceva pensare ad un ritorno più o meno precipitoso alle urne con l’apertura di un’altra campagna elettorale, ammesso e non concesso che fosse terminata quella precedente, con la richiesta agli elettori se fossero disposti persino ad uscire dall’Euro, sull’onda scriteriata di uno scontro istituzionale col presidente della repubblica, con il rischio  di  fare a brandelli la Costituzione, di inasprire i rapporti con i partner europei, di frastornare ulteriormente gli italiani con una gara a chi è capace di gridare più forte. Invece con un colpo di teatro chi si era scandalizzato per le osservazioni presidenziali le ha fatte proprie, ha aggiustato la compagine di governo rendendola almeno passabile, è tornato “canossianamente” al Quirinale per chiudere una vergognosa pantomima e varare un governo che peggio di così non poteva partire. Non resta che aspettare per verificare se il tanto enfatizzato cambiamento ci sarà e come sarà. In meglio o in peggio? Sinceramente non penso di essere mai stato tanto scettico come di fronte alla nascita del governo Conte.

E gli italiani? Avranno nel frattempo capito qualcosa in più o saranno ancor più frastornati? I contendenti usciti vincitori dalle urne del 04 marzo sapranno mantenere, almeno in parte, le promesse, troveranno un modus vivendi populista oppure, rendendosi conto dell’impossibilità di applicare un “contratto velleitario”, si rifugeranno alla svelta in un gioco al rialzo magari scontrandosi fra di loro. La loro alleanza sarà strategica o meramente tattica per poi lasciarsi e non incontrarsi mai più o faranno finta di lasciarsi per darsi appuntamento al governo di cambiamento bis. Gli altri partiti cosa faranno? Reagiranno a questo strano e suicida bipolarismo? E nel frattempo l’economia e la finanza avranno avuto la pazienza di aspettare i nostri ridicoli contorsionismi rivoluzionari? E l’Europa ci seppellirà sotto una risata? Chi sopravvivrà, probabilmente (non) vedrà!

 

 

La caciara di Cacciari

È ben nota la stucchevole vocazione degli italiani a svolgere il ruolo di commissario tecnico della nazionale di calcio; durante il recente caos politico post-elettorale e pre-governativo si sono scoperti (anche e addirittura) tutti presidenti della Repubblica in pectore rovesciando una valanga di ingiustificate e malevoli critiche su Sergio Mattarella, scantonanti talora nel vero e proprio reato di vilipendio nei confronti del Capo dello Stato su istigazione irresponsabile degli inqualificabili e squallidi protagonisti dell’attuale politica italiana, i cosiddetti vincitori delle ultime elezioni, ai quali va assegnata, come minimo, la palma dei perdenti sul piano del buongusto e della correttezza.

Mi ha sinceramente stupito che a questa paradossale gara di tiro a Mattarella partecipi gente culturalmente altolocata, come ad esempio il filosofo Massimo Cacciari, il quale, partecipando ad un dibattito televisivo, ha rivolto critiche al Presidente della Repubblica, per fortuna non sguaiate e triviali, ma ugualmente offensive per la loro superficialità e banalità. Cosa sostiene l’autorevole uomo di cultura, a cui consiglierei di rifugiarsi finalmente nel bunker universitario per un periodo di isolamento dalla politica parlata, evitando il rischio di passare alla storia per le cavolate politico-istituzionali sparate nei salotti televisivi piuttosto che per le apprezzabili e profonde analisi filosofiche. Massimo Cacciari, rispondendo alle domande dell’insipida ed opportunistica moderatrice Lilly Gruber, ha fatto, col senno di poi, la lezioncina a Mattarella: il Presidente avrebbe dovuto logorare i protagonisti della scena post-elettorale, dando, al buio, l’incarico di formare il governo prima a Salvini, quale leader della coalizione di centro-destra e poi a Di Maio quale rappresentante del maggior partito. Questi signori, privi di maggioranza a livello parlamentare, sarebbero andati a sbattere, dopo di che Mattarella avrebbe potuto giocare in modo vincente la carta del suo governo tecnico. Se, ascoltando Salvini, mi sento al volgare bar sport della politica, ascoltando Cacciari mi sono sentito all’insulso salotto istituzionale: forse, tutto sommato, è meglio il bar salviniano, almeno lì c’è gente che non ha la puzza sotto il naso.

Ma torniamo al merito dei ragionamenti (?) cacciariani, nei quali esiste un equivoco di fondo: Mattarella non è un capo-partito che intende fregare l’avversario politico, un libero pensatore con licenza di navigare intellettualmente a vista, un personaggio preoccupato di mettere in buca chi la pensa diversamente da lui, o, ancor peggio, un bluffante giocatore di poker. Mattarella è il Presidente della Repubblica: “rappresenta l’unità nazionale” e, non a caso, “prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune”. Non può giocare al massacro post-elettorale, partendo dal presupposto che gli eletti dal popolo non valgano nulla (anche se purtroppo nel caso di queste elezioni, e non solo in queste, può essere vero) e quindi debbano essere portati al fallimento per poi costruire qualcosa sulle loro macerie. Che senso poteva avere incaricare Matteo Salvini di fare un governo di centro-destra dal momento che questa coalizione era lontanissima dall’avere una credibile maggioranza in Parlamento? Analogo discorso per il M5S ed il suo leader. Queste mosse avrebbero solo logorato i partiti e spento sul nascere ogni possibilità di formare un governo sulla base delle indicazioni elettorali: quella sì che sarebbe stata una surrettizia prevaricazione rispetto alla volontà popolare. Mattarella ha scelto la strada maestra, a rischio di sporcarsi le scarpe, ma ha fatto benissimo, perché non poteva permettersi il lusso di giocare a non fare il governo politico per scodellare poi il governo tecnico e farlo bere a tutti.

Solo dopo avere verificato pazientemente e correttamente la inesistenza di una maggioranza politica in Parlamento e la mancanza della volontà di formare una coalizione programmatica solida e credibile, ha ripiegato sul governo tecnico, pronto a riaprire il discorso politico qualora ne spuntassero i presupposti. Così è andata ed è venuto fuori il contratto del governo di cambiamento a cui il Presidente ha però posto un inevitabile alt a livello ministeriale, come previsto espressamente nei suoi poteri di scelta dei ministri e nei suoi doveri di garanzia costituzionale. Solo allora ha ripreso corpo l’ipotesi del governo tecnico, tenuto in sospeso per l’incertezza e l’incoerenza dei protagonisti a livello partitico fino al definitivo e strambo accordo raggiunto in zona Cesarini.

È ben curioso che un autorevole uomo di cultura, peraltro già impegnato in qualche modo nell’agone politico, critichi Mattarella per non aver snobbato la politica, logorandone i protagonisti con la settimana enigmistica alla mano: butto giù Salvini, poi elimino Di Maio e finalmente impongo nei fatti il governo tecnico.  Dio ci scampi e liberi da un presidente della repubblica che fa il bullo istituzionale, come vagheggia Massimo Cacciari. Di bulli ne abbiamo anche troppi e mi stupisce che Cacciari abbia contratto, seppure in forma ancora lieve, la malattia del bullismo: intanto che è ancora in tempo si curi, si autoricoveri all’università, faccia il suo mestiere, scriva libri di filosofia, impartisca lezioni ai suoi studenti e lasci stare la politica che, almeno per il momento, non fa per lui.

L’attentato al buon senso

Il presidente incaricato Giuseppe Conte, dopo avere incontrato le forze politiche, ha voluto dare un particolare segno di attenzione ai risparmiatori vittime di fallimenti bancari, ricevendone una rappresentanza e garantendo loro concrete misure di risarcimento da parte del nascituro governo. Una mossa che, nel concitato clima politico, non ha trovato una grossa evidenza mediatica, anche se ne è emersa tutta la carica demagogica. Perché infatti tanta attenzione ai risparmiatori gabbati e non altrettanta ai lavoratori licenziati, ai giovani disoccupati, ai cittadini derubati, alle donne maltrattate e via discorrendo? Ma lasciamo perdere…Probabilmente questo particolare atteggiamento verso i risparmiatori rispecchiava la sensibilità di Conte e voleva essere un segno di allargamento della politica alla cosiddetta società civile.

Bene, a distanza di pochi giorni, il Presidente della Repubblica stoppa, per incompatibilità con la nostra adesione all’Europa, la nomina a ministro dell’economia di Paolo Savona, proposta dallo stesso Conte su indicazione dei partiti di governo, in particolare la Lega, e questo alt comporta il naufragio del tentativo di formare il governo. Il Capo dello Stato spiega direttamente la sua scelta con queste parole: «L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce la possibilità di spesa dello Stato per nuovi investimenti sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando – prima dell’Unione Monetaria Europea – gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento. È mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri – che mi affida la Costituzione – essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani».

Ebbene, mentre i pentastellati si fanno belli con la difesa parolaia dei risparmiatori, Sergio Mattarella ha avuto il coraggio e la coerenza di tutelare il risparmio esercitando le sue prerogative costituzionali nell’ambito della formazione del governo. I primi stanno diventando il simbolo fasullo delle battaglie civili in difesa della gente. Il secondo rischia addirittura l’impeachment per il suo lineare e retto comportamento. L’articolo 90 della Costituzione italiana recita: «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri».

Se qualcuno, il M5S e Fratelli d’Italia, ha l’ardire di ipotizzare la messa in stato d’accusa di Mattarella, vuol dire che vede nel suo comportamento un alto tradimento o un attentato alla Costituzione. Siamo alla demenza politico-istituzionale. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. La politica ridotta a rissa da porcile senza il minimo ritegno e rispetto verso le Istituzioni dello Stato. E questo sarebbe il cambiamento? Che Dio ce ne scampi e liberi! Alto tradimento? Sì, alla fiducia dei cittadini elettori! Un attentato? Sì: al buon senso comune del popolo italiano. Provo vergogna e ribrezzo per questi mistificatori e mestatori nel torbido.

I capo-classe della scuola degli asini

Mia madre acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi di vita: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Non era una avanguardista, ma nemmeno una antifemminista, nemmeno una retrograda: voleva eticamente osservare come l’essenziale sarebbe che ognuno cercasse di svolgere al meglio il proprio ruolo, senza interferire pesantemente con quello altrui, anzi rispettandolo scrupolosamente pur esercitando il sacrosanto diritto di critica.

Nella nostra società sta succedendo esattamente l’opposto. I genitori vogliono “insegnare agli insegnanti” andando talora per le vie spicce; i figli vogliono dettare il comportamento ai genitori come se fossero semplicemente degli amici con cui giocare; in campo religioso spesso i laici sono più clericali dei preti; per dirla con una stupenda battuta ironica di un amico sacerdote, sono più le donne che vanno a preti dei preti che vanno a donne. Questa inversione di ruoli non ha nulla a che vedere con processi di emancipazione o con rivoluzioni culturali, ma discende dalla pochezza dell’io scaricata sugli altri.

Vengo all’occasione che mi ha sollecitato queste riflessioni: il vomitevole processo intentato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini contro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un analfabeta ed un bulletto della politica che, anziché incontrarsi per chiacchierare in un periferico e scalcinato bar sport, si danno appuntamento al Quirinale per insolentire e offendere il Capo dello Stato, reo soltanto di averli presi troppo sul serio, mentre avrebbero meritato di essere ignorati nonostante i voti raccolti e sbandierati.

Mio padre, esaminando i miei quaderni, con malcelata soddisfazione, lamentava i giudizi un po’ troppo severi della maestra, frutto del suo vecchio stile di insegnamento e del suo atteggiamento piuttosto severo. Sorridendo si riprometteva di andare a colloquio con la maestra stessa ed ipotizzava simpaticamente di indirizzarle questa bonaria critica: “Sa, signora maestra che lei è un po’ stitica”. Non vi dico le risate di tutta la famiglia, anche perché mio padre si premurava di aggiungere: “A t’ capirè se mi a m’ permetriss äd criticär ‘na méstra”. Come si permettono questi baluba della politica di censurare il comportamento ineccepibile del Presidente Mattarella, solo perché ha loro chiesto di cambiare un ministro, ritenuto, in base alla sua assoluta discrezionalità saggiamente prevista dalla Costituzione, inadatto a svolgere un ruolo di referente rispetto alle istituzioni europee. Cosa ne sa Di Maio dell’Europa, della sua storia, del contributo dell’Italia al processo di integrazione europeo?  Cosa può dire Salvini, un parlamentare europeo capitato per caso a Strasburgo, vista la sua vergognosa latitanza in questo ruolo? Cosa sanno questi signori di rispetto della Costituzione e fin dove può spingersi un programma di governo ? Cosa sanno dei tanti elementi di giudizio e valutazione raccolti da Mattarella in questi lunghi giorni di consultazioni? Ma il punto grave della situazione non sta tanto nella clamorosa e presuntuosa ignoranza di questi personaggi da avanspettacolo, ma nell’ascolto e nel seguito che ad essi concedono gli italiani e nell’appoggio alle loro stravaganti iniziative politico-istituzionali.

Solo una volta mio padre si prese la libertà di esprimere il suo dissenso rispetto al mio maestro di 4° e 5° elementare (persona che ricordo con tanto affetto e riconoscenza). Riferivo in famiglia, come sono soliti fare i bambini, che il maestro chiamava alla lavagna un alunno per segnare i nomi dei compagni buoni e cattivi – si diceva e si scriveva proprio così – per segnalare chi, magari durante la momentanea assenza del maestro, si comportava in modo più o meno indisciplinato. Era una prassi decisamente discutibile sul piano etico, educativo ed umano e mio padre, senza dirlo apertamente e, quindi, senza censurare direttamente la caduta di stile del maestro (peraltro bravo, aperto e moderno), mi consigliò, in modo pacato ma convincente, di opporre, nel caso mi fosse rivolto l’invito, il mio rifiuto a quella sciocca schedatura dei compagni di classe. Rispondi educatamente così: “Signor maestro Le chiedo di poter rimanere al mio posto e, se possibile, di non avere questo incarico”. Si trattava di una piccola, bella e buona, obiezione di coscienza, volta ad evitare confusione di ruoli, a rispettare la dignità degli altri ragazzi, a rifiutare ogni e qualsiasi tentazione per forme più o meno velate di delazione. Capii  abbastanza bene il suggerimento paterno e non mancai di metterlo in pratica alla prima occasione: il maestro, persona molta intelligente, girò  in positivo il rifiuto di fronte alla classe,  quasi sicuramente capì che non si trattava di farina del mio sacco, trovò subito chi era disposto a sostituirmi, assorbì, è il caso di dire in modo magistrale, il colpo che non gli bastò per interrompere una prassi piuttosto generale, ma non per questo meno sbagliata e insulsa, probabilmente rifletté sull’accaduto: il risultato era stato raggiunto. A Salvini e Di Maio farebbe molto comodo avere un padre come il mio: saprebbero stare degnamente al loro posto, non avrebbero la faccia tosta di sostituirsi a chi per ruolo, cultura, sensibilità, esperienza è loro maestro, eviterebbero di andare alla lavagna per iscrivere addirittura tra i cattivi Sergio Mattarella.

La mantide salviniana

Si era capito benissimo che in corso d’opera, o addirittura prima ancora di iniziare l’opera contrattuale, Matteo Salvini moriva dalla voglia di far saltare il tavolo per due motivi facilmente intuibili: la smania di incassare in fretta il dividendo elettorale emergente dai sondaggi, dalle consultazioni locali e dalla debolezza dei partner della coalizione di centro-destra; evitare il rischio di uno schiacciamento sul M5S protagonista principale del governo del cambiamento. Dal momento che la politica è diventata un fatto di mero impatto mediatico, l’acqua va colta mentre passa, non si può aspettare perché domani è un altro giorno e si vedrà.

Cosa ci azzecca infatti Paolo Savona con la Lega? Solo il pretesto per tirare la corda e buttare all’aria tutto facendo ricadere la colpa sulle intromissioni europee, sui poteri forti, sui mercati, sul Presidente della Repubblica, su quanti brigherebbero per impedire la formazione di un governo del cambiamento. Motivazioni infondate, pretestuose e fantasiose. La migliore dimostrazione sta nel fatto che la Lega ha sdegnosamente rifiutato l’assegnazione del ministero dell’economia al suo esponente di grido, Giancarlo Giorgetti: in quel caso sarebbe stata messa alla prova e tutti avrebbero potuto valutare la effettiva capacità di governo e di cambiamento degli urlatori. Troppo difficile, meglio mollare tutto senza rischiare sputtanamenti quasi sicuri.

Possibile che gli italiani cadano in queste trappole? Purtroppo sì. È in atto la gara fra chi meglio riesce ad interpretare o addirittura a cavalcare la montante onda protestataria fine a se stessa. In tal senso è scoppiato un odio-amore tra Lega e M5S e Matteo Salvini ha temuto di essere risucchiato e spompato nel letto matrimoniale grillino. Ha preso le distanze, proprio come si fa nei rapporti amorosi in crisi, ha chiesto una pausa di riflessione. Non si è fidato di un improvvisato garante, come Giuseppe Conte, visto e subito come puro portavoce grillino.  Forse per tornare ad amoreggiare col recalcitrante Silvio Berlusconi e/o con la penosa e volubile Giorgia Meloni. Probabilmente per mangiarli dopo l’accoppiamento.

Lo scenario politico italiano in vista delle prossime imminenti elezioni è alquanto incerto. Indubbiamente si stanno creando due poli sovranisti e populisti, ma non penso, come sostengono alcuni politologi, si tratti di uno schema duraturo. Sembra più una malattia passeggera della quale tuttavia bisogna temere gli effetti deleteri ed autoritari sul sistema democratico. Lo spazio residuo sarebbe disponibile per una formazione di centro-sinistra, europeista, liberista, moderata, ultrariformista: una copia più o meno conforme a “La République en Marche” di Emmanuel Macron. Questo disegno spiazzerebbe ulteriormente l’attuale partito democratico stretto nella morsa tra nostalgie ideologiche e fughe moderniste.

Potrà essere l’europeismo la nuova “ideologia” discriminante e rifondante della politica italiana? È un discorso idealmente affascinante e politicamente pregnante, ma pericoloso da riproporre in una fase storica complessa e convulsa come quella attuale. Non vorrei che, dopo la sorpresa Trump e la sorpresa Brexit, spuntasse la sorpresa grillo-salviniana. In Europa devono smetterla di provocare l’Italia: bene ha fatto Sergio Mattarella a respingere al mittente inaccettabili e grotteschi giudizi sull’Italia, apparsi su organi di stampa di un paese europeo. Oltre tutto stanno facendo il gioco di chi strumentalizza queste schermaglie per coltivare gli istinti nazionalisti pronti ad esplodere alla prima occasione. Resto convinto che il futuro italiano sia fortemente agganciato all’Europa non solo per motivi di convenienza economico-commerciale, ma per fedeltà a una visione dei rapporti internazionali solidale e collaborativa. Lo slogan coniato per la lista di Emma Bonino, “Più Europa”, potrebbe diventare il punto chiave della politica italiana.

Meglio il bario-spread oggi delle ulcere-default domani

Qualsiasi cittadino-elettore italiano, prima di effettuare un prestito ad un suo conoscente che glielo richiedesse, si informerebbe sulla serietà della persona in questione, sull’uso che farebbe di questi soldi presi a prestito, sulla garanzia di ottenerne la restituzione a tempo debito. Se poi verificasse che il potenziale debitore spende e spande, che non riesce a gestire la sua situazione economica, che intende cambiare casa, lavoro, famiglia, avrebbe seri dubbi sulla possibilità di concedere quel prestito, come minimo approfondirebbe la faccenda, prenderebbe tempo, si informerebbe ulteriormente, ne parlerebbe con i propri familiari, si consiglierebbe con persone di fiducia, andrebbe molto cauto nel prendere una decisione.

Gli elettori italiani hanno tutta l’aria di aver concesso con una certa leggerezza un voto-prestito a chi lo ha loro richiesto, prospettando una situazione favorevole che si sta rivelando piuttosto ingannevole o quanto meno problematica. Se una persona vuole rischiare, lo può fare, ma non può pretendere che rischino anche gli altri. Gli italiani non possono stupirsi e gridare allo scandalo se gli investitori non hanno fiducia nel nascituro governo Salvini-Di Maio, se gli altri Stati europei, interpretando gli umori delle loro pubbliche opinioni, esprimono dubbi e preoccupazioni, se le Istituzioni europee guardano con una certa ansia alla piega che sta prendendo la politica di uno Stato fondatore della Ue, di notevole importanza per storia, economia e demografia.

Questi atteggiamenti esterni vengono vissuti con un certo fastidio, sono considerati delle intromissioni, vengono respinti come autentiche gufate di chi vuole speculare sulle debolezze altrui. Io posso pretendere di comandare in casa mia, ma se poi ho bisogno dell’aiuto degli altri non posso fregarmene delle loro opinioni, se ho importantissimi affari in comune con loro non posso pretendere di cambiare le carte in tavola unilateralmente, se temo che approfittino delle mie difficoltà non posso nervosamente mandarli a quel paese. È vero che fare i conti in tasca agli altri è difficile e sgradevole, che i giudizi resi dall’esterno non riescono a cogliere obiettivamente tutti gli aspetti di una complessa e difficile situazione, ma è altrettanto vero che dall’esterno si riesce ad essere più distaccati e realisti, ci viene impietosamente buttata in faccia la triste realtà che si tende a nascondere per opportunismo o per vergogna. Lo spread, al di là dei tecnicismi e delle manovre speculative, significa che gli Stati, i mercati, le opinioni pubbliche, l’Europa non ci vedono chiaro. Speriamo che non succeda quel che capitò a mio padre.

«Non ci vedo chiaro!». Così diceva il radiologo mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Uscendo dall’ambulatorio, nella sala d’aspetto si imbatté di nuovo in una frenetica e grassa signora, che precedentemente gli aveva esternato tutta la sua insofferenza a bere un bicchierone di bario per illuminare lo stomaco in funzione radiologica. Con una punta di sadismo la salutò e le disse: «A proposito, me ne stavo dimenticando, il dottore mi ha detto di preavvertirla che lei di bicchieroni di bario ne dovrà bere due…». Sul momento, non conoscendo la vena ironica di mio padre, sbiancò in volto, poi scoppiarono entrambi in una liberatoria risata. Liberatoria non tanto, perché qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo.

Don Contesciotte e Paolo Savonarola

Quando nell’aria si concentrano i fumi dell’equivoco e della contraddizione, prima o poi, più prima che poi, il tutto si scarica in occasione di eventi di facciata, magari emblematici, che nascondono la vera materia del contendere. Il nascituro governo, che ha due genitori naturali in Salvini e Di Maio ed un padre putativo in Giuseppe Conte, sta implodendo ancor prima di vedere la luce.

Cosa c’è in realtà dietro la stucchevole candidatura a ministro dell’economia di Paolo Savona? Tutto o niente, a seconda dei punti di osservazione. Partiamo dal tutto. L’illustre economista, per il suo curriculum, la sua storia, la sua esperienza, è la perfetta espressione del tanto vituperato establishment. I due partiti, che hanno da tempo dichiarato guerra al sistema, che rifiutano ogni e qualsiasi contatto con i cosiddetti poteri forti, che vogliono partire dalla gente e fregarsene della classe dirigente, quando devono affidarsi a qualcuno capace di governare, non trovano di meglio che ripiombare dentro l’establishment baciando il rospo e ingoiando la pillola.

Ebbene, improvvisamente un professore di ottantadue anni, una quarantina dei quali vissuti tra organismi istituzionali ed economici, diventa il simbolo del cambiamento e la scelta irrinunciabile di chi vuole avviarlo a tutti i costi. “Strana ingiunzion”, dice Falstaff a Ford, che si finge un semplice innamorato di Alice (in realtà ne è il marito), ma chiede a lui di conquistarla. E Ford così si giustifica: “Ma se voi l’espugnate, poi, posso anch’io sperar: da fallo nasce fallo e allor…che ve ne par?”. Paolo Savona sarebbe cioè il grimaldello per far saltare gli equilibri sistemici a livello nazionale, ma soprattutto a livello europeo? Dopo essere stato, se ben ricordo, ministro in un governo che pilotò l’ingresso dell’Italia nell’area Euro, ne è diventato un acerrimo nemico. Sono andato a curiosare nelle sue dichiarazioni rilasciate in tempi non sospetti e riporto tre dichiarazioni di alcuni anni fa. Da tempo sostiene che “l’euro senza un’effettiva unione politica tra gli Stati europei fa solo danni” (è un ragionamento molto radicale, ma di per sé non anti-europeo). Afferma che la Germania è “l’azionista di maggioranza di Eurolandia, che ha potuto contare su un marco svalutato per esportare e creare il suo enorme surplus” (può essere vero, ma allora?). Sul problema del debito pubblico propone di “cedere patrimonio pubblico e con gli introiti abbattere il debito. Abbattendo quindi gli oneri finanziari sul debito pubblico e creando spazi per la spesa. Il tutto senza fare ancora modifiche strutturali. È l’unica soluzione che io valuto possibile. Le altre restano avventuristiche: come ribassare le tasse senza preoccuparsi del disavanzo, nella speranza che l’elasticità della domanda superi il deficit pubblico che genera” (e allora della flat tax cosa ne facciamo?).

Mi pare che nel cervello, peraltro assai vivace, di Savona regni un po’ di confusione, ma soprattutto non vedo omogeneità con il “contratto di governo” di cui sarebbe diventato il fantomatico vessillo. Al di là del suo euroscetticismo o addirittura del suo antigermanesimo, regna uno scompiglio, che, a livello meramente culturale e scientifico, può essere anche uno stimolo, ma a livello governativo sarebbe deleterio e controproducente. Penso che Sergio Mattarella abbia queste perplessità e  non stia creando difficoltà al governo Conte, ma gliene stia cercando di scongiurare ed evitare. Lo dovrebbero ringraziare, perché diversamente inserirebbero nella compagine governativa un discreto “sporca per casa”. Ma il grido di battaglia fa perdere la bussola.

In realtà quindi dietro la finta guerra tra palazzo Chigi e il Quirinale su Paolo Savona non c’è proprio niente di importante, solo la necessità di tenere calde le truppe. Ho la netta impressione che Paolo Savona stia a questo combattimento istituzionale come Elena stava alla guerra di Troia. C’è in atto uno sforzo epico di tenere in piedi un governo che traballa ancor prima di prendere corpo.  Temo possa essere uno stile di comportamento che, suo malgrado, Giuseppe Conte dovrà tenere per coprire la guerra tra Salvini e di Maio con la battaglia contro i mulini a vento. Conte novello don Chisciotte, Savona riscoperto quale Savonarola dell’antipolitica.

Signori, è in scena la politica!

Se ben ricordo, in questi concitati giorni di trattative per la formazione del governo, ad un certo punto, pressato da ogni parte da telecamere e domande, Matteo Salvini ha invitato tutti alla calma, sottolineando di non essere una star dello spettacolo o dello sport. Molto peggio, è una star della (non) politica, finita nelle mani di operai specializzati della comunicazione, capaci di coprire il nulla della sostanza con il tutto della forma. Siamo alle prese con politici che, non avendo niente di interessante da dire e fare, esibiscono, come le attricette di scarso valore, le cosce, le tette, i culi, forse anche qualcosa di più. E tutti a rincorrerli, a prenderli sul serio e, cosa ancor più grave, a votarli.

Intendiamoci bene, non so se venga prima lo stomachevole uovo mediatico della spettacolarizzazione, a tutti i costi, della politica oppure la gallina della politica esibita dai protagonisti con il cattivo gusto del primadonnismo. Le porte del Quirinale sono diventate meglio di quelle cigolanti dei film gialli: la suspense creata ad arte nell’attesa di cosa diranno di sconvolgente Salvini e Di Maio. Siamo arrivati al punto che il colpo di teatro di un Berlusconi a corto di fiato, disertore delle telecamere dopo un triste colloquio col presidente del consiglio incaricato, ha tenuto banco per ore e ore sui canali tv alla ricerca di qualche risvolto dietrologico.

Politica e informazione, combinate insieme da comuni interessi di bottega, stanno facendo un pessimo servizio al nostro Paese, anche se purtroppo è vero che tutto il mondo è Paese. Non mi vengano a raccontare che si tratta di libertà di stampa, perché l’informazione ridotta ad avanspettacolo è l’esatto contrario. Non mi si dica che si tratta di trasparenza: sì, in effetti qualcosa traspare, vale a dire che dietro le cortine fumogene del cambiamento non c’è nulla, se non le “tette” di Salvini e Di Maio. In questo contesto il Presidente Mattarella sembra un inutile censore, un retrogrado attore che ha sbagliato palcoscenico. Cerca puntualmente e disperatamente di fare il suggeritore di un copione completamente diverso da quello interpretato sulla scena e rischia addirittura le lamentele della compagnia di giro e i fischi del pubblico che vuole solo divertirsi.

Il testo della commedia è piuttosto sgangherato, il capo-comico va in scena senza conoscerlo per filo e per segno, i registi sono due ed hanno due concezioni e visioni diverse  dell’opera teatrale, il sovrintendente si mette le mani nei capelli, ma ormai la rappresentazione è in cartellone e il pubblico l’aspetta con interesse e curiosità, la critica punta tutto sugli effetti speciali sperando che coprano le carenze drammaturgiche dello spettacolo e poi, costi quel che costi, non si può mancare questo appuntamento  pena l’emarginazione  da tutta la prossima stagione. Signori si va in scena, anzi siamo già in scena e da parecchio tempo.

Il loggione è tutto orecchie e apprezza la recitazione urlata, dai palchi viene qualche timido brusio lestamente zittito, la platea è perplessa ma non riesce a determinare l’andamento dello spettacolo.  “Com’è bello il teatro”, diceva mio padre con le lacrime agli occhi e non avrebbe mai più pensato che anche la politica finisse sul palcoscenico. Nell’ultimo atto dell’opera Falstaff, la vicenda si svolge in una foresta e Sir John dice espressamente “ecco la quercia” per identificare il luogo dell’appuntamento. “Mo indò éla?”, gridò mio padre dal loggione, dal momento che la scena non aveva neanche l’odore della quercia. Maleducato? Sì! Aveva ragione: almeno un po’, sì! Oggi il testo reciterebbe: «Ecco la politica!». E mio padre non cambierebbe la sua reazione: «Mo indò éla?». Anche se il discorso sarebbe molto lungo e complesso, valga comunque l’episodio ad evidenziare un messaggio che papà mi lanciava: stai sempre attento ai mistificatori della realtà, a chi te la vuole raccontare.