Le fogne a stadio aperto

Come noto, “la madre degli imbecilli è sempre incinta” e quindi non deve stupire più di tanto che una sessantina di ultrà della Lazio abbiano esposto a Milano in piazzale Loreto uno striscione inneggiante al Duce proprio alla vigilia della celebrazione della liberazione dal nazifascismo. Culturalmente parlando si tratta di una delle solite provocazioni fatte alla propria ignoranza e stupidità; politicamente siamo in presenza di puzzolenti carogne alla ricerca di fogne purtroppo pronte ad ospitarle direttamente o indirettamente; dal punto di vista sociale sembrano il misero sfogatoio di indistinte e generiche pulsioni rancorose; sul piano psicologico emerge una smania di protagonismo all’insegna della paradossale ritualità antistorica. Niente di nuovo, anche se non bisognerebbe fare l’abitudine a tali deleteri fenomeni.

L’aspetto inquietante è invece quello dell’infausto gemellaggio tra il tifo calcistico e la nostalgia fascista. Se ne intravedono i motivi nella violenza adottata come schema nei rapporti con gli avversari-nemici, nel culto del predominio fisico sovrapposto alla competizione sportiva, nello sport adottato come metafora di guerra sociale in campo e sugli spalti, nel fanatismo che accomuna tutte le possibili occasioni di esibizionismo. Oserei dire che il fenomeno degli ultrà del calcio è l’anticamera ideale per dare sfogo ai peggiori istinti giovanili e farne sfoggio: violenza politica, odio razziale, rivalsa sociale, protesta globale.

Mentre mio padre adottava lo stadio quale pulpito per le sue disincantate lezioni di umanità, troppi soggetti considerano il calcio gridato come un virgulto socio-economico da coltivare. Mi riferisco alle società calcistiche, le quali, anziché puntare alla socializzazione dell’evento calcistico nel senso della valorizzazione a livello di spettacolo e tempo libero, rimangono al palo del tifo mero sostenitore della “guerra” nell’arena-stadio. Penso ai media che gonfiano a dismisura l’evento sportivo innescando le micce della violenza e dell’intolleranza, salvo piangere coccodrillescamente sul calcio perduto. Penso a tutto un sistema ad incastro in cui si collocano gli ultrà: sono diventati la stucchevole colonna sonora di un film vietato ai minori, dove giganteggiano i mercenari, i manager, gli sponsor, gli scommettitori clandestini, etc. etc.

D’altra parte la società ha il calcio e lo sport che merita: il fascismo aveva bisogno di una cassa di risonanza per il regime, oggi abbiamo bisogno di un fenomeno di evasione di massa debordante nelle peggiori manifestazioni di gratuita violenza. Quando vedo queste masse, prevalentemente giovanili, scortate dalla polizia, mentre urlano come bestie feroci avviate ai recinti loro destinati, mi prende una grande tristezza e la voglia di oscurare il più bel gioco del mondo dal momento che il mondo non lo merita.

Il presidente del municipio genovese del Levante, a margine delle disgustose manifestazioni di follia fascista offerte dai tifosi laziali, ha pubblicato un post inneggiante al Duce: «È grazie a Mussolini se gli italiani hanno la tredicesima, non grazie ai sindacati». Mi permetto di rispondere a tono: «È grazie alla democrazia e alla sua forse eccessiva tolleranza se certi personaggi possono ancora esprimere simili idiozie e pubblicarle». Così come ho iniziato queste brevi considerazioni così le termino precipitosamente: “la madre degli imbecilli è sempre incinta”. A volte nel bagno e nel lavandino si avverte un fastidioso odore di fogna: è importante eliminarlo prima che si diffonda per casa. Dovrebbero bastare l’aceto bianco del buonsenso e il bicarbonato di sodio della democrazia.

La Resistenza in cantina

Nemmeno il 25 aprile riesce a dare un minimo di compattezza all’attuale governo e tutto sommato è un bene: tutto il mal non vien per nuocere. È brutto doverlo ammettere, ma nella maggioranza parlamentare che sta guidando il Paese si annidano alcuni importanti e ben identificabili germi antidemocratici e tipici dei regimi da cui ci siamo liberati (?) nell’aprile del 1945.

Il sovranismo non è forse l’anticamera o la cantina del nazionalismo di più vecchia data? Il populismo non è un dato comune e costante dei regimi autoritari e il fascismo in Italia non andò al potere proprio sfruttando il malcontento qualunquistico che serpeggiava nella gente e che non trovava sbocchi politici convincenti nelle forze democratiche? Lo strisciante esorcismo contro il fenomeno migratorio non è una moderna e camuffata espressione di razzismo?

Come la mettono con questi evidenti segni di nostalgia quanti, pur provenendo ideologicamente, culturalmente, socialmente e politicamente dall’antifascismo e dalla Resistenza, votano bellamente Lega e M5S, che dei suddetti agenti patogeni sono portatori più o meno sani? Non voglio esagerare, ma come si sentirà chi ha dato la propria vita per combattere il nazifascismo di fronte al tradimento più o meno consapevole di coloro che si lasciano incantare dai serpenti? Possibile che dopo quasi settantacinque anni le coscienze siano talmente obnubilate da far prendere le lucciole pentaleghiste per lanterne democratiche?

Anche le recenti scaramucce tra Leghisti e Pentastellati in vista delle celebrazioni della liberazione non sono affatto convincenti, lasciano il tempo che trovano, puzzano di strumentale lontano un miglio: non so se sia più eloquente la ritrosia salviniana all’ufficialità delle manifestazioni o la frettolosa e distratta adesione dimaiana alle stesse. Sono le due facce di una stessa medaglia che non ha nulla a che vedere con la nostra difficile e mai terminata storia di positiva affrancatura dal nazifascismo. Litighino pure anche sui presupposti della nostra democrazia, dove ci sta il più ci sta anche il meno.

Insisto nel chiedermi come possa votare Lega un anziano combattente partigiano o un suo erede in linea retta, come possa buttarsi nelle braccia grilline un socialista o un cattolico che legga la storia del nostro Paese, come si possa gettare nella latrina il bambino dell’antifascismo assieme all’acqua sporca della democrazia corrotta e imperfetta.

Urgono due drammatici esami di coscienza: da parte di quanti portano la gravissima responsabilità di avere, strada facendo, deviato dal solco resistenziale e costituzionale, dando magari per scontato il patrimonio ideale accumulato col sangue della lotta di liberazione e andando di fatto e con molta leggerezza in libera uscita rispetto al “fortino” democratico; da parte di coloro i quali stanno scherzando col fuoco pentaleghista magari per punire  quanti hanno sprecato la spinta ideale e tradito il bene comune per fornicare con gli affaristi e con gli opportunisti sempre in agguato.

Dopo la confessione delle proprie colpe, c’è la penitenza da fare. Propongo la rilettura meditata delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Se aspettiamo che questa ricetta ce la ordinino gli attuali stregoni e mediconi, patetici duellanti di fronte alle sacrosante celebrazioni della Liberazione, facciamo in tempo a perdere quel po’ di democrazia che ci resta e che dobbiamo difendere con le unghie e coi denti.

 

Raggi x Raggi x M5S

Nell’Italia del dopoguerra lo Stato ha salvato molte cose di pubblica (?) utilità: enti, aziende, personaggi, etc. etc. Oggi sarebbe la volta del comune di Roma sull’orlo di una crisi finanziaria, funzionale e politica. Non c’è verso di riportare ad una gestione accettabile la disastrata capitale.

Parto dall’esempio della raccolta dei rifiuti. Possibile che i cittadini romani non siano capaci di prepararli ed esporli in modo corretto? Possibile che non si riesca ad effettuarne la raccolta in modo sistematico? Possibile che non si possa programmarne lo smaltimento? Si fa abbastanza bene a Parma, perché non a Roma? Temo che la risposta  coinvolga troppi soggetti e il loro scarso impegno: manca evidentemente quel minimo senso civico nei cittadini che consenta di salvaguardare un minimo di pulizia e di decoro delle strade; manca la voglia di lavorare dei dipendenti pubblici e privati addetti alla raccolta; manca la capacità organizzativa per un servizio essenziale; manca la serietà e la qualità degli amministratori pubblici comunali e municipali nonché la professionalità dei dirigenti degli enti preposti a tale servizio. Una catena assurda di inefficienza e menefreghismo che si sta ripercuotendo sui conti e sull’immagine dell’Italia.

Non nutro antipatia personale verso la sindaca Raggi (mi ispira tenerezza), non sono prevenuto rispetto alla sua sindacatura (capisco le difficoltà), tuttavia ogni giorno nasce uno “scandaletto”, mentre la città, a detta della stessa sindaca, è fuori controllo e i cittadini, quando aprono la finestra, vedono cacca. E allora? Deve intervenire il governo con aiuti finanziari a sostegno di un comune in gravissime difficoltà? Se nel frattempo fossero state messe in atto tutte le procedure possibili e immaginabili per sanare la situazione, sarei possibilista. Il ragionamento non è tanto quello di Salvini: “O tutti o nessuno, in democrazia funziona così. Non ci sono Comuni di serie A e Comuni di serie B, Il tema è l’equità, Perché bisognerebbe favorire Roma?”. Rispunta in casa leghista lo storico e propagandistico “Roma ladrona”. Rischia di scaricarsi su Virginia Raggi l’ira salviniana e su Roma lo scontro politico incalzante fra leghisti e pentastellati: “Salvini chiede le mie dimissioni per coprire Siri. Se mi dà felpa da ministro, sgombero Casapound”.

Il ragionamento è: aiutati che il governo ti aiuta! L’amministrazione comunale romana non si aiuta e quindi non può pretendere l’aiuto dal governo. Lo stanziamento a favore della capitale ha tutta l’aria di un grazioso omaggio piuttosto che di un ragionato sostegno. Non si possono concedere fondi a scatola chiusa: si faccia una precisa ed approfondita indagine prima di decidere sul cosiddetto Salva-Roma. Tutti sanno come sia inutile o addirittura controproducente aiutare chi è sull’orlo del fallimento. Voglio sperare non sia il caso di Roma, ma lo appurino e poi decidano a ragion veduta.

Oltretutto sulla solidità del governo il vicepremier leghista rassicura: «No, no, abbiamo troppe cose da fare quindi figuriamoci se la Lega abbia voglia di far saltare tutto questo». Quindi nessuna strumentalizzazione contro i grillini e la loro irrinunciabile sindaca. Ho qualche serio dubbio, ma il rischio non è la crisi di governo provocata dal detonante comune di Roma, ma che si trovi una mediazione purchessia per continuare ad amministrare male la capitale e governare male l’Italia. Con tanto di placet degli elettori frastornati, becchi e bastonati.

L’autocaricatura governativa

Un predicatore e teologo statunitense, James Freeman Clarke, nel 1800 diceva: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Allo stupendo aforisma, che alcuni (giustamente) collegano al pensiero degasperiano, i partiti, protagonisti di questa stagione e sostenitori dell’attuale governo giallo-verde o pentaleghista come dir si voglia, hanno apportato una variante peggiorativa per la classe politica: anziché alle prossime elezioni, guardano ai sondaggi e su quelli impostano la loro lungimirante azione.

Se si passano rapidamente in rassegna i provvedimenti adottati o adottandi da Lega e M5S, si riscontrano misure che vanno dal demagogicamente emblematico al trucemente simbolico, prive di effetti concreti nel breve, medio e lungo termine. In campo economico sull’altare degli effettacci populistici del reddito di cittadinanza e del prepensionamento legalizzato si sacrificano sviluppo ed occupazione: mentre il portafoglio piange per l’andamento economico piatto e preoccupante, il governo fa il solletico alla gente inducendola alla risatina isterica.

Nel tanto chiacchierato e contrastato discorso sull’immigrazione ci si limita a usare il cotone emostatico della chiusura portuale, mentre l’emorragia prosegue con i suoi toni drammatici e inquietanti. Sul tema della sicurezza si sbandiera una illusionistica riforma della legittima difesa e ci si accontenta quindi di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.  Il discorso vale per la castrazione chimica per combattere le violenze sessuali.

L’enorme problema della fiscalità viene affrontato all’insegna della promessa della “flat tax”: paghiamo meno tasse alla faccia dell’evasione clamorosamente presente e del debito pubblico che ci sovrasta. Per i corrotti e corruttori basterà alzare il cartellino rosso di un daspo per eliminare la piaga che incide pesantemente sulle casse erariali. Per rimettere in moto l’economia ecco spuntare la bacchetta magica del decreto sblocca-cantieri: il giorno dopo partiranno i lavori e migliaia di persone troveranno lavoro.

Forse sto esagerando, ma penso risulti chiaro il concetto da cui sono partito: il governo pur di ottenere immediati consensi è disposto ad offrire una coordinata e continuativa auto caricatura di se stesso. Diventa quindi difficile anche fare opposizione: o ci si mette sullo stesso piano della sondaggistica rincorsa dell’epidermico consenso o si sposta il confronto sui problemi reali e sui tempi adeguati a soluzioni effettive. Bisogna rifasare i tempi della politica con quelli dei problemi della società, diversamente non si può nemmeno discutere nel merito dei provvedimenti legislativi ed amministrativi, perché sono soltanto fumo,  proveniente da due diverse ciminiere, che finisce negli occhi di chi non vuol vedere. Non pretendo che il Parlamento diventi una sorta di “Camera degli statisti”, ma nemmeno che resti il “pirlamento” dei prestigiatori e degli illusionisti.

 

Le nostre bilance truccate

Nello Sri Lanka, otto esplosioni in chiese ed hotel, causate probabilmente da attentati terroristici di matrice islamica, hanno causato oltre 200 morti e 500 feriti. Il clamore mediatico e l’impressione popolare suscitati da questo evento non sono minimamente paragonabili a quelli provocati dall’incendio alla cattedrale di Notre Dame a Parigi. Con tutto il rispetto per l’arte e la cultura mi permetto di essere molto più toccato dalla carneficina scatenata in Sri Lanka. Forse sto facendo grottesche ed assurde graduatorie, ma questo strano accostamento merita una riflessione.

La nostra visione del mondo non si basa sul valore della persona umana, ma sul clamore emergente dagli avvenimenti: ai Giudei aveva fatto molto effetto la risurrezione di Lazzaro e la successiva entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, molto più dell’arresto, delle torture, della crocifissione e della morte inflitti allo stesso Gesù a distanza di pochi giorni. I giudei del trattamento riservato a Gesù o se ne fregano altamente con un’alzata di spalle (scenda dalla croce e gli crederemo…) o addirittura preferiscono patrocinare la grazia ad un delinquente (liberaci Barabba!) istigati dai cinici opinion leader dell’epoca e/o dai politici opportunisti.

Abbiamo in testa uno schema totalmente sbagliato e pretendiamo addirittura che Dio lo adotti e si comporti di conseguenza. Essendo Pasqua, viene spontaneo fare riferimento agli insegnamenti evangelici. Essere attenti alle esigenze del nostro prossimo è una delle due facce della medaglia cristiana. Agli Ebrei non fregava niente dei Samaritani agonizzanti sulla strada, a noi non frega niente di chi muore negli attentati terroristici lontano dal nostro territorio. Alle gerarchie religiose non interessava niente delle speculazioni affaristiche che avvenivano all’ombra del tempio, l’importante era la sua fisica integrità e Gesù, che ebbe il torto di scacciare i mercanti, fu tolto di mezzo come un inutile e pedante rompiscatole.

A noi interessa l’integrità artistica di una cattedrale e allarghiamo pigramente le braccia di fronte alle chiese/comunità dello Sri Lanka buttate all’aria assieme ai loro frequentatori. “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”, dice Gesù e tutti a scandalizzarsi. Piangiamo sull’arte di Notre Dame messa a soqquadro e sorvoliamo su 200 persone trucidate in una lontana isola dell’oceano Indiano, di cui ricordarsi solo al momento di scegliere una chiccosa meta turistica.

Dopo il tremendo tsunami del 2004, che colpì proprio anche lo Sri Lanka oltre Indonesia, India, Thailandia, Birmania, Bangladesh e Maldive, ci fu chi si preoccupò innanzitutto e soprattutto delle proprie vacanze andate in fumo, al punto che il ministro Gianfranco Fini dovette stigmatizzare questi atteggiamenti da gente con una spanna di pelo sullo stomaco. Siamo fatto così, siamo fatti molto male!

 

Greta Sgarbo

I bambini prodigio, forse ad eccezione del solo Mozart, sono destinati a durare lo spazio della loro fanciullezza, dopo di che rientrano nella normalità con un pizzico di nostalgia e delusione. Anche il fenomeno Greta Thumberg passerà probabilmente sulle nostre teste come una meteora, ma non pretendiamo troppo da una ragazzina prestata alla contestazione politica.

Sono già in atto due atteggiamenti per neutralizzarne la portata critica. Da una parte c’è il rischio dell’omologazione, vale a dire dell’applauso da parte dei contestati: “bene, brava, bis”, ma passata la festa gabbato lo santo e noi continueremo come se niente fudesse a fare i cavoli nostri. Questa reazione è favorita dal clamore mediatico su cui si basa l’azione di Greta (non potrebbe essere diversamente), che tende a trasformarla in una sorta di eroina ecologica in linea con quelle che in tutti i tempi hanno riempito le cronache ma non hanno fatto la storia. Dal papa ai capi di stato tutti a vezzeggiarla, salvo continuare come e peggio di prima: qualche timido sussulto reattivo lei lo sta dimostrando usando parole forti che non si addicono alla dolcezza della sua immagine, ma che lasciano intendere una convinzione decisamente interessante.

Dall’altra parte c’è il tentativo di svaccare il tutto seppellendolo sotto la sabbia della genericità al limite del qualunquismo e sotto la coltre della teoria che fa solo il solletico alla realtà. In poche parole qualcuno ha fotografato la contestazione innescata da questa ragazzina, passando dal cretinismo al “gretinismo ecologico” a significare la cifra velleitaria e penosa di una battaglia contro i mulini a vento. Qualcosa di vero esiste anche in questa reazione: i problemi ecologici, affrontati in una chiave concreta, riservano problemi che vanno ben oltre le sparate globalizzanti e apocalittiche.

E allora? In un modo di dire dialettale si afferma causticamente: “la ragión la’s dà ai cojón”. Attenta quindi Greta: ti vogliono elegantemente far passare da visionaria. La tua è una contestazione pacifica e quindi non fa paura. Purtroppo nel mondo si esorcizzano le proteste violente (vedi i gilet gialli francesi) con le quali tuttavia bisogna fare qualche conticino, ma non si prendono nemmeno in considerazione quelle miti. Da parte tua però devi sforzarti di concretizzare il discorso su qualche punto preciso per non perderti nella nebbia. I grandi pensatori, che hanno promosso forti contestazioni pacifiche, si sono sempre agganciati a questioni precise anche se molto importanti e di portata generale. La storia si fa così. Non so come andrà a finire, non lo sai neanche tu, ma proponiti di lasciare un segno concreto di cambiamento e non una scia come quelle di condensazione degli aerei, che si disperdono e sfumano nell’aria: qualcuno dice addirittura che sono pericolose e potrebbe succedere anche a te di avere critiche di questo genere.

I reparti ospedalieri di concorsologia e raccomandologia

Virginia Raggi, la chiacchieratissima sindaca di Roma, risponde ai suoi detrattori più o meno giustizialisti della Lega e del PD, invitandoli a guardare in casa propria ed ai propri indagati. Non ha tutti i torti. Per quanto mi riguarda, ieri ho sbirciato in Lega (leggi vicenda Siri) oggi guarderò al PD ed ai suoi guai in quel dell’Umbria, prendendomi però la libertà di partire da lontano.

La politica (e non solo la politica) è sempre stata coinvolta nel sistema delle cosiddette “raccomandazioni”: un miscuglio di aiuti richiesti e ottenuti da persone alla ricerca di un posto o di una carriera di lavoro, di segnalazioni operate a favore di persone moralmente affidabili e professionalmente preparate, di scambi clientelari tra “favori occupazionali” e “consensi elettorali”, di vera e propria metodica del “voto di scambio”. Un tempo la politica presupponeva questi modi di agire, la gente li richiedeva o addirittura li pretendeva, la magistratura li tollerava, tutti sapevano e accettavano questo andazzo, col tempo criminalizzato e trasformato in “raccomandopoli” e/o “concorsopoli”. Sull’analogo sistema delle tangenti Bettino Craxi si difese in Parlamento sostenendo che si trattava di una prassi generale e consolidata di finanziamento a copertura dei costi della politica. Sul discorso delle raccomandazioni si potrebbe pensare che sia stato e sia una deformata e deformante idea dei rapporti tra elettore ed eletto. La magistratura dopo anni di tolleranza è partita con l’accetta e forse prende anche lucciole per lanterne, nel senso di criminalizzare ante litteram comportamenti opachi, ma spesso non inquadrabili in veri e propri reati.

Gli ospedali sono sempre stati il paradossale luogo di favoritismi, di comportamenti spregiudicati, di assunzioni facili, di promozioni clientelari e roba del genere: proprio in un campo dove dovrebbe prevalere la correttezza e la professionalità a difesa degli interessi dei malati, si è sempre scatenato il finimondo di una prassi scorretta. Sembra sia successo anche in Umbria, dove a Perugia si parla addirittura di “cupola e dove, stando al direttore generale dell’azienda ospedaliera Emilio Duca, “la gestione ospedaliera avrebbe subito sistematicamente le sollecitazioni dei massimi vertici della regione a tutti i livelli, ecclesiastici, politici, tecnici, con massoneria, Curia e Giunta ad interessarsi ‘troppo’ di gastroenterologia”. Le inchieste sono in corso e stanno sconvolgendo non solo la sanità umbra, ma anche parte della classe dirigente del Pd regionale al punto da indurre alle dimissioni la presidente Catiuscia Marini.

Andrei molto cauto: non vorrei che tutto finisse in una bolla di sapone o che fra quattro o cinque anni la Cassazione emettesse la sentenza del “fatto che non costituisce reato”. I media soffiano sul fuoco e non si capisce mai se siano spinti dalla giusta ansia di far emergere il marciume o siano solleticati dalla smania dello scoop a tutti i costi oppure dallo sputtanamento politico di Tizio, Caio e Sempronio. Qualcuno ipotizza un vero e proprio vaso di pandora da cui emergerebbero diffuse e gravi irregolarità tali da coinvolgere   molti ambienti e da scantonare in un vero e proprio sistema mafioso. Il consigliere regionale Liberati (M5S) afferma: “Mentre in Calabria ci sono i clan, in Umbria c’è allo stesso modo un meccanismo chiuso e autoreferenziale: entra soltanto chi è parte del sistema”. Accuse gravissime su cui la magistratura dovrà fare luce.

C’è anche il rischio della strumentalizzazione politica da parte di chi ha fatto del giustizialismo il leitmotiv della propria identità ed azione politica e c’è il rischio opposto di chi si nasconde dietro il garantismo. Tutto viene magari giocato sui sondaggi: l’effetto Zingaretti sembra infatti esaurirsi dopo lo scoppio di questo scandalo, i cinquestelle sorpassano nuovamente il Pd, che perde lo 0,6 per cento rispetto alla settimana precedente. La politica, sfruttando e subendo l’attacco giudiziale e mediatico, ha l’impazienza attiva e passiva dei tempi brevissimi, la magistratura, dopo avere scatenato le inchieste, ha la calma dei tempi lunghissimi. Considero comunque apprezzabile, sul piano etico e politico, il gesto della suddetta presidente Marini e mi auguro che non le succeda quanto capitato al suo quasi omonimo collega Marino, sindaco in quel di Roma (discolpato dopo quattro lunghi anni e dopo essere stato costretto a dimettersi).

Come ti allestisco un pollaio

Il combattimento di galli è un’attività cruenta organizzata a fini di intrattenimento, che mette di fronte due galli allevati a tale scopo. In alcuni paesi è ancora popolare ed appassiona soprattutto gli scommettitori, che investono i propri soldi su uno dei due galli. Il combattimento ha termine quando le ferite riportate sono tali da lasciare tramortito il gallo perdente, che spesso muore dissanguato. Non è difficile indovinare a chi faccio riferimento con questa grottesca metafora.

C’è poi l’episodio preso dai Promessi sposi, in cui Renzo va ad esporre i propri guai all’avvocato Azzeccagarbugli portandogli in dono dei polli vivi. Nell’agitazione scuote il braccio con cui li regge, e i polli, disturbati, si prendono a beccate tra loro. Ogni riferimento a personaggi politici esistenti o a fatti politici realmente accaduti è puramente casuale. O causale? Non saprei!

Quando si litiga continuamente, i casi sono due: o si vogliono costruire i motivi per potersi separare affibbiando la colpa al partner oppure si fa finta di non andare d’accordo e si tende a logorare i rapporti per poi potersi riconciliare partendo da una posizione di forza. Faccio fatica a capire in quale dei due casi si trovino leghisti e pentastellati, apparentemente sempre più litigiosi, ma sostanzialmente costretti a convivere.

Mio padre diceva con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Potrebbe verificarsi anche per Di Maio e Salvini, vittime della loro stessa verve polemica attizzata dall’eccessiva attenzione mediatica. Ogni giorno vi è puntualmente un capitolo informativo dedicato, oserei dire ormai riservato, agli scontri verbali tra questi due squallidi pavoncelli impegnati in una vera e propria rissa da pollaio.

Ultima, ma non ultima la vicenda del sottosegretario ai trasporti, Armando Siri, in quota Lega, indagato per corruzione per una tangente da 30.000 euro che avrebbe ricevuto  da un tal Arata, imprenditore impegnato nell’ambito delle energie rinnovabili, in particolare eolico, biometano e fotovoltaico, legato ad ambienti affaristici siciliani nel mirino di articolate indagini, il quale si sarebbe attivato presso Siri per ottenere una seria di modifiche regolamentari degli incentivi per il cosiddetto mini-eolico all’interno dei provvedimenti governativi. Da quanto riportato sui quotidiani appare piuttosto debole e cervellotico il legame emergente a livello di perquisizioni e sequestri di materiale vario. L’indagine farà il suo corso.

Luigi Di Maio parte in quarta forzando alquanto e in senso mafioso la vicenda e dando la prima beccata: «Sarebbe opportuno che il sottosegretario Siri si dimettesse. Gli auguro di risultare innocente e siamo pronti a riaccoglierlo nel governo quando la sua posizione sarà chiarita. Non so se Salvini sia d’accordo con questa mia linea intransigente, ma è mio dovere tutelare il governo e l’integrità delle istituzioni. Un sottosegretario indagato per fatti legati alla mafia è un fatto enorme. Non è più una questione tecnico giuridica ma morale e politica. Va bene rispettare i tre gradi di giudizio, ma qui la questione è morale. Ma se i fatti dovessero essere questi è chiaro che Siri dovrebbe dimettersi».

Il ministro dell’Interno dà la sua beccata e difende a spada tratta il sottosegretario appartenente al suo partito: «Ho sentito oggi Siri, non sapeva nulla. Lo conosco, lo stimo e non ho dubbio alcuno. Peraltro stiamo parlando di qualcosa che non è finito nemmeno nel Def. Confermo assolutamente la mia fiducia. Conosco Siri come persona pulita, integra e onesta. Lui, per quanto mi riguarda, può rimanere lì a fare il suo lavoro. Dico agli amici dei Cinquestelle: non si è dimessa la Raggi, che è stata sotto inchiesta per due anni. Due pesi e due misure, quando c’è di mezzo la vita delle persone, non mi piacciono».

Entrano in campo anche le pollastrelle e i pollastrelli. Il ministro della funzione pubblica, Giulia Bongiorno, interviene a supporto di Salvini: «Stupisce il giustizialismo a intermittenza con il quale vengono valutate le diverse vicende giudiziarie a seconda dell’appartenenza del soggetto indagato a uno schieramento politico». Il ministro Danilo Toninelli, titolare del dicastero in cui Siri è sottosegretario, per non sapere né leggere né scrivere, ha disposto il ritiro delle deleghe all’indagato, in attesa che la vicenda giudiziaria assuma contorni di maggiore chiarezza e sostenendo come un’inchiesta per corruzione imponga massima attenzione e cautela.

È chiaro che della moralità della politica non frega niente a nessuno: a Di Maio preme recuperare consenso sventolando la logora e logorroica bandiera dell’onestà e distinguendosi da un compagno di viaggio sempre più scomodo e invadente; a Salvini sta a cuore la prosecuzione di un trend a lui favorevole senza andare troppo per il sottile. I due galli hanno i loro scommettitori da accontentare e tutti i colpi vanno bene.  Non invidio Armando Siri di cui si stanno dividendo le vesti. In fondo ogni pollaio dà le risse che ha. Sulla base del vago aspetto pirandelliano della controversia, si potrebbe concludere: “Così è se vi pare”.

 

 

Un tutore ortopedico per il governo

Non ho elementi probatori, ma sono convinto che circa un anno fa, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel massimo ossequio alla disordinata ma prevalente volontà popolare emergente dalle urne, superando uno schema governativo da lui varato nelle penose more della discussione fra i partiti usciti vittoriosi dalla consultazione elettorale, insediò tra non poche polemiche il governo Conte a maggioranza pentaleghista, abbia stipulato una sorta di patto orale col premier incaricato: io ti conferisco l’incarico e sono disposto, nel rispetto della Costituzione e nei limiti dei poteri istituzionali, a collaborare, ma tu tienimi costantemente informato e sentiamoci sui problemi nodali interni e internazionali, anche perché il tuo governo avrà comunque una connotazione sperimentale ed un respiro difficile.

Giuseppe Conte avrà senz’altro accettato, salvo poi perdersi nei confusi meandri dell’azione di governo stiracchiata politicamente dai suoi vice-premier e caratterizzata da una sorta di dilettantesca spinta alle novità fini a loro stesse. Anche i due riferimenti quirinalizi all’interno della compagine ministeriale, vale a dire i ministri Tria (economia e finanze) e Moavero Milanesi (affari esteri), non hanno funzionato nella loro impossibile mission di garantire un percorso piano soprattutto nei rapporti con la Ue e conseguente rispetto dei parametri economico-finanziari e nei rapporti internazionali in genere.

Periodicamente quindi assistiamo a interventi di Mattarella aventi lo scopo di “tirare le orecchie” al governo, riportandolo dalla luna giallo-verde del populismo alla terra grigia della politica. In questi ultimi giorni il Capo dello stato ha sollevato tre questioni importantissime collegabili al metodo di governo border line, alle deboli iniziative nella crisi libica e all’invadenza verso Bankitalia.

Sui decreti in via di approvazione, riguardanti lo sblocco dei cantieri relativi alle opere pubblica e misure per la crescita economica del Paese, si è creata una situazione paradossale in cui sono stati varati dei provvedimenti “salvo intese”, per poi non raggiungere tali intese e tenere i decreti per giorni e giorni a bagnomaria durante interminabili e inconcludenti discussioni tra i due partner di governo in un tira e molla che viola, ai limiti della legalità, forma, procedura e contenuti. Se non ricordo male, lo strano vezzo di approvare in consiglio dei ministri delle scatole non vuote ma piene di intendimenti di massima, non è una novità di questo governo: ad una prassi discutibile hanno tuttavia aggiunto la lunghezza dei tempi e il clamore dei contrasti. Al punto da consigliare a Conte un ritorno formale a Palazzo Chigi dei decreti nella formulazione definitiva: una lezione di buon senso, di rispetto istituzionale e di efficienza governativa. Speriamo che Giuseppe Conte non abbia la presunzione messa continuamente in campo da troppi componenti del suo governo e capisca l’antifona da recitare con grande umiltà.

Nel corso dell’incontro tra Mattarella e Conte si è parlato e discusso anche di Libia e della situazione delicatissima e del pericolo che il conflitto si cristallizzi trasformandosi in cronica guerra civile con il connesso rischio di un grosso esodo umanitario che al suo interno comporterebbe il pericolo di infiltrazioni terroristiche.  Penso che Mattarella abbia cercato di scongiurare un’azione di governo retta sulla polemica con la Francia e sulle semplicistiche direttive del sigillo ai porti: si sta scherzando col fuoco e le strampalate e veementi dichiarazioni del ministro Salvini fanno veramente tremare le vene ai polsi. Una lezione di diplomazia.

In terzo luogo si dice siano stati affrontati i rapporti tra governo e Banca d’Italia al fine di ritrovare una linea collaborativa dopo mesi di scontri, polemiche e resistenze da parte della maggioranza gialloverde in particolare sulle nomine di altissimo livello nella nostra Banca Centrale. Una lezione di correttezza istituzionale.

Speriamo che la paziente opera presidenziale trovi gli opportuni riscontri e che gli urlatori governativi abbiano il buongusto di abbassare i toni, di ascoltare le lezioni, di imparare a governare: ne va degli interessi di tutti i cittadini, i quali tuttavia prima di votare dovrebbero anche pensare, perché non so fino a quando e fino a qual punto Mattarella riuscirà a cavarci le castagne dal fuoco. Speriamo bene…

 

La cattedrale nel deserto

Di fronte all’incendio scoppiato a Notre Dame, che l’ha parzialmente divorata con le fiamme che sembravano non finire mai, sono rimasto senza parola e infatti non riuscivo nemmeno a cogliere e capire il fiume di parole retoriche e di circostanza, che non serviva a spegnere l’incendio.

Pensavo…alla caducità e debolezza delle nostre realtà artistiche e culturali: ci sembrano solide e inattaccabili, invece sono in balia degli eventi. Pensavo…alla nostra storia ed all’orgoglio con cui ne (s)parliamo: abbiamo costruito le cattedrali, ma resta il deserto umano attorno ad esse. Pensavo…al bagaglio di conoscenze accumulate nel tempo: si sciolgono e crollano miseramente come quella guglia divorata dal fuoco.

Qualcuno ha tentato il parallelismo tra il fuoco di Notre Dame e quello delle Torri Gemelle: il dato comune è solo la fragilità delle nostre umane realizzazioni. Qualcuno si è affrettato a cogliere l’aspetto laico dell’evento, non riuscendo a capire che il significato è troppo grande per essere solo laicamente analizzato. “Si fece buio su tutta la terra e il velo del tempio si squarciò a metà”. Non cadiamo però nel rischio opposto: la collocazione temporale nella Settimana Santa, la Francia collocata da tempo nel mirino, la contemporaneità con gli eventi della guerra libica, l’emblematica sacralità della costruzione colpita potrebbero farci entrare nella tentazione di trovare una spiegazione nella irrazionalità terroristica. Non la escluderei del tutto, anche se sarebbe (quasi) troppo comodo.

La politica, distolta dai suoi riti li vuole immediatamente riconquistare, lanciando infantilmente il messaggio della ricostruzione: come quando si rompe un bel giocattolo e il padre premuroso rassicura il bambino sulla pronta sostituzione con un oggetto ancora più bello e godibile. Gli esperti calcolano già i tempi della ricostruzione: decine di anni. I magistrati fanno il loro mestiere e aprono l‘inchiesta, vogliono un colpevole. Gli storici vanno alla ricerca dei precedenti: la storia si ripete o no? I critici d’arte disquisiscono sul paradosso del “dove e come prima”. I media, come al solito, sono saltati addosso all’evento (che non vuol dire seguirlo e farlo seguire): quanta nostalgia per Sergio Zavoli, il quale durante l’alluvione di Firenze aprì la finestra e fece vedere e sentire l’acqua dell’Arno che scorreva per le vie del centro.

Fermiamoci un attimo: facciamo un po’ di silenzio, riflettiamo, pensiamo, lasciamoci mettere in crisi. Possibile che nessuno vada un poco più a fondo per abbandonare le dotte e colte banalità e trovare le umili e piccole saggezze?!