La tenaglia dei fascismi del Nord e Sud Europa

Stando ai dati che circolano sui media, il Partito Socialdemocratico finlandese ha vinto le elezioni generali ottenendo il 17,7% dei voti. Appena dietro si sono posizionati i Veri Finlandesi, partito nazionalista e antieuropeista, che hanno ottenuto il 17,5% dei voti, mentre il Partito di Centro del primo ministro uscente si è piazzato quarto con il 13,8% dei voti, dietro il centro-destra di Coalizione Nazionale con il suo 17% e davanti ai Verdi 11,5% e ad Alleanza di sinistra 8,2%.

Non so se possa rappresentare un valido test in vista delle elezioni europee: ho seri dubbi, anche se qualche indicazione, con un po’ di fantasia si può sempre ricavare. Il primo dato emergente è quello della frammentazione, che metterà a dura prova la formazione di un governo. Vorrei provare un ardito parallelismo tra le formazioni politiche finlandesi e i partiti italiani: Partito socialdemocratico=Pd; Veri Finlandesi + Coalizione nazionale = Lega + FdI; Partito di Centro = Forza Italia; Alleanza di Sinistra = Leu + altre di sinistra. I Verdi mantengono una loro specificità che in Italia stenta ad emergere. Il M5S non ha riscontro finlandese (beati loro!).

Stando ai commenti la crescita dei socialdemocratici (chi si contenta gode) sembra essere spiegata dalle contestate riforme approvate dal precedente governo centrista, finalizzate a ridurre il debito pubblico con l’introduzione di misure di austerità, che avevano colpito, tra le altre cose, le pensioni, l’istruzione, la salute e i sussidi di disoccupazione. L’affermazione (non troppo eclatante, ma comunque allarmante) dei Veri Finlandesi sarebbe dovuta al tema centrale della campagna elettorale costituito dall’immigrazione: la solita menata delle regole più severe per la concessione del diritto d’asilo e di una politica più dura nei confronti dell’immigrazione irregolare.

In effetti, se ai voti socialdemocratici si aggiungono quelli della sinistra più estrema e magari anche quelli dei verdi, si arriva percentualmente ad oltre il 37, oltre un terzo dei votanti; se si sommano i nazionalisti col centro-destra si arriva quasi al 35%; il partito di centro è a circa il 14%. I restanti partitini mi sembrano difficilmente collocabili. Se il centro trovasse un’alleanza con la destra sfiorerebbe la maggioranza assoluta. Un centro-sinistra allargato arriverebbe ad oltre il 40%. Si profilano anche strani intrugli destra-sinistra (vuoi vedere che il pentaleghismo diventa una lezione di governo traducibile alla finlandese?).

Rispetto ai dati italiani emergenti dai sondaggi, nel centro-destra la situazione numerica è analoga, mentre il nostro centro-sinistra risulta molto più debole, impoverito com’è dal raschiamento grillino. I nazionalisti sono forti, ma non sfondano e speriamo sia così anche in Italia.  Resta la peculiarità grillina che complica la situazione, anche se sembra in chiara flessione la smargiassata pentastellata.

In Finlandia l’austerità messa in atto dai centristi ha portato voti di protesta ai socialdemocratici: sembra essere saltato lo stucchevole schema che voleva la sinistra vocata a far digerire i sacrifici, mentre la destra doveva cavalcare la fase economica espansiva. In Italia ci si capisce ancor meno, dal momento che un connubio nazional-populista sfonda il bilancio mentre il centro e la sinistra predicano moderazione e controllo dei conti pubblici.

E l’Europa? Mi sembra che anche dalla Finlandia arrivi un’aria poco promettente: dell’Europa tutti se ne fregano e non guardano al di là del naso delle “beghe nazionali”. L’ex ministro greco Yanis Varoufakis, candidato alle elezioni europee in Germania sulle ali del movimento da lui fondato, sostiene una tesi ardita, ma non troppo: «Salvini è il prodotto della Depressione, così come Mussolini e Hitler furono il prodotto della Depressione fra le due Guerre mondiali in Europa. Ora abbiamo il fascismo che cresce, risultato del fallimento dell’establishment. L’establishment e i Salvini si aiutano a vicenda. L’Europa si sta disintegrando sotto la pressione dell’austerità da una parte, e sotto quella dei fascisti dall’altra. È probabilmente l’ultima elezione del Parlamento europeo in cui abbiamo la possibilità di fare la differenza». Mi sembrano affermazioni da non prendere alla lettera, ma su cui riflettere molto seriamente.

 

 

La provocazione dei martiri

Sono da tempo convinto che nella lotta poliziesca contro droga e prostituzione, scatti un comprensibile ma condizionante freno di paura: mettere il naso dentro gli ambienti malavitosi è estremamente pericoloso, perché si entra in contatto con gente pronta a tutto, che non va per il sottile. Così come sanno vendicare gli sgarri, non hanno certo timore di colpire le forze dell’ordine nei suoi uomini più coraggiosi e valorosi. Chi è in prima linea paga assai caro il proprio servizio.

È successo a un maresciallo dei carabinieri di 47 anni, Vincenzo Di Gennaro ucciso a un posto di blocco da un pregiudicato che era stato sottoposto pochi giorni prima a una perquisizione per droga e che, dopo il controllo, aveva affermato: «Ve la farò pagare». Stando ai primi risultati delle indagini, detto e fatto alla prima occasione. Un altro carabiniere è rimasto gravemente ferito, ma fortunatamente si salverà.

Sono rimasto colpito da questo episodio e mi unisco al profondo dolore espresso dal presidente Mattarella e alla reazione del comando dei carabinieri che si è così espresso: «Una vita umana vale il mondo intero». La mia riflessione va però oltre il doveroso omaggio a chi è caduto facendo il proprio dovere per la collettività. Innanzitutto penso sia l’inopinata e tragica risposta morale ed istituzionale ai “bullistici” comportamenti ed alle relative coperture omertose emergenti talora all’interno delle forze dell’ordine (a buon intenditor poche parole: a chi tutto squalifica e a chi tutto salva).

Ho però l’impressione che la battaglia contro la delinquenza sia spesso mirata troppo in basso e inoltre sia lasciata a singole eroiche iniziative portate avanti da valorosi operatori costretti a muoversi allo sbaraglio: vale per le forze dell’ordine, per la magistratura, per tutti coloro che operano nelle istituzioni e per i semplici cittadini. Da qui probabilmente nasce la reazione incattivita e scriteriata di alcuni, l’inerzia opportunistica di tanti, la convinzione esagerata, anche se pertinente, che fare il proprio dovere posso comportare il rischio della  incolumità.  “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (B. Brecht); “Sventurata la terra che non produce eroi” (A. Sarti).

Mio padre era molto attento e piuttosto disincantato rispetto a fenomeni patologici della nostra società come “la mafia” e la delinquenza in genere. Ricordo l’insistente previsione di una “brutta fine” per il generale Dalla Chiesa allorquando divenne Prefetto di Palermo e cominciò un’azione a viso scoperto contro la delinquenza organizzata e ramificata. Fu facile profeta dal suo pulpito tutto fatto di onestà e correttezza: uno che sapeva riconoscere in anticipo i martiri civili. Nelle sue sagaci riflessioni c’era però il profondo e amaro rammarico per l’isolamento in cui vengono tenuti i coraggiosi. Sarebbe infatti necessaria una ben più coinvolgente azione globale a tutti i livelli, altrimenti il rischio è che “i martiri” servano soltanto a mettere a posto le coscienze. Un bel pianto generale e poi…

I lega…cci della politica estera

È di dominio comune che la maggiore responsabilità dell’attuale gravissima situazione libica pesi sulle spalle della Francia in quanto, a suo tempo, il suo presidente Sarkozy volle, per motivi geopolitici esterni e per tattica pre-elettorale interna, forzare la caduta del regime di Gheddafi, trascinando un uno sciagurato e scombinato conflitto gli alleati occidentali. Le conseguenze sono purtroppo quelle che si vedono: la cruenta ingovernabilità del paese libico, socialmente diviso in tribù e politicamente combattuto fra due fazioni in lotta più o meno aperta. La Libia non è quindi un riferimento affidabile per l’Italia anche e soprattutto per quanto concerne la gestione del fenomeno migratorio.

Se mi è consentita una riflessione molto amara e fin troppo realistica, vorrei osservare come, prima di abbattere un regime (quello di Gheddafi nella fattispecie), sia necessario intravedere lucidamente il dopo e prepararlo accuratamente, altrimenti si peggiora la situazione pur grave che sia. Pensiamo se alla caduta del fascismo in Italia, i partiti e i movimenti protagonisti della Resistenza si fossero messi a guerreggiare fra di loro, scatenando una seconda guerra civile per conquistare pieni poteri. La democrazia non può essere calata dall’alto o dall’esterno limitandosi a far fuori il dittatore. Ci vuole ben altro! Ma torniamo all’oggi libico.

È inutile piangere sul latte versato, indipendentemente da chi l’abbia versato: risulta quindi a dir poco inopportuna l’insistenza con cui Matteo Salvini rinfaccia alla Francia gli errori commessi, lasciando addirittura intendere che ne stia commettendo altri, tenendo subdolamente e opportunisticamente mano ad Haftar nel suo attacco alla conquista del Paese. Innanzitutto, se non erro, ai tempi della guerra contro Gheddafi nel 2011, il governo retto da Berlusconi la bevve da botte (in bilico fra due tragicomiche amicizie del cavaliere con il cialtronesco dittatore libico e il supponente presidente francese) e in quel governo la Lega era ben presente e rappresentata (non si dica che era un’altra Lega, perché allora anche Macron può sostenere che quella di Sarkozy era un’altra Francia). Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità storiche senza giocare infantilmente a scaricabarile.

Poi viene o dovrebbe venire la serietà della politica a livello europeo: in questa sede bisogna sforzarsi di trovare una linea concordata, che superi gli interessi nazionali e lasci perdere le scaramucce tattiche. Occorre cioè guardare avanti e sforzarsi di elaborare una strategia comune. Non voglio essere spietato, ma la ministra degli esteri europea Federica Mogherini ha dimostrato ripetutamente di non essere in grado di imprimere una spinta positiva e coraggiosa alla presenza della Ue nei processi internazionali: a mio modesto avviso, in mezzo a tante buone intenzioni e a parecchie azioni valide, l’atto politico più errato di Matteo Renzi, da tutti i punti di vista, fu quello di designare appunto la Mogherini all’incarico di alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri; avesse “ripiegato” sul suo acerrimo nemico Massimo D’Alema, si sarebbe forse risparmiato una deleteria guerra intestina a livello PD e avrebbe collocato nella Commissione europea un uomo preparato, esperto e capace . Ma tant’è…

L’attuale governo italiano fa molta fatica a mettersi nella prospettiva faticosa ma imprescindibile di trovare una politica estera comune, frenato com’è dai lega…cci dei sovranisti nostrani. È impossibile stare con un piede dentro e uno fuori dalla Ue, oltre tutto in attesa che l’Europa con le elezioni del prossimo maggio faccia un passo indietro a livello federale, rinfacciandosi responsabilità, mentre in Libia sta succedendo di tutto e di più.

Esistono due tipi di realpolitik: quella miseramente appiattita sugli interessi nazionali e quella legata a discorsi demagogici e paralizzanti. Mentre la Francia è da sempre tentata dal primo schema, l’Italia leghista è impastoiata nel secondo. Così non ci si salta fuori. Il ping-pong di responsabilità non serve a nulla, anche perché l’Italia non ha la forza politica ed economica per portare avanti questo gioco. Facciamo un bagno di umiltà e proviamo a lavorare per trovare soluzioni pacifiche e costruttive per la Libia e non solo per la Libia.

I fiammiferi di Candreva

Una scatoletta di tonno e un pacchetto di cracker a mensa, a differenza dei suoi compagni, perché i genitori, di origine straniera, non sono in regola con il pagamento dei buoni pasto, L’episodio, accaduto pochi giorni fa a una bambina delle scuole elementari di Minerbe (Verona) – e rivelato dal quotidiano “L’Arena” – è stato denunciato dalla segreteria provinciale del Partito democratico, che parla di «scelta discriminatoria» a parte dell’amministrazione comunale a guida leghista. La scelta sarebbe stata concordata tra i gestori della mensa e il Comune, di cui è sindaco il leghista Andrea Girardi, dopo inutili solleciti al pagamento indirizzati alla famiglia: una decisione che avrebbe turbato la piccola, che ha pianto quando si è vista servire un pasto diverso e ridotto rispetto a quello riservato ai compagni.

Non la voglio buttare in politica, perché dell’episodio mi ha colpito soprattutto quanto scriverò più avanti, tuttavia siamo nel campo del surreale: sembra quasi una favola la cui morale finale è facilmente deducibile. Bene ha fatto il Pd a protestare, anche se qualcuno gli imputerà di difendere gli ultimi a danno dei penultimi: se i penultimi, i poveri nostrani, non sanno condividere la loro povertà con gli stranieri non è colpa del Pd, ma del loro assurdo egoismo. Non so come faccia quel solerte sindaco leghista a sedersi a tavola con la sua famiglia pensando a una bambina straniera costretta a mangiare, per volontà comunale, in solitudine un umiliante e misero pasto. Ma lasciamo perdere, tanto i voti alla Lega aumentano e quindi…

L’episodio ha turbato il giocatore dell’Inter Antonio Candreva, il quale ha deciso di intervenire in favore della bambina. Il nerazzurro ha parlato con il sindaco del paese di Minerbe (Verona) per avere i dettagli della vicenda e annunciare che vorrebbe pagare la retta della mensa per quella bambina, che frequenta la scuola elementare. Non so cosa abbia risposto il sindaco: io personalmente sarei sprofondato dalla vergogna.

Ma ci sono altri che dovrebbero vergognarsi. Stando alla squadra dell’Inter, penso a Mauro Icardi ed a sua moglie, che hanno imbastito una vergognosa telenovela per ottenere l’aumento del già favoloso ingaggio del calciatore argentino. Poi la mia rassegna continua con tutti i calciatori beneficiari di stipendi da nababbo, con tutti i dirigenti delle società calcistiche che glieli concedono, con tutti i tifosi che li applaudono, con i media che li vezzeggiano, con tutti i prezzolati operatori del settore allineati e coperti. L’allenatore Spalletti che ha osato scontrarsi con il giocatore Icardi, dopo essersi preso le critiche dei fini dicitori del calcio da salotto, si è dovuto piegare alla realpolitik pallonara.

Antonio Candreva, dal canto suo, non ha fatto niente di speciale, ha soltanto provocato una ventata di umanità in un ambiente sportivo che l’umanità l’ha messa all’ultimo posto. Ha acceso un fiammifero per scaldare la piccola fiammiferaia. Mi si dirà di lasciar perdere i sentimentalismi e di stare coi piedi per terra. Più a terra di come siamo con l’etica sportiva…

Toccata e fuga ratzingeriana

Come acutamente ricorda il teologo Marco Ronconi, nella sua rubrica sul mensile Jesus, in merito alla crisi degli abusi sessuali, “dopo aver catalogato la questione come «attacco alla Chiesa», sono seguiti sinceri mea culpa, accompagnati da un aumento dell’intransigenza e dall’ulteriore accentramento di poteri nella Curia romana. Ora siamo alla terza fase: la riforma dell’intero sistema”.

Mentre, come sostiene lo stesso papa Francesco, si sente la necessità che la conversione dell’agire ecclesiale coinvolga la partecipazione attiva di tutte le componenti del popolo di Dio, superando il clericalismo ancora assai presente nella mentalità e nell’atteggiamento di sacerdoti e laici, nel dibattito è intervenuto con grande maestria ma con una visione storica discutibile il papa emerito, Benedetto XVI.

Joseph Ratzinger, fin dall’ultimo periodo in cui ricopriva la carica di capo del Sant’uffizio, ha dimostrato di vivere con grande realistica sofferenza il fenomeno della pedofilia nella Chiesa, ritenendolo un fatto gravissimo e rovinoso, probabilmente anche alle origini della sua decisione delle dimissioni da papa. A distanza di alcuni anni, pur rispettando in modo esemplare la riservatezza consona a un ex papa, pur dimostrando sempre una grande lealtà e una profonda solidarietà verso il suo successore, torna sull’argomento degli abusi sessuali per inquadrarlo nella storia della progressiva decadenza morale iniziata negli anni sessanta del secolo scorso, che, a suo giudizio avrebbe provocato “un collasso della teologia morale cattolica”, rendendo inerme la Chiesa di fronte a questi processi della società.

Ho leggiucchiato il testo (meriterebbe un più attento ed approfondito esame, che magari cercherò di effettuare) pubblicato da diverse testate straniere nel quale Ratzinger torna ad intervenire pubblicamente su un tema di attualità della Chiesa con un’analisi dotta, ma sostanzialmente reazionaria: a caldo, la tesi di fondo mi sembra quella di collegare la crisi morale della Chiesa al pedissequo adattamento ecclesiale alle rivoluzioni culturali della società. Da una parte riemerge cioè la tentazione di scaricare le colpe ideologiche sul mondo e dall’altra quella di rifugiarsi in un passato rigoroso ma avulso dalla realtà in evoluzione. Non voglio esagerare, ma sembra quasi una risposta indiretta all’accusa rivolta alla Chiesa dal cardinal Martini “di essere indietro di centinaia di anni”: le istanze umane non dovrebbero cioè condizionare la teologia morale cattolica.

Faccio un esempio. Ratzinger, in riferimento al tema della preparazione al sacerdozio, denuncia una decadenza a partire dagli anni sessanta: «In vari seminari si erano stabiliti gruppi omosessuali che agivano più o meno apertamente ed hanno significativamente cambiato il clima dei seminari. In un seminario in Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati al ministero laico della pastorale vivevano insieme. Mangiavano insieme, sacerdoti e laici sposati accompagnati dalle mogli e dai bambini o occasionalmente dalle fidanzate. Il clima nei seminari non poteva fornire sostegno alla preparazione della vocazione sacerdotale. In molte parti della Chiesa gli atteggiamenti conciliari sono stati compresi nel senso di avere un atteggiamento critico nei confronti della tradizione esistente, sostituita da una relazione nuova e radicalmente aperta con il mondo».

Sono spiacente, ma credo che il malaffare sessuale dei preti abbia esattamente l’origine inversa rispetto a quella delineata da Benedetto XVI: è stata proprio la frattura col mondo degli affetti, col mondo femminile, con le problematiche sessuali, a costringere i chierici a vivere la sessualità in modo represso e fuorviante. Impossible che Ratzinger non ricordi il clima assurdo che vigeva nell’educazione seminariale a detta di parecchi sacerdoti: il sesso esorcizzato, la donna diavolo tentatore, i divieti spersonalizzanti, le tentazioni deviate sul binario morto dell’asessualità convenzionale.

Al di là del discorso sessuale mi sembra inoltre che l’analisi ratzingeriana affronti in senso negativo il rapporto fra Chiesa e mondo. È pur vero che Gesù prega per i suoi discepoli affinché siano “nel mondo, ma non del mondo”. Benedetto XVI sembra avere nostalgia dei tempi in cui la Chiesa dominava intellettualmente e culturalmente il mondo e, in alternativa sembra auspicare una sorta di fuga dal mondo per non farsi contagiare. Purtroppo è la Chiesa che ha, in troppe occasioni, infettato il mondo in uno scambio di difetti in cui non si riesce a capire se è nata prima la gallina del male ecclesiale o l’uovo del male mondano. A mio avviso se ne esce guardando al bene e scambiandosi apertamente il bene: considerando la sessualità un dono di Dio da vivere al meglio, senza paure ed infingimenti. Mi auguro che si apra quindi la terza fase di cui sopra e non ci si rifugi, seppure in buona fede e con ammirevole intelletto, nei meandri della paura e del rimpianto.

Scontrini e riscontrini

Tanto tuonò che, dopo quattro anni, non piovve. Ignazio Marino, sindaco di Roma, costretto alle dimissioni in conseguenza di accuse di peculato e falso per la vicenda degli scontrini delle cene di rappresentanza, è stato assolto in via definitiva dalla Corte di Cassazione “perché il fatto non sussiste”. Lo stesso pg della suprema corte aveva sollecitato l’assoluzione.

“Finalmente oggi è stato restituito l’onore che merita al professor Marino, ha affermato il suo legale, sono contento che il procuratore generale abbia integralmente sposato la nostra tesi difensiva e abbia ricordato a noi tutti l’autonomia della valutazione giuridica, il che vuol dire che il giustizialismo politico deve rimanere fuori dalle aule dei tribunali”. Ben detto, ma il giustizialismo dovrebbe rimanere fuori anche dai palazzi del potere politico e dalle pubbliche istituzioni. Invece purtroppo i giudizi politici troppo spesso si mescolano con fatti giudiziari tutti da dimostrare e vagliare, con la conclusione di squalificare moralmente e politicamente le persone.

L’allora sindaco della capitale, prima delle sue dimissioni nell’ottobre del 2015, si difese in tutte le sedi e con forza: “Non ho mai usato denaro pubblico per miei fini personali, semmai il contrario”. Ma non bastò e fu chiamato a pagare un prezzo, che, a distanza di quasi quattro anni, è stato dichiarato infondato e ingiusto.

I grillini, a parte che l’attuale sindaco Virginia Raggi, di loro espressione, usando lo schema adottato per Marino, avrebbe già dovuto dimettersi più di una volta, girano la frittata, sostenendo che “Marino fu attaccato e criticato non per le questioni della Panda o degli scontrini, ma per la sua incapacità di amministrare Roma. Marino aveva fallito ed eravamo tutti d’accordo che dovesse andare a casa, da Renzi in poi”. E le arance portate in Consiglio comunale?

Anche Matteo Orfini, l’ex presidente del Pd con Matteo Renzi segretario, fa un capzioso distinguo: “Ribadiamo, come abbiamo già fatto dopo le sentenze di primo e secondo grado, che ovviamente siamo contenti per lui, ma, come spiegammo allora, quella degli scontrini è stata una vicenda che nulla aveva a che fare con una scelta che facemmo per un giudizio politico”. Fatto sta che il giudizio politico, guarda caso, arrivò dopo lo scatenamento della bagarre pseudo-giudiziaria contro Marino e nella pubblica opinione passò il concetto di un sindaco più scorretto che incapace. La questione sta infatti tutta nel saper scindere nei tempi e nei modi i giudizi politici da quelli della magistratura e lasciando che i secondi influenzino i primi soltanto nel momento giusto e non al primo avviso di garanzia. Il discorso vale anche per le gogne mediatiche che accompagnano queste vicende. La storia politica è sì piena di farabutti prestati alla politica, ma anche di galantuomini sputtanati e rovinati da incaute accuse giudiziarie. Sia chiaro che non si evitano i suddetti primi eventi costruendo surrettiziamente i secondi.

In conclusione: una bruttissima vicenda. Ignazio Marino pagò per atti non commessi, per un clima di sfiducia risalente ai suoi predecessori, per questioni di opportunità politica, per la smania di voltare pagina senza lasciare il tempo di scriverla. Ricordo molto bene di avere avuto dubbi sull’azione amministrativa intrapresa da un personaggio certamente più adatto a svolgere altri ruoli e ad assumere altre responsabilità. Di qui a dimissionarlo brutalmente ci passa molta strada. Per fortuna l’attuale segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha così commentato la fine della vicenda: “Sono davvero contento per l’assoluzione di Ignazio Marino. Il tempo è galantuomo e con questa sentenza definitiva della Cassazione si chiude la sua vicenda giudiziaria riconoscendo la giusta correttezza della sua azione di governo. Lo abbraccio”.

Lo specchietto fiscale in gola ai contribuenti

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare, ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison il tasi, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Si tratta della premessa obbligatoria a qualsiasi discorso di riforma fiscale: se non si riesce a intaccare il fenomeno dell’evasione, ogni novità in senso incrementativo o diminutivo della pressione tributaria risulta stucchevole e velleitaria. In Italia chi paga le tasse ne paga obiettivamente troppe soprattutto rispetto a chi non paga niente o quasi niente. Quando si leggono i dati sui redditi dichiarati c’è da stropicciarsi gli occhi: è una vergogna! D’altra parte il fenomeno ha via via assunto dimensioni europee e mondiali: i colossi aziendali si spostano negli Stati dove la tassazione è inferiore senza che a livello internazionale si cerchi di trovare un minimo di omogeneità fiscale.

Non indulgo alla provocatoria teorizzazione lirica del “pagare le tasse è bello”, anche se il senso del dovere civico dovrebbe caratterizzare i comportamenti dei cittadini italiani e del mondo; non mi nascondo dietro la demagogica e velleitaria intenzione di “far soffrire i ricchi” per farli magari diventare poveri lasciando i poveri allo loro povertà, anche se la redistribuzione del reddito tramite la leva fiscale dovrebbe costituire un fondamentale punto programmatico per un governo serio e credibile; non pretendo che la politica diventi una gigantesca opzione “robinhoodiana” che ruba ai ricchi per dare ai poveri, anche se l’economia mondiale evidenzia dati incredibili: ordinando la popolazione mondiale per ricchezza si vede che la metà inferiore possiede meno dell’1% della ricchezza totale, il 10% in cima ne detiene l’88% e l’1% di super-ricchi arriva a concentrare la metà di tutta la ricchezza.

Mi attesto sul dettato della nostra Costituzione, che all’articolo 53 dispone: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Il discorso è chiarissimo: tutti devono pagare le imposte e la lotta all’evasione non è un modo di dire, ma un categorico imperativo per chi governa il Paese; le imposte vanno calcolate in modo progressivo alzando il peso fiscale man mano che la base imponibile aumenta.

La lotta all’evasione viene effettuata in modo disorganico ed episodico in base ad una normativa assai burocratica e con mentalità punitiva su pochi per educarne molti. Dall’altra parte si vagheggia una diminuzione delle imposte tramite l’applicazione della cosiddetta “flat tax”, vale a dire una tassa piatta, sostanzialmente proporzionale, che pesa maggiormente sui redditi bassi rispetto a quelli elevati. Esattamente il contrario di quanto prevede la Carta Costituzionale.

Siamo agli specchietti per le allodole. Pagare meno tasse è un discorso accattivante, ma se il cittadino ha la freddezza di ragionare si accorgerà che si tratta di una promessa da marinaio. Se pagassimo tutti potrebbe anche essere possibile, ma poi non tutti in modo proporzionalmente piatto. Le casse erariali oltre tutto non lo consentirebbero, salvo togliere con una mano quanto si concede con l’altra. Una parte degli attuali governanti sostiene che pagare meno tasse metterà più soldi in tasca agli italiani, i quali compreranno più beni e servizi provocando una crescita economica da cui si ricaverà un maggior gettito fiscale a chiusura virtuosa del cerchio. Mi sa tanto della storiella della ricottina, che finisce per sfracellarsi per terra: non c’è bisogno che la ricordi perché la conoscono tutti.

 

Morire di custodia cautelare

Il comandante dei Carabinieri, il generale Giovanni Nistri, si è rivolto a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, un giovane morto a Roma il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare, dopo essere stato fermato dai carabinieri in quanto era stato visto cedere delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota, perquisito e trovato in possesso di confezioni di hashish (21 grammi), cocaina (tre dosi) e di un medicinale per curare l’epilessia, malattia da cui era affetto. Le ha scritto: «Abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà. Abbiamo la vostra stessa impazienza perché il vostro lutto ci addolora da persone, cittadini, nel mio caso, mi consenta di aggiungere: da padre. Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno».

Se queste parole fossero state scritte dopo pochi giorni dal fatto, sarebbero state perfette, oggi, a distanza di quasi dieci anni, suonano quasi come una beffa. Meglio tardi che mai… Sì, ma al tardi c’è un limite e, nel caso in questione, tale limite è stato ampiamente superato in termini temporali e soprattutto a causa di coperture, depistaggi, contraddizioni e perdite di tempo. Al comprensibile imbarazzo dei superiori doveva fare seguito una loro leale ammissione di responsabilità oggettiva assieme alla disponibilità a ricercare la verità e ad individuare e colpire le responsabilità soggettive. Invece…

Il caso ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica anche a seguito della pubblicazione delle foto dell’autopsia, talmente eloquenti da suonare come una precisa denuncia di maltrattamenti a cui Stefano Cucchi è stato sottoposto alla faccia di tutte le perizie mediche che si sono succedute. Mio padre, quando non si riusciva a trovare una spiegazione plausibile per una morte violenta, mentre le indagini giravano a vuoto e la giustizia pestava l’acqua nel mortaio, era solito sentenziare amaramente: “As veda ch’lè mort parchè i g’an preghé un colp!”. Probabilmente lo avrebbe ripetuto per il caso di Stefano Cucchi, sulla cui morte la verità non è venuta a galla dopo ben dieci anni in una interminabile bagarre di cause giudiziarie.  Tutti hanno capito che non si volevano scoprire certi comportamenti connessi all’arresto e alla detenzione del giovane, cui ha fatto seguito un balletto di ricoveri e di referti ospedalieri: al termine di questa autentica via crucis, Stefano muore. Qualcuno ha il cattivo gusto, oltre che l’impudenza, di ipotizzare la morte per anoressia e tossicodipendenza, mentre la famiglia pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio, nelle quali sono ben visibili vari traumi contusivi (volto tumefatto, un occhio rientrato, la mascella fratturata e la dentatura rovinata) e un evidente stato di denutrizione.

Questo ragazzo ha subito un vero e proprio pestaggio e nessuno si è preoccupato di constatarlo e di curarlo. Può darsi abbia avuto reazioni violente all’arresto, ma i tutori dell’ordine devono avere i nervi a posto e, per nessun motivo al mondo, possono lasciarsi andare a reazioni tali da compromettere la vita dell’arrestato sottoposto alla loro custodia. Carabinieri, polizia penitenziaria, medici dell’ospedale militare: una girandola di accuse finite in una vergognosa pantomima. Forse quanto è successo non si saprà mai fino in fondo. Le indagini, le inchieste, i processi fino ad oggi non hanno cavato un ragno dal buco. Sul più bello (sic) l’arma dei carabinieri viene presa da una sorta di rimorso di coscienza ed esprime il desiderio che venga fatta piena luce anche e soprattutto sugli appartenenti all’arma stessa coinvolti nella vicenda. Ho riletto per sommi capi la cronistoria processuale: mi spiace molto, ma mi sento onestamente offeso, perché si capisce fin troppo bene come tutta la vicenda sia sovrastata dalla cattiva volontà di insabbiare un episodio inquietante e sconvolgente.

Ilaria Cucchi, la sorella meritoriamente impegnata a chiedere giustizia per il fratello, ha reagito in modo esemplare alla lettera ricevuta dal generale Nistri e sopra riportata: «È stata per me un momento emotivamente molto forte. Perché è arrivata dopo anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti traditi ed essa è tornata a scaldarmi il cuore, a scacciare il senso di abbandono che ho vissuto in questi nove anni. Oggi finalmente posso dire che l’Arma è con me. Come scrive Nistri, mio fratello è morto, ma ad essere lesa, insieme alla sua vita e a quella della mia famiglia, è stata anche l’Arma e i suoi centomila uomini cui la lettera fa riferimento». Una lezione di educazione civica! Grazie Ilaria!

Europeismo non è vintage

Mi considero un nano della politologia, ma mi permetto di essere d’accordo (quasi sempre) col gigante Massimo Cacciari. Ho introdotto questa metafora perché, durante un recente dibattito televisivo, a cui oltre al suddetto filosofo prestato alla critica politica, hanno partecipato anche l’ex ministro Carlo Calenda ed il giornalista e scrittore Massimo Franco, facendo riferimento alle forze in campo a livello europeo, si è fatta la distinzione tra i sovranisti-nani e gli europeisti-giganti a significare da una parte il velleitario rigurgito nazionalista vocato all’insignificanza e all’emarginazione economica a confronto con gli Stati potenti della terra, dall’altra parte la possibilità di entrare in gioco con una Unione europea più “federalizzata” che marci ad una velocità più spedita rispetto ai numerosi rallentatori e frenatori.

È questa la partita politica, probabilmente epocale, che stiamo vivendo e che avrà una tappa molto importante e delicata alle prossime elezioni europee: la prosecuzione della strada previo rafforzamento dei vincoli in senso federale e a costo di varare un viaggio a due velocità. Per l’Italia la sfida è quindi duplice: non solo rimanere in strada, ma aderire alla velocità rafforzata assieme ai Paesi più forti e convinti del cammino da effettuare.

Il dubbio atroce è se l’Italia, imprigionata nel penoso dualismo Lega-M5S, sia in grado di saltare sul treno ad alta velocità, ammesso e non concesso che passi, o si ripieghi sul trenino del sovranismo. Gli elettori sapranno capire la partita e schierarsi di conseguenza? Temo di no, perché quel poco di dibattito che è in corso rischia di essere fuorviante. I cittadini italiani ed europei devono capire che le emergenze non possono essere affrontate ed avviate a soluzione in una logica autonomistica o, peggio ancora, nazionalistica: il rilancio economico può avvenire solo con un’Europa unita e forte sui mercati; il problema migratorio può essere affrontato solo in un contesto europeo collaborativo e integrato; la sicurezza e la protezione sociale si conquistano in un clima di apertura e solidarietà.

Certo, come sostiene Massimo Cacciari, le istituzioni europee vanno riformate e rafforzate: non può reggere una Unione in cui le decisioni vengono adottate nel Consiglio d’Europa all’unanimità; non esiste un governo europeo con una Commissione costituita col manuale Cencelli in chiave nazionalistica; non è democrazia un Parlamento che gira a vuoto e rimane imprigionato negli schieramenti politici e nelle logiche della contrapposizione fra gli Stati membri. Molti criticano la buro-tecnocrazia europea dei poteri forti. Meno male che esiste una dirigenza tecnica di alto livello professionale ed esperienziale, altrimenti l’Europa sarebbe già finita del tutto. Nella mia modesta esperienza professionale ho sempre visto che i direttori comandano e governano i vari enti, quando i presidenti non contano niente.

Non è quindi il momento di sottilizzare e polemizzare. Turiamoci il naso sulle asfissianti polemiche interne, alziamo lo sguardo, apriamo la mente e il cuore per buttarlo oltre l’ostacolo, che si chiama euroscetticismo, e premiamo chi per storia, vocazione, idee e programmi concede un po’ di credibilità in senso europeista. Potrebbe bastare rileggere la storia degli inizi dell’Europa e farsi guidare da quei protagonisti ricercandone gli epigoni pur limitati e modesti.

La giustizia distratta che può distruggere

Non provo alcun piacere nel sapere che una persona condannata è in carcere a scontare la sua pena, anzi mi prende un senso di sconfitta personale e sociale e una forte angoscia per tutti coloro che sono direttamente coinvolti nella vicenda. Ho un’idea di giustizia riparatrice e non vendicativa.

In questi giorni è venuta però a galla una notizia piuttosto sconvolgente:  Said Mechaquat, che ha confessato di aver ucciso con una coltellata alla gola Stefano Leo nel lungo Po a Torino con un paradossale movente psico-patologico (era felice e per questo l’avrebbe punito), doveva essere in carcere per scontare una pena a cui era stato condannato con sentenza definitiva (un anno e sei mesi per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni della ex compagna), mai eseguita per un ritardo o per un errore materiale. La cancelleria della Corte d’Appello presso cui la condanna era diventata esecutiva avrebbe dovuto trasmettere l’informazione alla Procura ordinaria, che, a sua volta, avrebbe dovuto dare corso all’ordine di carcerazione. La comunicazione non è partita e la carcerazione non è avvenuta.

Il tutto sarebbe da imputare alla mancanza di personale negli uffici giudiziari o comunque ad un disguido di carattere burocratico. Il giudice della Corte d’Appello di Torino ha chiesto scusa alla famiglia Leo non per una manchevolezza della Corte, ma per un disguido successivo all’emanazione della sentenza. Probabilmente il Ministero aprirà un’inchiesta per capire cosa sia successo. Fatto sta che, con ogni probabilità, se le cose avessero funzionato, il potenziale assassino sarebbe stato in carcere e di conseguenza Stefano Leo sarebbe ancora in vita. La storia non si fa con i “se”, ma in questo caso clamoroso non si può evitare di recriminare. È pur vero che la furia omicida si sarebbe potuta scatenare successivamente per colpire altri eventuali soggetti, resta comunque l’ulteriore sgomento per un caso già incredibile e sconvolgente. Piove sul bagnato della disgraziata sorte di Stefano Leo e sulla disperazione dei suoi parenti.

L’errore è purtroppo sempre possibile: la macchina della giustizia non è perfetta e presenta buchi enormi a tutti i livelli e in tutti i sensi. Siamo di fronte ad una delle carenze peggiori della nostra società. Penso che il caso Tortora sia lo spaventoso emblema di questa inquietante realtà. I giudici e tutti gli operatori della giustizia sono uomini e possono sbagliare. Mala giustizia e mala sanità sono però i buchi neri più difficili da accettare, perché toccano direttamente nel vivo della carne umana. Le carenze strutturali ed organizzative sono piuttosto evidenti e indiscutibili, temo però che ad esse si aggiunga una mancanza di etica professionale assai diffusa nella nostra società e che non risparmia gli ospedali e i palazzi di giustizia.

Non voglio scaricare colpe a destra e manca, non chiedo la ricerca del capro espiatorio, non è giusto colpevolizzare intere categorie, non intendo gettare la croce addosso a nessuno. Restando a sanità e giustizia spesso devo ammettere come non sarei personalmente in grado di reggere la responsabilità di un’operazione chirurgica e/o di un processo penale. Alcuni mi rispondono che ci si fa l’abitudine: ho i miei dubbi, anche se forse qualcuno ci fa un po’ troppo l’abitudine. Dobbiamo capire che dal nostro comportamento dipende, più o meno, la vita degli altri: se io svolgo male il mio lavoro, non solo rubo lo stipendio, ma innesco un circuito dannoso che tocca parecchi soggetti e può sfociare anche nel dramma e nella tragedia.

Tornando al discorso della giustizia, in questi giorni il Capo dello Stato, anche nella sua funzione di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha messo in guardia i giudici rispetto all’influenza dei social media, strumenti che, se non amministrati con prudenza e discrezione, possono offuscare la credibilità e il prestigio della funzione giudiziaria e li ha richiamati ad un profondo rispetto della deontologia professionale e della sobrietà dei comportamenti. Tutti, dal Ministro all’usciere, trovino la volontà di migliorare la situazione. Per cortesia, non scherziamo col fuoco, anche perché prima o poi può colpire chiunque.