Un incidente diplomatico al giorno aumenta il consenso intorno

Prima la Tunisia, poi Malta, poi la Francia, per non parlare dell’Europa tutta: in pochi giorni il governo italiano, tramite soprattutto il suo ministro degli Interni, Matteo Salvini, è riuscito a incasinare i rapporti con diversi Stati in un assurdo crescendo polemico fine a se stesso. Il ministro dell’economia, Tria, ha annullato il viaggio in programma a Parigi, dove avrebbe dovuto incontrare l’omologo francese Le Maire. Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore di Francia in Italia Masset e, data la sua assenza da Roma, ha ricevuto l’incaricata d’affari Raulin. Il ministro italiano ha detto che il governo considera “inaccettabili” le dichiarazioni pubbliche rese a Parigi, anche a livello governativo, sul caso Aquarius: «Stanno compromettendo le relazioni Italia-Francia. Parigi assuma iniziative per sanare la situazione».

Salvini si scatena: «I francesi fanno i fenomeni, ma hanno respinto più di 10 mila persone alle frontiere con l’Italia, tra cui moltissime donne e bambini. Sommessamente ricordo che, sul fronte Nord Africa, tutti paghiamo l’instabilità portata proprio dai francesi in Libia e a sud della Libia. Se i francesi avranno l’umiltà di chiedere scusa, pari e patta, amici come prima per lavorare in tutte le sedi. Però gli insulti da parte di chi respinge e chiude i porti non ne accettiamo. Se non ci sono scuse ufficiali, Conte fa bene a non andare a Parigi». Nel suo primo intervento al Senato, in occasione del dibattito sulla vicenda migranti Aquarius, Salvini ha ringraziato la Spagna augurandosi che eserciti la sua generosità anche nelle prossime settimane. «L’Italia, ha osservato polemicamente, accoglie 170 mila migranti e la Spagna 16 mila». E alla Francia ha detto: «Macron passi dalle parole ai fatti».

Cosa ha detto di tanto sconvolgente e offensivo la Francia. Il portavoce di En Marche, partito del presidente francese, aveva definito “vomitevole” la chiusura dei porti italiani e Macron aveva bollato il comportamento di Roma come cinico e irresponsabile. Mi permetto di essere perfettamente d’accordo con Macron anche se il suo pulpito non è certamente molto credibile. Aggiungo che effettivamente l’Europa non ha sufficientemente aiutato l’Italia nella sua azione verso i migranti.

Bisogna comunque fare qualche osservazione. Mi pare innanzitutto che i numeri, snocciolati da Salvini per sbugiardare e sputtanare gli altri Paesi europei, siano parziali e non tengano conto dell’intero fenomeno migratorio. Se infatti si guarda al numero totale di migranti inseriti nei Paesi europei in proporzione al numero degli abitanti, la graduatoria vede l’Italia in posizione piuttosto defilata. Quindi rifiutiamo pure le reprimende francesi, ma non facciamo ad oltranza i primi della classe e le vittime della situazione. In secondo luogo i problemi non si avviano a soluzione con gli incidenti diplomatici e con le schermaglie polemiche, ma con una azione seria di confronto e dialogo con i partner europei, mettendoli di fronte alle loro indubbie responsabilità, ma ricordando oltretutto che il gioco al massacro potrebbe comportare l’apertura dei nostri armadi, da cui potrebbero spuntare scheletri imbarazzanti. In terzo luogo non si può ammiccare ai Paesi dell’Est-Europa per omogeneità populista e sovranista, dimenticando che i loro stati, dopo aver beneficiato di enormi aiuti, sputano nel piatto dove mangiano e si chiudono a riccio verso i migranti nord-africani, senza considerare che pure loro hanno sbolognato parecchi cittadini verso l’Europa più sviluppata e questi non sono tutti stinchi di santo nei loro comportamenti fuori dalla patria.

Mettiamoci pure contro tutti, sbattiamo i pugni sui tavoli, suscitiamo l’orgoglio nazionale riveduto e corretto per incrementare i consensi elettorali, minacciamo rappresaglie e vendette, ma non dimentichiamo la barzelletta di quel marito cornuto e mazziato: per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi  fagh cme no vôja e stag chi!». Il ministro Salvini, con Giuseppe Conte a reggere un penoso moccolo ed il M5S a succhiare opportunisticamente la ruota, constata come l’Italia si sia nel tempo ficcata sotto il letto, per difficoltà storiche e debolezze congenite, ma anche per colpe non piccole di governi in cui la Lega era presente ed operante, ed ora intende fare la voce grossa e medita seriamente di venirne fuori con intenti politicamente bellicosi. Semplicemente ridicolo!

Il viminalega

La Costituzione italiana al secondo comma dell’articolo 95 recita testualmente: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri e individualmente degli atti dei loro dicasteri. La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei ministeri”. Non mi risulta che la legge preveda la sede dei ministeri con portafoglio presso la sede del partito di provenienza del ministro. È quanto sta regolarmente avvenendo per il ministro Matteo Salvini, il quale svolge le sue funzioni ministeriali mescolandole con comizi elettorali e facendo dichiarazioni come ministro dell’Interno con tanto di manifesti leghisti alle sue spalle.

Se qualcuno non l’avesse ancora capito l’indirizzo politico del governo lo da questo signore, che, tra l’altro, intende rimanere segretario della Lega, creando una pericolosa zeppa tra la gestione dell’ordine pubblico, questione di una delicatezza estrema, e la gestione di un partito, questione del tutto diversa. Elegantemente il suo predecessore Roberto Maroni, altro leghista presente quale ministro degli Interni nei governi Berlusconi, glielo ha fatto osservare prima ancora del tempo, ma lui ha fatto orecchie da mercante, sminuendo il conflitto a livello di compatibilità tra gli impegni personali.

Ritengo decisamente inaccettabile che chi garantisce sicurezza e ordine lo faccia sbandierando la propria connotazione partitica: non è questione di forma, ma di sostanza. In Italia ci sono molti leghisti, troppi per i miei gusti, ma non tutti lo sono e Salvini non può dimenticarlo. Ha il diritto di esprimere una linea di governo relativamente al suo ministero e compatibilmente con l’indirizzo politico ed amministrativo garantito dal Presidente del Consiglio, ma ha anche il dovere di amministrare correttamente e seriamente la sua macchina ministeriale nell’interesse del popolo italiano. Ha giurato pronunciando la seguente formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Il ministro Matteo Salvini sta dimostrando di non essere affatto fedele alla storia della nostra Repubblica, non in quanto il suo partito abbia, almeno in passato, vagheggiato una secessione, ma perché dimostra di non essere in linea con i presupposti basilari del nostro stato democratico; non sta affatto osservando la Costituzione laddove dispone: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. L’attuale ministro degli Interni non sta esercitando le sue funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione, ma secondo i dettami dei suoi elettori: non va bene per un parlamentare (fino a legge contraria non legato da vincolo di mandato elettorale), immaginiamoci se può andar bene per un ministro.

Penso tutti ricordino come Umberto Bossi, allora leader della Lega nord, intendesse pulirsi il sedere con la bandiera italiana. Ebbene, Luigi Di Maio ne voleva fare lo strumento per un’indegna gazzarra contro il Presidente della Repubblica, salvo fare un ancora più indegna e opportunistica retromarcia. Salvini sta andando ben oltre il folclore bossiano, di fatto ha sostituito la bandiera italiana con quella leghista. Rimpiango Bossi. Il giallo e il verde mescolati assieme fanno il blu, come la mia rabbia. Ma si vede chiaramente che il giallo tende a scomparire e prevale il verde, che non ha niente a che vedere con la speranza. Se ne rendano conto anche i grillini, succubi del disegno salviniano: hanno buttato fuori dalla porta Berlusconi e si vedono rientrare dalla finestra qualcosa di peggio.  Se devo essere sincero: nonostante tutto mi è più simpatico Salvini (almeno si capisce cosa vuole) rispetto a Di Maio (non solo non si capisce cosa vuole, ma non lo capisce nemmeno lui). Con Salvini non c’è mai fine al peggio, con Di Maio al meglio non c’è neanche inizio.

Nosotros podemos ser racistas

“Ci siamo insediati da pochi giorni e già la musica sta cambiando”. Così il ministro delle infrastrutture Toninelli, autorevole esponente del M5S, a margine della vicenda della nave Aquarius con 629 migranti rifiutata dall’Italia e accolta dalla Spagna su sollecitazione di due sindaci, Ada Colau di Barcellona e Joan Ribó di Valencia. Che Matteo Salvini giochi a fare il bullo davanti alle navi cariche di immigrati, dichiarando che “l’Italia ha smesso di chinare il capo e di ubbidire, perché c’è chi ha il coraggio di dire NO”, non mi stupisce: si era capito da tempo che finivamo in questa deriva elettoralistica, che non so dove ci porterà, sicuramente lontano dalla civiltà. Che Danilo Toninelli si accodi pedissequamente alla Lega, confondendo il cambiamento con il respingimento dei poveri diavoli, mi scandalizza e spero faccia riflettere l’elettorato cinque stelle o almeno lo costringa ad uscire dall’equivoco.

I due sindaci di cui sopra, decisivi a quanto pare nella decisione del governo spagnolo di aprire il porto alla nave che stava latitando in mezzo al mare, sono stati candidati al loro importante incarico da Podemos, che se non vado errato è un movimento a cui i grillini vorrebbero assomigliare. Vedo sul piano politico una forte contaminazione destrorsa del M5S, che, a giudicare dai recentissimi risultati elettorali della consultazione amministrativa comunale, probabilmente sta già mettendo in crisi l’elettorato pentastellato o almeno una parte di esso.  I grillini accettano di buon grado di farsi fagocitare da Salvini. In un certo senso Salvini, che fa penosamente il verso a Trump, mi fa ridere con la sua aria da bullo di periferia che prima o poi andrà a sbattere contro le istituzioni italiane ed europee; Toninelli e c. mi fanno piangere di vergogna: se è questo il nuovo establishment che avanza, preferisco quello vecchio e decrepito.

Si sta facendo strada l’idea che la discussione politica a tutti i livelli premi chi alza la voce, chi grida, come succede al bar dove prevale l’irrazionalità dei prepotenti sull’incertezza dei miti. Avete visto? Così si fa! Diranno i leghisti a chi li ha votati. Adesso basta: dobbiamo farci rispettare. Sarà questa la parola d’ordine del governo giallo-verde. Sono perfettamente consapevole che l’Europa finora sul problema migranti si è girata dall’altra parte, ma gli esponenti più solleciti nel fregarsene altamente di questo problema sono proprio gli amici governanti dei Paesi con cui Salvini vuole tessere un rapporto privilegiato. Se tutti cominciano a fare i furbetti dove li mettiamo gli immigrati? Mi aspetto che, prima o poi, li si voglia provocatoriamente albergare in Vaticano. Alcune sere or sono ho imparato che per rimpatriare tutti i clandestini occorrerebbero anni e anni di voli aerei, ammesso e non concesso che gli Stati d’origine accettino di accoglierli, perché diversamente ci sarebbe nell’aria un paradossale viavai.

So benissimo che lo Stato Italiano non è la Caritas, ma vorrei tanto che non diventasse l’incarnazione statuale di egoismo, indifferenza, durezza, freddezza, avarizia, grettezza. Siamo arrivati al dunque, alla regola d’oro di mio padre: “S’a t’ tén il man sarädi a ne t’ cäga in man gnan’ ‘na mòsca”. Non so quanti immigrati ospiti la Spagna e quale atteggiamento abbia tenuto finora su questa delicata partita, ma farmi battere in volata, magari strumentalmente, dagli amici spagnoli non è per me una grande soddisfazione. Ricordo quanto bene dicesse degli spagnoli il mio grande amico Giampiero Rubiconi: forse aveva ragione lui e non mi resta che fare un pensierino di emigrare in Spagna. Assomigliano tanto a noi italiani, ma non hanno Salvini, Grillo, Di Maio, Toninelli etc. In compenso hanno i secessionisti catalani. Vorrà dire che resterò in Italia a piangere sulle urne elettorali, prima di finire nell’urna cimiteriale. Allegria!

 

 

Al cinema tra gomme americane e vomito trumpiano

Un mio carissimo amico, per dimostrare l’imprevedibilità e la stranezza della vita, raccontava spesso uno sgradevole e curioso episodio capitatogli. Era entrato in una sala cinematografica pressoché deserta e aveva scelto in tutta tranquillità la poltroncina su cui accomodarsi, pregustando una visione tranquilla e rilassante del film in programmazione. Dopo qualche istante, si mosse appena per meglio sistemarsi e si accorse di essersi seduto su una gomma americana, malignamente e goliardicamente posizionata da uno spettatore in vena di brutti scherzi: spettacolo rovinato, pantaloni da buttare, incazzatura inevitabile e persistente.

Come italiano mi sento spettatore di un film americano con la sorpresa di essermi seduto su una tiramolla trumpiana. Davanti alle sceneggiate del presidente statunitense ci sarebbe anche da ridere, alla più brutta ce la si potrebbe cavare con un’alzata di spalle: cazzi loro, se la vedano gli americani, lo hanno voluto e se lo godano pure. Il problema sta nel fatto che nell’ipotetico cinema in cui entriamo troppe poltrone sono a rischio tiramolla, c’è buio, non ci sono più le maschere con la pila elettrica, i posti a sedere sono scarsi e soprattutto il film è obbligatorio a vedersi.

Non so se gli americani siano pentiti della scriteriata scelta (non) fatta, ma ci hanno fatto un regalino di quelli che ti cambiano la vita. Il loro presidente dice e disdice in continuazione, fa e disfa a getto continuo, si diverte a rompere le uova nel paniere europeo, aizza l’uno contro l’altro, gioca su più tavoli, mette tutto in discussione, usa la clava dei dazi, se ne sbatte altamente dell’ecologia e dell’ambiente, sceglie implacabilmente la parte sbagliata per procurare danni e poi strizza l’occhio al malcapitato sotto le sue grinfie. La politica internazionale è diventata come non mai una partita a poker dove naturalmente vince il più ricco. Dal mondo politicamente diviso tra occidente e oriente con i paesi del terzo mondo in bilico tra i due blocchi siamo passati a un equilibrio (?) internazionale in cui i paesi forti si divertono a giocare sporco fra di loro e concedono qualche mancia a quelli più deboli, ignorando totalmente i popoli sottosviluppati.

Gli Stati Uniti storicamente ci hanno aiutato molto, è loro convenuto, ma comunque gli aiuti ci sono arrivati. Oggi siamo diventati i loro zimbelli ed a qualcuno questo ruolo sta benissimo. Anche a me in passato è successa una disavventura cinematografica. Ero in un posto di villeggiatura e chissà perché decisi, assieme ai miei cugini, di andare al cinema: una sala zeppa di gente con un caldo asfissiante. Trovammo un posto a malapena. Dietro di noi si creò un po’ di subbuglio: una donna si era sentita male e non trovò di meglio che vomitarmi addosso imbrattandomi i pantaloni. Mi alzai di scatto per andarmi a pulire, ma ci fu chi lestamente prese il mio posto incurante del vomito abbondantemente spalmato sulle poltroncine.

La trovo una quasi perfetta metafora della confusione esistente nei rapporti internazionali.  Non so se il debuttante Giuseppe Conte, al G7 in Canada, si sia seduto su una gomma americana o abbia sporcato i pantaloni col vomito trumpiano. Ho intuito che abbia ricevuto una pacca sulla spalla cercando di stare al gioco dei più forti e accontentandosi delle comode briciole russo-americane rispetto alle ben più impegnative micche europee.  Un modo come un altro per galleggiare. L’Italia storicamente ha sempre adottato una politica estera dignitosa, rispettabile e coerente. Nell’ipotetico cinema di cui sopra in passato ci siamo seduti, se non proprio nei secondi posti, non certo nelle prime file, ma il film, bene o male, lo abbiamo visto. Attenzione a non accontentarci di un cinema di seconda classe dove proiettano pellicole riciclate, illudendoci di essere gli invitati d’onore nella sala cinematografica di lusso.

 

Si Salvini chi può

Si sta fortunatamente dissolvendo la nebbia mediatica funzionale allo smarrimento elettorale del popolo italiano. Sono così clamorose le continue gaffe del nuovo governo da imporre un rigurgito di spirito critico ai commentatori politici fino ad ora piuttosto appiattiti nell’attesa del Godot governativo. I difensori d’ufficio, ben lontani dal gettare la spugna, la buttano sul pietismo filo dimaiano e salviniano nonché sul perbenismo filo contiano.

L’ondata critica infatti sarebbe frutto di pregiudizi antigrillini ed antileghisti, non concederebbe ai nuovi arrivati nemmeno il tempo di sedersi sulle poltrone appena conquistate, cadrebbe nella trappola nostalgica verso i precedenti governi. Tradotto in linguaggio da bar, chi osa parlar male della mamma grillo-leghista dovrebbe pulirsi la bocca; chi dimostra un’impazienza, giudicata impertinente e faziosa, viene tacitato con la comoda istanza del “lasciateli lavorare”; chi rivolge critiche alle prime scelte del governo viene tranquillizzato con un pressapochistico e qualunquistico “peggio di quanto hanno fatto i predecessori non potranno fare”.

Riprendo la similitudine ripetutamente adottata: se, dopo aver conferito in appalto la ristrutturazione di un fabbricato sulla base di un contratto un po’ confuso, il committente si accorge che l’esecutore delle opere rischia immediatamente di buttare all’aria tutto senza un minimo di costrutto e di lucidità progettuale, non lascerà andare tutto in malora, ma interverrà immediatamente per contestare la violazione del capitolato prima che sia troppo tardi. Al di là di alcune normali esagerazioni dialettiche, peraltro in perfetto stile populista, vale a dire usando lo stesso linguaggio che per anni i “signornò” hanno adottato nei confronti di chi governava e financo di chi capeggiava lo Stato (della serie “chi la fa l’aspetti”), mi sembra che la critica levata di scudi della stampa a livello internazionale e nazionale non possa essere liquidata come una reazione meramente strumentale al tentativo del cambiamento.

Stanno succedendo cose dell’altro mondo. Un ministro dell’interno che crea un incidente diplomatico al giorno, che spara a vanvera, che chiacchiera nei bar leghisti, che gira a vuoto come una trottola. Un ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico che promette tutto e il suo esatto contrario. Un Presidente del Consiglio che brancola nel buio del Parlamento prima e del G7 poi, facendo il pendolare fra Istituzioni e popolo, fra Usa e Ue, fra Occidente e Russia, fra promesse impossibili e rassicurazioni incredibili.

Di fronte a questa vergognosa dimostrazione di incapacità ed impreparazione bisognerebbe tacere e aspettare? Aspettare cosa? Che questi signori, in nome del popolo italiano, ci portino tutti alla rovina, tanto, peggio di così non può andare? L’Italia, pur tra errori, ritardi e inadempienze, ha progredito, è diventata un importante paese industriale, non è un paese sottosviluppato. Le scelte storiche di fondo le ha sapute fare e le ha azzeccato: la scelta dell’Occidente, della Nato, dell’Europa Unita, della promozione del benessere sociale, della conquista dei diritti civili, del decentramento regionale, della difesa delle autonomie locali, della fedeltà alla Costituzione, del rapporto solidale con le altre nazioni.  I governanti del cambiamento stanno attaccando alcune di queste fondamenta e non possiamo far finta di niente.

Mio padre era solito raccontare un episodio che gli era rimasto molto impresso. Un giocatore di calcio di fronte ad un arbitro, che ne stava combinando di tutti i colori, non protestò clamorosamente, ma gli si avvicinò porgendogli una paradossale domanda: «Scusi tanto, ma lei è venuto qui ad arbitrare mandato dalla federazione oppure di sua spontanea iniziativa?». Ebbe una squalifica molto pesante, ma si tolse una bella soddisfazione. Se fosse possibile, nei confronti del presidente Conte e dei ministri Di Maio e Salvini (mi limiterei a loro in quanto punte di diamante del nuovo governo giallo-verde), userei una simile domanda: «Chi vi ha messo al governo? Il presidente della Repubblica sulla scorta dei risultati elettorali o vi siete trovati vostro malgrado a passare davanti a Palazzo Chigi e vi hanno temerariamente ed ingenuamente fatto entrare?».  Sono vittima anch’io di pregiudizi? Può darsi, ma esistono anche i sani pregiudizi.

 

 

La cellulite giallo-verde

Abbiamo trascorso tre mesi di ossessionante incertezza politica post-elettorale. Archiviato questo periodo, fitto di continue e paradossali incoerenze e fuorviato da un’attenzione mediatica fine a se stessa o faziosamente indirizzata a legare l’asino dove vuole il nuovo padrone, è cominciata l’era del governo del cosiddetto cambiamento e, se il buon giorno si vede dal mattino, tutto sembra orientare il dibattito alle sirene dimaiane e salviniane più che all’attenta osservazione del governo di Giuseppe Conte.

Sarà opportuno mettersi la cera nelle orecchie bombardate da slogan e da clamori mediatici per giudicare seriamente e spietatamente un’azione di governo nata all’insegna delle balle a cui dobbiamo concedere il poco posto che meritano. Forse sarà inutile anche continuare a ripetere il ritornello delle coperture e compatibilità finanziarie, peraltro assai problematiche al limite dell’impossibile, per allargare il giudizio al merito dei provvedimenti che verranno adottati.

Faccio alcuni esempi. I cambiamenti alla legge Fornero vanno visti solo dal punto di vista finanziario oppure vanno anche valutati nella loro portata socio-economica? Il reddito di cittadinanza è una misura sfonda-bilancio o è anche e prima di tutto una cavolata assistenzialistica perfettamente in linea con le tanto vituperate politiche del passato per il meridione? Le scelte in materia di immigrazione vanno esaminate alla luce del risparmio finanziario e della paura del diverso o vanno inquadrate in un discorso di carattere etico e internazionale, inserite in un’analisi di costi-benefici, in un processo evolutivo che integra il necessario e non si limita a respingere il superfluo?

Anche l’azione dell’unica opposizione credibile ed agibile, vale a dire il Partito Democratico, guidato, coeso, motivato e allargato, penso debba non limitarsi alla giornaliera sparata polemica, ma puntare alla costruzione paziente e concreta di risposte ai problemi, in linea con l’azione governativa precedente, tutta da rivalutare e proseguire, ed alla proposizione di una politica di sinistra coniugata con la necessità di rispondere in modo serio alle ansie dei cittadini. Il partito democratico non deve lasciarsi imprigionare dall’ansia da prestazione con i sondaggi quotidiani alla mano, con l’impaziente volontà di riaccreditarsi come il buono che si contrappone ai cattivi e con la masochistica ammissione continuativa della sconfitta e degli errori passati.

Mantengo tutte le mie serie perplessità e i miei fortissimi dubbi sulla combinazione governativa uscita più da un ignobile connubio che dalle urne. Tuttavia non mi piace il clima politico e soprattutto mediatico da ultima spiaggia, che accompagna i primi vacillanti passi del governo Conte (tanto per cominciare chiamiamolo col suo nome e spegniamo i fari puntati sulle starlette dell’accordo giallo-verde): sarebbe un piacere immeritato fatto al nuovo governo che cerca la ribalta per mostrare le gambe e nascondere le rughe.

Opposizione accolta

Indipendentemente da tutto, chi ha a cuore gli interessi del Paese (la Patria la lasciamo a Fratelli d’Italia) dovrebbe preoccuparsi di un governo che governi e di un’opposizione che si opponga: il gioco democratico lo impone. Se quindi sono seriamente preoccupato per la tenuta democratico-istituzionale del governo di cambiamento, sono altrettanto ansioso di vedere profilarsi un’opposizione credibile che sappia offrire un’alternativa rispetto all’attuale, strana ma larga, maggioranza parlamentare.

L’unica possibilità al riguardo non la vedo certo nelle stizzose e nostalgiche reazioni di FdI o nelle stucchevoli e incoerenti amarezze berlusconiane: durante il dibattito sulla fiducia al governo Conte, Giorgia Meloni non ha saputo che propinare una puntuta lezioncina lessicale di sapore nazionalistico, mentre Mariastella Gelmini si è attaccata ad un evidente lapsus del presidente del consiglio, niente di più e niente di meno di un copione già scritto e peraltro mal recitato.

L’opposizione non può venire che dal Partito Democratico e lo ha dimostrato un nobile, deciso e serio intervento di Graziano Del Rio alla Camera dei Deputati: allo strisciante populismo dei partiti di maggioranza a cui Giuseppe Conte ha fatto l’eco governativa, l’esponente Pd ha contrapposto una visione democratica istituzionale, in quanto gli eletti  rappresentano il popolo operando all’interno delle Istituzioni e non bypassandole;  al pressapochismo del cambiamento improvvisato ha contrapposto una cultura di governo derivante dall’esperienza storica, fatta di errori ed omissioni, ma anche di conquiste civili e sociali; al confuso rimescolamento nella collocazione internazionale ha contrapposto la fedeltà ideale, fattiva e critica alle scelte occidentale ed europeista; alle promesse del “tutto e subito” di un rivoluzionarismo ingenuo e fuorviante ha contrapposto le prospettive di un paziente riformismo progressista.

Penso debba essere questo il taglio dell’opposizione, portata avanti da uomini credibili per la loro competenza e serietà. Il Pd esca dalla spasmodica ricerca di un nuovo leader a tutti i costi così come dalla colpevolizzazione della leadership uscente ed elettoralmente perdente. I leader non si improvvisano e se non emergono spontaneamente ci si deve affidare ad un lavoro costruttivo di gruppo: al Pd non mancano personaggi in grado di prender in mano la situazione e rilanciare il partito. Abbiano la pazienza e l’umiltà di procedere in tal senso, accantonando i protagonismi personali e le divisioni strumentali.

Il Partito Democratico abbandoni la sindrome del tradimento popolare e la smania di rianimare un’inesistente foresta con richiami anti-storici, riapra un dialogo con la gente e proponga soluzioni concrete sulla base dei valori che non mancano alla sinistra democratica e riformista. Si prenda tutto il tempo necessario, perché non sono credibili prospettive di ribaltamenti immediati ed emozionali dell’elettorato. Non si fermi alla polemica, anche se i motivi non mancherebbero; non si affidi alla piazza anche se la tentazione può essere forte; non giochi al tanto peggio tanto meglio, perché c’è già chi va paradossalmente in questa direzione da frettolose posizioni di potere; non cada nell’errore storico del purismo ideologico: non è certo il momento di spaccare il capello in quattro alla ricerca del tempo irrimediabilmente e colpevolmente perduto. Faccia l’opposizione e poi si vedrà…

 

 

Scarpe grosse, cervello fin…ito

Se devo essere sincero fino in fondo non ho capito l’umore dei miei connazionali che li ha portati ad esprimere un voto superficiale ed irrazionale, tale da comportare la nascita di un governo carico di incognite a tutti i livelli. Consiglierei a tutti di leggere i commenti della più altolocata stampa internazionale per rendersi conto in quale imbarazzo politico ci siamo ficcati: non saranno tutti servi dei mercati e paladini del capitalismo…Stiamo diventando il laboratorio della più insensata sperimentazione antipolitica.

Ho messo in parallelo le strampalate prime mosse del nuovo ministro dell’interno Matteo Salvini con le calibrate dichiarazioni rese dall’ex ministro dell’interno Marco Minniti e mi sono chiesto: possibile che gli italiani fra uno sbracato venditore ambulante ed un misurato negoziante preferiscano il primo, rischiando, una volta tornati a casa, di verificare che la merce comprata è taroccata e non serve a niente? Incredibile, ma vero!

Da una parte un personaggio, persino simpatico nella sua esibita ignoranza, con le scarpe grosse che lascerebbero immaginare un cervello fino (senonché poi ci si accorge in fretta che il cervello è ben più grosso delle scarpe), che recita a soggetto in una materia delicatissima dove l’errore comporta smisurate conseguenze a tutti i livelli, che considera il fenomeno migratorio come un lusso per i buonisti in vena di affarismo, che lo tratta come se fosse un problemuccio italiano da risolvere all’italiana; dall’altra parte un personaggio capace di inquadrare i problemi e di proporne graduali e pragmatiche soluzioni, discutibili ma credibili, che dimostra di avere almeno la consapevolezza del quadro complessivo entro cui operare (e non è poco), di possedere la capacità di tentare la coniugazione fra solidarietà e sicurezza, di calare il problema degli immigrati nel contesto mondiale da cui prende le mosse.

Non ne faccio un problema ideologico (anche se i confini col razzismo sono molto labili), non ne faccio un problema politico (anche se destra e sinistra si stanno rivelando categorie diverse e tutt’altro che superate), non mi rifaccio puramente al discorso etico (anche se l’attenzione e il rispetto per l’uomo dovrebbe essere il presupposto di ogni azione di governo), non entro nemmeno nel merito (troppo complesso, ci sarà tempo e modo di ritornarci sopra) e mi limito a mettere sul piatto della bilancia due modi intendere la politica così ben impersonificati da questi due  ministri a confronto (uno entrante ed uno uscente). Ebbene prendo atto a malincuore che gli italiani preferiscono buttare il prete nella merda piuttosto che ragionare col prete. In democrazia la maggioranza ha sempre ragione. Ne siamo proprio sicuri? E se, per caso, la maggioranza non ragiona…Nel dibattito sulla fiducia al governo in Senato è intervenuta Liliana Segre, recentemente nominata senatrice a vita. Consiglierei a tutti di leggere il testo del suo intervento, se fosse possibile ne renderei obbligatoria la lettura prima di ogni e qualsiasi discussione politica, soprattutto prima di recarsi alle urne: una sorta di preghiera laica mattutina. Forse potrebbe agevolare un ravvedimento operoso rispetto a quanto successo lo scorso quattro marzo. Non è mai troppo tardi.

 

Uno spartito problematico per un moderno battisolfa

Non mi aspettavo molto dal discorso di presentazione del governo alle Camere, tenuto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ero convinto che sarebbe emersa quella pochezza politica che piace molto alla maggioranza degli italiani, ma dal poco al niente ci passa una bella differenza. Giuseppe Conte si è limitato a svolgere la versione in prosa della poesia contrattuale creata da M5S e Lega o, se volete, a fare la parafrasi, peraltro assai poco brillante, del contenuto contrattuale.

Nel triste e lungo periodo della preparazione di questo governo, molti si sono sbizzarriti nel dare ripetizioni al Presidente Mattarella sui suoi compiti fissati dalla Costituzione: non ce n’era alcun bisogno vista la sensibilità, la preparazione, l’esperienza e l’equilibrio dell’attuale Capo dello Stato. Sarà bene che le premurose lezioni costituzionali vengano deviate sul Presidente del Consiglio, che sembra un pesce fuor d’acqua e non mi pare all’altezza del compito cui è stato chiamato.

L’articolo 95 della Costituzione recita: «Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri». Se vogliamo fare una brillante similitudine, possiamo azzardare il paragone con la direzione di un’orchestra: come può dirigerla un maestro che non conosce la musica? Dal momento che l’orchestra è formata da “suonatori” raffazzonati, impreparati e scoordinati il ruolo del direttore diventa ancor più essenziale e difficile. Mi è capitato spesso di ascoltare dagli incompetenti battute del tipo: cosa vuoi che sia, basta lasciare andare l’orchestra dove vuole…Forse lo si può fare, peraltro relativamente, con orchestre di grande valore, compattezza ed omogeneità, non certo con l’attuale arlecchinata governativa.

Ricordo, durante la mia modesta ma interessante esperienza di componente della commissione teatrale del Regio di Parma, di avere assistito alla preparazione di tanti spettacoli e di avere capito come sia essenziale per la buona riuscita poter contare su una bacchetta di primordine e fortemente impegnata. Due episodi si scontrano in tal senso ed hanno avuto come protagonisti due direttori, di cui non faccio il nome per ovvi motivi. Un direttore routinier, che lasciava fare, che tirava sera, che fingeva di non sentire le stonature dei cantanti e le marachelle dell’orchestra, che dettava tempi assurdi: fu un disastro, un fiasco che passò alla storia. Un direttore, disponibile a sporcarsi le mani, che arrivò, prese atto dell’impreparazione degli orchestrali, si rimboccò le maniche e lavorò sodo con i vari settori dell’orchestra e con i cantanti: fu un bel successo, rammento ancora con simpatia la sua gioia alla fine della rappresentazione.

Ebbene, Giuseppe Conte non è né carne né pesce: non è certo un routinier che possa illudersi e illuderci di recuperare le situazioni con un colpo di bacchetta; non è nemmeno un direttore capace di prender in mano le situazioni e di indirizzarle al meglio. È, come si dice in gergo musicale, un “battisolfa di lusso”, ma sempre un battisolfa. Le sue prime mosse, senza voler infierire, lo dimostrano. Oltretutto ha intorno troppi violini di spalla, che interferiscono sulla sua direzione orchestrale anziché appoggiarla e assecondarla. Non pretendo che diriga senza spartito, ma la musica la deve conoscere e lui la conosce troppo poco. Auguri comunque!

Sopra il governo aleggia il dubbio del sottogoverno

Stupisce come i media, durante la defatigante trattativa per la formazione del governo post-elettorale, abbiano fortemente trascurato la dietrologica ma illuminante pista delle imminenti nomine del cosiddetto sottogoverno. Potrebbe essere stato l’argomento più convincente per indirizzare le due forze politiche a cercare un modus vivendi contrattuale (non si tratta infatti di un vero e proprio programma di governo per ammissione degli stessi contraenti) e, dopo un primo clamoroso fallimento, a fare una rapida e vergognosa retromarcia per riprendere frettolosamente in mano un accordo purchessia, in controtendenza rispetto ai “mai e poi mai” proclamati elettoralmente, ma soprattutto per cucinare un’autentica e sgradevole macedonia tra le visioni socio-economico-politiche di M5S e Lega.

Chissà perché il giornalismo (?), così strenuamente critico verso le stanze del potere, si è lasciato sfuggire l’occasione per fare un po’ di allarmismo sulla vena dorotea di coloro che postulano il loro governo quale svolta di cambiamento. Tutti gli osservatori più disincantati si saranno chiesti come mai nel giro di poche ore i due partiti, sdegnosamente recalcitranti di fronte ad una sacrosanta richiesta del Presidente Mattarella, abbiano mutato d’avviso trovando la quadra di un accordo che sembrava impossibile per un pretestuoso scontro aperto con il Capo dello Stato al limite delle vomitevoli e vigliacche ingiurie e della grottesca richiesta di messa in stato d’accusa. Sono state ipotizzate motivazioni di carattere tattico ed elettorale: probabilmente i due partiti, forse sarebbe meglio dire i due presunti leader Salvini e Di Maio, si erano spinti troppo avanti e rischiavano di cadere proprio sul più bello. Non era colpa di Mattarella era semmai tutta colpa del loro dilettantismo.

Potrebbe però aver giocato un ruolo importante la succulenta torta di nomine governative pronta sul tavolo di Palazzo Chigi, talmente invitante da portarli a più miti consigli. E cosa c’è in ballo di tanto importante? Ho fatto una rapida indagine e, salvo errori ed omissioni, riporto di seguito l’elenco delle nomine in questione: consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti (l’istituzione finanziaria che gestisce la cassaforte dello Stato), della Gse (la società per la gestione dei servizi energetici, della Sogei (la società generale d’informatica che gestisce le tecnologie dell’informazione e della comunicazione); di grandi aziende pubbliche quali Enel, Eni, Fincantieri, Poste, Leonardo, Enav, Mps, Terna, Snam, Italgas (350 incarichi tra consigli di amministrazione e collegi sindacali che potrebbero cambiare la geografia del potere economici del Paese); direttore generale e presidente della Rai;  responsabili dell’autorità dell’energia.

Non so sinceramente quante e quali di queste nomine avrebbero potuto essere fatte da un governo tecnico, ma comunque, con ogni probabilità, i grillini ed i leghisti non si saranno lasciati sfuggire l’occasione per fare man bassa di cariche assai rilevanti. Andare alle elezioni poteva comunque, al di là delle più rosee e sondaggistiche prospettive, rappresentare un’incognita o comunque una complicazione al riguardo. Incassiamo quel che possiamo, si saranno detti, poi si vedrà… Sia chiaro: non mi scandalizzo affatto. Un governo non governa solo con i ministri, ma con l’apparato pubblico alquanto articolato e complesso.  Mi infastidisce l’aria da ingenue donzellette di campagna sciorinata agli italiani in cerca di freddo per il letto e, soprattutto, la distrazione dei media impegnati a ricollocarsi, a mettere le mani avanti, a posizionarsi per salire sul carro del vincitore.

Per sottogoverno si intende, in chiave negativa, la forma di malcostume politico per cui le forze e gli uomini di governo, mediante l’occupazione di posti chiave nell’amministrazione pubblica e in vari enti economici e finanziari, sfruttano e consolidano la propria posizione e quella dei loro amici e sostenitori mediante favoritismi e corruttele. Quindi, quando certe forze politiche si occupavano di coprire le caselle del potere erano bollate come assatanati collezionisti di poltrone, seggiole e strapuntini; ora invece è normale che le cariche pubbliche facciano gola e gioco. Ne prendo atto. Ammetto di avere pensato male, nel senso di aver ipotizzato come la prospettiva delle imminenti nomine di sottogoverno abbia quadrato il cerchio della formazione del nuovo governo. Mi è venuto questo dubbio. Sono un inguaribile menagramo, un malizioso osservatore della politica, un diabolico conservatore (quasi reazionario) dello status quo. Può anche essere, ma, come dice il contestato aforisma andreottiano, “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina”.

Non vorrei che per il cambiamento sbandierato dai grillini (i leghisti al governo ci sono già stati parecchio, assieme a Berlusconi, con risultati…) potesse valere quanto successe all’apertura della stagione del centro-sinistra, vale a dire all’ingresso governativo dei socialisti. A commento di questa svolta storica riporto, a senso, lo scambio di battute fra Indro Montanelli e Fernando Santi (un vero socialista radicalmente contrario al centro-sinistra). «Ma perché, onorevole, chiese Montanelli, è così ostile a questo nuovo equilibrio politico-governativo?». «Lei non li conosce i miei compagni, rispose Santi, una volta entrati nelle stanze del potere sarà un finimondo…».