La sommossa delle coscienze

Un napoletano dichiara: “Situazione drammatica, servono militari e sommossa popolare”. Lo ha detto ai microfoni di una televisione sull’onda emotiva del dopo raid di stampo camorristico, che ha causato il ferimento di una bimba di quattro anni ricoverata in gravissime condizioni all’ospedale Santobono. Ha sicuramente interpretato un senso comune di ribellione al clima di paura e insicurezza esistente nella città campana, che ha raggiunto livelli pazzeschi.

La guerra tra clan camorristici impazza.  Chi di fronte a questi scontri cruenti non si è lasciato andare a pensare che possa essere paradossalmente un bene che i camorristi si ammazzino fra di loro? Una sorta di sfoltimento automatico delle file delinquenziali, una specie di fuoco amico che sgombra parzialmente il campo. Reazione cinica. Purtroppo però la camorra non è una sfida pseudo-cavalleresca tra gli addetti ai lavori, ma è un sistema sociale, uno stile di vita che coinvolge tutti in un modo o nell’altro: chi accetta di entrare in questo schema di vita, chi sta a guardare e finge di non vedere, chi ha il coraggio di ribellarsi, chi si trova senza arte né parte in mezzo alla bagarre.

La camorra è radicata, infiltrata, collegata, inserita nella società: non si può quindi pensare di farle guerra mobilitando l’esercito. Contro chi? Contro cosa? Forse è proprio quel che desiderano i camorristi, perché in una sorta di guerra totale di tutti contro tutti pensano di poter prevalere legittimandosi ulteriormente e imponendo il loro ordine. Le mafie non esitano ad alzare il livello dello scontro: hanno tutto da guadagnare da un clima di disordine generale. Ecco perché, a mio avviso, la richiesta di un intervento massiccio dell’esercito è comprensibile, ma irrazionale e fuorviante.

Veniamo alla seconda richiesta, peraltro nettamente contraddittoria rispetto alla prima: la sommossa popolare. Bisogna capire cosa si intende per sommossa. Se pensiamo ad un tumulto popolare contro il governo o il potere costituito, cadiamo in una trappola e facciamo un piacere alla camorra che saprà immediatamente ed efficacemente inserirsi nel gioco per strumentalizzarlo a proprio favore. Non è successo così con la sommossa di Reggio Calabria del 1970 per protestare violentemente contro il trasferimento del capoluogo regionale a Catanzaro?

Storicamente parlando la politica e le istituzioni (dagli Usa a certi governanti italiani, dalla Chiesa a certe forze politiche di destra estrema) si sono illuse di strumentalizzare le mafie contro ipotetici nemici esterni, che si potevano chiamare soprattutto comunismo. Questa fase di coesistenza al limite del collaborazionismo sembra essere finita, anche se permangono collegamenti sotterranei con parecchi gangli vitali a livello pubblico e parecchie tolleranze a livello privato. Parlare di sommossa vorrebbe dire fare un passo indietro per ributtare confusamente il potere nelle braccia della criminalità organizzata, facendo un colpevole sgarbo a quanti hanno dato la vita per portare le istituzioni fuori dai recinti mafiosi.

E allora? Se di sommossa o rivolta si vuol parlare bisogna fare riferimento a quella delle coscienze che sappiano rifiutare ogni e qualsiasi compromissione col sistema mafioso. Se si vuol proprio invocare un esercito, deve essere quello delle forze democratiche che sappiano liberare definitivamente e irreversibilmente le istituzioni e la società dalla piovra mafiosa. Coscienza e politica: un benefico e imprescindibile connubio. Solo in questo rinnovato quadro culturale e politico possono avere un senso la mobilitazione delle forze dell’ordine e l’impegno a controllare il territorio.

In cauda venenum. Pensiamo a una cattiva e amara barzelletta, dal sapore vagamente razzista, provocatoria al punto giusto, che ha per protagonista una simpatica vecchietta su un autobus a Napoli. Ad un certo punto si crea un certo subbuglio, la gente si muove preoccupata, qualcuno vuole scendere. Alla fine tutto è chiaro: c’è stata una rapina… La donna tira un respiro di sollievo e confessa alla sua amica: «Meno male, avevo paura che fosse salito il controllore!». Sarebbe oltretutto importante che quel sanguigno signore, che invoca esercito e sommossa, si mettesse d’accordo con questa sua ipotetica concittadina.

 

Fare il prete a Manduria

In una delle tante trasmissioni che si accaniscono sui fatti di cronaca più eclatanti e sconvolgenti, allestendo con insistenza macabri salotti, ho potuto ascoltare – in merito alla incredibile vicenda del pensionato di Manduria  letteralmente massacrato dalla violenza di una baby gang e dall’omertà dell’intera comunità – la testimonianza, raccolta sul posto, del sacerdote che svolge la sua attività pastorale in quel luogo (non ho capito bene se si trattasse del parroco territorialmente competente o comunque di un prete inserito in quel contesto).

Mi ha spiacevolmente sorpreso la sua troppo prudente e quasi distaccata analisi, preoccupata di salvare l’insalvabile, vale a dire – stando ai drammatici fatti che stanno sempre più assumendo il carattere di una denuncia civica – una comunità fantasma, chiusa nel suo castello omertoso, totalmente incapace non solo di solidarizzare, ma persino di guardare la realtà circostante. Mi sarei aspettato un onesto e doveroso mea culpa, mentre invece emergeva una opportunistica sdrammatizzazione dell’accaduto e una teorizzazione problematica del contesto socio-culturale in cui è avvenuto il fatto.

Spero che tutta Manduria non sia cestinabile nel cassonetto dei rifiuti emergente dalla cronaca, credo anch’io senza dubbio che la realtà sia complessa e difficile da analizzare, ma non si può sfuggire alla realtà di un fatto gravissimo che deve turbare tutte le rette coscienze.   La comunità cristiana di Manduria non può rifugiarsi nei luoghi comuni della crisi famigliare e dello sfacelo valoriale, ma si deve assumere le proprie responsabilità.

IL buon samaritano, quando ha incontrato quel poveretto massacrato dai briganti, non se la è presa con la società, ma si è rimboccato le maniche ed ha operato come tutti sappiamo. I cristiani devono fare così e i loro pastori devono snidarli senza troppo preoccuparsi di “sputtanarli”. Non è ammissibile che nella comunità cristiana di Manduria nessuno abbia trovato il coraggio di intervenire se non direttamente, almeno indirettamente. I casi sono due: o la comunità e i cristiani che ne dovrebbero fare parte non esistono e si confondono in mezzo al mondo di paura, indifferenza ed egoismo imperante, oppure non hanno capito nulla del Vangelo e pensano di cavarsela nascondendosi fuori dal mondo. I sacerdoti di Manduria conoscevano l’inferno in cui viveva quel povero figlio di Dio? Se sì, dovevano fare qualcosa: almeno parlarne con la gente, con le autorità, con il vescovo, con il papa, con chi poteva interessarsi di quel soggetto in gravissime difficoltà. Se no, dove e come svolgevano la loro missione? Se la comunità cristiana e i suoi pastori non sanno essere quel pugno di lievito che fa fermentare la massa amorfa in cui vivono, sarà bene che si interroghino profondamente e cerchino di darsi una benefica scrollata.

Anche in quel salotto televisivo tutti si aspettavano qualcosa di forte dall’esperienza umana e cristiana di quel prete, che invece continuava a chiedere di poter parlare per non dire niente di toccante e importante e invitava tutti a capire, a vivere le situazioni, a toccare con mano. Certo, bisogna stare in mezzo alla gente e condividerne i problemi. E non è facile! Ma lui come ha vissuto questa vicenda? come ne è uscito? cosa può testimoniare? Per favore, se ha qualcosa nel cuore, lo “sputi” senza pietà.

Ho avuto il dono grande dell’amicizia con sacerdoti capaci di calarsi nella realtà dei poveri e degli oppressi. Forse è per questo che mi sono un tantino scandalizzato. Magari quel prete sarà impegnatissimo nella sua testimonianza, magari non è riuscito a rendere l’dea del dramma cristiano che vive ogni giorno. Il mio non vuole essere un giudizio: chi sono io per giudicare un prete di Manduria? Resta il fatto che oggettivamente si è constatata l’esistenza di un buco nero di indifferenza, che va coperto al più presto. Poi si può discutere, dissertare, analizzare.

As…Siri e Babilonesi

Armando Siri aveva patteggiato una condanna per bancarotta fraudolenta e quindi, secondo il rigoroso schema moralistico pentastellato, non avrebbe dovuto essere insediato come sottosegretario di Stato. Sì, ma il fatto risaliva a un periodo antecedente la formazione del governo giallo-verde, e allora si è chiuso un occhio. L’eccezione dovrebbe confermare la regola.

La sindaca di Roma è o è stata plurindagata (al riguardo ho perso il conto) e quindi, secondo l’intransigente filtro etico grillino, avrebbe dovuto andarsene dal Campidoglio per non intaccare la correttezza delle Istituzioni. Sì, ma i reati per cui era o è chiamata in causa Virginia Raggi non sono gravi e tali da imporre un passo indietro. Altra eccezione che dovrebbe confermare la regola.

Il ministro Salvini, in merito alla nota vicenda della nave Diciotti, viene indagato per il reato di sequestro di persona aggravato (per essere stato commesso in danno di soggetti minorenni) e il tribunale dei ministri chiede al Parlamento l’autorizzazione a procedere. Secondo il severo codice grillino la giustizia avrebbe dovuto fare il suo corso e, forse, il ministro si sarebbe addirittura dovuto dimettere. Sì, ma la piattaforma Rousseau, il tribunale popolare on line istituito dalla Casaleggio e c., ha deciso di soprassedere: era una questione politica. Altra eccezione che dovrebbe confermare la regola.

E qual è la regola? I politici devono essere a posto con la giustizia penale. E chi lo stabilisce se lo sono o meno? Luigi Di Maio! In base a quali criteri? Quelli che vengono comodi al M5S! Questo è cambiamento? Sì, nel senso che ai tre gradi di giudizio ne viene aggiunto uno totalmente nuovo e pregiudiziale, una sorta di vaglio di grado zero, riservato al movimento pentastellato, che lo esercita secondo le modalità ad esso preferite.

Il giustizialismo non mi piace. Mi piace ancor meno se non viene praticato dalla magistratura, ma da certe forze politiche che lo interpretano a proprio uso e consumo. Vi ricordate il cappio esibito dai leghisti in pieno parlamento ai tempi di tangentopoli? Oggi i leghisti sono improvvisamente diventati garantisti dopo il bagno salviniano. Come cambia il mondo…Il movimento cinquestelle è giustizialista a corrente alternata: quando la politica si intrufola nella giustizia può succedere di tutto. Non escluderei che, fra qualche tempo, quel che rimarrà del partito grillino possa diventare garantista…a corrente alternata.

In questo bailamme politico-giudiziario il premier Antonio Conte vuol fare il fine dicitore: l’avvocato del popolo, altra inedita formula giuridica. Ritiene opportuno politicamente che Armando Siri venga esautorato, ma chiede ai partiti di non farne una questione politica. Io non ci capisco più niente, siamo in piena babilonia. Siri sfoglia la margherita. Salvini spara le solite cazzate. Di Maio fa il duro, ma non troppo. Conte quadra il cerchio. E la giustizia va a farsi benedire…

 

 

Buon riso (non) fa buona politica

L’Ucraina è un Paese assai travagliato, sotto scacco della Russia che si è annessa la Crimea, in odore di Europa a cui è legata da un accordo di associazione, da molto tempo in gravi difficoltà nel mantenere la propria indipendenza economica e politica, oggetto di una nuova guerra fredda tra Russia e Usa, divorata internamente da una corruzione radicata, condizionata dalle oligarchie e bloccata da un basso tenore di vita.

La gente ha votato per il cambiamento eleggendo alla presidenza Vladimir Zelensky, un attore comico prestato alla politica a cui tutti stanno lanciando messaggi distensivi, dalla Ue, che ribadisce il proprio sostegno all’integrità, indipendenza e sovranità dell’Ucraina, alla Russia che a parole rispetta la scelta degli ucraini mettendo tuttavia in discussione il fatto che a tre milioni di cittadini ucraini che vivono in Russia sia stato negato il diritto di voto, a Donald Trump, che ha sottolineato l’incrollabile appoggio statunitense per la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina e l’impegno a lavorare insieme con Zelensky.

Ammetto di non conoscere la storia passata e recente di questo Stato e quindi non ho la capacità di analizzare le conseguenze di questo voto, che sembra finalizzato a voltare pagina. Penso che a molti sarà venuto spontaneo chiedersi come mai la popolazione dell’Ucraina abbia deciso di affidarsi ad un neofita della politica e soprattutto ad un attore comico, che ha interpretato in una fiction televisiva la parte del cittadino qualunque che diventa presidente per caso e poi lo diventa per davvero ottenendo un 73% di consensi. Si tratterà di un fenomeno mediatico o di una novità sostanziosa per la politica interna ed estera di questo Paese?

Riflettendo sulla incapacità della politica di esprimere una classe dirigente preparata ed esperta non ho potuto evitare di operare qualche collegamento con l’avventura politica del comico nostrano Beppe Grillo: anche lui ha ottenuto un grosso consenso seppure per interposto movimento puntando sulla lotta alla corruzione e sul cambiamento a tutti i livelli. Mi pare tuttavia che ci sia una bella differenza fra le condizioni dell’Ucraina e dell’Italia: resta il dato in comune dell’antipolitica impersonificata da un comico, del voto espresso come uno sberleffo verso l’establishment, della protesta consegnata a scatola chiusa a chi fa dell’inesperienza e dell’impreparazione una inestimabile virtù.

D’altra parte in un mondo messo nelle mani di un tycoon americano, di un despota russo, di un capitalista-comunista cinese, non c’è da stupirsi di niente. L’effetto domino si sta propagando nell’illusione di poter dribblare la politica, affidandosi al primo che passa per la strada, perché riesce a tenere alto il morale con le sue gag. E le idee, i valori, la storia? Ridiamoci e beviamoci sopra! Mio zio quando voleva giustificare le sue eccessive bevute, trovava spunto da quanto gli succedeva intorno per dire qualunquisticamente: «E mi ag bév sôra…». Mio padre non lo rimproverava e si limitava a rispondergli: «E mi ag bév frè…».

 

Nel buio leghista tutti i gatti sono bigi

Lo stupro di una donna è un atto infame che associa la violenza al sesso, approfittando della forza bruta maschile per segnare in modo vomitevole il predominio machista e relegando la donna a creatura della serie “usa e getta”: è uno di quei crimini per i quali non riesco a trovare alcuna spiegazione, se non a livello di pura delinquenza.

In questi giorni la cronaca ha registrato lo stupro di una trentaseienne a Vallerano, un comune in provincia di Viterbo, effettuato da due uomini aderenti al movimento CasaPound.   In base alla ricostruzione fatta finora, i due uomini e la donna la sera del 12 aprile sono tutti e tre a una festa privata durante la quale bevono. Successivamente, da quanto risulta con il consenso della donna, si spostano insieme presso il locale Old Manners, di Viterbo, considerato un punto di ritrovo dei militanti del movimento di estrema destra. Il locale è chiuso, ma uno dei due uomini ha la chiave per entrare. Dentro il locale i tre bevono ancora. Quindi i due uomini tentano un primo approccio con la donna, ma lei li respinge. A questo punto scatta la violenza, la donna viene colpita a calci e pugni fino quasi a svenire e poi i due abusano di lei, ripetutamente e a turno, filmando tutto con i cellulari. Nei giorni successivi, la donna decide di denunciare lo stupro subito. Partono le indagini. Sui cellulari dei due uomini vengono trovati i video con le riprese della violenza. E scattano gli arresti. “Stai zitta, tanto non ti crederà nessuno”. È la minaccia che i due militanti di CasaPound arrestati – secondo quanto si apprende da fonti investigative – avrebbero rivolto alla donna dopo averla violentata all’interno del locale. “È stata una violenza inaudita – sottolineano gli investigatori -: la donna è stata abusata più volte prima da uno e poi dall’altro per alcune ore, fino a quando non è stata abbandonata dai due ragazzi sotto casa”.

Lo stupro è sempre e comunque un gravissimo atto di criminalità indipendentemente dalla tessera politica degli stupratori. Il discorso però è un altro. Se l’atto assume anche i connotati di trasgressione ideologicamente marchiata e divulgata, il problema si fa decisamente serio ed assume un rilievo politico. Ancor più se consideriamo che il movimento CasaPound riesce ad avere un seguito a livello elettorale e può contare sull’atteggiamento omertoso di certe forze politiche, che non riescono a distinguersi ed alle quali viene comodo restare in un’area grigia di tolleranza.

Ho ascoltato con interesse la netta e coraggiosa posizione espressa da Gino Strada sull’assenza di Matteo Salvini dalle manifestazioni celebrative del 25 aprile: in modo chiaro ed inequivocabile ha detto che Salvini non poteva partecipare perché è un fascista e quindi meglio che si tenga alla larga. Sono sostanzialmente d’accordo con Gino Strada, aggiungo però che Salvini non può essere perseguito per apologia di fascismo perché è camuffato dietro un populismo da strapazzo, che confonde le acque, e quindi, in un certo senso è ancor più pericoloso.

Cosa sta infatti succedendo? I rigurgiti fascisti trovano terreno fertile quando si viene a creare un clima equivoco in una notte in cui tutti i gatti sono bigi. Successe quando Gianfranco Fini era vice-premier e al G8 di Genova si scatenò il finimondo repressivo con la macelleria poliziesca contro i manifestanti: non fu certo lui a dare questi ordini, ma la presenza politica ad alto livello di un esponente storicamente legato ad una certa ideologia suonava rassicurante per chi voleva dare libero sfogo ad azioni di stampo fascista. Successe con l’elezione a sindaco di Roma di Gianni Alemanno con una trionfale saga di saluti romani e di slogan fascisti, che peraltro non finirono lì. Sta succedendo a margine della politica leghista: basti dire che Salvini ha pubblicato un libro-intervista con una piccola casa editrice, Altaforte, guidata da un militante di CasaPound. Un anno fa, come ricorda Andrea Carugati su “La Stampa”, il capo leghista fece una comparsata allo stadio indossando un giubbotto col marchio amato dall’estrema destra. Salvini sta attento a non commettere reati contro la legge Scelba, ma lancia segnali di un certo tipo e contribuisce indirettamente a legittimare certi comportamenti politici di stampo fascista. Salvini e la casa editrice di cui sopra si nascondono dietro il sovranismo e dietro una pseudo-cultura identitaria e non allineata.

Tornando allo stupro di gruppo, CasaPound ha preso le distanze (volevo vedere…), ha deciso di espellere in via cautelativa i due militanti, mentre uno dei due, consigliere comunale, si dimetterà dalla carica. È interessante notare come, tra i post razzisti e fascisti di questo signore, ci sia una locandina su Instagram, che ritrae un negro nell’atto di violentare una donna bianca e sopra la scritta “Difendila!”. La dimostrazione brutale e lampante della strumentalità delle campagne denigratorie verso gli immigrati.

“Nessuna tolleranza per pedofili e stupratori – ha commentato Salvini -: la galera non basta, ci vuole anche una cura. Chiamatela castrazione chimica o blocco androgenico, la sostanza è che chiederemo l’immediata discussione alla Camera della nostra proposta di legge, ferma da troppo tempo, per intervenire su questi soggetti. Chiunque essi siano, bianchi o neri, giovani o anziani, vanno puniti e curati”. Siamo al polverone demagogico che lascia intatti i dubbi di una certa qual sotterranea (?) connessione tra la Lega e l’estremismo di destra violento e nostalgico. Così come lasciano il tempo che trovano i “coccodrilleschi” pianti grillini sul latte versato: per alcuni di loro “i rapporti tra Salvini e CasaPound sono da sempre alla luce del sole ed estremamente imbarazzanti” e sarebbero “chiare e definite le posizioni da cui si sentono lontanissimi”. Forse allora sarebbe il caso di risolvere il famigerato contratto. O no!?

 

Tra milazzismo e spagnolismo

Nel gergo politico italiano la convergenza di due schieramenti politici diversi (destra e sinistra) per sconfiggere quello di centro si definisce milazzismo, termine che prende il nome dalla vicenda politica siciliana del 1958 in cui venne eletto presidente della Regione siciliana, con in voti dei partiti di destra e di sinistra, il democristiano Silvio Milazzo contro il candidato ufficiale del suo partito.

Questo discorso, fatte le debite differenze, è tornato di moda proprio in Sicilia nelle recenti elezioni amministrative di Gela e Bagheria, laddove è andato in scena un inedito e strano connubio tra Forza Italia e Partito democratico in base ad una profonda antipatia verso la Lega e il M5S. Qualcuno si è affrettato a definirlo un interessante laboratorio politico: mi sembra un atteggiamento piuttosto frettoloso e inconsistente, anche se non mi scandalizzo se a livello locale, ancor più a livello siciliano, possono succedere convergenze ben al di fuori degli schemi. Di qui a ipotizzare un patto del Nazareno bis ci passa molta strada.

Se la Sicilia canta stonato per i partiti dell’attuale governo pure la Spagna non scherza: il quasi certo patto della Moncloa tra socialisti e Podemos sembra dare un segnale interessante agli omologhi (?) democratici e pentastellati italiani. Di Maio si è affrettato a scongiurare il pericolo rivolgendosi con la solita insolenza al Pd: «Voi redimetevi, io sto con la Lega». Contento lui…

Mi sembra sia meglio lasciar perdere queste manipolazioni genetico-politiche per andare al sodo. Dalle urne siciliane il governo italiano esce sconfitto o almeno assai frenato nelle sue due componenti: i grillini aggiungono batosta a batosta, i leghisti ridimensionano i loro sogni di gloria. Dalle elezioni spagnole esce ringalluzzita la sinistra del partito socialista che viene spinta ad alleanze con il partito iberico antisistema: la relativa rivincita del sistema costretto tuttavia a scendere a patti con l’antisistema. Vacci a capire qualcosa…

Sullo sfondo si profilano le elezioni europee che dovrebbero affrancare le forze politiche dai tatticismi e dalle operazioni di piccolo cabotaggio per costringerli a pensare e programmare in grande: temo purtroppo che non sarà così. L’Europa dovrebbe spingerci ad uscire dal nostro particolare, mentre c’è il pericolo che le prossime elezioni europee diventino solo un’occasione per testare le misere strategie nazionali. Lega e cinquestelle sono alla spasmodica ricerca di penose alleanze continentali: sembra uno scherzo, ma vanno a rovistare nella pattumiera europea alla famelica caccia di voti e di sponde. Se continuano così si troveranno sempre più costretti a convivere fra di loro tra continui litigi nell’impossibilità di uscire dal loro splendido isolamento nazionale ed europeo.

Per il Pd e per Forza Italia potrebbe e dovrebbe essere un banco di prova non nel senso di strani connubi tra di loro, ma per trovare il respiro giusto per una corsa verso un’Europa finalmente avviata al federalismo nella riforma delle sue istituzioni e nelle politiche solidali di crescita e sviluppo. Invece il partito popolare europeo è tutto intento a delineare accordi con i sovranisti (in Italia leggi accordi fra Forza Italia e Lega). Resta il Pd. Qualcuno ha già cominciato a gufare contro l’inglobamento nelle liste democratiche del movimento messo in atto da Carlo Calenda: sarebbe in controtendenza rispetto alla riscossa identitaria del partito socialista spagnolo. Non mi interessano queste alchimie pseudo-ideologiche. Vorrei solo capire chi è d’accordo su un cambiamento di passo europeo in avanti verso la federazione di Stati progettata a Ventotene e chi invece vuole fare un salto indietro nazionalistico o comunque giochicchiare contro l’Europa.

La spagnola sa governar così

Sono molto difficili, anche se invitanti e interessanti, i parallelismi politici fra i diversi Stati: curiosare in casa spagnola per capire cosa potrebbe succedere in Italia è un esercizio piuttosto infantile, ma stimolante. Ci provo, più per teorico divertimento che per triste realismo.

La sinistra non è spacciata e tramontata: alle elezioni i socialisti spagnoli sono tornati a vincere conquistando una maggioranza relativa significativa, un 28%, che non dovrebbe essere un traguardo prospettico proibitivo per il partito democratico italiano.

La destra, problematicamente non coalizzata, esce malconcia e non è in grado di fornire una possibilità di governo: pur a peso invertito delle diverse componenti (relativamente bassa l’incidenza estremistica in Spagna, decisamente alta la consistenza leghista in Italia), anche nel nostro Paese il centro-destra non è in grado di rappresentare un blocco coeso e compatto capace di esprimere un governo credibile.

La componente protestataria (Unidos Podemos) esiste anche in Spagna, ma con due differenze importanti rispetto a quella italiana (M5S): è più debole sul piano del consenso popolare ed è decisamente più di sinistra a livello politico.

Le formazioni partitiche indipendentiste ed autonomiste, presenti in Spagna, non trovano riscontro significativo in Italia: la Lega non ha più questi connotati separatisti ed ha spostato le pulsioni originarie sul terreno nazionalista e sovranista.

Fatti questi arditi collegamenti, quale può essere un’indicazione applicabile al nostro schieramento politico? Quasi sicuramente, dopo queste elezioni politiche, in Spagna il risorto Pedro Sanchez, per occupare il palazzo della Moncloa, dovrà allearsi con Unidos Podemos e raccattare qualche appoggio dagli indipendentisti più moderati ed europeisti. Questa prospettiva iberica sembra possibile in quanto i Podemos sono appena la metà dei socialisti e il loro populismo è coniugabile a sinistra. Nella geografia politica del nostro Paese una simile eventualità è alquanto più difficile: i grillini dovrebbero fare un bagno dimagrante e purificante, mentre il Pd dovrebbe ingrassare assai e trovare una dirigenza ringalluzzita e ringalluzzente.

Faccio molta fatica a intravedere un’alleanza seria tra PD e M5S, che non ripeta gli attuali grossolani equivoci contrattualistici e non ci costringa ad un infinito tormentone governativo. Forse sono troppo legato ai valori della sinistra per accettare di coniugarli con una generica smania di cambiamento. Il bisogno di cambiamento è innegabile, ma trovarne una versione convincente nel firmamento pentastellato è veramente impresa ardua. E poi elaborare strategie politiche inchiodandosi alle tattiche contingenti è molto pericoloso. È pur vero che la politica è l’arte del possibile, ma più il possibile si fa difficile e più occorrono artisti in grado di fare il miracolo.

 

Dalle cravatte morotee alle farfalle dimaiane

Il 18 febbraio 1972 ci fu la dura protesta di Carlo Donat Cattin contro la formazione del primo governo Andreotti, un monocolore Dc che poneva fine all’alleanza di centro sinistra e riapriva alla collaborazione con il Partito Liberale. Confermato nel suo incarico di governo, egli si recò dal barbiere anziché salire al Quirinale per il giuramento. Il fatto ebbe una grande risonanza mediatica. Donat-Cattin era reduce da una riunione avuta con gli amici di Forze nuove che lo avevano invitato a non rinunciare all’incarico di ministro del Lavoro. Egli chiese perciò ad Andreotti una dichiarazione che riconoscesse la funzione delle sinistre democristiane, per attenuare l’eccessiva caratterizzazione a destra del governo. Il testo di quella dichiarazione fu scritto a quattro mani da Donat-Cattin e Franco Evangelisti, sottosegretario plenipotenziario di Andreotti. Le cronache del tempo ricordano che su Donat-Cattin esercitarono non poche pressioni anche Moro, Forlani e De Mita. Dopo il pronunciamento di Andreotti vi fu l’annuncio che il mattino successivo Donat-Cattin avrebbe regolarmente giurato nelle mani del presidente Leone.

Durante i burrascosi lavori del Consiglio nazionale della DC che nel 1975 sostituì Amintore Fanfani alla segreteria con Benigno Zaccagnini, in piena bagarre Aldo Moro ebbe la geniale idea di assentarsi momentaneamente dal consesso surriscaldato per recarsi in via Condotti a comprare una cravatta. Con quella mossa riuscì a stemperare il clima e a completare un autentico capolavoro politico, sfiduciando Fanfani ma ricuperandolo nella nomina di Zaccagnini, il quale restituì credibilità popolare alla DC, iniziando un nuovo corso fatto di dialogo e di apertura a sinistra (Il male c’è, ma Benigno…, si diceva e si scriveva allora).

La sera del 23 aprile 2019 Matteo Salvini arriva a palazzo Chigi attorno alle 19.30 e la mette subito giù dura: il Salva-Roma non si fa, è rinviato. “Misura concordata con Di Maio?”, gli chiedono i cronisti: «Lo stralcio lo concordo con chi c’è. Con gli assenti è difficile concordare» risponde il vicepremier. Negli stessi istanti infatti Luigi Di Maio diserta i lavori del consiglio dei ministri, sta registrando un’intervista per «La 7» ed arriva a palazzo Chigi con mezz’ora abbondante di ritardo sull’avvio dei lavori, inizialmente convocati per le 18, poi slittati alle 19 ed infine iniziati solo alle 20. I suoi però si affrettano a far sapere che «per stralciare il Salva-Roma è necessario un voto del Consiglio dei ministri, che al momento non c’è ancora stato». Sia Salvini che Di Maio, in un botta e risposta a distanza, evocano la crisi di governo per poi negarla. Si litiga fuori e dentro il Cdm.

Donat Cattin va dal barbiere, Moro va a comprare una cravatta, Di Maio va a farsi intervistare in televisione: tutti tre compiono un gesto politicamente scorretto, molto eclatante sul piano istituzionale quello dell’allora ministro democristiano, molto umano e simpatico nel suo sgarbo partitico e correntizio quello di Moro, assai provocatorio quello del vicepremier che vuole così marcare la distanza dalla Lega di Salvini con cui sta vivendo un infinito contenzioso. Si potrebbe pensare che tutto rientri nelle strane ritualità della politica e forse è anche così.

C’è però una differenza colossale fra i tre episodi. Nel primo era in gioco una importante scelta di schieramento per la DC: fine del centro-sinistra e ripresa di collaborazione col partito liberale; nel secondo  si trattava di individuare una guida autorevole per il partito democristiano insidiato elettoralmente dai successi del Pci di Enrico Berlinguer; nel terzo scendiamo di livello e ci portiamo nella rissa personale fra due presunti leader, che difendono solo ed esclusivamente i loro adepti in disgrazia giudiziaria (leggi Siri e Raggi), all’interno di una gara celoduristica in vista delle elezioni europee.

A proposito di celodurismo di bossiana memoria, in questi giorni al senatur fischieranno le orecchie: il suo impavido successore ritorna sulle posizioni di “Roma-ladrona”, mentre il grillino vuole mostrare il suo “grillone” facendo il bullo in uno squallido andirivieni da palazzo Chigi.

Sarò un nostalgico, ma se questo è lo stile della seconda (quella di Bossi) o terza repubblica (quella di Salvini e Di Maio), come dir si voglia, mi prende un grande sconforto: la politica ridotta a rissa di cortile, dove i litigi servono solo a segnare il territorio, come fanno i gatti. Sento la puzza e mi viene quasi il vomito, vado su internet per rileggere la storia della prima repubblica e, manco a dirlo, mi si rimette a posto lo stomaco.

Solo, torturato, da tutti abbandonato

Non è certo la prima volta che succede, ciò non toglie che susciti un misto di rabbia e orrore la notizia di un anziano ritardato psichico, diventato bersaglio di aggressioni, rapine, insulti e minacce da parte di una banda di giovani che lo ha preso di mira: terrorizzato anche da queste violenze, viveva in assoluta solitudine in un’abitazione degradata, continuamente sottoposto ad atti di bullismo a suon di calci, pugni, spintoni e bastonate, fino ad arrivare al suo lungo ricovero in ospedale dove è stato sottoposto a due interventi chirurgici, ma non ce l’ha fatta ed è morto. Non è chiaro fino a che punto il decesso di questo pensionato sia da mettere in connessione diretta con i maltrattamenti subiti dai bulli che da tempo lo torturavano, arrivando a postare sui social i video che riprendevano le loro incursioni; certamente queste violenze continuate lo avranno prostrato fisicamente e psicologicamente: gli agenti di polizia intervenuti su segnalazione di alcuni vicini di casa, lo hanno trovato barricato e seduto su una sedia, in cattive condizioni di salute, non riusciva a muoversi, non mangiava da tempo, non voleva ricevere aiuto e si era lasciato andare.

Di fronte ad una simile agghiacciante vicenda, molto ben raccontata da Valeria D’Autilia su La stampa, ce n’è per tutti! Per questi giovani delinquenti senza precedenti penali o di devianza, che si divertivano a maltrattare un uomo solo, indifeso, isolato e portatore di handicap psichici e per le loro famiglie brillanti nella loro assenza educativa: ragazzi che frequentano la scuola e appartengono a famiglie non problematiche, quindi…

Ce n’è per l’intero paese in cui sono successi questi fatti, dove tutti conoscevano questo poveruomo. Sapevano dei suoi problemi e nessuno interveniva e tanto meno denunciava la situazione. Ce n’è per l’intera società vergognosamente assente nei suoi presidi territoriali, nelle sue strutture assistenziali, nella sua incapacità di individuare e intervenire in questi clamorosi casi di abbandono e di necessità. Ce n’è per la comunità cristiana che sarà pur presente a Manduria, in provincia di Taranto, ma incapace di attenzione e solidarietà verso gli ultimi.

Ce n’è per la politica locale e nazionale, impegnata a fare grandi discorsi sui massimi sistemi socio-economici e menefreghista nei confronti dei piccoli problemi quotidiani del vivere civile. Ce n’è per i social media che mettono in rete le brutture della società, facendone un terreno di paradossale divertimento e passatempo. Ce n’è per gli amministratori comunali e per gli operatori sociali del comune: possibile che nessuno si sia accorto ed abbia visto come viveva questa persona, in un edificio a piano terra, praticamente sulla strada, con vetri rotti e porta imbrattata, nell’abbandono, nella solitudine e nella paura.

Non so se commiserare di più questa vittima di una società malata o i protagonisti attivi e passivi della sua sofferta passione e morte. Forse, se lui potesse parlare, potrebbe parafrasare quanto Gesù disse alle donne che lungo il calvario piangevano sulle sue sofferenze: “Non piangete su di me, ma sulla società che sforna orribili comportamenti giovanili ed omertosi atteggiamenti pubblici e privati…”. L’unico gesto di pietà sembra essere stato quello dei poliziotti che gli hanno comprato acqua e biscotti, ma il loro generoso tentativo di assistenza non ha potuto sortire effetto. Troppo tardi!

 

 

Le ombre leghiste del perbenismo

Mentre Matteo Salvini è rigorosamente schierato, a furor di garantismo, contro l’impeachment verso il sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Armando Siri, e in pregiudiziale difesa del sottosegretario Giorgetti, il suo autorevole e storico collega di partito Roberto Maroni è molto più cauto e chiede chiarezza e spiegazioni soprattutto a Gian Carlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per una parallela vicenda piuttosto imbarazzante. Cosa sta succedendo in casa Lega?  Da una parte Siri è indagato per avere contrattato appoggi politici con Paolo Arata (esiste peraltro una certa confusione sulle intercettazioni telefoniche che chiamerebbero in causa Siri), il quale avrebbe scritto il programma sull’energia della Lega e che, secondo le inchieste in atto sarebbe il faccendiere di Vito Nicastri, imprenditore detto il “re dell’eolico” per il quale il p.m ha chiesto, in un processo davanti al Tribunale di Palermo, la condanna a 12 anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Dall’altra parte Giorgetti avrebbe assunto a livello ministeriale il figlio di Paolo Arata. Armando Siri peraltro ha patteggiato nel 2014 una condanna per bancarotta fraudolenta e quindi ha un brutto precedente nella sua fedina penale.

Di fronte a questa vicenda piuttosto ingarbugliata e imbarazzante Salvini sta resistendo agli attacchi del M5S, che vorrebbe la testa, politicamente parlando, di Armando Siri. Sembrerebbe molto più delicata e compromettente la questione di Giorgetti che avrebbe ingaggiato il figlio di Arata, Federico: su questa vicenda i pentastellati sono molto cauti, forse perché non vogliono affondare i colpi più di tanto, mettendo a repentaglio la tenuta del governo con la chiamata in causa del secondo più autorevole esponente leghista. Roberto Maroni, che affronta queste problematiche con sorprendente distacco (sembra infatti parlare non del suo partito, ma di qualcosa d’altro), ritiene fondamentale chiarire il comportamento di Giorgetti, uomo di primissimo piano nella Lega e nel gabinetto Conte (di lui si parlò con una certa insistenza un anno fa durante le trattative per la formazione del governo, quale autorevole premier di compromesso politico). Al di là della complessa vertenza emerge quindi un dato importante: un esponente leghista di primo piano come Roberto Maroni, impegnato ad alto livello Istituzionale, sembra prendere sostanzialmente le distanze dal suo partito atteggiandosi a cauto osservatore degli sviluppi della situazione.

A Vittorio Veneto, città in cui è stato celebrato, con notevole e toccante enfasi, il 74 esimo anniversario della Liberazione con la partecipazione del Presidente della Repubblica, era schierato in prima fila ed è intervenuto prendendo la parola il presidente della regione Veneto Luca Zaia, uomo di punta della Lega in tacito ma aperto dissenso con Matteo Salvini, recalcitrante ministro nei confronti delle celebrazioni resistenziali. I giornalisti presenti si sono ben guardati dal chiedere conto a lui di questo atteggiamento in chiaro dissenso con quello assunto dal capo del suo partito: forse non volevano turbare il clima unitario o forse non volevano disturbatori “i” manovratori. In un’intervista rilasciata il giorno precedente a “Fanpage.it” Luca Zaia aveva dato delle motivazioni risibili al suo obiettivo distinguo, tentando di salvare capra e cavoli, senza riuscirci.

Resta quindi il dato di fatto di una seconda autorevole presa di distanza rispetto alla linea barricadiera di Salvini: sembra che i leghisti delle istituzioni periferiche regionali abbiano un concetto molto più morbido e riguardoso. E allora viene spontaneo chiedersi: qual è la Lega? Quella delle sbracate posizioni salviniane o quella dell’aplomb istituzionale dei Maroni e degli Zaia? E magari, quale delle due può ritenersi più attendibile? Potrebbe essere il solito giochino tattico del tenere i piedi in due paia di scarpe, ma potrebbe essere anche il sintomo di una certa qual confusione di linea politica. Della serie: fin che si scherza può andare bene, ma quando si fa sul serio…