Per troppi euro in meno

Sono impressionanti le cifre che fotografano la situazione economico-finanziaria del nostro Paese: lo spread è attorno ai 270 punti base, cento in più di un anno fa, il doppio del livello a cui era stato lasciato dal governo Gentiloni, ottanta punti in più rispetto allo spread dei titoli greci; il Pil quest’anno crescerà dello 0’1%, con conseguente ulteriore peggioramento del rapporto fra debito pubblico e Pil; incombono due aumenti dell’iva da oltre 50 miliardi nei prossimi diciotto mesi. Ciononostante i due leader di governo si sbizzarriscono a continuare nella politica delle promesse facili.

Nell’ambito governativo il ministro dell’economia Giovanni Tria suona campane a morto: conferma di essere “accademicamente favorevole” all’aumento dell’iva, nega l’esistenza di coperture per un decreto di aiuti alle famiglie, invita a non parlare con leggerezza di sforamento del deficit oltre il tre per cento e, dulcis in fundo, mette in discussione addirittura il bonus degli ottanta euro mensili, concesso dal governo Renzi, un provvedimento, a detta di Tria, fatto male e da riassorbire nell’ambito di una riforma fiscale. Il responsabile dei conti pubblici tenta disperatamente di raschiare il barile per evitare in autunno uno scontro con l’Unione europea, la quale potrebbe già nell’immediato post elezioni aprire la procedura per il debito eccessivo italiano. Con tutto il rispetto scientifico per Giovanni Tria, mi sembra si stia muovendo solo ed esclusivamente per arginare l’incedere dell’elefante nel negozio di cristalli: molta meno visuale e molta più improvvisazione rispetto al tanto vituperato governo Monti (il demonio, stando a grillini e leghisti).

Si aprono due possibilità. O si segue la linea pseudo-rigorista di Tria, atta a riassestare minimamente i conti pubblici e ad evitare un contenzioso con la Ue, oppure si prosegue la linea dissennata, sponsorizzata soprattutto dal leader leghista, di sforare il tre per cento nel rapporto deficit-pil con le gravissime ripercussioni sui mercati finanziari e con la istituzionalizzazione del cane che si morde la coda.

La dilatazione ulteriore della spesa pubblica (aiuti alle famiglie, allargamento del reddito di cittadinanza) e/o la contrazione delle entrate fiscali (flat tax) aggraverebbero la già precaria situazione dei conti pubblici. Questa dissennata politica pentaleghista (per la verità più leghista che pentastellata) fa però i conti senza l’oste, senza l’Europa, così come uscirà dalle elezioni del prossimo 26 maggio. Se verrà confermata, più o meno, l’attuale grande coalizione popolar-socialista a netta prevalenza politica del Nord-Europa, continuerà a premere sull’Italia il rullo compressore rigorista. Se dovesse aumentare il peso dei liberali nordici in un equilibrio politico anti-sovranista, ci troveremmo ancor più messi all’angolo e costretti a rimettere ordine nei nostri conti e nella nostra politica finanziaria. Se si aprisse un varco sovranista, se, a dirla in breve, dovessero acquisire, direttamente o indirettamente, un peso importante gli amici europei di Salvini, l’Italia, tramite la confusione mentale leghista, andrebbe comunque sul banco degli imputati, rimanendo con un palmo di naso di fronte all’egoismo nazionalista degli euroscettici, che non vorranno certamente accollarsi i nostri debiti (lasciamo perdere il fatto che non vorranno neanche accollarsi i migranti che arrivano in Italia).

Le elezioni europee, per l’atteggiamento nei confronti dei conti italiani, rischiano pertanto di non cambiare nulla, se non in peggio. I grillini saranno ancora alla ricerca di alleati più o meno farneticanti; i leghisti in ogni caso avranno un paradossale e ridicolo effetto boomerang. Ci vuole un bel coraggio a votare questi signori per il parlamento europeo. Eppure i sondaggi continuano a prefigurare una vittoria leghista: la vittoria di Pirro.

 

La maschera italiana dei populisti di destra

Non resisto alla tentazione di fare una previsione-appello in merito alle ormai vicinissime elezioni europee: un po’ per andare controcorrente, un po’ sulla base dei risultati delle elezioni politiche spagnole, un po’ prendendo rischiosamente a riferimento gli exit poll olandesi. Azzardo un pronostico-sensazione: dove l’estrema destra, populista e sovranista per non dire di peggio, abbassa la maschera e si mostra per quello che è, raccoglie non pochi voti, ma non sfonda. L’euroscetticismo piace molto a parole, ma nelle urne spaventa e quindi le sinistre, socialisti e verdi, non guariscono, ma prendono un brodo.

Se fosse veramente così, ci sarebbe da rallegrarsi o, quanto meno, da fugare i timori e le paure. In Italia però la scena è diversa.  La destra leghista mantiene una maschera liberal-social-fascista che confonde le acque: troppo liberali per essere fascisti; troppo populisti per essere razzisti; troppo clerico-fascisti per essere democratici; troppo furbi per farsi chiudere all’angolo della storia. Un bell’equivoco in cui temo che gli italiani continuino a rimanere imprigionati. E poi non sono alleati con il M5S? Quindi hanno un contrappeso governativo, un amante litigioso e ribelle, che tuttavia li sdogana in senso protestatario verso i soggetti socialmente e psicologicamente border line, concretizzando il discorso dalemiano della “Lega costola della sinistra”. Tutto sommato fa gioco ai leghisti anche l’impresentabile Silvio Berlusconi, che fornisce loro una copertura di moderazione destrorsa, presentandosi come il coniuge tradito, ma non rassegnato.

Abbiamo cioè un dualismo populista al potere, che irretisce e confonde le idee e si mimetizza: a livello europeo oscilla fra i nazionalisti e i senza-casa politica; in Italia cavalca tutto e il suo contrario, facendo delle contraddizioni un pregio in salsa interclassista riveduta e scorretta. Tutti gli oppositori insistono sui contrasti politico-programmatici del pentaleghismo e non si accorgono che rappresentano paradossalmente invece la sua forza, il suo strano appeal qualunquista: un colpo al cerchio e uno alla botte. Forse, anzi certamente, se ne è accorto il Presidente della Repubblica, che ha loro elegantemente intimato di dare un taglio a questo gioco, almeno per qualche giorno in vista della consultazione europea. Hanno dovuto abbassare quei toni che consentono di suonare una musica senza melodia.

Si intuisce che questo panorama politico è provvisorio e transitorio, ma non so se i risultati elettorali ormai imminenti porteranno qualche chiarimento. Spero che, nonostante tutto, coloro che intendono rimanere in una seria logica di integrazione europea non disperdano i voti e, magari turandosi “montanellianamente” il naso, votino il partito democratico, l’unica formazione politica che, per storia e tradizione, garantisce una continuità della Ue e possibilmente anche un suo “federalizzante” futuro. Sembra questa l’altra faccia dell’Europa, che sta faticosamente emergendo. Giù le maschere e ragioniamo!

 

I venti contrari alla barca di Francesco

Mia sorella amava la musica, soprattutto quella operistica, e si avventurava volentieri in discussioni sugli interpreti melodrammatici. Un giorno stava assistendo ad un interessante dialogo fra due persone da lei conosciute: una era un carissimo suo amico, l’altra un semplice conoscente. Come era solita fare, non si tenne in disparte, ma si lanciò nel dialogo.  Venne stoppata da una pregiudiziale piuttosto altezzosa. Il soggetto, che non la conosceva più di tanto, chiese all’altro: «La signorina è competente?».  Solo dopo aver ottenuto rassicurazioni, lo scettico interlocutore ammise mia sorella al dialogo e riprese la discussione. Se esiste una materia in cui non ci si può improvvisare cultori e/o intenditori, questa è la musica. Figuriamoci la religione, che ormai è diventata materia di attenzione (fin qui niente di male, anzi), ma soprattutto di contrapposizione culturale e financo politica, con al centro del contendere l’attuale pontefice, papa Francesco, diventato suo malgrado una sorta di prezzemolo nella gastronomia pseudo-cattolica. Di lui parlano, spesso a vanvera, molti commentatori, giornalisti, scrittori: sono diventati tutti vaticanisti, specialisti della dietrologia cattolica, osservatori implacabili della vita della Chiesa alla luce della guida papale.

All’interno della Chiesa si sta facendo sempre più strada un pensiero reazionario e conservatore, ostile a Francesco, alla sua impostazione pastorale, al suo modo di interpretare il Vangelo, alla sua vena innovatrice e progressista: si arriva a considerarlo un eretico con tanto di atti di accusa altolocati. Le critiche al papa arrivano anche dall’altro campo, quello dei novatori, che collezionano ed ostentano delusioni in varie materie assai calde, dal celibato sacerdotale, al ruolo della donna nella Chiesa, dalla comunione ai divorziati ai problemi legati alla sessualità, dalle troppo timide riforme dell’apparato curiale all’eccessiva prudenza dopo una iniziale illusoria spinta. A livello politico è in atto da parte della Lega un vero e proprio attacco in nome della difesa della identità cattolica rispetto all’apertura agli immigrati, volto a connettere il ritorno politico ai simboli ed ai principi del passato con la ripresa della tradizione religiosa. Al di là degli sbracati e triviali atteggiamenti salviniani, il discorso è molto sottile, subdolo e pericoloso, e punta alla saldatura passatista tra politica e religione.

È destino dei grandi non essere collocabili in schemi precostituiti e quindi anche papa Francesco sta finendo per scontentare, a livello culturale, un po’ tutti. D’altra parte si tende a sovraesporlo, facendo coincidere impropriamente e pedissequamente la Chiesa con il Papa, dimenticando che essa non è il papa, ma una comunità di cui Francesco è solo l’autorevole guida. La sua popolarità poi lo mette al centro del circuito mediatico, nella posizione ideale per chi vuole colpirlo, anche a tradimento. È un papa scomodo, che va attenzionato e interpretato con gli occhi della fede e alla luce del dettato evangelico. In questo senso va difeso dalle bordate strumentali e dai consensi superficiali. Lasciamogli fare il papa, anche perché, tutto sommato, se la sta cavando assai bene, ha tanta gente che gli vuole sinceramente bene, ha lo Spirito Santo in poppa e chiede umilmente e continuamente il sostegno della preghiera dei credenti. So benissimo che sta toccando nel vivo del potere vaticano, sta camminando su un terreno minato, non sta giudicando nessuno ma scontentando molti, sta cercando di essere nel mondo ma non del mondo. Seguo il suo papato con grande ammirazione, sincera preoccupazione, enorme speranza e con un irrinunciabile pizzico di sana e costruttiva critica.

Ho iniziato con mia sorella e termino nostalgicamente con lei (riportando un passaggio del libro che ho a lei dedicato). La storica sera, in cui papa Francesco, appena eletto, si presentò, con atteggiamenti e simbologie rivoluzionari, sulla balconata di S. Pietro, ero davanti al video in compagnia di mia sorella Lucia. Eravamo entrambi convinti che fosse successo qualcosa di grande per la Chiesa cattolica. Questa volta lo Spirito Santo era arrivato in tempo. Io trattenevo con difficoltà le lacrime per l’emozione, Lucia era entusiasticamente propensa a cogliere finalmente il “nuovo” che si profilava. Erano gli ultimi mesi di vita di Lucia, che però trovavano esistenziale e incoraggiante riscontro, al livello più alto, di un cristianesimo vissuto sempre con l’ansia della novità che squarcia il dogmatismo, della scelta a favore dei poveri, del rispetto della laicità della politica, del protagonismo femminile. Se fosse ancora in mezzo a noi, sarebbe interessatissima e potrebbe esprimere giudizi attendibili. Sì, perché di fede, così come di musica, se ne intendeva assai.

 

 

 

Alle calende italiane

Nella immancabile dietrologia politica si sta insinuando un dubbio: Carlo Calenda e Matteo Renzi starebbero scaldando i muscoli per poi tuffarsi nella tiepida piscina del cosiddetto e non meglio precisato centro moderato. Il primo sarebbe quindi tatticamente sceso in campo a fianco del PD in vista delle elezioni europee solo per tastare il terreno in vista di una partita ben più strategica e impegnativa: quella di formare un polo di riferimento centrale per quanti vogliono tornare alla politica del buonsenso collegata ai fatti. Il secondo starebbe momentaneamente in disparte a leccarsi le ferite, per poi ripresentarsi “più bello e più superbo che pria” a riprendere il suo disegno interrotto bruscamente dalla sconfitta al referendum costituzionale. Due galli nel pollaio di riserva, pronti a saltabeccare nel vero pollaio del post governo gialloverde. Uso volutamente, come ormai fanno quasi tutti gli editorialisti di grido, un periodo sospeso, nel vuoto di una ipotesi piuttosto campata in aria.

La (im)possibile strategia alternativa partirebbe da due considerazioni. In Europa segna il passo la tradizionale contrapposizione-collaborazione fra popolari e socialisti: i primi spinti dal popolarismo al populismo nel vortice dell’aria nazional-sovranista, che soffia dappertutto; i secondi, in crisi di identità e di consensi, non sarebbero né carne né pesce. In Italia si sente la necessità di recuperare la politica alla società, visto che ha preso la strada della prevaricazione sulla società.

Ed allora ecco la possibilità di scompigliare gli schieramenti proponendo un bagno di sano (?) pragmatismo: la democrazia cristiana era un partito interclassista nel senso che tendeva a mediare gli interessi delle categorie facendone la sintesi politico-programmatica, questo nuovo ipotetico partito sarebbe molto meno ambizioso sul piano ideologico e sociale (non dimentichiamo però che la DC aveva una forte ispirazione ideologica cristiana) e molto più attraente dal punto di vista della concretezza (non dimentichiamo però che la DC sapeva governare i processi evolutivi e non si limitava a registrarli).  Un nuovo partito di centro, che guarderebbe a sinistra, ad un PD dimagrito e spaesato, e che raccoglierebbe i cocci moderati e raziocinanti di un berlusconismo alla canna del gas.

In Europa sarebbe, grosso modo, il disegno macroniano, quello di prosciugare l’acqua dove nuotano i pesci rossi, verdi e gialli. In Italia l’intenzione di prepararsi alla terza repubblica in contrapposizione, mentale prima che politica, al salvinismo dilagante. Non so se siamo nella fantapolitica, ma ho la netta impressione che qualcosa tocchi: troppo facile per essere vero. È obiettivamente pericoloso il disgustoso ritorno alle ideologie provocato velleitariamente dall’euroscetticismo sovranista e dal nazionalismo populista. Come rispondere a questa inaccettabile rifondazione della politica? Passando dal destrorso supermarket ideologico al tradizionale negozio dei prodotti di alta qualità? Oppure ritornando alla produzione, coltivando il terreno dei valori da cui nasce la Repubblica italiana e la stessa Unione europea? Sono perfettamente consapevole che il Partito democratico si stia rinchiudendo nel recinto burocratico, stia tornando nella foresta dei richiami nostalgici, stia rincorrendo una identità con lo sguardo al passato che non torna più. Non vorrei però che per fare un dispetto alla moglie sdegnosamente recalcitrante verso il letto post-ideologico, ci si tagliasse il membro valoriale, l’unico capace di ottenere l’erezione della politica.

 

 

Il fascino discreto delle dimissioni

La bufera giudiziaria scatenata sulla governance della regione Puglia aveva portato alle dimissioni della presidente Catiuscia Marini. Non sono la persona giusta per parlare in merito: nella mia vita ho passato più tempo a rassegnare dimissioni che a raccogliere incarichi. Per me hanno sempre avuto un effetto liberante e non imbarazzante, indipendentemente dalle motivazioni sottostanti. Vuoi per mentalità personale, vuoi per ragioni politiche avevo visto con favore queste dimissioni, pur essendo la matassa giudiziaria ancora tutta da dipanare. Sono convinto che per qualsiasi persona in qualsiasi settore, quando viene fatta oggetto di indagini e quindi ne venga messa in discussione la correttezza, sia opportuno un passo indietro, non per ammettere preventivamente e scriteriatamente la propria colpevolezza, ma per togliere ogni imbarazzo a se stessa e agli altri.

Il consiglio regionale umbro ha discusso queste dimissioni e le ha respinte. Non entro nel merito dei motivi alla base di questa deliberazione. Mi ha sorpreso il fatto che l’interessata abbia votato contro le proprie dimissioni adducendo ragionamenti di ordine burocratico e politico: “Ho attivato l’articolo 64 perché questa indagine non sviluppa esclusivamente profili penali singoli. Se avessi voluto dimettermi subito lo avrei fatto in base al comma 1 dell’articolo 64 dello statuto, dimissioni personali, come qualcuno avrebbe voluto. La sorte della legislatura non può non tenere conto di quanto ascoltato in quest’aula”.  Marini ha rivendicato quanto fatto in questi anni di legislatura e ha escluso “alcun interesse personale a rimanere essendo al secondo mandato”. La presidente ha poi sostenuto che “un governatore, anche in una fase così difficile, non può essere sottoposto a nessun tipo di ricatto, è una parola fortissima di cui mi assumo la responsabilità – ha puntualizzato – ma non può esserci né da parte della propria comunità politica né da altri. Il presidente deve avere la serenità di fare una valutazione politica”. “Io so – ha aggiunto – di aver agito sempre con onestà, buonafede e rispetto della legge e rispetto un’indagine che mi vede come persona indagata, ma questo rispetto ce l’ho più come presidente della Regione. Ho fatto errori politici e anche umani, ma so che ho rispettato la legge e un giorno lo potrò dimostrare”. In conclusione dell’intervento, ha annunciato che deciderà il da farsi in tempi brevi nel rispetto dell’articolo 64. Per legge sono previsti 15 giorni entro i quali il presidente può decidere se ritirare le sue dimissioni o, al contrario, confermarle.

Capisco i ragionamenti di Catiuscia Marini, ma il suo comportamento ha dato l’idea di un giocare a dimettersi e, purtroppo, ha provocato un gran brutto vedere. Le motivazioni addotte potevano essere tranquillamente portate a sostegno della irrevocabilità delle dimissioni e di una dignitosa astensione dal voto su una questione personale. Si è aperto immediatamente un periodo transitorio durante il quale si è scatenata una inevitabile dietrologia, mentre l’interessata si ritirava a sfogliare la margherita del “mi dimetto o non mi dimetto”. Al di là di tutto mi è sembrato un passaggio poco dignitoso.

La pubblica opinione, lontana dalle disquisizioni di ordine politico, istituzionale e legale, aveva interpretato il gesto di Catiuscia Marini come un opportuno passo, non indietro, ma di lato. Improvvisamente si è creata una brutta confusione; sembravano prevalere gli opportunismi sulle opportunità. È vero che dalla situazione calda nei rapporti tra politica e giustizia, come sostiene Salvatore Merlo su Il foglio “ne viene fuori un intreccio intrigante e rivelatore proprio perché le motivazioni di ciascuno sono a fasi alternate: oggi garantista ieri giustizialista, oggi per il complotto e domani per la fiducia ai magistrati. Motivazioni militanti e interessate. Se la magistratura influenza la politica ne risente il principio della separazione dei poteri, ma la stessa cosa succede se la politica influenza la magistratura e se i giornali fanno la grancassa furbetta di questo cortocircuito”. Non c’era quindi bisogno di aggiungere questa suspense anche perché dopo due giorni è arrivato il colpo di scena con la conferma delle dimissioni. Quando c’è chi spinge brutalmente alla porta, bisogna avere la forza di spirito di spalancarla improvvisamente e allora tutti vanno a gambe all’aria. Catiuscia Marini ha perso questa possibilità e, quando ha spalancato la porta, tutti si erano spostati a gridare sotto le finestre.  Avevo per un attimo temuto che le sue dimissioni fossero a rendere, invece, fortunatamente, si sono rivelate a (non) perdere…la faccia.

Lo sport liquido da sgolosare

Nel calcio, come del resto ormai in tutti gli sport, l’importante non è partecipare, ma vincere. Lo si vede dalla penosa disperazione con cui protagonisti e tifoserie vivono le sconfitte: sembrano la fine del mondo, un fallimento esistenziale, una disgrazia irrimediabile. Forse però stiamo andando oltre, anche perché al peggio non c’è mai un limite.

Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus, in cinque anni ha guidato la squadra alla vittoria di ben cinque scudetti consecutivi, di quattro coppe Italia, di due supercoppe nazionali, conquistando (che schifo…) due finali di coppa campioni. Ebbene non è bastato alla società bianconera ed ai suoi tifosi: Allegri se ne va, viene messo gentilmente alla porta. Al di là dei motivi di carattere contrattuale, strategico, sportivo, personale, credo che il tutto dipenda dalle assurde caratteristiche che connotano sempre più lo sport in generale ed il calcio in particolare.

Che non si tratti più di sport è fin troppo evidente. È certamente una questione imprenditoriale intesa in senso moderno, vale a dire orientata non tanto a fare soldi con i prodotti, ma a fare business con le chiacchiere. La compravendita dei giocatori, l’ingaggio e l’esonero degli allenatori, le scelte tecniche non puntano a raggiungere un mercato sempre più largo, ma a stupire la massa indipendentemente da tutto: l’acquisto di Ronaldo non era finalizzato alla vincita della coppa campioni, così l’hanno vissuta gli ingenui tifosi delusi poi dal mancato raggiungimento del finto obiettivo; non era orientato a conquistare nuove fette di un  mercato peraltro già saturo a livello di sponsorizzazioni, di stadi e di diritti televisivi; non era dettato dalla volontà di offrire uno spettacolo agli appassionati del pallone, che non vogliono divertirsi ma soltanto “sgolosare” i divi nelle varie passerelle.

Il vero e inconfessabile obiettivo era offrire un’immagine di potenza dietro cui tutto è possibile, indipendentemente dai risultati ottenuti sul campo. Se Ronaldo fosse stato ingaggiato quale potenziale protagonista della Champions League, oggi dovrebbe essere messo in discussione dal momento che non lo è stato.  Una stretta logica industriale non ammetterebbe simili flop. Invece…siamo oltre l’industria, siamo arrivati al calcio finanziario: lo stesso percorso dell’economia.

Facciamo pertanto un altro discorso, dalla parte del consumatore finale. Dignitosa povertà non porta all’accattonaggio politico-culturale, ma dovrebbe portare al sacrificio di scelte consapevoli e mirate. Ricordo quando avevo l’occasione di assistere agli spettacoli lirici all’Arena di Verona: quanto mi infastidivano coloro che all’ingresso “sgolosavano” facendo ala agli elegantoni ed osservando la sfilata del pubblico vip. Potevano benissimo costruirsi qualche occasione alternativa, ma confondevano la cultura con l’ostentazione dell’evento culturale. La dignitosa tifoseria non dovrebbe portare all’accattonaggio sportivo, ma alla ricerca del miglior risultato compatibile col miglior gioco. Invece si confonde il calcio con l’ostentazione del calcio. Questo è il nodo. Uno sport liquido come la società.

E allora l’ostentazione è fatta di colpi di scena extra-sportivi, di addii mielosi e penosi, di arrivi e partenze a sirene spiegate, di partite giocate in sala stampa, di bilanci truccati, di imprenditori fasulli, di eventi mediatici. L’esonero di Massimiliano Allegri fa spettacolo proprio perché è ingiusto, irrazionale, paradossale. Oggi è toccato a lui, vittima di gran lusso, domani a chi toccherà? Ronaldo non può stare tranquillo, magari lo rottameranno dopo aver vinto la Champions. Ho scritto questo pezzo prima della conferenza stampa di Agnelli e Allegri che sanciva il divorzio. L’ho voluta masochisticamente seguire: tutto come da copione. È il calcio, stupido!

 

 

La farsesca guerra all’ultimo no

Qualcuno mi ha fatto osservare che sarei troppo attento alle menate pentaleghiste. In effetti un recente sondaggio ha rivelato che gli italiani sarebbero molto più interessati alle diete dimagranti e a roba del genere piuttosto che al triste spettacolo teatrale della politica avvitata nelle risse da cortile tra Lega e M5S. Da una parte potrebbe anche essere consolante, ma dall’altra significa che degli attuali politicanti non frega niente a nessuno, salvo poi disgraziatamente votarli. E allora meglio scongiurare il pericolo, parlandone prima, seppure con un po’ di nausea.

A detta di Salvini i cinquestelle costituirebbero i partner governativi del “no”: ad autonomia regionale, a flat tax, a sicurezza bis, a cantieri già pronti. Senonché lo stesso leader leghista diventa immediatamente l’isterico “signornò” sui migranti: «La Sea Watch chiede un porto? La mia risposta è no, no, no e no. E non c’è presidente del Consiglio né ministro 5 stelle che tenga, nessuno pensi di ordinarmi di far arrivare le navi coi migranti. In Italia i trafficanti di esseri umani non arrivano. Se questo mi costa un processo, processatemi. Se qualcuno pensa di riaprire i porti, è no».

Il contratto matrimoniale si basa su dei “si”, il contratto di governo tra Lega e M5S si basa sui “no”: è questo il cambiamento? Un matrimonio atipico consumato in camere separate, un amore ben più che “litigarello”, una baruffa in cui fa da imbranato paciere il premier Conte, costretto a precisare: «Il presidente del Consiglio non dà e non ha mai dato ordini. Come previsto dall’articolo 95 della Carta, dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Coordina l’attività di tutti i ministri, nessuno escluso». Fonti di Palazzo Chigi aggiungono: “Il premier Conte non partecipa alla competizione elettorale e non si lascia certo coinvolgere nella dialettica che le sta caratterizzando. Piuttosto invita tutti i ministri a mantenere toni adatti a chi rappresenta le istituzioni”.

Se Matteo Salvini si sente in dovere di affermare “qui comando io”, vuol dire che il suo carisma ministeriale scricchiola assai. Che non gli capiti quel che successe a me in una improvvisata squadretta di calcio partecipante ad una competizione di quartiere: mi autopromossi capitano e guidai la compagine ad una disfatta clamorosa. O che non faccia la figura di quel marito, il quale, per schivare gli improperi e le bastonate della moglie, si rifugia sotto il letto. Al reiterato e autoritario invito della moglie ad uscire dal penoso nascondiglio, egli, con un rigurgito di machismo, risponde: «Mi  fagh cme no vôja e stag chi!».

Mio padre diffidava molto di quanti al bar si vantano di esercitare in famiglia un potere assoluto nei confronti di moglie e figli: scoprendo gli altarini, si verifica che le cose generalmente stanno in modo diverso e che il leone del bar si trasforma in pecora non appena varca la soglia di casa.  Credo che Salvini, vedendo messa continuamente in discussione la sua influenza politica quale leader di partito, ministro e vice-premier, senta la necessità di alzare la voce e picchiare i pugni sul tavolo. La domanda che in molti si pongono è se si tratti di tattica pre-elettorale o di sostanziale divergenza di vedute all’interno della compagine governativa giallo-verde.

Chi litiga per scherzo finisce col litigare sul serio: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón». Chi litiga sul serio, se non trova il modo di sancire definitivamente una separazione, diventa assai poco credibile e finisce col coprirsi di ridicolo recitando una parte in commedia. Stiamo a vedere non tanto quanto succederà dopo le elezioni europee, che vengono vissute solo come la costruzione di uno sciocco spartiacque italiano (non tra europeisti ed euroscettici, ma fra aree di influenza di Salvini e Di Maio).  Vedremo invece fino a quando il mondo globalizzato riuscirà a sopportare la locale comica finale, che un tempo si usava far seguire alla rappresentazione di spettacoli drammatici o tragici, e che invece si sta trascinando ben oltre il tempo assegnatole e sta diventando essa stessa dramma o tragedia.

 

 

Sospesa a salvinis

A Palermo una docente di Italiano e Storia in un istituto tecnico è stata sospesa per due settimane dal servizio per non aver vigilato sul lavoro dei suoi alunni, che in un video hanno accostato le leggi razziali al decreto sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sulla vicenda fortunatamente si è scatenata una bella polemica sostanzialmente riconducibile a due posizioni: da una parte chi sostiene, in testa il ministro chiamato in causa, che la politica dovrebbe star fuori dalla scuola, che equiparare le leggi razziali al decreto sicurezza è inopportuno  e che il fascismo e il comunismo fecero morti mentre gli attuali governanti vogliono salvare le vite proteggendo i confini; dall’altra parte chi difende il diritto degli studenti ad avere ed esprimere le proprie opinioni ed il proprio pensiero critico,  chi ritiene che gli studenti abbiano ben compreso il significato più profondo della Giornata della memoria, che non è un rito stanco, ma un pungolo per il presente, chi considera assurdo prima che ingiusto la sospensione di un insegnante per le opinioni di un suo studente.

È fuori discussione che in Italia si stia instaurando un clima di conformistica adesione alle idee relative alla difesa, a tutti i costi, di un ordine egoisticamente inteso ed è altrettanto chiaro come si stia cercando di soffocare subdolamente la critica. Ciò che sorprende è che autorevoli esponenti del M5S si scandalizzino di questo andazzo, che li vede da una parte protagonisti a livello politico-governativo e dall’altra contestatori a livello pseudo-parlamentare e mediatico. Il deputato Luigi Gallo, presidente della Commissione Cultura, annunciando un’interrogazione parlamentare cinquestelle, ha dichiarato: «Piacciono solo i cittadini indottrinati? Obbedienti e quindi incapaci di costruire un mondo migliore di quello che ereditano, di spingerci oltre i diritti già conquistati? Noi lavoriamo affinché gli studenti abbiano un pensiero critico, sviluppino ragionamenti indipendenti e imparino a pensare con la propria testa. E il ministero della Lega cosa fa? Li censura. Un atto veramente grave e per questo il M5S ha depositato una interrogazione a prima firma Vittoria Casa».

Sarà opportuno che l’onorevole Gallo guardi cosa sta succedendo nel pollaio governativo (Salvini non è ministro della Lega ma del governo della Repubblica) e che l’onorevole Casa guardi quanto capita nella sua casa governativa dove vivono da separati i coniugi della strana famiglia pentaleghista. Il becco di ferro grillino non ha limiti! Devono smetterla di fare la parte del poliziotto buono, si assumano le loro responsabilità e la smettano di bluffare con atteggiamenti rivolti agli allocchi dell’elettorato italiano. I senatori e le senatrici M5S in commissione cultura hanno commentato in una nota: «Che gli studenti si siano mobilitati davanti alla prefettura a sostegno di Rosa Maria Dell’Aria, la loro docente ingiustamente sospesa per 15 giorni dall’insegnamento per non aver censurato il loro lavoro, è un gesto encomiabile che suscita orgoglio e speranza». Non si può essere ad un tempo domatori e cavalcatori di tigri: il circo grillino prevede anche questo.

Cosa concludere? I bambini giocano “al dottore”, i politici in auge stanno giocando “al democratico”. I bambini in tal modo scoprono la loro identità, i leghisti e i grillini nascondono la loro falsità.

Si stringe il cerchio tangentista

La storia insegna come spesso i personaggi in auge precipitino dall’altare alla polvere in fretta e per motivi banali o quanto meno non proprio inerenti alle loro peculiari attività e funzioni. Un tempo erano le vicende sessuali più o meno trasgressive a rovinare la reputazione dei potenti o delle persone di spicco e di successo. Si pensi al campionissimo sportivo, Fausto Coppi, messo in croce a livello mediatico per un adulterio, mentre oggi saltabeccare da una donna all’altra (o da un uomo all’altro) è diventato una sorta di status symbol, un catalogo da sciorinare in faccia al popolo bue. Al riguardo è ancora relativamente e farisaicamente “bacchettone” il giudizio sui politici negli Usa e in Gran Bretagna: basta poco, sessualmente parlando, per essere costretti alle dimissioni e/o per avere stroncata la carriera.

Benito Mussolini era riuscito a far accettare e addirittura ammirare la sua vita extra-coniugale all’ombra della teoria del super-uomo calata sulla sua figura. Silvio Berlusconi ci tentò e ci riuscì fino ad un certo punto (gli uomini ritenendolo il furbo e ammirevole donnaiolo, le donne considerandolo il macho potente a cui tutto è lecito ed a cui non si può dire di no), salvo le esagerazioni (tutti i troppi son troppi), che finirono col retrocederlo da Casanova a maniaco sessuale, da donnaiolo di gran classe a volgare puttaniere.

Anche se qualcuno sostiene che il sesso sia ancora la ricattatoria chiave (o una delle chiavi) di volta per impostare ed interpretare i rapporti di potere, personalmente ritengo non sia più il punto debole su cui essere aggrediti e squalificati: recentemente i due vice-premier italiani hanno gareggiato fra di loro, esibendo con disinvoltura, se non addirittura con studiata intenzionalità ed evidenza, le immagini delle loro avventure galanti (roba leggera, peraltro non trasgressiva, ma assai sbandierata). Tutto fa audience.  Quasi tutti per la verità se ne fregano delle avventure galanti dei politici, alcuni addirittura li ammirano e li invidiano. Io li compatisco e comunque resto legato alla disciplina ed all’onore richiesti dalla Costituzione Italiana ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. Se uno vuol fare i propri comodi, nessuno glielo vieta, ma deve rimanere in ambito privato, altrimenti…

Le vere luci rosse per i politici però non si accendono sulle avventure sessuali, ma su quelle della correttezza di carattere economico. Della serie un ministro può tranquillamente toccare il sedere di una sua segretaria (ammesso che questa glielo consenta), ma non può toccare una bustarella offertagli da qualcuno in cerca di piaceri e protezioni. Per venire ai nostri giorni, ho l’impressione che intorno a Matteo Salvini e alla sua Lega si stia stringendo un cerchio infuocato di tangenti, che riguarderebbero esponenti leghisti centrali e periferici. Vuoi vedere che i consensi caleranno in picchiata per questo motivo? Va bene respingere e/o rimandare a casa gli immigrati, va benone concedere l’autodifesa spropositata ai cittadini aggrediti, va ancor meglio mettere in riga i burocrati europei e sfondare il bilancio erariale, ma rubare non si può, né come partito né come singoli esponenti di partito.

Su questo discorso potrebbe incrinarsi e addirittura volgere al termine la luna di miele di Salvini col popolo italiano: lui si sta difendendo con le unghie e coi denti, giocando a fare il garantista, ma sa benissimo di stare scherzando col fuoco. Non mancava altro che la notizia riguardante la Procura del Lazio della Corte dei Conti, la quale avrebbe aperto un fascicolo esplorativo sui presunti abusi effettuati da Salvini in materia di voli di Stato. Prontamente Di Maio si è impossessato del ruolo di fustigatore di costumi: “Spuntano tangenti ovunque, giorno dopo giorno, e la scelta in vista delle elezioni europee sembra essere sempre più chiara: il 26 maggio sarà tra noi e questa nuova Tangentopoli. Sono molto preoccupato per i casi di questi giorni, di arresti e indagati per casi di tangenti e corruzione, che hanno coinvolto sia la destra sia la sinistra. C’è un’evidenza, ovvero che il sistema partiti continua ad essere fortemente inquinato”.

Non mi piace la pacchiana e sempre meno credibile strumentalizzazione grillina, ma non piangerò calde lacrime se il leghismo andrà in crisi sull’onda delle tangenti. Preferirei di gran lunga che venisse smascherato e sconfitto politicamente, per le orribili linee portate avanti e bevute con paradossale gusto dagli elettori. Anche perché le “sconfitte giudiziarie” spesso durano l’espace d’un matin e talora si ripercuotono in fretta anche sui vincitori (chi è senza peccato, scagli la prima pietra), mentre quelle politiche lasciano o dovrebbero lasciare irrimediabilmente il segno.

 

Il pallone (s)gonfiato

Quando un evento viene pompato a dismisura perde il suo proprio significato e diventa una messa in scena fine a se stessa. È successo con la partita di calcio, finale di Coppa Italia, tra Lazio e Atalanta. La drammatizzazione dello scontro calcistico ha favorito se non causato la solita guerriglia urbana: i disordini intorno allo stadio si sono sfogati contro i vigili urbani e i loro automezzi. Non so se ci sia stata una sorta di rivolta freudiana contro la capitolina mancanza di ordine, tale da legittimare il disordine provocato dai tifosi. Fatto sta che gonfia e gonfia, il pallone ha cominciato a sgonfiarsi ancor prima dell’inizio della partita.

Per fortuna i disordini non hanno avuto un seguito all’interno dello stadio dove le tifoserie si sono affrontate come leoni in gabbie separate e alla fine hanno saputo scaricare positivamente la loro adrenalina sulle squadre, con due trionfi separati: quello laziale, istericamente scatenato dalla conquista di un trofeo di seconda categoria e di ultima spiaggia (chi si contenta gode), quello atalantino consolatoriamente orientato sulla vittoria morale di una squadra simpatica e frizzante come non mai (chi si contenta ha sempre ragione).

Sul piano squisitamente calcistico, molta tensione al limite della correttezza, poco bel gioco, parecchio nervosismo, una partita tutto sommato piuttosto deludente, molto lontana dal livello tecnico, agonistico ed emotivo delle recenti partite di semi-finale delle coppe europee. Insomma, tanto tuonò che non piovve, anche se la grancassa mediatica ha dovuto fare fino in fondo il proprio mestiere promuovendo testardamente il mediocre incontro a epico scontro fra titani.

Poi è arrivata la ciliegiona sulla torta: quando ormai si era celebrato il trionfo, in sede di commento a qualcuno è venuta l’idea di rispolverare un episodio molto discutibile del primo tempo: un tocco di mani da parte di un giocatore laziale, peraltro già ammonito, su un tiro atalantino, col pallone deviato a colpire il palo. A me, seduto comodamente davanti al video con un “retrotifo” a favore dei bergamaschi, era parso un fallo da rigore, ma tutto era scivolato via senza problemi e rimostranze. Niente var, niente rigore, niente seconda ammonizione, niente espulsione.

Quando, a partita abbondantemente finita, le luci si stavano spegnendo, viene chiamato in causa l’allenatore atalantino Gasperini per mostrargli la moviola del fattaccio: lui rimane allibito, perché dalla sua posizione ai lati del campo non si era reso conto dell’accaduto e non aveva dato ascolto ai suoi giocatori, che gli avevano tuttavia segnalato quel fallo di mano. Gasperini resta di stucco e, dopo aver ribadito sportivamente l’accettazione della sconfitta e riconosciuto il valore della vittoria dell’avversario, non può esimersi dall’esprimere un giudizio sferzantemente negativo sul comportamento dell’equipe arbitrale, che ha completamente ed inspiegabilmente trascurato quell’episodio.

Non lo ha detto apertamente, ma si sarà chiesto quello che anch’io ho provato a chiedermi: cosa ci sta a fare la var, se non la si usa in simili situazioni; come è possibile che un tale evidente tocco di mano sia sfuggito a chi manovra il video di controllo; come mai non si è chiesto all’arbitro di andare a rivedere l’episodio per poi prendere una decisione a ragion veduta. La partita avrebbe potuto prendere una piega molto diversa. A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca: sarà così anche nel calcio? Scatta la polemica per la gioia dei media, che potranno continuare a parlare all’infinito dell’accaduto e con la delusione degli atalantini corsi in oltre ventimila a Roma e tornati a Bergamo con tanta dignitosa tristezza, ma con la var nel sacco.

Troppe chiacchiere, troppi arbitri, troppi giornalisti e commentatori sportivi, troppo clamore, troppa violenza (questa volta fortunatamente fuori dallo stadio). Ha vinto la Lazio. Non ha vinto il calcio, al quale è stato assestato l’ennesimo calcio.