L’irrazionale precariato governativo

Ho avuto l’opportunità, alcuni anni or sono e per un breve periodo, di presiedere una cooperativa sociale operante nel campo dell’avviamento al lavoro di soggetti svantaggiati tramite l’esercizio di attività economiche, svolte prevalentemente in convenzione o in appalto con enti pubblici. Gran parte di questa attività aveva su di sé la spada di Damocle di contratti a scadenza piuttosto breve: si lavorava quando e come il mercato lo consentiva. Ricordo perfettamente il dramma di essere costretti a precarizzare il rapporto coi soci-lavoratori o addirittura coi lavoratori, per i quali non aveva senso diventare soci proprio perché il loro rapporto di lavoro era necessariamente all’insegna della provvisorietà.

Purtroppo nel nostro sistema economico il lavoro non è e non può essere, al di là del furore ideologico sessantottino, una variabile indipendente. Per dirlo con termini lessicali moderni, alla incertezza del mercato ed alla conseguente flessibilità dell’economia aziendale deve corrispondere una certa flessibilità del fattore lavoro. I contratti di lavoro a termine o provvisori come dir si voglia, quasi sempre, non sono frutto di imprenditori d’assalto, senza scrupoli o di comodo, ma rappresentano una scelta obbligata: se un’impresa stipula un contratto d’appalto con un Comune con validità di un anno, come può assumere a tempo indeterminato coloro che lavorano su questa commessa?

Quante volte, alle prese con cause giudiziarie inerenti i rapporti di lavoro, ho visto la paradossale rigidità legislativa in materia di licenziamenti funzionare da premio indiretto all’assenteismo ed alla irresponsabilità dei lavoratori e penalizzazione indiretta a chi potrebbe e vorrebbe lavorare con impegno e serietà. Anche il sindacato ha le sue responsabilità avendo difeso, in troppi casi, sempre ed indistintamente cani e porci, fannulloni e profittatori, soprattutto nell’area pubblica, contrattando la garanzia del posto fisso con i privilegi nell’orario di lavoro, nei diritti pensionistici e nella tolleranza verso i furbetti del cartellino.

L’attuale governo sconta la necessità di equilibrare le proprie sparate: alle sgangherate scelte sulla politica dell’immigrazione rispondono le strumentali scelte restauratrici in materia di lavoro. Un colpo al cerchio e uno alla botte, un colpo con la demagogia di destra e uno con la demagogia di sinistra. La unilaterale chiusura dei porti, l’attacco pregiudiziale alle ong, la ventilata schedatura dei rom, valgono bene lo specchietto delle allodole di un accorciamento dei contratti di lavoro a termine, un innalzamento dei risarcimenti per i licenziamenti immotivati, un contentino di facciata ai potenziali lavoratori dipendenti.

Sergio Cofferati sostiene che l’aumento dei dati occupazionali sia sostanzialmente dovuto alla trasformazione dei contratti a tempo indeterminato in un maggior numero di contratti a termine. Non sono in grado di verificare se i dati gli diano ragione, ma il problema è quello di cui sopra: non si può pretendere una politica occupazionale del posto fisso a fronte di un’economia che di fisso e stabile non ha nulla. Questa, a casa mia, si chiama demagogia.

Il mio impegno diretto in politica fu caratterizzato dall’appartenenza ad una corrente di sinistra all’interno della democrazia cristiana, quella di matrice sindacal-aclista, guidata in quegli anni da Carlo Donat Cattin, uomo di formazione ed esperienza sindacale, che fu ministro del lavoro nel periodo del cosiddetto autunno caldo (1969) e seppe coraggiosamente coniugare i diritti dei lavoratori, verso i quali espresse nei fatti una scelta preferenziale, con una politica di stampo riformista e costituì la felicissima eccezione alla regola, che storicamente vede gli ex-sindacalisti malamente impegnati in politica ed in economia (sì, perché politica e sindacato sono due cose assai diverse).

Non posso quindi essere tacciato di mentalità antisindacale o di scelta politica filo-industriale: cerco di ragionare con la mia testa. Oggi, più che mai, ragionare è diventata una scelta politica di metodo, ma anche di merito. Ho infatti ascoltato alcuni passaggi del comizio “descamisado”  salviniano a Pontida, ho ascoltato le avance “doppiopettiste” dimaiane: sono le due facce della stessa medaglia irrazionale, che circola nella politica odierna con tanto di (sempre più) insopportabile grancassa mediatica.

Prima noi o loro: questo è il falso dilemma

Pochi giorni or sono mi è capitato di sedermi sul bus vicino a due ragazzini: una disinvolta e scosciatissima femmina e un imbronciato maschio, entrambi inevitabilmente alle prese con l’irrinunciabile smartphone e relativo auricolare. Non ho nemmeno minimamente pensato di attaccare discorso, tanto era la loro astrazione dal mondo. Mi sono solo chiesto: cosa ho io da spartire con i virgulti di queste generazioni? Niente! La bellezza delle ragazzine mi spiazza: non saprei da dove cominciare per corteggiarle, non mi lustrano gli occhi, non mi turbano per niente sul piano sessuale (ci riescono ancora le provocanti e affascinanti tardone, che le battono due a zero, in tutti i sensi). L’arroganza dei maschietti mi fa letteralmente pena: sprizzano ignoranza e presunzione dai pori della pelle, con un sottofondo di violenza pronto ad esplodere alla prima triste occasione.

Ho guardato altrove ed il mio sguardo si è incrociato con quello degli immigrati e delle immigrate che affollano i bus nostrani. Ho trovato immediatamente qualcosa da spartire con loro: la sofferenza della vita, la battaglia per la giustizia sociale, la voglia di comunicare (anche sguaiatamente: preferisco i loro sgarbati dialoghi ai nostri silenzi egoistici), il desiderio di darsi una mano. Meglio la loro puzza di sudore rispetto ai perbenistici profumini (?) dei ragazzini nostrani. Mi sono accorto però che anche molti di loro tirano fuori i telefonini di ultima generazione e navigano bene, alla faccia dei loro connazionali in mezzo al mare sballottati più dai nostri pruriti tardo-razzisti che non dalla violenza delle onde. Anche loro stanno passando nella categoria degli “incomunicativi”, si integrano al peggio, si accontentano delle briciole informatiche che cadono dalla tavola dei loro padroni.

Poi ho pensato a Donald Trump e a Matteo Salvini: “prima noi di loro”, dicono ripetutamente. Sta già succedendo nel senso che trasmettiamo loro i nostri difetti, le nostre chiusure, i nostri egoismi. Sul piano culturale mi sento di capovolgere lo slogan populista che va per la maggiore. “Prima loro di noi”. Sì, perché nella loro estrema povertà hanno qualcosa da chiederci e darci e che noi abbiamo perso per strada: il senso della solidarietà tra poveri (i ricchi vivono in un altro mondo!). Quante volte ho sentito ripetere da persone di una certa età: un tempo si era poveri, ma ci si voleva bene, ci si aiutava, si era capaci di condividere il poco che si aveva.

E allora in conclusione ho ripensato a mia madre quando si inserì, dopo il suo matrimonio, nell’Oltretorrente: il lavoro, svolto con onestà, garbo e, perché no, con una certa classe, la aiutò a trasformarsi da corpo estraneo a componente accettata e stimata, integrandosi nel rione con le solite, efficaci “armi” della solidarietà nel rispetto reciproco, aprendosi al dialogo con tutti senza prevenzione alcuna. Mia madre mi insegnava lo stile di vita con cui era riuscita a collocare il suo modo di essere nel contesto socio-culturale dell’Oltretorrente. Vi era l’adesione convinta ai comportamenti solidali che vedevano protagoniste soprattutto le donne abitanti del quartiere: le questue a favore delle famiglie colpite da un lutto, il sostegno agli operai che perdevano il lavoro e via discorrendo, in una forma spontanea, primordiale e geniale di protezione sociale.

L’Oltretorrente è diventato un ghetto di extracomunitari in cui la gente ha paura a vivere e persino a transitarvi di sfuggita. Il discorso, nel mio cervello (e nel cuore) si stava facendo complicato e delicato. Nel frattempo ero arrivato a destinazione. Sono sceso dal bus. Ho urtato i ragazzini incollati ai cellulari: non mi hanno nemmeno degnato di uno sguardo.

 

Il sovranismo dei ladri di Pisa

Si fa un gran parlare, a livello mondiale (teorizzazione di Steve Bannon, stratega del presidente Donald Trump), europeo (stati ex-comunisti del patto di Visegràd: Paesi dell’Europa centrale, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), italiano (seppure in modi e misure diverse, Lega e M5S), di sovranismo, vale a dire di una forma elegante, riveduta e scorretta, del nazionalismo, che tante sciagure ha comportato nei secoli. Il “sovranismo”, dal francese souverainisme, secondo la definizione che ne dà la enciclopedia Larousse, è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la riacquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.

In un certo senso è la risposta in negativo alla globalizzazione, ma soprattutto ai processi di integrazione fra i diversi Stati: una sorta di Penelope, che distrugge quanto con fatica si è costruito in funzione di una collaborazione fra i popoli. All’insegna del “prima noi e poi loro” si stanno mettendo in atto politiche, che puntano alla messa in discussione di un modo di concepire i rapporti internazionali. L’attuale governo italiano, da una parte strizza l’occhio a Putin, il miglior fico del bigoncio sovranista, dall’altra guarda a Trump, il “matto delle giuncaie” internazionali, dall’altra ancora si avvicina agli scriteriati Paesi dal “muro facile”, quelli che dalla padella del comunismo stanno appunto scivolando nella brace del sovranismo.

Qualcuno sta vagheggiando la nascita di una vera e propria “internazionale sovranista”, che dovrebbe raggruppare, in una strana alleanza, quanti vogliono riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Di questa armata Brancaleone farebbero parte Paesi ricchi (Usa e Russia), Paesi poveri (i quattro Paesi europei di cui sopra), l’Italia antieuropea od euroscettica, i movimenti politici presenti nei Paesi occidentali impegnati, con la scusa della difesa dall’immigrazione strisciante, a chiudere gli stati in una logica egoistica e settaria. L’espressione “internazionale sovranista” è una contraddizione in termini, un ossimoro bello e buono, vale a dire un’espressione che accosta due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra loro. Gli esempi più calzanti mi sembrano: disgustoso piacere e lucida follia.

Mio padre si divertiva a contrapporre due proverbi in forte contraddizione fra di loro: “l’unione fa la forza” e “chi fa da sé fa per tre”. Oltre e dopo essere in aperta e preoccupante discontinuità con gli sforzi per una coesistenza pacifica, i sovranisti sono in aperta contraddizione con se stessi dal momento che intendono unirsi con chi non si vuole unire, vogliono collaborare con chi si chiude a riccio, vogliono fare l’Europa con chi vuole distruggerla dall’interno e dall’esterno. Ebbene, Salvini e Di Maio si sono andati a ficcare in questo tunnel senza vie d’uscita, dimenticando persino come i potenziali partner sovranisti siano proprio quei Paesi che non intendono, nel modo più assoluto, farsi carico degli immigrati, lasciandoli quindi sul groppone dell’Italia e dei Paesi di primo ingresso. Lo si è visto anche all’ultimo Consiglio europeo: da una parte l’Italia insisteva per europeizzare il problema migranti, dall’altra i sovranisti, che si ritraevano sdegnosamente dietro i loro muri ideologici e pratici. Sembrava una gag sui “ladri di Pisa”, coloro che sono inseparabili, nonostante le liti e i diverbi continui.

Se questa è la novità nella strategia internazionale dell’Italia, siamo messi molto male. Trump e Putin possono anche permettersi il lusso di puntare al sovranismo sulla pelle altrui, (ne hanno, purtroppo, la possibilità), di divertirsi a distruggere l’Europa (per farla a fette come una torta da spartire), gli Ungheresi e c. possono  giocare al “tanto peggio tanto meglio” o, al limite, al “dove si è stati ci si può anche tornare”. L’Italia invece, se si chiude in casa, è perduta, non è né carne né pesce: diventa il buffone della corte europea, il Rigoletto della UE, laddove “si disonorano gli italiani e se ne ride”.

 

Ong sta per “organizzazioni non gradite”

Al di là dei diversi approcci etici e politici al problema dell’immigrazione, sinceramente non capisco la criminalizzazione delle organizzazioni non governativo (ong), impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti e dei rifugiati in viaggio nel Mediterraneo centrale. Le ong sono da tempo accusate – e queste accuse sono diventate sistematiche e pregiudiziali nei programmi del nuovo governo italiano a impronta leghista –  da alcune parti politiche, alcuni giornali e anche da certa magistratura di avere contatti con i trafficanti, che in Libia organizzano le partenze verso l’Europa di uomini, donne e bambini. Mi sembra una storia vecchia: quella di scaricare le colpe dei problemi su chi cerca affannosamente e parzialmente di affrontarne almeno gli effetti più immediatamente devastanti.

Al riguardo mi sovviene un’esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Ho la netta impressione che, più o meno, le ong vadano sul banco degli imputati non per il loro fantomatico connubio con i trafficanti, ma in quanto colpevoli di scoprire le assenze e gli errori dei pubblici poteri in materia di immigrazione. Rappresentano cioè una provocazione per chi sta a discutere, nei palazzi italiani ed europei, senza sporcarsi le mani, alla ricerca di soluzioni, che non arrivano mai e che finiscono col lasciare in balia delle onde migliaia di disperati del mare. È fuori discussione che la logica degli Stati nazionali e dell’Unione Europea non può essere quella delle organizzazioni non governative: l’Italia e l’Europa non sono la Caritas, siamo tutti perfettamente d’accordo. Tuttavia invece di apprezzare quanti si impegnano volontariamente e collaborare con essi, pur nel rispetto delle regole condivise, prevale la volontà di screditarli e infangarli. Della serie: fatevi da parte, non fate casino e non rompete i coglioni.

Nel 2016 le 10 organizzazioni non governative, che operano nel Mediterraneo centrale, hanno salvato 46.796 migranti. Se non ci fosse stato questo intervento il cimitero acquatico si sarebbe tragicamente e colpevolmente implementato. Secondo il ministro deli Interni italiano, Matteo Salvini, per il fenomeno immigrazione sarebbe finita “la pacchia”: per gli immigrati esposti alla nostra indifferenza, se non addirittura trattati “cme i rosp al sasädi”? per le ong che si divertirebbero a scorrazzare nel Mediterraneo alla ricerca di chi sta per affogare? per le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza e che farebbero affari d’oro sulla pelle dei migranti? per i volontari impegnati nel sostegno ai disperati in cerca di salvezza e che farebbero meglio a blindarsi nelle loro abitazioni? per il papa intento a predicare la solidarietà verso chi soffre e che non si dovrebbe intromettere in questioni politiche? In realtà non c’è alcuna pacchia da smantellare se non quella dei trafficanti, dei mafiosi, dei razzisti, degli indifferenti, degli egoisti: il fenomeno migratorio nasce da lontano, ben prima dell’avvento di Salvini al Viminale e, purtroppo, rimarrà in vigore anche dopo (speriamo il più presto possibile) che Salvini se ne sarà andato a casa.

 

 

Un Conte senza infamia e senza lode

Ero stato nominato sindaco di una importante associazione regionale fra enti pubblici. Alla prima riunione di consiglio piantai una grana piuttosto seria in materia di approvazione del bilancio. In molti si spazientirono, erano infatti abituati a revisori dei conti politicizzati, che svolgevano la loro funzione quasi come amministratori di serie b, che interpretavano il loro ruolo in chiave politica prescindendo dalla competenza ed esperienza professionale. Feci, tutto sommato, un figurone. Il direttore, uomo di notevole livello, mi si avvicinò e si congratulò per il piglio con cui mi ero inserito nei lavori di questo ente. Un simpatico amministratore parmense mi sussurrò all’orecchio: «Ti sei presentato, non potranno certo dire che sei un incompetente capitato per caso in un consesso politico…».

Ho ripensato a questa mia esperienza politico-professionale seguendo sui media il debutto del presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte al Consiglio d’Europa riunito a Bruxelles. Dalle ricostruzioni filtrate sembra che Conte si sia impuntato su diversi aspetti in discussione, irritando non poco alcuni leader europei abituati a ben altro clima ed a procedure molto più soft. Scrive Marco Galluzzo, inviato a Bruxelles per il Corriere della Sera: “Il presidente del Consiglio non solo mette tutto in discussione, ma stravolge anche l’ordine dei lavori. Macron alza la voce, perde la pazienza, si rivolge a Conte in questo modo: «Non sai come funziona un Consiglio europeo! Ci sono delle regole, non ci si comporta in questo modo». Per un attimo intorno al tavolo dei capi di governo e di Stato scende il gelo. La filippica del presidente francese sulle regole non è breve ed è inedita, anche per il tono. Il presidente del Consiglio non perde la pazienza, aspetta che il capo dell’Eliseo si calmi. Angela Merkel si guarda intorno smarrita. Alcuni sorridono. Giuseppe Conte replica a modo suo, richiamandosi alla professione precedente: «Io sono un avvocato e so che se un documento ha un numero di protocollo, quel documento si discute e si approva tutto, non a pezzi». Insomma non arretra. Sono i momenti più drammatici di un vertice in cui l’Italia è indubbiamente protagonista”.

Confesso di avere avuto un sussulto di simpatia e comprensione verso il presidente Conte: ha fatto bene a presentarsi in assetto professionale e non come apprendista stregone della politica. Però bisogna stare attenti: conosco un dirigente che va alle riunioni politico-organizzative con il codice civile in mano. Non è possibile metterla su questo piano. Bisogna avere la capacità di coniugare la preparazione tecnico-professionale con l’abilità politica, altrimenti si fa una figura da cioccolatini. Aggiungo che se uno entra a gamba tesa deve essere sicuro di quel che fa e dice, altrimenti si espone al rischio del ridicolo e della commiserazione da parte dei supponenti e smagati colleghi. Temo che il debutto di Giuseppe Conte a livello europeo non sia stato entusiasmante, non tanto per le incazzature di Macron (i piccoli di statura non si smentiscono mai), non tanto per gli imbarazzi merkelliani (ha tali e tanti problemi in casa sua da non potersi scandalizzare dei nostri), non tanto per gli atteggiamenti di sorpresa di quanti fanno i lupi a casa loro per diventare pecore in quel di Bruxelles. Mi preoccupano lo splendido isolamento italiano e la velleitaria presunzione di poter cambiare tutto e subito.

Berlusconi aveva debuttato in modo assai peggiore come presidente del Consiglio, inaugurando al Parlamento europeo la presidenza di turno italiana, non trovando di meglio che insolentire il capogruppo socialista, il tedesco Martin Schulz, proponendolo per il ruolo di kapò in un film sui campi di concentramento nazisti. Fu la prima di una serie di gaffe sfociate nella combinata derisione di Merkel e Sarkozy ai suoi danni. Se non altro, almeno Giuseppe Conte non ha dato del “collaborazionista” a Macron. Gli ultimi presidenti del Consiglio dei governi di centro-sinistra, hanno affrontato il ruolo con stile e misura (forse fin troppa). È presto per giudicare Conte, al quale darei uno striminzito sei con tre meno.

Prescindo volutamente dai contenuti degli accordi intervenuti: nessuno è in grado di valutarne la portata, serve tempo per verificare la loro tenuta nella concretezza dei problemi e dei rapporti. Tutto sommato pensavo di peggio, anche perché, in effetti, nessuno può darci lezioni in tema di solidarietà europeistica. Mi auguro che il premier italiano, il quale sembra abbia saputo, in un certo modo, tenere testa ai suoi colleghi europei, abbia il coraggio di fare altrettanto con i ministri del suo governo italiano.  Non gli sarà facile. Auguri.

 

La fuga degli occasionali amanti

Mio padre, nel suo innato e affascinante scetticismo, era portato a irridere alle ipotetiche fughe degli amanti traditori, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale. Della serie: la famiglia ed il matrimonio sono una cosa seria. In linea con questo atteggiamento pseudo-maschilista, le donne hanno storicamente sopportato i precari triangoli, riducendo i tradimenti del consorte a “momentanee scappatelle” ed aspettando il ritorno del sereno dopo la tempesta ormonale del marito. Con l’evoluzione del costume e la maturazione del ruolo della donna il discorso si è fatto giustamente più serio e la rottura nel rapporto matrimoniale si è fatta più probabile: la parità dei sessi ha reso inaccettabile il tradimento anche se di carattere transitorio. Poi è arrivato il divorzio che ha approfondito il discorso a livello della coscienza individuale e collettiva, prevedendo e consentendo una frattura definitiva e irreversibile, portando la crisi da passeggera burrasca a convinta e canonica separazione.

Ho assistito nei giorni scorsi ad un ben assortito dibattito televisivo su la7, che ha messo a confronto tre personaggi di spicco sul tema della pericolosità del “salvinismo” fattosi governo della repubblica. In esso ho potuto trasferire lo schema di cui sopra dal campo sessuale e sentimentale a quello politico. Marco Travaglio, direttore del “Fatto quotidiano”, dovendo probabilmente farsi perdonare di aver tirato la volata ai grillini, i quali, gira e rigira hanno finito col portare la maglia rosa sulle spalle di Matteo Salvini, considera le ripetute sparate di Salvini come una sorta di panna montata destinata a sciogliersi in tempi piuttosto brevi. Il M5S sarebbe cioè fuggito con l’amante occasionale, ma il tutto si dovrebbe risolvere quanto prima col ritorno nel solco di una seria convivenza con l’elettorato provvisoriamente tradito.

Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore di fama, è portato invece all’intransigente squalifica di un ministro degli Interni che governa l’ordine pubblico in camicia verde o con il distintivo leghista appuntato al bavero della giacca. Zucconi esprime la propria insofferenza e contrarietà verso un governante di parte. Non accetta cioè la fornicazione operata nell’ambito di questo governo giallo-verde, che trasferisce i suoi colori dalla bandiera del cambiamento alla pelle degli italiani (gialli per il fegato ingrossato e verdi di rabbia).

Massimo Cacciari, dall’alto del suo filosofico atteggiamento tranchant, è andato invece, come si suol dire, giù con una mano di vanga. Ha espresso la preoccupazione che questo esperimento politico, nato all’insegna dell’improvvisazione e della provocazione fini a loro stesse, possa penetrare nelle coscienze democratiche degli italiani e confonderle, rompendo i legami con i valori che stanno alla base della nostra costituzione e della nostra convivenza. Altro che panna montata, altro che scappatella reversibile! Si rischia una rottura insanabile nei legami e nei rapporti democratici della nostra società.

Credo che finalmente Cacciari abbia ritrovato il bandolo della matassa. Il pericolo che stiamo correndo non è tanto e solo quello di “pisciare” politicamente fuori dal buco, ma quello di pisciarci addosso. Il rischio non è tanto quello di divorziare dalla politica, ma di fare come quei coniugi che, dopo avere rotto il loro legame, si cullano nel risentimento e nell’odio, ribaltando le conseguenze disastrose sui loro figli e sulla società. Non è in gioco un conflitto politico tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra innovatori e restauratori, tra rivoluzionari e riformisti. È in ballo l’essenza del sistema democratico, del rapporto tra società e potere politico, tra l’elettorato e le istituzioni, ma ancor prima dell’umana e civica convivenza tra i cittadini. Stiamo scherzando col fuoco lasciando, magari distrattamente e/o in buona fede, irrorare di benzina il nostro tessuto sociale.

 

 

Dottor Jekyll, mister Hyde, Musetta, Alcindoro e gli italiani

Ho appena ascoltato il discorso fatto alla Camera dei Deputati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in vista della riunione del prossimo Consiglio d’Europa. Al di là di una certa genericità onnicomprensiva e della discutibilità dei contenuti, mi sentirei di giudicarlo “ragionevole” nello stile e nei toni. E allora mi sono chiesto: dove finisce l’arrogante e fastidiosa aggressività populista dei suoi vice, in particolare di Matteo Salvini, il quale punta a fare innanzitutto l’arruffapopolo leghista, poi il presidente del Consiglio e, a tempo perso, il ministro degli Interni?

È una storia vecchia quella di attaccare duramente, di strappare, per poi mettere in campo i ricucitori e i rammendatori della situazione. Si grida per fomentare e sfogare le paure degli italiani, poi mister Hyde ridiventa il dottor Jekyll ed espone il volto presentabile del governo soprattutto a livello europeo ed internazionale. È un giochetto tattico, che funziona o dovrebbe funzionare per poco tempo. Quando Silvio Berlusconi scese in politica, gli esperti della comunicazione che gli prepararono le ricette per catturare il consenso, gli dissero che gli escamotage gli avrebbero garantito la vittoria elettorale, ma nel giro di sei mesi l’effetto sarebbe svanito, la gente si sarebbe svegliata ed allora…sotto con nuove illusioni e giochi di prestigio. Fino a quando?   Non è ancora finita! Sono cambiati i protagonisti principali, sono mutati gli scenari, sono variati i problemi, ma lo stile è rimasto quello. Allora Berlusconi lasciava che Bossi abbaiasse alla luna della secessione per poi tacitarlo politicamente e soprattutto economicamente. Oggi Salvini, bisogna dargliene atto, non abbaia alla luna come il suo illustre predecessore, abbaia per mostrarsi forte come fanno i cani. Nel canile italiano il gioco sta funzionando, mentre in quello europeo ci sono cani che sanno abbaiare meglio di lui. Allora meglio smorzare i toni, abbassare la voce, discutere pacatamente.

Tra un’abbaiata di Salvini e una mugolata di Conte andremo avanti (si fa per dire) un po’ di tempo. Nel secondo atto di Bohème, il capolavoro di Giacomo Puccini, i quattro squattrinati aspiranti artisti, nella serata della vigilia di Natale, spendono e spandono, ma alla fine arriva il conto da pagare. Il denaro non c’è più, è sparito. Per loro fortuna interviene la simpatica e trasgressiva amica Musetta, che riesce ad accollare il debito al suo occasionale e rimbambito accompagnatore. Nel caso italiano non vedo alcuna Musetta di turno e soprattutto non vedo alcun Alcindoro disposto a farsi fregare clamorosamente. Arriverà il conto: non so sinceramente fra quanto tempo, dipende tutto dall’abilità mugolante di Conte. Il governo italiano frugherà nelle tasche degli italiani, i quali proveranno ancora ad abbaiare, ma nessun Stato europeo si spaventerà: i Paesi forti rideranno perché il più forte ha sempre ragione, quelli deboli taceranno perché avranno i loro conti da pagare, Trump avrà trovato ben altre sponde su cui schizofrenicamente basarsi e non esiterà a “mollarci”, Putin se la caverà con una pacca mafiosa sulle nostre spalle. A Conte rimarrà in mano il cerino e forse maledirà il giorno in cui gli venne voglia di amoreggiare con il M5S e di scherzare con la Lega.

 

I polli del dopo-Renzi

Non capisco il nesso d’acciaio che i commentatori politici fanno tra crisi del PD e responsabilità negative di Matteo Renzi. IL tradizionale elettorato di sinistra è vedovo da tempo dell’ideologia comunista, della piazza sindacalista e della lotta estremista. La risposta a questo disagio doveva essere il Partito democratico, vale a dire la fusione (calda o fredda) tra linee progressiste e riformiste provenienti da comunismo, socialismo e cattolicesimo democratico (sinistra DC e non solo). Non ha funzionato perché il mondo ha rimesso tutto in discussione, diminuendo drasticamente le risorse a disposizione dello stato del benessere e scoprendo il fianco alla sinistra.

Matteo Renzi ha avuto il merito e il pregio di capirlo e di tentare un forte rilancio del PD sul piano della capacità di governare, coniugando solidarismo e modernismo. Ha inizialmente ottenuto un notevole consenso, poi, strada facendo, il consenso si è disperso per indubbi errori suoi, ma anche per i colpi di coda dell’inconsolabile establishment della sinistra, nonché per le impazzite dinamiche socio-economiche. Renzi ha inteso dare un segnale forte di governo, che è stato equivocato e recepito come segnale di “uomo forte”; ha voluto imprimere una svolta riformista partendo dalle istituzioni, che è stata respinta come tentativo di cambiare costituzionalmente la natura della nostra democrazia repubblicana; ha tentato un ricambio della classe dirigente, che è stato demonizzato quale golpe familistico e castale.

Certo l’azione politica renziana non è stata accolta, non è stata capita, non è stata condivisa, è stata osteggiata persino dai suoi più diretti beneficiari. Tentativo fallito da cui ripartire e non da buttare rancorosamente nel cestino. I presupposti rimangono validi. La sinistra, nonostante tutto, deve accreditarsi come forza di governo e non può ripiegare su atteggiamenti alla Jeremy Corby, attuale leader del partito laburista inglese; il Partito democratico deve pensare seriamente a rivedere l’assetto istituzionale e non può ripiegare sulla difesa oltranzistica e inconcludente della Carta Costituzionale; il PD deve cogliere l’essenza dei problemi socio-economici del Paese per collocarli nel quadro europeo e mondiale e non può ripiegare sull’illusione di risolverli in una logica populista o sovranista; i democratici devono rinnovare profondamente la loro classe dirigente e non possono ripiegare sul riciclo ideologico e burocratico di una dirigenza che ha fatto il suo tempo.

La sorte di Renzi è legata in parte alla sua spinta profetica e, come ben si sa, i profeti, prima o poi, fanno una brutta fine; è condizionata da un certo isolamento di gruppo venutosi a creare e che gli si ritorce contro come un boomerang; è segnata da numerosi errori il più importante dei quali è consistito nel volersi mettere testardamente e presuntuosamente contro tutti. Non gli resta che farsi veramente da parte. Dopo di lui non c’è il diluvio, ma non vedo grandi personaggi all’orizzonte. Probabilmente uno degli errori renziani è stato di voler spingere troppo sull’accelerazione leaderistica in un mondo, quello della sinistra, che si diverte più a distruggere che a costruire.

La pattona dell’egoismo

La coda elettorale relativa alle consultazioni amministrative con i relativi ballottaggi ha chiarito che il vero vincitore numerico e politico delle urne 2018 è la Lega. Il movimento cinque stelle deve abbassare la cresta e rassegnarsi al ruolo di sgabello di lusso per i piedi salviniani. I partner del centro-destra fanno tenerezza nel loro tentativo di accreditarsi una vittoria che rischia di segnare la loro fine. Il partito democratico continua una debacle di proporzioni e significati allarmanti.

Non è il caso di rispolverare “il destino cinico e baro” di saragattiana memoria, ma l’indirizzo politico imboccato dagli italiani ha qualcosa di inspiegabile e irrazionale. Non sono sicuro sia un voto dato solo sulle ali della paura (dell’immigrato, della delinquenza, del futuro, dell’Europa, degli Usa, un po’ di tutto). Temo sia la tardiva, riveduta e scorretta mela avvelenata del berlusconismo: garantiteci lo spazio per i nostri interessi, al resto ci pensiamo noi. Una sorta di riforma costituzionale: “l’Italia è una Repubblica fondata sul fare i cazzi propri”. Se è così bisogna ricominciare tutto daccapo. Forse è nata veramente la seconda repubblica e occorre una seconda resistenza.

L’opposizione deve essere prima e più etica che politica. Bisogna partire dai valori di fondo, dalle “coscienze” dal punto di vista personale e dai “ballatoi” sul piano sociale. Riscoprire cioè il significato della propria vita in senso comunitario e ritesserne i rapporti interpersonali. È inutile infatti discutere di immigrazione, se partiamo dall’idea che ognuno deve stare a casa propria curando i propri interessi. Non ci salteremo mai fuori e prevarrà comunque chi si muove politicamente nel pantano dell’egoismo e del razzismo.   È assurdo parlare di Europa quando ci si vuole barricare in casa. Già il quartiere è un’istituzione a rischio, figuriamoci l’Unione Europea. È pittoresco pensare alle tasse: paghiamo un minimo uguale per tutti, per il resto ognuno si arrangi come può. Non continuo perché mi viene il “magone”.

Una volta Renato, un caro e simpatico amico di mio padre, la fece grossa. Volle architettare una presa per i fondelli per tutti gli ospiti del palco al teatro Regio, che lui gestiva per conto di un gruppo di melomani danarosi e generosi, in particolare per le eleganti signore snob presenti ad una importante serata di gala. Comprò una pattona e la fece guarnire da un amico pasticciere in modo tale che sembrasse una perfetta e invitante torta inzuppata con tanto di crema e panna. Durante l’intervallo la scartò e nel retropalco la offrì ai presenti, che l’accolsero con esclamazioni di gradimento. La fece tagliare a fette da un chirurgo senza camice capitato nella serata sbagliata e cominciò a distribuirla su eleganti piattini con i relativi cucchiaini. Passarono pochi istanti, il tempo di assaggiare e si cominciò a sentire qualche signora che diceva all’amica: «Ma questa è pattona…». «Fammi assaggiare…, sì, questa è pattona…». Molti fecero finta di niente e mangiarono la pattona, altri la lasciarono nel piatto, chi conosceva bene Renato capì l’antifona e nel corridoio della quarta fila dei palchi si rise di gusto per tutta la serata…e anche per quelle successive.

La metafora è presto spiegata: Salvini è il Renato di turno; Berlusconi è l’amico pasticciere; Beppe Grillo è il chirurgo che fa a fette l’Italia; gli italiani sono le signore che accolgono con entusiasmo l’apparente torta di crema e panna. Ci vorrà del tempo per accorgersi dell’inganno (quanto non lo so), nel frattempo si mangerà pattona facendo finta che sia una torta prelibata. In pochi avranno il coraggio di lasciarla nel piatto, i più smagati capiranno lo scherzo e magari rideranno amaramente. “Ma questa è pattona”, dicevano le eleganti signore. “Ma questo è fascismo”, dico io che non sono affatto elegante.

 

Tenere la sinistra senza cadere nel fosso del passato

Da quattro mesi si contrappone la vittoria elettorale del fronte grillo-leghista alla sconfitta della sinistra ed in particolare del Partito Democratico. Questa sconfitta si fa risalire, così si esprimono quasi tutti i commentatori e gli opinionisti, alla crisi di consensi per la quale sarebbe colpevole l’attuale classe dirigente piddina ed in particolare quella impersonificata  da Matteo Renzi. Non escludo certamente gli errori commessi nella gestione del partito e nella conduzione del governo e non sottovaluto nemmeno la mancanza di spirito autocritico, che avrebbe potuto parare qualche colpo significativo. Tuttavia mi sembra che una delle ragioni di fondo dell’insuccesso, con tanto di fuga elettorale verso M5S e Lega, venga da lontano, vale a dire da un difetto antico della sinistra italiana.

Per fare un’analisi storica, seppure spannometrica, bisogna riferirsi al Partito Comunista Italiano, alle sue contraddizioni, alla sua impostazione politica, conflittuale ed antagonistica. Tutte le battaglie di sinistra, sulla stucchevole scia dell’antifascismo di maniera, erano improntate alla contrapposizione frontale con le idee portanti della società così come veniva delineandosi nel dopoguerra. Prima di arrivare a sentirsi protetti sotto l’ombrello della Nato, si fece una lunga e talora violenta opposizione alla scelta di campo occidentale: l’anti Nato. Poi nella prospettiva di integrazione europea si vide un tranello capitalistico, ideato per superare subdolamente i limiti del sistema. Non furono brevi la contrarietà, lo scetticismo, il neutralismo rispetto all’idea di Europa Unita: l’anti Europa.  La manicheistica contrapposizione tra spinta rivoluzionaria e scelta riformista durò a lungo, creando i presupposti per divisioni, fratture, incomprensioni nella stessa area della sinistra e nei rapporti con gli altri partiti democratici: l’anti capitalismo.

Era una politica anti tutto, che faticò assai a trasformarsi in opposizione costruttiva e non aprioristica, in alternativa politica e non sistemica. Ebbene allorché la globalizzazione a livello internazionale, le ristrettezze economiche e le emergenze sociali hanno stuzzicato l’appetito di un certo modo di essere in termini di protesta e di lotta, la sinistra riformista e gradualista è andata in crisi non tanto di contenuti, ma di consenso popolare. Sono rispuntati i fantasmi del passato riveduti e (s)corretti in euroscetticismo, in sovranismo, in populismo, in protezionismo economico e sociale. Una parte considerevole di elettorato ha sentito il richiamo della piazza (la massa e la lotta sono tornati di moda), l’anti tutto si è trasformato in anti politica: questa crisi è stata agevolata ulteriormente dalle cariatidi nostalgiche e post-comuniste, capaci soltanto di creare confusione ideologica e incertezza politica.  Lo stesso sbrigativo varo del Partito Democratico ha bypassato e lasciato irrisolta tutta una serie di passaggi ideologici e culturali, che a distanza di qualche tempo fanno sentire i loro effetti negativi.

Se è vero, come è vero, che la sinistra deve metabolizzare impietosamente la sconfitta elettorale, è altrettanto vero che non può limitarsi a brillare tout court l’attuale classe dirigente alla ricerca del nuovo, che magari ripercorra gli equivoci e gli errori del passato. La tentazione di ripiegare su una sinistra radicaleggiante è forte e perpetuerebbe l’accreditamento di un’idea legata più agli “anti” che ai “pro”. In questo contesto appare piuttosto insulsa e inconsistente la polemica sui rapporti col M5S: tutto sommato trovare un’intesa coi grillini avrebbe significato e significherebbe ripiegare consolatoriamente su una sinistra della guerra a tutto, che non è sinistra in senso politico ma è sinistra nel senso di infausta, avversa, bieca e lugubre.