Il miracolo di san Pannella

Sembra che la questione del mancato rinnovo convenzionale con Radio Radicale abbia messo in serio pericolo la convivenza tra i partner di governo: la Lega favorevole a continuare l’affidamento del servizio pubblico di informazione politico-parlamentare alla storica emittente, il M5S, seppure tra mille contraddizioni interne, orientato a chiudere il rapporto e a tacitare una voce fastidiosamente libera nel panorama dell’informazione italiana.

I grillini hanno bisogno di normalizzare la situazione e di chiudere il becco a chi osa mettere in discussione gli equilibri vecchi e nuovi. Mi sembra una battaglia di clamorosa retroguardia! Vogliono avere il monopolio della critica e non intendono essere disturbati e contraddetti.  La Lega ha preso le distanze anche sull’onda degli orientamenti periferici espressi dagli amministratori locali riconducibili al partito di Salvini. Mi sono chiesto ripetutamente il perché di questa paura pentastellata, di questa impuntatura politica: per far crollare una diga può bastare poco, una voce stonata può compromettere un enorme coro di consensi, un faro puntato sulla vita istituzionale può scovare chi lavora per il giaguaro.

Non si può nascondere che gli alleati siano alla disperata ricerca di un buon motivo per chiudere un’esperienza fallimentare: davanti dichiarano di voler continuare la collaborazione; prima delle elezioni europee ogni pretesto era buono per litigare; nel post-elezioni si cerca il punto di rottura. Sono un estimatore di Radio Radicale e ne seguo con grande interesse le trasmissioni, dando atto a questa emittente di svolgere veramente un grande servizio alla politica italiana. Il miglior esempio di tale servizio potrebbe essere quello di costituirsi come punto di contraddizione, come buccia di banana del governo Conte, come sassata davidica al Golia pentaleghista.

In un contesto di opposizione parlamentare piuttosto debole, in una opinione pubblica sempre più stordita e sbiadita, in una situazione politica sempre più omologata alle fanfaronate salviniane e affascinata dalle svirgolate dimaiane, una piccola voce critica autorevole e credibile può diventare una brutta spina nel fianco. I politologi ed i commentatori si stanno sbizzarrendo nell’individuare quale potrebbe essere l’occasione capace di far deflagrare irrimediabilmente l’ignobile connubio: chi pensa alla deriva economica, chi alle impennate dello spread, chi guarda alla impossibile convivenza con l’Europa, chi vede il contrasto con la presidenza della Repubblica, chi ritiene Giuseppe Conte logorato dalla litigiosità di coloro che lo dovrebbero supportare, chi considera insostenibile la incompetenza e la inconcludenza dei ministri.

E se fosse la piccola ed insistente Radio Radicale a buttare fra i piedi del governo una bombetta dirompente? Forse sto esagerando, ma a sognare non si paga. Vuoi vedere che Marco Pannella riuscirà a introdurre nelle aule parlamentari il cavallo di Troia per far saltare gli equilibri governativi? Sarebbe un miracolo da “santo subito”.

 

La caccia agli untori non governativi

Sta imperversando l’antipolitica con il suo rovescio della medaglia, vale a dire l’antietica. C’è una sorta di corrispondenza biunivoca tra queste due correnti di pensiero, che si alimentano reciprocamente: non si capisce quale sia la sorgente e la foce di questa deriva culturale.

La paura, che sta diventando l’elemento portante della nostra società sempre più liquida, la fa da padrona e spinge le persone a non credere alla politica o addirittura ad osteggiarla, rifugiandosi nel corner delle illusioni populiste, nonché a rinnegare e disperdere il patrimonio etico storicamente e culturalmente accumulato, chiudendosi nell’egoistica visuale del proprio palmo di naso.

Amare riflessioni conseguenti al nuovo giro di vite anti-migranti operato dal governo col decreto sicurezza bis in cui si ipotizza una vera e propria intimidazione a suon di punizioni, previste per le organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi in mare, alcune delle quali sono accusate di presunte e finora mai dimostrate collusioni con i trafficanti di uomini.

Durante la peste, raccontata da Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi”, la paura induceva la gente a individuare la colpa della tremenda epidemia nei cosiddetti “untori”, persone che avrebbero propagato l’infezione nei modi più strani ed improbabili: erano questi i virtuali responsabili e bastava poco per accusarli sommariamente e irrazionalmente. Non vorrei che le ong fossero viste come gli untori del fenomeno migratorio e come tali perseguite se non perseguitate. Si sta scaricando su di esse la “colpa” di aiutare dei disgraziati a sopravvivere alle torture subite in patria, ai viaggi di fuga incredibili ed agli ammaraggi sui barconi. Fare del bene sta diventando un comportamento da prevenire, condannare e fustigare. Più paradossale di così!

È un’aria che tira in politica, ma anche a livello giudiziario: si pensi al trattamento riservato al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, rinviato a processo, destituito ed esiliato per avere aiutato, in modo provocatoriamente irriguardoso dei lacci burocratici, i migranti, cercando solo ed esclusivamente di integrarli nel comune da lui amministrato. Non si vuole essere disturbati dai rompiscatole che ci buttano in faccia le nostre enormi responsabilità: meglio che muoiano in mare. Il fatto che arrivino da noi è colpa dei trafficanti e delle ong che tengono loro mano. Una volta arrivati sul nostro suolo si sbizzarriscono a delinquere, a rubare, a stuprare, ad ammazzare. Non devono entrare e quelli entrati devono essere rimpatriati.  Questo è il piano per gestire il fenomeno migratorio! Non si parte cioè dalla volontà di accoglierli, seppure gradualmente, ordinatamente e limitatamente, ma dalla volontà di tenerli fuori a costo di farli morire in mare (e Dio solo sa quanti ne siano già morti).

Il fenomeno migratorio è complesso, affonda le sue radici nella storia passata e recente, si basa sulle clamorose e vergognose diseguaglianze nello sviluppo dei popoli, è difficilissimo da governare. In materia si scontrano due bacchette magiche: quella dei muri e della tolleranza zero e quella del vogliamoci bene. In mezzo ci dovrebbe essere l’impegno a regolamentare i flussi, a gestire l’integrazione, a collaborare con gli Stati di partenza, di transito e di arrivo. In Italia si è scelta l’opzione zero, dell’adesso basta ed è chiaro che i soggetti capaci di far saltare il circuito vizioso sono coloro che si intestardiscono a soccorrere chi rischia di morire annegato per poi costringere chi di dovere ad intervenire nel momento immediatamente successivo. La provocazione però deve finire e le ong vadano a farsi friggere: questa la morale della favola.

 

Le rughe burocratiche del potere locale

La sinistra in Emilia- Romagna ha governato per molti anni a livello regionale, provinciale e comunale, accumulando molti meriti, ma mettendo in rilievo anche un grave difetto. I pregi sono riassumibili nella capacità di favorire la strutturazione della società nei rapporti tra pubblico e privato, di promuovere la strutturazione del settore privato, nel configurare percorsi strutturalmente esaustivi per i cittadini nella vita delle loro comunità civiche. Strada facendo, questo indiscutibile pregio ha rischiato di diventare un brutto difetto, nella misura in cui la strutturazione ha scantonato nella burocratizzazione, dando l’impressione, ma anche la quasi certezza, di voler ingabbiare tutto in una sorta di paralizzante schema di stampo socialista calato dall’alto, piuttosto emarginante e ingessante.

In questa regione rossa le cose hanno indubbiamente funzionato meglio che altrove, ma alla lunga il buongoverno si è trasformato in una camicia di forza per certi versi insopportabile o addirittura asfissiante. Ho colto una battuta di commento ai recenti risultati elettorali, per certi versi clamorosi, nel comune di Ferrara, in cui il leghista Alan Fabbri ha vinto al ballottaggio contro il candidato del centrosinistra Aldo Modonesi, pronunciata non so bene da chi: “Quelli di prima hanno perso perché non hanno saputo riconoscere i loro errori. Avrebbero fatto meglio a frequentare di più i bar”. Probabilmente la battuta di cui sopra è dello stesso neo sindaco, che infatti dichiara: «Mi hanno sempre attaccato perché facevo campagna elettorale nei bar e nei mercati, ma secondo me sono loro che si sono distaccati dalla realtà. Continuerò a starci anche adesso che sono stato eletto». Loro sono quelli della sinistra, che hanno governato la città ininterrottamente per 73 anni. Il nuovo che avanza è piuttosto variegato e inquietante e si rispecchia propria nella cultura da bar con tutte le sue pesanti stranezze, ma anche con tutte le sue simpatiche spontaneità.

In molti sostengono che la sinistra contrapponga al popolare bar l’aristocratico salotto: non è tanto questione di élite culturali inchiodate alla gestione del potere, ma di presuntuosa, asfissiante e paralizzante impostazione politica. Non consiglio a nessuno di frequentare assiduamente il bar della politica leghista, ma posso capire la stanchezza del vivere in una gabbia dorata.

L’attuale vicenda elettorale ferrarese ha molti punti in comune con la disfatta della sinistra parmense negli anni novanta: perse il comune e da allora non è più riuscita a risalire la china inanellando una serie interminabile di errori. In quel tempo a chi mi invitava, direttamente o indirettamente, a rompere la gabbia rispondevo che non avrei mai votato a destra, nemmeno se la sinistra avesse candidato sindaco Adolph Hitler…Sono ancora convinto di questa radicale e irreversibile scelta di campo, a volte mi scandalizzo delle virate elettorali di gente tradizionalmente legata alla storia della sinistra, che improvvisamente e provocatoriamente passa dall’altra parte. Ciò non toglie che bisogna sforzarsi di capire il perché e il per come la gente fa certe scelte. Non so se la sinistra per ricuperare credibilità debba mettersi a frequentare i bar e i mercati col rischio di perdere la faccia assieme al suo patrimonio ideale e culturale.

Un bagno di umiltà però non farebbe male. L’aria nelle stanze di certo potere locale in mano alla sinistra è un po’ viziata: non basta screditare l’aria che tira in altre stanze, bisogna avere il coraggio di aprire porte e finestre per ascoltare. I due temi principali su cui cimentarsi sono l’immigrazione e la sicurezza sforzandosi di fare proposte equilibrate e significative: il fenomeno migratorio va governato non certo coi muri; la sicurezza dei cittadini va difesa non certo con la licenza d’uccidere. Sono argomenti di livello nazionale che influiscono anche sulle realtà locali. E poi basta con questa smania di strutturare e burocratizzare un po’ tutto: la politica non è un supermercato dove si trovano tutti i prodotti possibili e immaginabili. Lasciamo alla gente la possibilità di scegliere il negozio e i prodotti socio-economici da comprare.

 

Il miglior attacco è la difesa

I normali comportamenti calcistici vogliono che chi subisce un goal reagisca andando all’attacco per recuperare e ottenere almeno un pareggio (a meno che il vantaggio precedente non sia tranquillizzante). Mi sarei quindi aspettato che il M5S reagisse alla batosta elettorale andando precipitosamente all’attacco mettendo alla punta il governo e i suoi sostenitori con proposte fortemente identitarie o addirittura facendo saltare immediatamente il banco (l’attuale dotazione parlamentare infatti non può bastare).

Invece i grillini fanno melina nella loro metà campo, hanno promosso un assurdo referendum abrogativo su Luigi Di Maio, dal risultato scontato (un moderno plebiscito); restano coperti a livello difensivo lasciando all’avversario/alleato l’iniziativa politico-programmatica. Non possono permettersi di contrattaccare per paura di subire il contropiede delle elezioni anticipate, da cui temono di non uscire vivi. Mi sembra un mezzo suicidio! Probabilmente, come prevede la storia della peggior politica, qualche incolpevole testa salterà per dare l’idea che qualcosa cambi mentre tutto rimane come prima e peggio di prima: un parlamentare, un sotto-segretario, un vice-presidente, etc. Generalmente saltano le teste degli esponenti più ingenui, leali e coerenti, quelli che magari non hanno sbagliato niente e vengono sacrificati come agnelli innocenti sull’altare della finta purificazione.

Poi partono le riorganizzazioni, si cerca cioè di sciogliere i nodi politici cambiando qualcosa nella struttura organizzativa, come se perdere milioni di voti fosse un dettaglio da sistemare aprendo qualche ufficio e inventando qualche incarico nuovo. Nel caso in questione si pensa di mettere mano anche al sistema di comunicazione: sembrava una macchina perfetta che stampava consenso, invece bisogna cambiare anche quella.  Si gira intorno al problema, non lo si affronta. Il M5S, nei suoi momenti di fulgore e nei momenti difficili, dimostra di non essere in grado di cambiare la politica, ma di subirla passivamente nei suoi peggiori rituali.

La realtà è che questo movimento non ha classe dirigente. L’altra sera, in un interessante dibattito televisivo, durante il quale si cercava di trovare il bandolo della matassa grillina, ad un certo punto si è cominciato a prefigurare un nuovo leader capace di guidare la rimonta: è uscito il nome di Alessandro Di Battista, il girovago battitore libero. E lì casca l’asino: non c’è preparazione, non c’è competenza, non c’è niente. Non ricordo chi dicesse che per governare non basta avere i voti, ma bisogna soprattutto e innanzitutto esserne capaci. Ora i pentastellati alla perdita dei voti rispondono con la loro presuntuosa ed irrinunciabile ignoranza e con la solita superbia degli incapaci. Vorrei capire cosa cambierebbe se al posto di Luigi Di Maio andasse Alessandro Di Battista: dalla padella alla brace. Il nome alternativo viene fatto nel senso di prevedere un ritorno grillino alla fase dei vaffa o giù di lì. Temo che quel periodo sia tramontato e infatti il suo protagonista, Beppe Grillo, se ne sta sostanzialmente al coperto e credo che gli stia scappando da ridere, nonostante gli appoggi rituali al gruppo (?) dirigente (?).

Mentre il M5S non contrattacca, la Lega impazza. Sono entrambi senza strategia e si limitano alla tattica. Non pensano certamente alle prossime generazioni, non ne hanno nemmeno la potenziale capacità, forse non pensano neanche alle prossime elezioni. Qualcuno sostiene autorevolmente che tra queste due formazioni politiche, esista una differenza importante. Mentre i grillini non hanno storia e radicamento culturale, territoriale e politico, i leghisti hanno una ormai lunga storia, sono presenti nelle amministrazioni locali con autorevoli e capaci personaggi, sanno destreggiarsi politicamente a tutti i livelli. Qualcosa di vero in questa analisi c’è. Però la storia leghista è una contraddizione continua, l’abilità amministrativa è una vernice piuttosto fresca con la quale, nonostante i bollori lombardo-veneti, ci si può sporcare, la politica è un’arte che non si impara amministrando comuni e regioni e nemmeno sbraitando ideologie passatiste. Quanto alla cultura, è meglio lasciar perdere!

A proposito di vernice e di pittura fresca leghista: a mio padre, imbianchino provetto, a volte capitava l’inconveniente di sporcare qualche passante. Allora non esistevano polizze casco, nemmeno quelle “berretto” e bisognava far fronte in qualche modo all’accaduto. Mio padre in quelle occasioni rispolverava le sue doti diplomatiche ed aggirava brillantemente l’ostacolo, fornendo al malcapitato valide istruzioni per eliminare il danno. Se il soggetto lamentava una qualche macchia cagionata da un fortuito spruzzo di “pittura”, il consiglio era il seguente: “Ch’al s’ preocupa miga! Quand al riva a ca’, al toz un strasén bagn a al gh’la pasa insimma e po’…”  voltandosi, fra sé e sé, aggiungeva sottovoce: “E po’ al butta via ‘l vestì”.

 

Il borotalco post-elettorale

Ho provato ad analizzare i risultati elettorali dei ballottaggi, vale a dire dei secondi turni della consultazione per la nomina dei sindaci in diversi comuni sparsi nel territorio nazionale. Non sono riuscito ad individuare un vero e proprio filo conduttore (al di là di una certa aria favorevole alla destra) e forse è il bello delle elezioni comunali in cui giocano più le persone dei partiti. Alla giusta localizzazione degli impulsi si aggiunge però una strana confusione al limite della schizofrenia. È un momento di grande incertezza, di rimescolamento delle carte, di “strazianti” abbandoni e di “improvvisi” ritorni.

Tutti i partiti hanno qualcosa di cui gioire e molto di cui soffrire.  La Lega, pur confermando un trend molto positivo, vince fuori casa a Ferrara e non solo, ma perde in casa a Rovigo (nel Veneto del suo radicamento storico-culturale); il M5S viene sfrattato a Livorno e conquista Campobasso; il Pd si accontenta di un pareggio globale, tiene la roccaforte emiliana, ma esce malinconicamente di scena in Romagna. L’affluenza alle urne supera di poco il 50%, dato fisiologico nei secondi turni, ma segnale di insoddisfazione da non sottovalutare.

La volatilità dell’elettorato trova una notevole e prevedibile conferma a livello locale: mentre nel passato ormai remoto si votava col cuore, nel passato prossimo si è votato con il portafoglio, oggi si vota alla viva il parroco. Tendiamo a sbandare, prima per eccesso di fedeltà ai richiami delle foreste, adesso per eccesso di attenzione alle spinte e controspinte demagogiche e strumentali. Eravamo più seri quando votavamo i rassicuranti simboli oppure oggi che votiamo sull’onda delle paure e delle illusioni? Quando terminò la contrapposizione ideologica dei grandi sogni, pensavo che i cittadini ripiegassero sulla politica delle piccole cose concrete ed invece sono tornati nel peggiore dei modi nell’area della teoria sostituendo ai sentimenti gli istinti.

Non trovo niente di ragionevole e di ragionato nel modo di porsi del cittadino elettore: è colpa sua o è colpa della politica che non riesce ad elaborare proposte credibili? Mi chiedo: come è possibile nel breve volgere di tempo passare da un largo consenso a Silvio Berlusconi ad un forte appoggio a Matteo Renzi per poi ripiegare sul placet a Luigi Di Maio e quindi approdare a Matteo Salvini. Rifiuto categoricamente la qualunquistica conclusione del “sono tutti uguali”. Il grave è che stanno saltando i riferimenti, si vota buttando in aria il cappello, in modo sperimentale, provando e riprovando qualcosa di nuovo.

L’avvocato Gianni Agnelli sosteneva che per creare una nuova classe dirigente occorrono circa venti anni: sono ampiamente scaduti, se partiamo dalla fine degli anni ottanta momento di caduta della cosiddetta prima repubblica. Siamo pertanto in mano a nessuno e brancoliamo nel buio.

Tento di orientarmi attaccandomi ai ricordi di carattere famigliare. Sulla vita e sulla personalità della mia nonna materna ci sarebbero parecchie cose da dire, in chiave elogiativa naturalmente. Anche perché mi conviene in quanto è stata dimostrata ripetutamente la mia somiglianza di carattere con nonna Ermina. Tutto me la rende simpatica ed ammirabile, sono vicino ai suoi drammi, alle sue sfuriate, alle sue esagerazioni. Anche la interminabile e gustosa antologia di strafalcioni contribuisce ad aggiungere quel tocco di amabilità comportante un patto generazionale tra me e lei. Io, il più giovane dei suoi nipoti, l’ultimo della dinastia, nonostante tutto sento per lei un grande debito di riconoscenza. Vado a prestito da nonna Ermina di un suo clamoroso strafalcione. Per dire in dialetto “borotalco” sciorinava un incredibile e buffo termine: “balotàgg”. Ebbene, la storia le sta dando ragione: il risultato dei ballottaggi ha creato a tutti, checché se ne dica, un disagio tale da essere curato con robuste applicazioni di borotalco, meglio se mentolato.

 

 

I bot…ti di fine governo

Quando le cose vanno molto male, spesso l’unica arma di difesa diventa la “ridicolizzazione” dei problemi, nella speranza di sdrammatizzarli, snobbandoli, ridendoci sopra. Che le cose in Italia vadano piuttosto male è del tutto evidente: è però un malessere strano, che grava su molti che soffrono, che grava anche su chi non se ne rende conto salvo aprire gli occhi improvvisamente, che risparmia quelli che più gridano e si agitano pensando di essere i più tartassati, che spinge parecchia gente a rifugiarsi nelle più strampalate diagnosi e nelle più implausibili ricette.

L’ultima ricetta è quella dei bot di piccolo taglio, una sorta di carta straccia con cui lo Stato pagherebbe i creditori e con cui i detentori pagherebbero lo Stato, in un assurdo circolo monetario vizioso e inconcludente, se non dannoso. Sembrerebbe una barzelletta se addirittura Mario Draghi non si fosse sentito in dovere, in tono educatamente sprezzante, di stracciare questi titoli indefinibili ben prima che vengano emessi: non sono né carne né pesce, né moneta né titolo di debito, sono la fantasia demenziale di un governo alla frutta.

Quando si arriva a questi punti o si è alla disperazione o ci si rifugia nel mondo dei sogni. Lo stesso presidente del consiglio nonché il ministro dell’economia appaiono in evidente difficoltà alle prese con questo lancio pazzo, con questa voce dal sen fuggita, difficilissima da richiamare. Miglior assist agli ipotetici detrattori dell’Italia non si potrebbe fornire. Pensiamo al tanto vituperato establishment della burocrazia europea: si saranno chiesti se il nostro Paese stia impazzendo dietro le elucubrazioni pentaleghiste. E i mercati finanziari avranno avuto un riflesso condizionato: se vogliono affiancare ai titoli del debito pubblico la circolazione di titoli fasulli forse vuol dire che la finanza pubblica italiana è guidata dagli straccivendoli. E i partner europei del nord e del sud, di destra e sinistra ci relegheranno nel cortiletto dove si gioca a monopoli e a tombola.

L’unica speranza è che ormai si tratti degli ultimi fuochi artificiali che fanno molto rumore e poco spettacolo. Non vorrei però che succedesse come a mia madre. Aveva una sua amica gravemente ammalata e ricoverata in ospedale dove veniva amorevolmente accudita da una generosa e disponibile persona. Non riuscendo ad avere notizie aggiornate e non volendo fare imperdonabili gaffe, ripiegò nel chiedere un aggiornamento della situazione a quella persona che vegliava al capezzale dell’amica. Questa rispose laconicamente: “Cosa vuole…ormai è questione di ore…”. Di fronte ad una simile sentenza mia madre rimase ammutolita e non approfondì il discorso. Cosa successe? L’amica guarì, campò molti anni, morì di tutt’altra malattia e dopo parecchio tempo dalla morte della persona che aveva sputato, seppure in buona fede, quella precipitosa sentenza.

Forse sto anch’io incautamente gettando, come si suole dire, le briciole dietro al governo giallo-verde, sempre più giallo di rabbia dissimulata e verde di provocante soddisfazione.  Magari il governo sopravviverà per parecchio tempo. Magari morirò prima io. Tutto lascerebbe supporre la fine imminente dopo gli ultimi respiri affannosi dei sottosegretari Borghi e Giorgetti, il duo “Borghetti”, come è stato immediatamente ribattezzato. Sarà una manovra per depistare gli osservatori? Anche questo, nel clima politico in cui viviamo, è possibile. Umberto Bossi voleva pulirsi il sedere con la bandiera tricolore, il suo successore Matteo Salvini ci propone di pulircelo con i bot-carta igienica. Speriamo che non ci succeda come a Federico Barbarossa. Si racconta che in quel di Parma gliene capitò una bella: finito in un prato segato, dopo avere abbondantemente defecato, si pulì il sedere con le ortiche, maledicendo Parma e la sua erba che pizzica il cul.

 

 

Uno sbruffone a Bruxelles

Ho avuto l’occasione di seguire il dibattito politico andato in onda nell’ambito della rubrica otto e mezzo su la 7, che ha visto la maramaldeggiante partecipazione di Matteo Salvini nella sua triplice veste di leader della Lega, di vice-premier del governo e di ministro degli Interni: un coacervo di sbruffonate da osteria.

Il presuntuoso sorrisetto con cui si è atteggiato, le sparate demagogiche che ha lanciato, gli argomenti contraddittori e strumentali che ha portato, gli strafalcioni economici e politici che ha inanellato mi fanno pensare che questo personaggio si sia effettivamente montato la testa e stia perdendo il senso della misura: il 34% ottenuto alle recenti elezioni europee lo sta mandando in orbita.

Se il suo discorso è sostanzialmente anche la risposta alle numerose richieste di chiarimento formulate dal premier Conte nella inusuale ma puntuale conferenza stampa di alcuni giorni fa, al presidente del Consiglio non resterebbe altro da fare che salire al Colle per rassegnare le dimissioni prima che sia troppo tardi. Salvini non può cambiare politica dal momento che l’elettorato l’ha premiato; è vero che gli italiani gli hanno consegnato una fuoriserie, ma chi la guida dovrebbe avere comunque l’equilibrio per frenare nei tratti di strada pericolosi, invece lui accelera col rischio di portare tutti a sbattere.

Salvini crede di aver vinto le elezioni europee, mentre in realtà ha solo fatto un exploit a livello italiano, che peraltro ha indebolito il governo di cui fa parte e soprattutto non ha avuto alcun seguito a livello dei partiti sovranisti suoi finti alleati: la Lega, pur avendo conquistato parecchi seggi al Parlamento europeo, è politicamente irrilevante per gli equilibri istituzionali della Ue e rischia di isolare il nostro Paese e di ricacciarlo in una situazione che sta evolvendo da difficile a impossibile. Siamo nell’occhio del ciclone, ci trattano da sorvegliati speciali, ci bacchettano a più non posso, ci mettono dietro la lavagna e noi reagiamo facendo le boccacce.

Si è aperta per l’Italia una fase molto problematica all’interno della Ue: non siamo credibili quando diamo rassicurazioni, siamo ridicoli quando formuliamo degli ultimatum per cambiare le regole, siamo incompetenti ed ignoranti quando elaboriamo cervellotiche proposte di risanamento. Avremmo bisogno di aiuto, ma attacchiamo e provochiamo chi ce lo potrebbe dare; dovremmo dialogare con pazienza, ma invece osiamo lanciare dei diktat. Qualche mese fa Salvini attaccava Junker dandogli dell’ubriacone e del ladro. Ricominci così e andremo benissimo.

Non si può sedersi con un minimo di credibilità al tavolo di una trattativa, se, dietro, gli amici sparano a zero sugli interlocutori. Con quali chance di successo Conte e Tria discutono con i partner europei, se gli esponenti del governo italiano continuano a straparlare. La situazione è sempre più paradossale. Al termine del dibattito a cui ho assistito mi sono chiesto: è possibile che oltre un terzo degli italiani abbiano stima e fiducia di uno sbruffone da bar di periferia (con tutto il rispetto per i bar e per le periferie)?

In un comizio a Foligno il leader della Lega Matteo Salvini ha chiamato l’applauso della piazza con queste parole, dal sapore vagamente evangelico: «Se mio figlio ha fame e mi chiede di dargli da mangiare a Bruxelles mi dice “No Matteo, le regole europee ti impongono di non dare da mangiare a tuo figlio”, secondo voi io rispetto le regole di Bruxelles o gli do da mangiare? Secondo me viene prima mio figlio, i miei figli sono 60 milioni di italiani». Gli ha risposto il sindaco di Milano con una battuta, che mi sento di condividere fino in fondo, in risposta a chi gli chiedeva se si sentiva uno dei 60 milioni di figli di Salvini: «No, non lo voglio nemmeno come zio».

Un mio conoscente, molti anni fa, durante una squallida e vergognosa prestazione della nazionale di calcio, minacciava di emigrare in Svizzera per allontanare una simile onta. Eugenio Scalfari espresse la volontà di espatriare di fronte allo sciocchezzaio sciorinato da Daniela Santanché (o Santa de ché, come disse Dagospia). Qui e adesso c’è molto di peggio: vuoi vedere che Salvini oltre i muri contro gli immigrati, alzerà anche quelli contro gli emigrati virtuali in pectore, dei quali mi onoro di far parte?

 

La luna dello scontro nel rio del confronto

Il governo italiano ha la immeritata fortuna di avere due insegnanti di sostegno, che tentano, alacremente anche se discretamente, di aiutarlo a recuperare metodo plausibile e competenza indispensabile. Sergio Mattarella sta facendo a suo modo i salti mortali per condurre il governo ad una prassi esecutiva istituzionalmente corretta e politicamente ragionata. Poi arriva in soccorso anche Mario Draghi, probabilmente imbeccato dallo stesso Mattarella. Durante una delle solite periodiche conferenze stampa ha rassicurato che la Bce manterrà inalterati i tassi di interesse fino a metà del 2020, mentre sta valutando la possibilità di una ripresa del “quantitative easing” e quindi che farà tutto il possibile per sostenere la crescita: non sono elementi di poco conto.

In questa occasione si è espresso, con la solita prudenza, sui problemi economico-finanziari italiani.  A tal proposito ha affermato: «Sappiamo tutti che far scendere in fretta rapporto debito/pil è impossibile. Deve esserci un piano di medio termine credibile e la credibilità del piano dipenderà dal come sarà progettato e dalle azioni che indicherà». Fine della lezione di politica-economica. Con questi preziosi consigli ha senz’altro voluto chiudere la bocca a chi sostiene strumentalmente che la Ue stia chiedendo la luna, vale a dire un calo veloce del debito, che affonda le sue radici in un lungo passato e quindi non può trovare soluzione che in un lungo e faticoso futuro.

Quando nella mia modesta esperienza professionale mi trovavo alle prese con debitori recalcitranti, mi permettevo innanzitutto di chiedere la rottura dell’equivoca e silenziosa latitanza e quindi la spiegazione oggettiva dei motivi del ritardo. Poi suggerivo di presentare un piano di rientro in tempi ragionevoli, ma di fare immediatamente anche un gesto, magari piccolo, di buona volontà, nonché di monitorare assieme la situazione per seguirla nel suo divenire, apportando eventuali correzioni strada facendo. Era il modo per capire se il debitore voleva fare il furbo o se aveva la seria intenzione di far fronte, seppure nel tempo, ai suoi impegni. Generalmente il metodo funzionava e, seppure a fatica, ci si arrivava in fondo senza cadaveri.

Mi sembra che Draghi abbia consigliato una strada di questo tipo nei confronti della Ue, uscendo dalle ingiustificate e stizzite reazioni di inutile orgoglio, elaborando proposte spalmate in tempi ragionevoli, fissando comportamenti coerenti con gli obiettivi del piano. Certo, se si comincia rivendicando un’assurda libertà di comportamento e pretendendo un atto di fede dall’Unione Europea, non si può andare lontano. Se si comincia il piano da una irrinunciabile diminuzione delle imposte, non si dà quel segnale di buona volontà che rende credibile tutto il discorso. Bisogna discutere seriamente su proposte serie e avendo la dignitosa umiltà non tanto di chiedere aiuto, ma collaborazione e condivisione di una strategia, vale a dire degli obiettivi, dei tempi e dei modi per raggiugerli, nonché una verifica costante delle terapie adottate.

Quando un soggetto è malato, deve innanzitutto ammettere di esserlo e non dare la colpa alle analisi sbagliate o alle diagnosi azzardate. Non deve affidarsi agli stregoni del caso o gironzolare alla ricerca disperata di un medico che gli tolga la malattia. Deve ascoltare i consigli, sottoporsi alle terapie concordate, fare gli opportuni controlli, adottare un percorso terapeutico il meno invasivo possibile, ma incisivo e concreto. Avrà il governo italiano questa capacità? Mario Draghi ci sta consigliando molto bene, ma, come spesso accade, non si vogliono ascoltare i buoni consigli e si preferisce fare di testa propria, soprattutto quando si ha poca testa.

 

Chiuso per troppa sofferenza

Il suicidio assistito della 17 enne olandese che ha scelto di mettere fine alla propria vita con il suicidio assistito ci mette tutti di fronte alle nostre enormi responsabilità. La storia di questa ragazza è sconvolgente: vittima di reiterati stupri, di stress post traumatico, anoressia, attacchi di panico.  Un autentico calvario senza fine.

Il Papa ha scritto: «L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».  Parole ineccepibili da tutti i punti di vista, che ci spronano a non rassegnarci di fronte alla sofferenza e a reagire ad essa con la condivisione e la solidarietà. Papa Francesco fa un grosso passo avanti, abbandonando il comodo e tradizionale dogmatismo religioso e scendendo sulla concretezza dell’aiuto reciproco. Passa cioè dal dire al fare, dalla condanna alla mano tesa, dall’atteggiamento del maestro a quello del testimone. In questo senso mi senso toccato nel mio egoismo e provocato nella mia indifferenza. E di ciò lo ringrazio e cercherò di fare tesoro del suo forte e carismatico invito.

Sono perfettamente d’accordo che, come singoli e come comunità, non facciamo tutto il possibile per alleviare le sofferenze di chi si trova a vivere, per tanti motivi, in una situazione disperata. Preferiamo trincerarci dietro battaglie di principio, di carattere proibizionista o permissivo, assumere atteggiamenti manichei, di rigida e radicale contrapposizione sul piano ideologico o della prassi.

C’è tuttavia anche l’umiltà di ammettere che a volte il peso può diventare insostenibile, che la solidarietà può diventare accettazione della volontà di un nostro simile che non riesce più a continuare dignitosamente il suo cammino, che le forze umane, anche messe in comune, non riescono a reggere certe situazioni, che la morte può diventare una liberazione e una, l’unica, soluzione umanamente accettabile. Siamo fatti per vivere e dobbiamo sforzarci di farlo, ma quando ci accorgiamo che la vita non ha più senso, dobbiamo avere il coraggio di accettare la morte come la continuazione della vita.

Leggendo la vicenda umana di questa giovane donna non mi sento in coscienza di eccepire nulla riguardo alla sua decisione e credo che nessuna solidarietà umana potesse riscattarla dalla disperazione di una sofferenza senza limiti. Immagino il cammino che l’ha portata al suicidio e ne resto sgomento. Forse è meglio tacere di fronte a tanto dolore per poi interrogarsi su quanto ognuno possa fare concretamente per prevenire ed accompagnare queste vicende. Qualcuno in passato osava sostenere che il suicidio sia un atto di vigliaccheria. Ma cosa sappiamo noi di quanto passa nell’animo di un fratello o di una sorella disperati? Nemmeno il Papa lo sa o lo può immaginare. Solo Dio e proprio per questo accoglierà a braccia aperte il figlio e la figlia che, in assoluta buona fede, decideranno di chiudere la vicenda terrena.

Queste vicende drammatiche e tragiche sono la clamorosa dimostrazione del nostro egoismo quando non siamo capaci di portare i pesi gli uni degli altri, ma anche della limitatezza delle nostre forze, possibilità e capacità quando non riusciamo a saltarci fuori. Umanamente e cristianamente assumo coscienziosamente questo atteggiamento, che non può risolvere niente, ma che mi chiede il massimo di responsabilità e di comprensione.  Di fronte alla morte di persone devastate dal dolore si afferma: ha finito di soffrire. Lo dico con tanta partecipazione e con tutta la sensibilità di cui sono capace anche per Noa Pothoven, nella certezza che il futuro le potrà riservare non solo la fine della sofferenza, ma tanta gioia.

 

Il povero perdente e il ricco demente

Un concentrato di cazzate, dette e fatte, come quello inerente alla visita di Donald Trump in Inghilterra è difficile da riscontare nella storia della diplomazia internazionale. Il presidente americano è entrato a piedi pari nel difficile momento storico della brexit, incoraggiando apertamente il “no deal”, un’uscita dura, e intromettendosi negli equilibri interni britannici con una chiara opzione a favore di Boris Johnson se non addirittura di Nigel Farage (un bel trio, non c’è che dire…).

Ha promesso patti commerciali favolosi in compensazione dei danni conseguenti alla brexit, di mostrando di voler osteggiare il processo di integrazione europea, corteggiando i singoli Stati nella logica del più bieco “divide et impera”. Si è inserito da par suo nel cerimoniale monarchico, ostentando una padronanza esagerata e provocante della scena: il vero re era lui, tutti gli altri non erano nessuno.

Ha trovato il modo di insolentire il sindaco di Londra, colpevole di essere di origini pakistane, di essere “abbronzato”, labourista, europeista e portatore di una visione aperta in tema di immigrazione, scrivendo su twitter :“Sadiq Khan, che secondo tutti i report sta amministrando malissimo Londra, si è dimostrato “odioso”, oltre che poco razionale, nei confronti dell’arrivo del presidente degli Stati Uniti, di gran lunga il più importante alleato del Regno Unito. Khan è un povero perdente senza speranza, che dovrebbe concentrarsi di più sulla battaglia contro il crimine nella sua città, non su di me…”. Lo ha poi paragonato a un altro “sindaco sciocco come quello di New York Bill de Blasio”.

Se è stato irritante e stomachevole il comportamento trumpiano, penoso e miserevole quello delle autorità britanniche, dalla Regina a tutto il suo entourage, dall’anatra zoppa di Theresa May ai suoi possibili estemporanei successori, dai conservatori illusi dalle promesse americane ai labouristi incapaci di assumere una linea decisa e contraria alle minchiate della classe dirigente del loro Paese. Anche il popolo britannico, pur esprimendo con qualche manifestazione la protesta e il dissenso verso questo assurdo e prepotente americano, non riesce a trovare una sua dignitosa linea di contrapposizione alla deriva nazionalista, che vede in Trump un invadente alleato.

Povera Inghilterra, povera Europa, povera Italia, povero mondo in mano a un simile squallido personaggio. Trump ha lo scopo di indebolire l’Unione Europea e speriamo che, Inghilterra a parte, non gli venga concesso. Egli spinge per la Brexit dura: “Mandate Farage a negoziare e uscite dall’Ue senza pagare”. In confronto a questo buzzurro, il nostro Matteo Salvini è un mostro di diplomazia e dialogo.

Non posso  dimenticare l’emblematico episodio della propensione scozzese, seppure almeno in parte strumentale rispetto alle loro mire indipendentiste, verso l’Unione europea, sfociata in rabbia e che ha trovato, per ironia del destino, un ulteriore motivo di ribellione nelle parole proferite proprio in Scozia nei giorni del referendum dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Nel pub di John Muir a Edimburgo, quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi, hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro pig, porco. Non so cosa sia successo in quel pub durante la visita a Londra di Trump, diventato presidente, e, per dirla con Ettore Petrolini, “più bello e più superbo che pria”.