Tra globalizzazione e glocalizzazione

Oggi mi va di volare alto (o basso a seconda del punto di osservazione). Mi butto a parlare di massimi sistemi.  Il pensiero scientifico sulla globalizzazione rimette, in un certo senso, le cose a posto: toglie le illusioni del ritorno al passato, ma, al contempo, fissa le regole per un futuro diverso. La globalizzazione, come tutte le scoperte e i meccanismi del progresso, può essere un’arma a doppio taglio, da utilizzare quindi con grande prudenza e attenzione. Per dirla con banali e abusati riferimenti storici, non è rifiutando la globalizzazione che si otterrà maggior giustizia sociale, non è sigillando i confini che si arresterà l’immigrazione, non è sbaraccando la Ue che l’Europa tornerà a crescere, non è con l’egoismo nazionalista che si creeranno posti di lavoro, così come gli operai di alcuni secoli or sono non difesero i loro diritti distruggendo le macchine introdotte nelle loro fabbriche.

La prassi politica invece sta prendendo un indirizzo diverso e reazionario. Si parte dal discorso ridotto ai minimi termini, che porta al quesito di fondo: globalizzazione va d’accordo con uguaglianza economica e giustizia sociale o ne preclude il raggiungimento? Dopo l’infatuazione e l’innamoramento iniziali, poco  a poco le contraddizioni si sono fatte vedere e soffrire. E allora? Bisogna cambiare!

Come al solito gli approcci revisionisti sono o possono essere di due tipi: radicale nel rifiuto e nel ritorno al passato; riformista nel sottoporre paradossalmente la “mancanza di regole” ad alcune regole. Dopo la sbornia neoliberista degli anni Ottanta, dopo l’allargamento del Wto, dopo l’implosione finanziaria a Wall Street, si arriva a mettere gradualmente in discussione la mancanza di barriere, regole e vincoli e si ipotizza addirittura un addio totale o parziale alla globalizzazione. Sembra prevalere l’approccio radicale fino al punto di arrivare a teorizzare, seppure in modo paradossale e velleitario, la cosiddetta “glocalizzazione”, cioè un nostalgico e demagogico ritorno al nazionalismo se non addirittura al localismo, col contorno dell’innalzamento di muri e fili spinati, un rifugio nel populismo di maniera, illusionisticamente legato alla riconquista dei vecchi schemi socio-economici.

Mentre il mondo viaggia verso la “globalizzazione” più o meno spinta, la politica si chiude nella “glocalizzazione” più o meno apertamente evocata. Dagli Usa di Trump alla Brexit, da Visegrad al leghismo nazional-regional-popolare, dagli indipendentisti ai celoduristi, le campane sembrano suonare per convogliare la gente sulla via di un nostalgico ritorno al passato. Queste virate anti-storiche presentano non pochi rischi: la storia insegna che per ovviare all’evidenza della confusione progressista bisogna ricorrere al nascondimento delle sfide future, sventolando le bandiere dell’ordine proveniente dalle tragedie passate.

Questa dicotomia tra pragmatismo acritico e ideologismo datato ci sta imprigionando e deviando: in estrema e semplicistica sintesi, sta rivalutando spudoratamente le destre nelle piazze e mettendo decisamente in crisi le sinistre, relegandole nei salotti. C’è un modo per uscire da tale impasse? In teoria sarebbe necessario coniugare la difesa dei valori di giustizia sociale con l’apertura alla modernità strutturale del mondo in rapida evoluzione. Per dirla con una frase evangelica: essere nel mondo senza essere del mondo. Questa citazione non è meramente casuale: vuoi vedere che la politica, se vuol ritrovare un certo equilibrio, deve rispolverare l’ispirazione cristiana?

 

 

Le ridondanze faziane e faziose

Da parecchio tempo si discute di tetto agli stipendi in Rai, contrapponendo le esigenze dell’etica retributiva con quelle delle regole del mercato televisivo. Viviamo in un sistema capitalistico dove il gioco della domanda e dell’offerta dovrebbe caratterizzare i rapporti economici, salvo il fatto che da entrambe le parti si vengano a creare sotto diverse forme veri e propri monopoli o almeno oligopoli. C’è poi il discorso dei diversi poteri contrattuali, che si misurano in modo squilibrato e talvolta iniquo. Il sistema radio-televisivo non è immune da queste storture.

Non mi scandalizzo pertanto se lo Stato tenti di introdurre limiti e vincoli ad uno strano ente, sottoposto al controllo parlamentare, orientato a livello gestionale dal governo, finanziato in modo consistente coi soldi provenienti dai contribuenti. Forse, come spesso accade, si va alla ricerca scandalistica delle incongruenze anziché elaborare strategie che (ri)portino la Rai nell’alveo di una programmazione rispettosa degli interessi collettivi.

Esiste una jungla retributiva al massimo rialzo; esiste il clientelismo politico al minimo rispetto dell’obiettività; esistono evidenti ma opache promozioni e retrocessioni; esiste un carrozzone mangiasoldi che oscura le pur presenti eccellenze a livello culturale e informativo. La pietra dello scandalo, che sembra riassumere tutte le contraddizioni, è da qualche anno il compenso al giornalista-intrattenitore Fabio Fazio che svetta su tutti. Non entro nel merito del suo valore professionale, peraltro innegabile, e non vado alla ricerca di altri personaggi Rai più o meno nelle stesse condizioni contrattuali: è un infantile gioco che non mi interessa e non porta da nessuna parte. Capisco, ma non condivido la difesa d’ufficio dei super-pagati, i quali si nascondono dietro il dito dei profitti arrecati all’ente col loro lavoro. È un pericoloso meccanismo che tende a giustificare tutto, a sacrificare il bello, a manovrare il buono, a pescare nel torbido.

Come spesso mi accade, vado a prestito dai sani anche se troppo semplici ragionamenti paterni. Mio padre che non era capace, per sua stessa ammissione, di farsi pagare per il giusto, che non osava farsi dare del “lei” dai garzoni, che aveva uno spiccato senso del dovere e non concepiva, nella sua semplicità di vita, questi lauti ed enormi guadagni, sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Vorrei porre a Fabio Fazio ed ai suoi super-pagati colleghi la graffiante e provocatoria domanda-riflessione proposta da mio padre. Quando tutti spingono, la soluzione è quella di aprire improvvisamente la porta: nel caso in questione l’apertura dell’uscio Rai potrebbe essere una consistente “autoriduzione” di stipendio. So benissimo che i problemi di equità salariale non si risolvono con i gesti di buona volontà. So benissimo che ridursi lo stipendio potrebbe significare la sottovalutazione della propria professionalità. So benissimo che la guerra dei compensi alla Rai cela una spasmodica ricerca di appoggi mediatici alla politica. So benissimo che gli sprechi in Rai e altrove sono parecchi, tali da oscurare le vivide ridondanze faziane e faziose. Ammetto e (non) concedo tutto.  Ma un bel gesto aumenterebbe la stima verso Fazio e verso i suoi colleghi. Poi parliamo d’altro, vale a dire di contenuti e Dio sa se non ce ne sia bisogno.

 

Il cardinale abusivo

Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Papa, è andato in un palazzo romano occupato da 450 persone a portare doni e cibo, ma non si è accontentato ed ha staccato i sigilli del contatore ridando la corrente elettrica agli abitanti a cui era stata tolta per morosità. L’autore di questo gesto chiaramente provocatorio ha dichiarato: «Sono intervenuto personalmente, ieri sera, per riattaccare i contatori. È stato un gesto disperato. C’erano oltre 400 persone senza corrente, con famiglie, bambini, senza neanche la possibilità di far funzionare i frigoriferi. Non l’ho fatto perché sono ubriaco».

Il cardinale polacco, che già in passato si era preso cura di anziani, malati e bambini che vivono nella struttura, è arrivato nel pomeriggio a bordo di un furgone carico di regali per i più piccoli. Sapeva che gli abitanti del palazzone erano da tre giorni senza corrente: ha chiamato al telefono Prefettura e Comune, chiedendo di riattivare l’energia elettrica, minacciando altrimenti di farlo lui stesso. Dopo alcune ore è tornato sul posto, ha di nuovo chiamato le autorità cittadine per esplicitare il suo intento, poi si è calato nella buca dove c’è l’impianto di media tensione, ha attuato una serie di manovre e la luce è tornata. Prima di prendere i voti aveva lavorato in Polonia nel settore elettrico e quindi aveva la competenza professionale per intervenire.

Immediatamente la società elettrica che gestisce l’infrastruttura si è accorta dell’anomalia ed è giunta sul posto scortata da alcune camionette della polizia. Gli occupanti, al grido di “senza luce non si vive”, hanno presidiato in massa la cabina elettrica fino alle 3 di notte circa, quando le forze dell’ordine hanno abbandonato lo stabile. Nonostante l’intervento della polizia non è stato possibile rimettere i sigilli alla cabina elettrica. Il tutto è conseguenza del debito accumulato dal 2013 che sembra ammonti a oltre 300mila euro e il Campidoglio ha fatto sapere che non salderà le bollette della luce arretrate.

Da quello che posso intuire si tratta di un caso in cui si sommano gravi problemi abitativi a occupazioni abusive da parte di soggetti in gravi difficoltà e iniziative culturali ed artistiche di sostegno all’antagonismo sociale. Il Papa, tramite il suo incaricato per le iniziative caritative, ha messo il dito nella piaga senza timore di rimanere impigliato in una inevitabile polemica. Queste situazioni andrebbero gestite a livello pubblico con molta elasticità e flessibilità, mentre invece vengono lasciate per anni a marcire e poi, quando scoppia la bagarre, affrontate e trattate burocraticamente e sbrigativamente.

Non posso evitare un paio di riflessioni: una di carattere socio-politico e una di stampo ecclesiale. È perfettamente paradossale che il movimento cinque stelle affronti (?) il problema della povertà introducendo centralmente e legislativamente il cosiddetto reddito di cittadinanza, per poi chiudere gli occhi territorialmente, con suoi autorevoli amministratori locali, sui problemi concreti drammaticamente emergenti. È troppo comodo pontificare a livello governativo per poi balbettare a livello comunale. Occorre sensibilità e fantasia che vanno ben oltre il rigorismo sociale pentaleghista, che oscilla tra lo pseudo-comunismo grillino e lo pseudo-liberismo salviniano.

La Chiesa si è svegliata, papa Francesco le sta dando una bella scrollata, passando dalla mera teorizzazione evangelica alla denuncia sociale e financo politica. Siamo giustamente ed opportunamente arrivati alla testimonianza provocatoria. Il leader della Lega Matteo Salvini è intervenuto a margine del gesto provocatoriamente disperato del cardinale Krajewski, parlando durante un comizio elettorale a Cuneo: «Conto che l’elemosiniere del Papa, intervenuto per riattaccare la corrente in un palazzo occupato di Roma, paghi anche i 300mila euro di bollette arretrate. Penso che voi tutti, facendo sacrifici, le bollette le paghiate. Se qualcuno è in grado di pagare le bollette degli italiani in difficoltà siamo felici…». Una ignorante e strumentale manciata di fango su un intelligente e provocatorio gesto. Purtroppo credo che parecchia gente abbia reagito come Salvini. E allora? Bisogna che la Chiesa, come istituzione e come comunità, faccia un ulteriore passo avanti, non tanto pagando una tantum a livello vaticano le bollette della luce, ma inaugurando definitivamente, a livello centrale e periferico, uno stile di condivisione verso i problemi degli ultimi. Non per tappare la bocca ai Salvini, ma per soddisfare fino in fondo le esigenze evangeliche.

Le scialuppe di affondamento

“Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur”: mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Questa locuzione, risalente al terzo secolo avanti Cristo, al periodo delle guerre puniche, viene usata nei confronti delle situazioni in cui si perde molto tempo in discussioni continue senza prendere una decisione, in un contesto che invece richiederebbe rapidi interventi. Uno degli esempi più noti dell’uso di questo detto si ebbe in occasione dell’omelia tenuta dal cardinale Salvatore Pappalardo al funerale di Carlo Alberto Dalla Chiesa: un duro attacco all’inconcludenza dello Stato di fronte all’aggressione mafiosa e agli omicidi eccellenti di Cosa nostra.

Mi sembra che la locuzione antica mantenga tutto il suo provocatorio significato e possa tranquillamente essere usata per fotografare l’insulsa e colpevole incertezza dei governanti italiani davanti all’arrivo di navi piene di naufraghi, provenienti dall’inferno dei Paesi africani alla disperata ricerca della sopravvivenza rispetto ai tormenti da cui provengono. Ebbene, a questi disgraziati si tende a dare risposte interlocutorie, accampando alibi e discutendo sui loro destini, mentre le loro vite sono letteralmente appese ad un filo.

Si sta a disquisire sul chi e sul come si debba intervenire per salvare questi profughi in balia delle onde; si tende a chiudere i porti in cui le navi dovrebbero attraccare; si litiga, leggi, regolamenti e trattati alla mano, su chi debba ospitarli palleggiandosi responsabilità e competenze; si fanno distinzioni capziose tra le cause per il diritto di asilo; si dubita sulla buona fede dei salvatori; si scarica tutto sulla guerra contro gli scafisti; si teorizzano accordi con i Paesi di provenienza; si fa una celoduristica battaglia contro l’immigrazione alla ricerca dei voti contro le ipotetiche moderne invasioni barbariche. Tutto mentre decine di persone aspettano solo una ciambella di salvataggio vera e propria per continuare a vivere affrancandosi dalle condizioni inumane a cui sono soggetti.

Prima salviamoli, collochiamoli in modo appena dignitoso, poi viene tutto il resto a livello nazionale ed europeo. Il fenomeno va gestito: sono perfettamente d’accordo; occorrono patti chiari e solidali fra gli Stati europei: lavoriamoci alacremente; bisogna pensare a serie politiche di integrazione: apriamoci ad una visione multiculturale e multireligiosa del mondo; smettiamola con i conflitti tra i poveri nostrani e quelli d’importazione: non possiamo sfornare assurde graduatorie della disperazione; ragioniamo sui nostri deficit demografici: vediamo come compensarli con l’arrivo e l’integrazione dei migranti. Tutto possibilmente non a babbo morto, vale a dire dopo aver sepolto in mare i profughi, ma dopo averli, seppure provvisoriamente, accolti.

Cosa pensano di ottenere gli stupidi governanti del “basta”? Oltre l’osservanza dei principi etici che dovrebbero far parte del nostro patrimonio culturale, vi è una imprescindibile esigenza di seguire una politica positiva e costruttiva, abbandonando l’illusione di rimuovere il problema con gli slogan, con i muri, con i fili spinati, con il mero pattugliamento delle coste, con il massiccio rimpatrio dei clandestini.

Ho sentito parlare di un amico della mia famiglia, un uomo buono ma mentalmente un po’ ritardato, che combatteva i topi collocando le trappole. Poi, non avendo il coraggio di eliminarli, li portava in qualche prato periferico e se ne tornava a casa. Trovava l’immediata sorpresa della presenza di altri topi e se ne stupiva pensando che avessero fatto più in fretta di lui a tornare a casa. Mi scuseranno gli immigrati perché non volevo assolutamente assimilare il loro arrivo ad un’infestante invasione di topi. Volevo solo ridicolizzare quanti si illudono di arrestare i flussi migratori con inumani, banali, sciocchi e inutili provvedimenti.

Il neofascismo è fuori dal minimo etico

Quante polemiche per una casa editrice di simpatie chiaramente fasciste! Al Salone del libro di Torino, prima l’avevano confinata in un angolo e poi finalmente l’hanno esclusa. Mi ha sinceramente stupito il coro di snobistiche difese della libertà di pensiero e di cultura. Ma quale pensiero, quale cultura? Il fascismo è fascismo e non si può transigere.

Qualcuno ha sostenuto che non esisterebbero leggi sulla base delle quali operare queste censure. Cerchiamo di essere seri e chiari: c’è la Costituzione italiana e c’è il reato di apologia di fascismo. Basta e avanza! Non facciamo i fini dicitori: su questo terreno non si può scherzare. Cerchiamo semmai di applicare le leggi. Come si permette questo CasaPound, movimento e/o partito di matrice neofascista, di imbrattare la nostra democrazia? Come si permette un ministro della Repubblica italiana, che ha giurato di osservare lealmente la Costituzione, di pubblicare un libro con la Casa editrice Altaforte, il cui responsabile è un attivista del partito neofascista romano? C’è qualcosa che tocca! Esistono incompatibilità culturali, etiche e politiche.

I più furbi hanno detto e scritto che era meglio abbozzare e lasciare che Altaforte partecipasse al Salone del libro: la polemica avrebbe favorito questa casa editrice, facendole pubblicità. Questi calcoli tartufeschi mi fanno arrabbiare: la vogliamo smettere di scherzare col fuoco?

I più acculturati hanno rispolverato persino la teoria degli opposti estremismi: se censuriamo le brigate nere, dobbiamo censurare anche le rosse (si fa probabilmente riferimento ai centri sociali). Se consideriamo il metodo violento applicato alla prassi politica, sono perfettamente d’accordo a censurarlo ovunque. Se passiamo a discorsi ideologici, la sostanza cambia di molto. Vedo braccia tese nel saluto romano, ascolto ragionamenti e messaggi di stampo fascista. “Ucci, ucci, sento odor di fascistucci”. L’ho scritto qualche mese fa e lo ripeto convintamente.

Come Galilei non ha mai scritto: «Eppur si muove» e in nessun luogo delle opere di Machiavelli si trova: «Il fine giustifica i mezzi», allo stesso modo, alcuni sostengono, che Voltaire non abbia mai scritto né detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Non so e non mi interessa più di tanto. Una cosa è certa: “l’idea di tolleranza non può che partire da un “minimo etico” e non può non essere che reciproca, ma non può ammettere nell’interlocutore idee di sterminio o altri abomini, che pertanto nessuno, e per giunta a sacrificio della propria vita, può consentire di dire ad alcuno. Se infatti si deve essere tolleranti coi tolleranti, viceversa non si può essere che intolleranti con gli intolleranti” (cfr. La Frusta letteraria di Alfio Squillaci).

Poi arrivano i furbetti a sostenere che l’antifascismo di maniera sia il più bel regalo che si possa fare a chi cova assurdi rimpianti e nostalgie. «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!»: così diceva don Andrea Gallo. Mi permetto di parafrasarlo aggiungendo: «Non mi curo di certe sottigliezze culturali perché mi importa solo una cosa: che lo Stato italiano sia antifascista».

 

I mangiatori di democrazia

In Lombardia e Piemonte i carabinieri e la guardia di finanza hanno emesso parecchi ordini di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza un giro di tangenti tra importanti politici, imprenditori e dirigenti tra Milano e Varese, principalmente a livello dell’amministrazione regionale. Tra gli interessati ci sono anche diversi politici di spicco del centrodestra lombardo (l’appartenenza partitica non è purtroppo una discriminante ma una questione accomunante). In totale sono 95 le persone indagate a vario titolo per associazione a delinquere e corruzione.

I giornali riportano in particolare che l’indagine avrebbe individuato un tentativo di corruzione nei confronti del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, della Lega, che però non è indagato bensì “parte offesa”. Il tentativo di corruzione sarebbe arrivato da Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese, già condannato in via definitiva per concussione nel 2017. Stando al Corriere della Sera, l’episodio risale al marzo del 2018, quando Caianiello avrebbe proposto a Fontana una nomina a capo del “settore Formazione” della Regione Lombardia, in cambio di garanzie su alcune consulenze legali che sarebbero state poi richieste a un amico e collega di Fontana.

Fontana, che non è indagato, secondo i giornali non avrebbe però denunciato l’episodio: non è chiaro perché. In una conferenza stampa, il procuratore Francesco Greco ha detto che le indagini avrebbero rivelato che il collega di Fontana in questione «ha poi ottenuto un incarico dalla Regione», e che quindi si sta «accertando lo spessore e la regolarità della procedura». Se devo essere sincero, non mi sembra una questione molto rilevante, anche se magari emblematica di una certa disinvoltura nella gestione pubblica, ma anche di una certa pignoleria giudiziaria.

L’inchiesta è però molto più ampia e comprende vari filoni.  Ci puzza maledettamente di tangentopoli. Anche allora il tutto partì dalla Lombardia. Qualcuno dice che tangentopoli non è mai finita. Fatto sta che la corruzione continua ad emergere, anche se è presto per elaborare teorie e giudizi di carattere generale. Rischia tuttavia di piovere sul bagnato del qualunquismo serpeggiante nella società, che trova sbocchi assurdi e paradossali nel populismo e nel finto e strumentale perbenismo. Un mio conoscente, attento osservatore delle cose della politica, sostiene però come sia capzioso accusare di qualunquismo l’uomo della strada: qualunquismo è rubare e degradare la politica ad arte dei propri affari più o meno loschi. Ha perfettamente ragione. Non ci si può scandalizzare della stizzita reazione della gente ad un certo andazzo politico.

Bisogna fare molta attenzione alla storia passata e presente: la corruzione della politica è un disgraziato incentivo alla messa in discussione della democrazia. Temo che dietro la recente deriva pentaleghista ci stia anche e soprattutto un’accentuata insofferenza verso il sistema corrotto e inaffidabile. Stiamo offrendo acqua a chi vuole sguazzare sulle scorrettezze dello stile politico per costruirci sopra pericolose scorciatoie antidemocratiche.

Quando il grande giornalista Indro Montanelli giudicava la storia di un politico partiva proprio dalla sua etica e operava una sorta di implacabile esame finestra: si è arricchito, ha intascato tangenti, ha fatto gli affari suoi, ha fatto i propri comodi, ha saputo mettere gli interessi pubblici prima dei suoi?   Possono sembrare parametri minimalistici, invece bisogna ripartire di lì per salvare la democrazia e per sconfiggere anche le nostalgie della sbrigatività nelle risposte e maniere forti. C’è un detto parmigiano: “La pulissia l’è méz magnär”. Sembra che troppi politici pensino invece: “Magnär l’è méza pulissia”.

 

 

La sana iconoclastia calcistica

Di Padre Eterno ne riconosco solo uno, figuriamoci se sono disposto ad ammetterne altri, seppure in chiave sportiva. Tempi duri per le divinità pallonare: i Messi, i Ronaldo, gli Icardi cadono dagli altari alla polvere con eloquente velocità. Il trono di Messi è durato meno di una settimana: dal paradiso di Barcellona all’inferno di Liverpool.

Il loggione di Parma in passato ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». I loggionisti degli stadi, aizzati dagli opportunisti mediatici dello sport, si lasciano troppo incantare dai cosiddetti fuoriclasse del football, non capendo che il calcio è il più bel gioco del mondo e come tale è imprevedibile e impossibile da incapsulare negli schemi tattici.

All’inizio del campionato 2018-2019 sembrava che Carlo Ancelotti, il nuovo allenatore del Napoli, fosse in grado di “far venire il vino nell’uva”, come dice una simpatica espressione dialettale parmigiana: lui sì che era bravo, non il suo predecessore (Maurizio Sarri). Ebbene la campagna ancelottiana sta finendo tra i fischi per gli scarsi risultati ottenuti nelle competizioni italiane ed europee. Tutti i commentatori lo osannavano e oggi? Colpa delle scelte societarie! Ma fatemi il piacere. Attenti, perché potrebbe succedere così anche a Roberto Mancini, il nuovo tecnico della nazionale: tutti lo incensano a priori, poi…staremo a vedere.

Torno ai padreterni con cui ho iniziato il discorso, in particolare all’argentino Lionel Messi.  Mio padre pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico, anche con altri giocatori superpagati: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Cosa direbbe oggi di Messi e Ronaldo: sogghignerebbe soddisfatto del loro ridimensionamento, nonostante la testarda e inguaribile vena giornalistica osannante.

Sarò un inguaribile bastian contrario, ma di fronte al capitombolo barcellonese e alle recenti sfide di coppa campioni ho goduto assai. Perché? Innanzitutto perché questi episodi di ribaltamento rimettono il calcio al suo posto: uno stupendo, imprevedibile, fantasioso gioco di squadra in cui si può vincere e si può perdere, combattendo fino all’ultimo respiro, punto e stop. In secondo luogo, in men che non si dica, crollano i facili e sciocchi divismi e speriamo si ridimensionino anche i relativi cachet. Inoltre perdono di credibilità i prezzolati mestieranti, che vivono sulle stucchevoli chiacchiere del prima e dopo partita. Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose.

 

Inni e canti della nostalgia

Il 06 maggio 1959 gli azzurri del calcio ebbero l’onore di giocare nel tempio di Wembley. Quella partita non passò alla storia per il risultato (un prestigioso 2 a 2 con rimonta italiana suggellata dai gol di Brighenti e Mariani), ma per la clamorosa gaffe (?) iniziale: la banda suonò in onore dell’Italia la Marcia Reale. Chi ironizzò sullo splendido isolamento inglese (una sorta di segnale profetico di Brexit) che impedì di conoscere come l’Italia fosse una repubblica da oltre dieci anni; chi pensò ad una provocazione istituzionale britannica in nome della sua irrinunciabile fede monarchica; nessuno si accontentò di archiviare l’episodio come un mero svarione protocollare.

Il re Felipe VI e suo padre Juan Carlos hanno partecipato, in questi giorni a Napoli, all’evento del Cotec Europa, una fondazione che si occupa di sviluppo tecnologico, soprattutto nella pubblica amministrazione. Il re spagnolo durante il suo discorso ha detto: «Le macchine già ci superano in molti campi, ma non ci superano in empatia e creatività, che debbono essere al primo posto nella formazione degli addetti alla pubblica amministrazione in un contesto sempre più automatizzato e digitalizzato ed in un quadro di mutamenti sociali e tecnologici accelerati». Queste parole, peraltro molto serie e realistiche, hanno avuto un ritorno di gusto assai ironico nel fatto che gli altolocati ospiti iberici sono stati accolti al teatro San Carlo di Napoli sulle note dell’inno di Spagna eseguito da orchestra e coro in una versione adottata durante il franchismo e abbandonata in democrazia. Attualmente, infatti, l’inno si esegue senza parole. I due sovrani non hanno fatto neanche una piega ascoltando l’esecuzione del coro delle voci bianche del San Carlo, ma il presidente Mattarella si è dovuto scusare per l’incidente.

Sono errori così clamorosi da lasciare sempre qualche margine di dubbio: in questi casi la dietrologia può veramente sbizzarrirsi alla ricerca di inconfessabili finalità pseudo-diplomatiche o clamorose provocazioni politiche. Alle recenti elezioni spagnole il partito neo-franchista ha ottenuto un buon risultato elettorale, inferiore tuttavia rispetto alle allarmistiche previsioni. Nel nostalgico clima reazionario europeo ci può stare anche un simile lapsus freudiano? Non saprei. Certo, siamo riusciti a fare una figuraccia: non ho idea di come si sarà giustificato Mattarella.

Alle esequie rigorosamente laiche di Enrico Berlinguer partecipò l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, assai poco amato dal popolo comunista e sonoramente fischiato. A chi gli chiese un commento il leader socialista rispose con il suo solito stile arrogante e tranchant: “A funerali politici c’è posto anche per la contestazione politica”. L’episodio napoletano di cui sopra potrebbe essere chiosato con una parafrasi della suddetta frase craxiana: “Nell’aria destrorsa che tira in Europa e in Italia c’è posto anche per un inno franchista”. Meditiamo gente…

Aspettando Draghi

Si può governare litigando continuamente su tutto e su tutti? Ogni giorno nasce un contenzioso aggiuntivo al già pur abbondante pacchetto di scontri al calor bianco messi sotto il naso di un Giuseppe Conte sempre più attonito e ingarbugliato nella sua matassa governativa. In Italia forse da sempre c’è la tendenza a incasinare i problemi per non risolverli. Fino a qualche anno fa andava di moda l’acronimo Ucas (ufficio complicazione affari semplici). Oggi nei palazzi ministeriali romani potrebbe essere esposta tranquillamente la targa Ucag (ufficio complicazione affari governativi). È perfettamente inutile fare l’elenco dei punti di grave scontro tra i partiti politici di maggioranza e tra i loro debordanti esponenti che ricoprono importanti cariche ministeriali. Sembra che se ne comincino ad accorgere anche i cittadini, se è vero che i sondaggi, per quel che valgono, registrano un calo di gradimento per Salvini e Di Maio: sui vice-premier peserebbero infatti le liti nell’esecutivo, di cui peraltro il 60% degli elettori del Carroccio prevederebbe la caduta entro la fine del 2019.

Come sempre succede, le tensioni avvengono in un clima di grosse difficoltà economiche: quando i conti vanno bene, tutti i santi aiutano, ma quando non quadrano, le faccende si complicano. L’economia italiana, pur nel balletto contraddittorio di cifre, non va bene, anzi sta peggiorando vistosamente. I conti pubblici sono fuori controllo e su di essi gravano gli autentici macigni delle clausole di salvaguardia, dei controlli europei e dei giudizi dei mercati. Il ministro dell’economia Giovanni Tria sembra un acrobatico equilibrista costretto a camminare sulla corda delle cifre di bilancio, ma senza l’aiuto della tradizionale asta: anzi, i colleghi di governo gli gufano contro e lo mettono in ulteriore imbarazzo con i loro assurdi proclami.

La litigiosità è poi frutto anche di eclatante impreparazione e di clamorosa strumentalizzazione. Spesso si ha la netta impressione che nell’esecutivo scoppino risse su proposte improvvisate e fuorvianti, lontane dai veri problemi e vicine alle blandizie elettorali. Il governo Conte è nato nell’equivoco di una maggioranza numerica ma non politica: il presidente della Repubblica ha dovuto considerare la mancanza di alternative e prendere atto di un accordo/contratto destinato a creare inevitabili contenziosi. La mancanza di alternative continua a sussistere, perché il Pd continua ad essere in crisi di identità e credibilità, mentre il centro-destra, appiattito sull’estremismo leghista, non offre alcuna garanzia di governabilità.

In questo quadro, che verrà forse un po’ chiarito o addirittura complicato dai risultati delle elezioni europee e dai successivi indirizzi a livello Ue, se la situazione economica, come purtroppo è prevedibile, dovesse peggiorare ulteriormente e la litigiosità di conseguenza dovesse aumentare, rispunterebbe la carta del governo tecnico, dal momento che le elezioni politiche anticipate potrebbero soltanto cristallizzare una situazione di ingovernabilità.

Il mandato di Mario Draghi quale presidente della Bce scade il 31 ottobre del 2019. Non ci sono per lui prospettive di conferma, ha lavorato infatti troppo bene per essere rinnovato nell’incarico. Non so se avrà voglia di imbarcarsi in una tremenda avventura di traghettamento, ma sarebbe l’unica soluzione in grado di dare al nostro Paese una guida autorevole, esperta e competente. In attesa che la politica e i cittadini italiani rinsaviscano. La scadenza del settennato di Mattarella al Quirinale è nel maggio 2022. Restano un paio d’anni per mettere l’Italia nelle mani di questi due personaggi seri ed affidabili, che saprebbero rispettare i limiti politici ed istituzionali loro imposti, ma potrebbero costringere la politica ad uscire dal tunnel dell’inconcludenza e i cittadini a ragionare.

 

La guerra riscaldata

Dopo la seconda guerra mondiale, per circa mezzo secolo, abbiamo vissuto la tensione della cosiddetta “guerra fredda”, un equilibrio basato sulla contrapposizione politica, ideologica e militare tra la democrazia capitalista da una parte, guidata dagli Usa, e il totalitarismo comunista dall’altra, egemonizzato e dominato dall’Unione Sovietica. La fine dell’impero sovietico, emblematicamente raffigurata nel crollo del muro di Berlino, la riunificazione della Germania, la problematica costruzione dell’Unione Europea, l’emergere di Paesi in via di forte ma confuso sviluppo (Cina soprattutto), la sempre più drastica contrapposizione fra Paesi ricchi e Paesi poveri, la debole funzione dell’Onu, hanno ridimensionato e scompigliato le speranze e le attese di un mondo pacificato.

Se la guerra fredda aveva scongiurato le eruzioni vulcaniche, il dopo guerra fredda si è sfogato nei geyser di quella che papa Francesco definisce la terza guerra mondiale combattuta a pezzi. Temo che il Venezuela possa diventare l’ennesimo focolaio bellico in una risorgente contrapposizione strumentale tra Usa e Russia, in vena di tardive ma sempre attuali spinte imperialistiche. Da quello che ho potuto ascoltare e leggere mi pare che ad una delle ultime e classiche dittature comuniste o giù di lì, si contrapponga una velleitaria e improvvisata rivoluzione democratica, con la pronta scesa in campo, per ora solamente diplomatica, delle due super-potenze: la Russia di Putin dalla parte dell’indifendibile regime di Maduro,  gli Usa di Trump a sostegno della inconcludente rivolta innescata da Guaidó, paladini entrambi assai poco credibili sul piano ideologico e molto motivati dal punto di vista economico e tattico.

L’Europa gioca un ruolo di puro e peraltro tentennante contorno. L’Italia…lasciamo perdere.  Il popolo venezuelano sembra diviso, ma prevalentemente orientato al cambiamento di regime. Le forze armate sembrano invece prevalentemente schierate in difesa dello status quo, vale a dire dalla parte di Maduro. Le schermaglie diplomatiche russo-americane si stanno complicando e non resta che sperare nella paradossale amicizia tra Putin e Trump, così diversi ma così somiglianti nel loro delirio di onnipotenza e nel loro machismo tattico. Siamo ridotti male.

Nel 1945 George Orwell, riflettendo sulla bomba atomica, preconizzava uno scenario in cui le due grandi potenze, non potendo affrontarsi direttamente (per il rischio di distruzione mutua assicurata), avrebbero finito per dominare e opprimere tutti gli altri. Andò, più o meno, così. Oggi il quadro è più complesso, ma, stringi-stringi, il discorso non è molto cambiato. L’Onu non conta un cavolo e i venezuelani berranno da botte una soluzione pasticciata concordata tra due squallidi personaggi più stupidi che potenti.

Non ricordo l’autore, ma, l’indomani del crollo del muro di Berlino, apparve una vignetta in cui, con una amara e semplicistica visione, si passava drammaticamente dal filo spinato alle siringhe della droga, dalla padella alla brace. Oggi, alla luce degli avvenimenti venezuelani, e non solo, potremmo dire: dalla guerra fredda alla guerra riscaldata. Tra gli Usa impelagati in un capitalismo isolazionista, ottuso e spietato e la Russia impostata come una grande piovra mafiosa, emerge la Cina quale peggior sintesi tra capitalismo e comunismo. L’Europa traccheggia e boccheggia. In mezzo tutti gli altri. Adesso è la volta del Venezuela.