La rabbia è tanta, la politica poca

Quante volte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha suonato l’allarme per il clima sociale rancoroso che sta avvelenando i rapporti fra i cittadini italiani. Questi contrasti configurano talora una vera e propria guerra fra poveri. Un focolaio è esploso nei giorni scorsi a Roma, a Torre Maura, dove si è scatenata la rabbia contro l’arrivo dei rom con manifestazioni volte ad una minacciosa protesta contro il trasferimento di famiglie di etnia rom in un centro di accoglienza sito in un quartiere periferico.

Le immagini televisive hanno documentato un atteggiamento di intolleranza preoccupante, sintomo di un profondo disagio sociale, che, come spesso accade, si sfoga su persone sgradite, ma non per questo responsabili del clima di degrado e di abbandono in cui languono certe periferie. “Quei bastardi devono bruciare” urlava la folla inferocita, che ha dato fuoco ai cassonetti, a una macchina di servizio degli operatori del centro di accoglienza ed ha innescato una guerriglia urbana, direttamente o indirettamente istigata da forze di estrema destra sostenitrici della protesta dei residenti esasperati dalla mancanza di servizi e dal degrado di questa zona abbandonata a se stessa.

Esistono responsabilità per quanto sta accadendo? Certamente da parte degli amministratori locali: potevano almeno dialogare con la popolazione per spiegare quella decisione. Non è facile incontrare queste persone, me ne rendo conto, ma un amministratore deve avere il coraggio di farlo per ascoltare le lamentele, per poi intervenire fin dove possibile e per evitare assurde e penose contrapposizioni frontali tra chi soffre di emarginazione sociale. Invece si fa sfoggio di decisionismo per rimangiarselo immediatamente e procedere al ricollocamento di quel gruppo di rom sballottati da un posto all’altro come si fa con i rifiuti più ingombranti.

Durante la mia esperienza di presidente di quartiere mi capitò di incontrare gli abitanti di un palazzone degradato: un piccolo ghetto. Ne ascoltammo le sacrosante ragioni, anche se non avevamo potere e mezzi di intervento, ma ci facemmo carico di presentare all’amministrazione comunale le istanze di questa povera gente. Volendo, si riesce a dialogare anche con persone piuttosto infuriate: basta presentarsi con umiltà, ammettere le proprie responsabilità e concordare una relativa via d’uscita. Per quanto ricordo fu forse la più bella, seppur difficile, esperienza come operatore pubblico nella vita di un quartiere.

Ci sono anche altre responsabilità: c’è chi politicamente soffia sul fuoco e strumentalizza vergognosamente rabbia e paura; c’è chi avvalora un clima politico generale di egoismo conflittuale e incendiario nelle situazioni più clamorosamente connotate dalla povertà e dal disagio. Ricordo che in quel citato incontro, io, presidente democristiano, ebbi al mio fianco un autorevole e impegnato esponente comunista, che seppe coprirmi le spalle con la sua credibilità dialogante: era il grande e indimenticabile Mario Tommasini, che non si stancava di spiegare e rispiegare il da farsi, accettando anche le più forti critiche al limite dell’insulto. Si fa così: non c’è alternativa. Purtroppo la sinistra ha perso questo potere di rappresentanza e di filtro verso questi gruppi di emarginati. La sinistra non ha più il contatto con le frange del moderno “sottoproletariato” (con tutto il rispetto possibile e immaginabile per i gravi problemi di queste persone) e lo spazio lo stanno coprendo gli estremisti di destra a livello locale e i qualunquisti giallo-verdi a livello nazionale.

Prima o poi anche Virginia Raggi, la sindaca grillina di Roma, dovrà pur rendere conto del suo operato e della sua incapacità di gestire queste situazioni estreme, ma piuttosto diffuse, di marginalità sociale. È comodo pontificare con l’antipolitica, cavalcare la protesta, proporsi come il nuovo che avanza, lasciando indietro gli ultimi della pista a “scancherare” contro i rom, che non c’entrano niente.  Diamoci una mossa prima che sia troppo tardi, perché la democrazia si perde anche così.

Dell’ira mondiale non ci curiamo

Tutte i più autorevoli istituti internazionali con voce in capitolo sostengono che l’Italia sta vivendo una piatta e preoccupante crisi economica, senza prospettive di ripresa, complice la mancanza di guida governativa. A giudicare dalla reazione della nostra compagine ministeriale sembra che questi illustri personaggi stiano prendendo un granchio pazzesco: si va dall’indifferenza delle alzate di spalle ai rimbrotti per l’invadenza, dagli attacchi sclerotici alle pleonastiche rivendicazioni di autonomia. Vale la pena citare per tutte la reazione dimaiana all’impietosa ma attendibile analisi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): “Tra il popolo italiano e l’Ocse scelgo il popolo italiano”. Se non è populismo questo…

I casi sono due: o ci sono sparsi per il mondo nemici del governo italiano, che mettono in giro notizie allarmistiche, dati fasulli, giudizi faziosi in modo da sputtanarne l’azione, oppure siamo i più intelligenti del mondo e ci lasciassero vivere in santa pace. “Dell’ira tua non mi curo” grida Turiddu a Santuzza in Cavalleria rusticana; la donna gli stava sbattendo in faccia la realtà e lui voleva negare l’evidenza; Santuzza gli augurò la “mala Pasqua” e sappiamo come andò a finire. Non intendo assimilare le scaramucce fra il governo Conte/Di Maio/ Salvini ed il resto del mondo ad un duello rusticano, ma i toni sono alti e soprattutto vi è la tendenza dei nostri ministri a svaccare le critiche che piovono da tutte le parti.

Se è vero che non si possono pretendere i miracoli da una compagine governativa in pista da nove o dieci mesi, è altrettanto vero che il buon giorno si vede dal mattino. Se è vero che molte responsabilità possono essere ricondotte ai predecessori, non si può giocare continuamente allo scaricabarile. Che stupisce e preoccupa è soprattutto il presuntuoso vuoto pneumatico spacciato per cambiamento epocale. L’oste ha il diritto/dovere di enfatizzare la qualità del proprio vino, ma il bevitore ha la necessità di assaggiare e scegliere senza bisogno di sbronzarsi.  È possibile che tutti dicano fesserie quando suonano l’allarme sull’andamento della nostra economia? È possibile che esista nei confronti del governo italiano una sorta di complotto cosmico? È possibile che l’Italia sia vittima sacrificale dei cosiddetti poteri forti disturbati dal nostrano pentaleghismo?

Certamente qualcuno dei detrattori avrà un po’ di puzza sotto il naso e sarà infastidito dai nuovi inquilini dei palazzi italiani, qualcuno esagererà per rendere meglio l’idea, qualcuno la vorrà far cadere dall’alto: lo ammetto, ma di fronte alle osservazioni critiche non si può sviare il discorso e buttarla in rissa programmatica.

Quando frequentavo la scuola elementare, mio padre, esaminando i miei quaderni, con malcelata soddisfazione, lamentava i giudizi un po’ troppo severi della maestra, frutto del suo vecchio stile di insegnamento e del suo atteggiamento piuttosto severo. Sorridendo si riprometteva di andare a colloquio con la maestra stessa ed ipotizzava simpaticamente di indirizzarle questa bonaria critica: “Sa, signora maestra che lei è un po’ stitica”. Non vi dico le risate di tutta la famiglia (mia madre, mia nonna paterna, mia sorella ben più grande di me) anche perché mio padre si premurava di aggiungere: “A t’ capirè se mi a m’ permetriss äd criticär ‘na méstra”. E giù a ricordare la sua maestra, di cui aveva scoperto la tomba e che lodava con le lacrime agli occhi.

Un bagno di umiltà di questo genere è consigliabile ai nostri attuali governanti: alla severità dei giudicanti non si risponde con le pernacchie dei giudicati. Ci si infila in una deriva che alla fine mette ancor più in cattiva luce i soggetti sul banco degli imputati, butta all’aria il castello difensivo (ammesso che esista), spazza via attenuanti e ravvedimenti. Non resterà che appellarsi alla clemenza della corte, mentre l’economia avrà magari già approntato il patibolo.

 

Menare il can per l’Arcadia

Come noto, si dice che non fa notizia un cane che morde un uomo, ma un uomo che morde un cane. In questi giorni possiamo dire che fa notizia un uomo che perdona un cane. Andiamo con ordine. Due anni fa a Mascalucia, un paese in provincia di Catania, un bambino di 18 mesi è stato improvvisamente aggredito da due cani di proprietà della famiglia, due esemplari di dogo argentino; il bambino, azzannato alla gola da Asia (uno dei due cani di sui sopra), era rimasto ucciso sotto gli occhi della madre, anch’essa ferita nel tentativo di difendere il figlio. Ebbene, quei due cani hanno continuato a vivere e hanno potuto fare un percorso riabilitativo presso l’Associazione Arcadia di Rovereto che si occupa di interventi assistiti con animali: tutto al fine di un loro reinserimento sociale, sfociato, per Asia, nell’adozione presso una famiglia disponibile ad accoglierla previa verifica su affidabilità e sicurezza.

Il presidente di Arcadia considera molto positivamente l’affidamento di questo animale recuperato: «Si dà una seconda opportunità a tutti gli esseri viventi. Questo è un successo non solo dell’associazione, ma della collettività, che si deve sentire tutelata e assistita perché solo in questo modo può essere rispettato il diritto alla vita e alla libertà che troppo spesso viene leso e tolto per superficialità e mancanza di competenza».

Non ho mai avuto eccessiva simpatia per gli animali anche se li ho sempre rispettati. Di fronte a certi inquietanti episodi di aggressione canina non ho mai colpevolizzato i cani, che in fin dei conti seguono il loro naturale istinto, ma i padroni che non sono capaci di far sentire la loro voce. Mi sono detto più volte: “Non ucciderei i cani, ma i loro proprietari che non li addestrano, non li controllano e non li sanno gestire”. Niente da obiettare quindi se si tenta di recuperare un cane protagonista di fatti incresciosi, purché il percorso sia una cosa seria e il reinserimento avvenga con tutte le garanzie e le cautele del caso. Su questo mi permetto di nutrire qualche serio dubbio: come si fa a rieducare, garantendo ad un tempo il benessere degli animali e la sicurezza pubblica? Non sarà per caso la volontà faticosa e inutile di voler drizzare le gambe ai cani? Mi sembra che quanti abitano nelle vicinanze della famiglia affidataria abbiano espresso qualche contrarietà, dettata dalla paura che un simile animale possa tornare ad aggredire e magari ad uccidere un altro bambino.

Il discorso di fondo è però un altro e riguarda i pesi e le misure: quanta comprensione per un cane e quanta poca comprensione per un carcerato e quanta poca fiducia nella possibilità di un suo recupero e reinserimento! Quanta cattiveria verso un uomo responsabile di un grave reato: a marcire in una cella dopo averne buttato via le chiavi! Nessuno ha tanto spirito vendicativo verso un cane ed il suo distratto padrone. Per fortuna quanto all’affidamento non si dovrà fare molta differenza tra coppie etero e omo sessuali: vanno tutte bene purché li sappiano tenere al guinzaglio. Magari questo sarà considerato un atto irriguardoso verso i cani… Si dice che chi non ama gli animali non sappia amare nemmeno gli uomini: preferisco partire dall’amore all’interno del genere umano, poi semmai vengono gli animali.

Mio padre aveva rispetto per gli animali anche se li teneva a debita distanza. Aveva un conto aperto con i cinofili: li riteneva troppo tolleranti. Quando vedeva una persona tanto premurosa e accondiscendente verso il proprio cane non poteva tacere ed esprimeva un certo sano scetticismo: «Aj can i gh läson fär tutt col ch’j n’an vója, a un ragas par molt meno i gh’ dan un s’ciafón…». Oppure, in campo economico, vedendo le cure e le attenzioni riservate a cani e gatti, così sferzava le lamentazioni: «Po’, chi n’en venon miga a dìr cla gh va mäl…».

In materia raccontava due episodi accadutigli. Stava lavorando nell’appartamento di una signora che aveva un cagnolino all’apparenza innocuo. La bestiola approfittando di un attimo di disattenzione di mio padre, intento a dipingere uno zoccoletto, gli si avvicinò quatto quatto e gli diede “’na bocäda in-t-un garlètt”. La padrona di casa venutolo a sapere cominciò la solita menata: «Ma come mai, il mio cane è così buono?». «Al sarà bón, mo al m’à dè ‘na bocäda!». «Secondo me, disse assurdamente quella anziana signora, lei gli avrà fatto un dispetto, magari tempo fa, in stradone dove lo porto spesso…». Mio padre, a quel punto, chiuse il discorso che si stava facendo surreale.  “Adésa a v’ mètt a pòst mi”, pensò fra sé. Ogni volta che quel bel cagnolino osava avvicinarsi gli appioppava un colpetto in testa con il manico del pennello e naturalmente il cane si allontanava abbaiando. La padrona chiedeva: «Ma cosa c’è insomma tra lei e il mio cane?». «Njént siòra, col so can am son spieghè sénsa bizògn d’andär in stradón…». E senza bisogno di percorso di recupero, o meglio con uno sbrigativo percorso preventivo da preferire a quello eventualmente successivo ad un fatto grave ed irrimediabile.

Un’altra volta mentre stava arrivando al lavoro in un casolare di campagna, gli corse incontro un grosso cane. Ebbe la freddezza di stare fermo, il cane gli abbaiò intorno fintantoché arrivò il padrone, che da lontano aveva assistito alla scena. «Meno male che lei è stato fermo, perché se reagiva o scappava, chissà cosa sarebbe successo…». Mio padre, ripresosi dallo spavento, chiese al padrone: «A portol anca lu al so can a fär un gir in stradón? Parchè acsí am so regolär e in stradón a ne gh mètt pù pè». Incidente chiuso.

 

 

Il diavolo in riva al Po

«L’ho ucciso perché aveva un’aria felice. L’ho scelto perché appariva felice». Il 27enne italiano di origine marocchina, Said Machaouat, ha confessato di aver ucciso con questa incredibile motivazione il giovane Stefano Leo a Torino, in riva al Po. «Un movente banale quanto terrificante» ha dichiarato il procuratore di Torino Paolo Borgna.

Il giorno del delitto il 27enne ha maturato la volontà di uccidere qualcuno: per questo motivo ha comprato un set di coltelli e li ha gettati tutti tranne uno, quello che poi ha usato contro Leo. «Volevo uccidere un ragazzo come me, sottrarlo alla sua famiglia e togliergli tutte le promesse di felicità». La decisione di costituirsi è maturata dopo un mese di fuga e dopo aver sentito nuovamente un impulso all’omicidio. «Avevo una voce dentro di me che mi diceva di uccidere ancora. Così mi sono costituito».

Quando l’omicidio non trova giustificazioni plausibili è un fatto ancor più drammatico e sconvolgente. Non sono uno psicologo né un criminologo né un neuropsichiatra. Cerco di ragionare sull’irragionevole. Ammesso e non concesso che non esistano ulteriori elementi alla base di questo fatto di sangue, prendendo quindi per buona la ricostruzione psicologica ed organizzativa del reo confesso, riesco a collocare questo evento nel perimetro esistente tra scienza e religione, fra l’inspiegabile ed estrema follia omicida ed il vero e proprio intervento demoniaco.

“Chi schiva ‘n mat fa ‘na bón’na giornäda oppure “s’al n’ é ’l diävol, l’è só fiôl”. Non posso che rifarmi alla saggezza popolare perché credo sia l’unica via d’uscita. Presumo si scatenino le scienze inesatte: preferisco inorridire restando coi piedi per terra o, meglio, tentando una spiegazione “banale” e inquietante ad un tempo.

Mia madre, così come era rigorosa ed implacabile con gli anziani era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “jén dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”. Probabilmente sarebbero entrambi spiazzati di fronte ad un simile fatto di sangue. Lo sono anch’io. Provo un grande senso di pietà per la vittima e per il carnefice.

“Avevo una voce dentro che mi diceva di uccidere ancora”: è questa la frase che mi fa pensare all’indemoniato, anche se non sono portato a leggere la realtà di fede in chiave anti-diabolica. Però… nel vuoto assoluto valoriale e ideale un giovane può rischiare di essere posseduto dal demonio ed essere sopraffatto da vampate maligne di ribellione estrema contro chi simboleggia le regole di vita e magari osa involontariamente ricordargliele.

Ho più volte citato un episodio. Racconta Vittorino Andreoli, il noto esperto e studioso di psichiatria criminale, di avere avuto un importante e toccante incontro con papa Paolo VI, durante il quale avranno sicuramente parlato non di meteorologia ma di rapporto tra scienza e religione nel campo della psichiatria e dello studio dei comportamenti delinquenziali. Al termine del colloquio il pontefice lo accompagnò gentilmente all’uscita, gli strinse calorosamente la mano e gli disse, con quel tono a metà tra il deciso e il delicato, tipico di questo incommensurabile papa: «Si ricordi comunque, professore, che il demonio esiste!».

 

In aria coi piedi piantati in terra

Alle dichiarazioni ex cathedra, vale a dire le “infallibili” definizioni che il Papa dà in materia di fede e morale, ironicamente ridefinite ex fenestra dalla teologa Adriana Zarri negli anni sessanta (era una polemica ma interessante discussione sui facili pronunciamenti papali durante i discorsi dalla finestra del suo studio), preferisco gli ormai abituali discorsi “ex aereo” di papa Francesco. Durate i suoi viaggi di ritorno dalle scorribande intercontinentali è solito intrattenersi con i giornalisti e rispondere a ruota libera alle loro incalzanti domande.

Reduce da un breve ma simbolico viaggio in Marocco, ha lanciato un appello all’Europa sui migranti: «I costruttori di muri, siano di lame tagliate con coltelli o di mattoni, diventeranno prigionieri dei muri che fanno. Primo: cosa la storia dirà. Secondo: Jordi Évole, quando mi ha fatto l’intervista, mi ha fatto vedere un pezzo di quel filo spinato con i coltelli. Io dico sinceramente che mi sono commosso e poi, quando se ne è andato, ho pianto. Ho pianto perché non entra nella mia testa e nel mio cuore tanta crudeltà. Non entra nella mia testa e nel mio cuore vedere affogare nel Mediterraneo; mettiamo ponti nei porti. Questo non è il modo di risolvere il grave problema dell’immigrazione. Lo capisco: un governo, con questo problema, ha la patata bollente nelle mani, ma deve risolverlo altrimenti, umanamente. Quando io ho visto quel filo spinato con i coltelli, mi sembrava di non poter credere. Poi una volta ho avuto la possibilità di vedere un filmato nel carcere dei rifugiati che tornano, che sono mandati indietro. Carceri non ufficiali, carceri di trafficanti. Fanno soffrire…fanno soffrire. Le donne e i bambini li vendono, rimangono gli uomini e le torture che si vedono filmate lì sono da non credere. È stato un filmato fatto di nascosto, con i servizi. Ecco io non lascio entrare: è vero perché non ho posto, ma ci sono altri Paesi, c’è l’umanità dell’Unione europea, deve parlare l’Unione europea intera. Non lascio entrare o li lascio affogare lì o li mando via sapendo che tanti di loro cadranno nelle mani di questi trafficanti che venderanno le donne e i bambini, uccideranno o tortureranno per fare schiavi gli uomini? Questo filmato è a vostra disposizione. Una volta ho parlato con un governante, un uomo che io rispetto e dirò il nome, Alexis Tsipras. Parlando di questo e degli accordi di non lasciare entrare, lui mi ha spiegato le difficoltà, ma alla fine mi ha parlato col cuore e ha detto questa frase: “i diritti umani sono prima degli accordi”. Questa frase merita il premio Nobel. (…) Se l’Europa così generosa vende le armi allo Yemen per ammazzare dei bambini, come fa l’Europa a essere coerente? Poi c’è il problema della fame, della sete. L’Europa se vuole essere la madre Europa e non la nonna Europa, deve investire, deve cercare di aiutare, deve cercare intelligentemente di aiutare con l’educazione, con gli investimenti. È vero che un paese non può ricevere tutti, ma c’è tutta l’Europa per distribuire i migranti, c’è tutta l’Europa. Perché l’accoglienza deve essere con il cuore aperto, poi accompagnare, promuovere e integrare. Se un Paese non può integrare deve pensare subito di parlare con altri Paesi: tu quanto puoi integrare, per dare una vita degna alla gente. (…) Ci vuole generosità, bisogna andare avanti, ma con la paura non andremo avanti, con i muri rimarremo chiusi in questi muri».

Una semplice e spontanea lezione di etica, di umanità e…di politica. Il Papa ha risposto a chi liquida l’atteggiamento cristiano come mozione degli affetti, a chi relega la teoria dell’accoglienza a retorico buonismo; ha tolto ogni e qualsiasi alibi a coloro che si nascondono dietro il “prima noi poi loro”, dietro il “non si possono accogliere tutti”, dietro il “noi abbiamo già dato”, dietro le illusorie promesse di “rimpatriate migratorie” etc. etc. Il mio grande medico ed amico sosteneva in merito all’atteggiamento da tenere di fronte alle più gravi e difficili malattie: “Non c’è mai ‘niente da fare’…”. Vale anche per chi si chiude nell’egoistico e rassegnato “murismo” (in)umano e (im)politico verso gli immigrati.

 

 

Gli opposti estremismi etici

In prossimità di un incrocio pericoloso, se non si vuol andare a sbattere e creare un’ecatombe, bisogna rallentare, se necessario fermarsi, dare la precedenza, guardare bene a destra e sinistra e poi ripartire a velocità moderata. Uso questa metafora introduttiva per tornare sul confuso, urlato e triviale confronto (?) inerente alle problematiche poco famigliari e molto vistose innescate dal congresso di Verona. Ho l’impressione che da questo consesso e da tutto il gran bailamme che ne è seguito escano tutti perdenti, in primis la famiglia.

Non si può infatti affrontare argomenti delicati con il garbo di un elefante in una cristalleria. Vale per i cosiddetti tradizionalisti di stampo religioso che ridefinirei “fanatici anti-religiosi”; vale per i combattenti per i diritti civili che diventano “pittoreschi anarchici del sesso”; vale per i difensori dell’istituzione familiare che si improvvisano “paladini del nulla”; vale per i politici carichi di contraddizioni personali alla spregiudicata caccia di consensi; vale per i media intenti a fomentare polemiche e ad incendiare un clima già anche troppo surriscaldato.

La provocazione è un’arma difficilissima da manovrare: distribuire dei mini-feti in plastica non induce a riflettere sul problema dell’aborto, ma lo retrocede a mera, inutile e grottesca colpevolizzazione generale. Non ho seguito il dibattito proprio perché ne ho rifiutato pregiudizialmente i toni: in certi casi la lontananza è doverosa ed è il miglior antidoto alla malattia della volgare superficialità. Se si potesse, occorrerebbe cancellare dalla storia presente questo sciagurato evento, invece purtroppo è diventato lo sfogatoio di tutti, una sorta di “parolaccia” etica in cui tutti si sono lasciati andare in un’assurda gara a chi la spara più grossa per non affrontare il problema.

Alla provocazione del vergognoso moralismo abbocca la multiforme galassia di movimenti e associazioni impegnati contro l’omofobia e la transfobia. Tutto ciò non serve ad affrontare seriamente i problemi: all’insopportabile oscurantismo cattolico risponde il comprensibile, anche se troppo ostentato, orgoglio della diversità, mentre in sottofondo rimane il resistente e silenzioso scetticismo omofobo che spesso esplode nelle intemperanze, violenze, persecuzioni, torture psicologiche.  Credo che da parte cattolica non ci sia proprio niente da difendere, ma al contrario ci sia da vergognarsi di annose discriminazioni ed emarginazioni: qualcuno, in mala fede, continua ad invocare il diritto ad esprimere le proprie idee ritenendolo compromesso da una legislazione sanzionatoria nei confronti dell’omofobia. Non capisco e, se capisco, vedo solo una retriva e stomachevole cattiveria moralistica con un pizzico di fascismo in più. La morale è un discorso serio, il moralismo ne è la perfida caricatura.  Credo sia meglio dialogare, ragionare, per aggiornarsi culturalmente, legiferare ed amministrare. Nel deserto del cattolicesimo bigotto, la fortezza reazionaria non merita di essere difesa, ma non è nemmeno il caso di imbastire facili e volgari trionfalismi laicisti e di lasciarsi andare ad insensate fughe in avanti.

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione? Sareste disponibili a fare gratuitamente turni di assistenza a questa mia cugina, alleviando la pena di suo marito, costantemente presente al capezzale di una moglie inchiodata nel letto senza prospettive di ritorno ad un seppur minimo livello di funzioni vitali?». Diceva don Andrea Gallo (cito a senso): «Con una ragazza incinta, sola, magari una giovane prostituta, cerco di portare avanti il discorso del rispetto della vita, faccio tutto il possibile, ma se lei non se la sente, se non riesce ad accettare questa gravidanza, cosa devo fare?».

Abbiamo assistito ad una reciproca e contrapposta “obiezione di comodo”: niente a che fare con le coscienze. Sembrano tornati di moda gli opposti estremismi, trasferiti dalla politica all’etica. Alla fine della fiera restano sul campo macerie pseudo-ideologiche, contrapposizioni manichee, radicalismi da strapazzo, protagonismi di facciata: un autentico e vergognoso funerale della famiglia. Complimenti a chi ha organizzato il ripetitivo evento, a chi lo ha strumentalizzato, a chi lo ha ridicolizzato, a chi ne ha fatto l’occasione per passerelle anacronistiche e fuorvianti, a chi ha colto l’occasione per candidarsi a rappresentare se stesso, a chi ha gridato al lupo creando la ghiotta occasione per una lotta fra lupi. Mi viene spontaneo aggiungere una sola parola: basta!

La scombinata filiera educativa

Sono frequenti e ricorrenti gli episodi di violenza ai danni di bambini frequentanti gli asili. Non ho conoscenza degli esiti giudiziari delle procedure aperte a carico degli operatori e delle operatrici incolpate di tali reati e nemmeno della loro sorte professionale. Le cronache, come sempre, si fermano all’impatto iniziale, creano il solito allarmismo per lasciare poi a marcire il problema e mettere nel dimenticatoio i risvolti giudiziari.

Sta diventando un problema serio, anche se non riesco a capire se talora ci sia un po’ di esagerazione: stando ai riscontri documentali, costituiti soprattutto dai filmati ottenuti con telecamere nascoste, sembra che il fenomeno sia reale e preoccupante. Ammetto che lavorare in mezzo ai bambini sia impegnativo e pesante: come diceva mio padre, infatti, i bambini sono belli e simpatici in casa degli altri. C’è comunque di peggio a livello di logorio professionale. Mi risulta che, sia a livello pubblico, sia a livello privato, sia a livello convenzionale pubblico-privato, la formazione, la preparazione e la selezione degli addetti all’infanzia sia qualitativamente sufficiente, almeno sulla carta. Non so se esista un valido sistema di controllo in itinere al di là dei blitz delle forze dell’ordine messe spesso in allarme dai genitori.

Il problema educativo è importantissimo e delicatissimo: è nell’età infantile che si radicano e si formano i bambini nella loro psicologia. Siamo passati nel tempo da schemi disciplinari molto rigidi a metodologie assai permissive, da un’estremità all’altra, come succede spesso.  I rapporti con le famiglie sono dettati più da esigenze logistiche ed organizzative che da collaborazione fra le diverse entità educative: per dirla brutalmente ho l’impressione che l’asilo infantile venga considerato come un deposito di cui servirsi per snellire le procedure famigliari. Tutta l’organizzazione sociale mette a repentaglio la sorte dei bambini, sballottati da un luogo all’altro, da una persona all’altra, spesso tra la casa dei nonni e l’asilo, tra i nonni e le educatrici dell’infanzia, con interventi marginali e residuali dei genitori altrove occupati a livello lavorativo.

Il clima è cambiato. Faccio un revival personale: da piccolo avevo a mia disposizione la mamma, la nonna, la sorella maggiore, la suora dell’asilo e ciononostante mi sentivo a disagio, non ero sereno. Se tanto mi dà tanto… C’è il problema di rendere compatibile l’impegno professionale dei padri e delle madri con la responsabilità educativa genitoriale; esiste la necessità di trovare la combinazione ottimale fra strutture socio-educative e famiglie; non si possono dimenticare i problemi economici che condizionano l’intera impalcatura a livello privato e pubblico; sarebbe opportuno selezionare e seguire attentamente i troppi percorsi formativi intrapresi dai bambini (sport, scuola di danza, scuola di musica, scuola di lingue, festicciole varie, videogiochi, etc. etc.). Non voglio ripetermi, ma ricordo di avere captato i discorsi fra mamme: si lamentavano degli eccessivi impegni appioppati da loro stesse sulle deboli spalle dei figlioletti e facevano l’elenco simile a quello di cui sopra, in fondo aggiungevano il corso di catechismo. È detto tutto sulla confusione educativa che regna in capo ai bambini.

Tutto va considerato, ma credo che, al di là di tutto, stia venendo a mancare l’etica: si lavora male, si collabora poco, si controlla ancor meno. Alla fine della fiera chi ci rimette sono i soggetti deboli: i bambini, i quali, cresciuti male, si “vendicheranno” e “picchieranno” gli insegnanti della scuola superiore, passando da “vittime a carnefici”, con le famiglie a scandalizzarsi e a tifare contro la scuola. Chiedo scusa dell’esagerazione, ma il quadro non è dei più confortanti.

A ognuno il suo mestiere

Parecchio tempo fa mi raccontavano di un incontro informale tra amministratori pubblici della provincia di Parma: un pianto cinese sulle difficoltà finanziarie dei comuni e sulle ristrettezze delle loro comunità. Ad un certo punto uno dei partecipanti sbottò e cominciò ad esprimersi in dialetto, adottando uno spontaneo e simpatico intercalare, scaricando colpe a più non posso sul sistema bancario reo di compromettere sul nascere ogni e qualsiasi intento di ripresa: «Parchè il banchi, ät capi…» diceva a raffica e giù accuse agli istituti di credito. Questo per dire che a volte la politica tende a scaricare sue responsabilità su altri soggetti, ma è pur vero che i detentori del potere finanziario tendono a condizionare scorrettamente la politica, magari dopo avere creato disastri (gli esempi sono numerosi a tutti i livelli, Vaticano compreso). Succede in Europa, in Italia, a Parma.

Ha comunque fatto benissimo il presidente Sergio Mattarella a mettere i puntini sulle “i” per quanto concerne i poteri di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario.  Pur firmando la promulgazione della legge istitutiva ha fatto una serie di precisazioni di carattere istituzionale. Le preoccupazioni presidenziali sono sostanzialmente tre. In primo luogo egli scrive: “Occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri di Banca d’Italia, Consob, Ivass, Covip, Banca Centrale Europea. Ciò urterebbe con il loro carattere di Autorità indipendenti, sancito, da norme dell’ordinamento italiano e da disposizioni dell’Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati”. Attenzione cioè a non creare il controllore dei controllanti in una assurda e pericolosa escalation con effetti devastanti sul mondo bancario e finanziario.

In secondo luogo il Capo dello Stato entra nell’ambito di attività della suddetta Commissione: “Non può passare inosservato che, rispetto a tutte le banche, e anche agli operatori finanziari, questa volta viene, tra l’altro, previsto che la Commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell’attività creditizia, sino a coinvolgere le stesse operazioni bancarie, ovvero dell’attività di investimento nelle sue varie forme”. Attenzione cioè a pretendere una sorta di commissariamento delle banche e dell’intero sistema creditizio: siamo in un sistema liberal-democratico e non in un regime dove tutto è controllato dall’alto.

In terzo luogo, relativamente al discorso della separazione fra attività d’inchiesta e quella dell’autorità giudiziaria, Mattarella dichiara: “Il principio di non interferenza e quello di leale collaborazione vanno affermati anche nei rapporti tra inchiesta parlamentare e inchiesta giudiziaria. Come ha più volte chiarito la Corte Costituzionale, l’inchiesta parlamentare non è preclusa su fatti oggetto di indagine giudiziaria, ferma restando la diversità degli scopi perseguiti da ciascuna istituzione espressa con la formula del ‘parallelismo a fini diversi’. L’inchiesta non deve tuttavia influire sul normale corso della giustizia ed è precluso all’organo parlamentare l’accertamento delle modalità di esercizio della funzione giurisdizionale e le relative responsabilità”. Attenzione cioè al voler essere più giudici dei giudici.

Sembrano raccomandazioni molto opportune. Mi viene però spontanea una riflessione: viste le cautele presidenziali, il testo della legge non deve essere molto chiaro e lineare. Allora, il Parlamento dovrebbe cominciare a svolgere bene i suoi compiti (legiferare) prime di fare le pulci alle altre istituzioni e fare d’ogni erba un fascio. Dare addosso alle banche, le quali, intendiamoci bene, non meritano grande comprensione, è uno sfogatoio piuttosto usuale. Con le arie che tirano, politicamente parlando, il rischio è quello di creare un gran polverone elettoralistico (sputtanare le banche, sparando nel mucchio, è un argomento che tira), di non chiarire un bel niente e di creare confusione istituzionale. Forse, tutto sommato, era meglio che Mattarella, prima di firmare, pretendesse alcune modifiche al testo normativo: mi sarei sentito ancor più garantito. Avrà preferito non infierire.

 

Dove credi di andare

L’aspetto inquietante della brexit non è tanto il come riusciranno a concretizzarla, ma il come stanno arrivando alle decisioni della concretizzazione. È un tema sul quale all’inizio mi sono permesso di studiare e di raccogliere autorevoli pareri in un opuscolo che è postato tra i libri di questo sito internet. Successivamente sono andato “nel pallone” e ci sono tutt’ora: non ci sto capendo più niente. In qualche modo chiuderanno la vicenda, ma in ogni caso sarà un danno per la democrazia occidentale e per l’economia europea.

Le forze politiche inglesi sono in confusione; il governo “brexante” non riesce a trovare il bandolo della matassa; l’opinione pubblica è in piena bagarre con il suo montante e tardivo pentimento; la Ue continua a sciorinare accordi puntualmente smentiti dal Parlamento inglese; i media aggiungono polemiche e incertezze ad un quadro già molto ingarbugliato. L’impressione è che non ci si salti fuori. Sembra addirittura che la premier, in ordine alle proprie dimissioni, abbia abbandonato lo scioglilingua del “May dire mai”: avrebbe infatti politicamente offerto su un piatto d’argento (?) la propria testa pur di chiudere una penosa, squalificante e infinita telenovela.

Quello che è stato non torna indietro ed allora meglio guardare avanti e che gli inglesi vadano a farsi fottere. La vicenda dovrebbe però servire da insegnamento: se fa notevole fatica l’Inghilterra ad uscire dalla Ue, immaginiamoci cosa comporterebbe un eventuale uscita italiana. L’Unione europea non è una prigione, ma non è nemmeno un albergo a porte girevoli da cui si può uscire con disinvoltura. Per fortuna le forze politiche italiane hanno smesso di ipotizzare il divorzio dall’Europa, il solo parlarne ci ha creato serie conseguenze sul piano della credibilità internazionale, della stabilita politica e degli andamenti dei mercati finanziari. Continua però un subdolo gioco di alleanze euroscettiche e di proclami revisionisti, che mettono a repentaglio la posizione italiana nelle sue prospettive europee. Speriamo che le prossime elezioni superino queste incertezze e consegnino l’Europa a partiti “euroconvinti”: si tratta di una strada senza ritorno e, quindi, disfiamo le valigie.

Ci sono però due modi di stare in Europa, quello di vivacchiare pontificando su riforme strutturali di là da venire e quello di rimboccarsi le maniche e di lavorare per rafforzare e allargare l’integrazione. La nostra storia, la nostra tradizione, i nostri interessi ci spingono a camminare decisamente sulla strada europea, ad essere convintamente in Europa. Anche mettendo tutto sul piano della realpolitik e dimenticando i discorsi della coesistenza pacifica, del federalismo, dei diritti e dei doveri, resta comunque valida una domanda retorica: dove crediamo di andare da soli? Ma facciamoci un piacere reciproco e smettiamola di scherzare col fuoco prima che qualcuno si stufi delle nostre titubanze e ci sbatta fuori. È vero che a nessuno conviene l’uscita italiana, ma non approfittiamone, perché la pazienza potrebbe avere un limite. Oltre tutto, lo abbiamo già visto, la pazienza del sistema economico è già in bilico. Non andiamo a muovere del freddo per il letto. Sarebbe da irresponsabili! Brexit docet.

 

 

Ignorez la femme

«Come sono considerate le donne in Vaticano?». «Malissimo. Non esistono». Questo un passaggio dell’intervista fatta da Gian Guido Vecchi a Lucetta Scaraffia (docente, storica, giornalista, un’intellettuale a tutto tondo), la quale assieme ad altre dieci collaboratrici si è dimessa per protesta dalla redazione della rivista vaticana “Donne, Chiesa, Mondo”, inserto mensile dell’Osservatore Romano.

Il vaso della sfiducia e delegittimazione ha trovato la goccia che lo ha fatto traboccare: il racconto sulle suore vittime degli abusi di preti. Si tratta di un fenomeno che accade in tutti i continenti al quale si sta reagendo col silenzio da parte vaticana, problema ancor più complicato e drammatico rispetto alla pedofilia: ci sarebbero infatti vescovi e preti che hanno fatto abortire le donne di cui hanno abusato.

Si è venuto a creare un corto circuito tra il quotidiano della Santa Sede ed il gruppo di redattrici dell’inserto dedicato alla problematica presenza femminile a livello religioso e all’interno della Chiesa: un vero e proprio laboratorio intellettuale e interiore impostato su studio, ricerca, dialogo e confronto. Nonostante le aperture del papa, il quale continua a ripetere che “la Chiesa è donna”, si è entrati a gamba tesa per tacitare una voce scomoda. Molto significativo quanto afferma e scrive Lucetta Scaraffia di fronte alle attenzioni papali: «Bello, ma è un modo per trasformarci in una metafora. Vogliamo essere ascoltate, contraddette, discusse come si fa con gli uomini, non diventare metafore. Essere riconosciute come interlocutrici nella nostra diversità. Gettiamo la spugna perché ci sentiamo circondate da un clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva, da uno sguardo in cui non avvertiamo stima e credito per continuare la nostra collaborazione».

È inutile girarci intorno: la donna all’interno della Chiesa istituzione e della Chiesa comunità non conta un cavolo. Siamo ancorati ad una visione maschilista profondamente antievangelica. Le sgattaiolanti e tartufesche repliche del nuovo direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Mondo, non sfiorano nemmeno la dirompente ed ineludibile questione femminile nel mondo ecclesiale. Resiste la mentalità per cui le suore devono lavare i calzini ai preti, ma in molti casi si va ben oltre: risulta che, dopo la pubblicazione sull’inserto “Donne, Chiesa, Mondo” di un’inchiesta sullo sfruttamento delle religiose, siano arrivati alla redazione moltissimi biglietti di suore, che, senza dire chi erano, scrivevano il loro commovente “grazie”.

«Il mensile ha avuto l’appoggio dei Papi, Benedetto XVI e Francesco, e anche della Segreteria di Stato. Per il resto, dice Lucetta Scaraffia, non ci leggevano, o almeno dicevano di non farlo, di considerarci una lettura per cameriere. Vivono in un mondo maschile nel quale non è concepito che entrino le donne. Non riescono neanche a pensarci, per loro le donne non esistono». Al di là della più che comprensibile ed accettabile reazione emotiva (persino troppo contenuta e rispettosa), credo che la realtà sia proprio quella. Vorrei mettere in evidenza come il pensiero di papa Francesco, peraltro piuttosto altalenante ed espresso col freno a mano tirato riguardo ai problemi riconducibili alla sessualità, rischi di diventare un paravento dietro cui tutti fanno i propri (porci) comodi. Il continuo, stucchevole e formale richiamo alle sue parole finisce con l’essere deresponsabilizzante: il doppio binario, quello papale e quello vaticano (e non solo). Due binari che non si incontrano e, se si incontrano, qualcuno ci lascia, (non solo) religiosamente parlando, le penne: le donne appunto. E pensare che, a mio giudizio, le donne potrebbero, tra l’altro, aiutare la Chiesa ad uscire dalla crisi delle aberrazioni sessuali.