La sindrome di Cincinnato

Ho seguito con molta attenzione e senza alcuna prevenzione l’insolita conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, volta a fare, davanti all’opinione pubblica, il punto della situazione del governo italiano all’indomani delle elezioni europee, alla luce dei problemi sempre più gravi e dei programmi sempre meno adeguati, all’ombra dei contrasti politici fra i partner sempre più eclatanti e condizionanti.

Ho apprezzato il tono serio e garbato in mezzo a tanto ciarpame ministeriale e parlamentare. In molti si sono chiesti se non fosse scorretto dribblare le Camere per presentarsi davanti alle telecamere. Il piccolo sgarbo istituzionale forse aveva uno scopo benefico: fare una pausa per spiegare a tutti le sue intenzioni passate, presenti e future, con chiarezza e senza reticenze. Quasi in contemporanea con questa sua uscita, papa Francesco, pur ammettendo di non capire niente della politica italiana (forse non è un difetto, ma un pregio), ha definito Giuseppe Conte come una persona seria, competente e impegnata. Penso che innanzitutto il premier abbia proprio voluto accreditare questa sua immagine, offuscata in mezzo al bailamme politico in cui è costretto ad operare. Qualcuno, sulla base dei finali e sentiti ringraziamenti rivolti da Conte al Presidente della Repubblica, ha voluto vedere la longa manus del Quirinale in questa iniziativa di chiarimento: sono da sempre convinto che Sergio Mattarella tenga un atteggiamento corretto e collaborativo nei confronti dell’inquilino di Palazzo Chigi e non mi scandalizzerei affatto se fra i due esistesse una fitta frequentazione volta soprattutto a elaborare una tattica dialogante e costruttiva nei confronti dell’Unione europea.

Le finalità del pronunciamento del premier sono apparse chiare, tali da non lasciare spazio alle solite dietrologie: mi avete chiamato in causa un anno fa, ho dato la mia imparziale disponibilità a guidare un governo nato sulla base di un contratto tutto da rispettare ed applicare, ho lavorato con la massima apertura al contributo dei partner di governo, dei ministri e dei parlamentari di maggioranza, ho condiviso e interpretato l’ansia di rinnovamento e di cambiamento espressa dagli elettori, sono consapevole delle difficoltà e dei rischi che corre il Paese e quindi chiedo collaborazione per poter proseguire il mio lavoro. Una sana provocazione fatta in punta di forchetta in mezzo alle scorpacciate elettoralistiche ed ai conseguenti rutti dell’esaltazione e alle diete della purificazione.

A volte quando si vuol fare chiarezza a tutti i costi, mettendo impietosamente le carte in tavola, si è perfettamente consapevoli delle reazioni negative che ne conseguiranno: in parole povere ci si vuol far dire un “no” dietro cui ognuno si prenda le sue responsabilità. Siamo arrivati a questo punto del prendere o lasciare. La ragionevolezza contro l’irrequietezza, il buon senso contro la dissennatezza, la democrazia contro la demagogia. La marionetta ha tagliato i fili e ha licenziato su due piedi i burattinai. Era ora. Non so cosa succederà, ma comunque Giuseppe Conte ha recuperato un po’ di credibilità e ha fatto un bel passo avanti. Staremo a vedere se per proseguire alacremente il cammino o per andare dignitosamente a casa.

Dal celodurismo al “rosarismo”

“Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”, così dice il bigotto sagrestano della chiesa romana in cui il pittore Mario Cavaradossi sta dipingendo la Maddalena e azzarda qualche recondita armonia tra la bellezza del soggetto dipinto e quella della sua amante Floria Tosca. Niente in confronto all’insistito, strumentale e insopportabile uso dei simboli religiosi da parte di un Matteo Salvini alla disperata ricerca di una identità da sbattere in faccia agli allocchi: crocifissi e rosari, branditi con la delicatezza tipica di questo personaggio, abituato ad affrontare i temi e i problemi in modo triviale.

Se lui si richiama all’identità cristiana, scendo anch’io su questo terreno, che non mi è consono, per esprimere tutta la mia insofferenza per chi deturpa, profana e dissacra i simboli della mia fede religiosa. Basta caro Salvini! I rosari cerca di pregarli a casa tua, nella tua parrocchia, nella tua famiglia, ma non dalle tribune elettorali o nelle interviste mediatiche. È giunta l’ora di darci un taglio! Quanto alla croce, lasciando stare quella troppo grande di Cristo, lo stesso Salvini rappresenta la nostra croce attuale, che qualcuno porta con disinvoltura e che io porto con grande sofferenza politica.

Il leader leghista sta toccando tutti i tasti della peggiore demagogia e quindi sta usando anche il sentimento religioso degli italiani, ai suoi fini, che di religioso non hanno proprio nulla.  In realtà Salvini sta giocando una partita politica estrema contro tutto e tutti e in questa gara sta mietendo allori elettorali. Gli manca l’appoggio delle alte sfere vaticane, anche se mi risulta che il “basso clero” lombardo e veneto ne sia in qualche modo coinvolto o almeno condizionato soprattutto nelle iniziative caritative verso gli immigrati. E allora tenta di cavalcare l’insofferenza di molti verso il papato di Francesco e i suoi messaggi.

Si tratta di un vero e proprio esibizionismo religioso: dal celodurismo al “rosarismo” in un crescendo al limite del blasfemo. Umberto Bossi ce l’aveva con i “vescovoni” che gli rompevano le scatole e si limitava a qualche innocua invettiva contro le resistenze clericali alla sua impostazione politica. Salvini va molto oltre, la mette giù dura, brandisce rosari, crocifissi e vangeli. Sta scherzando coi Santi per coinvolgere i fanti. Qualcuno dovrà pur dirgli di smetterla.

Durante la partita della finale di Champions League a Madrid, una donna ha invaso il campo per esibire la sua notevole dotazione fisica: è stata immediatamente bloccata e fatta uscire dalla porta di servizio, mentre le telecamere ufficiali non hanno farisaicamente ripreso la scena. Non mi avrebbe dato alcun fastidio ammirare il corpo nudo di una bella donna. Matteo Salvini sta invadendo il campo religioso per esibire la sua scarsa e ridicola dotazione spirituale. Le telecamere gli offrono attenzione e gli garantiscono divulgazione. Non esistono inservienti che lo blocchino e lo caccino fuori dal circo. Vuole addirittura conferire col papa, forse per insegnargli il mestiere. Mi dà un fastidio enorme, anche perché non è più un fenomeno di costume, ma sta diventando una soma politica assai gravosa. Speriamo di essere arrivati alla comica finale.

Ho iniziato con una citazione operistica e chiudo con un’altra. Nel Rigoletto i cortigiani del duca di Mantova di fronte alle sparate del buffone di corte scuotono il capo e commentano fra di loro: “Coi fanciulli e coi dementi spesso giova il simular”. Con tutto il rispetto per le sacrosante proteste di Rigoletto e senza rispetto per quelle di Salvini.

Una Repubblica inclusiva

Se qualche generale in pensione o in servizio non partecipa alla parata militare celebrativa del 02 giugno, non vado sinceramente in crisi, anzi. Ho sempre avuto notevoli perplessità sull’abbinamento della festa della Repubblica con l’enfatica ostentazione della nostra forza (?) militare. Finalmente, seppure in modo poco chiaro, la contraddizione è emersa con la protesta dei generali e le reazioni nostalgiche di qualche politico alla ricerca di consenso (forse non hanno capito che le elezioni ci sono già state).

Non ho sinceramente intuito se i malumori in divisa siano dovuti “all’inclusione” quale tema scelto dal ministro della difesa Elisabetta Trenta per la parata militare: se la ministra voleva sottolineare il fatto che la festa non riguarda solo le forze armate ma tutti i cittadini disarmati, non posso che essere d’accordo con lei e, se alla bandiera italiana dipinta in cielo dalle Frecce Tricolori, si vuole accostare la bandiera arcobaleno della pace, sono oltre modo solidale con la ministra grillina. Mi sono sempre chiesto come si faccia a celebrare la Repubblica con una sfilata di uomini e mezzi armati: una Repubblica che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Mi si obietterà che le forze armate servono a difendersi ed hanno anche scopi pacifici. Benissimo, allora cerchiamo di essere contenuti ed evitiamo inutili manifestazioni di potenza (?).

Un mio carissimo e indimenticabile insegnante di italiano e storia, se la prendeva giustamente con una certa retorica celebrativa, e faceva l’esempio della sempre evocata “gloriosa Marina”. Aggiungeva ironicamente: allora mettiamoci anche il glorioso esercito di insegnanti, di spazzini, di impiegati, di tutti coloro che fanno il loro dovere al servizio dello Stato. Il suo discorso non era disfattista, certamente un tantino pacifista, ma soprattutto civicamente e didatticamente ineccepibile.

Dopo aver dato il giusto spazio al ricordo scolastico, vado a frugare nella memoria famigliare.  Mio padre aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto aldilà del signorsì o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con una certa fatica. Mio padre infatti era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.

Torno alla polemica fra la ministra e gli alti gradi dell’esercito. Qualcuno sostiene che tutto sia dovuto alla messa in discussione di certi diritti pensionistici, qualcun altro fa risalire i contrasti ad un atteggiamento di fondo del governo piuttosto evanescente in materia di stanziamenti di spesa. Il discorso si fa ancor più delicato e complesso. I grillini sono specializzati nel fare confusione tra sacrosante e innovative scelte politiche ed incapacità ad affrontare le questioni con competenza ed equilibrio: in poche parole non sanno fare politica e, quindi, rovinano anche le migliori intenzioni e intuizioni. Tuttavia, se dovessi fare l’elenco delle critiche ai pentastellati, in esso non inserirei la disattenzione verso i motivi della protesta e della mancata partecipazione dei generali alla parata del 02 giugno. Viva la Repubblica!

L’aria della lettera

Una regola semplicistica, ma non assurda, vuole che ad una politica di sacrifici e di rigore serva un governo pilotato dalla sinistra, mentre ad una politica espansiva e di sviluppo sia necessario un governo guidato dalla destra. Dopo le elezioni politiche del 2018 per non sbagliare ci si è rifugiati nell’equivoco varando il governo giallo-verde, un po’ (tanto) di destra e un po’ (poco) di sinistra. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Il giochino ha tenuto (?) per un anno circa, poi la situazione economico-finanziaria, l’elettorato italiano, l’Unione europea hanno scoperto gli altarini e messo alle strette il governo tra necessità di rigore e voglia di beneficenza sociale.

L’equivoco è emerso in tutta la sua evidenza con la stesura della lettera di risposta ai chiarimenti richiesti all’Italia dalla Ue in merito al rispetto dei parametri di bilancio, con particolare riguardo all’entità del debito pubblico rispetto al Pil. L’imbarazzo è lampante. A Tria viene chiesto di fare il mago o il prestigiatore: garantire il controllo del debito senza rinunciare a spendere o addirittura a spandere. Come si può contenere l’indebitamento in un periodo di stagnazione dell’economia senza ridurre le spese o aumentare le entrate?

Sul fronte delle entrate non si vuole l’aumento dell’iva, non si prende nemmeno in considerazione l’innalzamento delle imposte dirette, si continua addirittura ad insistere sull’appiattimento delle tasse diminuendole significativamente almeno per i percettori di reddito medio-basso, mentre la lotta all’evasione fiscale è stata accantonata perché non la si crede possibile.

Dalla parte delle spese si vuole mantenere una linea “assistenziale”, peraltro assai discutibile negli effetti concreti, fatta di sostegno a chi non ha la possibilità di lavorare, di maggiore facilità pensionistica, di sostegno alle famiglie, etc. etc. Nessuno parla più di lotta agli sprechi: troppo difficile e dolorosa per una finanza pubblica burocraticamente fuori controllo.

Probabilmente nel tentativo di quadrare il cerchio ci sarà stato un valzer di bozze di lettera in risposta a Bruxelles (con tanto di fuga di notizie e di polemica): difficile dire tutto e niente e il ministro Tria ci ha provato. Non so se in Europa la berranno, se i mercati finanziari la sopporteranno, se la situazione generale potrà tenere ancora a lungo in questo clima di incertezza.

Se si rinuncia a fare politica con scelte serie e oculate, andando avanti a vanvera, non resta che penalizzare i più deboli (succede sempre così) oppure picchiare duro sui ricchi (?) varando una imposta patrimoniale a cui molti pensano e di cui nessuno osa parlare. Personalmente sono rassegnato: prima o poi toccheranno la mia modesta pensione o tasseranno il mio modesto patrimonio. È gettata la mia sorte!

In diverse opere liriche i drammi si consumano scrivendo lettere con l’accompagnamento di arie meravigliose e commoventi: certamente il ministro Tria avrà avuto il suo daffare nel rispondere per iscritto alle richieste europee; politicamente parlando forse avrà pianto, mentre i maggiorenti politici del governo continuavano a (s)parlare. Se il pianto di Tria è virtuale, andando avanti di questo passo quello degli italiani sarà reale. Ma va bene così: chi è causa del suo mal pianga se stesso.

 

Eutanasia di un governo

I commentatori e gli esperti in materia politica si stanno esercitando, con poca sana fantasia e molto inevitabile cinismo, nel prefigurare modi e tempi per l’imminente fine del governo Conte. I ragionamenti plausibili partono da una realtà piuttosto evidente.

La Lega di Salvini (aggiungo il complemento di specificazione, perché non sono ancora convinto che questo partito sia sistematicamente personificabile nel suo leader rampante e vincente e nella sua vanesia ideologia) non può riuscire a gestire questa compromettente affermazione elettorale dall’interno del governo: i temi programmatici ad essa connaturali, confermati e rilanciati dalla fiducia dei votanti, non sono assoggettabili a compromesso, ma richiedono anzi una spinta massimalistica e radicale. Mi riferisco alla sicurezza, alla tassazione, all’autonomia regionale, etc.

Il M5S, entrato confusamente e maldestramente in crisi d’identità e di leadership, non può assorbire la batosta inflittagli dagli elettori, rimanendo a fare la stampella ortopedica di un governo perennemente sull’orlo della caduta, rinunciando ai temi che gli hanno consentito di raccogliere il consenso nel bacino protestatario dell’antipolitica, vale a dire la lotta alla corruzione, il perbenismo economico-sociale, il rapporto diretto coi cittadini, etc.

Se la Lega vuole cavalcare la tigre, non la può addormentare e trasformare nel “gatto puzzolone”.  Se i grillini vogliono recuperare la loro iniziale verve protestataria e antipolitica, non possono rimanere prigionieri nel castello giallo-verde, ma devono aventinizzarsi sulle piazze e/o parlamentarizzarsi come opposizione dura e pura.

Partendo da questi presupposti, il governo, nonostante le infantili e stucchevoli rassicurazioni di Giuseppe Conte, è destinato in breve a cadere, aprendo scenari incerti e inquietanti per il Paese. Ai firmatari del contratto non resta che trovare la clausola da impugnare per potere defilarsi clamorosamente, dando l’impressione di meritare il risarcimento elettorale. Entrambi non hanno che l’imbarazzo della scelta per togliersi di dosso questa camicia di forza, confezionata da sarti sprovveduti e maldestri. Si è aperta una partita giocata sul filo del rasoio da barbieri grossolani e incompetenti. Forse siamo più vicini alla fine di quanto si possa pensare e di quanto si possa desumere dalle ipocrite dichiarazioni ufficiali.

È inutile tenere in vita il moribondo, introduciamo surrettiziamente l’istituto dell’eutanasia e sgombriamo il campo. Temo però che il funerale non lo si faccia tanto al governo, al morto che giace, ma al vivo non si può dar pace. Mi riferisco all’Italia caduta nel bigoncio del sovranismo, depotenziata politicamente a livello europeo, inserita incestuosamente in una triste combriccola di partiti e paesi antieuropei, condizionata da un crescente e imbarazzante debito pubblico, ricattata dai mercati finanziari assetati di equilibri finanziari. Stiamo scriteriatamente mangiando nella trattoria euroscettica, sperando che qualcuno in Europa paghi il nostro conto. Abbiamo ricominciato a insolentire Bruxelles pensando che la miglior difesa sia sputtanare il compagno di squadra e l’allenatore. Ci puzza di governo Monti bis (con tutto il rispetto per quel governo), magari senza Monti e navigando nei mari dei sacrifici, che qualcuno dovrà pur imporci.

 

 

 

La bollente patata post-elettorale

Si tratta di elezioni europee, che dovrebbero avere una valenza continentale, ma la portata politica dei risultati italiani è tale da comportare serie conseguenze anche sul piano nazionale.  I due protagonisti della strana leadership governativa si sono affrettati ad escludere ricadute sugli equilibri di governo: Salvini non vuole e non deve stravincere, Di Maio non vuole e non deve straperdere. Sono impegnati a gestire un risultato opposto ed eclatante ed al momento abbozzano, fanno finta di riconciliarsi e di rilanciare il frusto contratto di governo.

Se, come ha detto sinceramente e correttamente l’importante esponente leghista Giancarlo Giorgetti dall’alto della sua posizione più che ministeriale (è sotto-segretario alla presidenza del Consiglio), avanti così non si poteva andare prima della consultazione elettorale, dopo avere rovistato nelle urne e trovato cosa pensano gli italiani, sarà oltremodo difficile andare avanti come se niente fudesse.

È vero che la somma degli addendi non è sostanzialmente cambiata e sta sopra al 50% dei consensi elettorali, tuttavia i rapporti di forza tra i partner di governo sono stati stravolti e non è serio far finta di niente. La Lega ha ottenuto quanto desiderava e il M5S ha ottenuto quanto temeva. E adesso?

In un Paese serio il presidente del Consiglio sarebbe già salito al Quirinale per rassegnare le dimissioni o per rimettere le decisioni nelle mani del Presidente della Repubblica, ma purtroppo viviamo in un Paese politicamente anomalo, dove prevalgono gli euroscettici, dove governano partiti diversi tra di loro come il giorno e la notte, dove il governo porta la croce e canta la messa, fa cioè due ruoli in commedia, quello di maggioranza e di minoranza, quello di governo e opposizione.

Il programma è stato inserito in un accordo contrattuale in cui si sono misurate forze contrapposte: impostazione istituzionalmente ai limiti della correttezza e politicamente assurda. Ora le forze sono cambiate, i presupposti del contratto non sono più gli stessi e, quindi, come prevede qualsiasi rapporto giuridico serio, dovrebbero scattare le clausole di salvaguardia, di revisione o di risoluzione. Oppure tutto era una baggianata e baggianata più baggianata meno…

Gli elettori non hanno purtroppo chiesto un’alternativa di governo, ma una diversa miscela per far marciare la stessa macchina. Bisogna prenderne atto per vedere se questa nuova miscela esiste e se è in grado di spingere a dovere la macchina stessa. Un tempo le chiamavano verifiche di governo, che preludevano a un rilancio o a una crisi.

Il presidente Conte si è recato alla riunione del Consiglio europeo, da euroscettico e da premier traballante tenuto in ostaggio da una delle principali forze sovraniste e populiste. Era stato definito un burattino nelle mani dei vice-premier, oggi è una marionetta sottoposta ai diktat leghisti. L’Italia è destinata a non contare nulla e a giocare di rimessa. Che bella situazione! Prima o dopo Mattarella dovrà intervenire e, forse, sotto traccia lo starà già facendo. Continuo a sperare in lui: anche se gli italiani, che lo osannano ovunque vada, gli consegnano delle patate sempre più bollenti.

La fede socialista, la speranza verde e la carità senza risorse

Partendo dai dati europei bisogna osservare che, a dispetto degli exit poll olandesi e dei risultati spagnoli, i socialisti sono usciti sconfitti dalle urne. A parziale compensazione del loro ridimensionamento vi è l’affermazione significativa dei Verdi.

I motivi del successo delle liste verdi sono dovuti a tre fattori fondamentali: lo storico significato della loro presenza in certi Paesi, quali la Francia e la Germania, laddove sono guidati da personaggi culturalmente e politicamente rilevanti; la versione in positivo che riescono a dare all’ansia di rinnovamento della politica: una sorta di antipolitica intesa in senso propositivo e costruttivo; la capacità di coniugare il respiro sociale e solidaristico  con il discorso della difesa ambientale: uomo e natura, le due facce della stessa medaglia, come sostiene innovativamente papa Francesco.

Il partito socialista è rimasto inchiodato alla sua visione tradizionale al limite del burocratico, ritenuta incongrua dalle nuove generazioni e da chi vive in gravi difficoltà. La mancanza di un apporto importante da parte delle forze tradizionali della sinistra si farà sentire e sposterà ulteriormente gli equilibri europei, Verdi permettendo, verso un’area a metà strada fra il liberalismo e la conservazione. Se presumibilmente verrà raggiunto un accordo fra liberal-democratici, popolari, socialisti e verdi, ci troveremo imbalsamati in un compromessone inconcludente e incapace di portare la Ue verso la Federazione con una indispensabile riforma istituzionale, che riesca a superare le pastoie di una commissione e di un consiglio ostaggi dei governanti dei Paesi membri, in un equilibrio paralizzante e di pura sopravvivenza.

È pur vero che i quattro raggruppamenti di cui sopra si dicono apertamente “europei” e possono mettere in buca gli euroscettici, usciti comunque con risultati a macchia di leopardo e complessivamente deludenti rispetto alle previsioni. Non basta però evitare il peggio, bisogna rilanciare forte il processo di integrazione.

Il partito democratico in Italia esce relativamente e solo percentualmente rafforzato: i dati delle elezioni europee ed anche quelli amministrativi gli ridanno fiato. Faccio tuttavia fatica a giustificare la debacle in Piemonte della ricandidatura di Sergio Chiamparino, un personaggio abbastanza coerente e credibile, lontano dalle burocrazie post-comuniste, legato alle problematiche del suo territorio, uomo non fazioso e ragionevole. Succede anche a lui quanto successe a Piero Fassino in comune di Torino. Questi uomini, a torto o a ragione, vengono associati alla vecchia nomenclatura della sinistra storica e regolarmente sconfitti quando vengono attaccati da candidature nuove, a prescindere dal loro scarso contenuto personale e programmatico.

Il partito democratico se fa un bagno di realismo e di pragmatismo viene accusato di tradimento ideale; se ripiega sulla propria storica identità viene tacciato di passatismo; se scommette sul nuovo che avanza viene ributtato all’indietro; se si àncora al passato viene beffeggiato e considerato come un arnese della vecchia ideologia politica. Deve poi fare i conti anche con il tarlo del frazionismo: che significato ha avuto ad esempio la presentazione della lista “Più Europa”, che non ha superato lo sbarramento del 4%?

Credo che le difficoltà socialiste dipendano sostanzialmente dalla estrema problematicità di gestire i processi nel post-welfare, con poche risorse disponibili, alle prese con tante sofferenze sociali e con un’economia che avrebbe bisogno di grandi spinte mentre mancano le risorse pubbliche per imprimerle. La sinistra deve fare quadrare i conti della lotta alle povertà con la necessità di non scassare i conti stessi in modo dissennato. Non è una scommessa facile…

Il lebbrosario dell’antipolitica

Se dalle elezioni europee la Lega esce con un “fascisteggiante” successo, peraltro difficile da gestire in prospettiva, il M5S esce ridimensionato e stoppato. Non è soltanto una questione numerica, abbastanza clamorosa, ma un tremendo giudizio, che lo sottopone alle forche caudine di una futura e ribaltata convivenza con i fratelli coltelli. Per un movimento come quello dei cinquestelle, tanto per stare in clima nostalgico, vale il motto “chi si ferma è perduto”.

Checché se ne dica, il messaggio che esce dalle elezioni, non tanto in Italia ma a livello europeo, riguarda la vittoria della politica sull’antipolitica. La protesta qualunquistica dura l’espace d’un matin e i pentastellati pagano questa loro improvvisazione/impreparazione che irrita parecchio l’elettorato. Della serie “fin che si scherza si scherza, quando si fa sul serio…”. Sembra finita la ricreazione. In Europa, seppure in modo piuttosto contorto, confuso e ritarato, escono prepotentemente sulla scena i partiti tradizionali: popolari, socialisti, liberal-democratici e verdi. Il resto è vocato alla irrilevanza politica e numerica. I grillini non sanno nemmeno a quale gruppo apparterranno nel parlamento europeo. Fuori gioco a Strasburgo, inconsistenti a livello periferico, ridimensionati in campo governativo, battuti dal Pd, nemico dichiarato e odiato, divisi al loro interno, sprovvisti di una classe dirigente meritevole di tale nome, schiacciati sul frettoloso ed assai poco credibile perbenismo dimaiano, abbandonati in fretta e furia dall’opportunismo dei media, rimane a loro, per dirla con Berlusconi, la sola prospettiva dei cessi di Arcore.

L’elettorato grillino, piuttosto raffazzonato, non poteva che rimanere deluso. Non so dove sia finita una parte consistente dei voti cinquestelle: nell’astensione, nella conversione leghista, nel ritorno piddino. In ogni caso si tratta di una batosta tremenda. Il futuro in questo caso non si può più dire che sia nelle mani di Grillo: fino a qualche tempo fa lo ritenevo l’unico vero e insostituibile leader del movimento. Si è piuttosto defilato e non capisco dove voglia parare. L’eminenza grigia casaleggiana sembra scricchiolare sotto i colpi dell’incomprensione: “piazze piene e urne vuote”, diceva Pietro Nenni; “social pieni e urne vuote”, così può essere aggiornata la sconfortata reazione socialista ai pessimi risultati delle elezioni del quarantotto.

Uscire dal governo pentaleghista per andare alle elezioni politiche sembra una follia. Continuare a convivere con una Lega ringalluzzita dal pieno di voti è una scommessa da disperati. Ripiegare su un’alleanza con il partito democratico è prospettiva numericamente, prima che politicamente, assurda. Scendere nelle piazze o rifugiarsi sul web non è possibile per chi vuole rinnovare tutto il sistema. Luigi Di Maio ha affermato, dall’improprio pulpito del ministero dello sviluppo economico, che non intende mollare ad ha comunicato al riguardo di aver chiesto la immediata convocazione dei gruppi parlamentari del M5S a cui sottoporre la nuova grave situazione. Credo sia preoccupato dell’unico sbocco plausibile che potrebbe avere la crisi grillina: una spaccatura tra le due anime, quella più intransigente e radicale rispetto a quella più tattica e continuista. I primi potrebbero prendere le distanze, assumere un profilo autonomo e muoversi liberamente a livello parlamentare; i secondi rimarrebbero invece legati al presente establishment per difendere le proprie posizioni.

Staremo a vedere. Si sapeva che le elezioni europee avrebbero avuto ripercussioni sui partiti di governo, ma non pensavo che i sommovimenti elettorali fossero così forti. Mentre la Lega è alle prese con una schiacciante vittoria assai difficile da gestire in Italia e in Europa, il M5S rischia di essere “becco e bastonato” e chiuso in una sorta di lebbrosario dell’antipolitica.

 

Da De Gasperi a Salvini, il precipizio è certo

Un primo commento a caldo sui risultati delle elezioni europee lo vorrei tenere entro gli strani confini di due affermazioni. Mia sorella, col suo inconfondibile stile tranchant, sosteneva e dichiarava spesso che “gli italiani sono rimasti fascisti”. Per fissare l’altro limite faccio riferimento ad un film in cui è narrata la vicenda di inizio novecento, in cui Eugenia di Maqueda e Raimondo Corrao scoprono, durante la prima notte di nozze, di essere fratello e sorella e, per questioni di eredità e decoro della casata, decidono di non rivelare a nessuno la verità e di recitare la parte di marito e moglie pur vivendo in castità assoluta. Eugenia però soddisfa le sue impellenti esigenze carnali, in un gorgo di avventure proibite, fino ad accorgersi di avere toccato il fondo ed ammettendolo con la ben nota esclamazione: “Mio Dio, come sono caduta in basso!”.

Dal 1948, e per parecchi decenni, il popolo italiano si fidò e si affidò alla Democrazia Cristiana di De Gasperi, Fanfani, Moro etc. etc. Quel partito di maggioranza relativa garantì la governabilità del Paese su alcuni principi fondamentali: l’interclassismo, l’ispirazione cristiana, la scelta occidentale, la scommessa europeista. Partendo dalla consistenza e dal ruolo di partito di maggioranza relativa, collaborando a livello politico con i partiti laici minori e, successivamente, con i socialisti, tessendo un dialogo financo col partito comunista, seppe guidare l’Italia in un cammino di grande crescita e sviluppo. Seppe rassicurare i vedovi del fascismo, i cattolici conservatori e progressisti, gli anti-comunisti viscerali, i Paesi alleati, il Vaticano, inanellando una serie di autentici capolavori della politica.

Ebbene, oggi, gli italiani, ridotti alla ideologica canna del gas, sprofondati nel loro egoistico benessere o nel loro sfiduciato malessere economico-sociale, rinchiusi nei propri angusti confini geografici e politici, scandalizzati dalla corruzione e solleticati dalla protesta, si fidano e si affidano alla Lega di Matteo Salvini, facendone il partito di maggioranza relativa, il playmaker della politica nazionale ed internazionale. Più o meno in buona fede, stanno ricadendo nel gorgo di uno strisciante fascismo ed hanno imboccato un cammino sostanzialmente trasgressivo, che li sta portando a toccare il fondo. Alla mediazione tra i diversi interessi sociali la Lega sostituisce un paradossale compromesso fra affarismo del nord e assistenzialismo del sud; al posto dell’impegnativa ispirazione cristiana mette una mera, vuota  e strumentale difesa della simbologia identitaria cattolica; alla scelta europea risponde picche, vale a dire con un ritorno al nazionalismo ed al sovranismo;   ad una politica razionale ed equilibrata di sviluppo compatibile sovrappone una populistica, velleitaria ed incompatibile spinta a tutto e il suo contrario. Sono i tipici percorsi socio-economici del fascismo, che piacciono a chi, sotto sotto, come diceva mia sorella, è rimasto fascista e non aspetta altro che lo spuntare di un personaggio “forte”, che risolva problemi, paure e difficoltà.

La Lega sta facendo la parodia della Democrazia Cristiana o, se volete, sta riproponendo la D.C. a rovescio. E gli italiani, in larga parte, ci credono. Qualcuno mi dice che sono esagerato e catastrofico e che in fin dei conti le elezioni europee sono sempre state un paradossale laboratorio a perdere: nel 1984 il Pci di Enrico Berlinguer diventò il primo partito italiano e la cosa non ebbe un seguito politico rilevante; nel 2014 il Pd di Matteo Renzi fece il pieno di voti, ma non riuscì a dare un seguito a questo ipertrofico successo. Questa volta gli italiani avrebbero soltanto voluto dare un messaggio ai due partiti di governo e dire alla Lega che, se vuole essere “capace di tutto” deve mollare gli alleati “buoni a nulla”. Dell’Europa non frega niente a nessuno, tanto… Un simile modo di ragionare e votare mi fa vomito e, forse, questa ipotesi è di gran lunga peggiore della mia, che fa (solo) ribrezzo. Perché segnerebbe la morte della politica. Mio Dio, come siamo caduti in basso!

La fuga senza amante

Gli inglesi sono i padri del calcio e attualmente lo stanno onorando a livello europeo con ben quattro squadre a contendersi le finali delle coppe continentali: al di là del risultato eclatante bisogna ammettere che lo hanno raggiunto esprimendo un gioco spettacolare e coinvolgente come poche volte si è visto. Onore al football, che ritrova nella sua patria la verve che i tatticismi e gli affarismi gli avevano progressivamente tolto.

Gli inglesi, se la storia non mi tradisce, sono anche tra i padri della democrazia politica, almeno come noi la intendiamo. Possiamo andare al 1200. Ebbene, certamente non la stanno rispettando e onorando: ne stanno facendo una penosa parodia. Prima decidono la brexit, poi non riescono a concretizzarla dignitosamente, poi qualcuno pensa addirittura di fare marcia indietro, poi non si capisce cosa voglia fare il parlamento, che vota contro tutte le soluzioni architettate per uscire dalla porta di servizio, poi vanno a votare per mandare i propri parlamentari a Strasburgo, a prendere in giro l’Europa e gli Europei, poi trovano il capro espiatorio, Theresa May, e la costringono alle dimissioni. Una vergognosa pantomima che con la democrazia non ha neanche una lontana somiglianza.

Aveva ragione da vendere il presidente della Repubblica Sandro Pertini quando affermava che “gli italiani non sono né primi né secondi a nessuno”. Sono curioso di vedere come andrà a finire questa telenovela brexitiana. Gli inglesi hanno fatto una frittata e non lo vogliono ammettere: la questione è che, in un modo o nell’altro, questa frittata rimarrà anche sul nostro stomaco. Siamo legati a livello internazionale e gli schizzi arriveranno sicuramente anche da questa parte della Manica.

Ricordo un mio carissimo amico la cui unione coniugale era andata improvvisamente in crisi. Capiva che sua moglie stava prendendo un granchio e non la colpevolizzava più di tanto. Era disposto, dall’alto della sua acritica magnanimità maschilista, a passare sopra a un imbarazzante vicenda di adulterio, purché la moglie cucinasse una grande torta di riconciliazione, dopo la frittata della precipitosa rottura. Non ci fu verso e il matrimonio naufragò. Per gli inglesi scatta l’orgoglio brexitiano, anche se sono convinto che gran parte di loro sappiano di aver commesso una grande cavolata. La torta la stanno cucinando, non per rientrare nella Ue, ma per fare indigestione di brexit.

Che Teresa May non fosse Winston Churchill lo avevamo capito. Che non avesse gli attributi di Margaret Thatcher era altrettanto noto, ma scaricare su di lei le colpe collettive di una vicenda a dir poco squallida… Che l’Europa non sia la panacea di tutti i mali, lo sappiamo benissimo. Che debba essere riformata in senso federale così come era stata pensata dai suoi ideatori e pionieri è altrettanto noto. Ma scappare è una decisione senza capo, cioè scriteriata, ma con la peggior coda possibile di nefaste conseguenze per tutti.

Se mia madre usava mettere stucchevolmente in discussione le proprie scelte matrimoniali, dicendo: “Sa tornìss indrè…”, mio padre la stoppava immediatamente ribattendo: “Mi rifarìss còll ch’ j ò fat, né pu né meno”.  E giù a ridere ironicamente delle ipotetiche fughe con l’amante, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie la famiglia ed il matrimonio sono una cosa seria. Con chi sta scappando l’Inghilterra? Con Trump? È addirittura una fuga senza amanti, in cui i fuggitivi stanno litigando tra di loro a più non posso. Tutta da ridere o da piangere. Della serie l’Europa e la Ue sono una cosa seria, nonostante gli inglesi.