La vaccinazione antigovernativa

“Ritengo che 10 vaccini obbligatori siano assolutamente inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”. Lo ha detto il vicepremier Salvini il quale ha anche aggiunto: “Nessun bambino può essere escluso dalla scuola e dall’asilo. Su questo c’è il programma della Lega ed è nel contratto di governo”.

“Ci fa piacere che il ministro Salvini s’interessi ai vaccini, ma il tema deve essere discusso anzitutto dal ministro della salute”. Così la titolare del dicastero Giulia Grillo rispondendo al vicepremier. “Voglio ribadire che i vaccini sono un fondamentale strumento di prevenzione. Prenderemo le decisioni opportune in accordo con gli alleati del governo”, dice la ministra, che aggiunge: “Cercheremo soluzioni per garantire la frequenza dei bambini negli asili nido e dall’altra mettere al centro la revisione del D.L. Lorenzin”.

“Ringrazio il ministro Grillo, sua è la competenza sui vaccini, condivido il suo pensiero, a questo ci atterremo e al contratto di governo”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aggiunge: “Anche a me, da papà e da ministro, sta a cuore la salute dei bambini e che a tutti sia garantito l’accesso al nido, alla scuola dell’infanzia e alle classi successive. Con tanti medici condivido l’idea che sia meglio educare ai vaccini piuttosto che obbligare. Ci stiamo lavorando. Importante è che a settembre tutti i bimbi siano in classe”.

“Il contratto di governo parla chiaro. Vogliamo rivedere il decreto Lorenzin, assicurando comunque una tutela vaccinale dei nostri bambini. Poi ognuno ha la sua idea sui vaccini e la nostra la conoscete”. Lo ha detto il vicepremier Di Maio, dopo la posizione espressa da Salvini sull’obbligatorietà dei vaccini. “Dieci sono troppi”, aveva detto.

Dopo aver letto in rapida successione i sopra riportati battibecchi governativi, mi sono detto: poveri bambini! Non ho capito niente, ma forse è meglio. C’è il programma della Lega, c’è quello dei cinque stelle e c’è il contratto di governo: per sapere qual è il prevalente, prima o poi, bisognerà porre un quesito alla Corte Costituzionale, che si dichiarerà incompetente e forse passerà la pratica al Consiglio superiore di sanità, non tanto per il problema dei vaccini, ma per verificare la salute mentale dei ministri del governo Conte. In controluce, al di là della grottesca pantomima sui vaccini, emerge un dato politico: gli alleati di governo non sono d’accordo su niente e il loro contratto non vale un fico secco. Ogni questione è buona per fare cagnara elettorale.

“Aridateci er puzzone” gridavano i romani esasperati, nel giugno del 1944, invocando il ritorno di Mussolini, di fronte allo spettacolo ridicolo di alcune epurazioni di presunti collaborazionisti, come il tenore Beniamino Gigli. Nel governo di Salvini (si deve dire così!) tutto costituisce pretesto per una ridicola epurazione generalizzata del passato (dagli immigrati ai vaccini, da Saviano ai rom). E allora ritornino pure quelli che il governo del cambiamento giudica “i puzzoni” del passato. Chi sono? Prendetene uno a caso. Financo Berlusconi!

 

 

Nei bar salviniani si beve il cervello

In luglio del 2002 il ministro degli Interni Claudio Scajola si dimise per avere definito “un rompicoglioni, che voleva il rinnovo del contratto di consulenza” il giuslavorista Marco Biagi, assassinato a Bologna il 19 marzo di quell’anno da brigatisti rossi in un agguato terroristico. C’erano già state abbondanti polemiche sulla mancata concessione della scorta, che lo stesso Biagi aveva chiesto con insistenza alle autorità fino a pochi giorni prime di essere assassinato, e quindi le dichiarazioni di Scajola alimentarono il sospetto che la mancata protezione da parte del ministero fosse il frutto, oltre che di lungaggini burocratiche, anche di una scelta deliberata. Il ministro Scajola fu costretto alle dimissioni anche per l’insistenza del suo collega di governo, il leghista Roberto Maroni, allora al ministero del welfare, con cui Biagi aveva collaborato e che aveva chiesto a Scajola di concedere la scorta al professore impegnato nella delicata materia dei diritti dei lavoratori, e per le critiche insorte anche all’interno della maggioranza di centro-destra.

L’attuale ministro degli Interni, in una delle sue quotidiane e demagogiche sparate, intervistato ad Agorà su Rai3, ha dichiarato in merito alla scorta al giornalista e scrittore Roberto Saviano, da tempo impegnato in una battaglia culturale contro le mafie: «Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione». Non esiterei a giudicare tali dichiarazioni agghiaccianti per diversi motivi.

Innanzitutto Salvini lascia intendere, usando maldestramente e inopportunamente l’ironia di cui non è capace, che esista da parte sua un pregiudizio negativo nei confronti di Saviano e della sua attività e quindi anche sulla concessione della scorta in difesa della incolumità dello scrittore. In secondo luogo appare per lo meno singolare che questioni di una tale delicatezza e riservatezza vengano snocciolate davanti alle telecamere, solo ed esclusivamente per catturare audience. In terzo luogo sulla scorta a Saviano sembra influire in modo decisivo lo scontro culturale e politico da tempo in atto fra Salvini e Saviano stesso: la diversità di opinioni politiche non può incidere su decisioni riguardanti l’incolumità delle persone. In quarto luogo il ministro dimostra di sottovalutare colpevolmente come la lotta alla mafia non sia solo questione poliziesca, ma prima di tutto una scelta culturale su cui si devono impegnare gli intellettuali.

Tutti questi motivi sono ben sintetizzati e rincarati nelle ulteriori precisazioni fatte dal ministro dopo che si erano scatenate diverse reazioni rispetto alla sua presa di posizione: «Saviano? Figuratevi se mi interessa quello che fa Saviano, non sono io a decidere sulle scorte, ci sono organismi preposti. Continui a pontificare, lui è l’ultimo dei miei problemi. Io voglio combattere la mafia e la camorra davvero». I casi sono due: o il ministro si sta bevendo il cervello o sta facendo calcoli politici eversivi volti a influenzare e deviare le coscienze ben prima e più dei voti.

Si dovrebbe in entrambi i casi dimettere, seguendo l’esempio di Claudio Scajola richiamato sopra, ma soprattutto riflettendo sull’atteggiamento istituzionalmente corretto del suo collega di partito Roberto Maroni: non è un caso che gli abbia consigliato preventivamente di sciogliere “il conflitto d’interessi” tra l’incarico ministeriale e la segreteria della Lega. Il governo, pur richiamandosi ad un programma politico, non è affare di un partito, ma riguarda la vita di tutto il Paese. Non è ammissibile che il ministro degli Interni faccia spudoratamente una continua campagna elettorale strumentalizzando brutalmente problemi e questioni di enorme rilevanza. Penso che nella psicologia di questo personaggio, peraltro abbastanza simpatico, siano scattati meccanismi al limite della patologia. Sì, probabilmente, al di là delle idee politiche e dei calcoli elettorali, sta rischiando un delirio di onnipotenza in cui il suo cervello perde progressivamente lucidità. E gli italiani? Dimostrano di apprezzare e di volere lasciarlo lavorare. Anche il loro cervello è a rischio…

 

Smemorati e inutili pugni sul tavolo

Sono sempre stato piuttosto attento alle vicende politiche internazionali e sinceramente non ricordo un periodo così confuso e incerto come quello attuale. Non sono un nostalgico del mondo diviso in due blocchi, non rimpiango certo la guerra fredda, non provo malinconia per i tempi in cui il terzo mondo era schiacciato, sfruttato e compresso dai potenti. Tuttavia tra la pace dei sepolcri e la guerra diplomatica continua senza capo né coda non saprei cosa scegliere.

Sono saltate o vengono messe in discussione le alleanze tradizionali, si sono invertiti i ruoli, gli scenari cambiano in continuazione, la variabili tendono ad impazzire, la globalizzazione ha rimescolato le carte, il comunismo è finito con uno strascico di macerie che forse non finiranno mai, l’islamismo con il suo terrorismo si insinua nelle democrazie occidentali, i fenomeni migratori sconvolgono gli ingiusti equilibri di comodo, i personaggi che dominano la scena non hanno carisma e arrancano alla disperata ricerca di un consenso gestito senza prospettive, ma radicalizzato nelle paure e negli egoismi, le democrazie occidentali fanno fatica a tenere il passo e sono nettamente in difficoltà nel fronteggiare le spinte populiste e sovraniste, emergono rigurgiti razzisti e fascisti, l’Unione Europea appare sfilacciata al proprio interno e debole all’esterno.

In mezzo a questo bailamme il nostro Paese ha iniziato una rischiosissima navigazione a vista: in un mare tempestoso, pieno di scogli e insidie, ci illudiamo di fare i furbi con manovre di piccolo cabotaggio. Alziamo continuamente la voce in Europa, non rendendoci conto dell’estrema debolezza economica e politica dell’Italia: abbiamo una situazione pesantissima dei conti pubblici, soffriamo problemi sociali rilevanti riconducibili soprattutto alla disoccupazione, siamo fortemente esposti sul fronte immigrazione, continuiamo ad avere la palla al piede di un meridione che non riesce a decollare, la nostra economia fatica ad agganciare la ripresa in atto. Quando si è deboli non serve battere i pugni sul tavolo, occorre umiltà, pazienza e coerenza.

Il ministro dell’agricoltura Giovanni Marcora negli anni settanta del secolo scorso non andava in Europa a fare il turista, era capace di difendere, anche duramente, gli interessi dell’agricoltura italiana, ma non ha mai sbandato come stanno facendo i ministri dell’attuale governo. La Ue va rifondata e rilanciata non affossata rincorrendo assurde alleanze tattiche o lanciando ridicoli ultimatum. I trattati non stanno certo funzionando al meglio, vanno riformati, ma non con piglio disfattista bensì con pazienza costruttiva. Stiamo ben attenti a non esagerare come fanno i cani piccoli verso i loro simili ben più dotati. Non vorrei che qualche cane grosso si stancasse e cominciasse a presentarci certi conti salati e ad esigere l’apertura dei nostri armadi dove sono racchiusi probabili scheletri. È pur vero che l’Europa ha bisogno di noi, ma penso sia ancor più vero il contrario. Gli italiani sembrano soddisfatti dell’indirizzo bullista del governo Conte non capendo che si tratta di atteggiamenti che possono anche pagare nel brevissimo termine, ma non creano nulla, anzi sono controproducenti sul piano strategico. Il discorso vale per i rapporti intra-europei e per quelli extra-europei. Non sono d’accordo con chi ritiene i governi precedenti un coacervo di pecoroni succubi di Germania e Francia: l’Italia ha sempre avuto una sua dignità ed ha ottenuto aiuto e solidarietà non con l’arroganza e la presunzione, ma con atteggiamenti dialoganti e collaborativi.

Mi sono preso la briga di inventariare i ministri degli esteri succedutisi alla Farnesina dal dopoguerra ad oggi. Si tratta di un lungo elenco che intendo proporre: Carlo Sforza, Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella, Gaetano Martino, Attilio Piccioni, Antonio Segni, Amintore Fanfani, Giuseppe Saragat, Aldo Moro, Pietro Nenni, Giuseppe Medici, Mariano Rumor, Arnaldo Forlani, Emilio Colombo, Franco Maria Malfatti, Giulio Andreotti, Gianni De Michelis, Beniamino Andreatta, Vincenzo Scotti, Susanna Agnelli, Antonio Martino, Lamberto Dini, Gianfranco Fini, Renato Ruggiero, Massimo D’Alema, Franco Frattini, Giulio Terzi di Sant’Agata, Emma Bonino, Federica Mogherini, Paolo Gentiloni, Angelino Alfano. Vista la presunzione, la protervia e la superbia con cui si stanno atteggiando gli attuali governanti italiani – mi riferisco soprattutto a Matteo Salvini e Luigi Di Maio (sarebbe opportuno che il ministro degli Esteri e il presidente del consiglio avessero uno scatto di reni e un acuto di dignità) – sembrerebbe che i loro predecessori fossero tutti stupidi o insipidi. Prescindendo volutamente dalle loro appartenenze partitiche, non mi sembra proprio. Forse sarebbe il caso di mettersi a studiare la storia e di cercare di imparare.

Più trumpiani di Trump

Il censimento è uno strumento di inventariazione e schedatura dei cittadini: in sé non ha nulla di oppressivo ed autoritario, ma, come la storia insegna, prelude a misure speciali, soprattutto se utilizzato verso particolari categorie di persone. Nel qual caso rischiamo la discriminazione e arriviamo ai limiti della Costituzione. Ogni giorno il loquace ministro degli Interni, Matteo Salvini, ci propina le sue novità scatenando regolari polemiche (ultima la boutade – sono portato ottimisticamente a considerarle come battute da avanspettacolo – di pessimo gusto sui rom): non ho mai assistito ad un simile balletto governativo con tanto di proscenio mediatico.

A proposito di balletti (che lui non poteva soffrire), mio padre mi raccontava come sul palcoscenico del teatro Regio durante una rappresentazione (non ricordo se di Gioconda o di Aida) i ballerini non si reggessero in piedi a causa delle “merde” dei cavalli, abbagliati ed emozionati dalle luci della ribalta. Furono costretti ad intervenire alcuni inservienti per ripulire gli spalti: lascio immaginare le risate del pubblico.

Prescindendo dai contenuti, sarà quindi un bene che i ministri del governo Conte si diano una regolata, così come gli oppositori, che non devono accettare queste provocazioni e cadere nella trappola comunicativa. È pur vero che tutto ha un limite e, ad esempio, con l’ipotesi dell’odioso censimento dei rom, lo si sta ampiamente superando. D’altra parte questa è la vomitevole aria che tira nel mondo. Trump ingabbia i bambini messicani: non so perché, vedendo queste disgustose immagini, mi è caduta addosso l’ingenua fiducia che, nonostante tutto, nutrivo verso gli USA. Il tycoon statunitense sta esagerando e se ne stanno accorgendo sua moglie, la moglie di un suo predecessore, esponenti del suo partito: fortunatamente non profetizza del tutto in patria e ogni tanto si ravvede, ma rischia di essere emulato nella nostra patria, in Italia, da chi sta vaneggiando razzisticamente, un giorno contro gli immigrati, un altro contro i rom. Per cortesia, basta!

Macché! Di Maio accetta la sfida e risponde da par suo, da insopportabile grillo parlante: «Ci sono altri censimenti politici da fare, innanzitutto sui raccomandati nelle aziende dello Stato. Anche alla Rai, ad esempio». Non si è accorto che in Rai sono tutti ben disposti a glissare sui ripetuti infortuni suoi e di questo governo? L’auto-censimento se lo stanno cucinando salendo sul carro del vincitore. I raccomandati rischia di trovarseli in casa, alle prese con dirigenti e giornalisti “più dimaiani di Di Maio”.

Avanti così che andiamo a sbattere! Ma si mettano a lavorare, facciano i ministri e non gli arruffapopolo. Non cerchino a tutti i costi la ribalta su cui ballare: potrebbero fare la fine dei ballerini di cui sopra, smerdati dai cavalli. Non ho idea di chi potrebbe fare la parte dei cavalli: facciamone un probabile censimento ed io mi iscrivo immediatamente in questa categoria. Non invidio il coreografo Conte, costretto a correre sulla scena per ripulire gli spalti ad evitare ulteriori capitomboli ai danzatori del suo strambo governo.

Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Una polemica tira l’altra. Sullo sfondo rimane lo spettro di una deriva di odio razziale, di egoismo nazionale, di qualunquismo politico, di sfascismo per non dire fascismo. E i commentatori a dissertare sul sesso dei demoni. Non posso nemmeno vagheggiare una fuga dall’Italia. Dove andare? Durante il fascismo gli oppositori avevano qualche riferimento internazionale. Ricordo il simpatico atteggiamento di un amico, il quale, durante una prova vergognosa della nostra nazionale di calcio, si proponeva di cambiare nazionalità fuggendo in Svizzera, senza soldi ma con un minimo di dignità calcistica da difendere. Oggi non saprei dove andare a sbattere la testa, non tanto per vergogna calcistica, ma per vomito da governo di pulizia etnica. Rimango al mio posto, stringo i denti, e faccio un mio censimento. Quale? Lo dirò quando verrà il momento…

 

 

 

La lupa perde il pelo, ma non il vizio

Durante il periodo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso ho bazzicato parecchio la città di Roma per motivi professionali e per altri motivi. Mi stupivo dell’enorme quantità di manifesti, esposti sui muri della città, riconducibili all’allora movimento sociale, cosa piuttosto insolita in Emilia e, allora, anche in tutto il nord-Italia. Poi facevo un rapido ripasso storico e mi rendevo conto che il lupo perde il pelo, ma non il vizio: Roma era stata la sede del cosiddetto stato clerico-fascista e continuava a sentire le sirene incantatrici del nuovo fascismo. Ci sono state alcune parentesi, ma la storia è sostanzialmente continuata e prosegue tutt’oggi.

La proposta di intitolare una strada a Giorgio Almirante è stata approvata dal consiglio comunale romano con il voto favorevole dei cinque stelle e di altri, con la solita distratta sorpresa del Sindaco Virginia Raggi, che, come al solito, non c’era e se c’era dormiva. Penso sia nota a molti la gustosa barzelletta di quel Tizio che entra in farmacia per acquistare una confezione di profilattici. Molto imbarazzato sussurra appena la sua ordinazione. Il farmacista fa finta di non capire e chiede: «Mi ripeta per cortesia». Il distinto signore si vede costretto a ripetere a voce normale: «Vorrei una scatola di preservativi…». Ho capito dice il commesso ad alta voce: «Le prendo subito una scatola di preservativi». Vista però la presenza di molti clienti, preferisce rivolgersi al suo collega del retrobottega e con tono di voce piuttosto forte dice: «Portami per favore una scatola di preservativi per questo signore». Dopo qualche secondo arriva al bancone il secondo farmacista con i preservativi: «Ecco qua la scatola di preservativi che mi avete chiesto». Il povero cliente, dopo aver subito questa tortura psicologica, rosso di vergogna paga, ma prima di uscire ha un rigurgito di dignità e urla a tutti: «Se qualcuno non l’avesse ancora capito, io questa sera ho intenzione di “trombare”».

Se qualcuno non avesse ancora capito che Roma è una città fascista e che i suoi mali dipendono anche da questo fatto, ecco il fantasma di Almirante evocato a rinfrescare nostalgicamente una triste memoria. Faccio la parte del farmacista della barzelletta e chiedo ai romani: «Volete proprio intitolare una strada a Giorgio Almirante?». Mi rispondono con un sì deciso, senza alcuna vergogna di aver votato alcuni anni or sono per un sindaco neo-clerico-fascista, quel Gianni Alemanno che ne ha combinate di tutti i colori tendenti al nero,  orgogliosi di aver dato i natali alla patriottica leader dei Fratelli d’Italia, che muore dalla voglia di salire sul carro giallo-verde: lei opportunisticamente snobbata in Parlamento da questo governo, che l’ha sta colmando di soddisfazioni sul campo e  potrebbe tranquillamente aggiungere il nero alla bandiera del cambiamento.  Prendo atto.

Non capisco tuttavia simili distrazioni grilline. L’unica spiegazione plausibile sta nel fatto che i seguaci di Grillo, seguendo il verbo casaleggiano, vanno dietro la corrente per incassare i voti ovunque si annidino. Siccome l’aria che tira è di destra estrema (alla faccia di quanti continuano a pontificare sulla fine degli schemi), hanno probabilmente pensato di uscire allo scoperto e di rileggere la storia a loro modo (con tutto il rispetto per il defunto Giorgio Almirante, il quale meriterebbe di essere lasciato in pace). Parma si vantava di non aver mai consentito di prendere la parola pubblicamente a questo esponente missino. Ero in piazza Garibaldi quella volta che lo fecero scappare, aprendo i rubinetti del gas dell’ex Cobianchi. Come cambia il mondo! Oggi Roma, la capitale d’Italia lo vuole onorare e la sindaca Raggi, alle prese con altre varie ed articolate questioni imbarazzanti, rassicura che non se ne farà nulla, rispondendo anche alla comunità ebraica che aveva espresso il suo sdegno. Sembra effettivamente la vomitevole sbrigativa risposta al nobile recente intervento di Liliana Segre nell’aula del Senato. Tra le numerose grane, che stanno assillando e stringendo Virginia Raggi (alcune dovute anche al casino che ha regna nel  suo partito: non si comprende se la vogliono rovinare o difendere), questa effettivamente è la più piccola. Fino ad un certo punto…

La pietà di Melania

Il poeta Andrea Chénier, nell’omonima opera di Umberto Giordano, ai tempi della rivoluzione francese, di fronte al lusso sfrenato e provocante di una festa in casa di una nobile famiglia, dopo aver subito le risate di scherno delle vacue ed eleganti giovani nobildonne, improvvisa un canto all’amore difendendo i suoi ideali contro i costumi corrotti dell’epoca. Rivolgendosi alla contessina Maddalena dice: «In cotanta miseria…sol l’occhio vostro esprime umanamente qui un guardo di pietà, ond’io guardato ho a voi si come a un angelo. E dissi: ecco la bellezza della vita».  Forse direbbe così anche oggi rivolgendosi a Melania Trump, la bella moglie del presidente americano, scesa in campo per la prima volta su una questione politica, criticando il marito per la linea dura contro gli immigrati al confine col Messico.  Ha coraggiosamente affermato: «Odio vedere bimbi separati dalle loro famiglie».

I bambini, separati dai genitori, sono bloccati in gabbie di metallo costruite all’interno di magazzini nel sud del Texas. Una condizione che molte associazioni definiscono “disumana”. In alcune gabbie erano sistemati 20 bambini, con bottigliette di acqua sparse ovunque e fogli di carta stagnola usati come coperta.  L’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto agli Stati Uniti di interrompere la separazione, al confine con il Messico, dei bambini migranti dai loro genitori, giudicandolo un comportamento censurabile ed inaccettabile: «Il pensiero che qualsiasi Stato cerchi di scoraggiare i genitori infliggendo questi abusi ai bambini è inammissibile».

Non so come l’abbia presa Donald Trump. Le donne hanno comunque sempre una marcia in più e riescono a far pesare il cuore anche nelle faccende politiche. Maddalena di Coigny lo fece agli albori della rivoluzione francese, Melania Trump lo ha fatto in piena rivoluzione anti-immigrati. La settecentesca contessina, almeno nell’opera di Giordano, riscatta tutte le pecche della sua nobile famiglia, innamorandosi di Andrea Chénier e morendo per amore insieme a lui, vittima del terrore pseudo-rivoluzionario. Alla fascinosa first lady statunitense non mi sento di chiedere tanto, mi accontento del suo “guardo di pietà”, auspicando che possa essere contagioso a livello americano, internazionale e financo italiano.

Spesso mi chiedo se i politici abbiano fidanzate, mogli, compagne che possano farli ragionare e ridurli a più miti consigli. Un mio carissimo amico, alludendo ai rapporti di coppia, sosteneva che i cuscini parlano. Parlassero pure, ma in senso umano e non in senso affaristico o carrieristico. Temo infatti che a volte la donna, strumentalizzando il proprio indubbio ascendente, possa spingere il suo partner a commettere azioni scorrette sul piano economico e sociale, ma mi piace di più immaginare un influsso benefico della donna sull’uomo. Mi ha colpito una frase banale detta da Matteo Salvini a giustificazione di una candida camicia indossata in contrasto con la verde divisa di partito: «È stato un ordine di mio figlio bambino, l’unico in grado di darmene». Ci vorrebbero anche altri a chiedere a Salvini di uscire dagli stereotipi leghisti che si è imposto. Magari la sua compagna, che dicesse: «Odio vedere gli immigrati respinti al mittente con le loro navi sballottate in mare alla ricerca di uno scalo umanitario». Non mi illudo, ma la speranza è sempre l’ultima a morire, soprattutto quando ci sono di mezzo delle donne.

Il sondaggismo che tacita le coscienze

Scusi lei è favorevole o contrario? A cosa? Non lo so, ma poco importa. Ormai è vietato ragionare, è fondamentale schierarsi. Mi viene in mente come reagì ad una simile domanda il mio indimenticabile professore di italiano. Erano i tempi del referendum sul divorzio e rispose all’incolpevole intervistatore: «Tu sei un cretino!». Per poi aggiungere davanti al microfono dello sbigottito sondaggista: «Amo mia moglie e quindi sono personalmente contrario al divorzio. Ma l’introduzione di questo istituto risponde ad esigenze civili e come tale deve essere giudicato…». Ben detto non c’è che dire. Tutto ciò sta a significare che sono allarmanti, ma lasciano il tempo che trovano, i risultati del sondaggio in base al quale quasi il 60% degli italiani sarebbe favorevole alla chiusura dei porti verso le navi delle organizzazioni non governative, cariche di immigrati raccolti in mare aperto. Sembrerebbe un applauso scrosciante alla (non) politica inaugurata dal neoministro degli Interni Matteo Salvini. In realtà tale sondaggio è falsato e gonfiato per tanti motivi.

Davanti ad un problema enorme, non tanto per le dimensioni emergenziali, comunque piuttosto limitate, ma per la sua portata storica e inarrestabile, si preferisce voltarsi dall’altra parte criminalizzando le ong, perché hanno l’ardire di buttarci in faccia una triste realtà, di richiederci una forte e seria assunzione di responsabilità: chi ci dice nei denti le verità scomode è sempre antipatico se non odiato. Le ong vengono esorcizzate quali organizzazioni d’affari speculanti sui traffici in mare degli immigrati abbandonati dagli scafisti. Che una organizzazione non governativa tedesca abbia apostrofato come fascista il vice-premier italiano Matteo Salvini è pazzesco, ma ben più pazzesco è il fatto che questa ong, pur esagerando nei toni, non abbia tutti i torti nella sostanza.

L’Italia non è l’unica o la più generosa e accogliente sponda per gli immigrati: i dati complessivi della presenza sul territorio europeo non dicono questo. Tuttavia in materia di prima accoglienza gli altri Stati europei sono in grave difetto: con i loro clamorosi ritardi, con le loro reazioni stizzite, con le loro ondivaghe prese di posizione, finiscono col dare ragione a Salvini, gli stanno confezionando un perfetto assist. L’opinione pubblica italiana risente quindi di questo clima del “soli contro tutti” ed è spinta a reagire in modo irrazionale e a seguire pedissequamente chi fa la voce grossa.

Secondo il ministro degli Esteri Moavero Milanesi il duro indirizzo adottato dall’Italia servirebbe a scuotere le coscienze dei governi: sarà una bella gara scuotere le coscienze altrui, rendendo dure ed indifferenti le proprie. Si sta facendo un gran polverone politico e diplomatico sulla pelle di persone disperate richiedenti aiuto. Potrà essere vero e ragionevole che non si possa accoglierle tutte indistintamente, ma non partiamo dalla fine, prima analizziamo il fenomeno e cerchiamo di gestirlo a livello europeo senza fughe all’indietro, partendo dall’idea di fare comunque qualche sacrificio e consapevoli che il respingimento tout court non è una risposta accettabile da nessun punto di vista, men che meno per provocare chi tende alla latitanza. Non si può giocare sulla scacchiera europea e africana o a battaglia navale sui porti del mediterraneo. L’opinione pubblica italiana, come tutte le opinioni pubbliche dei paesi europei, non mi sembra in grado di tranciare giudizi secchi: va considerata nel suo grave sintomo di un malessere egoistico tutto da capire e da approfondire, a cui occorre prestare critica attenzione e dare risposte plausibili, senza cavalcarlo spregiudicatamente nelle sue manifestazioni istintive ed irrazionali.

 

In balìa delle onde

Papa Francesco, con evidente allusione alla vicenda della nave Aquarius con immigrati alla disperata ricerca di un porto europeo a cui fare scalo, ha invitato a non lasciare nessuno in balìa delle onde. Prima o poi sono sicuro che anche lui si prenderà la sua dose di rimbrotti salviniani. Perché mentre i leghisti, con accompagnamento musicale dei grillini, cantano agli uomini le loro canzoni, il Papa canta agli angeli le sue orazioni (Gioconda di A. Ponchielli, libretti di Arrigo Boito, atto primo).

A proposito dell’essere in balia delle onde non mi sono mai sentito solidale con gli immigrati come in questo periodo: loro soffrono questa drammatica situazione in senso proprio, io la soffro in senso figurato; loro fuggono dalla disperazione e rischiano di trovarne una ancora maggiore, io mi sento precipitare dalla padella dell’inconcludenza politica alla brace della rivoluzione dell’antipolitica; loro chiedono materialmente una mano che li salvi dal mare in cui si sono avventurati per fuggire dalle sicure prospettive di morte per guerra, fame, tortura, io grido come non mai alla politica, quella vera, di fare un passo avanti e di liberarmi dalla confusione in cui siamo precipitati.

Il compianto Marco Pannella faceva una originale distinzione della classe politica fra coloro che non sono capaci di niente e quanti sono capaci di tutto: le due categorie andrebbero leggermente aggiornate e mischiate, perché purtroppo i capaci di niente si candidano a risolvere tutto e i sedicenti capaci di tutto non riescono a combinare nulla. C’è uno spaventoso clima contraddittorio che avvolge tutto e tutti. A livello internazionale gli Usa di Donald Trump da una parte sembrano puntare alla coesistenza pacifica con i nemici storici (Cina, Russia, Corea del Nord), dall’altra mettono seriamente in discussione i legami con gli alleati storici (Europa); da una parte puntano a depotenziare l’arsenale nucleare collocato in pole position (Corea del Nord), dall’altra rimettono in discussione gli accordi recentemente stipulati in tal senso (Iran); da una parte  sembrano strizzare l’occhio ai Paesi arabi, dall’altra provocano assurdamente i palestinesi con  lo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana e il riconoscimento a tale città del ruolo di capitale di Israele; da una parte sembrano dialogare con la Cina e poi innescano una sconvolgente guerra dei dazi con tale Paese.

Ma veniamo a noi. Avremmo tutto l’interesse a trovare accordi con i Pesi mediterranei per superare la posizione di debolezza all’interno dell’Unione Europea, riformandola e ristrutturandola, e per gestire in modo razionale e solidale il fenomeno migratorio, invece, in modo a dir poco scriteriato, tendiamo ad un asse privilegiato col gruppo di Visegrad, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, i cosiddetti Paesi sovranisti, l’insieme delle nazioni che non vogliono ospitare migranti, coloro che hanno intenzione di destrutturare l’Unione Europea dall’interno.  Guai se qualcuno osa criticare il nostro modo sguaiato di affrontare l’emergenza immigrazione e poi è tutto una pesante critica al volontariato e alle imprese sociali impegnata nell’accoglienza agli immigrati e alle ong impegnate nel salvataggio. Cavalchiamo spudoratamente la paura dell’immigrato che ci danneggia e ci sconvolge e non guardiamo ai nostri connazionali che li sfruttano vergognosamente e soprattutto agli italiani che usufruiscono correttamente dei loro servizi. Li consideriamo un peso insostenibile per le finanze pubbliche, quando le cifre dimostrano che la partita immigrati è a nostro favore (è più quel che versano nelle nostre casse di quanto prelevano in termini di assistenza e protezione).

Ecco perché mi sento in balia delle onde culturali e politiche e, siccome soffro maledettamente il mal di mare, ho frequenti crisi di vomito, soprattutto quando vedo e sento certi personaggi. Quelli che un giorno attaccano la Francia, rea di dire qualche verità sul nostro comportamento, e il giorno dopo corrono all’Eliseo per stringere la mano ai cugini d’oltralpe. Quelli che vogliono la botte piena degli aiuti Ue e la moglie ubriaca di antieuropeismo. Quelli che “onestà, onestà” e poi piantano scivoloni pazzeschi sulle bucce di banana della corruzione. Quelli che spendono 100 euro per il “cappottino del cane” e preferiscono lasciar morire i loro simili in terra e in mare.

Il compromesso dalla cintola in giù

Mi sono ripetutamente chiesto quale sia la strategia, ammesso e non concesso che ne esista una, dei due partiti protagonisti dell’attuale fase politica, vale a dire il M5S e la Lega. Stanno cavalcando a vanvera la protesta e la sfiducia della gente, stanno andando dietro la corrente populista spinta da Trump, Putin e loro adepti palesi ed occulti, stanno cercando di fare il pieno elettorale e man bassa dei posti di potere? C’è un disegno nella loro alleanza o si tratta di un opportunistico connubio senza capo né coda? Domande che stanno a monte di quanto sta succedendo, poste per capire dove stiamo andando, politicamente parlando.

Le macroscopiche differenze tra i due interlocutori le coglie perfettamente anche un cieco con le fette di populismo sugli occhi. E allora? Da dove parte e dove vuole arrivare questo paradossale imbroglio tra suocera e nuora? Azzardo l’ipotesi di un triste compromesso storico fra grillini e leghisti. Ecco il ragionamento. Siamo le due forze politiche fondamentali, capaci di rappresentare e interpretare la stragrande maggioranza del popolo italiano. La pensiamo diversamente su tante questioni, ma conviene convivere pacificamente per un po’ di tempo, quello necessario a fare il pieno di voti, ma anche e soprattutto ad entrare definitivamente nei gangli dell’odiato establishment e della dominante burocrazia, per mettere le radici nel tessuto socio-politico italiano ed internazionale. Poi ci potremo anche dividere, contrapporre, sfidare, nel frattempo avremo fatto il vuoto attorno a noi e ce la giocheremo al meglio.

Mio padre sosteneva che io gli assomigliavo solo dalla cintola in giù: lo diceva per umiltà di padre e per ammirazione verso la moglie. Il compromesso storico grillo-leghista assomiglia a quello moro-berlingueriano solo dalla cintola in giù: un compromesso ai livelli più bassi e il cosiddetto contratto di governo lo dimostra, un accordo di potere basato sul governare senza alcuna cultura di governo e le prime scelte lo evidenziano clamorosamente, una cavalcata elettorale continua e l’appello continuo al popolo la rende concreta. Non si può definirlo un compromesso antistorico perché purtroppo la storia attuale è zeppa di robaccia populista, sovranista e protezionista: si è scelta la storia sbagliata per affermare gli interessi di partito con un clamoroso e demagogico tradimento dei veri interessi popolari, si è intrapresa la strada subdola e illusoria dell’antipolitica che porta dritti all’antidemocrazia.

La prima fase consisterà nel rifondare la democrazia sui falsi valori della partecipazione diretta e del depotenziamento delle Istituzioni repubblicane; la seconda nel governare insieme per consolidare questa nuova (?) democrazia; la terza nel ridurre la competizione politica ed elettorale a livello di confronto tra due populismi, per semplificare, uno di destra e uno di sinistra. Potrebbe essere un disegno già in atto, che parte dalle farneticanti elaborazioni pseudo-culturali della Casaleggio associati, dalle performance piazzaiole di Beppe Grillo, dall’autoritarismo riveduto e corretto (per non dire di peggio) e dai comizi razzisti della Lega salviniana, dal badogliano governo di Giuseppe Conte, dal Parlamento ridotto a camera sorda e grigia di ratifica di quanto deciso sui social media, da un Presidente della Repubblica ridotto a mero notaio delle spinte populiste. Sull’ultimo punto i nostri eroi si sono sbagliati, perché al Quirinale non c’è un reuccio alla Vittorio Emanuele IV o Umberto III, ma un autentico democratico. Il Parlamento si dia una mossa, la gente cerchi di capire che la storia non si fa con un pezzo di gesso messo in mano ai gestori dei bar sport della politica.

Corruzione all’ultimo stadio

Sorprende che nella realizzazione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle, opera discussa e controversa, siano annidate vicende di associazione per delinquere finalizzate alla commissione di condotte corruttive e di una serie indeterminata di delitti contro la pubblica amministrazione: nove arresti (un imprenditore, cinque suoi collaboratori, tre persone riconducibili alla politica; gli indagati sono ventisette tra cui politici appartenenti a diverse aree.

Ho usato la parola sorprendente non perché io sia un ingenuo, ma perché mi sembra strano che il comune di Roma, già nell’occhio del ciclone per altre questioni giudiziarie, non abbia sorvegliato adeguatamente su una vicenda importante e peraltro messa fin dall’inizio nel mirino della critica a livello politico, urbanistico, ed amministrativo. Un secondo motivo di sorpresa sta nei tempi dell’inchiesta che, stando alle notizie che si sentono e si leggono, riguarderebbe tra l’altro, un faccendiere legato al movimento cinque stelle e tangenti destinate ai due partiti che formano il governo appena insediato: una sorta di altolà giudiziario alla credibilità di chi sbandiera il cambiamento e si troverebbe impelagato nella continuità corruttiva?

Non sono solito rovistare nelle inchieste giudiziarie per placare la sete di pulito: staremo a vedere come evolverà la situazione. Abbiamo visti troppi e gravi tiramolla giudiziari con assoluzioni finali. Sono consapevole della estrema delicatezza e complessità delle procedure amministrative, nelle quali ci vuole un attimo a finire nei guai per atti compiuti in buona fede. Voglio concedere sempre e comunque a tutti la possibilità di difendersi e quindi aspetto prima di sputare sentenze e di comminare condanne sommarie e non sopporto le improvvisate gogne mediatiche. Quando un politico o una parte politica finiscono in guai di carattere giudiziario, mi viene spontaneo tenere ben distinti i due piani, quello della, anche spietata, critica politica, da quello della strumentale spalmatura di fango.

Due ragionamenti politici comunque si impongono. Il primo riguarda l’attuale amministrazione capitolina: il comune sarebbe pronto a sospendere il progetto. Mi sembra il solito pianto sul latte versato. Questi amministratori, Virginia Raggi in testa, stanno dimostrando di essere quanto meno dei confusionari pazzeschi, capaci solo di nascondersi dietro l’alibi dei disastri di chi c’era prima e totalmente incapaci di segnare una vera svolta per una città sempre più allo sbando. Forse, nell’interesse di tutti anche di loro stessi, sarebbe ora che se ne andassero a casa.

Un secondo ragionamento riguarda chi fa politica sulla base di una diversità etica annunciata, ma purtroppo piuttosto disattesa. Mi riferisco ai pentastellati, zeppi, a livello locale, di denunce, inchieste, etc.  I casi sono due: o si tratta di gente capitata per caso al vertice di importanti enti locali, oppure la loro diversità muta assai presto in tendenziale omogeneità immorale. Non fa differenza la rassicurazione di fare piena luce e di sbattere fuori gli invischiati: hanno sempre detto tutti così, anche perché non si può dire diversamente. Sarebbe inoltre il caso che questi rigorosi censori ricordassero l’ardore punitivo usato verso gli avversari politici: probabilmente, a parti invertite, sarebbero già scesi in piazza al grido di “onestà-onestà” e invece eccoli ancora lì a tentennare e a difendere con le unghie ed i denti Virginia Raggi e c.

Pur essendo un acerrimo e convinto avversario di Lega e Cinquestelle nonché un osservatore critico implacabile del loro “mostruoso” governo, non provo alcuna soddisfazione nel vederli in difficoltà sul piano della credibilità etica. Non sono mai stato un qualunquista, ho sempre ritenuto che la politica sia un discorso molto più complesso ed articolato del semplice rispetto del codice penale, sono stato abituato a non godere mai delle difficoltà altrui: non sarà certo l’arresto di un ipotetico faccendiere grillino a farmi cambiare mentalità e stile.